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lunedì 26 febbraio 2024

Viaggio al Focardo

La dolcezza delle colline toscane è conosciuta in tutto il mondo. E' stato molto emozionante immergersi in esse, alla ricerca di una maggior comprensione degli eventi accaduti il 3 agosto 1944.

Il Comune è quello di Rignano sull'Arno, la frazione è quella di Troghi e l'agglomerato di case che interessa questa storia si chiama Il Focardo. Qualcuno ha pensato di allestire un piccolo "cammino", cinque chilometri in tutto, per contemplare la bellezza dei luoghi e per meditare sul mistero dell'umana crudeltà.

Si comincia dal piccolo cimitero della Badiuzza. C'ero già stato altre volte, la prima nel 1974, avevo 14 anni ed erano ancora presenti alcuni dei protagonisti della vicenda. In questo caso non ho potuto trattenere un moto di commozione. Rispetto al passato, il cimitero ha due ospiti in più, le seconde cugine Paola e Lorenza Mazzetti, scomparse nel 2020 e nel 2021. Sono le gemelle, originali e piene di creatività, che in tutta la loro esistenza hanno sublimato la tragedia, trasformandola in opera d'arte, il libro Il cielo cade, le frequenti regie cinematografiche, le mostre di pittura e di fotografia. Erano state quasi adottate dalla famiglia Einstein, Robert e Nina Mazzetti, hanno condiviso i momenti di terrore e la disperazione della separazione violenta dalle zia e dalle altre cugine, Luce e Cici. hanno trascorso una vita intera a rielaborare e a ricostruire, non soltanto per sé stesse ma anche per aiutare tante persone a superare la tentazione della vendetta, a far vincere il perdono, a costruire sempre una nuova possibilità. Mi è dispiaciuto averle conosciute solo negli ultimi anni, ma quanto entusiasmo hanno saputo suscitare in me, con la loro irresistibile simpatia e la travolgente semplicità e saggezza!

Il monumento è sempre lì, edificato almeno quaranta anni dopo gli eventi, slanciato verso l'alto come una fredda protesta verso il Cielo. Per un istante si scostano le nubi e un raggio di sole colpisce pietoso il ferro. Sotto da una parte riposano Nina Mazzetti, Anna Maria detta Cici e Luce Einstein, uccise senza pietà dai tedeschi che stavano per essere cacciati dagli Alleati. Cercavano Robert, volevano rapirlo per ricattare il cugino Albert in America. Ma Albert non era nella villa, si trovava con i partigiani nei boschi. Nina gridava: Robert vieni, vogliono ucciderci tutti! Ma Robert non aveva sentito e i suoi compagni di lotta lo avevano trattenuto, forse convinto che nessuno avrebbe fatto del male. E invece no, il soldato che separava le une, inviate a nascondersi nella stanza alta e le altre, trascinate nella sala rossa. Poi solo gli spari, e poi la fuga, il fuoco, i contadini pietosi che si prendevano cura della zia Seba, di Paola, di Lorenza, di Anna Maria che poi è mia madre. La corsa nei boschi e da lontano, il bagliore dell'incendio. Poi il ritorno di Robert, la muta disperazione, forse un ingiustificato senso di colpa. Robert Einstein, l'ingegnere, vende i suoi beni, sistema il futuro delle gemelle, scrive parole profonde a ogni persona cara e decide di chiudere la parentesi della sua vita. E chiede di stare lì per sempre, accanto alla moglie e alle figlie, diciassette e ventisei anni.

Il cammino riprende. Si passa vicino a laghetti intorno ai quali d'estate pascola il bestiame, si vedono cancelli che introducono a ville sontuose, si sente ovunque l'abbaiare dei cani e dopo un po' si arriva al Focardo. C'è la casa del Peppone, il capo dei contadini che aveva accolto per primo i fuggiaschi dalla casa in fiamme. Lo ricordo cinquanta anni fa, alto, solenne, alle lacrime nel riconoscere mia madre, detta "La Picchia". ora ovviamente non c'è più, ma la figlia abita ancora la stessa casa e c'è il tempo per un breve, fuggevole saluto. E ora la casa, bellissima, dei miei prozii, Nina, sorella di mia nonna Ada e Robert Einstein. Per un varco si riesce a entrare nel giardino, sembra di sentire le risate, le ampie discussioni, di vedere arrivare ospiti illustri. Poi cala soprattutto un silenzio strano, il posto è intriso di un dolore che permane, quasi incollato alle pareti, alle finestre chiuse dai pesanti serramenti. E' una sofferenza immensa, il rumore degli spari, l'odore del sangue, il componimento dei corpi straziati. Ma è come se fosse rimasto lì, una parte penetrata in Robert fino al gesto estremo, una parte prigioniera del Focardo. Ha lasciato liberi tutti gli altri, ciascuno a suo modo, di vivere una vita piena di intensità, di umanità. c'è il tempo per sbirciare un stanza, quasi una cantina con le finestre rotte. 

Dentro ci sono dei disegni, sembrano quasi messaggi pompeiani. La mano è forse di Paola o di Lorenza, a un grazioso uccellino può darsi che abbia collaborato anche mia madre. Sono sprazzi di luce, memoria di un tempo di grande gioia, stroncata da una sparatoria, una manciata di giorni prima della "Liberazione". Ma sanno suscitare anche adesso un sorriso. E permettono di uscire dalla villa, sorprendentemente, con nel cuore un'improvvisa sensazione di Speranza.

Basta uno sguardo, tra i presenti, per capirsi al volo. L'emozione lascia spazio alla gioia dello stare insieme. La vita è bella e vale la pena di essere vissuta. Chi l'ha persa così drammaticamente non soffoca, con una falsa idea di ricordo, la possibilità di continuare a sorridere. Al contrario, il ricordo, lungi dal suscitare l'odio, si trasforma in impegno. E in un abbraccio di pace.

domenica 9 luglio 2023

Una Madre inclusiva e accogliente. L'affresco della chiesa del Lussari/Višarje

Sempre lui, sempre Tone Kralj. 

L'affresco sull'arco trionfale della chiesa del Monte Lussari/Višarje rappresenta Maria che allargando il suo manto, accoglie e include le persone che si rivolgono a lei. Sono espressione di un'umanità oppressa e ferita che cerca di trovare una luce di speranza e di libertà.

Al di là dell'aspetto religioso, la camminata da Camporosso al Lussari è sempre una grande occasione di immersione nella natura, nell'arte e soprattutto nella compagnia di tante persone che, soprattutto nella stagione estiva, salgono insieme verso il santuario. Ci si saluta sempre in quattro lingue, per non escludere nessuno, austriaci, sloveni, italiani e friulani. E anche nel piccolo borgo sulla vetta. dagli altoparlanti si sentono preghiere e canti espressione di tutte le tradizioni culturali.

Non manca lo spettacolo, uno dei più impressionanti delle Alpi Giulie. Da sinistra a destra lo Jof de Miezegnot, il possente Montasio con la sua inconfondibile cresta del drago, lo Jof Fuart con le Madri dei Camosci, l'invitante vicina Cima Cacciatore. Scendendo alla sella sottostante, ecco i due fratelli Mangart e Jalovec che sembrano dialogare eternamente fra loro, spesso coperti dalle nuvole, quelle che formano il loro cappello, che, quando c'è "o farà pioggia o farà bel".

Per chi può percorrere il sentiero del pellegrino, un paio d'ore di aria buona e sentieri tra i boschi, ci sono anche le cappelle della Via Crucis, originariamente dipinte sempre da Tone Kralj. Da notare nella prima stazione, l'arresto di Gesù, il soldato che non vede l'ora di prendere in custodia il condannato e che tiene nella mano un inquietante fascio littorio. E' sempre il pittore sloveno, capace di unire la storia raccontata dal vangelo con quella del suo popolo oppresso dal fascismo.

Insomma, da questa cima non può che scaturire un profondo anelito alla pace e alla giustizia. La bellezza della natura, dell'arte, delle relazioni simpatetiche tra le diverse culture, non dovrebbe essere riservata solo a pochi, ogni essere umano dovrebbe vedere riconosciuto nei fatti il proprio diritto a vivere, a gioire, a essere nella pace, a poter visitare e conoscere il mondo senza limitazioni e senza barriere. 

Credo sia questo il messaggio principale di Maria che distende il suo manto per accogliere tutti, senza eccezioni. E' un messaggio sociale e profondamente umano, prima che esplicitamente religioso. Potrebbe essere la Madre Terra, come la Madre di ogni vivente, oltre naturalmente che la Madre di quell'uomo straordinario che porta il nome di Gesù.

domenica 14 maggio 2023

Perché il Sabotino si chiama così?

Il Sabotino - Sabotin in sloveno -  è un monte sorprendente. La sua posizione di barriera fra il mare e le catene alpine favorisce lo sviluppo di una flora e di una fauna del tutto originali. L'altezza relativa (m.609) non impedisce lo sguardo su tutte le Giulie e, dalla parte della pianura, fino al mare. I numerosi, bellissimi sentieri e le strade carrozzabili consentono a ogni escursionista di raggiungere la cima o almeno i rifugi sottostanti. Da qualche anno è diventato un punto di riferimento quasi quotidiano per sloveni, italiani e friulani che qui si incontrano, si conoscono, intessono preziosi rapporti. Le memorie storiche non si contano, dagli antichi e suggestivi ruderi dell'eremo di San Valentino alle trincee e baraccamenti della prima guerra mondiale, fino ai segni ormai consolidati di tempi ormai trascorsi, la scritta Tito formata con candide pietre carsiche in territorio sloveno e la bandiera italiana illuminata di notte, accanto a quella che fu la più alta caserma del Goriziano, nei tempi in cui il confine faceva ancora paura.

Sì, bene tutto questo, se ne è già parlato mille volte.

Ma perché il "Sabotino" si chiama così?

Con i tempi che corrono, quando nessuno sa offrire una risposta plausibile, ci si rivolge al computer e a quella che per il momento pomposamente viene chiamata "intelligenza artificiale". Non si può dire che le prove finora affrontate abbiano offerto grandi emozioni, dalla collocazione della montagna nelle Alpi Venete alla conquista italiana di Gorizia "durante la seconda guerra mondiale". Lo si nota solo per ricordare di prendere con le molle qualsiasi risultato, per quanto apparentemente convincente possa essere.

Ebbene, secondo la professoressa virtuale i.a. (intelligenza artificiale) Sabotino deriverebbe da "sabot", parola francese che definisce un particolare "zoccolo", particolarmente simile - sempre secondo i.a., al profilo della montagna. Pur suscitando qualche perplessità la presunta somiglianza del Sabotino con uno zoccolo, è un'ipotesi suggestiva e può essere supportata dal fatto che i francesi effettivamente occuparono il territorio goriziano all'inizio dell'800, una presenza tuttora ricordata da alcuni toponimi e da molti cognomi. Dalle cartine geografiche finora reperite risulta inoltre che prima del XIX secolo l'altura era chiamata "Monte di San Valentino", come tuttora noto nella tradizione friulana, in ricordo della chiesa e del luogo sacro tuttora riconoscibile sulla spalla est.

Un'altra possibilità, sempre secondo i.a., è "Monte del Sabato". Non ci sono ulteriori spiegazioni, tuttavia forse il suggerimento potrebbe essere colto per avviare una ricerca sulle frequenti intitolazioni a Santa Sabida che caratterizzano molte chiese e luoghi del Friuli e della Slovenia e che - sembra - siano collegate alla radice alessandrina della chiesa aquileiese. E' un'ipotesi molto avvincente, chiamando in causa le diatribe tra giudeo cristiani e cristiani provenienti dal cosiddetto paganesimo, ma in realtà - a parte l'etimologia - nessun elemento storico o archeologico sembra legare il monte a tali tradizioni.

Ordunque?

Ordunque così si vuole semplicemente aprire il dibattito. Forse qualcuno è in grado di confermare le proposte di i.a. oppure di smontarle definitivamente proponendo magari qualche altra soluzione?

martedì 25 aprile 2023

Buon 25 aprile... con le parole di don Milani

In questo 25 aprile, ripropongo un celebre passo della Lettera ai cappellani militari di don Lorenzo Milani. Scritta nel 1965, conserva buona parte della sua attualità, anche nella sommaria rievocazione della guerra nazi-fascista e nel riconoscimento del valore della Resistenza. Il priore di Barbiana, nato esattamente 100 anni fa (27 maggio 1923), fu denunciato e sottoposto a processo per questo scritto a favore della pace e dell'obiezione di coscienza al servizio militare. La celebrazione del 25 aprile ricorda tutti coloro che hanno partecipato a quella che lui definisce "l'unica guerra giusta - se così si può dire -  del XX secolo". (ab)

 ...Poi dal '39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l'altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia,Russia).

    Era una guerra che aveva per l'Italia due fronti. L'uno contro il sistema democratico. L'altro contro il sistema socialista. Erano e sono per ora i due sistemi politici più nobili che l'umanità si sia data.
    L'uno rappresenta il più alto tentativo dell'umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri.
    L'altro il più alto tentativo dell'umanità di dare, anche su questa terra, giustizia e eguaglianza ai poveri.
    Non vi affannate a rispondere accusando l'uno o l'altro sistema dei loro vistosi difetti e errori. Sappiamo che son cose umane. Dite piuttosto cosa c'era di qua dal fronte. Senza dubbio il peggior sistema politico che oppressori senza scrupoli abbiano mai potuto escogitare. Negazione d'ogni valore morale, di ogni libertà se non per i ricchi e per i malvagi. Negazione d'ogni giustizia e d'ogni religione. Propaganda dell'odio e sterminio d'innocenti. Fra gli altri lo sterminio degli ebrei(la Patria del Signore dispersa nel mondo e sofferente).

    Che c'entrava la Patria con tutto questo? e che significato possono più avere le Patrie in guerra da che l'ultima guerra è stata un confronto di ideologie e non di patrie?

    Ma in questi cento anni di storia italiana c'è stata anche una guerra «giusta» (se guerra giusta esiste). L'unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra:la guerra partigiana.

    Da un lato c'erano dei civili, dall'altra dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall'altra soldati che avevano obiettato.
    Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i«ribelli», quali i «regolari»?
    È una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. 

    Poi per grazia di Dio la nostra Patria perse l'ingiusta guerra che aveva scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati.
    Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall'obbedienza militare. Quell'obbedienza militare che voi cappellani esaltate senza nemmeno un «distinguo»che vi riallacci alla parola di San Pietro: «Si deve obbedire agli uomini o a Dio?». E intanto ingiuriate alcuni pochi coraggiosi che son finiti in carcere per fare come ha fatto San Pietro.

giovedì 20 aprile 2023

Sulle tracce di un confine che non c'è più, sabato 22 alle 10.

 

E' un interessante appuntamento quello di sabato 22 aprile, dalle ore 10 in poi, con incontro a Miren (Merna), subito dopo l'antico confine, presso il cimitero.

Nell'ambito della tradizionale "uscita mattutina" della rassegna libraria Il libro delle 18.03, è infatti prevista un'uscita per conoscere alcuni luoghi che hanno caratterizzato l'ormai antico periodo della netta divisione fra Italia e Slovenia.

In particolare, grazie alla competente guida di Rok Bavčar e del Goriški Muzej di Nova Gorica, si potrà conoscere la tormentata vicenda del cimitero, tagliato in due dal confine, attraversato da un invalicabile filo spinato. Oggi è un monumento all'insensatezza delle frontiere e dei confini che separano le persone che coesistono nella stessa zona.

Si andrà poi alla torretta di avvistamento, che alcuni definiscono il più piccolo museo d'Europa. E' un luogo che testimonia la sofferenza di chi avrebbe voluto passare da una parte all'altra del confine (non sempre nella stessa direzione) e che ha sempre trovato la strada sbarrata dalla minaccia di un fucile o di una sparatoria. All'interno della torre, molte immagini ricordano le vicende di quel difficile periodo.

Se ci sarà il tempo, si potrà salire al suggestivo colle di Mirenski grad dove, sulle rovine di un antico castello, sono state edificate e riedificate dopo le distruzioni belliche la chiesa e la casa per esercizi spirituali, con la caratteristica "scala santa" e i forti affreschi di Tone Kralj. 

Tatjana Rojc racconta Boris Pahor

 

Nel Palatenda presso la biblioteca di Ronchi dei Legionari, nell'ambito della bella rassegna libraria Librinfesta, venerdì 21 aprile alle 20.30, si terrà la presentazione del libro "Così ho vissuto", biografia/autobiografia del grande scrittore Boris Pahor, curata da Tatjana Rojc.

E' molto bello il sottotitolo, "biografia di un secolo", perché in effetti negli oltre cento anni di vita, l'importante intellettuale sloveno ha attraversato i momenti più drammatici della storia contemporanea. Non solo li ha vissuti, ma li ha anche ripensati, approfonditi, raccontati in un modo veramente coinvolgente e affascinante.

Tatjana Rojc, oggi conosciuta come impegnata senatrice, in prima fila nel segnalare la necessità che siano rispettati i diritti delle minoranze e in genere di tutti coloro che rientrano nella categoria delle persone più deboli e marginalizzate, è stata per lunghi anni una delle principali collaboratrici di Boris Pahor. E' quindi la persona senz'altro più competente in materia per poter rendere viva la memoria dello scrittore, parlando non soltanto della sua ampia e molto nota produzione letteraria, ma anche della sua vita, del carattere, delle scelte, delle piccole e grandi intuizioni che rendono significativa l'esistenza di ogni uomo.

In sintesi, un'occasione straordinaria, assolutamente da non perdere.

domenica 16 aprile 2023

Una "via dolorosa" lungo le strade di Gorizia

 

E' stata molto interessante la mattinata di sabato 16 aprile, grazie alla proposta dell'ANPI di Gorizia incentrata sulla visita ad alcuni luoghi importanti della città. 

Si è iniziato presso la sinagoga, dove Luciano Patat ha tracciato una breve sintesi della storia dell'ebraismo goriziano, soffermandosi in particolare sulla tragedia della deportazione degli appartenenti alla comunità di Gorizia, sterminata di fatto dalle deportazioni nei campi di sterminio nazisti.

Nella zona di via San Giovanni, dove tuttora è visibile il balcone in ferro battuto con al centro il monogramma dell'associazione sportiva Južni Sokol, sono state ricordate le forme di opposizione alla repressione fascista degli sloveni della Primorska, rilevando i luoghi degli incontri clandestini che hanno portato alla costituzione del gruppo TIGR. Di esso ha parlato Gorazd Humar, presidente attuale del sodalizio che tiene viva la memoria della lotta del popolo sloveno per la salvaguardia della propria lingua e cultura. 

La sosta successiva è stata davanti al Seminario teologico centrale di Gorizia, dove è stato ricordato il ruolo multiforme della Chiesa cattolica nel periodo del fascismo e durante la seconda guerra mondiale. Si è sottolineato il ruolo degli arcivescovi Sedej e Margotti, in mezzo a loro il (funesto) periodo, dal 1931 al 1934, dell'amministrazione apostolica di Sirotti. Si sono notate le differenze d'approccio del clero e del laicato sloveni, friulani e italiani, nella prospettiva di una nuova fase di collaborazione e pacificazione realizzata - almeno in parte - soltanto negli anni '60 del XX secolo.

La visita esterna del palazzo del Trgovski dom, edificato nel 1903 dall'architetto Max Fabiani, ha consentito di fare il punto sulle attività commerciali e culturali della comunità slovena goriziana all'inizio del XX secolo. Si è poi ricordata la continua pressione da parte dei fascisti che ha portato, nel 1926, all'assalto e alla devastazione dell'ambiente e alla sua successiva trasformazione in Casa del fascio, così denominata fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando, per un paio d'anni, fino al 1947, è stata Casa del popolo. Divenuta sede di uffici statali, solo nell'ultimo periodo è ritornata alla Comunità slovena, che ne ha realizzato per il momento la bella biblioteca Fejgel e un vivace centro culturale.

Il gruppo si è spostato poi in Largo Culiat, dove Anna Di Gianantonio ha descritto gli avvenimenti accaduti negli edifici circostanti. C'è la bella, ma in progressivo degrado, villa Louise, meglio conosciuta come Villa Elda, in memoria della sorella di Carlo Michelstaedter, moglie del medico Silvio Morpurgo, costretto dalle leggi razziali a chiudere il proprio studio medico. C'è l'attuale scuola Locchi, un tempo caserma dove venivano portati gli arrestati che, dopo tremende torture, venivano instradati verso i campi di concentramento e stermino nazisti. La stessa sorte era riservata a coloro che venivano presi e portati in una casa dell'attuale via Crispi e soprattutto in Via Roma, torturati e umiliati prima della deportazione o dell'eliminazione fisica.

Insomma, si è trattato di un viaggio nel cuore della città, con alcune suggestioni nuove e inedite, sempre con nella mente e nel cuore l'orrore per il totale disprezzo della vita e della dignità di ogni persona.

martedì 11 aprile 2023

Passi controvento, la mattina del 16 aprile

 

Davvero interessante è la seconda passeggiata lungo le vie di Gorizia, alla ricerca dei luoghi dell'antifascismo.

Sarà una passeggiata per chi parteciperà, avvincente e piacevole, ma tutt'altro che passeggiata possono essere definite le storie che si ascolteranno e che aiuteranno a riflettere.

Si partirà dalla Sinagoga e dal ricordo degli ebrei deportati nei campi di sterminio e quasi tutti mai più ritornati. In Via Malta e Via San Giovanni saranno rievocati episodi legati alla nascita del TIGR e alla fondazione dell'associazione Sokol, nonché le vicende accadute negli spazi della locanda d'angolo e nella contigua via Carducci. 

Si rievocherà la storia della presenza culturale ed economica slovena nei primi trent'anni del XX secolo, approfondendo la nascita, la crescita e la perdita del Trgovski dom in pieno ventennio. 

Si toccheranno inoltre luoghi dove sono state praticate la detenzione e la tortura, durante il regime e durante la seconda guerra mondiale, in Largo Culiat, Via Roma e Via Crispi. Sono storie che hanno rischiato di perdersi nei vuoti della memoria e che gli studi recenti, come pure iniziative come quella della prossima domenica, vogliono rinverdire e riportare alla giusta attenzione dei cittadini.

Gli accompagnatori sono stati scelti per la loro competenza e le loro conoscenze, in particolare Anna Di Gianantonio, presidente ANPI di Gorizia, Luciano Patat, storico, uomo di grande cultura ed ex sindaco di Cormons e Gorazd Humar, esperto polivalente e presidente attuale del TIGR (Trst Istra Gorica Rjeka). Da non perdere!

domenica 9 aprile 2023

Velika noč na Sveti Marjeti. Una pasqua col drago, a Santa Margherita, sopra Ljubljana

 

A una manciata di chilometri da Ljubljana inizia un bosco che susciterebbe l'invidia di Cosimo, il barone rampante reso famoso dalla fantasia di Italo Calvino. Infatti, escludendo il superamento delle autostrade, moderne ferite inferte dai processi del cosiddetto sviluppo globale, si potrebbe andare, saltando di ramo in ramo, oltre i Balcani, fino al Monte Olimpo in Grecia.

Senza pensare di raggiungere mete così lontane, ci si può limitare a percorrere qualcuno degli innumerevoli sentieri e raggiungere qualche vette di quelle che un po' pomposamente vengono chiamate le "Dolomiti slovene", In realtà, non hanno nulla a che vedere con le rocce dei "Monti pallidi", ma consentono simpatiche passeggiate, dove è sempre possibile scoprire cose nuove e interessanti.

Per esempio, salendo da Žlebe verso il Jeterbenk e il paese di Katarina, si incontra un piccolo santuario dedicato a Marjeta. All'esterno c'è una sua statua in pietra, ai suoi piedi un piccolo drago, dalla faccia simpatica e tutt'altro che spaventoso. 

C'è una leggenda locale che parla di un terribile drago che terrorizzava la gente del luogo, costringendola a donargli vitelli per cibo e tanto vino da bere. Abitava in una stretta valle, un vero e proprio abisso e da lì manifestava i suoi venefici desideri. Fu ucciso dalla furbizia dei paesani che lo ingannarono presentandogli un vitello morto, riempito di calce viva. Non vedendoci per la fame, il mostro se lo inghiottì tutto in una volta e ci si può immaginare quale fu la sua fine. O che volle tirarsi addosso la montagna o che vollero coprirlo con tante pietre, fatto sta che l'abisso fu riempito, al suo posto fu edificata la piccola chiesa e con la calce fu edificato il pittoresco campanile.

Ecco spiegato il drago tenuto a guinzaglio da Marjeta. In realtà, potrebbe valere anche il contrario, cioè potrebbe essere proprio il culto della santa a ispirare la leggenda popolare. Si tratta di un personaggio molto venerato in mezza Europa, tra l'altro insieme a Caterina d'Alessandria che ha dato il nome alla chiesa e al paese sovrastante. Marjeta altri non è che Margherita di Antiochia, martire durante la persecuzione di Diocleziano all'inizio del IV secolo. La tradizione  racconta di una visita del diavolo, sotto forma di drago, nella prigione in cui era rinchiusa. Inghiottita dalla tremenda fiera, la santa riesce a fuggire tagliandogli la pancia con il crocifisso, ennesima versione dell'eterna lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, tra la vita e la morte.

In ogni caso, presso la chiesa di Santa Marjeta si tengono interessanti performance artistiche e teatrali durante l'estate. Oltre a tutto ciò, il panorama sulla regione centrale della Slovenia è incantevole e, se si hanno tempo e gambe, una salita sulle alture vicine permette uno sguardo dall'alto, inusitato e inaspettato sulla bella candida Ljubljana. 

sabato 8 aprile 2023

Dalla parte dell'Agnello. Vesele velikonočne praznike, Buine Pasche a duc.

Aquileia, plutei della cappella San Pietro (VIII sec.?)
Tra tutti i numerosi elementi del primo patto, il cristianesimo delle origini ne onora particolarmente uno, quello dell'agnello. Già l'evangelista Giovanni, raccontando uno dei primi incontri con Gesù di coloro che poi diventeranno suoi apostoli, racconta come Giovanni Battista l'abbia loro presentato come "l'agnello di Dio".

Quella dell'agnello è una simbologia molto efficace e nello stesso tempo drammatica. Chi non si commuove davanti alla tenerezza di un agnellino (salvo poi mangiarselo senza troppi problemi quando lo si trova nel piatto, fatto a pezzi e arrostito)? Forse questa ambivalenza - commuove, ma la carne è molto apprezzata - è all'origine del segno. C'è un agnello che porta su di sé i peccati del mondo, piace, è accarezzato da grandi e piccini, ma il suo destino è di essere scannato senza pietà e il fumo dell'olocausto, giungendo fino a Dio, placa la ben poco misericordiosa sete di vendetta per le ripetute disobbedienze dei membri del suo popolo.

Forse non è proprio così o forse qualcuno ha capito male, trasferendo sul piano del realismo ciò che avrebbe dovuto rimanere soltanto nell'ambito della metafora.

Fatto sta che Gesù viene presentato come l'"agnus dei", ovvero come colui che toglie i peccati del mondo, donando la sua vita per ogni essere umano. Con ciò - lo dice un testo un po' complesso ma importante come la Lettera agli Ebrei - abolisce per sempre la vittima, il sacrificio e il sacerdote che lo compie. L'agnello, dolce e indifeso, attraversa il triste destino di ogni suo simile, assassinato su una croce dai soliti Poteri, quello religioso (Caifa), quello politico (Pilato) e quello militare. Ma oltrepassando la morte attraverso l'Amore, offre un senso nuovo anche al rito. Agnus lupum vincit. Finisce il sacrificio, inizia il convivio, "questo è il mio corpo che è per voi...", "questo è il mio sangue, versato per voi...", cioè perché voi (ovvero tutti noi) ne possiate mangiare e bere, celebrando eternamente la sua presenza.  Dove due o tre sono riuniti nel suo nome, l'Amore è in mezzo a loro.

Per questo, ciò che appare rientra nella normalità. L'agnello è massacrato e non ha scampo, gli agnelli indifesi sono distrutti dai mitra e dalle bombe in ogni guerra, annegati nelle acque del Mediterraneo o nei fiumi dei Balcani, soffocati dalle persecuzioni attuate dai dittatori di ogni tempo, costretti a morire di fame tra dolori lancinanti. Il lupo ha sempre la meglio sull'agnello, sta nella natura delle cose.

L'essenza della Pasqua cristiana è il sovvertimento dei valori e per una volta è l'agnello a prevalere, non uccidendo il lupo, ma sconvolgendo i suoi piani con un tenero sguardo d'amore. Muore ugualmente? Sì. Ma colpito senza colpire, getta nel terreno della Vita un seme di immortalità. Come disse il grande Publio Virgilio Marone, omnia vincit Amor e come ribadì lo stesso Giovanni (o chi per lui) nella sua prima lettera, Θεος αγαπη εστι, Il Divino coincide con l'Amore.

Dunque? Dunque, invece di compiere una strage di innocenti animaletti appena nati, per compiacere la forma di una radicata tradizione, è bene provare a diventare "agnelli" come Gesù, pronti a dare la vita piuttosto che toglierla, a perdonare invece di vendicarsi, ad amare incondizionatamente invece di odiare. Si continuerà così quella semina dell'amore nonviolento dalla quale forse un giorni nasceranno i fiori e i frutti di un mondo universalmente pacificato, nella giustizia e nella verità.

Buona pasqua, vesele velikonočne praznike. 
 

venerdì 17 marzo 2023

Tre donne in cammino

Tre donne hanno deciso di mettersi in cammino. No, non solo in senso figurato o simbolico, anche fisico. Sono partite un paio di giorni fa a piedi da Venezia e domenica sera dovrebbero arrivare ad Aquileia.

Si fermeranno una giornata intera nell'antica città e potranno visitare gli scavi archeologici, i musei e naturalmente anche la Basilica.

La sera di lunedì 20 marzo incontreranno tutti coloro che accoglieranno il loro invito. Alle 18,30, nell'inedita sede del negozio/libreria della Basilica in piazza Capitolo, racconteranno della loro meta, del loro marciare, della loro vita.

Dove stanno andando? Puntano lontano, percorrendo una parte dell'antica Via della Seta. Arriveranno fino a Istanbul, passando per Lubiana, Zagabria, Belgrado e attraversando tutti i Balcani. Non sono alle prime armi, una di loro almeno è una veterana dei cammini lunghi. Ha scritto un libro molto bello, intitolato "Quando cammino canto", nel quale - come capita alla maggior parte dei viandanti scrittori - racconta l'intreccio misterioso e a volte miracoloso tra la scelta di lasciare la propria quotidianità e la più ampia avventura dei diversi momenti della Vita.

Il volume, edito da Ediciclo, è interessante, in quanto riesce a coniugare la tradizionale passione per il racconto di fatti, aneddoti e piccole esperienze con una notevole capacità di riflessione. La lettura è già in sé stessa un piccolo pellegrinaggio, guidato dall'autrice, verso le più recondite pieghe dell'io e del noi.

Vale la pena di leggere e anche di ascoltare direttamente questa originale testimonianza. La partecipazione all'incontro e alla presentazione è ovviamente libera e gratuita, davvero da non perdere! 

Ripartiranno martedì 21 marzo, dopo aver partecipato all'"Alba in basilica", alle 5.45 e aver ricevuto da tutti i presenti il mandato di portare un messaggio di pace e giustizia nel cuore dell'inquieta e affascinante vecchia Europa.

giovedì 2 marzo 2023

Un pomeriggio in compagnia dell'Isonzo/Soča

 

Venerdì 3 aprile, alle ore 17 nella sala Dora Bassi di Gorizia, si parlerà di Isonzo/Soča. Lo si affronterà con le parole introduttive degli organizzatori, con le fotografie di vari autori che si potranno poi ammirare anche da via Garibaldi, con la spiegazione della giornalista Cristina Feresin e con un'ampia rassegna di immagini, dalla sorgente alla foce.

Il fiume racconterà la bellezza dei suoi paesaggi, il colore straordinario delle sue acque, la voce dei poeti che hanno vissuto sulle sue rive, il fragore dei temporali e il rombo dei cannoni nelle guerre. Parlerà della gioia dei suoi visitatori, gli alpinisti e i canoisti, i bagnanti e gli amanti dei picnic. E con tristezza parlerà anche di sfruttamento, delle troppe dighe che ne hanno modificato gravemente il corso, delle industrie e degli inceneritori che inquinano l'acqua, l'aria, la terra e il fuoco, delle siccità che ormai troppo spesso ne desertificano il corso, della morìa dei pesci. E dirà anche la soddisfazione di contemplare tanti suoi difensori, da una parte e dall'altra di un confine che per fortuna non esiste praticamente più. Suggerirà tante idee perché il suo corso non sia visto come puro oggetto di sfruttamento, ma se ne colgano anche le potenzialità, sul piano del turismo, della conoscenza della strabiliante storia che si è vissuta intorno alle sue rive, delle opere d'arte gelosamente nascoste tra i suoi meandri, della avventure inverosimili e affascinanti degli staroverci. Guerra e pace, delitto e castigo, potere e gloria... Insomma, chi può non se lo perda!

sabato 25 febbraio 2023

Lettera di una professoressa...

Oggi, con un po' di ritardo, una breve considerazione sulla polemica della settimana. La contestazione alla lettera della preside di Firenze Annalisa Savino, espressa dal ministro Valditara, non ha bisogno di commenti. Invece di prendersela con la violenza dei fascisti, ha preso di mira una persona che, fedele al suo ruolo di insegnante ed educatore, ha offerto ai propri studenti un'interessante chiave di lettura. Se l'intervento del ministro ha suscitato enorme perplessità - presumibilmente anche in esponenti del suo stesso orientamento politico - ha comunque avuto anche un effetto positivo, quello di consentire a tutti gli italiani di leggere le brevi ma profonde riflessioni della dirigente scolastica fiorentina. Le si ripropone anche  in questo blog, vale la pena di leggerle perché intrise di una profonda preoccupazione e di un intenso affetto nei confronti non soltanto dei giovani che frequentano la sua scuola, ma anche di tutti gli abitanti del nostro Paese. (ab)   

Cari studenti, in merito a quanto accaduto lo scorso sabato davanti al Liceo Michelangiolo di Firenze, al dibattito, alle reazioni e alle omesse reazioni, ritengo che ognuno di voi abbia già una sua opinione, riflettuta e immaginata da sé, considerato che l’episodio coinvolge vostri coetanei e si è svolto davanti a una scuola superiore, come lo è la vostra. Non vi tedio dunque, ma mi preme ricordarvi solo due cose. 

Il fascismo in Italia non è nato con le grandi adunate da migliaia di persone. È nato ai bordi di un marciapiede qualunque, con la vittima di un pestaggio per motivi politici che è stata lasciata a sé stessa da passanti indifferenti. ‘Odio gli indifferenti’ - diceva un grande italiano, Antonio Gramsci, che i fascisti chiusero in un carcere fino alla morte, impauriti come conigli dalla forza delle sue idee. 

Inoltre, siate consapevoli che è in momenti come questi che, nella storia, i totalitarismi hanno preso piede e fondato le loro fortune, rovinando quelle di intere generazioni. Nei periodi di incertezza, di sfiducia collettiva nelle istituzioni, di sguardo ripiegato dentro al proprio recinto, abbiamo tutti bisogno di avere fiducia nel futuro e di aprirci al mondo, condannando sempre la violenza e la prepotenza. Chi decanta il valore delle frontiere, chi onora il sangue degli avi in contrapposizione ai diversi, continuando ad alzare muri, va lasciato solo, chiamato con il suo nome, combattuto con le idee e con la cultura. Senza illudersi che questo disgustoso rigurgito passi da sé. Lo pensavano anche tanti italiani per bene cento anni fa ma non è andata così”. 

lunedì 13 febbraio 2023

Vide Napole e po... ci torni!

 

Napoli, con tutte le sue contraddizioni, è una città meravigliosa. 

Sono belli i luoghi di arte e di cultura, dal Museo Archeologico Nazionale alla nuova Galleria d'Italia, attualmente con una stupenda esposizione dedicata ad Artemisia Gentileschi, dalle innumerevoli chiese ai pittoreschi decumani, senza ovviamente trascurare gli sguardi panoramici con l'immancabile Vesuvio sullo sfondo.

Ancor più belle, come del resto ovunque, sono le Persone, i Napoletani. Sono spesso vituperati al nord, vivono indubbiamente situazioni difficili e i rioni parlano certo sempre la lingua della giustizia e della legalità. Tuttavia c'è una speciale capacità di accoglienza, di far sentire l'ospite a proprio agio, di presentare con orgoglio la bellezza della propria storia. Certo, è la vicenda di una metropoli che un tempo fu sede di un grande Regno, una capitale d'Europa, mentre oggi vive con un miscuglio di speranza e disperazione la propria geografica e politica marginalità.

Tra le mille esperienze possibili, è da consigliare una visita alle Catacombe di san Gennaro. Sì, le catacombe non sono soltanto a Roma, ma anche a Napoli, cimiteri precristiani e cristiani scavati nel tufo della collina di Capo di Monte. Hanno affreschi parietali importanti e raccontano una comunità viva, capace di utilizzare il linguaggio ordinario dei primi secoli per trasmettere il messaggio della nuova fede nel Risorto. Anche qua, al di là del grande interesse del sito archeologico, è da rimarcare la storia di vita delle guide e del loro rione Sanità, proprio quello che fino a non molti anni fa veniva accompagnato dall'aggettivo "famigerato".

Il nostro accompagnatore, Emanuele, racconta che dopo la laurea in storia medievale aveva trovato lavoro nel centro di Napoli, con uno stipendio di 9 euro al giorno (sì, proprio al giorno, non all'ora). Prima di fuggire al Nord, come tanti altri coetanei, incontra la Paranza, una cooperativa sociale inserita in un progetto di rilancio e trasformazione del rione. Da allora, insieme a una quarantina di altri colleghi, lavora per restituire alla città e ai turisti luoghi dimenticati e abbandonati. E - afferma - "cosa si potrebbe desiderare di più che svolgere il lavoro per il quale ci si è tanto impegnati e che da sempre si è sempre sognato?" Il progetto prevede azioni culturali, ma anche imprenditoriali e sportive, senza dimenticare la creazione di occasioni per tirare fuori i giovani da situazioni di potenziale o reale devianza, rendendoli protagonisti del futuro loro e del loro territorio.

In questo modo, in pochi anni, grazie anche all'intuizione di un parroco illuminato e dei suoi collaboratori, il rione Sanità è diventato sempre più noto e, per chi ha l'occasione e la fortuna di visitarlo, sempre più interessante e attraente per tutti i visitatori. Vale la pena di addentrarsi tra i trafficati e rumorosi vicoli della zona che ha visto nascere il grande Totò e che ora vede rinascere la voglia di vivere e di rimanere. Tra le altre attività, da qualche settimana è stata aperta anche la "Locanda del Monacone", un'altra realtà di giovani che sono stati sostenuti nel loro desiderio di realizzarsi, senza dover lasciare la propria amata terra per andare a cercare fortuna altrove. Un pranzo da loro - o meglio "con" loro - è un'avventura di conoscenza, di dialogo e di grande simpatia. Inoltre, fatto non trascurabile, è un ristorante che garantisce un menù rigorosamente "napoletano", preparato con grande cura, al punto che al fondo, rimane solo l'imbarazzo della scelta.

Grazie per questo quadretto di una nuova Napoli possibile, che senza rinunciare alla propria tradizione, riesce a vincere le sue paure e a presentarsi al mondo nella veste che la caratterizza più del Vesuvio e dei tanti monumenti, quella di una costruttiva e spettacolare Umanità.

mercoledì 8 febbraio 2023

8. februar, Prešernov dan. Il Kulturni dom invita tutti i Goriziani a celebrare insieme la Giornata della Cultura Slovena

La vetta del Triglav (m.2864), la più alta della Slovenia
La Slovenija è molto bella. Ci sono paesaggi stupendi, dalle Alpi Giulie a quelle di Kamnik, dalle valli della Soča/Isonzo a quelle della Sava e della Drava, dai verdi colli ondulati della Dolenjska alla costa adriatica.

Ci sono anche belle città, che raccontano una storia importante, dalla Capitale Ljubljana a Maribor, da Celje a Kranj e Škofja Loka, da Murska Sobota a Koper e, naturalmente a Nova Gorica che si appresta a diventare significativo punto di riferimento in Europa.

Soprattutto la Slovenija è Cultura. E' una Cultura che nasce spontanea, nella dolcezza, nella capacità di accoglienza, nella pulizia interiore ed esteriore delle persone che la abitano. Ed è una Cultura che si esprime attraverso l'arte, quella figurativa e quella letteraria, quella architettonica e quella spirituale, nel senso ampio del termine. Un popolo fiero delle proprie origini, delle caratteristiche peculiari di una lingua che conserva gelosamente, insieme al duale, altri segni dell'antica radice indoeuropea, non si chiude in sé stesso, ma si apre all'incontro con l'Europa e con il mondo. In questo modo testimonia una  significativa concezione della giustizia, della libertà e della pace. radicata e temprata in una storia ricchissima di contenuti costruttivi, ma anche di inenarrabili sofferenze e oppressioni da parte dei nazionalismi che hanno cercato, senza riuscirci, di soffocarla e assimilarla alla triste dis-ragione della violenza e della forza. 

Certo, non tutto è oro quello che luccica e come ovunque, anche la Slovenija degli anni 2000 non è immune dalle chimere del turbo capitalismo. Tuttavia si ha l'impressione che esso non sia altro che l'occasione per un'altra prova da superare, ancora una volta con la sola potente e affascinante arma della Cultura.

E questo accadrà, fino a quando si celebrerà come Festa Nazionale - caso forse unico in Europa - la giornata anniversaria della morte del più noto poeta, France Prešeren (Vrba, 3 dicembre 1800 - Kranj, 8 febbraio 1849). E' dal 1945, all'indomani della fine della seconda guerra mondiale e della definitiva Liberazione dal nazi-fascismo che si celebra questa festa che racconta vicende di umanità e di libertà. In tutte le città e i paesi si leggono oggi le poesie e si racconta la vita del grande scrittore, insieme a quella di tanti altri personaggi che non hanno soltanto dato dignità letteraria alla lingua slovena, ma hanno anche offerto un tassello indispensabile al grande mosaico della Cultura europea.

Di questo - e delle importanti influenze sulla letteratura italiana e delle significative convergenze tra poeti e romanzieri degli ultimi due secoli - si parlerà anche a Gorizia, questa sera, al Kulturni dom, quando lo scrittore e accademico Miran Košuta dialogherà con il pubblico, invitandolo a "entrare" nella bellezza e nella vivacità della Storia e della Cultura della Slovenija e di questa particolarissima realtà che è la terra di confine che porta il nome di Goriška, Goriziano.

Alle ore 18.03, presso il Kulturni dom di Via Brass. Davvero, da non perdere!

martedì 7 febbraio 2023

Mercoledì 8, l'attesa presentazione al Kulturni dom

 

In occasione della Giornata Nazionale della Cultura Slovena, il Kulturni dom di Gorizia e Il libro delle 18.03 propongono la presentazione di un interessante DVD, un dialogo intervista con il professore e scrittore Miran Košuta. Ecco il comunicato stampa del Kulturni dom:

Mercoledì 8 febbraio 2023 alle ore 18.03, presso il Kulturni dom di Gorizia (via I. Brass, 20), si terrà, nell’ambito della Giornata della cultura slovena e della rassegna “Il libro delle 18.03”, la “prima” del film - documentario “Sulle tracce della letteratura slovena”, un incontro – intervista tra il poeta e traduttore prof. Miran Košuta di Trieste e il giornalista goriziano Andrea Bellavite. Il documentario in lingua italiana ha come obiettivo di favorire al pubblico italiano una migliore conoscenza della realtà culturale slovena.

Durante la presentazione, è prevista anche la lettura di alcune poesie dei principali autori sloveni, curata

dagli attori goriziani Robert Cotič e Pierluigi Pintar.

Il film – documentario, realizzato dalla cooperativa culturale Maja, nell’ambito del progetto regionale

“Čedermaci današnjega časa ‘22”, in collaborazione dalla casa cinematografica AVS di Nova Gorica, e ideato da Andrea Bellavite, Igor Komel e dal regista Ivo Saksida, può essere descritto come un breve vademecum della letteratura slovena, dalle origini ai giorni nostri, nonché un significativo anello di congiunzione tra la cultura italiana e quella slovena.


In questo senso la scelta del professore universitario triestino Miran Košuta per l’incontro sulle tracce della cultura slovena, non è casuale. Esperto, laureato in filosofia all’Università di Lubiana, è uno scrittore, storico e critico letterario italiano di lingua slovena e grande conoscitore d’entrambe le realtà culturali del nostro territorio. Va inoltre menzionato che il professore, associato di lingua e letteratura slovena per la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Trieste, orienta i suoi studi verso il pubblico italiano con l’obiettivo di favorire una migliore conoscenza della letteratura slovena.

La serata è promossa dalla cooperativa culturale Maja (nell’ambito del progetto Čedermaci 22), dal Kulturni dom di Gorizia e dall’associazione culturale “Il libro delle 18.03”, con il patrocinio della Regione Friuli Venezia Giulia, dell’Unione culturale economica slovena (Skgz) e dei comuni di Gorizia e Nova Gorica (Capitale Europea della cultura 2025).


Ingresso libero. Per informazioni: +39 0481 33288 – info@kulturnidom.it.

sabato 4 febbraio 2023

Davide Conti e l'uso pubblico della storia

 

E' stata un'entusiasmante lezione di storia, quella tenuta sabato mattina dal prof. Davide Conti nell'affollata sala grande del Kinemax di Gorizia.

L'iniziativa, proposta da ANPI/VZPI, è stata introdotta da Anna Di Gianantonio che ha illustrato il titolo della conversazione nonché dell'ultimo libro dell'autore "Sull'uso pubblico della storia", ha richiamato alcuni eventi "goriziani" speciali e ha presentato il relatore.

Dopo una breve sintesi delle vicende italiche dell'intero XX secolo, Conti ha evidenziato come l'Italia non abbia fatto mai i conti con il fascismo, percorrendo, dopo la seconda guerra mondiale, una sorta di doppio binario. 

Da una parte infatti le forze antifasciste hanno scritto a più mani l'inizio della nostra "democrazia costituzionale", incentrata proprio sulla composizione delle conflittualità fra le diverse posizioni, contrastando esplicitamente la visione omologante e categoriale del fascismo. Una visione in grado di porre al centro dell'attenzione dello Stato ogni cittadina e cittadino, il lavoro, la giustizia sociale, la destinazione universale della proprietà e il ripudio della guerra, non ha nulla da spartire con quell'idea di "democrazia liberale" nella quale molti vorrebbero rinchiudere l'attuale sistema italiano ed europeo.

D'altra parte il percorso di una matura idea dello Stato è stato irto di difficoltà, sia nell'attuazione del dettato costituzionale, sia nel riproporre nei posti chiave della vita sociale e politica gli stessi personaggi che avevano avuto ruoli di grande e tragica importanza nel corso del ventennio fascista. La delineazione di alcuni esempi di questo "riciclaggio" ha fatto venire i brividi ai presenti, dal momento che questi stessi funzionari collegati intrinsecamente al destino di Mussolini e macchiatisi di delitti riconosciuti dall'ONU come crimini di guerra, non solo hanno rivestito subito dopo il conflitto incarichi altrettanto importanti, ma sono stati implicati, direttamente o indirettamente, anche nelle strategia dlela tensione e nei tentativi di golpe degli anni '70.

Molto interessante è stata l'analisi della tipologia delle numerose stragi neofasciste che si sono ripetute in quegli anni, soprattutto per il collegamento con alcune delle più preoccupanti linee di tendenza del momento. La critica all'antifascismo di essere anacronistico in quanto "non esisterebbe più il fascismo", è un modo subdolo e sottile per rifiutarsi di riconoscere che esso non è soltanto una forma di lotta contro la violenza razzista del fascismo, ma la visione stessa di uno Stato, nato sulle macerie dell'orrore bellico e fondato su una Costituzione che ha tracciato le linee di una visione equa e solidale del vivere comune.  La dimenticanza di tale fondamento porta necessariamente al travisamento della memoria, come dimostrato dai numerosi e inquietanti esempi portati dal relatore, che ha tracciato anche una specie di "calendario della dimenticanza", cominciando dalle Giornate della Memoria e del Ricordo, istituite in Italia in modo anacronistico e antistorico, una sorta di autoassoluzione relativamente alle violenze e ai massacri che gli italiani - tutt'altro che "brava gente" - hanno compito in Jugoslavija, in Spagna durante la guerra civile, nelle famigerate colonie.

L'ampia trattazione non può certo essere sintetizzata in poche righe. Quello che forse conta è che non sfugga mai il senso del titolo. La storia può essere usata strumentalmente per poter manipolare la coscienza dei cittadini, oppure può essere l'occasione per leggere il proprio presente, collocandolo nel contesto di un passato da studiare con attenzione per raccogliere gli elementi necessari a costruire un futuro migliore. Grazie ad ANPI/VZPI e soprattutto a Davide Conti per questa magistrale lezione, conclusa con un cenno di speranza. Il popolo ha saputo reagire di fronte alla strategia delle stragi neofasciste e ai tentativi di sovvertimento del sistema democratico. Ci è riuscito in momenti non meno difficili degli attuali e ci può riuscire ancora. Per questo non ci si deve rassegnare, ma è necessario "continuare a resistere".

martedì 31 gennaio 2023

Nel cimitero ebraico di Rožna dolina

 

Fa sempre bene trascorrere qualche minuto in uno dei luoghi più affascinanti e coinvolgenti del Goriziano. Il cimitero ebraico di Rožna dolina è un gioiello di arte e di cultura. Sono sepolti in esso numerosi goriziani illustri, distinti nei diversi campi della linguistica, della filosofia, delle scienze mediche, del giornalismo.

L'ambiente è molto suggestivo e l'apparente disordine delle tombe suggerisce un rispettoso silenzio. Il clima di intensa tensione spirituale non è interrotto neppure dal correre delle auto sulla statale che costeggia il muro meridionale.

Ci sono simboli interessanti che richiamano storie antiche, con una sorprendente somiglianza con alcuni temi paleocristiani. Da un vaso l'acqua scende dolcemente in un vaso, così come la vita che si svuota progressivamente, con l'avanzare degli anni e lo scorrere inesorabile del tempo. C'è Giona inghiottito dal pesce, o forse da esso rigettato, richiamo arcano a una speranza che trascende perfino il muro oscuro che la ragione, con tutte le sue potenzialità, non è riuscita a scavalcare. Ci sono le scritte in ebraico antico, tra le quali campeggia quasi ovunque la parola שָׁלוֹם (shalom-pace). Certo, è una pace riferita all'al di là, perché l'al di qua è difficile per tutti, tanto più per gli appartenenti a un popolo che qualche anno dopo l'ultima inumazione in Valdirose è stato annientato dal nazismo, l'intera comunità di Gorizia cancellata in breve tempo dalla storia.

Tra le varie tombe, c'è quella di Carlo Michelstaedter, filosofo, poeta, pittore. La sua tesi di laurea, La retorica e la persuasione, lo colloca a buon diritto tra i grandi pensatori dell'inizio del XX secolo nel Centro Europa. Essere persuasi significa assaporare la libertà assoluta di un'esistenza intensamente vissuta, fuori dalle logiche ripetitive della dipendenza dall'impero intramontabile del Cronos. L'ideale di "possedere" così pienamente il mistero della Vita da poterne determinare lucidamente e appassionatamente anche la fine. Che sia questo forse il segreto del colpo di pistola con il quale Carlo si è ucciso il 17 ottobre 1910, a soli 23 anni?

In ogni caso fino a un po' di anni fa, la piccola stele, dominata - quasi come un'ombra pesante - da quella molto più alta del padre Alberto, si trovava sotto un bellissimo sempreverde giapponese, un albero con i diversi rami che si protendevano verso il cielo, una specie di gigantesco e naturale pugno semiaperto, un silente interrogativo rivolto verso l'infinito.

Non c'è più quell'albero, purtroppo, ma anche le tombe dei Michelstaedter non se la passano troppo bene. Il nome e il cognome del filosofo non si leggono quasi più, la pietra pesante posta sulla memoria del padre è spezzata e nella fessura si intravvedono triati segni di incuria. Forse è tempo di sistemare un po' il tutto, il disordine va bene, ma non può sconfinare nella dimenticanza. Questo brano assai importante della storia del Goriziano merita di essere rispettato e valorizzato sempre più.

Infine una segnalazione. Fino al 26 febbraio, nell'ex cappella mortuaria del cimitero, è allestita una mostra, nella sua semplicità molto toccante. Il titolo è "Slike spomina, dipingere per ricordare", l'autore Alexander Dettmar. Sono state disegnate tutte le sinagoghe europee demolite o incendiate durante il nazismo, dopo la notte dei cristalli, tra il 9 e il 10 novembre 1938. Un video consente di scoprire il rapporto tra il disegno e le foto scattate prima della guerra. E' una lezione di storia, là dove a essere soppresse, oltre alle vite umane, sono anche le loro memorie e i segni espliciti della loro spiritualità. Da vedere!

sabato 28 gennaio 2023

Lep govor patra Bogdana Knavsa v Morskem. Bel discorso di pater Bogdan Knavs a Morsko

 

Sabato 28 gennaio, a Morsko presso Kanal, si è tenuta la commemorazione della marcia che i partigiani hanno compiuto il 31 gennaio 1944, attraversando la Soča/Isonzo e portando la lotta di Liberazione nella Benečija e nell'alto Friuli.

Ci sono stati i saluti introduttivi, i cori e le musiche partigiane. E c'è stato anche il discorso ufficiale, pronunciato da pater Bogdan Knavs, francescano guardiano del Monastero di Sveta Gora (Monte Santo) sopra Gorica.

I temi da lui trattati hanno consentito di farsi un'idea dell'impresa compiuta dalla Divisione partigiana che ha affrontato le gelide acque del fiume, spinta soltanto dal desiderio di cacciare via gli invasori e garantire un futuro alla lingua e alla cultura slovene. Tutto è stato interessante nella sua riflessione. Già all'inizio, dopo aver salutato, come si fa sempre, le autorità presenti, ha notato come ogni partecipante al'incontro, nessuno escluso, avesse la stessa dignità e lo stesso diritto di essere salutato personalmente. Si è infatti tutti parte della stessa famiglia umana, là dove ognuno è stato creato a immagine e somiglianza di Dio.

Molto suggestivo e originale è stato il tentativo – assai ben riuscito – di accostare l'ideale comunista, nel senso originario ed etimologico del termine, a quello cristiano. Padre Bogdan ha parlato »alle compagne e ai compagni« degli ideali di libertà, di giustizia e di solidarietà internazionale che hanno guidato migliaia di donne e uomini a rischiare e spesso a perdere la vita, per liberare il proprio popolo dalla barbarie nazifascista. Ha poi sottolineato come tali valori si siano uniti a quelli legati alla necessità di salvaguardare la cultura, l'arte, la letteratura, come dimostrato dai nomi delle Brigate partigiane, dedicate ai grandi poeti sloveni, da Gradnik a Kosovel, da Gregorčič fino agli »eroi di Basovizza«, fucilati nel 1930 in quanto appartenenti al primo movimento antifascista europeo.

Ma si è rivolto anche »alle sorelle e ai fratelli«, evidenziando come i caduti nella lotta di Liberazione richiamano l'impegno e la responsabilità della fratellanza universale, che i credenti riconoscono fondata sul comune riconoscimento della paternità di Dio. Particolarmente commovente è stato per tutti, convinti o meno del messaggio cristiano, l'invito a pregare insieme con le parole del Padre Nostro, Oče naš, ki si v nebesih. Ci si è sentiti veramente uniti, nella sala gremita all'inverosimile, anche nell'emozione di ascoltare da un sacerdote parole piene di forza e consapevolezza, all'interno di un raduno partigiano. Certo, un prete sensibile e coraggioso come Bogdan Knavs.

venerdì 20 gennaio 2023

Hvala gospod Župan, grazie sindaco Samo Turel!

 

Mestna opčina Nova Gorica
Interviene il Comune di Nova Gorica, con una vibrante dichiarazione contro l'accoglienza dei reduci della X Mas nel Municipio a Gorizia. Ogni anno sempre la stessa storia. Ha un senso che il sindaco Ziberna o i rappresentanti di un Comune di un Paese democratico, ricevano ancora i nostalgici della guerra fascista? Ma alla domanda retorica - ovvio che no! - questa volta risponde con chiarezza niente meno che il nuovo sindaco Samo Turel, sul sito ufficiale del suo Comune. E finalmente non si vuole chiudere gli occhi davanti alla storia, ma affrontarla con rispetto della verità. Solo così ha un senso procedere insieme, verso la Capitale europea della Cultura. Ecco le parole del sindaco Turel:

Sprašujem se o primernosti dejstva, da župan Rodolfo Ziberna na sedežu Občine Gorica (I), ki je uradna institucija lokalne samouprave v italijanski republiki, sprejema veterane in podpornike odreda X. MAS. Vsak se ima pravico pokloniti žrtvam, vendar je vzporedno obujanje nostalgije po fašizmu čisto nekaj drugega. Gre za organizacijo, ki ima za Slovence na obeh straneh meje skrajno negativen zgodovinski pečat. Uradno se pripadniki te organizacije razglašajo za domoljube, v resnici pa ideje in simbole črpajo iz italijanskega fašizma. Prepričan sem, da kot napredna in svobodna družba tega ne bi smeli dopustiti, sploh pa ne uradno sprejemati skrajnih ideoloških skupin. Z Evropsko prestolnico kulture, nazivom, ki ga bo Nova Gorica v sodelovanju z Gorico nosila leta 2025, želimo našim ljudem in širši evropski javnosti posredovati sporočilo demokratičnih vrednot, ne pa poveličevanja vsakršnih ideologij zatiranja. Kam lahko poveličevanje tovrstnih ideologij privede, lahko žal spremljamo marsikje po svetu tudi v sedanjosti, ne zgolj v zgodovini.

Mi interrogo sull'opportunità del fatto che il sindaco Rodolfo Ziberna presso la sede del Comune di Gorizia (I), che è un ente ufficiale di autogoverno locale nella Repubblica Italiana, accolga reduci e simpatizzanti della X MAS . Tutti hanno il diritto di rendere omaggio alle vittime, ma il parallelo revival della nostalgia per il fascismo è tutt'altra cosa. È un'organizzazione che ha un'impronta storica estremamente negativa sugli sloveni su entrambi i lati del confine. Ufficialmente i membri di questa organizzazione si dichiarano patrioti, ma in realtà traggono idee e simboli dal fascismo italiano. Sono convinto che come società progressista e libera non dovremmo permetterlo, figuriamoci accettare ufficialmente gruppi ideologici estremi. Con la Capitale europea della cultura, un titolo che Nova Gorica porterà in collaborazione con Gorizia nel 2025, vogliamo trasmettere alla nostra gente e al più ampio pubblico europeo un messaggio di valori democratici, ma non di glorificazione di alcuna ideologia di oppressione. Dove può portare la glorificazione di tali ideologie, purtroppo possiamo seguirla in molti luoghi del mondo anche nel presente, non solo nella storia.