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giovedì 30 ottobre 2025

Don Sergio Ambrosi, un uomo, un prete.

 

Ho tanti ricordi di don Sergio Ambrosi, cominciando da quando frequentavo gli affollatissimi campi scuola dell'Azione Cattolica a Bagni di Lusnizza. Eravamo ragazzi, tra i 9 e i 13 anni, ci accompagnavano ottimi educatori, di poco più vecchi di noi e spesso comparivano i giovani preti. Correvano i primi anni '70 e loro transitavano portando una ventata di gioventù e di allegria.

Di lui si dicevano molte cose belle, tra esse la passione per il calcio. Si diceva che avesse dovuto compiere una difficile scelta tra la continuazione del percorso in Seminario verso il sacerdozio e l'accettazione delle proposte niente meno che della Juventus. E si parlava perfino di un impegno diretto con l'associazione calcistica Audax, del Pastor Angelicus di Gorizia, sotto uno pseudonimo che per un periodo gli avrebbe consentito di prepararsi a diventare prete, senza trascurare del tutto il gioco del pallone.

Ritrovato parecchi anni dopo negli imperscrutabili meandri della vita, abbiamo avuto modo di collaborare spesso. L'ho sempre stimato per il carattere apparentemente riservato che lo rendeva naturalmente incline ad ascoltare le persone e a farsi carico - il più delle volte silenziosamente - dei problemi e delle necessità degli altri. Aveva svolto molti incarichi, quelli più strettamente curiali, come direttore dell'ufficio catechistico nei pionieristici anni del dopo Concilio, come economo diocesano e anche direttore dell'Istituto Contavalle durante l'episcopato di Padre Bommarco; e quelli più marcatamente pastorali, come partecipante alla comunità sacerdotale di sant'Anna, subito dopo la complessa vicenda che aveva portato all'allontanamento di don Alberto De Nadai, come assai amato parroco nel Duomo di Gorizia prima, a Cormons  e poi ancora a Gorizia e via dicendo.

Al di là dei diversi mandati, svolti sempre con grandissimo impegno, ha brillato per la sua onestà. per la dolce autorevolezza e per una vera e propria religione dell'amicizia. Ovunque ha cercato di stare accanto ai più deboli, senza anteporre la sua persona alla missione ricevuta. Non ha mai proclamato sui giornali le proprie imprese, ma ha sempre saputo collocare parole e azioni nei momenti più adeguati. E ha creduto molto al primato delle relazioni interpersonali rispetto alle dottrine dogmatiche. Ciò è accaduto nella costruzione dei ponti di amicizia e cultura fra sloveni e italiani, in particolare attraverso la realizzazione dell'Associazione Concordia et Pax, ma anche - e soprattutto - nelle quotidiane frequentazioni con preti e laici del Goriziano, da una parte e dall'altra di quel confine che senz'altro ha contribuito efficacemente a smantellare.

Per più di cinque anni siamo stati commensali, tra il 1998 e il 2003, nella piccola cucina della Casa del Clero in Corte sant'Ilario. Erano gli anni successivi al Sinodo diocesano, con lui, mons Simčič e gli altri partecipanti, si discuteva quotidianamente di questioni teologiche e pastorali, ma anche con grande passione, di politica internazionale e locale. E lì avevo scoperto meglio la grande umanità di don Sergio, straordinario amante e conoscitore dei segreti della natura, cacciatore dal cuore d'oro, simpaticissimo compagno di sempre interessanti conversazioni. Era una persona che, pur dimostrando una fede profonda e molto radicata nell'esperienza di vita, non nascondeva l'elemento di un dubbio intelligente, che emergeva spesso in un sorriso ironico e a volte un po' misterioso. Era come se volesse custodire gelosamente una dimensione intima, che richiedeva rispetto e anche un po' di ammirazione. Era la sfera interiore, il centro propulsore di tutto, basato sull'intenso e personalissimo colloquio "io-tu", con quel mistero divino al quale aveva affidato la sua esistenza.

Insomma, un vero uomo e anche, proprio per questo, un bravo prete. Grazie don Sergio!

lunedì 21 aprile 2025

Grazie Francesco!

 

Nella luce sfolgorante della Pasqua appena celebrata, la notizia tanto temuta quanto purtroppo da tempo attesa. 

Dopo Francesco, nulla sarà come prima.

Il "buon giorno" si è sentito fin dalle prime parole del nuovo Papa, quando ha salutato nel modo più quotidiano la folla che attendeva la sua uscita sul balcone di San Pietro, subito dopo l'elezione.

Dal punto di vista umano, è stato un vescovo di Roma profondamente inserito nelle dinamiche del mondo attuale, con scelte dirompenti proprio a causa della loro normalità. Un papa che viaggia con l'utilitaria, che porta la sua valigetta salendo le scale per entrare nell'aereo, che telefona ai genitori affranti per la morte di una figlio, che abbraccia i personaggi più lontani dalla Chiesa... Tante sono le immagini che si rincorrono pensando a questa decina di anni di assai originale e avvincente pontificato.

E' molto importante tuttavia cogliere l'importanza dei segni "personali". Non c'è più il "pontifex" dal sapore imperiale, nemmeno il "vicario di Cristo" o il "santo padre". C'è un uomo che con la sua debolezza e fragilità guida l'organismo di una Chiesa che non pretende più di essere l'unica depositaria della Verità. C'è un costruttore di pace, instancabile nel contestare la guerra, la produzione e il commercio delle armi, come pure l'egoismo dei ricchi che non accolgono e respingono coloro che bussano alle porte dei Paesi dell'opulenza, cercando rifugio, pane e speranza di futuro. C'è un teologo che rilegge il Vangelo nelle dinamiche dello spazio e del tempo, con accenti nuovi che privilegiano la verità della relazione con l'altro piuttosto che quella del dogma. C'è una persona in dialogo con tutti, che riconosce il pluralismo religioso come un grande valore e contempla in esso il disegno di un Dio che appartiene a ciascuno ma non può essere strumentalizzato da nessuno.

Con il suo esempio Francesco ha permesso di intravvedere una nuova Chiesa, riscoprendo le fondamenta antiche dei primi secoli piuttosto che i fasti di potere che l'hanno caratterizzata da Costantino in poi. Entrano in discussione dogmi consolidati, dall'infallibilità del papa all'unicità della salvezza in Cristo, dal senso e forma del ruolo sacramentale del ministero ordinato alla valorizzazione della libertà di coscienza, dall'autorevolezza dell'interpretazione magisteriale della Scrittura alla partecipazione di ogni essere umano alla realizzazione di una Chiesa non più settaria, ma confederata con le altre confessioni e religioni per la comune costruzione della nuova civiltà dell'amore.

Non può mancare ora una riflessione sul prossimo futuro. Che cosa accadrà? Chi sarà il nuovo Papa? Continuerà sulla via di una Riforma che per ora si è manifestata soltanto nella buona volontà e nella chiara intenzione di Francesco? I fermenti di contrarietà che si sono moltiplicati in questi ultimi anni - soprattutto negli ambienti tradizionalisti, ma anche in quelli progressisti che si sarebbero attesi svolte operative più concrete - esploderanno dentro il conclave? Vincerà la linea "bergogliana", sicuramente numericamente maggioritaria? In questo caso, l'eletto, oltre che seguire le orme del predecessore, convocherà l'attesissimo nuovo Concilio per dare alle intuizioni intravviste forma e normativa definitive? Oppure ci si deve aspettare un movimento di riflusso, magari giustificato dalla necessità di evitare un inevitabile scisma? O ancora, si vorrà prendere tempo scegliendo la classica figura di "transizione"?.

E' in ogni caso un'eredità complessa e delicata, soprattutto tenendo conto dell'urgenza di tempi nei quali si fanno sempre più numerosi i sinistri segnali della minaccia della guerra e dell'involuzione dell'umanità in una società senza diritti, alla mercé del più forte di turno. 

Quella di Francesco è stata in questo periodo senz'altro una delle poche voci autorevoli capaci di richiamare la necessità della pace, del disarmo e della fraternità universale. Il Mondo si risveglia da questa Pasqua con un senso di ulteriore smarrimento, di incertezza e di paura. Ma forse, il modo migliore per ricordare papa Jorge Mario Bergoglio è quello di assumere la sua proposta giubilare di speranza: non il facile ottimismo dell'incoscienza, ma l'intenso impegno, una vita spesa a contrastare l'odio con l'amore, la vendetta con il perdono, il male con il bene. 

domenica 16 marzo 2025

Mia madre...

 

E’ difficile scrivere della persona che ti ha dato la vita. E’ giusto custodire gelosamente i particolari più intimi e preziosi. Ma sento anche necessario raccontare alcuni tra gli infiniti aspetti della vita di mia madre, per renderla almeno un po’ presente nella sfera dei ricordi dei tanti che l’hanno conosciuta e le sono stati amici a Pisa, a Verona e soprattutto a Gorizia.

Anna Maria Boldrini è nata a Roma il 26 luglio 1926. Suo padre Vincenzo aveva origini dalla zona di Vigevano, dove i Boldrini sono tuttora ricordati dalla toponomastica locale come i fondatori del movimento socialista, nella seconda metà del XIX secolo. Sua madre Ada era figlia di Lorenzo Mazzetti, pastore evangelico delle chiese di Bergamo e poi di Napoli, tra i fondatori della Chiesa Libera.

Ha vissuto l’infanzia tra Roma e Pisa, dove il padre si era trasferito per motivi di lavoro. Durante la guerra è stata ospitata nella villa del Focardo, sopra Firenze, dai suoi zii Nina Mazzetti e Robert Einstein, cugino dello scienziato Albert. Ha vissuto un periodo felice, tragicamente concluso il 3 agosto 1944 con l’assassinio di Nina e delle due figlie Luce e Annamaria Einstein (16 e 26 anni!) da parte dei nazisti in fuga verso il Nord Italia. Tale tragedia, della quale era rimasta l’ultima testimone oculare dopo la scomparsa delle cugine Paola e Lorenza Mazzetti, ha segnato molto l’intero percorso della sua vita, tenuto conto anche del suicidio di Robert Einstein, quasi un anno dopo il massacro della sua famiglia.

Dopo la guerra, si è laureata in lettere a Pisa con una tesi sul monoteismo nella Grecia antica, il suo relatore è stato il prof. Aldo Capitini, uno dei più importanti esponenti del pacifismo italiano, iniziatore della marcia Perugia – Assisi. E’ stata esponente della FUCI (Federazione Universitaria Studenti Cattolici), sedendo in Consiglio Nazionale accanto a personaggi noti della storia italiana come Aldo Moro, Vittorio Bachelet e divenendo per un breve periodo collaboratrice di Giorgio La Pira. Poi l’amore ha preso il sopravvento e a Pisa ha incontrato mio padre, Enrico Bellavite, da poco dottore in agraria presso la locale università. Dopo il matrimonio si sono trasferiti a Verona, città natale di Enrico, dove sono nati i figli Maria Irene, Paolo, Pierluigi e Andrea. Nel 1966 ha iniziato la carriera scolastica, insegnando alle scuole medie di San Michele Extra.

Dal 1968 al 1988 la famiglia si è trasferita a Gorizia, dove Anna si è fatta conoscere e apprezzare per il suo carattere allegro e socievole, come pure per la competenza e l’entusiasmo riversati nell’ambito scolastico. Ha insegnato a Fogliano, a Gradisca, in tutte le medie di Gorizia, prima di approdare per alcuni anni a Lucinico. Ed è poi stata preside di numerosi istituti dell’isontino. Ha sempre ritenuto il periodo “goriziano” quello più produttivo e significativo della sua vita, quello nel quale ha intessuto tante amicizie profonde e durature. Ha saputo raccontare il territorio con grande simpatia ed empatia, per chi l’ha conosciuta restano indimenticabili le sue guide nella Basilica di Aquileia, i percorsi lungo la valle dell’Isonzo, l’accompagnamento nei luoghi più belli dell’arte e della natura nella Slovenia e nel Friuli Venezia Giulia. Ha fatto parte del Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo, con il quale ha avuto l’occasione di visitare diverse realtà del Sud del Mondo, che hanno impresso in lei ricordi indelebili. La casa di Via Angiolina 24, grazie a lei, è stata un vero e proprio porto di mare, dove gli amici dei figli potevano trovare sempre un’accoglienza vivace, dialettica e sincera. Sì, perché Anna è stata personalità molto forte e intelligente, ma anche talmente sincera nell’esprimere i propri punti di vista da suscitare appassionate simpatie ma anche convinte e profonde antipatie.

Nel 1988, con il marito è ritornata a Verona, riallacciando alcune delle relazioni giovanili con i parenti e gli amici di un tempo. E’ stata preside alla scuola Gandhi e poi alla Betteloni, fino al definitivo pensionamento. Da quel momento la città scaligera è diventata il nuovo teatro sul quale accompagnare visitatori provenienti da ogni dove, sapendo coinvolgere i suoi ascoltatori nella contemplazione dei luoghi più noti e nella scoperta degli angoli più remoti. Ha iniziato anche a scrivere le sue memorie, rivelando aspetti gioiosi e tristi, entusiasmanti e drammatici sperimentati nella sua lunga vita. La malattia e poi morte del marito, avvenuta nel 2016, hanno portato un brusco cambiamento. Dopo quasi 67 anni di matrimonio, la solitudine si è fatta sentire, portandola alla decisione di trascorrere gli anni successivi nella casa di soggiorno Sant’Anna. Anche in questo caso è riuscita a farsi notare, organizzando piccole gite o rudimentali conferenze per gli ospiti di quella che è stata veramente per lei una nuova famiglia. Il covid ha interrotto queste piacevoli abitudini, la chiusura generale e gli anni hanno influito anche sulle sue potenzialità fisiche, ma non le hanno impedito di continuare a leggere, a ragionare e a cercare di conoscere e capire le dinamiche del mondo attuale. Negli ultimi mesi si è sempre più indebolita, fino a spegnersi serenamente la sera del 14 marzo 2025.

venerdì 14 febbraio 2025

Sergio Tavano, tra sapienza, fede e autentica amicizia

Foto Chiara Bressan
Se c'è stato un giorno storico come l'8 febbraio 2025 a Nova Gorica e Gorizia, lo si deve anche a persone come Sergio Tavano.

Con lui Gorizia perde la più alta figura di storico e archeologo, per lunghi anni docente universitario e indomito studioso e ricercatore. E' stato infatti interprete della vocazione inter-nazionale della città, evidenziando la bellezza delle relazioni tra le culture, in particolare quella friulana e slovena, oltre a quella italiana e alle ancora influenti, anche se disperse nel tempo, tedesca ed ebraica. Ha avuto a cuore Aquileia e Grado, ha raccontato con sapienza la storia del sogno sovranazionale e pluriculturale della diocesi e poi del patriarcato aquileiesi. Insieme a innumerevoli libri e articoli di carattere scientifico, ha scritto una monumentale storia dell'Arcidiocesi di Gorizia.

E’ stato tra i promotori della prestigiosa collana di studi ed edizioni critiche del Corpus degli scrittori aquileiesi. Ha contribuito, anche in forza delle straordinarie scoperte realizzate negli anni ’70 anche con il suo aiuto a San Canzian d’Isonzo, a far conoscere la vicenda dei martiri Proto, Canzio, Canziano e Canzianilla. Ha saputo offrire alcuni tra i più accurati percorsi di visita alla Basilica e più in generale alle zone archeologiche della città romana, paleocristiana e medievale.

Collegando la sua esperienza anche alla realizzazione del sogno della Capitale europea della Cultura 2025, si deve a Sergio Tavano la dizione di “Goriziano” (con la G maiuscola) per intendere il territorio compreso nell’intera area appartenente storicamente all’Arcidiocesi di Gorizia, in pratica l’intero bacino dell’Isonzo con i suoi affluenti.  Ha lavorato per costruire l’ideale dell’unità nella diversità insieme a tanti personaggi rilevanti, quali, tra i tanti, Michele Martina, Celso Macor e don Renzo Boscarol. Si deve anche a queste personalità, aperte a un respiro universale, il raggiungimento del prestigioso riconoscimento europeo.

Uomo di profonda e matura fede, ha esercitato il suo ruolo di laico impegnato nella Chiesa con intelligenza critica e grande professionalità, offrendo il proprio contributo di studioso e di docente alla formazione di intere generazioni di archeologi, ma anche di seminaristi e teologi. E’ ricordato da tutti con grande gratitudine e con affetto. Il suo impegno caratterizzato da orizzonti internazionali gli ha consentito di essere annoverato tra gli Accademici della Slovenia, privilegio assai raramente conferito a uno studioso non sloveno. Il suo importante servizio alla causa della Cultura non gli ha impedito di essere un punto di riferimento fondamentale per i suoi familiari, come pure per tutti gli abitanti di Gorizia.  

Apparentemente persona austera, a volte talmente coinvolto nella profondità della sua ricerca da suscitare una sorta di soggezione, lascia a chi lo ha conosciuto più da vicino, una sensazione di forte dolcezza e di intensa capacità di condivisione. La sua chiarezza e la schietta sincerità nelle relazioni gli hanno permesso di costruire nel tempo solide e durature amicizie.

La sua memoria è fonte di rinnovato impegno nella ricerca e nello studio, per il bene della sua amata Gorizia e dell’intero territorio “Goriziano”.

venerdì 13 dicembre 2024

Mercoledì 18 alle18 al Kulturni, un nuovo numero di Isonzo Soča, nel ricordo di Dario Stasi

 

Che cosa nasconde il lenzuolo, in attesa di quale inaugurazione? La copertina del numero 118 della rivista Isonzo Soča che sarà presentato solennemente mercoledì 18 dicembre, alle ore 18  presso il Kulturni dom di Gorizia.

Che cosa rappresenta la copertina? Non si svela alcun segreto se si risponde: il fondatore e direttore della prestigiosa testata goriziana, Dario Stasi che ci ha lasciato esattamente un anno fa, visto con gli occhi e con l'arte del grande pittore Franco Dugo.

E' stata una grande perdita per la cultura goriziana. Dario è stato presente in tutti i settori, dalla storia all'archeologia, dalla lettura del presente agli itinerari da una parte e dall'altra del vecchio confine. Indimenticabile è stata la grande mostra sul "secolo lungo", presentata a Nova Gorica, a Gorizia e addirittura presso il Senato della Repubblica italiana. Un vero vulcano di idee e proposte, Stasi ha accompagnato  con la sua guida decine di scrittori e giornalisti nel Goriziano nell'avventura più che trentennale di Isonzo Soča. E' stato un percorso straordinario, 117 numeri intrisi di informazioni, riflessioni e spunti che hanno a loro modo preparato il terreno per il raggiungimento dell'obiettivo della Capitale Europea della Cultura e ancor di più per la realizzazione del sogno di un territorio finalmente senza confini.

Tutti sono invitati a partecipare a questo momento di memoria e di cultura. Il periodico non finirà con questo numero, ma riprenderà la sua corsa, con identica testata e rinnovata grafica e formato, nel fatidico 2025. Sono attesi quattro numeri, sulla traccia segnata da Dario Stasi e nello stesso tempo verso nuovi orizzonti e prospettive, rigorosamente transfrontalieri, bilingui e tesi alla concretizzazione dell'ideale europeo dell'unità nella valorizzazione della diversità.

lunedì 26 febbraio 2024

Viaggio al Focardo

La dolcezza delle colline toscane è conosciuta in tutto il mondo. E' stato molto emozionante immergersi in esse, alla ricerca di una maggior comprensione degli eventi accaduti il 3 agosto 1944.

Il Comune è quello di Rignano sull'Arno, la frazione è quella di Troghi e l'agglomerato di case che interessa questa storia si chiama Il Focardo. Qualcuno ha pensato di allestire un piccolo "cammino", cinque chilometri in tutto, per contemplare la bellezza dei luoghi e per meditare sul mistero dell'umana crudeltà.

Si comincia dal piccolo cimitero della Badiuzza. C'ero già stato altre volte, la prima nel 1974, avevo 14 anni ed erano ancora presenti alcuni dei protagonisti della vicenda. In questo caso non ho potuto trattenere un moto di commozione. Rispetto al passato, il cimitero ha due ospiti in più, le seconde cugine Paola e Lorenza Mazzetti, scomparse nel 2020 e nel 2021. Sono le gemelle, originali e piene di creatività, che in tutta la loro esistenza hanno sublimato la tragedia, trasformandola in opera d'arte, il libro Il cielo cade, le frequenti regie cinematografiche, le mostre di pittura e di fotografia. Erano state quasi adottate dalla famiglia Einstein, Robert e Nina Mazzetti, hanno condiviso i momenti di terrore e la disperazione della separazione violenta dalle zia e dalle altre cugine, Luce e Cici. hanno trascorso una vita intera a rielaborare e a ricostruire, non soltanto per sé stesse ma anche per aiutare tante persone a superare la tentazione della vendetta, a far vincere il perdono, a costruire sempre una nuova possibilità. Mi è dispiaciuto averle conosciute solo negli ultimi anni, ma quanto entusiasmo hanno saputo suscitare in me, con la loro irresistibile simpatia e la travolgente semplicità e saggezza!

Il monumento è sempre lì, edificato almeno quaranta anni dopo gli eventi, slanciato verso l'alto come una fredda protesta verso il Cielo. Per un istante si scostano le nubi e un raggio di sole colpisce pietoso il ferro. Sotto da una parte riposano Nina Mazzetti, Anna Maria detta Cici e Luce Einstein, uccise senza pietà dai tedeschi che stavano per essere cacciati dagli Alleati. Cercavano Robert, volevano rapirlo per ricattare il cugino Albert in America. Ma Albert non era nella villa, si trovava con i partigiani nei boschi. Nina gridava: Robert vieni, vogliono ucciderci tutti! Ma Robert non aveva sentito e i suoi compagni di lotta lo avevano trattenuto, forse convinto che nessuno avrebbe fatto del male. E invece no, il soldato che separava le une, inviate a nascondersi nella stanza alta e le altre, trascinate nella sala rossa. Poi solo gli spari, e poi la fuga, il fuoco, i contadini pietosi che si prendevano cura della zia Seba, di Paola, di Lorenza, di Anna Maria che poi è mia madre. La corsa nei boschi e da lontano, il bagliore dell'incendio. Poi il ritorno di Robert, la muta disperazione, forse un ingiustificato senso di colpa. Robert Einstein, l'ingegnere, vende i suoi beni, sistema il futuro delle gemelle, scrive parole profonde a ogni persona cara e decide di chiudere la parentesi della sua vita. E chiede di stare lì per sempre, accanto alla moglie e alle figlie, diciassette e ventisei anni.

Il cammino riprende. Si passa vicino a laghetti intorno ai quali d'estate pascola il bestiame, si vedono cancelli che introducono a ville sontuose, si sente ovunque l'abbaiare dei cani e dopo un po' si arriva al Focardo. C'è la casa del Peppone, il capo dei contadini che aveva accolto per primo i fuggiaschi dalla casa in fiamme. Lo ricordo cinquanta anni fa, alto, solenne, alle lacrime nel riconoscere mia madre, detta "La Picchia". ora ovviamente non c'è più, ma la figlia abita ancora la stessa casa e c'è il tempo per un breve, fuggevole saluto. E ora la casa, bellissima, dei miei prozii, Nina, sorella di mia nonna Ada e Robert Einstein. Per un varco si riesce a entrare nel giardino, sembra di sentire le risate, le ampie discussioni, di vedere arrivare ospiti illustri. Poi cala soprattutto un silenzio strano, il posto è intriso di un dolore che permane, quasi incollato alle pareti, alle finestre chiuse dai pesanti serramenti. E' una sofferenza immensa, il rumore degli spari, l'odore del sangue, il componimento dei corpi straziati. Ma è come se fosse rimasto lì, una parte penetrata in Robert fino al gesto estremo, una parte prigioniera del Focardo. Ha lasciato liberi tutti gli altri, ciascuno a suo modo, di vivere una vita piena di intensità, di umanità. c'è il tempo per sbirciare un stanza, quasi una cantina con le finestre rotte. 

Dentro ci sono dei disegni, sembrano quasi messaggi pompeiani. La mano è forse di Paola o di Lorenza, a un grazioso uccellino può darsi che abbia collaborato anche mia madre. Sono sprazzi di luce, memoria di un tempo di grande gioia, stroncata da una sparatoria, una manciata di giorni prima della "Liberazione". Ma sanno suscitare anche adesso un sorriso. E permettono di uscire dalla villa, sorprendentemente, con nel cuore un'improvvisa sensazione di Speranza.

Basta uno sguardo, tra i presenti, per capirsi al volo. L'emozione lascia spazio alla gioia dello stare insieme. La vita è bella e vale la pena di essere vissuta. Chi l'ha persa così drammaticamente non soffoca, con una falsa idea di ricordo, la possibilità di continuare a sorridere. Al contrario, il ricordo, lungi dal suscitare l'odio, si trasforma in impegno. E in un abbraccio di pace.

domenica 18 febbraio 2024

In ricordo di Johan Galtung (1930-2024), costruttore di pace

Il giorno 17 febbraio 2024 ha lasciato questo mondo Johan Galtung, uno scienziato dedicato alla costruzione della pace, in tutto il mondo. Per gentile disponibilità dell'autore, si pubblica qua un intenso e profondo ricordo, tracciato da Gianmarco Pisa, grande esperto di tematiche corrispondenti, in particolare di corpi civili di pace europei. Galtung è stato diverse volte a Gorizia, l'ultima nel 2008, in un periodo particolarmente attivo, grazie all'impegno della Provincia di Gorizia con Marko Marinčič, Silvano Buttignon, Paolo Zuliani e tanti altri, come pure della Regione Friuli-Venezia Giulia con Roberto Antonaz, Michele Negro, Gianfranco Schiavone, Francesca Tessaro, Alessandro Capuzzo e collaboratori. Mi scuso con chi non ho nominato, è solo per ricordare un tempo fecondo da far rivivere, nei nuovi attuali contesti locali e globali. Il testo è un po' lungo, ma assicuro che vale la pena affrontarlo nella sua interezza.

Johan Galtung (24 ottobre 1930 - 17 febbraio 2024).

Con la scomparsa di Johan Galtung, l’intera comunità degli uomini e delle donne amanti della pace, e della «pace con giustizia», e al suo interno la comunità, di elaborazione e di pratiche, degli operatori e delle operatrici di pace, a tutte le latitudini, è, da oggi, più sola. Se ne va una figura essenziale, seminale, un imprescindibile, della modalità con la quale guardiamo (e interpretiamo) i conflitti, micro, meso, macro, persino mega, come talvolta amava richiamare, e della modalità con la quale interveniamo (e trasformiamo) nei conflitti, alimentando, sul sentiero della ricerca e dell’azione da lui tracciato, la speranza del “trascendimento”.

Nato a Oslo nel 1930, dottore di ricerca in matematica (1956) e in sociologia (1957), è stato docente di Scienze per la pace ed esperto nella mediazione e risoluzione dei conflitti. È il creatore del Metodo Transcend per il trascendimento dei conflitti e il fondatore della Rete Transcend per la pace, lo sviluppo e l’ambiente, nonché, precedentemente, dell’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Oslo (1959) e del Journal of Peace Research (1964). Ha insegnato in numerose università in tutto il mondo, ad esempio ad Oslo, Berlino, Parigi, a Santiago del Cile, a Buenos Aires, ma anche a Princeton, alle Hawaii, e ad Alicante. È stato professore onorario alla Freie Universität di Berlino (1984-1993), dal 1993 professore illustre di Studi sulla pace alla Università delle Hawaii e dal 2005 illustre “visiting professor” presso la John Perkins University.

Il suo impegno si è svolto sia nel campo della ricerca sia nell’ambito della mediazione e della risoluzione dei conflitti. Sono oltre 150 i conflitti, sia di carattere internazionale, sia di ambito sociale, in cui è stato impegnato. È autore di 96 libri e di oltre 1700 tra articoli e capitoli. Tra i vari riconoscimenti, ha conseguito nel 1987 il «Right Livelihood Award», il Nobel per la Pace alternativo e, tra i più recenti, il titolo di laurea honoris causa in scienze politiche presso la Universidad Complutense di Madrid (2017). Importantissima, d’altro canto, anche la sua frequentazione italiana: indimenticabile la lectio magistralis da lui tenuta al convegno del Centro Studi SOUQ del 13 dicembre 2013, nell’Aula magna dell’Università degli Studi di Milano; non meno indimenticabile la sua lectio magistralis (“Necessità e importanza di un Centro per la prevenzione dei conflitti armati”) in occasione del Convegno nazionale su “La prevenzione dei conflitti armati e la formazione dei corpi civili di pace”, tenuto a Vicenza il 3-5 giugno 2011 e che rappresentò un contributo decisivo per rilanciare il percorso per la costruzione dei corpi civili di pace e per riaffermare l’importanza cruciale della formazione degli operatori e delle operatrici. Fu, al tempo stesso, un vero e proprio incontro di pace e di cittadinanza.  

Con lui se ne va la figura, sia consentita una simile digressione, di un vero e proprio “rivoluzionario”: per le sue teorie, profonde e innovative, riguardanti l’analisi “sul” conflitto e l’intervento “nel” conflitto, e in quanto fonte di ispirazione nei vasti campi della costruzione della pace. Il suo contributo sull’importanza determinante, retroagente, degli orientamenti culturali (attitudes) e delle contraddizioni strutturali (contradictions) nella dinamica dei conflitti; la sua interpretazione del conflitto come manifestazione di “incompatibilità” causate dall’azione di «culture profonde» e «strutture profonde»; il suo approccio, olistico e razionale, alla dinamica del conflitto e alla costruzione della pace, restano contributi decisivi sui quali si fonda una moderna ricerca per la pace, e a partire dai quali occorre impostare una coerente iniziativa di trasformazione e di trascendimento.

Tanto è arduo sintetizzare in poche righe il contributo di Galtung alla ricerca e alla prassi della costruzione della pace, quanto è impensabile tacere di altri suoi contributi, per alcuni versi più specifici, per altri più generali, della sua elaborazione intellettuale, della sua ricerca concreta. Nessun operatore o operatrice di pace potrebbe oggi fare a meno degli elementi fondamentali indicati da Galtung per il lavoro di pace: empatia, nonviolenza, creatività. La creatività (innovazione) concepita come «la capacità di andare oltre le cornici mentali delle parti in conflitto, aprendo la strada a nuove modalità di concepire la relazione sociale». L’empatia (sentire insieme) intesa come «la capacità di una comprensione profonda ... dell’Altro». La nonviolenza, in definitiva, come «la duplice capacità di resistere alla tentazione di affidarsi alla violenza e di proporre soluzioni nonviolente concrete». Questa capacità agisce sia ai fini della risoluzione del conflitto, sia nella prevenzione della violenza.

Attraverso questa filigrana, si legge un altro contributo imprescindibile ispirato da Galtung per il lavoro di tutti gli attivisti e le attiviste e di tutti i sinceri amanti della «pace con giustizia», un contributo cui l’intera, vasta e plurale, comunità di Pressenza, mai potrebbe restare indifferente: il “giornalismo di pace”. «Per parlare di giornalismo di pace, bisogna parlare di pace. Per parlare di pace, bisogna parlare di conflitti e della loro risoluzione. Per parlare di risoluzione dei conflitti, bisogna parlare del profondo coinvolgimento degli Stati Uniti in molti conflitti globali. Il ruolo del giornalismo non è solo quello di raccontare il mondo, ma anche di rendere gli attori chiave - Stati, capitali, persone - trasparenti gli uni agli altri. Il ruolo del giornalismo di pace è quello di identificare le forze e le controforze a favore e contro la pace e di renderle visibili con la loro dialettica, creando risultati che potrebbero rappresentare potenziali soluzioni» (Galtung, 2015).

Ci lascia un patrimonio, di ricerche e di pratiche, vastissimo per quantità e inestimabile per qualità. Il suo Metodo Transcend è stato tradotto in italiano grazie al prezioso lavoro degli amici e delle amiche del Centro Studi Sereno Regis (Torino, 2006); il Centro Gandhi ha pubblicato il saggio Alla scoperta di Galtung (Pisa, 2017); l’Università di Pisa il suo Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare (Pisa, 2014). Se ne va un grande costruttore di pace; resta il suo messaggio prospettico, profondo, di nonviolenza, di pace e di giustizia. 


venerdì 8 dicembre 2023

La morte di Dario Stasi, un grande vuoto in città

Con la morte di Dario Stasi, Gorizia perde un punto di riferimento molto importante. Al di là della sua vita familiare e lavorativa, è stato un autentico protagonista del cammino verso l'abbattimento dei muri - fisici e mentali - esistenti tra Nova Gorica e Gorizia.

Fine conoscitore della storia e grande comunicatore, ha lanciato l'intuizione della rivista Isonzo/Soča. Grazie alla sua ferrea volontà, è riuscito a creare una rivista bilingue in tempi molto lontani da quelli attuali, oltre 110 fascicoli pregni di vicende del territorio, raccontate dai maggiori studiosi, esperti e appassionati, del territorio. Fin quando ha potuto, ha percorso in bicicletta i più remoti angoli della zona, i suoi itinerari sono confluiti nel bellissimo libro "Intorno a Gorizia". Ha sensibilizzato tutti su alcuni aspetti particolari, si deve a lui la proposta e la realizzazione della lapide dedicata ai capi della rivolta dei Tolminotti, assai opportunamente collocata nella piazza delle esecuzioni. Ha amato profondamente Aquileia, leggendo tutto ciò che è stato finora pubblicato e proponendo sempre interpretazioni originali, anche se spesso legittimamente discusse e discutibili. Da questo punto di vista, ha cercato di unire i mondi che fanno capo ad Aquileia, sostenendo anche l'affascinante tesi secondo la quale la via che univa Aquileia con Lubiana, la romana Emona, fosse la via Gemina. Il suo progetto di scrivere un libro sull'argomento e di produrre un documentario non era solo un'espressione di erudizione, ma un atto di amore nei confronti di una terra da lui descritta come crogiuolo di popoli, lingue e culture chiamate a essere in reciproco ascolto e fraterna condivisione.

14.04.2015, presentazione in Senato: Grasso Stasi Romoli Marini Fasiolo 
L'attenzione alle vicende relative al confine l'hanno portato a realizzare un altro grande progetto, quello della mostra sul "secolo lungo" goriziano, presentata a Gorizia, Nova Gorica e perfino nella prestigiosa sede del Senato della Repubblica Italiana. Da quella esposizione, che era riuscita a mettere insieme sensibilità politiche e culturali assai diverse fra loro, sono derivati anche i cartelloni illustrativi del Novecento Goriziano, che tuttora possono essere contemplati, con ammirazione per l'intelligenza della scelta dei temi e dei testi, presso i Giardini pubblici di Corso Verdi e davanti alla facciata della chiesa di Sant'Ignazio. Da no dimenticare sono le numerose gite, organizzate e guidate da Dario, anche in questo caso pionieristiche uscite alla conoscenza di Nova Gorica, Kromberk, Solkan e le valli dell'Isonzo/Soča e del Vipacco/Vipava.

Dal punti di vista politico Dario Stasi, dai tempi delle contestazioni studentesche del '68 goriziano fino ai giorni nostri, è sempre stato uomo di sinistra, ma sempre controcorrente. Vivace sostenitore delle proprie idee, si è sempre dimostrato aperto al confronto e al dialogo con tutti, anche con chi la pensava in modo diametralmente opposto al suo. Il suo orgoglioso libero pensiero non gli ha portato soltanto simpatie e adesioni, ma anche forti contrapposizioni, da lui sempre superate in vista dell'obiettivo fondamentale di riconoscere in Nova Gorica e Gorizia un'unica città unita nelle sue diversità. In fondo la proclamazione della Capitale europea della Cultura 2025 porta dentro di sé tanto dell'opera, a volte silenziosa a volte eclatante, del nostro "direttore". se dal punto di vista giornalistico, il suo capolavoro è stato Isonzo/Soča, dal punto di vista culturale e politico non si può dimenticare la co-fondazione del Forum per Gorizia nel 2005 come pungolo costruttivo nei confronti dell'amministrazione comunale guidata dal sindaco Vittorio Brancati. L'impegno di un centinaio di persone entusiaste, riunite di fatto proprio intorno a Dario Stasi nelle elezioni amministrative del 2007, ha portato il candidato sindaco del Forum a un passo da un possibile ballottaggio con il primo Ettore Romoli, nonché ben sei consiglieri nell'assise comunale. In questo senso, e non solo, il pensiero e l'azione di Dario hanno inciso anche sui cambiamenti esistenziali che hanno riguardato molti di noi. E di questo, personalmente, non finirò mai di conservare un pensiero colmo di gratitudine e di rispetto.

Caratterialmente, Dario Stasi è stato persona molto forte, con la quale non era difficile trovare anche momenti delicati, se non di scontro, almeno di assai vivace dialettica. Ciò che era comunque bello con lui, era la capacità di perdonarsi, andando oltre anche agli eccessi delle discussioni più accese, per sorriderci sopra riconoscendo che da ogni confronto si usciva arricchiti e ci si decideva a impegnarsi ancora più profondamente per la causa comune.

Cosa dire infine, sapendo di aver tralasciato tanto, in questo ricordo immediato, colmo di tristezza e di emotività. E' difficile immaginare la cultura della città senza Dario Stasi, anzi quasi impossibile. L'unico auspicio è che molti dei semi da lui gettati, coltivati e fatti crescere, siano portati a maturazione da chi con lui ha condiviso prospettive, battaglie culturali e azioni politiche. 

Un abbraccio a Nadia e agli altri suoi familiari e amici. E' difficile scrivere "che riposi in pace" a una persona che non è mai stata tranquilla e che ha investito tutto il suo tempo e le sue energie al servizio del Bene! Forse, Dario, basta dire che ci mancherai tantissimo e che lasci un grande spazio vuoto nella nostra città.

martedì 26 settembre 2023

Un breve ricordo di Anna Maria Fabbroni

E' difficile immaginare Gorizia senza Anna Maria Fabbroni. 

Ciò non soltanto perché la sua era una presenza che si notava, un po' in tutti gli ambiti della vita cittadina, presenza assidua e costante in ogni occasione, lieta o triste, della vita delle persone.

Soprattutto Anna Maria Fabbroni mancherà per la straordinaria capacità di portare una ventata di sorriso e di pace in qualunque posto transitasse. Era una di quelle personalità nello stesso tempo semplici e complesse, capaci di relazionarsi con i cosiddetti vip e con i più deboli, con una netta preferenza nei confronti di coloro che don Milani chiamava "gli ultimi".

Anche Anna Maria aveva il dono raro di una profonda umiltà. E' stata una delle voci poetiche più importanti dell'Italia degli ultimi decenni, eppure non si tirava mai indietro quando si trattava di celebrare un evento, un anniversario o una particolare situazione, portando sempre la sua parola poetica. A volte sosteneva il pianto dei sofferenti, altre la risata dei gaudenti, sapeva mescolare con sapienza gli ingredienti della vita, la gioia e il dolore, la serenità e l'inquietudine, la pace e l'amore.

Aveva un rapporto speciale con ogni persona che aveva a che fare con lei e ognuno la ricambiava con affetto e amore, come dimostrato dalle innumerevoli testimonianze di questi giorni.

E possedeva il dono della saggezza, così importante in una realtà di confine complicata come quella Goriziana. Si tratta della capacità di sdrammatizzare, di collegare chi è lontano, di mettere al centro delle relazioni il bene dell'altro e il perdono reciproco. E' l'intelligenza di chi sa disarmare il violento e il nervoso con il più delicato dei sorrisi e con la più intensa delle parole poetiche.

Ha attraversato tante espressioni artistiche, immettendo nelle forme dei colori e delle parole tutto sé stessa, celebrando con esse la sua profonda fede nell'amicizia e nei rapporti umani. 

Non c'è molto da aggiungere, se non la parola che sorge dal cuore di ogni persona che l'abbia conosciuta: GRAZIE!

Napolitano ad Aquileia

 

Si sono svolti oggi a Roma i funerali di Giorgio Napolitano, per nove anni Presidente della Repubblica. In questi giorni si è scritto tanto di lui, nel bene e nel male un uomo che ha trascorso diverse stagioni della politica e della cultura italiane. Ecco il ricordo del suo passaggio ad Aquileia, il 7 luglio 2014, testimoniato dalla firma sul libro degli ospiti e dalla bella dedica: Ammirazione per questo tesoro che tanto ho tardato a conoscere.

sabato 31 dicembre 2022

Da Josef Ratzinger a Benedetto XVI

 

Ho incontrato personalmente Josef Ratzinger in occasione di un corso di esercizi spirituali da lui tenuti a Collevalenza nel 1986. Lo avevo conosciuto indirettamente nel corso degli studi teologici attraverso i suoi numerosi libri, primo fra tutti l'"Introduzione al Cristianesimo", un compendio di teologia fondamentale ispirato ai documenti del Concilio Vaticano II.

Dal punto di vista dei suoi studi e del suo importante servizio alla Chiesa Cattolica, sono da distinguere diversi periodi della sua vita.

Come valente e apprezzato insegnante, ha fatto parte del gruppo di teologi tedeschi che hanno cercato di tradurre in pensiero e riflessione l'esperienza del Concilio. Alcuni, tra essi i più noti sono stati senz'altro prima Hans Kung e poi Walter Kasper, hanno cercato di sottolineare la necessità di rileggere il cattolicesimo attraverso la lente dell'ecumenismo e dl dialogo interreligioso, mettendo in dubbio anche alcuni dei fondamenti della tradizione dogmatica. Ratzinger si è in quel tempo dimostrato sicuramente molto più prudente, senza per questo venire meno all'apprezzamento nei confronti del principio del dialogo e delle acquisizioni dei suoi colleghi.

La seconda fase della sua "carriera" lo vede vescovo nell'importante sede di Monaco di Baviera. alla sapienza intellettuale si aggiunge in questo periodo l'immersione nel vissuto della comunità, sia pur dal punto di vista elevato e un po' distaccato che necessariamente compete alla guida di qualche milioni di fedeli battezzati. In ogni caso l'approfondimento del pensiero coniugato all'impegno pastorale offre al presule la base teorica e pratica dei suoi interventi nei centri più importanti del governo dell'intera chiesa cattolica.

Chiamato da papa Wojtyla alla presidenza della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Sant'Uffizio), il cardinale si distingue da subito per la ferrea fedeltà all'insegnamento ufficiale della Chiesa, affrontando da subito il tema ritenuto decisivo. L'interesse teologico del Prefetto, divenuto nel frattempo in ogni situazione il principale e più vicino collaboratore di Giovanni Paolo II, si rivolge al rapporto tra fede e ragione, alla relazione tra rivelazione biblica e rivelazione naturale, ai fondamenti teologici dell'etica e ai principi universali della legge morale. Dalla sua ricerca scaturiscono gli appunti trasformati in alcune delle più note encicliche del papa polacco, in primis Fides et Ratio e Veritatis Splendor. E' direttamente firmatario anche di altri discussi documenti pubblicati a nome della Congregazione, tra essi un'istruzione riguardante il rapporto di subordinazione della filosofia alla teologia e una dichiarazione riguardante il dialogo interreligioso, la Dominus Jesus, sorprendente retromarcia rispetto alle indicazioni più "spinte" del Vaticano II.

Scelto per totale continuità come successore di Giovanni Paolo II, il nuovo papa sceglie il nome di Benedetto XVI, forse in memoria e onore di quel Benedetto XV che aveva definito la prima guerra mondiale un'"inutile strage" e un'"orrenda carneficina". Fin dall'inizio si trova in difficoltà. Da una parte non ha la personalità travolgente del predecessore e neppure il sostegno di un giornalista competente e capace di "creare immagine" come fu Navarro Valls con Wojtyla. Dall'altra parte il senso si distacco nei suoi confronti si acuisce in occasione di alcuni interventi pubblici non compresi fino i fondo se non addirittura manipolati dai media non particolarmente compiacenti nei suoi confronti. Il momento cruciale, dal punto di vista dell'impostazione teorica del suo pontificato, è stato il famoso discorso presso la (sua) Università di Ratisbona, nel 2006. La sua riflessione, straordinariamente importante, è stata velata da un'improvvida citazione del profeta Mohamed, raccolta dalla stragrande parte dei commentatori come una, peraltro reale se decontestualizzata, offesa nei confronti dell'Islam.

In realtà quel discorso conteneva il piano complessivo del pontificato. Ratzinger, con profondo acume filosofico e teologico, contempla un'umanità in crisi e ritiene di avere una risposta ai problemi che attanagliano il mondo. Su questo progetto getta tutte le sue carte, impegnando completamente più sé stesso che la chiesa nel suo insieme. Il punto fondamentale è l'asserzione secondo la quale non è possibile comprendere il cristianesimo, se non dentro le categorie culturali che gli hanno consentito di affermarsi nel contesto dell'Impero Romano. Il Vangelo di Gesù Cristo deve essere quindi riletto e interpretato anzitutto, se non esclusivamente, all'interno del pensiero filosofico greco ed ebraico. Solo un ritorno alle origini, non solo dell'evento Cristo, ma anche del suo prolungamento nella Chiesa, consente una piena comprensione e fonda la corretta inculturazione della fede anche nei nuovi contesti missionari. Di fronte all'avanzare del pensiero debole e della liquida post e ultra modernità, Benedetto XVI chiede all'umanità contemporanea di compiere una specie di passo indietro, aggrappandosi alle solide mura dell'impianto aristotelico tomista, caratteristico del medioevo cristiano. Si tratta di ripresentare e di rivalutare l'oggettività del pensiero logico, etico ed estetico, radicato nella certezza incrollabile della rivelazione naturale e di quella biblica, affidata alla corretta interpretazione autorevole e in certi casi infallibile del Magistero della Chiesa. Solo così, la ragione umana potrebbe avere la meglio sulla destabilizzazione prodotta dal relativismo etico, che rende ciascun individuo, unico padrone del proprio destino e come tale non essere libero, ma facile preda degli appetiti incontrollabili dei Potenti.

Si tratta insomma di un progetto grandioso di restaurazione di un tempo indicato come ideale, nel quale la Verità era immediatamente percepita come "una", la Bontà era chiaramente distinta dalla malvagità e il Bello piaceva incontestabilmente, sottratto alle deboli persuasioni di "ciò che piace".

Si sa che l'orologio della storia non può esser riportato indietro e il programma ratzingeriano, per quanto affascinante e motivato, era destinato a fallire. I consueti intrallazzi Vaticani, giunti fino al furto di documenti dal cassetto papale da parte del classico maggiordomo e alla pubblicazione di carte decisamente inquietanti da parte di acuti giornalisti, hanno sicuramente dato il colpo di grazia alle aspettative del pontefice. Ma la vera grandezza del suo atto di dimissioni - reali al 100%, checché qualcuno ne dica aggrappandosi a cavilli canonici marginali - sta nell'intelligenza e nell'umiltà di un uomo che ha preso atto del fallimento del suo progetto, della mancata realizzazione del sogno del ritorno al cristianesimo imperiale, della necessità, per il bene della da lui tanto amata Chiesa, di farsi da parte lasciando ad altri il compito di aggiornare l'agenda, in tempi di enormi urgenze e decisive scelte.

La strada del dialogo e di un nuovo accordo tra tradizione e modernità è di nuovo aperta, da perseguire con amorevole e preoccupata passione, consapevoli - grazie alla sofferta storia di Josef Ratzinger teologo vescovo prefetto e papa - che ormai non è più possibile tornare indietro. 

Riposi in pace, dopo questi suoi ultimi dieci anni, vissuti relativamente ai margini della storia della Chiesa, con l'inedito e poco appropriato titolo di papa "emerito".

sabato 6 agosto 2022

In ricordo del caro don Oskar Simčič

Mons. Oskar Simčič (da Novi Glas)
Sabato 6 agosto, nel Duomo di Gorizia si sono tenute le esequie di mons. Oskar Simčič. Se ne è andato dopo 96 anni, una vita lunga e molto impegnata. Sono stati ricordate le sue origini, a Medana, nel cuore della Brda da lui sempre talmente amata da portare ogni primavera gli amici a contemplare la stupenda fioritura dei ciliegi. Si è fatto cenno ai difficili anni dell'occupazione italiana e della dittatura fascista e anche alla sua capacità di trasformare la vendetta in perdono e in passione per la costruzione di relazioni tra le diverse culture e nazionalità del territorio. Intensa è stata la sua vita pastorale, impregnata di preghiera, di studio e di ricerca. E' stato parroco, stimatissimo insegnante di religione nelle scuole superiori slovene, insegnante di teologia morale in Seminario, cancelliere della Curia, consigliere molto ascoltato da vescovi italiani e sloveni, responsabile per circa venti anni di tutto il clero sloveno della diocesi di Gorizia.

E' stato soprattutto un uomo di rara intelligenza e sensibilità, con un carattere che manifestava nello stesso rigorosa serietà insieme a profonda umana simpatia. Sono indimenticabili le lezioni di morale spirituale, con l'analisi antropologica della festa e la rilevanza sociologica del rito e del mito. Era aggiornato dalla lettura e dalla conoscenza di alcuni fra i più eminenti teologi che hanno reso possibile la celebrazione del Concilio Vaticano II e aveva un'autentica venerazione per il vescovo di Roma che più di ogni altro aveva desiderato e sofferto la riforma generale della Chiesa, ovvero Paolo VI.

Aveva una passione innata per la Bellezza e per l'Amicizia. Questa si esprimeva nell'amore alla montagna e all'arte. Ricordo la sua commozione quando, disceso dal Sabotin, dopo una camminata pomeridiana, mi illustrava la "via slovena sud", che sarebbe diventata dopo il suo racconto una delle mie mete preferite degli ultimi vent'anni. Al termine della spiegazione, con le lacrime agli occhi, mi aveva detto: "è stata la mia ultima volta sul Sabotino". Portava gli amici a scoprire i segreti della Brda, con orgoglio la chiesa di Gradno con i dipinti di Spacal e di Mušič, con giovanile baldanza le gole sottostanti Kozbana. Il suo impegno pastorale lo portava ogni giorno presso le brave suore di Maria della Medaglia Miracolosa e ogni domenica nella chiesa del Crocifisso, alla Subida presso Cormons. Era una sua piccola parrocchia, dove aveva contribuito a costruire una vivace comunità, particolarmente empatica e accogliente. Ogni mese, per un lungo periodo, aveva raggiunto Milano, dove celebrava la Messa per gli sloveni residenti nel capoluogo lombardo e si prodigava nel proporre e organizzare importanti momenti di incontro culturale e spirituale. Conosceva tantissime persone ovunque e aveva una straordinaria capacità di condividere le sue amicizie. Si trattasse di Como piuttosto che di Cerkno, di Lubiana o di Roma, ovunque lo si accompagnasse si aprivano nuove conoscenze e nuovi mondi.

E' stato un vero costruttore di ponti, dedicando molta attenzione alla lettura del passato e alla ricerca dei "luoghi" della sofferenza di un territorio provato da due guerre e dagli assolutismi del XX secolo. Ha sostenuto la crescita del movimento Concordia et Pax, lavorando per la riconciliazione tra i popoli che vivono sul confine. Ma soprattutto è stato profeta, interpretando con le sue azioni e le sue parole, già da diversi decenni, lo spirito di umanità, accoglienza e fraternità raccomandato dall'attuale papa Francesco. Ciò gli ha consentito di essere annoverato tra le persone illuminate che hanno contribuito a gettare in un terreno difficile ma fecondo i semi che hanno portato alla fioritura di Nova Gorica con Gorizia, capitale europea della cultura nel 2025.

Era evidente il suo grande radicamento nel cuore della storia e della cultura della Slovenia, come la straordinaria gioia vissuta negli indimenticabili giorni della caduta del confine. Nonostante ciò, il suo funerale è stato stranamente celebrato in lingua italiana, con qualche frammentario inserto nella lingua materna di don Oskar. Tuttavia i fedeli presenti, grazie al coro e alle splendide canzoni slovene, hanno potuto ugualmente partecipare con emozione alla celebrazione. E' anche accaduto un fatto assolutamente emblematico e inatteso. La più famosa orazione cristiana è stata introdotta e avviata in italiano, ma durante la recita si è manifestato, quasi con forza, un clamoroso cambiamento, cosicché progressivamente ma con sempre maggior decisione l'assemblea ha imposto coralmente la lingua slovena e così la preghiera, iniziata come Padre Nostro, si è conclusa come Oče Naš!

domenica 31 luglio 2022

In morte di Alika Ogorchukwu

Riprendendo il filo dei ragionamenti, la notizia sconvolgente di questi giorni è l'assassinio di Alika Ogorchukwu a Civitanova Marche.

Il primo pensiero va alla vittima, alla moglie, alla famiglia. Come è possibile essere uccisi per una semplice richiesta di un aiuto economico? E' possibile perché si è creato un clima intollerante e intollerabile, che identifica il povero con una minaccia e lo straniero con un pericolo. Ne si è responsabili un po' tutti, dai politici che predicano quotidianamente contro le politiche migratorie o che non trovano alternative alla chiusura delle frontiere fino a ogni cittadino che risponde con astio a chi tende la mano per ricevere un sussidio. E' difficile immaginare che non ci sia uno sfondo razziale nella vicenda di Giulianova, ma non si risolve il problema puntando il dito soltanto contro il pazzo che ha ucciso Alika e neppure soltanto su una comunicazione mediatica troppo spesso parziale e superficiale.

Questa morte deve far pensare. Sì, non solo chi è chiamato al nobile compito di scrivere le leggi e farle rispettare - ma quanti anni di ritardo, se si pensa che i percorsi migratori sono regolati ancora dall'ormai ventennale legge Bossi-Fini e che lo Stato sociale è in generale più in crisi che mai - ma anche chi entra o esce dal supermercato o cammina per le vie della città. Come si "guarda" chi propone l'acquisto di un libro consunto, di uno dei mille accendini o pacchetti di fazzoletti che riempiono le nostre case? Come lo si saluta, come lo si aiuta o con quali parole o gesti semplicemente si declina legittimamente il suo invito? E' un vero e proprio esame di coscienza, forse in grado di farci abbozzare un sorriso invece di uno sguardo torvo, una parola cordiale piuttosto che un giudizio sommario, una piccola attenzione piuttosto che un'indifferenza colpevolizzante. In altre parole, riconosco nel volto della venditrice o del venditore, nella mano tesa che richiede una moneta, il volto o la mano di una sorella o di un fratello? Oppure solo di uno scocciatore che non dovrebbe avere il diritto di calcare il suolo cittadino? Sì, perché dalla risposta a questa domanda, la morte di Alika potrebbe rimanere il segno di una violenza privata di un energumeno isolato e schiacciato dalla follia indotta dalla società del Capitale oppure potrebbe essere solo una tragica tappa di una scia di sangue destinata a divenire un inarrestabile e disumano fiume. 

Forse andando un po' controcorrente, non mi scandalizza infine particolarmente il fatto che i presenti abbiano filmato l'evento invece che cercare di fermare l'aggressore. Stando ai resoconti del giorno dopo, i testimoni non erano più di quattro, tutti fisicamente deboli, difficilmente in grado di scagliarsi inermi contro un uomo in preda a una rabbia incontenibile e folle. Cosa avrebbero dovuto fare, senza essere eroi? Hanno chiamato le forze dell'ordine, giunte purtroppo troppo tardi per salvare la vita della vittima ma in tempo per arrestare l'aggressore. E hanno filmato l'evento, perché no?, non per compiacersi di ciò che stava accadendo, ma per offrire un documento inoppugnabile da consegnare alla giustizia, una serie di immagini destinate a suscitare orrore e a far pensare a ciò che ognuno di noi realmente è. Perché, mentre un giornalista professionista cerca immagini cruente per descrivere agli spettatori gli orrori di una guerra nella speranza di farsi capire meglio, un cittadino non può fare altrettanto esercitando l'unico potere possibile in un simile contesto, cioè quello di trasformare l'evento in documento? Come del resto è accaduto, dal momento che difficilmente si  può negare che siano state proprio quelle immagini a fare di uno dei purtroppo tanti simili fatti di cronaca nera, un momento emblematico della situazione universale dell'Italia e degli italiani attuali. Forse l'orrore suscitato da quelle riprese ha reso almeno un po' meno inutile e vana la morte violenta di un uomo.

venerdì 22 luglio 2022

In memoria di Paola Mazzetti

 

Ci ha lasciato Paola Mazzetti, qualche giorno prima del compimento del 95° anno di età. 

E' una delle ultime testimoni dell'"eccidio del Focardo", un crimine di guerra accaduto il 3 agosto 1944, nella villa sulle colline fiorentine di proprietà di Robert Einstein, cugino diretto e amico fraterno del famoso scienziato.

Erano gli ultimi giorni di guerra nel Centro Italia e gli americani avevano quasi raggiunto Firenze. I partigiani avevano avvisato Robert di una possibile azione dei soldati tedeschi che stavano risalendo la Penisola. Lo cercavano in quanto ebreo e anche, a quanto sembra, per punirlo della parentela con Albert. Era fuggito nei boschi per non farsi trovare, ma i membri della Wehrmacht (così sembra dalle indagini svolte cinquanta anni dopo), appena arrivati avevano fucilato all'istante la moglie Nina Mazzetti e le due giovanissime figlie Luce e Annamaria. Paola era ospite della villa con la sorella gemella Lorenza, praticamente adottate dalla famiglia Einstein dal momento che la madre era morta di parto. Robert Einstein, rientrato precipitosamente, aveva trovato il podere in preda alle fiamme. Dopo aver sistemato tutte le questioni economiche e garantito un futuro ai suoi cari, si era suicidato subito dopo la fine della guerra, il 13 luglio 1945.

La tragedia aveva lasciato un segno profondo nell'animo delle due gemelle. In due modi diversi lo avevano trasformato, reinterpretando un'infinità di volte gli eventi con straordinaria delicatezza. Lorenza, scomparsa due anni da, si era dedicata alla letteratura e al cinema, con un certo successo se solo qualche anno addietro era stata premiata "alla carriera" al festival "Amidei" di Gorizia. Aveva scritto diversi libri ispirati agli eventi autobiografici, il più noto dei quali, "Il cielo cade", aveva vinto un Premio Viareggio e aveva meritato una bella trasposizione cinematografica negli anni '90, con attrice principale Isabella Rossellini. Paola invece, oltre alla scrittura, aveva percorsi i sentieri dell'arte figurativa, riproponendo il messaggio del Focardo in una serie inesauribile di tele, presentate in mostre di successo a Roma e nelle principali città italiane ed estere. Era una persona che viveva e trasmetteva una straordinaria serenità, era stata di grande aiuto a tante persone che cercavano in lei un sostegno psicologico, attraverso la terapia dell'arte, della scrittura e del gioco. Viveva nel cuore di Roma, con la figlia Eva, nota artista fotografa, in via Monte della Farina, a due passi dalla Piazza del Campo e dal monumento a Giordane Bruno. Come la sorella, sarà sepolta nel cimitero della Badiuzza, a due passi da quel Focardo che ha avuto tanta importanza nella sua vita.

Rimane un'ultima testimone di quell'eccidio nazista, una terza cugina ospitata temporaneamente dagli Einstein per sottrarla ai pericoli della guerra. Si chiama Anna Maria Boldrini ed è mia madre.

lunedì 18 luglio 2022

Tramonti di amici...

In questi giorni se ne sono andate molte persone, non è possibile ricordarle tutte, ma alcune sono davvero indimenticabili.

Ettore D'Osvaldo è partito, a 67 anni. Quando ero ragazzo lui faceva parte dell'area cattolica di San Giusto, con altri amici come Sinhue Marotta, Lucio Beltrame, Paolo Zuliani e tanti altri... mentre io frequentavo i gesuiti della Stella Matutina. Erano impostazioni molto diverse, da una parte il buon don Valle, dall'altra Fratel Masiero e padre Faggion, poi il simpatico Brunello che fungeva anche da parroco.  Aveva tanti fratelli e sorelle, poi si era sposato e aveva costruito insieme alla moglie una famiglia numerosa. Come a tutti, anche a lui la vita ha riservato gioie e dolori, che ha affrontato con una sempre viva e profonda fede in Dio e nell'umanità. E' stato un ottimo musicista e il coro di san Giusto, sopravvissuto ai tempi della secolarizzazione e dell'abbandono dei fedeli, è stato ed è ancora un bel punto di riferimento per chi voglia cantare bene e vivere contemporaneamente una grande esperienza di bellezza e di amicizia. Negli ultimi anni ci eravamo un po' allontanati, ma non potrò mai dimenticare la sua intelligente lettura del presente, il suo amichevole sorriso e il suo forte impegno nella Chiesa e nella società. Un grande e commosso saluto, caro Ettore.

Fulvio Coceani, anche lui ha lasciato questo mondo, a soli 66 anni. Ci siamo conosciuti nella banca per la quale ha lavorato molti anni, sempre disponibile, competente e pronto  scambiare due parole. E' stato un grande organizzatore, soprattutto di spettacoli jazz per i quali è ricordato ovunque nel territorio Goriziano e anche ben oltre. Tra uno concerto e l'altro c'era sempre il tempo per uno scambio di idee e di riflessioni, l'ultimo pochissimi giorni fa, davanti a un bankomat nel centro di Gorizia. Mi sembrava sereno e gioioso, come sempre ci si è aggiornati sul reciproco modo di vedere la politica e la cultura locali, ma anche ci si è fatti un'immancabile risata. E' incredibile come sia facile perdere questo dono prezioso che è la vita e come tante volte ci si possa dimenticare che ogni incontro, ogni parola, ogni abbraccio potrebbero essere gli ultimi, almeno qui su questa terra.

Uno sguardo va anche al caro paese di Aiello, anche in questo caso solo due nomi tra i tanti che meriterebbero almeno un menzione. Ottone Colussi è stato un uomo leale, sincero e impegnato che ha donato al paese tantissimo, tempo, idee, proposte ed energie, ricevendo in cambio tanto affetto e stima da parte di tutti. Di lui ricordo la grande simpatia, la straordinaria capacità di accoglienza, sempre pronto a una battuta o a un invito gentile e la sua splendida famiglia che ha condiviso con lui quella grande religione che si chiama sincera amicizia. Michele Milito è stato un altro caro amico, una vita certamente difficile, segnata da scelte complesse, legate al mistero della libertà e della natura umana. Intelligenza superiore, aveva preferito agli onori e alla carriera un viaggio profondo e spesso doloroso nel profondo di sé stesso, esprimendo in ogni momento un senso incomparabile - e a volte incomprensibile - di giustizia e di libertà. Un pensiero affettuoso alla sua grande madre, Meri, ai suoi originali e indimenticabili fratelli, ai suoi cari tutti. Mancherà la sua presenza quotidiana, nel cuore di Aiello.

Ecco, qualche breve pensiero, è difficile non pensare alla caducità della natura umana, in momenti come questi, segnati anche dalle cronache, anch'esse drammatiche, di questa estate goriziana. Non è un guastare le feste e le ferie, ma dare un nuovo valore alla vita, più profondo, più vero, più consapevole.    

sabato 4 giugno 2022

Ricordando Gino Strada e Pierluigi di Piazza...

Sabato 4 giugno, ore 18 presso il Kulturni dom di Gorizia. Si ricordano due persone che hanno avuto in comune l'impegno senza sosta a favore della pace e della giustizia nel mondo. Raul Pantaleo parlerà di Gino Strada, chi scrive insieme ai rappresentanti del Centro Balducci di Zugliano di Pierluigi Di Piazza.

Si può dire ancora molto di questi due testimoni di cosa significhi la centralità della persona. Il loro esempio e il loro insegnamento saranno sempre più radicati in coloro che li hanno conosciuti e hanno condiviso la loro visione della vita e del mondo.

Pierluigi, come Gino, ha sempre incontrato una persona alla volta e, come Gino, non si è mai girato dall'altra parte. Perché? Essenzialmente, perché è stato un uomo innamorato.

Come primo amore porrei la Persona, con la P maiuscola. Persona intesa non soltanto come valore in sé, soggetto portatore di diritti e di doveri, ma proprio come "ogni persona", trattata in modo unico e irripetibile. Le migliaia di donne e uomini, al saluto terreno di Zugliano e Tualis, non erano lì per un generico omaggio a un grande uomo, ma come amici, uno a uno, come familiari. Perché, nonostante un impegno pubblico incredibilmente intenso, Pierluigi trovava sempre il tempo per l'incontro interpersonale, per il consiglio e per il conforto, per la lettera che ti arrivava nei momenti decisivi dell'esistenza. E' in questo amore alla persona il segreto della passione per l'altro che lo ha portato a dare tutto il proprio tempo e le proprie energie a tutti coloro che incontrava, fossero i parrocchiani, mai trascurati tra le mille attività, gli studenti che gli stavano tanto a cuore, i rappresentanti delle tribù della Terra da lui incontrati nei grandi viaggi in America Latina e in Estremo Oriente, i migranti accolti fraternamente nelle strutture sempre più grandi del Centro Balducci, gli ospiti dei Convegni annuali e delle infinite serate nelle quali l'accoglienza si trasformava in progetto sociale e culturale per il bene del mondo intero.

Tra queste Persone, ne aveva scelta una della quale parlava con emozione ed enorme fascino. Si trattava, come lui stesso amava dire, di "questo straordinario Gesù di Nazareth". Il Vangelo era la sua fonte primaria, alla quale continuamente si rifaceva per comunicare, raccontare, parlare e scrivere. Per Gesù di Nazareth si era fatto prete e per lui era nella Chiesa, soffrendo molto per l'incomprensione delle strutture e per l'ottusità delle tradizioni che hanno travisato il messaggio originario. Ma il suo amore era talmente grande da fondare anche un'irreprensibile fedeltà allo stato di vita sacerdotale, senza per questo impedirgli di denunciare tiepidità, freddezze e anche palesi ingiustizie. Certo, il Pontificato del Vescovo di Roma Francesco lo aveva molto rincuorato, si era sentito confermato fin nel profondo del suo essere dalla guida della Chiesa, sentendo gli stessi accenti di passione per l'umano e di denuncia per il disumano che hanno caratterizzato l'intera sua vita. La "sua" Chiesa era quella del Vangelo, con le porte spalancate, desiderosa solo di prendersi cura di ogni persona, senza mai girarsi dall'altra parte. Nella comunità di Gesù non ci possono essere esclusi, ma ci possono  devono essere preferenze, per coloro che sono stati impoveriti da un sistema economico ingiusto, per coloro che sono discriminati per genere, religione o visione del mondo pacifista e nonviolenta.

Un terzo amore era quello per la Giustizia e su questo si fondava la sua concezione, altissima, della Politica e dell'impegno a essa connesso. Una Politica per la Persona lo aveva portato a sognare e poi realizzare il Centro Balducci per condividere il tetto con i migranti. Secondo la legge della Fraternità, nessuno poteva essere dimenticato o maltrattato e per questo, insieme alla rete DASI e ad altre reti di relazione intessute intorno e con lui, aveva sempre denunciato le miopie dei cosiddetti politici incapaci di gestire in modo umano i fenomeni migratori e di non aprire gli occhi davanti alle migliaia di morti nel Mediterraneo e nei boschi della rotta balcanica. Paragonava l'ostilità e il silenzio di fronte a queste tragedie con il silenzio colpevole di chi non aveva fatto nulla per impedire i campi di sterminio durante la seconda guerra mondiale. L'amore per la giustizia era alla base anche del suo radicale pacifismo nonviolento, dimostrato in molte occasioni davanti alla base USAF di Aviano e in moltissime occasioni in cui la sua parola - scritta o orale - è stata un faro per tutti coloro che credono che la guerra non possa essere mai considerata uno strumento per risolvere le controversie tra i popoli e le nazioni. Anche nell'ultimo periodo della sua vita, soffrendo fisicamente per la malattia ma anche per la situazione del mondo, era intervenuto per ribadire il suo autorevole no all'invio delle armi in Ucraina e la necessità di ripristinare il dialogo e la trattativa, unica via di uscita da qualsiasi conflitto. Importanti sono stati anche i suoi interventi a favore del diritto  della dignità della vita di ogni essere umano. La sua presenza accanto a Beppino Englaro fu una testimonianza straordinaria di come la visione evangelica possa correttamente ispirare anche una precisa scelta di parte, contro ogni disumano attaccamento a una malintesa concezione del diritto canonico. E' stato molto vicino anche alla famiglia Regeni, chiedendo con essa in ogni occasione e con tutta la forza possibile, verità e giustizia per Giulio.

Pierluigi è stato anche un profondo teologo. La sua tesi di laurea era stata dedicata al mistero della morte in rapporto alla fede e al senso della vita. Anche da questo punto di vista, la sua posizione era molto originale. Non si poteva certo accontentare di riproporre in modo asettico e disincarnato verità dogmatiche ormai superate dalla storia, meno che meno di applicare pedissequamente regole morali dettate in tutt'altri contesti culturali  storici. Per lui era necessario partire dalla concretezza dell'essere umano in situazione e da lì procedere ponendo al centro della riflessione la necessità di servire e di comunicare l'amore. il procedimento era simile a quello adottato nelle teologie della liberazione dell'America Meridionale. Il vangelo di Colui che libera l'uomo dalla morte si rende concreto nella liberazione dalle schiavitù alle quali popoli interi sono costretti da un sistema iniquo, agli interessi del quale si sacrifica la vita di intere tribù della terra e si violenta senza alcuno scrupolo l'ambiente, quella Madre Terra che tutti alimenta e sostiene e che a tutti deve garantire gli stessi diritti alla vita, alla libertà e alla giustizia.

Non girarti dall'altra parte, dunque! Sì perché tutto inizia dallo sguardo dell'altro e sull'altro, dalla vera centralità della Persona, senza il quale e senza la quale la Politica diventa squallido mercimonio, la Chiesa giustificazione trascendente di ogni sorta di meschinità, la relazione interpersonale una triste strumentalizzazione. Viceversa, inizia il lungo cammino verso la società della giustizia, della fraternità universale, della nonviolenza attiva, verso quell'"uomo planetario" preconizzato da Padre Ernesto Balducci, verso la visione di un secolo XXI che "se non sarà della pace, non sarà".

martedì 31 maggio 2022

31 maggio 1972 - 31 maggio 2022

Igor Komel, Vincenzo Compagnone, Felice Casson
50 anni. Sono passati 50 anni dalla strage di Peteano e il primo pensiero va alle vittime, i carabinieri Antonio Ferraro, Donato Poveromo e Franco Dongiovanni.

L'orrore di quell'evento è ancora vivo nella memoria, soprattutto la telefonata che invitava al controllo della 500 abbandonata nella frazione di Sagrado, sotto il Monte San Michele. Quella voce calma, con una leggera inflessione dialettale, decretava di fatto la condanna a morte di tre persone e il grave ferimento di altre due.

Se ne è parlato lunedì sera al Kulturni dom di Gorizia, in un interessantissimo incontro. Dopo l'introduzione del direttore Igor Komel, è intervenuta da remoto la senatrice Tatjana Rojc che ha inquadrato l'evento nel contesto della situazione di quel periodo sul confine orientale d'Italia. Il giornalista Vincenzo Compagnone ha poi sintetizzato gli aspetti più rilevanti del fatto e di tutto ciò che ne è seguito. Ha poi avviato un'avvincente conversazione con il magistrato ed ex senatore Felice Casson, protagonista di primo piano nella ricerca e nell'individuazione della verità.

Il racconto ha tenuto con il fiato sospeso i tanti presenti, ma al di là dei singoli episodi, quello che ha colpito è stato lo scandaloso depistaggio che ha portato a dilazionare incredibilmente le conclusioni. E' stato delineato un quadro estremamente inquietante di quel periodo, tra infiltrazioni neofasciste nella magistratura e nel comando dei carabinieri e ruolo attivo di personaggi politici assai in vista in quel tempo. Interessante è stato anche il riferimento alla Gladio e alla strategia della tensione. Dietro le quinte di un mondo democristiano apparentemente tranquillo, le trame eversive neo fasciste agivano con inquietanti connivenze, proponendo la strategia della tensione. L'obiettivo era quello di puntare a un vero e proprio colpo di stato, da "giustificare" come ritorno all'ordine minacciato dai gruppi della sinistra, accusati come ideatori ed esecutori degli attentati.

Certo che se un generale dei carabinieri colluso con l'extra destra arriva a sparare gigantesca menzogne per "coprire" gli assassini dei suoi stessi colleghi, vuol dire che il veleno fascista era arrivato a inquinare gli strati più influenti della società. In questo senso, le vicende di cinquanta anni fa, trascinate avanti per decenni e risolte proprio grazie a personaggi coraggiosi come il giudice Casson, sono molto emblematiche.

Anche quella volta il pericolo di un ripristino dell'"ordine" fascista era sottovalutato, se non volontariamente marginalizzato. All'insaputa e sulla pelle della stragrande maggioranza dei cittadini si stavano giocando partite che avrebbero provocato tanti morti e feriti, una guerra aperta contro la democrazia. Occorre aprire gli occhi, affinché tragedie del genere non si ripetano più. I morti di Peteano e delle troppe stragi di quel periodo di tensione siano un monito a chi anche oggi sembra sorridere con colpevole superficialità di fronte agli attuali gruppi che fanno proprie le stesse teorie ideologiche che avevano generato Ordine Nuovo, i Nar e tanti altri arcipelaghi neofascisti e neonazisti.

Grazie a Felice Casson per la sua straordinaria testimonianza, a Vincenzo Compagnone per l'ottima conduzione della serata, a Tatjana Rojc per l'intervento da Roma, a Igor Komel e al Kulturni dom di Gorizia per l'ospitalità.

lunedì 30 maggio 2022

Hvala Boris Pahor! Grazie di tutto...

In queste ore si sta scrivendo molto ovunque, sulla figura e sull'opera del grande scrittore sloveno Boris Pahor che ci ha lasciato oggi, a 108 anni. Le parole più emozionanti e coinvolgenti le ha pronunciate la senatrice Tatjana Rojc, in un suo straordinario e appassionato discorso al Senato. Ecco la registrazione completa del suo intervento: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10222037353664888&id=1292796707 

A Boris Pahor un commosso saluto e un grazie, hvala! per ciò che è stato per tutti noi.
 

lunedì 16 maggio 2022

Pierluigi Di Piazza...

Ho conosciuto personalmente Pierluigi Di Piazza nell'autunno del 1989, durante un incontro sulla pace organizzato dalla comunità parrocchiale di Gradisca d'Isonzo. Da allora ho avuto il dono dalla vita di camminare insieme a lui, in un'amicizia intensa e creativa che ci ha permesso di condividere molti momenti importanti.

La preparazione e la realizzazione delle "via crucis" annuali, da Pordenone ad Aviano, non soltanto hanno rafforzato il legame, ma hanno creato anche una delle tante reti che intorno alla sua persona sono state tessute. E' stato capace di generare relazioni fra i giovani studenti delle scuole superiori che hanno avuto la fortuna di averlo come insegnante di religione, fra le donne e gli uomini impegnati nei percorsi di richiesta di giustizia e pace nel mondo, fra le persone e i gruppi che si impegnano ogni giorno nell'accoglienza di migliaia di persone che fuggono dalla fame e dalla guerra, addirittura fra un gruppo di preti e affini che si sono incontrati regolarmente nella sua casa per condividere i percorsi di vita, per sostenersi nelle difficoltà, per scrivere ogni anno alle genti del Friuli-Venezia Giulia una lettera natalizia piena di spunti e di motivi di riflessione.

Pierluigi ha amato tanto. Ha amato la sua terra, Tualis in Carnia e la sua famiglia, della quale non si stancava di condividere semplici insegnamenti e momenti di intensa e profonda commozione, come quando volle rendere partecipi tutti gli amici del dolore per la perdita della madre. Ha amato ogni comunità, o meglio ogni componente delle tribù di quello che spesso chiamava "il pianeta Terra". Ha viaggiato molto per conoscere e partecipare alla vita dei più poveri, soprattutto nell'America Centrale e Meridionale, intessendo rapporti con i protagonisti di molte lotte per la liberazione dall'oppressione di un sistema che strangola la Natura e gli esseri umani. Ha trasformato la sua casa nella casa di tutti, allargando progressivamente l'orizzonte di un'accoglienza illimitata, soffrendo soltanto l'impossibilità di fare ancora qualcosa di più. Ha saputo trattare ognuno come un dono prezioso, dedicando il suo tempo all'incontro e all'ascolto di chiunque, sempre con il rispetto dell'umana dignità, si trattasse di papa Francesco, del Dalai Lama o di un filosofo acclamato, di un politico o di un vescovo, soprattutto di una persona semplice, impegnata nell'avventura della quotidianità. Ha amato ciascuno per sé stesso, facendolo sentire importante, parte integrante della sua vita, tutta proiettata nella costruzione di relazioni di autentica pace.

Se Pierluigi non può essere identificato solo con l'esperienza del Centro Ernesto Balducci, è impossibile non collegare la sua storia personale con quella di questo straordinario luogo, da lui voluto e costruito, con l'aiuto di tanti volontari, mattone dopo mattone fino alle ragguardevoli dimensioni attuali. La grande intuizione operativa, perseguita fin dal suo arrivo come parroco a Zugliano negli anni successivi al terremoto del 1976, è stata quella di unire la dimensione dell'Accoglienza a quella della Cultura. La sua abitazione è diventata un po' alla volta tetto, stanza e cucina per migliaia di poveri, impegnati nella lotta per la sopravvivenza, fuggiti da condizioni molto difficili provocate dalla mancanza di cibo, di lavoro e di pace, provenienti da tanti posti dimenticati dei diversi continenti. Accanto all'alloggio, c'è stato sempre il racconto riflesso e approfondito delle storie delle persone accolte, ancor di più della Storia attuale di un sistema che produce ingiustizia e rigetta da un giorno all'altro intere Nazioni nello spettro dell'assoluta povertà. Come dimenticare i sempre eccezionali Convegni di settembre, prima a Pozzuolo poi nella sala Petris di Zugliano, insieme alle innumerevoli conferenze, presentazione di libri, incontri ad ogni livello?

E' stato anche un grande e instancabile comunicatore. Ha scritto molti libri, criticamente costruttivi nei confronti un po' di tutte le istituzioni che determinano l'andamento della vita sociale. E' stato ottimo giornalista, scrivendo molto spesso i suoi pensieri sui quotidiani e sulle riviste, divenendo anche referente regionale della splendida realtà di giornalismo alternativo denominata Articolo 21. Nei suoi scritti è sempre presente l'anelito alla libertà, personale e dei popoli, così come emerge una forte esigenza di impegnarsi - fino al limite delle forze - per costruirla giorno dopo giorno insieme a tutte le donne e gli uomini di buona volontà. In una simile visione dell'umana avventura, è facile comprendere come la parola "pace" sia stata quella da lui più volte pronunciata. La convinzione che la guerra sia una follia e che le armi non possano risolvere mai alcun vero problema tra Stati e Nazioni, lo ha portato a contestare ogni politica degli armamenti, a diffondere i messaggi inequivocabili di Gandhi, di don Milani, di Padre Ernesto Balducci, di mons. Romero e di molti altri. Citandoli, spesso ripeteva che "se il XXI non sarà il secolo della pace, non sarà". E anche in questo senso, la sua scomparsa proprio nel momento in cui oscure ombre si vanno proiettando sul destino di tutti, è una specie di segno simbolico e profetico da tenere in attenta considerazione.

Un'ultima parola, almeno in questo contesto, va alla sua inquietudine. Ho lasciato deliberatamente per ultimo un aspetto peraltro fondamentale, l'essere prete all'interno della Chiesa cattolica. La sua umanità delicata, sensibile, scevra da qualsiasi tentazione di protagonismo e una diffidenza innata nei confronti di qualsiasi forma di Potere, non potevano essere facilmente compatibili con il sentirsi parte importante di una delle più potenti strutture planetarie. In effetti questa appartenenza è stata alla base di una profonda sofferenza interiore. Da una parte si è sempre sentito parte integrante di questa famiglia, anche dentro le numerose critiche costruttive finalizzate a proiettarla "fuori dal tempio", nella piena condivisione con le gioie e le speranze, le angosce e le preoccupazioni del tempo. Dall'altra si è spesso sentito incompreso e marginalizzato, percependo quanto l'attuazione del Vangelo di Gesù di Nazareth fosse distante dalle forme e dai progetti strategici del presbiterio diocesano e della chiesa italiana. Il suo spirito ecumenico, la passione per il dialogo interreligioso, la partecipazione convinta alla laicità della fede cristiana e alla ricerca della verità che caratterizza ogni essere umano, non gli hanno impedito di essere fedele fino all'ultimo, costi quel che costi, alle promesse e agli impegni - anche quelli da lui stesso messi in discussione - dell'ordinazione sacerdotale. Forse il suo dolce sorriso sempre velato da una sottile tristezza, derivava da questa lotta interiore fra ciò che percepiva come consono al Vangelo e ciò che vedeva nello svolgersi concreto della "pastorale". Solo negli ultimi anni, con l'avvento di papa Francesco, sembrava aver riconosciuto un afflato nuovo, come se la guida attuale della Chiesa incarnasse finalmente le istanze di rinnovamento che erano state portate avanti in passato da preti che avevano dovuto pagare con tante umiliazioni e denigrazioni la loro passione per Dio e per l'umanità. 

Insomma, parafrasando il vangelo di Matteo, non si può non pensare alle parole del giudizio finale, rivolte a chi ha vissuto come lui: "Vieni benedetto dal Padre mio, perché avevo fame e mi hai dato da mangiare, sete e mi hai dato da bere, ero nudo e mi hai vestito, forestiero e mi hai ospitato, carcerato o malato e mi hai visitato, avevo un problema e lo hai condiviso".

Grazie Pierluigi, caro amico e compagno di strada...