venerdì 8 maggio 2026

Giovanni Nepomuceno, Leone XIV e Rubio, tra cattolicesimo e politica

 

Tutti conoscono la figura di Giovanni Nepomuceno, la cui effigie caratterizza ponti, centri abitati collocati vicino ai fiumi, siti che hanno a che fare con le acque. L'enorme diffusione, soprattutto nel Centro Europa, è dovuta alla forma del suo assassinio, determinato da Venceslao IV di Boemia che ne decretò l'uccisione, facendolo gettare incatenato nella Moldava. A Praga, sul Ponte Carlo, nel punto in cui si sono verificati i fatti, c'è la sua più famosa statua.

Si era nel XIV secolo. La tradizione leggendaria indica come causa della sentenza di morte il rifiuto di violare il segreto confessionale: il re avrebbe voluto sapere se la moglie lo avesse tradito e di  fronte all'atteggiamento  del sacerdote si sarebbe infuriato al punto da decidere il suo annegamento.

La realtà sembra sia meno spirituale e più politica. Si tratterebbe semplicemente di una questione di giurisdizione e di diritto. Giovanni da Nepomuk,a quel tempo vicario generale della diocesi di Praga, avrebbe nominato un abate contro il parere del re e per questo motivo sarebbe stato processato e poi gettato nella Moldava.

Perché questo richiamo estemporaneo alla fine dell'ecclesiastico ceco, allo scontro fra diritto canonico e legislazione civile? Perché è uno spunto dal quale procedere, per analizzare l'interessante incontro tra papa Leone XIV e il segretario di stato USA Marco Rubio. La similitudine sta soltanto nell'inevitabile commistione tra cattolicesimo e politica, per il resto ovviamente i contesti e le questioni in gioco sono del tutto diversi. 

Il presidente Donald Trump sembra avercela fortemente con l'attuale vescovo di Roma. Non passa quasi giorno senza una bordata contro la guida della chiesa cattolica. Ha suscitato particolare stupore l'"attacco" sferrato alla vigilia dell'incontro in Vaticano, quasi un avvertimento, non soltanto  nei confronti di Prevost, ma anche del suo stesso inviato. Dal momento che l'attuale inquilino della Casa Bianca sembra procedere su una linea solo a lui chiara, è difficile capire quale sia il vero motivo delle sue parole. Forse è il tentativo di aggraziarsi il mondo anticattolico statunitense, supponendolo più elettoralmente forte, in vista delle elezioni di mezzo termine, particolarmente delicate dopo le "avventure" venezuelane e iraniane. Oppure può essere un messaggio a Rubio, considerato un potenziale concorrente in rapporto alle scelte repubblicane, ormai in tempo di scelte per le elezioni presidenziali che si terranno fra due anni e mezzo.

Leone XIV ha risposto con prudenza e intelligenza alle bordate, prima richiamando la propria missione di costruttore e promotore della pace nel mondo, poi sostenendo la falsità della (peraltro talmente assurda da confermare l'esistenza di una strategia) accusa a lui rivolta da Trump di essere  sostenitore della possibilità che l'Iran possa dotarsi della bomba atomica. 

L'incontro tra Prevost e Rubio non ha offerto - almeno dal punto di vista giornalistico - dati particolarmente rilevanti, dal momento che non sembra si sia andati molto al di là dei convenevoli e dei discorsi di prammatica. Forse non potrebbe essere diversamente da così, almeno fino a quando la chiesa cattolica sarà così forte e presente, a livello di politica, economia e diplomazia planetarie. La potenza del piccolo Stato Vaticano, da una parte infatti consente di dare maggiore spessore alle parole e ai gesti tradizionalmente orientati - almeno nell'ultimo secolo - alla pace. Dall'altra parte tuttavia induce anche a una capacità negoziale e relazionale improntata essenzialmente alla cautela e alla delicatezza, fatto questo che spesso suscita l'impressione di una certa debolezza.

Riuscirà papa Leone XIV, nel proseguo del suo pontificato, a liberarsi dal politicamente corretto per dire con chiare parole ciò che si suppone pensi? Potrà svincolarsi dall'eccesso prudenziale per chiamare per nome le catastrofi del nostro tempo? Deciderà di schierarsi in modo inequivocabile dalla parte degli oppressi e degli aggrediti, non da quella degli oppressori e degli aggressori? Sarà questo uno dei temi interessanti per i prossimi anni, se i cattolici saranno guidati e orientati dal pontefice a una presenza militante nei meandri della società contemporanea, mettendo anche a repentaglio la loro vita, se necessario. Oppure se il compito profetico di costruttori instancabili di pace e giustizia, sarà riservato solo a poche figure profetiche, in grado di seguire l'esempio di forza e coraggio di Giovanni Nepomuceno.

mercoledì 6 maggio 2026

Liberi tutti, subito! Fermiamo i PIRATI del Mediterraneo...

Manifestazione pro Palestina e pro Flotilla a Trieste
Si può pensarla in modo  differente riguardo alla Flotilla. Personalmente ritengo che le persone che hanno messo a repentaglio la loro vita per compiere un gesto nonviolento di solidarietà e vicinanza al popolo palestinese di Gaza, offrano al mondo un segno di pace e di grande speranza.

Ma anche se non si fosse d'accordo e non si rispettassero le scelte di cittadine e cittadini che hanno voluto impegnarsi affontando il mare, come non ci si può indignare e urlare la propria preoccupazione di fronte ai fatti?

Un esercito straniero interviene senza alcun mandato in acque internazionali, centinaia di chilometri lontano dalla propria base. I soldati irrompono nelle barche e prendono in custodia i naviganti. Alcuni vengono pestati, altri tenuti in condizioni disastrose, quasi tutti portati in un centro di momentanea detenzione in territorio greco. Due di loro vengono addirittura arrestati e portati in Israele, dove sono sottoposti fino a ora a forme di tortura fisica e psicologica, trattenuti senza alcun formale capo di imputazione. 

Ordunque, sì proprio ordunque. Come altro si può chiamare uno Stato che impone la sua forza contro imbarcazioni inermi che perocrroono le vie del Mediterraneo, lontanissime dai porti dell'aggressore?  Cosa dire di uno Stato che blocca cittadine e cittadini pacifici, costringendoli a detenzione e a ogni sorta di forzatura? Come accettare che uno Stato arresti senza alcun mandato gli attivisti di un'azione nonviolenta, trascinandoli nelle proprie prigioni e privandoli della libertà?

Non si può altro che parlare di uno Stato pirata e chiunque ragioni un centesimo di secondo non potrebbe che essere d'accordo: ciò che è accaduto in questi giorni alla Flotilla potrebbe accadere domani a chiunque in qualsiasi parte del mondo, con il beneplacito del ghigno mostruoso di Netanyahu e di Trump. La violazione di ogni norma in nome della Legge del più forte è la fine di ogni speranza di livertà, giustizia e autentica democrazia. 

Ciò non ha nulla a che fare né con la nobile e per molti versi meravigliosa tradizione culturale e religiosa ebraica, neppure con il terribile veleno dell'antisemitismo da combattere in tutte le sue forme antiche e moderne, come quelle consapevolmente alimentate, fomentate e moltiplicate dall'atteggiamento criminale degli attuali capi di Israele e dell'inqualificabile inquilino della Casa Bianca. 

martedì 5 maggio 2026

6 maggio 1976 - 6 maggio 2026, un ricordo indelebile, 50 anni dopo...

Molti sono gli interventi relativi al terremoto del 6 maggio 1976. In questo contesto, non ritengo necessario produrre ulteriori analisi, ma mi va di condividere qualche ricordo personale:

Avevo 16 anni. Stavo cenando in famiglia, nel centro di Gorizia. C’era un ospite, un amico venuto dall’Uganda. Tutto ha cominciato a tremare, gli armadietti della cucina sembravano danzare vorticosamente. Pochi secondi e si era in strada, sulla via dove tutti gli abitanti della zona si erano riversati. Chi chiedeva notizie, chi riportava confuse dicerie, chi la prendeva con filosofia, come il commensale africano che aveva continuato tranquillamente a lavorarsi l'insalata, sostenendo fatalisticamente che "tanto, se è destino che si muoia, non ci si può fare niente". Il sorriso che, pur nella tensione, era riuscito a strapparci, era giustificato dal fatto che allora non esistessero i telefonini e che le comunicazioni non fossero così rapide come lo sono oggi oggi. Ci volle qualche ora per capire come non ci fosse niente da ridere e come a poca distanza si fosse compiuta una tragedia. Prima le frammentarie voci dei radioamatori, poi qualche timido servizio giornalistico, solo all’inizio del nuovo giorno si cominciava a comprendere l'entità del disastro.

La mattina del 7 maggio, il Liceo era chiuso. C’era tanta agitazione, inoltre era caduto un comignolo e per sicurezza la presidenza aveva disposto che fosse meglio lasciar perdere le lezioni. Con tre compagni di scuola, uno dei quali era già maggiorenne e con la patente, decidemmo di partire subito verso la zona colpita dal sisma.

A quei tempi non c’era un sistema istituzionalizzato di Protezione Civile. Volevamo in qualsiasi modo renderci utili e per prima cosa ci recammo presso la Prefettura di Udine, dove regnava una comprensibile confusione. All’ufficio allestito per l'emergenza in fretta e furia, ci proposero di andare a Gemona e di chiedere là come avremmo potuto servire a qualcosa in quella situazione.

Il primo segno tangibile del terremoto fu il ristorante Morena, nella zona di Artegna, che venne incontro al nostro sguardo con il tetto crollato sulle sue fondamenta. In mezzo a una girandola di ambulanze, camion e macchine private, in qualche modo riuscimmo ad arrivare nella periferia bassa di Gemona, dove un funzionario, sotto una tenda improvvisata, ci inviò a trasportare in una piazza prefissata, i morti man mano che venivano sottratti alle macerie. C’era un caldo asfissiante, strano per l’inizio del mese di maggio! Si respirava polvere ovunque e non passava un’ora senza qualche scossa di assestamento, sempre in grado di far tremare gli edifici già lesionati come fossero di cartapesta. Si sentiva un grido - "via tutti" - ci si allontanava dalle mura tremolanti e si ritornava dopo qualche istante al lavoro.

Trascorremmo così, fino a sera, quel giorno indimenticabile. Quando ci penso, provo ancora le stesse sensazioni: l’odore acre della morte, il silenzio rotto solo dagli ordini secchi dei coordinatori e dal sinistro borbottio del terremoto, la rigidità e il peso delle persone estratte dalle case distrutte, il mistero della vita e la forza della natura che mescolano le loro carte e nel volgere di un istante trasformano un vivace centro abitato in un cumulo di rovine.

A quei tempi succedeva così, un adolescente poteva trovarsi nel cuore di una catastrofe e portare il proprio piccolo contributo, senza che nessuno lo invitasse ad andarsene, per non intralciare l'impegno dei professionisti. Già in quella prima sera in effetti tutto era cambiato, si era creata una nuova organizzazione, i soccorsi e la ricostruzione erano passati in mani competenti ed esperte.

Tuttavia per noi ragazzi non era finita così. Quell’estate trascorse tra i monti del terremoto, a Moggio Udinese, a Chiusaforte, ai Piani di Val Raccolana, sotto la guida di un grande maestro, don Silvano Cocolin. Gruppi di giovani provenienti da tutta Italia si alternavano sotto le tende e vivevano le loro (nonostante tutto meravigliose) vacanze, occupando nel doposcuola i bambini mentre gli adulti sistemavano per quanto possibile le loro case. Si familiarizzava facilmente con la gente, si andavano a prendere gli scolari nei paesi ancora abitati, accolti da tazze fumanti di grappa con un po' di caffé, si partecipava a semplici mense dove venivano serviti il frico e la polenta, ci si sentiva parte di una grande impresa, nella quale ciascuno era una piccola tessera nel mosaico della ricostruzione. 

Non se ne aveva in quel momento piena cognizione, ma si era testimoni di una svolta epocale, si assisteva all'accendersi delle ultime scintille di una tradizione popolare e culturale che in pochi anni sarebbe stata del tutto dimenticata, quando non ristretta nell'ambito di un mero folklore.

Ma i rapporti umani di quei giorni - come pure dei sabati e domeniche autunnali trascorsi a Grado Pineta nell'aiutare i bimbi sfollati a trascurare per qualche ora le tristi vicende dei paesi messi in ginocchio dalle scosse di settembre - non sarebbero mai stati dimenticati e si sarebbero trasformati nella consapevolezza che la vita avrebbe avuto un senso, soltanto se spesa nel cercare in qualsiasi modo di alleviare la misura del dolore che attanaglia e spesso soffoca il mondo. 

Polyverse, diverse voci unico coro, portatore di pace e bellezza

Tra venerdì Primo Maggio e domenica 3, si è svolta ad Aquileia una residenza artistica musicale, a compimento delle attività previste nell'ambito del progetto europeo Polyverse, promosso da Società per la conservazione della basilica di Aquileia con partner la sinagoga di Atene, la comunità protestante di  Lehnin (Berlino), la grande moschea di Roma e l'associazione FRH di Bruxelles per la comunicazione tra siti religiosi e culturali europei.

Nella foto, da sinistra, il sindaco di Aquileia Emanuele Zorino, la referente di progetto Sara Zamparo, il direttore della SoCoBA Andrea Bellavite, l'imam della moschea di Roma Nader Akkad, la pastora di Lehnin Almuth Wisch, il rabbino di Atene Gabriel Negrin, il delegato dell'arcivescovo di Gorizia don Franco Gismano, la titolare dell'agenzia "Argo progettare l'Europa" Andrea Donda.

E' stata un'esperienza emozionante, ritrovarsi a dialogare e a discutere in tante diverse lingue, tra rappresentanti di diverse religioni e confessioni cristiane. In un momento nel quale sorgono nuove forme di razzismo, di violenza, di nazionalismo e di violazione dei più elementari diritti della persona, le personalità spirituali hanno portato, in modo unitario nella grande diversità degli approcci, un profondo messaggio di rispetto, riconciliazione, valorizzazione delle rispettive tradizioni culturali e religiose. Sono state ribadite le metafore del mosaico - tante tesserine differenti, unite generano stupende immagini - e del coro - molte voci specifiche, unite realizzano una stupenda armonia. Ciò non significa rinunciare alla propria particolare forma, ma arricchire la propria esperienza attraverso  la conoscenza e l'accoglienza di qualle dell'altro. 

Ancora più emozionante è stato il concerto che ha visto concretizzarsi in basilica il primo coro religioso europeo. Diretti da Mateja Černic, Sakis Negrin e Gerhard Oppelt, i coristi hanno eseguito musiche provenienti dal patrimonio del cattolicesimo latino, della spiritualità  sefardita e della coralità protestante. Il punto vertice delle giornate, ma anche dell'intero progetto Polyverse che prevede la ripetizione dell'esperienza ad Atene, a Berlino e a Roma, è stata l'esecuzione in prima assoluta di Polyverse Echoes, una straordinaria composizione, una sorta di preghiera cantata in latino, greco, ebraico, arabo, tedesco e italiano. Hanno lavorato insieme, sia pur a distanza, la compositrice Maria Beatrice Orlando e i compositori Gerhard Oppelt e Aaron Dan. Il risultato di tutto ciò è stato eccezionale sia dal punto di vista artistico che da quello riguardante il messaggio di pace, giustizia, armonia scaturito dalla bellezza delle note e dal dascino del contesto artistico e architettonico.

Che dire, al di là dell'entusiasmo per un evento che rimarrà inciso nella memoria di tutti coloro che vi hanno partecipato? E' come sentire l'eco delle parole e dei gesti di papa Francesco che aveva impostato tutto il suo pontificato investendo molto più tempo ed energie sulle relazioni piuttosto che sulla riaffermazione di astratti principi dogmatici e teorici. Vedendo, per usare le parole di un famoso salmo,"quanto è bello e soave che le sorelle e i fratelli stiano insieme", si è confermata questa sua importante intuizione. Le cosiddette "religioni del Libro", infatti, se incentrate solo sulla dimensione dottrinale, fondano sull'assoluta autorità divina la pretesa di essere ciascuna l'unica detentrice della Verità. Da questa venefica prospettiva, sono derivati tanti guai per l'Europa e per il Mondo, le guerre di religione hanno provocato milioni di morti.

Nelle giornate aquileiesi, si è stati insieme nel dialogo, nel canto, nella festa, nel mangiare insieme, nella visita ai siti aquileiesi. In questa condivisione a 360° si è ancora una volta dimostrato come per rispettarsi e costruire insieme un futuro di pace planetaria, non sia necessario rinunciare alle proprie caratteristiche e condizioni identitarie. E' invece fondamentale riscoprire il concetto di fraternità universale, offrendosi reciprocamente i doni spirituali, riconoscendosi tutti parte di una stessa famiglia nella quale ci si può incontrare nel comune linguaggio dell'arte e della musica che, come detto da qualcuno durante il convegno, è l'antidoto contro ogni forma di razzismo, antisemitismo, islamofobia di qualsiasi altra discriminazione.

Un Gramsci mai visto, al Kulturni dom di Gorizia

 

Nel suggestivo cimitero acattolico di Roma, all'ombra della piramide Cestia, c'è la tomba di Antonio Gramsci. E' una memoria che proprio attraverso la semplicità ed essenzialità evoca la grandezza di un uomo da riscoprire e rivalutare.

Ha cercato di farlo, con una forza espressiva travolgente, Angelo D'Orsi, che ha presentato lunedì sera al Kulturni dom di Gorizia il suo "Gramsci mai visto". Due ore e mezza di teatro sono trascorse in un battibaleno, tanto la narrazione - commentata dagli splendidi momenti musicali proposti da Gabriella Gabrielli con il gruppo Gorzae - ha avvinto gli spettatori, dall'inizio alla fine.

Si è scoperta la storia di un uomo che ha attraversato da assoluto protagonista i primi difficilissimi decenni del XX secolo. L'infanzia vissuta nella povertà non impedisce la formazione di una mente vivace e di una straordinaria passione per la ricerca e per lo studio.

I percorsi geografici e politici portano Antonio prima a Cagliari poi a Torino, dove avviene l'incontro con il mondo del socialismo e con i compagni che condivideranno con lui la complessa svolta di Livorno del gennaio 1921, con la creazione del Partito Comunista d'Italia. Segue il soggiorno biennale a Mosca, descritto con emozione nella duplice dimensione della formazione ideologica nell'ancora infante Unione Sovietica e dell'esperienza affettiva che determinerà molti aspetti della sua vita interiore.

C'è poi il breve passaggio per Vienna, prima dell'inattesa elezione al Parlamento italiano. La descrizione della tragedia della legislatura che ha visto il concretizzarsi dell'incubo fascista è stata complementare con quella dell'arresto, del misero soggiorno a Regina Coeli e della deportazione nell'isola di Ustica. Come in un profondo romanzo esistenziale, i fatti si intrecciano con le riflessioni e, sia pur nella difficoltà estrema della reclusione, Gramsci riesce a elaborare un pensiero complesso, affidato alla lettura, all'interpretazione e all'azione di chi sarebbe sopravvissuto alla dittatura di Mussolini. Molti dei passaggi strategici e politici, riproposti magistralmente da D'Orsi, sono apparsi portatori di un'impressionante attualità. Certo, occorre riprendere in mano questo grande pensiero e adattarlo alla situazione non meno inquietante del nostro tempo.

Particolarmente efficace è stata la presentazione della figura dell'intellettuale organico. La sottolineatura continua della necessità di una formazione non soltanto ideologica, ma anche artistica, letteraria e in genere culturale, ha richiamato alla memoria il desiderio di riportare l'autentica Filosofia - intesa come consapevolezza della propria identità e del proprio ruolo nel mondo - alla base e al fondamento di ogni agire, individuale e collettivo.

Antonio Gramsci, sollecitato anche dalla contemplazione della catastrofe della prima guerra mondiale e dalla speranza suscitata dalla rivluzione russa, ha compreso prima e più di tanti altri l'indispensabile necessità dell'internazionalismo socialista, come possibilità alternativa al razzismo, al classismo e al nazionalismo.

Insomma, quella al Kulturni è stata un'eccezionale serata di richiamo alla pace e alla giustizia sociale, per la quale non resta che rivolgere un sentito grazie ad Angelo D'Orsi. Il suo svolgimento ha soffocato con i fatti un'inutile polemica accesa nei giorni precedenti dal movimento dei Radicali Europei che avevano criticato il presidente del centro culturale per aver invitato a esibirsi sul palco una persona che sul conflitto russo-ucraino ha espresso idee diverse dalle loro. Si è trattato di un'osservazione fuori posto, perché assolutamente non pertinente con il tema trattato nella serata, ma soprattutto perché rivolta a un ente - il Kulturni dom appunto - universalmente riconosciuto come un luogo aperto a qualsiasi tipo di approfondimento e di confronto, senza reticenze e senza censure.  

venerdì 1 maggio 2026

Progetto Polyverse ad Aquileia: autentica pace, dialogo interreligioso, musica di alto livello

 

E' arrivato il grande momento. Domenica 3 maggio inizierà l'ultima fase del progetto europeo Polyverse, al quale da quasi tre anni lavorano insieme i rappresentanti della Basilica di Aquileia, della sinagoga di Atene, della Grande Moschea di Roma e delle comunità protestanti di Berlino.

Il progetto unisce singolarmente il dialogo interreligioso con la bellezza dei luoghi artistici e della musica. Domenica alle 12.30, dopo una sessione di dibattito tra le figure religiose che si terrà nell'aula consigliare del Comune di Aquileia e una breve illustrazione della Basilica, ci sarà l'evento centrale e si esibirà il primo coro interreligioso europeo in un eccezionale concerto. 

Il 3 maggio sarà giorno di memoria in Friuli. Nel pomeriggio a Gemona si terrà la celebrazione commemorativa dei 50 anni dal terremoto. La Basilica di Aquileia partecipa all'evento offrrendo - in orario antecedente e compatibile con quello di Gemona - un grande momento di riflessione e di promozione della pace e del dialogo fra i popoli. 

Il progetto Polyverse continuerà in giugno ad Atene, in luglio a Berlino e si concluderà in ottobre a Roma.

Riflessioni napoletane del Primo Maggio

Il viaggio a Napoli è sempre un'intensa avventura. Ogni volta si ricavano diverse emozioni.

Non c'è panorama della zona senza la presenza del Vesuvio. E' il vulcano per eccellenza, ai suoi piedi si sono verificate immane tragedie, la completa distruzione di Pompei, Ercolano inghiottita dalla lava, Stabia, Oplontis e tante altre città soffocate dai gas e dalle ceneri. Ci sono voluti quasi duemila anni per restituire a quella gente almeno il ricordo di essere vissuti. Camminando nelle vie lastricate e segnate dal passaggio dei carri, entrando nelle case dei ricchi e contemplando affreschi e mosaici che raccontano storie di guerra, di fede e di amore, si ha l'impressione di tornare indietro nel tempo e di scoprire che in ogni epoca il classismo ha diviso gli straricchi dagli strapoveri. Di fronte all'esplosione della caldera non ci sono più schiavi e padroni, ma rimane solo una folla di disperati che cercano la salvezza correndo verso il mare e dei quali non rimane altro che la forma ricostruita con il gesso nello spazio lasciato vuoto dalla decomposizione della carne. 

Certo, il vulcano impressiona. Sotto la terra arde un fuoco immane che solleva il suolo e minaccia chi vive nelle vicinanze. La solfatara di Pozzuoli è un vulcano attivo. Dalla terra riarsa fuoriescono getti di vapore misti a venefiche esalazioni. Non ci si può avvicinare, una decina di anni fa la curiosità ha portato alla morte una famigliola di turisti veneziani. Anche da lontano si resta colpiti, dall'aridità del cratere, dai fanghi bollenti e ci si chiede fino a quando la crosta riuscirà a contenere la pressione. "Ancora una novantina d'anni" - ci dice un signore seduto all'imbocco della via panoramica. "Ogni volta che il fumo riempie il cratere, significa che sta per avviarsi uno sciame sismico. Se invece il fumo è rarefatto, significa che il vulcano è in fase di calma". Ma come vivere nelle case costruite sul bordo di un cratere, anzi, proprio sopra quello che è considerato il vulcano più pericoloso d'Europa? "Ci si abitua, ci si abitua a tutto" - chiosa il nostro interlocutore, un vero esperto, studioso di matematica e fisica. Forse è vero, il fuoco sotto la terra genera una speciale energia che rende possibile ciò che altrimenti sarebbe impossibile: vivere sopportando un terremoto quotidiano, nell'attesa dell'esplosione definitiva. Perché tutti lo sanno, ma nessuno vuole abbandonare la propria casa, il golfo meraviglioso di Pozzuoli, così ricco di storia e di bellezza naturale.
Napoli offre bellissimi paesaggi, straordinari musei di arte antica e contemporanea, opere dei maggiori pittori e scultori dell'Italia rinascimentale e soprattutto barocca. Ma il grande fascino della città sta nella gente. Si respira ovunque un clima di gioiosa accoglienza e ci si meraviglia della capacità di arrangiarsi, di saper trovare il senso della vita pur dentro oggettive enormi difficoltà di ordine economico e sociale. C'è una Napoli che si sta risvegliando e che sta dimostrando come la creatività e la passione possono diventare un vero antidoto alla criminalità e alle conseguenze della miseria. Si sviluppano ovunque cooperative che danno lavoro a giovani e meno giovani. Ci si organizza per introdurre il turista non solo nell'anticamera, ma anche nella profondità dello spirito della città, che gli antichi chiamavano Genius Loci. Si creano strutture di servizio e assistenza sociale, modalità alternative per gustare le specialità locali. 

Napoli sa anche protestare. E' stato interessante partecipare alla manifestazione e al corteo organizzato in poche ore in tutta Italia per contestare l'illegale blocco della Flotilla, chiedere la libertà per Gaza e la liberazione dei prigionieri politici. Si è trattato di una protesta composta e nello stesso tempo molto vivace, con slogan corali e partecipazione convinta. Si è visto quello che in futuro dovrà essere lo schema di ogni iniziativa di questo genere: i giovani organizzano, motivano e guidano, gli adulti e gli anziani partecipano, sostengono e incoraggiano. Davvero, c'è speranza nel mondo!

Tra i tanti, un volto noto. Padre Alex Zanotelli si fa strada tra i giovani che lo salutano festanti. Dopo gli interventi dei promotori, proclamati come una volta, con il microfono a forma di tromba che riporta la memoria a tanti cortei di diversi decenni fa, chiede anche lui la parola. E dice con forza il suo grazie ai presenti e a tutti coloro che in questo momento gridano il loro desiderio di giustizia, di pace e di verità. Non è in gioco solo il destino del popolo palestinese, ma lo stesso futuro del mondo e la forma futura della democrazia.

Ecco, solo qualche breve spunto da una girandola di incontri, sguardi, parole dette in fretta... La globalizzazione ha trasformato l'intero territorio, cosicché diventa difficile identificare "il" napoletano, o meglio il nuovo napoletano è chiunque si trovi a vivere in questo affascinante guazzabuglio. E anche questo è il presente, con tutti i problemi e le opportunità che esso può portare: ogni essere umano è unico e irripetibile, ha il diritto di vivere degnamente, deve avere la libertà di muoversi, ovunque lo ritenga giusto e opportuno. 

A condizione che una volta o l'altra si superi la sensazione trasmessa dalle ville dei patrizi di Pompei e che l'uguaglianza e la giustizia sociale trionfino finalmente sull'egoismo e sull'incredibile divario che da sempre separano i ricchi dai poveri, gli schiavi dai "padroni".