lunedì 18 ottobre 2021

A Trieste, una brutta pagina per la democrazia

Quella che si sta scrivendo in questi minuti a Trieste è una bruttissima pagina della "democrazia".

No, non si possono accettare le offese ai giornalisti nell'esercizio del loro lavoro. Sono da denunciare e fermare i facinorosi fascisti che assaltano le sedi dei sindacati. Si può essere del tutto d'accordo con la scelta governativa di imporre il green pass ai lavoratori o la vaccinazione obbligatoria. Si possono esprimere dubbi sull'efficacia e l'opportunità del ventilato blocco del porto. Si può in poche parole non essere affatto dalla parte dei portuali e di coloro che sono scesi in piazza con loro.

Ma l'intervento della polizia, della guardia di finanza e della altre forze dell'ordine contro migliaia di cittadine e cittadini inermi a mani alzate, deve essere denunciato come degno di uno Stato totalitario e non più democratico. Oggi tocca ai manifestanti "no green pass", è già toccato e capiterà di nuovo a chi contesterà le politiche migratorie oppure a chi vorrà impedire la crescita del neofascismo in Italia.

No, non si può accettare tutto. Quella di Trieste non è una "guerriglia", ma un assalto unilaterale delle forze dell'ordine contro i manifestanti. Se in una democrazia i rappresentanti del popolo non trovano altre soluzioni che gli idranti e i lacrimogeni per sciogliere una manifestazione pacifica, la situazione è veramente molto grave.

Nel momento in cui a Trieste si esercita uno dei più importanti diritti, quello del voto e l'astensionismo supera ormai sensibilmente la soglia psicologica del 50%, non è la "forza della politica", ma la "pseudopolitica della forza" a prendere il sopravvento.

E' vero che raramente un dibattito è stato così aperto e controverso come quello sul green pass e sui vaccini, capace di scombinare tutti gli schieramenti tradizionali di destra o di sinistra, affiancando nemici storici nel sostenere l'una o l'altra tesi, spaccando fronti fino a questo momento coesi e portando la divisione tra gli amici e i parenti stretti.

Personalmente, da vaccinato e da persona perplessa di fronte alle proteste presso il porto di Trieste, ritengo del tutto sproporzionata la violenza delle forze dell'ordine, invoco un soprassalto di coraggio da parte di chi dovrebbe rappresentare il popolo e non solo gli interessi della propria parte, mi chiedo, preoccupato, a chi giovi l'innalzamento della tensione oltre i limiti della ragione.

domenica 17 ottobre 2021

Canti partigiani nella chiesa di Sveta gora (Monte santo)

Sta per iniziare il concerto, presbiterio di Sveta gora
L'orchestra e il coro Partizanski pevski zbor di Ljubljana hanno accompagnato, lo scorso sabato pomeriggio nella chiesa di Monte santo (Sveta gora), la celebrazione in memoria dei partigiani caduti per la libertà. Nel corso di una solenne Messa, sono stati ricordati coloro che hanno donato la loro vita nella lotta di Liberazione dal nazifascismo, coloro che hanno contribuito in modo decisivo non solo a sconfiggere gli oppressori, ma anche a salvare la vita, la cultura e l'arte del popolo sloveno.

Dopo il momento liturgico, musicisti e suonatori hanno riempito il presbiterio, offrendo a tutti i presenti uno straordinario concerto di canti partigiani. Con un arrangiamento musicale delicato e coinvolgente, hanno entusiasmato ed emozionato. Le parole e le note che risuonavano sotto le volte del tempio mariano, hanno consentito di comprendere quanto l'esperienza della fede - nella sua dimensione più profonda e autenticamente laica - possa essere radicata nel cuore delle persone. Quando non viene soffocata nella prigione delle prescrizioni religiose o delle regole canoniche, può diventare punto di riferimento e di profonda comunione tra persone che hanno i medesimi obiettivi esistenziali, anche se appartenenti a differenti concezioni del mondo.

In Italia nelle chiese cattoliche non è - almeno ufficialmente - consentito eseguire canti o brani musicali non legati direttamente alla ritualità, addirittura spesso si arriva a vietare Beethoven o Mozart, in quanto alcune loro composizioni non sono finalizzate alla liturgia e quindi non sono ritenute degne di una chiesa. Chi ha avuto la sorte di partecipare al bellissimo concerto a Monte santo, si è sentito coinvolto dall'armonia e dalla forza delle musiche partigiane, ma soprattutto si è sentito parte di un'umanità solidale, accomunata dal desiderio di costruire, anche a costo della propria vita, un mondo migliore, radicato in una pace che non può essere autentica senza giustizia e senza libertà.

In questo senso l'evento è stato veramente "sacro", intendendo con tale concetto ciò che vince l'egoismo e fa sì che la persona vada oltre alla propria dimensione individuale e si senta corresponsabile del bene da seminare tra gli altri esseri umani e più in generale tra tutti i viventi. Ci si può in questo modo davvero riconoscere tutte e tutti, sorelle e fratelli o, come più volte ripetute sabato, compagne e compagni nel cammino della medesima umanità.

Padre Bogdan Knavs
Regista e guida di questo avvenimento è stato padre Bogdan Knavs, l'attuale giovane, decisamente coraggioso e intraprendente guardiano del santuario. Una guida come lui potrà veramente fare di Monte santo/Sveta gora ciò che è stato nei secoli passati, ma con nuovi e ancora inesplorati orizzonti. Per le genti slovene, friulane e italiane è sempre stato un importante riferimento, visibile semplicemente alzando lo sguardo dalla Laguna di Grado alla campagna aquileiese, dalle montagne innalzate sulle valli dell'Isonzo e della Vipava, dalle città di Gorizia e Nova Gorica. Ora, anche in vista della capitale europea della Cultura 2025, potrebbe essere un luogo di spiritualità universale, dove potersi incontrare come credenti e non credenti, come appartenenti a differenti concezioni della vita e della fede, come partigiani che lottano per la libertà dei propri popoli, ma anche per l'abbattimento dei muri e dei reticolati che impediscono all'Europa di essere modello di accoglienza e umanità, "una" nella valorizzazione delle sue diversità.

sabato 16 ottobre 2021

16 ottobre, tra la deportazione nazista degli ebrei ad Auschwitz (1943) e l'elezione al pontificato di Wojtyla (1978)

Roma, Sinagoga e Basilica di San Pietro
Il 16 ottobre 1943, alle 5.15, le SS iniziano la deportazione di oltre mille ebrei di Roma ad Auschwitz e nei campi di stermino nazisti. E' una pagina orribile della storia italiana, da non dimenticare, soprattutto in questi tempi di pericolosa rinascita di fenomeni riconducibile al neofascismo e al neonazismo. 

Il destino dell'ebraismo e quello del cattolicesimo si intrecciano a Roma, fin dalle origini del cristianesimo. E' sempre stato un rapporto complesso, a volte di scontro, o meglio di esplicita persecuzione da parte dei sedicenti cristiani, a volte di incontro e di riconoscimento reciproco, come avvenuto soprattutto negli ultimi decenni. 

Se è vero che clamorosamente il Concilio Vaticano II, celebrato neppure venti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, non ha riservato neppure un accenno alla Shoah nei suoi principali documenti, è altrettanto vero che dopo l'elezione di Papa Wojtyla si è usciti da una fase di inaccettabile silenzio "diplomatico", soprattutto attraverso il riconoscimento degli ebrei come "fratelli maggiori" dei cristiani. Per questo oggi, accanto a uno dei più vergognosi anniversari della storia d'Italia, se ne può ricordare un altro sicuramente meno drammatico, anche se in altro modo importante per le vicende relative all'Europa e al Mondo "a cavallo" tra il secondo e il terzo millennio. 

Proprio il 16 ottobre 1978 è stato infatti eletto Vescovo di Roma Karol Wojtyla. Il suo pontificato è stato tra i più lunghi della storia, concluso con la sua morte, il 2 aprile 2005. Acclamato "santo subito" dalla folla di Piazza san Pietro, ha risalito con estrema rapidità la carriera della canonizzazione, proclamato "beato" dall'immediato successore, il suo amico e massimo collaboratore Ratzinger e "santo" da papa Bergoglio.

E' difficile restringere a un post la valutazione su un periodo così prolungato e importante non soltanto per la Chiesa ma per il mondo intero. La forte personalità e un'acuta intelligenza lo hanno senza dubbio reso protagonista degli avvenimenti di un periodo caratterizzato da enormi trasformazioni politiche. Non si possono dimenticare anche le vicissitudini che hanno toccato il suo corpo, trasformandolo dalla "superstar" del primo triennio nel fragile convalescente dopo l'attentato del 13 maggio 1981, dall'instancabile viaggiatore in tutti i Continenti alla debole figura del malato sempre più piegato dalla sofferenza e incamminato verso l'ultima pagina della vita. E' stata un'esistenza in mondovisione, si potrebbe dire, con la riduzione della sfera privata al mero minimo indispensabile.

Dai moti popolari di Solidarnosc in Polonia agli eventi collegati al crollo del muro di Berlino nel 1989, dalle tragiche guerre balcaniche all'attacco terroristico alle Twen towers di New York, dall'estate "dei tre papi" agli interventi militari in Afghanistan e Iraq, in tutto è stato sempre presente, con la sua voce autorevole e informata, guida abbastanza accentratrice della Chiesa ancora alla ricerca della via da seguire nel post-concilio.

Se le reazioni del "giorno dopo" furono contrastanti, con le tante perplessità contrapposte alla vox populi, a distanza di ormai quasi venti anni è meno difficile proporre qualche valutazione, svincolata dagli entusiasmi e dalle delusioni del momento.

Per usare criteri politici, si deve distinguere la politica estera da quella interna. Se è vero che il ruolo di Giovanni Paolo II nella trasformazione dell'Europa negli ultimi anni del Novecento deve essere senz'altro ridimensionato, non si può neppure ridurre all'espressione di pii auspici il primo trionfale viaggio in Polonia nel 1979 e il costante e reiterato richiamo alla debolezza dei sistemi socialista ma anche capitalista. Sul piano delle preoccupazioni per la pace planetaria, Wojtyla non ha mai fatto mancare la propria voce, a volte con gesti eclatanti come l'invito alla preghiera di tutti i rappresentanti delle religioni planetarie ad Assisi nel 1987, a volte con accenti fortemente accorati come nel richiamo esplicito al presidente USA Bush a non avviare quella che si sarebbe rivelata la catastrofica guerra all'Iraq, a volte proponendo nuove prospettive di teologia sociale come con la dichiarazione della fine del concetto di "guerra giusta" in occasione del conflitto delle isole Falkland/Malvinas, a volte infine arrampicandosi sugli specchi della legittimità di un non mai meglio specificato "intervento umanitario" nel ginepraio della Bosnia dilaniata dalle milizie nazionalistico religiose. Insomma, si è trattato di una presenza importante, ruotata attorno all'attesa piena di speranza e alla successiva drammatica delusione del Giubileo dell'anno 2000, dove tutti gli auspici - dagli obiettivi del millennio alla libertà dalle guerre, dalla concordia tra le religioni al dialogo con il mondo a-religioso - sono stati travolti dall'esplosione dei terrorismi di ogni colore, dal soffocamento - spesso violento - delle istanze delle basi popolari in marcia ovunque per la giustizia e per la pace, dalla mancanza sempre più marcata di rispetto per l'ambiente naturale e sociale.

Meno efficace è stato il contributo di papa Wojtyla alla concezione della Chiesa cattolica e al suo rapporto con il mondo. Attestato sulle tradizionali concezioni filosofiche aristoteliche-tomiste condite con una buona dose di un personalismo evidentemente determinato dagli scritti di Mounier, Marcel e soprattutto Max Scheler, non ha di fatto voluto affrontare nessuna delle problematiche ecclesiologiche e pastorali lasciate insolute dal recente Concilio Vaticano II. Non ponendo in discussione i trascendentali (Verità, Bontà, Bellezza) di una corrente della tradizione filosofica occidentale, ha ribadito tutti i "divieti" della teologia morale, soprattutto per ciò che concerne l'inizio e la fine della vita, l'autodeterminazione delle persone, le scelte e gli orientamenti sessuali. Ha ribadito senza dubbi il dettato del Vaticano I riferito all'infallibilità in materia di fede e di morale, giungendo fino quasi alla definizione dogmatica e alla negazione del dibattito intorno al sacerdozio femminile. Non ha de-clericalizzato la Chiesa e ha di fatto orientato il dialogo ecumenico e interreligioso a prospettive non troppo lontane dall'antica concezione della "pienezza della Verità", detenuta soltanto dal Cattolicesimo. Non si sono affrontate questioni pressanti quali il celibato presbiterale obbligatorio e si sono presi provvedimenti molto blandi nei confronti della terribile piaga della pedofilia dei religiosi, ricondotta solo alla "debolezza" dei singoli senza accettare mai una riflessione sulle carenze del sistema di formazione e di realizzazione dell'esperienza sacerdotale. 

Insomma, è come se ci fossero state due diverse velocità di intervento, la prima incentrata su una robusta antropologia radicata nella convinzione della centralità dell'Uomo redento dal Cristo e dalla necessità di proteggere l'ambiente vitale, la seconda sul ruolo e sulla pretesa dominante della Chiesa anche sulla sfera dell'etica individuale e sociale.

Certamente è troppo poco, non si possono certo liquidare oltre 26 anni di storia in una manciata di righe. Sicuramente gli anni romani di Wojtyla devono ancora essere molto approfonditi e scandagliati, per comprendere anche le conseguenze attuali, sia nell'ambito geopolitico che in quello ecclesiastico, determinato fra l'altro dal silente ma difficilmente occultabile conflitto fra i suoi coesistenti successori con i rispettivi agguerriti sostenitori, Josef Ratzinger e George Bergoglio.

giovedì 14 ottobre 2021

Solidarietà a Kappa Vu, fuori dal Salone del libro di Torino

Dall'ottimo giornale online Friulisera si apprende non soltanto che l'editrice Kappa Vu è stata estromessa dal Salone del libro di Torino, ma anche che l'attuale Amministrazione regionale ha rivendicato le pressioni sugli organizzatori finalizzate all'esclusione.
La motivazione è direttamente ricondotta dall'Assessora alla Cultura alla famosa Mozione 50 approvata nel 2019 dal Consiglio Regionale del FVG, con la quale si rifiutava qualsiasi appoggio ad autori o editori accusati di "negazionismo delle foibe".
A parte la già notata incongruenza di quello che si configura di fatto come un "divieto di studio" nei confronti di un fenomeno complesso sul quale numerosi ricercatori - molti dei quali proprio grazie a Kappa Vu - si sono cimentati con intelligenza e utilizzo sistematico del metodo storico scientifico, l'intervento della Regione presso il Salone del libro suscita forti brividi.
Non si tratta più "soltanto" di evitare il finanziamento di chi si adopera per la crescita culturale dei cittadini della Regione, ma si arriva addirittura a interferire con l'organizzazione di una rassegna nazionale che dovrebbe per definizione essere aperta a tutti gli apporti, esclusi quelli contraddittori rispetto alle leggi italiane che riconoscono la libertà di pensiero ed espressione. In altre parole, sembra che si sia tornati al tempo della censura ideologica, fatto questo molto grave, in un momento in cui è aperto nella società civile un importante e inquietante dibattito sull'esercizio delle libertà costituzionali.
Tenendo presente che Kappa Vu ha pubblicato centinaia di volumi, in lingua italiana slovena e friulana, destinati a un pubblico vasto, di tutte le età e dai più svariati interessi culturali, la penalizzazione della casa editrice risulta ancora più incomprensibile e persecutoria, in quanto determinata esclusivamente dalla presenza tra i titoli, di alcuni testi di studiosi molto seri, liberi da qualsiasi pregiudizio ma non disposti al lasciarsi intimorire.
Piena solidarietà alla Kappa Vu, presente fra l'altro con il proprio stand e protagonista a pieno titolo in alcuni incontri nell'ambito del Festival èStoria di Gorizia, con l'augurio che intorno a questi temi non scenda il silenzio ma torni a prevalere la ragione, ovvero il dialogo e il confronto documentato tra storici che cercano di offrire ai lettori contributi grazie ai quali crescere nel dialogo e nell'umile ma tenace ricerca della verità.

Vaccini sì, vaccini no. Una corda troppo tesa...

Due premesse, sperando di creare uno spazio di confronto e non di scontro.
La prima. Sono vaccinato due volte e, dentro il fiume impetuoso di un'informazione pressoché incontrollabile, ho personalmente ritenuto giusto sottopormi al trattamento.
La seconda. Non certo da oggi, ritengo che le formazioni sedicenti fasciste o neofasciste avrebbero dovuto essere sciolte da lungo tempo e, dal momento che ciò non è ancora avvenuto, debbano essere poste immediatamente fuori legge, in quanto lesive dello spirito della Costituzione della Repubblica.
Detto questo, come non esprimere una forte preoccupazione per ciò che sta accadendo?
E' molto pericoloso l'innalzamento della tensione sociale provocato dalla radicalizzazione delle posizioni e dalle loro conseguenze. L'obbligo del green pass è oggettivamente difficile da imporre, anche a causa della confusione generata dal continuo flusso di notizie contradditorie. Scienziati, opinionisti, giornalisti, semplici cittadini si alternano nel dire tutto e il contrario di tutto. In questo modo, senza specifiche competenze, il pubblico si sente trascinato da una parte o dall'altra, un una serie di discussioni sempre più accese che non portano solo alle manifestazioni contrapposte nelle piazze, ma anche a divisioni insanabili tra amici o perfino all'interno delle famiglie.
Chi ritiene necessario vaccinarsi, accusa non solo chi non lo fa ma anche chi osa esprimere qualche fragile dubbio, di essere un'incosciente minaccia alla salute del mondo, di volere l'espandersi dell'epidemia, la morte di centinaia di migliaia di persone e il tracollo di un'economia sbilanciata nelle esigenze di cura dei potenziali malati. Chi invece rifiuta il vaccino, considera gli altri dei sadici apportatori di sostanze nocive all'organismo umano, responsabili di una miriade di morti improvvise e di fatto denigratori del dettato costituzionale che garantisce la libertà nella cura e nella "gestione" del proprio corpo. Il rischio molto concreto di perdere il lavoro comporta inoltre una vera e propria angoscia nella ricerca delle farmacie dove poter ottenere il tampone, con perdite notevoli di tempo e di soldi, oltre alla reale possibile paralisi del sistema produttivo provocata da manifestazioni di lavoratori - vaccinati e non - che ritengono di difendere i diritti costituzionali.
Naturalmente i primi si sentono supportati dalla cosiddetta Scienza (con la S maiuscola) e tacciano di follia senile o stregoneria fior di premi Nobel che affermano il contrario, senza riconoscere che sono migliaia gli studiosi, come pure stimati medici e operatori sanitari che evidenziano ragioni opposte alle loro. I secondi rilevano chissà quali complotti orditi dalle multinazionali e dai governi non più democratici, supportati da uomini di scienza e giornalisti ritenuti naturalmente prezzolati, presentando paragoni irricevibili con altri tragici eventi del XX secolo.
Con queste premesse, davvero è difficile pensare di andare lontano e le strumentalizzazioni politiche ed eversive sono fin troppo esplicite ed evidenti. 
Se non si trova un tavolo di dialogo, oltrepassando la supponenza degli uni e la rabbia degli altri, il rischio di uno scontro, anche fisico, diventa sempre più reale. L'abisso che si sta creando tra gli uni e gli altri, condito da un'intolleranza reciproca senza precedenti vicini nel tempo, scava una distanza che non promette nulla di buono, tanto più tenendo conto della possibile ondata di forzata disoccupazione e conseguente paralisi di molti settori lavorativi, che non può che portare alla previsione di una lotta più duratura e potenzialmente più violenta di quella che per ora è stata fagocitata da pochissimi criminali fascisti che con le loro "gesta" hanno di fato azzerato la legittima richiesta di ascolto elevata da centinaia di migliaia di persone in tutta Italia.
Che fare allora? E' sicuramente urgente de-radicalizzare le posizioni, invocando un profondo rispetto reciproco e una forte disponibilità, da parte di tutti, a comprendere - non necessariamente a condividere - gli uni le "ragioni" degli altri. Soltanto attraverso il dialogo, si possono trovare soluzioni ai complessi problemi che si è chiamati ad affrontare. E tale confronto, libero, possibilmente sereno e rispettoso, è compito di tutti, dai pulpiti dei media alle aule delle università, dalle riunioni indette dalle associazioni ai dialoghi quotidiani intessuti nei luoghi della vita e della socialità.
Scendendo dagli altari della sicumera e della pretesa dell'unica Verità, si può iniziare un confronto dialettico che possa portare a una molto più umile, ma indispensabile relativa e momentanea verità, sulla quale convergere in attesa di maggiore chiarezza e di minori tensioni.

martedì 12 ottobre 2021

Al Lussari, una salita autunnale

Edicola con affresco, la prima caduta di Gesù
Ci si può salire una o cinquanta volte, ma il cammino verso la cima del Monte Lussari è sempre emozionante. Il dolce sottofondo musicale del rio, alimentato da decine di ruscelli provenienti dalle profondità della terra accompagna il rumore cadenzato dei passi. Le prime casere, un tempo abitate e frequentate dai valligiani pastori, stanno crollando, piegate dall'inesorabile procedere del tempo. Su una di esse, ormai ridotta soltanto a una piattaforma coperta dalle erbe, c'era scritto "meglio un giorno da leone che cent'anni da pecora". Anno dopo anno, la scritta indelebile era stata spezzata, una lettera da un pezzo di tetto crollato, un'altra dal muro sbrecciato dal gelo. Intorno gli alberi nascevano, crescevano e venivano tagliati, in un ciclo apparentemente eterno, condizionato invece anch'esso dal mistero del tempo. 

Poi c'è il crocifisso, a quota 1200 metri. Quante persone ha visto passare, chi fermandosi per una preghiera, chi per deporre un sasso in ricordo di chissà quale dolore, chi per fermarsi un attimo e tirare un sospiro, chi senza neppure voltarsi e procedendo di fretta, per sfidare la montagna con la forza delle gambe e della mente. E' un luogo meraviglioso e suggestivo, carico di energia spirituale!

Da lì inizia la Via Crucis, con le edicole affrescate a segnare il passo pellegrino. Sono state risistemate recentemente, con improbabili restauri dei dipinti originali del grande Tone Kralj. Nella loro semplicità sono un inno all'arte, nella mescolanza delle forme e dei colori di uno dei più importanti pittori del XX secolo e di qualche coraggioso artista locale che si è voluto cimentare in una ben ardua, ma nell'insieme riuscita, impresa.

E poi finalmente, sia arriva alla Malga Lussari, poi alla selletta con il più bel panorama sui fratelli Mangart e Jalovec, dall'altra parte sul Montasio e sul gruppo dello Jof Fuart, in questi giorni imbiancati da un sottile velo di neve, come sparsa con delicatezza e discrezione dall'autunno incipiente. La meta è vicina, il santuario nel bel borgo medievale risplende alla luce del Sole. E' chiuso, non c'è funivia e non ci sono turisti. Ma la presenza si sente soprattutto nell'assenza e dalla cima la bellezza delle Alpi Giulie e Carniche parla più dell'oscurità del banchi raggruppati nel tempio e lo scrigno della Natura si apre alla vista come un tabernacolo infinito, Cima Cacciatore si offre alla vista come un'immagina sacra custodita nel buio.

Cima Cacciatore, con la prima neve
Occorre scendere a valle, le giornate ormai sono corte. Ma c'è il tempo per un'ultima sorpresa, l'unico incontro di oggi è con Peter. Con il suo silenzioso cagnolino scende rapido, mi sorpassa e poi si ferma. Con la punta della racchetta raccoglie una carta e la inserisce in un sacchetto che tiene tra le mani. "Ogni anno salgo quassù almeno 100 volte, anche 200 prima del lockdown" - mi dice con una punta di sano orgoglio. "E perché così spesso? Non potresti conoscere qualche altro monte, oltre al Lussari?". "No, da quando sono in pensione (una quindicina di anni), mi sono prefisso di tenere pulito il sentiero. La domenica e in estate tutti i giorni, sono migliaia coloro che salgono e non puoi immaginare quanti rifiuti scaricano sulla via e soprattutto nell'erba o nel bosco, dove credono che nessuno se ne accorga". Ecco svelato un piccolo mistero, una domanda che effettivamente spesso ci si pone salendo: come fa a essere sempre così pulito, un percorso affrontato da così tanta gente ogni anno? E' così perché Peter quasi ogni giorno sale di mille metri per liberare i prati e il bosco da cartacce, plastiche di ogni tipo, attualmente da decine di mascherine anti covid ("Ne potrei vendere a quintali", dice ridendo). Ovviamente lo fa esclusivamente perché ama la Natura. Con la sua serenità mi ha fatto pensare a un santo. Forse di quelli un po' simpaticamente eccentrici, dei quali si parlava un paio di settimane fa a èStoria.

venerdì 8 ottobre 2021

Nova Gorica e Gorizia, crocevia di percorsi europei, a piedi e in bicicletta

Ponte ciclabile sull'Isonzo/Soča a Solkan (prossima apertura)
Mentre si stanno giustamente raccogliendo le firme per indire un referendum per mantenere la pista ciclabile appena realizzata "sperimentalmente" sulla carreggiata di Corso Italia in Gorizia e per fermare l'inopinata intenzione di riportarla sui controviali, si ragiona anche in termini più ampi. 
La funzionale pista appena realizzata e già minacciata fa parte infatti del già previsto asse ciclabile tra la stazione ferroviaria "sud" e quella "nord", in altre parole tra quella di Gorizia e quella di Nova Gorica. Essa non soltanto renderebbe molto più ecologica e attraente la città (ovviamente sistemando in modo diverso i parcheggi al centro della carreggiata), ma sottolineerebbe una vocazione geografica e storica che, se valorizzata, potrebbe aprire inusitate prospettive per il futuro della Cultura, della Socialità, dell'Ambiente e delle Attività Produttive del territorio.
Il "Goriziano" è infatti un formidabile crocevia tra est e ovest, tra nord e sud, per ciò che concerne la viabilità ciclabile e pedonabile. La zona è infatti particolarmente interessante dal punto di vista paesaggistico, straordinariamente importante per ciò che concerne la storia del Novecento, assai adatta dal punto di vista tecnico operativo.
L'asse ciclabile "da oriente a occidente" (o viceversa) prevede la direttrice Lubiana - Gorizia - Verona, attraverso la bella e relativamente poco trafficata "via romana" da Logatec al passo di Hrušica e ad Ajdovščina, la ridente ed energetica Vipavška dolina e, dopo Gorizia, l'intera poetica pedemontana fino al Piave, a Bassano e alle prime pendici dei Lessini. Quello dal settentrione a mezzogiorno prevede la possibile alternativa nobile all'Alpe Adria, attraverso i passi Predil o Vršič, per discendere quasi tutto il corso dell'Isonzo, risalire il Carso triestino per raggiungere il mare a Koper e Pirano. E' facile pensare agli affascinanti collegamenti con le vie che da Lubiana portano verso l'est o il nord dell'Europa o con quelle che da Verona intersecano la purtroppo non ancora completata ciclo-autostrada del sole dalla Germania verso Roma o ancora alle potenzialità dello sguardo verso l'Istria reso possibile dalla "Parenzana". 
Nova Gorica e Gorizia costituiscono il più importante incrocio di tali impegnativi percorsi. Perché non approfittarne, investendo per completare i (tanti) tratti ancora incompleti e dotare di un'adeguata segnaletica le infrastrutture, preoccupandosi di ridurre al massimo i disagi e i pericoli per i cicloturisti, soprattutto negli attraversamenti cittadini?
Più semplice la questione riguardante i viandanti. Chi cammina ha a disposizione attualmente talmente tante possibilità che resta solo l'imbarazzo della scelta. Ma anche qua, come non pensare a un itinerario unitario che, sulle tracce della Jakobova pot, prima e del cammino delle sette chiese della Valle del Vipacco poi, conduca fino a Gorizia e da lì possa scendere su sterrati già abbondantemente riconosciuti e sperimentati fino ad Aquileia? Per quanto riguarda l'asse perpendicolare, c'è semplicemente da riunire le già presenti e ben segnalate strade dei pellegrini o dei viandanti culturali. Da Aquileia si può risalire verso il Friuli con il Cammino Celeste oppure piegare verso Gorizia attraverso San Canzian d'Isonzo, il parco fluviale di Turriaco, Fogliano, San Martino del Carso e lambire il suggestivo santuario di Mirenski grad. Da Gorizia e Nova Gorica, si può risalire ai tre monti goriziani (Škabrjel, Sveta Gora e Sabotin) e dal Sabotino continuare lungo l'alta via Valentin Stanič e poi le creste del Korada e del Kolovrat fino a Solarje, risalendo lo spettacolare e assai interessante Pot miru (Via della Pace), tracciato sull'antico fronte della prima guerra mondiale. 
Nova Gorica e Gorizia sono anche in questo caso crocevia di Cammini, internazionali o di più breve gittata. Perché non approfittarne, tenendo conto dell'indotto che ovunque il "turismo lento" sta portando in diverse zone d'Europa? Il Cammino di Santiago, con il boom seguito alla visita di Papa Wojtyla, "fa" ogni anno 300mila marciatori, tra pellegrini, sportivi o semplici curiosi. La Francigena, da Canterbury a Roma, non arriva a simili numeri ma sta sempre più prendendo piede. E là dove passano i viandanti, con i loro circa 25-30 chilometri al giorno, c'è bisogno di alberghi per la notte, di strutture per la ristorazione, di negozi di ogni tipologia, di farmacie, anche di centri di riflessione e di spiritualità. In altre e forse solo apparentemente più superficiali parole, si creerebbero straordinarie occasioni di incontro tra popoli e culture, centinaia di posti di lavoro e di opportunità per far conoscere la meraviglia e l'appassionante interesse della "nostra" affascinante regione "senza confini", nel cuore dell'Europa.

mercoledì 6 ottobre 2021

Confine "vecchio"? Non sembrerebbe, leggendo i pannelli informativi del Comune

Sì, lo so, è solo una disattenzione, la dimostrazione di una debole sensibilità ormai relegata nell'archivio della storia "goričana". Proprio per questo è da segnalare, senza alcun intento polemico, ma per ovviare quanto prima in tempo di percorsi verso Nova Gorica capitale europea della Cultura 2025.

La colonna informativa proposta dall'ormai datato progetto romoliano Let'sGO riporta la descrizione del luogo in lingua italiana, tedesca e inglese. Manca ovviamente lo sloveno, come in molte altre descrizioni di luoghi importanti del territorio.

Ma in questo caso la segnalazione è particolarmente pressante. Ci si trova infatti sulla piazza della Transalpina, chiamata Trg Evrope dall'altra parte della linea di confine.

E' evidente che la mancanza di un'informativa anche in lingua slovena, nel punto simbolo della nuova stagione di dialogo e piena collaborazione fra sloveni e italiani, è un fatto rilevante e grave. Essendo appunto spiegabile solo con la memoria di un passato ormai sepolto (anche se la posa delle colonnine informative segue di qualche anno l'ingresso della Slovenija in Schengen), si spera che il tutto venga sistemato correttamente quanto prima, tenuto conto tra l'altro che c'è tutto lo spazio possibile per aggiungere l'indispensabile traduzione.

Altrimenti sarebbe davvero singolare che proprio nel tanto decantato "spazio comune" delle/della Gorica, trovino spazio l'italiano, l'inglese e il tedesco, ma non lo sloveno! Confine "vecchio" sì, ma non ancora rimosso dai pannelli informativi del Comune.

Riflessioni fuori tempo sul 25 dicembre cristiano

Colomba dello Spirito, Via Rastello, GO
Intorno al 167 a.C. il tempio di Gerusalemme fu distrutto da una coalizione di popoli circostanti. Grazie all'organizzazione militare di una vera e propria Resistenza, il condottiero Giuda Maccabeo con un manipolo di suoi collaboratori, dopo una campagna militare di stampo che i vincenti definirebbero eroica e i perdenti terroristica, riesce a riconquistare la Città Santa, a riedificare il Tempio e a rinnovarne la Dedicazione al Dio di Israele.
Il luogo santo per eccellenza degli Ebrei fu devastato in un giorno identificabile con l'attuale 25 dicembre. Per questo, tre anni dopo, il Tempio profanato fu ripristinato in tutte le sue funzioni, in data 25 dicembre 164 a.C. 
E' logico pensare immediatamente alla data, che ricorda simbolicamente il momento dell'inizio dell'era cristiana. 
Accanto ai festeggiamenti del Sol invictus, delle memorie mitraiche e naturalmente del particolare momento del Solstizio d'inverno, quando il Sole sembra essere più lontano dalla Terra e le giornate stanno per ricominciare ad allungarsi, è un'altra sottolineatura dell'ovvio valore emblematico e simbolico della data natalizia. 
Per i primi cristiani - o meglio per quelli già avvezzi al sistema di potere parallelo a quello imperiale dell'avanzato IV secolo - Gesù Cristo è il vero "Sol invictus", è Lui che scalda e illumina l'universo di presenza divina, ma è anche il nuovo Tempio, distrutto e ricostruito in tre giorni, come dalla profezia riportata nei Sinottici. Come ogni anno, tuttora, si celebra l'Hanukkah (o festa della Dedicazione) per otto giorni, così avviene anche per il Natale con la sua "ottava" liturgica.
Insomma, il Contestatore per eccellenza dell'ordine costituito, viene a essere identificato con le più tradizionali memorie storiche e naturalistiche delle religioni antiche. Colui che ha predicato il superamento del sacerdozio ebraico è divenuto il "Sommo Sacerdote". Colui che ha abolito la distinzione tra sacro e profano, tra giorni festivi e feriali, ha intessuto della memoria sua e dei suoi discepoli l'intro anno solare. A cominciare dalla festa del Natale.

lunedì 4 ottobre 2021

Finalmente, un timido sorriso anche per chi guarda verso sinistra

Con tutti i sondaggi nazionali orientati verso la celebrazione delle formazioni di Destra proiettate verso una maggioranza assoluta in Parlamento, può sorprendere l'evidente trionfo della sinistra moderata nelle elezioni amministrative riguardanti alcune fra le numericamente più importanti città italiane.
Milano, Bologna e Napoli vedono passare al primo turno i candidati sostenuti dal PD e spesso da inedite maggioranze comprendenti anche formazioni più o meno civiche o esplicitamente di sinistra. A Roma Gualtieri dovrebbe passare al ballottaggio senza troppi problemi, forse con maggiore difficoltà il candidato del centro sinistra a Torino. Neppure a Trieste, che molti davano conquistata al primo turno da Dipiazza, il centro destra può dormire in questi quindici giorni sonni tranquilli, incalzato da Russo che sarà di certo sostenuto dalla piacevole e giovane sorpresa Laterza con Adesso Trieste e dagli altri rivoli superstiti della Sinistra. Si aggiunga naturalmente l'elezione di Letta in Parlamento e si può comprendere come il Partito Democratico, dopo anni non propriamente entusiasmanti, può finalmente abbozzare un sorriso. Si spera, senza montarsi troppo la testa. Ha senz'altro ritrovato un ruolo centrale nell'asse politico del centro sinistra e della sinistra italiani, ma non per questo può pensare di poterne fare a meno, occhieggiando magari a destra con l'unico fine di mantenere il potere.
La destra si può consolare con la Regione Calabria, con cittadine di media dimensione come Pordenone e con tanti piccoli Comuni sparsi nella Penisola. Tra essi c'è anche il "mio" Aiello del Friuli, dove l'inspiegabile estromissione del sindaco in carica da parte della sua maggioranza e il contestuale spostamento verso il centro destra del gruppo che ha mantenuto il nome e rivendicato i "successi" dell'amministrazione uscente, non hanno evidentemente prodotto i risultati sperati.
Il risultato è stato sorprendente fino a un certo punto, in realtà le previsioni degli ultimi mesi segnavano una forte discontinuità tra i sondaggi relativi alle preferenze politiche nazionali e quelli riguardanti i candidati sindaco nelle grandi città. Ciò significa che occorre mantenere desta l'attenzione, il Paese si sta spostando pericolosamente verso derive razziste e fasciste e, nonostante il più o meno alto apprezzamento riservato alle personalità che si sono presentate per rivestire la carica di sindaco, c'è da supporre che prima delle prossime elezioni politiche nazionali ne vedremo ancora delle belle.
Se si può raccogliere un messaggio più precisamente politico, sembra evidente una strada da percorrere, soprattutto nelle elezioni a doppio turno. Se in passato sembrava sostenibile ed efficace la proposta di tanti candidati sindaco stretti da alleanze elettorali per il secondo turno, oggi non è più così. Sembra invece funzionare lo schema "più liste con un unico candidato sindaco". Naturalmente i patti devono essere chiari e sarà interessante vedere come andranno avanti coalizioni tanto articolate e diversificate come quella che ha portato Lepore alla vittoria a Bologna. Perché spesso può essere relativamente facile convincere gli elettori, mettendo insieme le diversità, ma è certamente più delicato amministrare per cinque lunghi anni, se appunto non si hanno idee condivise e percorsi almeno tendenzialmente comuni. 
Se non lo si fosse capito, è un messaggio subliminale anche alla sinistra e al centro sinistra goriziani, o meglio goričani, dove l'"unità nella diversità" potrebbe essere confrontata anche con un gruppo di lavoro - e forse poi una lista - con lo stesso simbolo a Nova Gorica e Gorizia, accomunate nel 2022 dalle elezioni locali..
Come infine non riconoscere che il vero vincitore di questa tornata elettorale è l'astensionismo, giunto a Roma, come pure a Trieste, oltre la soglia della maggioranza assoluta? Ciò significa che chi amministra una città lo fa, di fatto, con il consenso di fatto, al massimo del 25% dei voti degli elettori, tre cittadini su quattro non scelgono di fatto il loro sindaco. Certo, è la regola ella democrazia rappresentativa, tuttavia è anche un segnale importante del quale si deve tenere conto, se non si vuole cadere dalle nuvole nel momento in cui il sistema democratico manifesta tutti i suoi limiti e le criticità. 
Buon lavoro quindi a tutte e tutti gli eletti, nella certezza che gli enti locali consentano ancora quello stretto rapporto tra cittadino e suo rappresentante che dovrebbe caratterizzare l'autentica Politica.

Che cosa è la Verità? Logica, etica, estetica nella democrazia del relativo

Non spaventatevi per il titolo. Dopo l'amletico "essere o non essere", questo è il problema: "assoluto o relativo". Ed esso centra con i criteri del nostro voto alle elezioni, con la scelta se vaccinarsi o meno, con una probabile guerra o la pace planetaria, con l'accoglienza illimitata o meno dei migranti, con l'affrontare una crisi di coppia con il divorzio o con un nuovo accordo, con le piste ciclabili e il turismo lento, con la scelta se vivere o morire, con le (infinite?) forme dell'amore, perfino con l'affermazione, la negazione o il dubbio sull'esistenza del Trascendente. Se potete, leggete ed eventualmente commentate. In ogni caso, grazie, almeno dal mio punto di vista.

Il punto, in effetti, è proprio questo: ammesso e non concesso che questa domanda abbia una risposta, che cosa è la Verità?

E' un interrogativo che ha enormi conseguenze, anche sulla vita quotidiana. Infatti, il tema della Verità coinvolge immediatamente - cioè senza mediazione - quelli altrettanto fondamentali della Bontà e della Bellezza.

Si è scritto tutto con la maiuscola, supponendo l'esistenza di "una" logica, di "una" etica e di una "estetica". Tutto andrebbe bene, se fossimo nati in qualche landa dell'Europa medievale intrisa del pensiero aristotelico e tomista. sarebbe semplice stabilire chi ha ragione e chi no, chi agisce bene e chi male e non sarebbe certamente bello ciò che piace, ma piacerebbe ciò che è bello. E il sovrano, incoronato da Dio mediante il suo rappresentante sulla Terra, sarebbe il garante di tutto ciò. Obbedendo a lui, si vivrebbe nella giustizia, disobbedendo, nell'iniquità.

Invece l'orologio del tempo ha ruotato rapidamente le sue lancette, dilatando lo spazio delle relazioni all'intero Pianeta, permettendo di scoprire l'esistenza di altri mondi diversi da quello medievale europeo, proponendo nuove forme interpretative dell'esistenza, del pensiero come fondamento dell'essere (cogito, ergo sum e non più sum, ergo cogito), della scienza non più come ricerca delle cause in un universo creato limitato, ma apertura degli orizzonti verso l'illimitato.

Tutto ciò ha relativizzato le grandi parole riferite alla percezione della realtà, dall'oggettivismo si è passati al soggettivismo, in forme sempre più particolareggiate e radicali. Non è più lecito usare la maiuscola dell'Assoluto, è necessario confrontarsi sulla quotidianità del Relativo, sul dialogo tra diverse verità, tra differenti concezioni della bontà, tra legittimamente articolate concezioni della bellezza.

Il sistema di esercizio del potere corrispondente è la democrazia, ovvero il risultato del confronto fra diverse concezioni della vita che si attua con la norma regolamentaria, cioè con la norma, la legge, frutto di una più o meno riuscita, ma sempre parziale e mai definitiva, sintesi. Non si tratta della ricerca del minimo comune multiplo, ma del massimo comune divisore.

E' evidente che nel tempo del trionfo - definitivo ma anche agonico - della tecnologia, la questione dell'effettiva "libertà di scelta" da parte dell'individuo è assai inquietante. Più che di relativismo s dovrebbe parlare di lobbysmo, più che di soggettivismo di dominio del più influente, cioè di chi detiene più degli altri i mezzi finalizzati alla creazione del consenso.

Ed ecco allora gli interrogativi prima suggeriti, riproposti in termini drammatici: se attraverso un processo democratico, sale al potere una forza politica antidemocratica, occorre accettarlo in quanto attuazione della regola oppure è necessario intervenire (violentemente, dal momento che si tratterebbe della ribellione di una minoranza nei confronti di una maggioranza)? Per tutelare quale bene? Quello relativo di chi ha vinto le elezioni o quello altrettanto relativo di chi le ha perse? Chi ha ragione e chi ha torto?

Oppure, per portare un esempio attuale, nel momento in cui ci si confronta sull'utilizzo o sulla pericolosità dei vaccini, riconoscendo posizioni alquanto diversificate sia tra gli scienziati che tra i medici, sia tra gli opinionisti che tra i politici, come può orientarsi un cittadino privo di mezzi per discernere? Di fatto si schiererà da una parte o dall'altra, procedendo da un giudizio di coscienza, nella piena consapevolezza della sua parzialità. 

Il riconoscimento della legittimità della diversità di opinioni e punti di vista da parte del soggetto, implica insomma la drammaticità di un dialogo che per essere tale non dovrebbe mai sfociare nella violenza fisica, ovvero nel tentativo di annullare la soggettività dell'uno in nome della soggettività dell'altro. Insomma, la teoria della nonviolenza, intesa non come forma religiosa dell'assoluto, ma come metodo pratico per affrontare l'inevitabile conflittualità fra le parti, deve essere rispolverata e riproposta quanto prima per evitare che il dibattito sia determinato da una specie di legge della giungla dove ogni uomo sia lupo per l'altro uomo.

La teoria della nonviolenza potrebbe essere l'aria che si respira sul ponticello fragile, sospeso fra la Verità aristotelico tomista ormai ammuffita nella soffitta della Storia e la debole ma dominante Certezza che determina le scelte individuali e collettive della modernità e della postmodernità.

Mica si potrà mettere in discussione tutto, perfino le conclusioni di Einstein? - dice qualche persona illuminata, preoccupata dalle possibili derive di una simile situazione. Già, Einstein, la cui principale "visione" è stata proprio la teoria della "relatività generale"!   

domenica 3 ottobre 2021

Santi folli

Tra i tanti eventi collegati al Festival èStoria di Gorizia, è stato interessante dialogare con Guido Alliney e Gerado Favaretto sul tema dei "santi folli".
Se il secondo, psichiatra di professione, ha sottolineato temi collegati soprattutto al rapporto tra individuo e società, il primo, storico medievale, ha illustrato alcune figure più specificamente chiamate proprio "santi folli", vissuti nella seconda parte del primo millennio in condizioni ai confini tra spiritualità e pazzia.
In realtà, il tema è quanto mai attuale. Chi è il santo? Chi è il folle? Ed è importante che tali interrogativi si pongano proprio nel parco goriziano dove Basaglia ha avviato il suo tentativo di liberazione delle persone con problematiche mentali da quel carcere peggiore del carcere che si chiamava manicomio.
"Visto da vicino, nessuno è normale", diceva, considerato in fondo a sua volta un santo folle. E chi è il matto? Quello rinchiuso dentro un recinto da una società che non lo sa accogliere oppure tutti coloro che stanno "fuori" e non si accorgono della propria venefica assuefazione ai criteri dettati dal potere politico e culturale?
Di fatto, nella storia della spiritualità, non soltanto cristiana, il santo, mentre è in vita, non è quasi mai considerato tale. Meno che meno egli stesso si definisce "santo", essendo naturalmente incline a contestare, esplicitamente o implicitamente, una forma o un sistema di vita imposto dalle regole comuni del vivere sociale. Il santo, mentre è in vita, è in realtà uno scomodo carismatico che mette in discussione le certezze dell'istituzione, la quale inevitabilmente lo deride, lo emargina, quando non lo perseguita senza pietà.
Dopo la morte, quando la carica rivoluzionaria insita nella follia dell'uomo spirituale è ancora forte, l'istituzione ha un formidabile strumento per disinnescarla. In ambito cattolico si chiama canonizzazione. La follia santa viene innalzata sugli altari, quasi crocefissa e resa in questo modo troppo lontana dall'ordinaria esistenza per influire ancora, per mobilitare le coscienze. L'istituzione se la cava con poco e il profeta ritenuto un pericoloso soggetto da tacitare si trasforma in modello ed esempio da seguire. Ma non è più lui, bensì la maschera con la quale viene ricoperto per impedire la contaminazione e la rivelazione della verità.
Santi folli, dunque e folli santi. Forse non si tratta di persone eccezionali, di figure inaccessibili dalle quali tenersi possibilmente alla larga. Forse si tratta semplicemente di coloro che, come direbbe Soren Kierkegaard, hanno voluto essere disperatamente sé stesse e ci sono riuscite. A differenza della stragrande maggioranza che non ha neppure immaginato di provarci e che si è imprigionata da sola nella spirale noiosa e ottusa del conformismo, dell'obbedienza acritica, della coscienza obnubilata. Ha accettato l'imposizione del Potere che da nulla si sente minacciato quanto dalla forza creativa che scaturisce da una Libertà vissuta. Nella santità e/o nella follia, appunto. 

sabato 2 ottobre 2021

La Giornata Mondiale della Nonviolenza


Pochi lo sanno, ma il 2 ottobre è la Giornata Mondiale della Nonviolenza. Si ricorda infatti il giorno di nascita di Gandhi, il 2 ottobre 1869, il più noto profeta moderno del Satyagraha.

Che cosa è la Nonviolenza? E' un metodo di relazione fra le persone e le comunità fondato sul rifiuto della difesa armata e dell'offesa fisica inferta all'interlocutore. Ciò significa che la scelta di non utilizzare i mezzi di distruzione dell'altro, è fondata su una visione del mondo e non su una mera strategia di risoluzione dei conflitti.

Per Gandhi "la ricerca della verità non ammette l'uso della violenza nei confronti dell'avversario, ma richiede che questo venga distolto dall'errore con la pazienza e la comprensione. Infatti ciò che sembra vero a una persona può sembrare errato a un'altra. E la pazienza significa sofferenza. La dottrina in tal modo assume la caratteristica di difesa della verità, non attraverso la sofferenza dell'avversario ma attraverso la propria sofferenza".

Ne consegue che nella controversia è più efficace essere feriti che ferire, perdere la propria vita invece di toglierla. Il che ovviamente non significa affatto passività o mancanza di coraggio nell'affrontare la lotta. Al contrario, la risoluzione nonviolenta richiede la massima disponibilità all'eroismo di chi dona la propria vita, non in base a un principio ideologico astrato ma alla semplice constatazione, che tutti facciamo parte di tutto, siamo connessi inscindibilmente al Cosmo, alla Natura e a ogni essere vivente.

Il metodo nonviolento si radica nei meandri più profondi e nascosti della persona e rovescia qualsiasi idea di dominio di una parte sull'altra.

E' una risposta forte anche alla situazione contemporanea, dove sempre meno si affronta il drammatico tema della diversità di opinione in un contesto democratico, nel quale l'esercizio del Potere è fondato sull'ottenimento della maggioranza dei consensi. Tale situazione, in particolare dopo il successo delle forme di governo "maggioritarie", tende a dividere i cittadini in due schieramenti fortemente contrapposti. 

Se Terzani diceva che solo la comprensione delle "ragioni" del cosiddetto "nemico" può consentire l'avvio di un dialogo, oggi sembra difficile trovare tale atteggiamento non soltanto nello scontro ideologico finalizzato alla conquista degli spazi di influenza economica e politica, ma anche nel quotidiano dibattito su scelte individuali - importanti proprio in quanto umane - come per esempio come porsi di fronte all'obbligo vaccinale o al suo rigetto.

Proprio per questo è necessario ricordare la Giornata internazionale della nonviolenza attiva, in un periodo in cui sembra avvicinarsi il tempo di una nuova Resistenza. Come comportarsi davanti all'evidente crescita di forze politiche di orientamento razzista, xenofobo, antidemocratico o filofascista? C'è un'alternativa allo scontro violento, verbale o fisico che sia? Che fare se democraticamente raggiunge il potere una forza antidemocratica? E' possibile ancora credere nelle parole insegnate da Gandhi o si è destinati a non uscire nella giustizia e nella pace dai contrasti se non con uno scontro fisico tra i portatori di diversi punti di vista?  

Sono domande drammatiche e attuali, per questo è bene rispolverare la teoria e la pratica del Satyagraha, per la verità un po' dimenticato negli ultimi tempi...


giovedì 30 settembre 2021

Mimmo Lucano, ovvero il reato di Solidarietà

Il sindaco di Riace Mimmo Lucano è stato un esempio non soltanto di solidarietà, ma anche di intelligenza amministrativa.

Attraverso un utilizzo sistematico del benemerito sistema SPRAR (oggi SAI, Servizio di accoglienza e Integrazione), non ha soltanto aiutato centinaia di persone provenienti da varie parti del mondo a trovare accoglienza e nuove prospettive di vita. Ha anche trasformato un paese della Calabria in via di sparizione dalla carta geografica in un modello, valido per l'Italia e l'Europa, di come sia possibile fare di un'azione di condivisione un progetto di crescita sostenibile per un'intera zona altrimenti depressa.

Si è guardato ovunque a lui come un Maestro e migliaia di Comuni in Italia si sono avvicinati allo SPRAR proprio perché hanno conosciuto la testimonianza di Mimmo Lucano.

Le sue disavventure giudiziarie sono iniziate quando c'era un Ministro dell'Interno di cui ci si vanta di non aver mai fatto il nome. La sua martellante propaganda, sostenuta da uno che attualmente rischia la galera per spaccio di droga pesante, ha infangato la meravigliosa opera e il povero, a questo punto ex, sindaco, ha iniziato a salire il Calvario della Giustizia italica. 

E se la Cassazione ha sconfessato clamorosamente il tribunale calabrese affermando l'inesistenza di qualsiasi reato, quello di Locri oggi ha inflitto una condanna, in primo grado, incredibile. Tredici anni di carcere e 700mila euro di ammenda non si comminano neppure ai più pericolosi e violenti esecutori della mafia e della camorra.

Non si discutono le sentenze, si dice sempre. Ma perché? In questo caso la sentenza è palesemente ingiusta e la ribellione non è un optional, ma un dovere, in attesa della ovvia assoluzione con formula piena nei prossimi gradi di giudizio.

Solidarietà piena a Mimmo Lucano e molta preoccupazione per il futuro della democrazia in Italia.

lunedì 27 settembre 2021

Aiello: gli orologi solari e il turismo sostenibile, un'occasione straordinaria

Ad Aiello del Friuli, nella palestra delle scuole di via Manzoni, martedì 28 settembre alle ore 20.45, ci sarà un interessante incontro, promosso dal Circolo culturale Navarca, dalla Pro Loco, con la collaborazione del Comune e della regione fvg.

Verrà presentata la nuova guida turistica "Aiello il paese delle meridiane", nella quale è possibile trovare spunti riguardanti non soltanto gli oltre 110 orologi solari sparsi ad Aiello e a Joannis, ma anche le altre grandi ricchezze paesaggistiche e artistiche che caratterizzano il territorio.

Il filo conduttore dell'incontro sarà inevitabilmente legato al rapporto fra il tempo e lo spazio. La grande sfida di una realtà come quella aiellese - e più in generale della Bassa Friulana ex Austriaca - è quella di coniugare le profonde radici di una tradizione ancora viva con le urgenze improcrastinabili della modernità e della postmodernità.

Per questo, se da una parte Federico Basso, dal suo osservatorio di parroco dei paesi, racconterà la storia spirituale delle comunità, l'ottima giornalista di radio Capodistria Barbara Urizzi, procedendo dalle intuizioni maturate nei seguitissimi suoi programmi dedicati ai cammini, parlerà di sostenibilità e di rapporto con l'ambiente che ci circonda.

Aurelio Pantanali sarà un po' il "padrone di casa" in quanto presidente del Circolo culturale Navarca e presenterà il libro appena pubblicato, come pure la mostra dedicata alla danza nel tempo e alla danza del tempo. Modererà la serata Enza Caselotto.

Aiello è all'incrocio tra due importanti cammini, l'Iter Aquileiense (o cammino celeste), da Aquileia al Monte Lussari e la via Postumia, da Grado a Genova. Pochi chilometri a ovest passa l'Alpe Adria, frequentatissima ciclovia dal nord Europa. Un reticolo di ciclabili, già in fase di progettazione esecutiva, unirà Palmanova e Aquileia, due siti Unesco, attraverso i sorprendentemente bei paesi della Bassa Friulana. Così l'Alpe Adria sarà adeguatamente collegata alla ciclovia dell'Isonzo, andando a creare così un polo alquanto attrattivo e significativo.

Ma nei confini del comune c'è anche l'outlet Palmanova che, prima della pandemia, vantava qualcosa come due milioni di visitatori l'anno. A prescindere dal giudizio sul pesante consumo del suolo e sulla logica di mercato sottesa ai grandi centri commerciali, se si offrisse a 1 visitatore dell'outlet su 100 la possibilità di staccarsi dalla visione consumista e capitalista, visitando i paesi intorno, essi risconterebbero qualcosa come 20.000 presenze.

Questo grande numero di "consumatori pentiti" (o anche non pentiti!) potrebbe gustare un altro modo di concepire il tempo e lo spazio, venendo a conoscenza dei cammini, delle meravigliose ciclovie, dell'antica misurazione del tempo attraverso gli orologi solari, del Museo della civiltà contadina più grande d'Italia, delle ville asburgiche, delle chiese parrocchiali, degli affreschi rinascimentali nei sacelli dispersi nei campi, delle spettacolari risorgive, dei borghi e dei mulini.

I "luoghi di vita" più importanti in Aiello e Joannis sono certamente quelli in cui la gente condivide l'esistenza con altre persone. I più giovani si incontrano a scuola, gli anziani nelle vie del paese o nelle due grandi case di riposo. Tanti sono ospitati in Casa Teresa e il centro diurno del Novacco testimonia la bellezza e il valore terapeutico del lavorare insieme, soprattutto nei percorsi relativi al superamento del disagio mentale. Lo sprar (che oggi si chiama SAI, Servizio di accoglienza e Integrazione), rientrando in zona potrebbe portare una ventata di spirito internazionalista. Nella sottolineatura dell'importanza turistica dei cammini e delle ciclovie, non  basta pensare al pur importante indotto per i b&b o per le trattorie del territorio. E' necessario anche che si rifletta sulla meravigliosa opportunità di valorizzazione sociale delle persone apparentemente ai margini, che potrebbero diventare protagoniste - professionalmente e non a livello di volontariato - dell'accoglienza e del far sentire a casa propria gli ospiti, siano essi viandanti, ciclisti o visitatori dei negozi.

Ovviamente questa opportunità definirebbe da una parte un programma culturale nei Comuni, fondamento di ogni ulteriore azione politico amministrativa, finalizzato a sostenere la non facile e a volte dolorosa transizione generazionale da un'epoca a un'altra. Dall'altra parte è evidente quanta ricaduta positiva potrebbe esserci in termini turistici sostenibili, nell'accoglienza alberghiera e nell'offerta eno-gastronomica, come pure nel risanamento di un ambiente vitale da pochi anni purtroppo coinvolto nella devastazione dei campi con il cemento e l'asfalto, in situazioni di incredibili abbandoni di rifiuti, nell'avvelenamento dei pozzi freatici a causa delle coltivazioni intensive.

Non si tratta di tornare indietro, ma di riscoprire come un sano e non nostalgico sguardo al passato, possa favorire gioia di vivere, garanzia dei diritti civili per tutti, impegno sociale a favore dei più deboli, occupazione e in generale qualità delle relazioni.

Un bellissimo lungo cammino, nel cuore della Slovenia

Ospite del Kulturni center Lojze Bratuž, il grande alpinista sloveno Viki Grošelj ha raccontato molti particolari del suo rapporto con le montagne.

Uno dei pochi conquistatori di tutti gli "8000", nonché di tutte le cime più elevate di ogni Continente, ha saputo incantare i partecipanti anche dimostrando il lato umano. I veri amanti delle catene montuose, infatti, non si limitano a raggiungere le vette, siano esse situate nell'Himalaya piuttosto che nella Alpi Giulie. Essi sono attenti all'ambiente che li circonda, affascinati dalla Natura, spesso nelle sue forme più estreme, ma soprattutto sanno che cosa è la solidarietà nei confronti delle popolazioni incontrate nel corso delle mille avventure.

Anche il rapporto con se stessi risulta rafforzato dalle giornate di totale solitudine, dal rischio permanente di perdere la vita nel corso di qualche impresa, dalla riscoperta dei valori più profondi e veri dalla Vita.

Ottimo scrittore, Grošelj, dopo aver divulgato e reso partecipi tanti lettori della sua esperienza in ogni angolo del Pianeta, ha presentato il suo ultimo libro, Krona Slovenje, pubblicato l'anno scorso a Ljubljana.

Si tratta di una guida meditata, dove alla puntuale descrizione dei sentieri e dei luoghi, si accompagnano le riflessioni, si potrebbe dire filosofiche e spirituali, dell'autore. E' di fatto un ritorno, alla propria terra. Non a caso l'itinerario prende le mosse da poco più a nord della capitale slovena, dal paese nel quale Viki vive.

Come suggerisce il titolo, si tratta di un lungo itinerario circolare, nel cuore della Slovenia. La bellissima copertina unisce la cima dello Stol all'inconfondibile sagoma di Šmarna gora, il suggestivo colle che sovrasta Lubiana, frequentato ogni anno da migliaia di pellegrini e viandanti. Toccando Škofja Loka e la Soriška planina, il percorso, molto ben descritto e segnalato, consente di attraversare la bella cresta che unisce il Črna prst alla Rodica, prima di scendere verso Bohinj.

Si sale poi al Triglav, percorrendo la via della prima scalata e si scende poi a Mojstrana. verso il confine con l'Austria si raggiunge la Golica e si cammina lungo il crestone delle Caravanche. Le splendide e selvagge Alpi di Kamnik sono l'ultima impegnativa asperità prima del ritorno in pianura e dell'ultimo strappetto, appunto di Šmarna gora.

Complessivamente, Krona Slovenje conta 310 chilometri e circa 15.000 metri complessivi di dislivello. Il libro propone 10 tappe, ma ovviamente il cammino, deve essere commisurato alle forze e al tempo di chi lo percorre. Si prevedono paesaggi straordinari, non soltanto di alta montagna, ma anche nel cuore verde del Paese e nell'attraversamento di delicati borghi e di dolci vallate.

E' una bella proposta. Chi lo sa, forse per la prossima estate...

domenica 26 settembre 2021

Le parole indifendibili dell'Assessora

La polemica tra Aldo Rupel e Silvana Romano sembrava talmente assurda, da pensare in un primo momento solo ed esclusivamente a uno spiacevole fraintendimento.

Leggendo invece oggi le dichiarazioni dell'Assessora sul Piccolo, c'è da rimanere esterefatti. Non ci sono state le attese ovvie spiegazioni, tipo "volevo solo complimentarmi con Rupel e dirgli che un simile intervento sarebbe stato bello da tradurre anche in italiano, per la sua importanza."

C'è stato invece una conferma delle "accuse", sostenendo che lei e molti presenti di lingua italiana avrebbero avuto il diritto di sapere cosa aveva detto Rupel.

Ora, a parte il fatto che Aldo aveva premesso alla parte in sloveno del suo interessante discorso un'ampia (quasi completa!!!) sintesi in lingua italiana, le parole scritte dalla Romano sono sorprendenti. Per cosa mai l'Europa ha deciso di nominare Nova Gorica capitale europea della Cultura 2025? E perché mai tale bellissima occasione è stata fatta propria e sostenuta anche dalla "vecchia" Gorica? Forse per il Castello? O per l'Eda Center a Nova Gorica?

No, la capitale europea della Cultura è tale perché situata in un luogo meraviglioso, storico, drammatico e insanguinato crocevia di popoli e culture, dove dovrebbe essere assolutamente ovvio parlare correntemente le tre lingue del territorio - italiano, sloveno e friulano - insieme all'inglese, come lingua veicolare con la quale accogliere i nuovi cittadini che sono arrivati e continueranno ad arrivare da ogni parte del mondo.

In tanti si rivendica la necessità almeno del plurilinguismo passivo (ognuno parla la propria lingua materna e comprende quella dei "vicini"), come primo, minimo passo verso la piena realizzazione dell'unità nella diversità. In questa ottica, si è spesso deciso negli incontri pubblici, molto opportunamente, di evitare le solite inutili lungaggini o la costrizione a stringere eccessivamente l'esposizione dei propri punti di vista, dando per scontato che ormai si possa procedere a vele spiegate verso la reciproca comprensione. Nonostante questo, qualcuno, Anno Domini 2021!!!, si lamenta ancora perché un testo letto pubblicamente in una significativa occasione come quella del ricordo della Battaglia partigiana di Gorizia, sia stato tradotto soltanto in parte - e non in toto - in lingua italiana.

Gentile Assessora, se lei non sa neanche una parola di sloveno e svolge un compito così importante e significativo, credo sia bene che si astenga dal manifestare la sua ignoranza. Oppure potrebbe anche chiedere un'illuminazione sulle parole ascoltate, ma non certo "perché siamo in Italia", bensì con l'umiltà dell'ignorante che capisce l'importanza di un intervento e chiede "per favore" di essere aiutato. Per la Sua dignità e quella di tutti i presenti.

venerdì 24 settembre 2021

A Cerje, un momento "storico" per la pace e la giustizia. Pot miru!

Sabato 25 giugno, presso il grande monumento di Cerje, c'è stata una grande assemblea per la pace.

Lo si è visto nascere e crescere, quel torrione che svetta sull'ultima vetta della lunga catena del Trstelj. 

Dalla sottostante piana di Gorizia ci si chiedeva che cosa fosse, che significato avesse.

C'era chi proponeva un improbabile competizione con il santuario di Monte Grisa, con il quale in comune c'è soltanto la pietra grigia carsica.

Poi fu presentato come la memoria della resistenza e della liberazione dall'oppressione nazifascista, successivamente come ricordo dell'indipendenza della Slovenia.

Quando ci fu la possibilità di raggiungere l'altura di Cerje, non mancarono le sorprese. 

La prima fu determinata dal paesaggio, da una parte una vista straordinaria sull'intero territorio goriziano, dall'altra il Carso degradante verso Monfalcone, con sullo sfondo lo spettacolare scintillio del mare. 

La seconda impressione fu determinata dall'allestimento del museo, all'interno della torre. Accolti da un cielo che ricorda la posizione delle stelle alla mezzanotte del giorno dell'indipendenza della Slovenia, i visitatori potevano e possono conoscere alcuni tratti principali dell'identità culturale del popolo e della grandi sofferenze vissute dagli abitanti delle valli dell'Isonzo e del Vipacco, durante e dopo la prima guerra mondiale.

La Storia raccontata nelle immagini e nei reperti si intreccia anche oggi con la Natura del bellissimo e drammatico Carso. E' possibile perfino percorrere tutta la dorsale, in oltre quattro ore di intenso cammino si oltrepassano le varie alture e si raggiunge il bel rifugio sulla cima del Trstelj, godendosi, soprattutto in autunno, gli incontri con la flora e spesso anche la fauna del territorio.

Ebbene, proprio a Cerje, domani (sabato), ci sarà una significativa cerimonia per la pace. Ci saranno momenti musicali e teatrali, l'ospite d'onore sarà Tone Partljič, drammaturgo e operatore della Cultura molto noto in Slovenija. Il tema centrale dell'incontro è l'unità nella diversità dei popoli sul confine.

Se la diversità riguarda essenzialmente la lingua, la storia culturale, a volte la visione del mondo e la concezione della vita, quali sono gli elementi dell'unità? Cosa caratterizza questa terra, antropologicamente e sociologicamente, che da Cerje appare geograficamente un tutt'uno? In che modo e perché i commissari che hanno dovuto decidere, si sono convinti di nominare Nova Gorica e Gorizia capitale euripea della Cultura 2025? 

Anzitutto il territorio attraversato dall'Isonzo, patrimonio di tutti coloro che abitano intorno alle sue sponde e nel suo bacino. Ciò implica anche la responsabilità di mantenere pulito e sano il "più bel fiume d'Europa" e di sentirci accomunati in una battaglia permanente, perché i piccoli interessi di parte non inquinino l'acqua e l'aria, non minaccin0 la salute e la vita dei cittadini.

In secondo luogo ci unisce una decisa scelta antifascista, senza la quale difficilmente è possibile collaborare. Occorre che si dia spazio e credito agli storici, che si superino le barriere del passato riconoscendo la catastrofe provocata dalle leggi razziste, dall'occupazione fascista della Primorska, dalla tragedia spaventosa della guerra nazi-fascista. Solo in quest'ottica, è gioiosamente possibile lavorare insieme, nella cultura, nella politica, nell'economia, nel rispetto della natura, per creare una casa comune caratterizzata proprio dalla forza dell'unità e dalla bellezza della diversità.

In terzo, ma non ultimo luogo, ci unisce un confine che non esiste più, inteso, in senso etimologico, come il luogo della "condivisone degli obiettivi". La sfida storica è quella dell'accoglienza delle migliaia, forse dei milioni di migranti che bussano alle nostre porte e che i nostri governi nazionali - italiano e sloveno - vorrebbero respingere e rinchiudere nei campi di concentramento greci e turchi. La sfida della Pace è sfida dell'accoglienza, illimitata e intelligente, di coloro che fuggono dalla guerra, dalla fame e dalle persecuzioni ideologiche o religiose. Una terra che ha visto edificare tanti muri e che a causa di questo ha visto scorrere troppo sangue fraterno, ora può diventare laboratorio di pace e giustizia per il mondo intero, se si saprà, insieme, sentirci nel contempo "Goriški" e abitanti del mondo.

L'alta torre di Cerje è stata l'alto monito a costruire ponti e ad abbattere i muri, a sentirci tutti parte dell'unica meravigliosa, affascinante e drammatica famiglia che porta il nome di Umanità. 

lunedì 20 settembre 2021

20 settembre 1870 - 20 settembre 2021: fine del potere temporale della Chiesa?

E' il 20 settembre. Un tempo in Italia era una festività civile, ricordando la breccia di Porta Pia, un passo importante verso la definitiva unità d'Italia e la conquista di Roma, alla vigilia della proclamazione della nuova Capitale dello Stato.

Tuttavia l'anniversario è importante anche per la storia universale, in particolare per quella della Chiesa. E' terminato di fatto in quel giorno il potere temporale, quello dei Pontefici che - secondo gli arguti sudditi toscani - amavano molto la musica, soprattutto quella con sole due note, sol-do, sol-do...

Pio IX, che tante speranze aveva suscitato nei giovani del primo Risorgimento italiano, fugge ignominiosamente a Gaeta e lascia la città eterna nelle mani delle forze che hanno guidato il riscatto del Regno dei Savoia. Si conclude in fretta e furia anche un importante Concilio, il Vaticano I, durato due anni. Nel corso dell'assise, si erano prodotti due documenti importanti, la Costituzione Dei Filius, una specie di squalifica dell'intero pensiero moderno, inficiato dalla colpa di non affermare la conoscenza razionale di Dio e la Costituzione Pastor Aeternus, con la quale il Papa, prima di abbandonare la città dove fu martirizzato Pietro, dichiara il vescovo di Roma "infallibile", quando, dichiarando esplicitamente la sua intenzione, parla ex cathedra, vincolando tutti i cattolici (secondo lui anche i non cattolici) in materia di fede e di morale.

Il 20 settembre di 151 anni dopo la situazione sembra molto cambiata, almeno in apparenza e i pontefici attuali ribadiscono spesso l'estraneità del potere spirituale rispetto a quello temporale. Eppure, non solo formalmente, il potere temporale esiste ancora, la Città del Vaticano è una monarchia assoluta a tutti gli effetti, uno Stato autonomo e ,  del quale il Papa è capo assoluto. Checché ne dica Francesco, esistono ancora le banche vaticane e gli intrallazzi finanziari in tutto il mondo, esistono i nunzi apostolici e gli interessi politici della Chiesa, esistono i Concordati che garantiscono proprietà private (tante!!!) e privilegi.

Dopo aver sottolineato l'aspetto finanziario, relativo all'8 per mille del gettito da devolvere alla Conferenza Episcopale Italiana (vedi post dello scorso sabato), come non ricordare la questione della formazione e dell'idoneità degli Insegnanti di Religione Cattolica. L'ovvia constatazione secondo la quale il cattolicesimo ha avuto un ruolo culturale importante nella storia europea, come pure del resto altre grandi religioni mondiali, dovrebbe portare a due sviluppi naturali. Il primo è l'istituzione di Università teologiche e Istituti di Scienze Religiose autonomi rispetto alla Chiesa, in modo da formare filosofi della teologia indipendenti dall'appartenenza alla comunità cattolica. Il secondo, di conseguenza, è il riconoscimento dell'Insegnamento della Religione, in alcuni istituti umanistici anche curriculare, al fine di preparare insegnanti per le scuole svincolati dal "controllo" ecclesiastico.

Infatti, se attualmente è vero che gli insegnanti vengono nominati dallo Stato, è altrettanto vero che per poter svolgere il loro lavoro devono ricevere una specie di certificato di idoneità, dottrinale e addirittura morale, da parte dell'autorità ecclesiastica. Veramente, con totale rispetto degli attuali IRC, gran parte dei quali competenti in materia e provati docenti, non si può pensare ancora che, nel 2021, un insegnamento proposto e retribuito dalla scuola di stato, debba soggiacere agli umori di un vescovo o di un qualsivoglia ordinario diocesano.

Francesco, se vuoi davvero una Chiesa libera, liberala dai troppi pesanti residui di quel potere temporale che si sperava finito, una volta per sempre, il 20 settembre 1870.

domenica 19 settembre 2021

Uno scrigno d'arte a Crngrob

San Cristoforo (XV secolo)
Sulla strada principale che unisce Škofja Loka a Kranj, un segnale indica un paese a un paio di chilometri di distanza, verso le colline che sovrastano la pianura della Sava. 

Si tratta di Crngrob, un piccolo paese dalle etimologie incerte. L'edificio più alto è la Chiesa, una splendida architettura che unisce stili che vanno dal XIII al XIX secolo.

Gli affreschi all'esterno valgono da soli una gita. Siamo nel XV secolo e i pittori hanno rappresentato un tradizionale gigantesco San Cristoforo, con pesci e gamberi di fiume sotto i piedi e un originalissima "Domenica". Con un sottile umorismo, sono stati affastellati dei veri e propri piccoli quadretti, nei quali si possono riconoscere i lavori svolti dalla gente in quel tempo e il destino terribile che attende chi invece di santificare la festa decide di sudare arando i campi o vendemmiando. Si tratta di una miniera di informazioni sulla situazione sociale, culturale e religiosa di quel periodo.

Se poi si ha la fortuna di trovare la chiesa aperta, le sorprese si succedono l'una all'altra. Gli affreschi interni non destano immediatamente attenzione, dal momento che gli sguardi sono attratti dai sontuosi e numerosi altari barocchi. In realtà le pitture sono interessanti, in particolare una Natività - sempre del XV secolo - nella quale Giuseppe viene disegnato in vesti orientaleggianti, sotto la forma di un buon marito e padre che prepara il pranzo a Maria e al figlio neonato. 

Gli altari lignei, tutti rilucenti grazie alla fin troppo pesante doratura, raccontano tutta la storia della Chiesa, in particolare quella dei santi. Le esigenze controriformiste riempiono gli altari di ogni antico eroe cristiano e non si finisce mai di cercare i tratti caratteristici delle varie iconografie, per poter riconoscere l'uno o l'altro. Si contemplano l'Annunciazione, alla quale è dedicato l'edificio, poi naturalmente il Cristo in croce e poi le Sante Lucia, con gli occhi nel piatto e Agata, con i seni offerti al persecutore. Si vedono sant'Acazio e naturalmente san Rocco che protegge dalle malattie. ovviamente c'è san Floriano, con il secchio d'acqua per spegnere gli incendi. E tanti tanti altri...

Tra gli archi gotici ci si aggira con circospezione, soprattutto se si ha la fortuna di trovare l'organista del luogo che accompagna i visitatori con dei meravigliosi brani di Bach e dei migliori compositori dell'800. La musica entra nel cuore, mentre lo sguardo indugia sulla bellezza dell'arte pittorica e si lascia incantare dalle architetture che riflettono le varie distruzioni operate dalla Natura e dalla Storia. 

Infine, un'ultima sorprendente presenza. Un grande osso ricurvo attrae inevitabilmente l'attenzione. Una vertebra di balena? o di mammuth? Interessante, è lo stesso quesito che c si pone di fronte all'osso che campeggia in alto a Verona, nel passaggio tra la Piazza delle Erbe e quella dedicata a Dante Alighieri. Secondo la leggenda del luogo, è una parte addirittura di una gigantessa antica che, pur essendo pagana, ha contribuito con la sua incredibile forza a costruire velocemente la chiesa. Più probabile è la versione, secondo la quale si tratta di un dono portato dal Nord da un gruppo di pellegrini. Alcuni tra i tanti che da quasi mille anni vengono a cercare pace e a pregare in questo luogo.

Pace fino a un certo punto, perché anche in questa landa lontana dai grandi percorsi stradali c'è stata la guerra e i partigiani della Gorenjska ricordano qua l'ennesimo, terribile eccidio nazista. Ancora una volta, la bellezza dell'arte e la complessità della storia si mescolano celebrando ancora una volta il Mistero dell'Uomo e della Vita.

sabato 18 settembre 2021

Chiesa cattolica, l'anomalia dell'8 per mille

Parliamo di 8 per mille alla Chiesa cattolica. Ne dovrebbe parlare anche il buon Francesco (il vescovo di Roma), apparentemente sensibile alle questioni riguardanti la giustizia, anche all'interno della struttura eccelsiastica.

Nel 2021 sono stati distribuiti i proventi dell'8 per mille relativi ai redditi del 2017 dichiarati nel 2018. I dati sono molto interessanti. La somma da distribuire ai diversi enti corrisponde a circa  un miliardo e 500 milioni di euro. I contribuenti che hanno scelto di devolverla alla Chiesa cattolica (oltre l'80%) o agli altri enti accreditati (circa il 20%) sono nel complesso meno del 42%. Quindi, rispetto a tutti i contribuenti, a scegliere la chiesa cattolica sono stati intorno al 33%.

Voi penserete, come sembrerebbe ovvio, che alla chiesa cattolica siano devoluti circa 500 milioni, ovvero un terzo dell'intero gettito indicato dai contribuenti. 

Invece no! Alla chiesa cattolica giungono ben un miliardo e 136 milioni di euro. Perché? Perché nel conto complessivo non vengono considerati solo i facenti parte del 42 per cento che hanno indicato l'opzione, ma anche i restanti 58% che non hanno indicato nessuna opzione, ritenendo - presumibilmente? - di lasciare così il proprio contributo allo Stato.

Dovrebbe essere la chiesa cattolica a segnalare tale anomalia. Lo farà, acquistando prestigio spirituale e stima da parte dei cittadini, a fronte della perdita di circa 600 milioni di euro? Ai posteri l'ardua sentenza!


Medioevo Goriziano

 

Il dibattito "in Corso" a Gorizia intorno alla pista ciclabile sulla carreggiata o sui controviali, coinvolge una questione che sta a cuore a ogni viandante e ciclista. Si tratta della mobilità urbana e di una visione urbanistica capace di valorizzare l'ambiente, il rapporto tra le persone, la città a misura di ogni abitante. Per questo da molti era stata salutata come una coraggiosa novità, sia pur con alcune criticità da superare come gli assurdi e pericolosi parcheggi per le auto al centro della strada, quella di istituire il senso unico automobilistico e di utilizzare lo spazio a uso delle biciclette. Il dietrofront annunciato sui quotidiani ha sorpreso perfino coloro che si erano pronunciati contro la modifica. In questo contesto, sembra giusto riproporre anche in questo blog dal titolo ammiccante ai "cammini", l'articolo di Marko Marinčič, pienamente in linea con il nostro percorso. (ab)

MEDIOEVO GORIZIANO
Che tristezza vivere nello Zibernistan!
Per mesi ci siamo chiesti se il sindaco Ziberna sarebbe stato capace di mantenere la schiena dritta di fronte agli attacchi strumentali contro la ciclabile in Corso Italia. Non credevamo possibile che tornasse indietro mentre l’Italia, l’Europa, il mondo intero procedono verso una mobilità sostenibile, sana, piacevole, in grado di incidere sugli effetti ormai devastanti del riscaldamento climatico. “No, non è così stupido”, ci siamo detti, “al massimo cercherà un compromesso, toglierà una fila di parcheggi, ma una ciclabile nel 2021 non si toglie”.
Lo ha fatto! Caso più unico che raro nel mondo, Gorizia cancella una ciclabile, grazie alla quale in pochi mesi è almeno raddoppiato se non triplicato il numero di cittadini che usano la bici per spostarsi in città. E non raccontiamoci storielle: qualsiasi cosa si faccia sui controviali, non sarà una ciclabile adeguata a spostarsi in modo rapido e sicuro. La pavimentazione in pietra è da mountain bike biammortizzata, lo slalom tra pedoni, bambini, passeggini e cani al guinzaglio sarà da brivido, l’impatto coi gazebo dei bar ancora tutto da scoprire, quello con le auto provenienti dalle laterali potenzialmente mortale.
Il tutto perché un sindaco senza la benché minima visone strategica della mobilità urbana si muove a tentoni, come una banderuola che si riposiziona al minimo alito di vento. E così è bastato un flatus ventris dalle viscere della sua coalizione a fargli calare le braghette da ciclista ed esporre le pudenda al pubblico ludibrio.
Sarà un autogol politico clamoroso. I talebani automontati lo stanno già sbeffeggiando nonostante il ritorno a Canossa del Corso a doppio senso. La loro battaglia sul Corso era evidentemente strumentale: le faide tra le cosche del centrodestra hanno ben altri obiettivi, con buona pace di molti di quei 2000 che in buona fede hanno firmato la petizione, magari solo perché scontenti della seconda fila di parcheggi. In compenso il sindaco si è giocato la faccia. Ma quel ch’è peggio per lui, anche i voti di tanti ciclisti. Non è che chi ama pedalare sia per forza di sinistra, anzi. Molti lo avrebbero (ri)votato, ma adesso ci stanno ripensando. Attorno a noi percepiamo sdegno, delusione, incredulità.
Caro sindaco, noi ciclisti ci sentiamo traditi. Se Nova Gorica si prepara a grandi passi ad essere capitale europea della cultura 2025 anche con un’ambiziosa rete ciclabile che collegherà i luoghi dei maggiori eventi, Gorizia sta diventando la capitale europea se non mondiale dell’incultura ciclistica, dell’insipienza e dell’ignavia in tema di mobilità. Delle due metà della mela siamo noi quella bacata, probabilmente destinata a marcire, se i cittadini alle prossime elezioni non decideranno di cambiare. Noi ciclisti, a prescindere dall’orientamento politico e partitico di ciascuno, ci impegneremo in tal senso.
Sindaco Ziberna, ti abbiamo creduto, abbiamo sostenuto la ciclabile in Corso. Hai avuto una possibilità e l’hai sprecata nel peggiore dei modi. Ci hai delusi, definitivamente. Valuteremo gli altri in base alle loro proposte in tema di mobilità e alla loro credibilità.
Infine, tre piccole dediche:
1) Agli esercenti contras che oggi gioivano per il ritorno al doppio senso. Ne riparliamo quando vi faranno togliere sedie e tavolini dai controviali per far passare le bici. Chi è causa del proprio mal, pianga sé stesso.
2) Ai benpensanti che si indignavano per un paio di castroni che ogni tanto anziché sulla ciclabile pedalavano sui controviali. Sarete contenti quando tutti i ciclisti dovranno per forza passare di là?
3) A chi si lamentava di quanto era brutto il Corso con tre file di auto, due ai lati e una corsia di marcia. Ditemi, sarà più bello con quattro?
E infine, un affettuoso pensiero per tutti quei rottami della politica di destra e sinistra che finalmente potranno di nuovo imboccare il Corso in direzione della stazione. Fatelo, al più presto. Andate in stazione e prendete il treno. Non importa per dove. Purché il biglietto sia di sola andata. Gorizia non ha bisogno di voi...
Marko Marinčič




giovedì 16 settembre 2021

Da 15 anni, il Cammino Celeste...

Il cerchio finale, 15 agosto 2006 (foto A. Pantanali)
Quindici anni fa, il 15 agosto 2006, un gruppo di viandanti e pellegrini provenienti, oltre che dal Friuli Venezia Giulia, anche dalla Slovenia e da molte altre regioni d'Italia, concludeva il primo "Cammino Celeste" o "Iter aquileiense".

Si tratta di un percorso a piedi, di circa 200 chilometri e oltre 6000 metri di dislivello, dalla Basilica di Aquileia, centro irradiatore di cultura e fede in tutte le regioni del Centro Europa, al santuario dei popoli, sito sulla cima del Monte Lussari, sopra Tarvisio.

La Slovenia non era ancora entrata nel consesso degli stati del patto di Schengen. Per questo si era pensato di tracciare altre due vie, una tutta in territorio sloveno, partendo dal santuario di Brezje, sopra Lubiana, l'altra in territorio austriaco, da Maria Saal, sopra Klagenfurt. 

La conoscenza del fenomeno dei "cammini", almeno in Italia, era limitato al boom di Compostela, dove nel 2005 si erano raggiunti i 200mila camminatori e a qualche nozione su un'ancora ben poco attrezzata Francigena. 

L'idea di creare una "via" nella regione Friuli Venezia Giulia era nata, non a caso, nel corso degli incontri, pubblici e privati, con coloro che avevano "fatto" - in diversi modi e con diverse percorrenze - il Cammino di Santiago. Poi la collaborazione tra approcci antropologici, cartografici, storici, filosofici e teologici ha generato la traccia, dalla laguna di Grado al cuore delle Alpi Giulie.

Sula base dei racconti degli anziani di Val Resia, si sono ricostruiti gli itinerari dei pellegrini che si recavano a Castelmonte e al Lussari. Gli esperti geografi, a piedi e in bicicletta, hanno saputo trovare piacevoli viottoli sterrati al posto delle statali e delle autostrade che hanno stravolto la viabilità della pianura. Si è meditato sulle storie di guerra e di pace che hanno influenzato la cultura di popoli di confine, scoprendo la straordinaria diversità di lingue, visioni del mondo, attività produttive di u  territorio straordinario. Ci si è immedesimati nelle gioie e nelle sofferenze di migliaia di esseri umani che hanno percorso le antiche vie pregando, pensando, cercando un senso negli avvenimenti quotidiani della vita.

Su queste basi, su invito basato sul passaparola, nella prima metà di agosto del 2006, una quarantina di persone hanno marciato insieme per circa dieci giorni, godendo di panorami straordinari, incontrando architetture e opere d'arte spettacolari, celebrando il dono dell'amicizia e della fraternità, godendo della splendida e sobria accoglienza, gustando i prodotti enogastronomici dei vari territori attraversati.

Ed è nato così l'Iter aquileiense, come lo chiamano i viandanti alla ricerca di un'esperienza individuale  e prevalentemente culturale o Cammino celeste, come preferiscono dire coloro che si riconoscono nella concezione cattolica e si sentono attratti dal manto azzurro di Maria, la cui storica effigie può essere incontrata a Barbana, a Cormons, a Castelmonte e sul Lussari.

Sono passati quindici anni e il "Cammino" è cresciuto, ora viene percorso ogni estate da più di mille persone, da sole o in gruppo. Ne sono nati tanti altri, quelli molto belli in Carinzia e Slovenia - legati alle vie di San Giacomo, hanno portato a concentrarsi solo sull'itinerario in territorio friulano. I racconti di coloro che lo hanno affrontato, opportunamente riportati nel sempre aggiornato sito camminoceleste.eu, sono sempre avvincenti e a volte emozionanti. C'è una guida edita da Ediciclo, ci sono pieghevoli realizzati anche grazie ai contributi pubblici, ci sono le credenziali per accedere ai rifugi, ci sono aggiornati pannelli informativi, oltre a preziosi artistici monumenti costruiti ad hoc nei luoghi più significativi. Con molti "pellegrini" si sono intrecciate stabili relazioni, attorno al Cammino celeste si sono intessute reti di autentica, meravigliosa solidarietà, ben oltre i confini regionali e nazionali.

Il viaggio a piedi, 4 km/h, consente di riempire il tempo con la bellezza e il fascino consentiti da un nuovo e nello stesso tempo antico rapporto con la Natura, con le altre Persone, con sé stessi e anche con ciò che tutti ci trascende, qualunque nome gli si dia. Tutti i cammini sono portatori di pace e giustizia, perché aiutano a non dimenticare chi rischia la vita marciando nei boschi o nei deserti per sopravvivere alla guerra o alla fame e anche perché consentono un abbraccio a un ambiente sempre più ferito e contaminato dalla civiltà del Consumo e della Velocità.

Auguri Cammino Celeste, ad multos annos Iter aquileiense!