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sabato 18 ottobre 2025

Salviamo il mercato coperto di Gorizia!

C'è un luogo magico a Gorizia. Il rischio è che tra poco venga confinato nello spazio dei ricordi.

E' il mercato coperto, un tempo crocevia di persone alla ricerca di frutta, verdura e fiori. Chi ha i capelli bianchi ricorderà la signora che insieme al figlio vendeva il pesce fritto, le donne che venivano dalla foresta di Tarnova portando intere cassette di jurčki (porcini) e marele (mazze da tamburo), perfino l'ufficiale sanitario che controllava i funghi raccolti dai cittadini, distinguendo quelli buoni da quelli velenosi o avariati...

Delle decine di postazioni, ne sono sopravvissute solo poche, ma tutte e tutti gli operatori fanno a gara per offrire al visitatore non soltanto prodotti di ottima qualità, ma anche un'accoglienza carica di simpatia e di amichevole cordialità. Ancora adesso, nessuno protesta nella fila che si crea per avvicinarsi al banco. Ci si saluta, ci si raccontano gli ultimi avvenimenti, si scambiano informazioni e battute con venditrici e venditori. Ci sono i clienti affezionati e quelli che frequentano di meno, ci sono acquirenti occasionali e - molto spesso - turisti che restano a bocca aperta davanti alla bella architettura e alla modalità di un commercio che pensavano ormai dimenticato in altre epoche. I sorrisi si moltiplicano e c'è una parola per ciascuno, dall'indaffarato professionista all'impaziente pensionato, dalla giovane coppia alla ricerca del prodotto km 0 alla persona un po' più avanti con l'età che trova un po' di sollievo dalla quotidiana solitudine. Il colore e il profumo delle confezioni floreali rallegrano i sensi, mentre anche chi non deve comprare nulla rimane incantato davanti a tanti gusti mescolati tra loro.

E che dire dei locali che punteggiano la parte esterna della struttura? Basta solo passare un sabato mattina per vedere il letterale "assalto" ad alimentari di alta qualità, dolciumi che non si trovano da nessuna altra parte, pane e pasticceria, la rosa di Gorizia, la macelleria, la rosticceria, le confezioni floreali e le sementi. Da una vetrina campeggia la scritta "vino sfuso". Quando si alza la saracinesca, non si incontrano solo ottimi prodotti della vite, ma anche qua, frutta, verdura, perfino a volte il salame, oltre a miele di casa e mille altre leccornie. Soprattutto, accanto a ogni porta, si trova un sorriso, una stretta di mano, una simpatica diceria raccolta da questo e da quello, perché in questo tipo di ambienti ci si va, anche perché si sa un po' tutto di tutti. Non può mancare il venditore di giornali, con il quale è sempre piacevole raccontarsi del passato e del presente, commentando le notizie che campeggiano sulle prime pagine dei quotidiani.

Ebbene, tra i vari "si dice", c'è anche che tutto questo angolo di varia umanità goriziana potrebbe essere chiuso. Ciò potrebbe accadere non soltanto per una necessaria opera di risistemazione e restauro, della quale peraltro per il momento nessuno ha sentito parlare di date e di tipologia di interventi. Si sa che non vengono rinnovate le licenze, là dove qualche venditore o venditrice va in pensione. Si vocifera che siano già arrivate alcune ingiunzioni di sfratto ai negozi che si affacciano su Corso Verdi e via Boccaccio. Si sa e si vede chiaramente che la maggior parte delle bancarelle sono state lasciate vuote. Si sa tutto questo, ma il destino di un luogo così importante sembra che nessuno sappia realmente quale sia. C'è chi parla di un centro commerciale, chi dell'acquisto da parte di società straniere, chi di tante altre ipotesi più o meno fantasiose e suggestive. Insomma, tutto questo per dire che un po' di chiarezza non farebbe male.

Se davvero venisse meno il mercato, Gorizia perderebbe un altro pezzo molto importante della sua storia passata, ma soprattutto del suo presente. Verrebbe meno uno di quei presidi sociali che rendono caratteristica e autenticamente umana una città. Sarebbe un grande peccato, un ennesimo cedimento alla progressivamente vincente cultura dell'isolamento e dell'esclusivo profitto. Con un grazie di cuore a chi ancora eroicamente resiste sul fronte di un'economia basata sui rapporti amichevoli e sul sorriso sincero, si auspica che chi deve decidere decida. Per migliorare, per adeguare, per riscaldare, per favorire, ma mai per cancellare o per soggiacere alla logica dell'arricchimento e della spersonalizzazione.

domenica 3 marzo 2024

Sta per uscire Nova Gorica Gorizia, due città in una, la guida bilingue per idealisti, viandanti e ciclisti

 

Mancano due mesi.

A cosa?

Ma è logico, al 3 maggio.

Embhè?

Come embhè? Sta per uscire!

Sta per uscire che cosa?

Eh, non ti dico ancora...

E allora, perché mi dici che mancano due mesi, se poi non puoi dirmi per cosa?

Perché volevo tirarla un po' per le lunghe...

E allora?

Allora il 3 maggio uscirà la guida per conoscere le Culture (con la C maiuscola) della due Gorica.

Come "della due Gorica"?

Sì, si parlerà di "due città in una" e per questo ci si può permettere anche di stravolgere perfino la grammatica. L'edizione slovena è facilitata, basta dire Gorici, grazie al bellissimo e originalissimo duale, ecco riassunte in un'unica parola Nova Gorica e Gorizia. Con i loro bei dintorni, ovviamente.

Quindi sarà in due lingue?

Sì, per ora sì, un'edizione in sloveno (ZTT Trieste) e una in italiano (Ediciclo), poi si penserà anche all'inglese...

A chi è rivolta?

A chi ama camminare e andare in bici, sulle strade della Capitale europea della Cultura. Ciclisti e viandanti di tutto il mondo, unitevi!

E chi l'ha scritta?

Beh, questo te lo dirò un'altra volta. Intanto, save the date: la "prima" presentazione sarà venerdì 3 maggio, ore 18 presso il Kulturni dom di Gorizia. Rigorosamente, in italiano e in sloveno.

Lep pozdrav, dragi bralec!

domenica 28 gennaio 2024

Lavori pubblici a Gorizia: se pòl saver qualcosa?

Nesuna intension de far polemike, solo me piasessi saver come che so 'ndade e come che andran le robe.

So bene, anche per esperienza personale, che i lavori pubblici sono la delizia e la croce di ogni amministratore e degli uffici che collaborano con lui. Per questo, sono consapevole di quanto spesso si verifichino incidenti di percorso, a volte imprevedibili, a volte meno, che ostacolano e prolungano all'infinito la durata delle operazioni.

Ciò non toglie che sarebbe interessante, per il normale cittadino, poter conoscere la risposta ad alcune immediate domande: per esempio, ammettendo e sperando che effettivamente gli ascensori al castello siano finalmente inaugurati entro la prossima estate, quanto è costata, nell'insieme, tutta questa vicenda, partendo dal 1999 e arrivando fino al 2024 (comprendendo ovviamente anche temi e costi relativi al personale del Comune impiegato nella lunghissima "via crucis"?). Nel 2011, quando fu "bocciato" dai tre saggi il referendum cittadino, proposto dal Forum per Gorizia, Legambiente e altre associazioni ambientaliste, si gridava allo scandalo perché un eventuale blocco dell'iter avrebbe comportato una penale di circa 200.000 euro. Quanti milioni di euro sono stati investiti in più, negli ultimi 13 anni, rispetto ai costi preventivati in quel tempo? Senza contare, ovviamente, i costi di gestione, dei quali peraltro si è parlato anche recentemente sui giornali locali.

Un'altra domanda riguarda i ritardi. E' bene aprire tanti nuovi cantieri, ma è necessario spiegare con chiarezza i motivi dei tanti ritardi che si accumulano sulle opere pubbliche. Certo, ci possono essere tante cause, la pandemia, la frana, il fallimento di una ditta, i materiali scadenti. E' però necessario dirlo, spiegarlo e, poi ognuno farà la sua parte nel portare il messaggio agli altri cittadini. Se non ci si scusa e non si spiegano le cose adeguatamente, è difficile contenere il malumore.

Ora, ecco fra gli altri, tre piccoli esempi, uno dei quali mi sembra essere stato portato all'attenzione dei consiglieri nell'ultima seduta del Consiglio Comunale, quello relativo alla paesaggisticamente assai bella e storicamente straordinaria strada del Calvario. Il cartello del lavori indica la conclusione del tutto entro il 3 febbraio 2023. E' passato un anno e l'accesso alla sommità del monte è precluso, così come la scalinata storica che attendeva effettivamente da anni di essere adeguatamente ripristinata. E' passato il centenario della prima guerra mondiale, sono trascorsi altri sei anni, la Capitale della Cultura sarà la volta buona per una sistemazione complessiva dell'intera area?

Gli spalti del Castello - non tutto ciò che si prevede e che si spera sia realizzato senza intoppi, ma solo la suggestiva balconata pedonale che si affaccia sulla Rožna dolina - sono chiusi dal tempo del lockdown. Sono in atto gli opportuni interventi di consolidamento e messa in sicurezza che avrebbero dovuto essere completati entro il 4 ottobre 2023. Sono passati da allora quattro mesi, siamo sulla dirittura d'arrivo oppure occorre aspettare ancora molto? 

Infine la Valletta del Corno, è stata presentata come il Central Park di Gorizia. La conclusione dell'intervento è molto attesa, il ripristino di una zona preclusa da decenni ai cittadini, al di là dell'iperbole, può effettivamente dare un grande respiro alla vita della città. E può anche restituire al povero fiume Koren, che tanto ha fatto di buono in passato per Gorizia e per i Goriziani, almeno una parte della dignità che indubbiamente si merita. In questo caso il cartello, anche se imbrattato, parla chiaro: la conclusione del tutto - non solo del primo lotto, la cui fine ancora comunque non si vede - avrebbe dovuto essere intorno al 31 maggio 2022. Sono passati quasi due anni, è lecito sapere quando si chiuderà questa vicenda e, se e quanto siano costati questi ritardi?

Ecco, alcune domande alle quali sarebbe bello ricevere risposta, come ci insegnavano la saggia Sonia Santorelli e la tenace Rosa Maria Forzi, quando ci istruivano su cosa fossero la trasparenza amministrativa e la partecipazione attiva dei cittadini alla tutela del bene e dei beni comuni.

giovedì 18 gennaio 2024

Cari Goriziani, studiamo lo sloveno! Dragi Goričani, učimo se italijansko!

E' indispensabile che i Goriziani, in Slovenija e in Italia, conoscano almeno tre lingue: la propria, quella del vicino e l'inglese per comunicare con chi non vive o non proviene dal territorio. 

Si vive gli uni accanto agli altri. Eppure si può passare un'intera esistenza senza neppure accorgersi che la persona che ti passa accanto parla una lingua diversa dalla tua. Addirittura si può vivere in due città, distanti qualche centinaio di metri l'una dall'altra e non sapere assolutamente nulla di ciò che accade oltre la linea di demarcazione. Proprio come accadeva a Leopardi quando immaginava cosa ci fosse al di là del colle dell'infinito.

Quanto si conosce della letteratura, dell'arte, della cultura? L'ignoranza è imbarazzante e a volte abissale. Una Capitale europea della Cultura nella quale in generale ci si conosce ancora molto poco è fortemente condizionata da questa incapacità o difficoltà di reciproca comprensione.

Come non chiedersi "ma dove si era in tutti gli anni precedenti? perché nessuna scuola italiana ci ha insegnato lo sloveno?" Inoltre bisogna constatare che gran parte degli sloveni, a Nova Gorica, conoscono più o meno bene l'italiano, mentre a Gorizia quasi nessun  italiano, nel migliore dei casi, va oltre al dober dan.  

Certo, sarebbe stato indispensabile, anche in questi ultimi tre anni verso il 2025, attrezzare le scuole da una parte e dall'altra del confine con corsi mirati per gli studenti, italiano in Slovenija e sloveno in Italia. Ci sono molti corsi per adulti, ma spesso sono limitati a poche ore, mentre l'apprendimento serio di una lingua richiede molto impegno di studio, approfondimento e soprattutto conversazione. Ma se gli sloveni sono sempre costretti a parlare in italiano per farsi capire, da una parte subiscono un'evidente mancanza di rispetto, dall'altra tale atteggiamento diminuisce ulteriormente la possibilità di conversare.

Quindi, al si là delle tante belle cose che avverranno nel 2024 e nel 2025, occorre uno sforzo personale. E' indispensabile cercare di imparare lo sloveno, questo è un obiettivo che ogni cittadina e cittadino di Gorizia si deve prefiggere, per contribuire alla riuscita del grande evento. Certo, da adulti non è facile imparare una nuova lingua e anche chi cerca corsi lunghi e impegnativi non riesce certo a parlarlo bene. Ma è importante studiare, studiare più che si può, facendosi aiutare da persone competenti, per arrivare almeno a capire la lingua del vicino e a farsi capire. Poi ci sarà sempre un buon esercizio di pazienza e di comprensione da parte dei reciproci interlocutori. 

Un grazie enorme a chi si presta per favorire questa causa. Da parte mia in particolare vorrei ringraziare Sara Terpin, per i bei corsi online dei due ultimi anni scorsi e Rada Lečič, straordinaria conduttrice dell'avvincente "lettorato" di sloveno presso l'Area di Scienze Sociali e Umanistiche dell'Università di Trieste, dove sono accolti anche (purtroppo pochi) studenti italiani, alcuni dei quali ben oltre gli "anta". Il loro servizio, come quello di Aleksandra Devetak e di altri insegnanti sloveni, è il contributo più prezioso alla causa di una Capitale europea della Cultura non incentrata sulla visita di particolari monumenti, ma sulla contemplazione del miracolo dell'autentica unità nella valorizzazione sincera di ogni diversità.

Cari Goriziani, studiamo lo sloveno, dragi Goričani, učimo se italijansko!

venerdì 8 dicembre 2023

La morte di Dario Stasi, un grande vuoto in città

Con la morte di Dario Stasi, Gorizia perde un punto di riferimento molto importante. Al di là della sua vita familiare e lavorativa, è stato un autentico protagonista del cammino verso l'abbattimento dei muri - fisici e mentali - esistenti tra Nova Gorica e Gorizia.

Fine conoscitore della storia e grande comunicatore, ha lanciato l'intuizione della rivista Isonzo/Soča. Grazie alla sua ferrea volontà, è riuscito a creare una rivista bilingue in tempi molto lontani da quelli attuali, oltre 110 fascicoli pregni di vicende del territorio, raccontate dai maggiori studiosi, esperti e appassionati, del territorio. Fin quando ha potuto, ha percorso in bicicletta i più remoti angoli della zona, i suoi itinerari sono confluiti nel bellissimo libro "Intorno a Gorizia". Ha sensibilizzato tutti su alcuni aspetti particolari, si deve a lui la proposta e la realizzazione della lapide dedicata ai capi della rivolta dei Tolminotti, assai opportunamente collocata nella piazza delle esecuzioni. Ha amato profondamente Aquileia, leggendo tutto ciò che è stato finora pubblicato e proponendo sempre interpretazioni originali, anche se spesso legittimamente discusse e discutibili. Da questo punto di vista, ha cercato di unire i mondi che fanno capo ad Aquileia, sostenendo anche l'affascinante tesi secondo la quale la via che univa Aquileia con Lubiana, la romana Emona, fosse la via Gemina. Il suo progetto di scrivere un libro sull'argomento e di produrre un documentario non era solo un'espressione di erudizione, ma un atto di amore nei confronti di una terra da lui descritta come crogiuolo di popoli, lingue e culture chiamate a essere in reciproco ascolto e fraterna condivisione.

14.04.2015, presentazione in Senato: Grasso Stasi Romoli Marini Fasiolo 
L'attenzione alle vicende relative al confine l'hanno portato a realizzare un altro grande progetto, quello della mostra sul "secolo lungo" goriziano, presentata a Gorizia, Nova Gorica e perfino nella prestigiosa sede del Senato della Repubblica Italiana. Da quella esposizione, che era riuscita a mettere insieme sensibilità politiche e culturali assai diverse fra loro, sono derivati anche i cartelloni illustrativi del Novecento Goriziano, che tuttora possono essere contemplati, con ammirazione per l'intelligenza della scelta dei temi e dei testi, presso i Giardini pubblici di Corso Verdi e davanti alla facciata della chiesa di Sant'Ignazio. Da no dimenticare sono le numerose gite, organizzate e guidate da Dario, anche in questo caso pionieristiche uscite alla conoscenza di Nova Gorica, Kromberk, Solkan e le valli dell'Isonzo/Soča e del Vipacco/Vipava.

Dal punti di vista politico Dario Stasi, dai tempi delle contestazioni studentesche del '68 goriziano fino ai giorni nostri, è sempre stato uomo di sinistra, ma sempre controcorrente. Vivace sostenitore delle proprie idee, si è sempre dimostrato aperto al confronto e al dialogo con tutti, anche con chi la pensava in modo diametralmente opposto al suo. Il suo orgoglioso libero pensiero non gli ha portato soltanto simpatie e adesioni, ma anche forti contrapposizioni, da lui sempre superate in vista dell'obiettivo fondamentale di riconoscere in Nova Gorica e Gorizia un'unica città unita nelle sue diversità. In fondo la proclamazione della Capitale europea della Cultura 2025 porta dentro di sé tanto dell'opera, a volte silenziosa a volte eclatante, del nostro "direttore". se dal punto di vista giornalistico, il suo capolavoro è stato Isonzo/Soča, dal punto di vista culturale e politico non si può dimenticare la co-fondazione del Forum per Gorizia nel 2005 come pungolo costruttivo nei confronti dell'amministrazione comunale guidata dal sindaco Vittorio Brancati. L'impegno di un centinaio di persone entusiaste, riunite di fatto proprio intorno a Dario Stasi nelle elezioni amministrative del 2007, ha portato il candidato sindaco del Forum a un passo da un possibile ballottaggio con il primo Ettore Romoli, nonché ben sei consiglieri nell'assise comunale. In questo senso, e non solo, il pensiero e l'azione di Dario hanno inciso anche sui cambiamenti esistenziali che hanno riguardato molti di noi. E di questo, personalmente, non finirò mai di conservare un pensiero colmo di gratitudine e di rispetto.

Caratterialmente, Dario Stasi è stato persona molto forte, con la quale non era difficile trovare anche momenti delicati, se non di scontro, almeno di assai vivace dialettica. Ciò che era comunque bello con lui, era la capacità di perdonarsi, andando oltre anche agli eccessi delle discussioni più accese, per sorriderci sopra riconoscendo che da ogni confronto si usciva arricchiti e ci si decideva a impegnarsi ancora più profondamente per la causa comune.

Cosa dire infine, sapendo di aver tralasciato tanto, in questo ricordo immediato, colmo di tristezza e di emotività. E' difficile immaginare la cultura della città senza Dario Stasi, anzi quasi impossibile. L'unico auspicio è che molti dei semi da lui gettati, coltivati e fatti crescere, siano portati a maturazione da chi con lui ha condiviso prospettive, battaglie culturali e azioni politiche. 

Un abbraccio a Nadia e agli altri suoi familiari e amici. E' difficile scrivere "che riposi in pace" a una persona che non è mai stata tranquilla e che ha investito tutto il suo tempo e le sue energie al servizio del Bene! Forse, Dario, basta dire che ci mancherai tantissimo e che lasci un grande spazio vuoto nella nostra città.

martedì 26 settembre 2023

Un breve ricordo di Anna Maria Fabbroni

E' difficile immaginare Gorizia senza Anna Maria Fabbroni. 

Ciò non soltanto perché la sua era una presenza che si notava, un po' in tutti gli ambiti della vita cittadina, presenza assidua e costante in ogni occasione, lieta o triste, della vita delle persone.

Soprattutto Anna Maria Fabbroni mancherà per la straordinaria capacità di portare una ventata di sorriso e di pace in qualunque posto transitasse. Era una di quelle personalità nello stesso tempo semplici e complesse, capaci di relazionarsi con i cosiddetti vip e con i più deboli, con una netta preferenza nei confronti di coloro che don Milani chiamava "gli ultimi".

Anche Anna Maria aveva il dono raro di una profonda umiltà. E' stata una delle voci poetiche più importanti dell'Italia degli ultimi decenni, eppure non si tirava mai indietro quando si trattava di celebrare un evento, un anniversario o una particolare situazione, portando sempre la sua parola poetica. A volte sosteneva il pianto dei sofferenti, altre la risata dei gaudenti, sapeva mescolare con sapienza gli ingredienti della vita, la gioia e il dolore, la serenità e l'inquietudine, la pace e l'amore.

Aveva un rapporto speciale con ogni persona che aveva a che fare con lei e ognuno la ricambiava con affetto e amore, come dimostrato dalle innumerevoli testimonianze di questi giorni.

E possedeva il dono della saggezza, così importante in una realtà di confine complicata come quella Goriziana. Si tratta della capacità di sdrammatizzare, di collegare chi è lontano, di mettere al centro delle relazioni il bene dell'altro e il perdono reciproco. E' l'intelligenza di chi sa disarmare il violento e il nervoso con il più delicato dei sorrisi e con la più intensa delle parole poetiche.

Ha attraversato tante espressioni artistiche, immettendo nelle forme dei colori e delle parole tutto sé stessa, celebrando con esse la sua profonda fede nell'amicizia e nei rapporti umani. 

Non c'è molto da aggiungere, se non la parola che sorge dal cuore di ogni persona che l'abbia conosciuta: GRAZIE!

mercoledì 31 maggio 2023

E se la Rimembranza si trasformasse in pace?

 

Gorizia, parco della rimembranza.

Della rimembranza di cosa? 

Dei soldati goriziani che avevano lasciato il territorio dell'Austria Ungheria e che erano morti con la divisa italiana durante la prima guerra mondiale. Era stato dedicato a loro il monumento, una specie di tempietto neoclassico con colonne sostenute da angeli della vittoria. Fu fatto saltare in aria nel 1944 dai domobranci, forse con la complicità degli occupatori tedeschi. Si decise di non ricostruirlo e di trasformare le rovine in una memoria triste.

Memoria di cosa?

Di quell'attentato, simbolo delle conseguenze dell'odio esasperato dall'assolutizzazione dei nazionalismi. Tutti i monumenti che circondano quello centrale ricordano corpi militari, dalla guardia di finanza ai carabinieri, dagli alpini alle forze di polizia, per arrivare fino ai Lupi di Toscana. Il più discusso dei segni della memoria è quello dedicato ai deportati dalla città, nel drammatico mese di maggio goriziano del 1945, ultima conseguenza della più sanguinosa guerra della storia, voluta da Hitler e annunciata con enfasi da Mussolini, davanti a un'enorme folla festante, il terribile 10 giugno 1940. Molti storici hanno messo in discussione, con documenti inoppugnabili, la stessa stesura dell'elenco dei nomi, molti dei quali non collegati al fenomeno della deportazione. Hanno anche rilevato come la correzione della lapide possa essere un atto di rispetto nei confronti di coloro che hanno effettivamente subito la deportazione e del ricordo dei loro familiari. Invece di cogliere l'occasione di adeguamento alla verità storica e di rispetto delle memorie, il monumento viene ampliato, tra l'altro con un vero e proprio lago di cemento a rubare ulteriore spazio alla terra che fu quella di un antico cimitero.

Non sarebbe male ripensare il parco della Rimembranza, affinché diventi uno spazio di riflessione di tutti. Si potrebbero ricordare anche gli antifascisti sloveni, vessati dalle persecuzioni nel ventennio.  deportati sloveni, italiani, ebrei che sono stati rinchiusi nel carcere di via Barzellini prima di essere avviati ai campi di concentramento e di sterminio. Si potrebbero ricordare tutte le vittime della prima guerra mondiale, i caduti civili e militari sotto tutte le bandiere belligeranti. Si potrebbero ricordare le donne che in diversi modi si sono adoperate per alleviare la sofferenza delle vittime.  Si potrebbero ricordare gli eroici disertori che si sono rifiutati di imbracciare le armi e di uscire dalle trincee e sono stati fucilati dai carabinieri. Si potrebbero ricordare le donne e gli uomini che hanno costruito la pace, hanno edificato ponti e abbattuto muri, come Franco Basaglia e tanti altri. Si potrebbero ricordare coloro che hanno impegnati la loro vita per promuovere gli ideali evangelici e gandiani della nonviolenza attiva, del disarmo radicale e della pace.

Non si tratta di cancellare il passato o di sradicare precedenti monumenti, ma soltanto di aggiungere, affinché il parco della Rimembranza sia il luogo del ricordo non soltanto di una parte, ma di tutti i Goriziani, compresi quelli che sono arrivati da poco e che ricordano i loro caduti, nel Mar Mediterraneo, sulla rotta balcanica, perfino - come Taymur - nel nostro bell'Isonzo. Solo così avrebbe senso anche togliere le macerie pericolanti del famoso monumento al centro del parco, riempire il vuoto con un bello spazio verde dove possano giocare e correre felici i bambini. Oppure lasciarlo così, ma dando a esso un nuovo significato, da spiegare adeguatamente a chi verrà a trovarci nell'ormai prossimo e fatidico anno 2025. 

giovedì 20 aprile 2023

Sulle tracce di un confine che non c'è più, sabato 22 alle 10.

 

E' un interessante appuntamento quello di sabato 22 aprile, dalle ore 10 in poi, con incontro a Miren (Merna), subito dopo l'antico confine, presso il cimitero.

Nell'ambito della tradizionale "uscita mattutina" della rassegna libraria Il libro delle 18.03, è infatti prevista un'uscita per conoscere alcuni luoghi che hanno caratterizzato l'ormai antico periodo della netta divisione fra Italia e Slovenia.

In particolare, grazie alla competente guida di Rok Bavčar e del Goriški Muzej di Nova Gorica, si potrà conoscere la tormentata vicenda del cimitero, tagliato in due dal confine, attraversato da un invalicabile filo spinato. Oggi è un monumento all'insensatezza delle frontiere e dei confini che separano le persone che coesistono nella stessa zona.

Si andrà poi alla torretta di avvistamento, che alcuni definiscono il più piccolo museo d'Europa. E' un luogo che testimonia la sofferenza di chi avrebbe voluto passare da una parte all'altra del confine (non sempre nella stessa direzione) e che ha sempre trovato la strada sbarrata dalla minaccia di un fucile o di una sparatoria. All'interno della torre, molte immagini ricordano le vicende di quel difficile periodo.

Se ci sarà il tempo, si potrà salire al suggestivo colle di Mirenski grad dove, sulle rovine di un antico castello, sono state edificate e riedificate dopo le distruzioni belliche la chiesa e la casa per esercizi spirituali, con la caratteristica "scala santa" e i forti affreschi di Tone Kralj. 

domenica 16 aprile 2023

Una "via dolorosa" lungo le strade di Gorizia

 

E' stata molto interessante la mattinata di sabato 16 aprile, grazie alla proposta dell'ANPI di Gorizia incentrata sulla visita ad alcuni luoghi importanti della città. 

Si è iniziato presso la sinagoga, dove Luciano Patat ha tracciato una breve sintesi della storia dell'ebraismo goriziano, soffermandosi in particolare sulla tragedia della deportazione degli appartenenti alla comunità di Gorizia, sterminata di fatto dalle deportazioni nei campi di sterminio nazisti.

Nella zona di via San Giovanni, dove tuttora è visibile il balcone in ferro battuto con al centro il monogramma dell'associazione sportiva Južni Sokol, sono state ricordate le forme di opposizione alla repressione fascista degli sloveni della Primorska, rilevando i luoghi degli incontri clandestini che hanno portato alla costituzione del gruppo TIGR. Di esso ha parlato Gorazd Humar, presidente attuale del sodalizio che tiene viva la memoria della lotta del popolo sloveno per la salvaguardia della propria lingua e cultura. 

La sosta successiva è stata davanti al Seminario teologico centrale di Gorizia, dove è stato ricordato il ruolo multiforme della Chiesa cattolica nel periodo del fascismo e durante la seconda guerra mondiale. Si è sottolineato il ruolo degli arcivescovi Sedej e Margotti, in mezzo a loro il (funesto) periodo, dal 1931 al 1934, dell'amministrazione apostolica di Sirotti. Si sono notate le differenze d'approccio del clero e del laicato sloveni, friulani e italiani, nella prospettiva di una nuova fase di collaborazione e pacificazione realizzata - almeno in parte - soltanto negli anni '60 del XX secolo.

La visita esterna del palazzo del Trgovski dom, edificato nel 1903 dall'architetto Max Fabiani, ha consentito di fare il punto sulle attività commerciali e culturali della comunità slovena goriziana all'inizio del XX secolo. Si è poi ricordata la continua pressione da parte dei fascisti che ha portato, nel 1926, all'assalto e alla devastazione dell'ambiente e alla sua successiva trasformazione in Casa del fascio, così denominata fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando, per un paio d'anni, fino al 1947, è stata Casa del popolo. Divenuta sede di uffici statali, solo nell'ultimo periodo è ritornata alla Comunità slovena, che ne ha realizzato per il momento la bella biblioteca Fejgel e un vivace centro culturale.

Il gruppo si è spostato poi in Largo Culiat, dove Anna Di Gianantonio ha descritto gli avvenimenti accaduti negli edifici circostanti. C'è la bella, ma in progressivo degrado, villa Louise, meglio conosciuta come Villa Elda, in memoria della sorella di Carlo Michelstaedter, moglie del medico Silvio Morpurgo, costretto dalle leggi razziali a chiudere il proprio studio medico. C'è l'attuale scuola Locchi, un tempo caserma dove venivano portati gli arrestati che, dopo tremende torture, venivano instradati verso i campi di concentramento e stermino nazisti. La stessa sorte era riservata a coloro che venivano presi e portati in una casa dell'attuale via Crispi e soprattutto in Via Roma, torturati e umiliati prima della deportazione o dell'eliminazione fisica.

Insomma, si è trattato di un viaggio nel cuore della città, con alcune suggestioni nuove e inedite, sempre con nella mente e nel cuore l'orrore per il totale disprezzo della vita e della dignità di ogni persona.

sabato 4 marzo 2023

Ancora sulla toponomastica. Le 90 vie più cercate a Gorizia...

 

C'è chi ripete come un mantra il ritornello secondo il quale una non meglio precisata "sinistra" vorrebbe cambiare i nomi delle vie dedicate ai patrioti italiani.

E' un falso. Intanto la proposta non è di una generica "sinistra" ma di persone che hanno nomi e cognomi, tra essi senz'altro anche il mio. Poi non si vuole affatto cambiare tutta la toponomastica, ma soltanto equilibrarla, anche per presentare ai visitatori della capitale europea della Cultura, una città anche storicamente davvero multi e pluri culturale.

Perché questo accanimento? Perché bastano un paio di numeri per accorgersi della sproporzione. Delle 90 vie più ricercate a Gorizia sul motore di google, 60 sono dedicate a personalità e vicende esclusivamente legate alla storia d'Italia (Risorgimento, prima guerra mondiale, ecc.), 23 sono toponimi locali sopravvissuti (tipo via Rastello, via delle Monache, Borgo del castello, ecc.), 2 sono riferite a sloveni (Tominz e Lasciac - scritti così), 5 a santi (Francesco, Antonio, Chiara, ecc.). Da notare le intitolazioni "al femminile", soltanto 2 (Santa Chiara e via delle Monache).

Insomma, se la capitale europea della cultura si caratterizza per la compenetrazione tra le realtà presenti sul territorio, il risultato di 60 a 2 nel computo delle vie dedicate a italiani e sloveni non sembra un tantino sproporzionato? Non sarebbe da dimenticare neppure l'importante componente storica friulana, praticamente inesistente tra le "prime" 90 vie. C'è di sicuro Zorutti, tra le vie minori, ma forse si potrebbe pensare a un Celso Macor, ad Anna Bombi e a tanti altri...  E se si parla di parità di genere, un risultato di 62 a 2 anche per ciò che concerne il rapporto tra uomini e donne, non sembra un po' esagerato?

Ecco, tutto qua!

Tutto qua, non si tratta di stravolgere l'universo, ma di riequilibrare in modo equo la toponomastica.

giovedì 2 marzo 2023

Cjacole goriziane...

 

E' proprio antipatica questa nuova macchina mangiasoldi per parcheggio.

No, non è vero che tutte sono antipatiche. In centro è giusto pagare per occupare il suolo pubblico con la propria automobile. E' un deterrente contro il traffico, un tacito invito ad andare a piedi o in bicicletta, un modo per offrire a un Comune la possibilità di investire di più in sicurezza stradale ed educazione alla fruizione ecologica della città.

Quindi il problema non è che si debba pagare, l'euro all'ora o il mezzo euro nel mercato all'aperto e in piazza Battisti.

La questione riguarda la richiesta di digitare la targa per poter ottenere il fatidico biglietto. A parte i santi e le madonne che partono dal pilastrino ogni volta che l'automobilista ignaro sta per mettere dentro la moneta e scopre di doversi ricordare il numero di targa. Fa degli sforzi mnemonici pazzeschi, salvo innervosirsi e incrementare l'amnesia. 

Ma ancora di più è antipatico il principio. Non si può più donare il fogliettino con il tempo rimanente e non usufruito a qualche altro successivo parcheggiatore. Questo proprio non capisco. Io ho pagato fino alle 19 e me ne vado alle 18, perché non posso regalare l'ora che ho già saldato al nuovo arrivato? No, deve prendere il biglietto anche lui e quindi lo stesso spazio viene pagato due volte. E si disincentiva la forza del rapporto umano, quello che consente di tendere il fatale fogliettino, con un empatico sorriso seguito quasi sempre da un grato buon giorno o buona sera.

Arridateci le macchinette che non chiedono la targa, per favore!

A proposito, quando comincerà a funzionare il pluripromesso Gorica bike transfrontaliero?

sabato 10 dicembre 2022

Nella Giornata dei Diritti dell'Uomo, l'incontro con don Alberto De Nadai al Kulturni dom. Il link all'incontro...

 

Foto Paolo Zuliani

La sala principale del Kulturni dom di Gorizia, ieri sera era quasi del tutto piena. Erano presenti tanti ex parrocchiani di Sant'Anna, insieme a tanti collaboratori delle varie "ore" dei 90 anni di don Alberto De Nadai. Ha raccontato la sua storia, con passione ed emozione, ha fatto sentire il suo segmento di vita quello di ognuno dei presenti che, in un modo o nell'altro, hanno avuto a che fare con lui. Ecco di seguito ancora una riflessione, nel clima dell'assemblea del Kulturni, magistralmente introdotta dal direttore Igor Komel. Nella Giornata dei Diritti Umani, pensiamo alla vita di un uomo che ha cercato, nel suo piccolo, di garantirli a tutti, soprattutto ai più deboli e ai più fragili. Buona lettura... E per chi se la fosse persa, la serata è riprodotta in un video su you tube, curato da Nevio Costanzo. Ecco il link: https://youtu.be/9pna0Zo-BRg Ne vale davvero la pena! 

Nato a Salgareda (TV) il 27 novembre 1932, don Alberto De Nadai è da oltre 60 anni un testimone importante della vita sociale di Gorizia.

Di certo, l’inizio del ministero sacerdotale non avrebbe potuto far prevedere una storia di un prete così radicalmente impegnato nell’attuazione di alcune delle esperienze più innovative e per certi versi più rivoluzionarie della Chesa cattolica italiana appena uscita dal Vaticano II. Lo troviamo infatti segretario dell’Arcivescovo Ambrosi e poi severo vicerettore di un Seminario diocesano ancora molto legato agli schemi preconciliari.

E’ la parrocchia a cambiare il suo punto di vista, in un certo senso a “convertirlo” a una Chiesa diversa, autenticamente popolo di Dio, là dove il prete non è il “capo”, ma il “servitore” di una comunità di base che, confrontandosi con il Vangelo, vuole leggere la storia con gli occhi di chi crede nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità. Quando don Alberto viene inviato nel nascente quartiere di sant’Anna, si è spenta da poco la voce profetica di don Lorenzo Milani e molti giovani sono ancora influenzati dalle letture di don Primo Mazzolari e dalla testimonianza di dom Helder Camara e dei primi teologi della liberazione. Il giovane parroco comprende subito la sfida di trasformare un agglomerato di persone che non si conoscono fra loro e che cominciano ad abitare la nuova zona, in vera comunità, prima di tutto civile e, per i credenti, anche cristiana. Insieme a tanti altri collaboratori, si creano i primi centri sociali, si rivendicano i più elementari diritti e la realizzazione degli indispensabili servizi alla collettività e prende piede una delle prime comunità di base italiane. Si intessono rapporti con altre realtà, in Italia e all’estero, nomi ben noti come quelli dell’abate Franzoni, di Gerardo Lutte, di don Mazzi e della sua Comunità dell’Isolotto a Firenze diventano “di casa” anche a Gorizia. Si respira un’aria costruttiva di forza creativa, di fermento popolare, di cultura dell’amicizia e della solidarietà. Il “don” diventa punto di riferimento non solo per i cattolici, ma anche e soprattutto per donne e uomini di buona volontà, animati dal desiderio di fare di sant’Anna una realtà accogliente per tutti. Il pensiero sociale comunista e quello cristiano sembrano trovare una straordinaria sintesi dove ciascuno, restando fedele alla propria storia e identità, si rimbocca le maniche e lavora fianco a fianco per edificare una città pacifica e giusta. Naturalmente non tutti guardavano di buon occhio quell’esperimento profetico, le critiche pubbliche, firmate e anonime, non mancavano. La goccia che fece traboccare il vaso fu una questione economica e burocratica, riguardante l’uso delle offerte raccolte nel quartiere che la comunità aveva deciso di devolvere alle esigenze del quartiere invece che versarle nelle casse della Curia diocesana. Apriti cielo. L’Arcivescovo Cocolin compì l’atto forse più doloroso dell’intero suo episcopato. Don Alberto ci rimise non solo la parrocchia, ma anche l’insegnamento della religione nelle scuole. Divenne, pur non avendolo programmato, un prete operaio, mantenendosi facendo il gommista in un’officina gestita da amici, vivendo un periodo in alloggi di fortuna prima di approdare al mitico alloggio di Via Canova 11.

Inizia così la terza fase della vita di un prete che è sempre rimasto fedele alla sua vocazione, anche quando tutto lo avrebbe indotto a lasciar perdere tutto e a dedicarsi in modo laico ai suoi progetti di bene. Questa nuova “conversione” avviene per opera di una categoria per lo più dimenticata in città, quella rappresentata dai più poveri e più fragili. Andando ad abitare in via Canova, don Alberto scopre la realtà di cittadine e cittadini che dormono all’aperto, trovando spesso rifugio negli anfratti dei resti del monumento ai caduti dell’antistante parco della Rimembranza. La sua casa diventa subito un rifugio per chi non ha dimora, ma don De Nadai si accorge subito di non poter dare risposte sufficienti a un bisogno riconosciuto come molto ampio e diffuso. Nasce così la Comunità Arcobaleno, esempio di buone pratiche tra volontariato e istituzione pubblica, in particolare il comune che mette a disposizione un alloggio in via San Michele. Ma anche questo non è sufficiente, non basta fornire un alloggio, per garantire rispetto e dignità alle persone è necessario dare loro l’opportunità di lavorare. E si avvia la Cooperativa Arcobaleno, inizialmente finalizzata a creare piccole e grandi occasioni di impiego per chi frequentava la comunità. E’ la volta poi della Tempesta, centro terapeutico originale e anche in questo caso innovativo, per l’uscita dalle tossicodipendenze senza dover abbandonare i propri luoghi di crescita e di vita. Non poteva mancare una speciale attenzione alla salute mentale, sulla scia degli insegnamenti di Franco Basaglia. Si crea così l’Oasi del Preval, nelle intenzioni un piccolo paradiso di convivenza e di impegno. Ma l’amore più grande è per don Alberto la Casa Circondariale di Via Barzellini, frequentata per decenni quasi quotidianamente, come semplice volontario e poi anche come Garante provinciale delle persone private della libertà individuale. Anche oggi, a 90 anni suonati, ogni giorno le porte della prigione si aprono per lasciare entrare quest’uomo che porta una parola di conforto a detenuti e agenti di custodia, una preghiera laica e rispettosa delle diversità di religione e di culto, soprattutto tanto aggiornamento culturale e tanto aiuto nel momento dell’”uscita”.

Certo, intendiamoci, lo spirito di un “fondatore” non sempre si adatta alle banali necessità del quotidiano. Don Alberto, con il suo carattere forte e le sue a volte ferree convinzioni, ha spesso sperimentato e a volte ha anche lui stesso dimostrato momenti di fatica e incomprensione da parte e nei confronti di chi ha avuto occasione di stargli accanto e di lottare insieme a lui. Non sono mancate le rotture, i cambiamenti di rotta, gli abbandoni e i ritrovamenti, così come si addice a qualsiasi esperienza profondamente e autenticamente umana. Tuttavia, anche quando alcune delle realtà da lui fondate sono andate avanti su strade diverse da quelle previste originariamente, la stima è sempre rimasta intatta, anche per una rara capacità del “don” di superare con pazienza e spirito di tolleranza ogni crisi, nella convinzione che la salvaguardia della relazione interpersonale sia più importante dell’incaponirsi sulle proprie pretese e visioni del presente.

Tutta questa attività non ha impedito ad Alberto di svolgere anche una sua particolare missione di vicinanza a tutti i goriziani, trovandosi vicino a ogni famiglia nei momenti del dolore e in quelli della gioia. Questo suo particolare modo di essere prete, fuori dagli schemi e dai mandati ufficiali, l’ha portato a essere forse la prona in assoluto più conosciuta e in buona parte amata della città. Chi non l’ha visto sfrecciare con il suo vespino lungo il Corso o le vie centrali e periferiche? Chi non si è sentito chiamare per nome o chiedere informazioni sullo stato di salute? Chi non si è sentito trattare pienamente da “persona”, indipendentemente da ogni lingua parlata, concezione della vita o classe sociale di appartenenza?

Ecco, questo e molto altro è don Alberto De Nadai, un “uomo” prima di qualsiasi altra definizione. Un uomo al quale, dopo aver raggiunto il traguardo dei 90, auguriamo di cuore ancora tanti ma tanti anni di vita e di servizio alla nostra città, che mai come in questo momento ha bisogno di valorizzare e imparare dai suoi più qualificati testimoni.

domenica 4 dicembre 2022

Venerdì 9 alle 18 l'atteso incontro con don Alberto De Nadai al Kulturni dom di Gorizia. Srečanje v petek 9.12. ob 18. uri Kulturni dom Gorica

 

Ecco il comunicato, in lingua italiana e slovena, del Kulturni dom che "annuncia" l'intervista con don Alberto De Nadai, il 9 dicembre alle ore 18. Assolutamente da diffondere, un incontro da non perdere!

Per ricordare i suoi 90 anni appena compiuti e per ripercorrere la storia della Gorizia dal dopoguerra ai nostri giorni attraverso gli occhi e il cuore di don De Nadai, il Kulturni dom di Via Brass 20 e la coop. culturale Maja, propongono un momento di incontro e riflessione che si terrà venerdì 9 dicembre, alle ore 18, sotto la forma di un’intervista a don Alberto, introdotta dal direttore Igor Komel e condotta dal giornalista Andrea Bellavite.

 Don Alberto De Nadai è nato a Salgareda (TV), il 27 novembre 1932. Trapiantato ben presto dalle rive del Piave a quelle dell’Isonzo, è diventato prete nell’Arcidiocesi di Gorizia alla fine degli anni ’50, ordinato dall’Arcivescovo veneto Giacinto Ambrosi. Il suo ministero è nettamente diviso in due parti. La prima lo ha visto vicino al vescovo, come segretario e collaboratore, poi vice rettore del Seminario diocesano, allora situato in Via Alviano, nel grande edificio dove oggi c’è la sezione di Gorizia dell’Università di Trieste. La seconda parte inizia con l’invio del giovane sacerdote nel nuovo quartiere di Sant’Anna, con l’incarico di costruire relazioni tra le persone più che efficaci strutture pastorali. 

A Sant’Anna si prodiga per anni, vicino a ogni parrocchiano, credente o meno, povero o ricco, con una netta predilezione per i più fragili e per i più deboli. Alcune scelte, decise insieme a una delle prime comunità di base d’Italia, portano don Alberto a una vera e propria defenestrazione. Gli anni del Concilio hanno ormai esaurito la loro forza propulsiva e manca il coraggio di incentivare una delle più originali forme di realizzazione comunitaria dei dettami del Vaticano II. Don Alberto viene rimosso dalla parrocchia, non insegna più la religione nelle scuole e si trova costretto a guadagnarsi da vivere svolgendo le mansioni di operaio presso un amico gommista. Prima vive in ricoveri di fortuna, poi riceve un appartamento, in Via Canova 11, che diventerà il suo quartier generale per le grandi imprese sociali che grazie al suo apporto saranno realizzate in città.

Scoprendo con stupore quante persone vivevano tra gli anfratti del monumento demolito al centro del Parco della Rimembranza, fa, per quanto possibile, della sua casa un centro di accoglienza e di conforto. Comprende quanto sia necessario un “luogo” ospitale per tutti coloro che sono senza dimora e fonda la Comunità Arcobaleno, per dare riparo e prospettiva di vita. Avvia poi la Cooperativa Arcobaleno, per favorire l’inserimento lavorativo di quelli che don Milani definiva “gli ultimi”. E’ poi la volta della Tempesta, originale comunità terapeutica per l’uscita dalle dipendenze, autonoma e autogestita. Da instancabile fondatore propone l’apertura dell’Oasi del Preval, per una particolare attenzione ai problemi legati alla salute mentale. Non rigetta mai la scelta di essere nel sacerdozio, la cui dignità difende in ogni modo, anche quando la chiesa diocesana sembra emarginarlo in una sorta di nebbiosa dimenticanza. Esercita il suo ministero sulla strada, incrociando con una parola e con un sorriso ogni cittadina e cittadino, partecipando delle gioie e dei dolori che ogni umana esistenza porta con sé. Questo “servizio sulla via” lo ha portato a essere forse il “goriziano” più conosciuto e apprezzato della città, nonostante una naturale ritrosia alle lodi e alle celebrazioni che lo ha sempre contraddistinto.

In tutta la sua storia, c’è un luogo che non ha lasciato mai, ed è la Casa Circondariale di Via Barzellini, una sorta di seconda casa per lui. Ogni giorno, anche ora che ha varcato la soglia dei 90 anni, don Alberto è “dentro”, per ascoltare, sostenere, aiutare, confortare, ma anche consigliare e se necessario rimproverare. E’ un lavoro culturale e autenticamente spirituale, esercitato volontariamente e gratuitamente, con il solo obiettivo di aiutare i detenuti a riscoprire il senso della vita e la speranza di un ritorno nell’ordinario scorrere dei tempi della società. Il suo è un importante servizio, non tanto alla Chiesa, quanto alla realtà civile del territorio, il richiamo costante alla sofferenza di chi vive nel palazzo più centrale di Gorizia, nel massimo oblio da parte della stragrande parte dei cittadini.

Come in ogni umana avventura, anche in quella di don Alberto non ci sono soltanto rose e fiori, ma anche spine e cardi che hanno segnato il suo percorso, rendendo ancora più forte e più vera la sua esperienza e la sua testimonianza.

L’incontro (ad ingresso libero) è promosso dal Kulturni dom di Gorizia e dalla cooperativa  culturale Maja di Gorizia, nell’ambito del progetto “Čedermaci našega časa” (I protagonisti del nostro tempo), in collaborazione con l’associazione “1001” di Gorizia e con il patrocinio della Regione FVG e l’Unione economica culturale slovena (Skgz) di Gorizia


V petek, 9. decembra 2022 ob 18. uri, bo v Kulturnem domu v Gorici (ul. Brass, 20), srečanje z goriškim župnikom - delavcem Don Albertom De Nadaijem, ob njegovi 90-letnici. Z njim se bo pogovarjal goriški novinar in pisatelj Andrea Bellavite, medtem ko bo uvodno misel podal predsednik Kulturnega doma Igor Komel.

Don Alberto De Nadai je na Goriškem stvaren simbol solidarnosti in vzajemnosti, saj je vse svoje življenje dobesedno »daroval« bližnjemu, oziroma »zadnjim« na družbeni lestvici: revežem, zapornikom, emigrantom, itd. V letih ’80 je bil med osrednjimi pobudniki ustanovitve socialne zadruge Arcobaleno v Gorici, ki se je v naslednjih desetletjih izkazala, kot nadvse pomembno in dobrodošlo zatočišče mnogim, ki jim življenjska pot ni bila posejana s cvetjem. Don Alberto je pri raznih socialnih, mirovnih in solidarnostnih pobudah redno sodeloval z mnogimi goriškimi ustanovami, kamor gre prišteti tudi sodelovanje s Kulturnim domom v Gorici in kulturno zadrugo Maja (Sonce miru, »Kdor takoj pomaga, dvakrat pomaga«, Manifestacija za mir »6. avgust – Hirošima '45« itd.).

Svojevrstni večer prirejata Kulturni dom v Gorici in kulturna zadruga Maja iz  Gorice, (v okviru projekta »Čedermaci našega časa»), v sodelovanju z goriškim Odborom za mir, združenjem Apertamente, zadrugo Arcobaleno in združenjem »1001« ter pod pokroviteljstvom Dežele Fjk.

sabato 3 dicembre 2022

Su un affresco in Via dei Cappuccini

 

Via dei Cappuccini, Gorizia. Alzando lo sguardo si può ammirare un affresco sulla parete di una casa, più o meno sopra lo storico negozio Godina, i cui proprietari hanno reso possibile il restauro,

Si è tra il XVII e il il XVIII secolo, l'autore è ignoto. Interessante l'iconografia, con due Madonne con il Bambino simmetriche che circondano, quasi inglobandola in un ideale cerchio, una suggestiva e un po' evanescente fuga in Egitto. Sulla destra si riconosce un soldato a cavallo che infilza con energia una specie di drago, quasi un'ombra oscura che vorrebbe uscire dalla terra, ma viene fermata dalla lancia, impugnata, probabilmente, da san Giorgio. Sulla sinistra, una figura femminile. Si può presumibilmente ipotizzare una santa Maria Maddalena penitente, rivolge lo sguardo alle due "maternità", è istruita dal Vangelo e osservata da un fragile crocifisso. Potrebbe essere anche qualche personaggio maggiormente legato al territorio, una figura molto legata alla parola di Dio e alla contemplazione. Chi può saperlo?

Perché questo dipinto, in una zona nella quale non c'è memoria della presenza di una chiesa? Forse, ma sottolineando il forse, potrebbe trattarsi di un ex voto. Una famiglia ringrazia in questo modo la Madonna per qualche grazia ricevuta, oppure, come in altri casi a Gorizia e altrove, si vuole attribuire all'intervento divino l'essere stati risparmiati, da un'epidemia o da qualche altra sciagura.

Il richiamo natalizio alla fuga in Egitto può richiamare proprio l'essere scampati a qualche tragedia, come Gesù bambino che viene salvato dalla mano provvidente di Dio dalla strage degli innocenti (perché poi Dio debba salvarne uno, senza far nulla per impedire il massacro di tutti gli altri, è una domanda che apre la questione teologica più delicata e drammatica riguardante il rapporto tra volontà di Dio e libertà della Storia...). San Giorgio, o chi per lui, che combatte con il drago vuole infondere la fiducia che alla fin fine la luce vince sempre sulle tenebre (ma è poi davvero così? altra questione teologica di non poco conto, sulla quale prima o poi tornare). E Maria Maddalena, la donna più vicina a Gesù, richiama che per rendere presente il suo Amore, occorre ascoltare la sua Parola ma anche essere certi che attraverso la croce avvengono la redenzione e la liberazione da ogni forma di male.

Ecco, quante riflessioni suscitano questi popolari segni di fede del passato, che invitano a pensieri che riguardano il presente e che come tali interpellano -  e si lasciano interpellare - dalla post modernità.

Naturalmente, se qualcuno che ne sa di più su questa pittura volesse aggiungere qualche altra informazione o spunto ermeneutico, sarebbe più che bene accetto!

lunedì 28 novembre 2022

Venerdì 9 dicembre, ore 18 al Kulturni dom: don Alberto si racconta...

Per ricordare i 90 anni appena compiuti e per ripercorrere la storia della Gorizia dal dopoguerra ai nostri giorni attraverso gli occhi e il cuore di don De Nadai, il Kulturni dom di Via Brass propone un momento di incontro e riflessione che si terrà Venerdì 9 dicembre, alle ore 18, sotto la forma di un’intervista a don Alberto, introdotta dal direttore Igor Komel e condotta dal curatore di questo blog.

Sul prossimo numero di Voce Isontina ci sarà una pagina dedicata al suo percorso di vita e di servizio, nella città di Gorizia e altrove. Ecco alcune anticipazioni:

Don Alberto De Nadai è nato a Salgareda (TV), il 27 novembre 1932. Trapiantato ben presto dalle rive del Piave a quelle dell’Isonzo, è diventato prete nell’Arcidiocesi di Gorizia alla fine degli anni ’50, ordinato dall’Arcivescovo veneto Giacinto Ambrosi. Il suo ministero è nettamente diviso in due parti. La prima lo ha visto vicino al vescovo, come segretario e collaboratore, poi vice rettore del Seminario diocesano, allora situato in Via Alviano, nel grande edificio dove oggi c’è la sezione di Gorizia dell’Università di Trieste. La seconda parte inizia con l’invio del giovane sacerdote nel nuovo quartiere di Sant’Anna, con l’incarico di costruire relazioni tra le persone più che efficaci strutture pastorali (...)

Scoprendo con stupore quante persone vivevano tra gli anfratti del monumento demolito al centro del Parco della Rimembranza, fa, per quanto possibile, della sua casa un centro di accoglienza e di conforto. Comprende quanto sia necessario un “luogo” ospitale per tutti coloro che sono senza dimora e fonda la Comunità Arcobaleno, per dare riparo e prospettiva di vita. Avvia poi la Cooperativa Arcobaleno, per favorire l’inserimento lavorativo di quelli che don Milani definiva “gli ultimi”. E’ poi la volta della Tempesta, originale comunità terapeutica per l’uscita dalle dipendenze, autonoma e autogestita. Da instancabile fondatore propone l’apertura dell’Oasi del Preval, per una particolare attenzione ai problemi legati alla salute mentale. Non rigetta mai la scelta di essere nel sacerdozio, la cui dignità difende in ogni modo, anche quando la chiesa diocesana sembra emarginarlo in una sorta di nebbiosa dimenticanza. Esercita il suo ministero sulla strada, incrociando con una parola e con un sorriso ogni cittadina e cittadino, partecipando delle gioie e dei dolori che ogni umana esistenza porta con sé. Questo “servizio sulla via” lo ha portato a essere forse il “goriziano” più conosciuto e apprezzato della città, nonostante una naturale ritrosia alle lodi e alle celebrazioni che lo ha sempre contraddistinto (...)

sabato 26 novembre 2022

Nuovo Cinema... Stella Matutina

Quanti ricordi suscita in me il vecchio Cinema Stella Matutina. Lì ho visto transitare e ho ascoltato personaggi straordinari, come ad esempio Raoul Follereau, l'apostolo dei lebbrosi transitato per Gorizia intorno al 1970 per favorire l'avvio del progetto missionario della Chiesa diocesana. 

E' stato la mia prima sala cinematografica, dove venivano proiettati solo quei film che i genitori del tempo potevano tollerare. Erano due le sale "cattoliche", questa e il "San Giorgio" di Lucinico. Presentavano pellicole assai morigerate e sulle bacheche esterne venivano affissi i cartelli del CCC (Centro Cattolico Cinematografico) con i giudizi che davano il via libera ai non molti "adatti per tutti" e che suscitavano un inconfessabile interesse nei confronti dei tanti che venivano definiti "inaccettabile, scabroso" o "problematico, escluso". C'era un altro cinema a Gorizia che si interessava dei più piccoli, sia pur per un giorno soltanto. Sorprendentemente era il Cinema Vittoria, nell'omonima piazza, che a Natale proponeva colorati cartoni animati, mentre in tutto il resto dell'anno, senza eccezioni, era totalmente off limits per i minori di 18 anni.

La sala si prestava anche a rappresentazioni teatrali e a conferenza di ogni sorta. Con il gruppo dei "Ragazzi Nuovi", legato ai gesuiti del vicino "Centro", si organizzavano grandi tavole rotonde, invitando coetanei delle scuole medie a discutere di politica, di cultura, di scuola e di religione. Altri tempi, certo, ma è ancora tanto vivo il ricordo di quel cinema strapieno di ragazzi, dell'emozione dei primi interventi in pubblico, con l'aiuto di un rudimentale microfono, dell'ascolto attento e degli interventi di sostegno e di critica. E sul fondo, con un sorriso compiaciuto, c'erano i "padri", Serafino Brignoli e Federico Masiero, più di tutti gli altri, che peraltro erano fratelli laici e ci avevano accompagnato nella nostra crescita, giorno dopo giorno, con pazienza e straordinaria creatività.

Erano momenti coinvolgenti e indimenticabili, come quando, ragazzini imberbi, si andava a intervistare le guardie sul confine o le donne che vendevano i funghi della foresta di Tarnova al mercato. E proprio nella struttura del cinema si presentavano i risultati delle inchieste, pubblicati sul "nostro" periodico "Beata Gioventù", dimostrando, cinquanta anni prima, perché Gorizia e Nova Gorica avrebbero dovuto essere già in quel tempo "capitale europea della cultura". No, certo non usavamo questa espressione, ma ci rendevamo conto e davamo atto della bellezza dell'incontro tra diverse culture, della necessità di conoscere le reciproche lingue, della gioia di costruire nuove amicizie, da una parte e dall'altra di un inutile confine.

Quanto tempo è passato... La Stella Matutina, un tempo brulicante di bambini e ragazzi vocianti, oggi è salvata dalla rovina dagli uffici e dalle aule dello IAL. L'ampio giardino, dove si giocava a pallacanestro, a bocce o si correva in bicicletta, ormai è soltanto un ricordo sbiadito. C'era anche un campo di calcio e fratel Serafino c ci faceva vedere le rondini che volavano alte, venivano dalla chiesa del Sacro Cuore, attraversavano tutta l'area e sparivano dietro alle torrette della scuola Leopardi, che mi ha ospitato negli anni della mia quarta e quinta elementare. E diceva che "la vita è come il volo di una rondine, trascorre in un istante...". Beh, quella volta non lo capivamo, ma adesso, chi potrebbe dargli torto?

Ecco quello che mi passa per la testa ogni volta che passo davanti a ciò che resta del Cinema Stella Matutina, all'impalcatura di legno ormai aggredita dalle piante rampicanti che racconta un degrado progressivo, la cui ultima parola sarà probabilmente la rovina definitiva decretata dagli impossibili costi di ristrutturazione e di manutenzione.

Andrà a finire così? E' molto probabile, ma questa amara constatazione non fa che acuire la stretta al cuore, quelle travi sembrano sostenere non soltanto un muro che rischia di crollare, ma anche i dolci ricordi di chi ha vissuto quei tempi e che li sente, giorno dopo giorno, svanire.

lunedì 14 novembre 2022

Qualche interrogativo "staro" Goriziano

 

Senza intenzione polemica, ma soltanto per conoscere e far conoscere a che punto si è, vorrei porre quattro domande.

1. Lasciando stare gli annunci sulla "prossima" inaugurazione degli ascensori al castello, ripetuti ritualmente ormai da oltre dieci anni, la domanda, sicuramente verificabile è: quanto esattamente sono costati finora alla collettività gli interminabili lavori, con tutte le sorprese e gli "imprevisti" che hanno caratterizzato il percorso?

2. Rimanendo nell'ambito del castello, ormai chiuso da diverso tempo, la domanda, rivolta da qualsiasi turista deluso a qualsiasi autoctono che si trovi a passare da quelle parti, è: quando esattamente riaprirà quello che alcuni definiscono uno dei "simboli della città"?

3. Senza allontanarsi molto, ecco un altro spazio pubblico sottratto ai cittadini, evidentemente per motivi di sicurezza. E' il suggestivo camminamento sul lato est di Borgo Castello, un tempo meta di piacevoli passeggiate con vista sulla Vipavska dolina. E' interdetto al passaggio da quasi tre anni. Domanda: sarà bonificato, messo in sicurezza e riaperto al pubblico? Fino a quando sarà bloccato dalle transenne?

4. Infine, un'ultima domanda va alla Valletta del Corno, presentata un po' pomposamente come una specie di Central Park in salsa Goriziana. Al netto delle inevitabili interruzioni provocate dalla pandemia e dei soliti fisiologici imprevisti, qualcosa si dovrebbe cominciare a vedere, dopo il superamento del limite per la consegna dei lavori. La domanda è: quando sarà aperto il Parco del Corno, giusto tributo al povero fiume, in Slovenija chiamato Koren, che ha pagato a caro prezzo gli avvenimenti politici, culturali e urbanistici dell'intero Novecento?

Ah sì, già che ci si è, a che punto si è con la ristrutturazione dell'ex Cinema Stella Matutina, la cui impalcatura tra breve rischia di essere vincolata come forma di archeologia industrale?

lunedì 1 agosto 2022

Un'estate arida e bollente

Cominciamo con un'immagine impressionante, l'Isonzo, la Soča, all'altezza della Mainizza. Non c'è più un filo d'acqua, emergono nella loro imponenza i resti del grande ponte romano sulla via Gemina. Ovunque aleggia un odore di marcio, di morte. Quante volte su queste rive ci si è fermati a contemplare il maestoso scorrere del fiume, si è accompagnato - senza troppa invidia - qualche amico pescatore, si è passeggiato mano nella mano con la futura sposa, ci si è rinfrescati gettandosi nelle gelide acque per sfuggire per qualche istante al calore estivo? Sì, in secca lo si era già visto altre volte, il livello si era pericolosamente abbassato, ma così no, così proprio non si era mai presentato. E' solo colpa del caldo, dell'ormai evidente cambiamento climatico? Forse no, dal momento che nell'alto corso l'acqua scorre ancora e che fino a Gorizia la si può ben vedere. Ma i canali che agevolano lo sfruttamento intensivo della terra, questi si portano via quasi tutto, l'agro gradiscano in particolare perché all'altro, quello che va verso Monfalcone, resta ben poco da raggranellare. 

Parliamo ora del Torre, o "dela Tor" come amano chiamarla i friulani. E' un torrente, famoso per le sue piene improvvise, perfino l'imperatore Carlo I rischiò di lasciarci le penne, proprio a Villesse, nel luogo immortalato dalla foto. Insomma, quando lo superavo sul ponte prima di Ruda all'inizio degli anni '90 il letto era pieno di sassi candidi, lucidati volta per volta dai rapidi ingrossamenti. Nel 2003  si erano visti nascere i primi piccoli alberelli, sembravano cespi di insalata che punteggiavano di verde la bianca pianura sassosa. Mai si erano visti il bosco e la prateria di quest'anno, frutto certamente di mesi di siccità, ma anche dell'incuria umana e delle leggi che (non) regolamentano l'utilizzo corretto degli alvei naturali.

E' stata per il Goriziano e il Carso sloveno l'estate degli incendi. Con un grazie enorme a professionisti e volontari che hanno messo a repentagli la propria vita per salvare case, campi e siti importanti di memorie individuali e collettive, anche in questo caso si è palesata la miopia di uno Stato e di una Regione che investono in tutto, meno che in ciò che è veramente necessario. E così ora, accanto al dolore quasi fisico che attanaglia il cuore quando si vedono le macabre macchie nere sulle colline amate, c'è la preoccupazione su come e dove ci porterà questo tempo impazzito di negazionismi insostenibili e di dimenticanze macroscopiche.
E uno sguardo infine va anche ai ghiacciai, memori della tragedia della Marmolada, ma anche affascinati dalla straordinaria bellezza dei paesaggi, quando nelle belle estati il colore accecante delle nevi eterne si mescola all'azzurro del cielo e del verde scuro dei pascoli. Per quanto tempo sarà ancora possibile godere di questo spettacolo? Per quanto tempo dureranno ancora questi immensi serbatoi di questo dono preziosissimo e delicatissimo che si chiama acqua? Già un fugace sguardo al gruppo del Monte Bianco permette di scoprire che i ghiacciai, in meno di un secolo, si sono dimezzati e che la velocità di ritiro, nell'ultimo decennio, è aumentata a dismisura.
Continuiamo pure con le emissioni di CO2, con i condizionatori che rinfrescano dentro e riscaldano fuori, con un uso spropositato dei combustibili. Continuiamo pure a garantirci l'apparente benessere dell'uomo in panciolle che combatte con il telecomando, mentre un manipolo di personaggi senza scrupoli si dividono, come i soldati le vesti di Cristo sotto la croce, le sorti del Pianeta. Continuiamo pure a far finta di niente, quando chi soffrirà più di ogni altro le nostre scelte, cerca con ansia e passione giovanile di aprirci gli occhi e di costringerci a invertire la marcia. Sempre che non sia già troppo tardi. 

lunedì 27 giugno 2022

The day after, il ballottaggio a Gorizia

Grazie, Laura Fasiolo!
Lo devo ammettere, tutte le mie previsioni si sono rivelate sbagliate. Ha vinto Ziberna, in altre parole una parte importante del 58% di elettori che nel primo turno avevano espresso chiaramente e in certi casi rumorosamente il loro dissenso dal sindaco uscente, si è ricreduto e ha votato per lui.

Laura Fasiolo ha recuperato molti punti, ma non abbastanza per superare la soglia del 50%. Ha ottenuto comunque dei grandi risultati. Forse per la prima volta nella storia della Gorizia post-bellica il centro sinistra, i gruppi civici e alcuni settori della sinistra si sono riuniti, spesso sacrificando il loro nome e la loro specifica identità. Si è condiviso un programma ambizioso e innovativo, coniugando saggia prudenza e alta visione del futuro. Si è presentata con un volto credibile, coerente e leale, migliorando anche di giorno in giorno il suo approccio alla città e ai cittadini. Onestamente, non credo che né lei né la coalizione abbiano nulla di cui rimproverarsi, più di così non potevano fare. 

Personalmente ho sempre augurato ogni bene al vincitore di un'elezione, anche ai tempi del sindaco Romoli, pur essendo politicamente agli antipodi del mio pensiero.. Ma questa volta non lo ritengo necessario. C'è da dire infatti che la campagna elettorale del centro destra e in particolare proprio dell'ex/neo sindaco, soprattutto nelle ultime due settimane, è stata gravemente scorretta. Non c'è niente da eccepire su un volantino nel quale un candidato sindaco propone agli elettori i punti principali del proprio programma, chi condivide voterà, chi non è d'accordo cestinerà. Non è invece accettabile che nello stesso foglio ci si riferisca alle idee del "competitor", scrivendo una serie incredibile di falsità e collocandole sotto una bandiera con il simbolo della falce e martello. Fasiolo non ha mai parlato di "città unica", lo ha fatto nel recente passato Pettarin, non certo un esponente della "sinistra". Non ha mai detto di voler modificare la toponomastica o togliere il tricolore dal castello, anzi ha pubblicamente preso le distanze dai privati cittadini - peraltro consapevolmente travisati - che lo avevano proposto sui social, ben prima e al di fuori della campagna elettorale. Non ha mai parlato di questioni riguardanti l'accoglienza dei profughi, problematica che qualunque sindaco in ogni caso e in qualche modo deve prima o poi affrontare, come dovrebbe sapere bene Ziberna, la cui inadempienza ha costretto per mesi della povera gente a dormire nella Galleria Bombi, privati perfino di una fontanella d'acqua per lavarsi. Ed è stato lui - e non la "sinistra" - a realizzare il senso unico in Corso e poi rimuoverlo dilapidando denaro pubblico, senza aver consultato in modo adeguato la cittadinanza. Molti hanno creduto a queste fake news, soprattutto si sono spaventati vedendo la falce e il martello, non presenti in nessuno dei simboli delle liste a sostegno della candidata. Se non è una porcata questa! Stupisce - conoscendo tra essi molte persone corrette e degne di stima - che nessuno dei circa 150 candidati nelle liste a sostegno di Ziberna abbia pubblicamente preso le distanze da un'azione politica così riprovevole.

Detto questo, come sempre accade, la vita politica locale ricomincerà a scorrere, portando via i detriti e stabilizzando i rapporti tra maggioranza e opposizione. Il 2025 è alle porte e il prossimo appuntamento importante sarà all'inizio dell'autunno, quando ci saranno le elezioni anche a Nova Gorica. Nel frattempo si stanno cercando nomi e professionalità per rilanciare il percorso verso la capitale europea della Cultura, per il momento ancora piuttosto nebuloso. Al nuovo sindaco e alla nuova giunta spetterà il compito di guidare il processo, ma la minoranza consigliare - come tutti i cittadini novo e staro goriziani - non staranno certo a guardare da lontano. Occorre rilanciare un coinvolgimento attivo di tutti e di ciascuno, per evitare che un'occasione del genere si riduca alla gestione di una macchina mangiasoldi e non diventi ciò che dovrebbe essere, un nuovo modo di concepire questa terra e di costruire un vero laboratorio di pace e giustizia per tutto il mondo.

mercoledì 22 giugno 2022

Un sindaco in caduta libera...

 

Rudi, firmatario dell'orribile volantino
Anche in questa occasione mi assumo ogni responsabilità personale su quanto scrivo, a nome mio e di nessun altro.

Dispiace molto che in un volantino pre-ballottaggio si propongano tante falsità in un colpo solo, si associno idee mai espresse dalla candidata sindaco e da tutti i componenti delle sue liste a un simbolo del tutto inesistente nella tornata elettorale, si accusino gli "avversari" delle proprie clamorose colpe. E' un testo talmente offensivo e soprattutto stupido da lasciare basiti nel momento in cui si scopre che è perfino firmato. Firmato da Rudi.

Pur ovviamente avendole, non ho esternato spesso idee sull'amministrazione uscente, da sindaco so quanto sia difficile tenere insieme la propria maggioranza, gestire nel modo migliore possibile le relazioni con gli uffici, navigare tra i meandri della burocrazia. Anche in campagna elettorale, non essendo candidato con nessuna lista, non ho fatto mistero del mio voto a Laura Fasiolo e Noi Mi Nualtris, per stima profonda nei confronti della prima e per piena condivisione delle proposte e dei programmi dei secondi. Ma non mi sono mai permesso di criticare le altre idee e posizioni, rispettando la volontà e la capacità di discernimento degli elettori.

Ma in questo caso non si può tacere, perché il volantino firmato Rudi tocca le corde più profonde della sensibilità, spero di tutte e tutti i cittadini goriziani, indipendentemente dalla loro opinione politica. Ridicolizzare problemi molto seri come quello dell'accoglienza e del dramma dei richiedenti asilo, ribadire in modo ossessivo menzogne relative all'eliminazione dei simboli italiani dalla città di Gorizia, mai sognata da nessuno e meno che meno dalla candidata sindaco, generalizzare la straordinaria varietà della coalizione che ha sostenuto Fasiolo portandola sotto l'inesistente bandiera con la falce e martello, inviare accuse di "non ascolto" della popolazione proprio da parte di chi ha deciso il senso unico in Corso e lo ha poi cancellato in barba a qualsiasi seria consultazione...  Tutto ciò è segno non solo di abissale ignoranza e malafede, ma soprattutto di incredibile stupidità. 

Come è caduto in basso Rudi! Ma anche tutte e tutti coloro che lo hanno sostenuto e si sono candidati nelle sue liste. E' impossibile che oltre 150 persone si riconoscano in simile schifezza. Conoscendone e stimandone molte, mi auguro che ci sia una dissociazione pubblica di tanti da questo modo di fare politica e un loro richiamo a ritornare nell'alveo della normale e intelligente dialettica democratica. Altrimenti toccherà tristemente prendere atto di un imbarbarimento generale della classe politica cittadina.