venerdì 3 febbraio 2023

Casi Vaticani: "Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi!" (Gv.8,38)

 

L'apertura del caso rapimento di Emanuela Orlandi, significativamente dopo la scomparsa di Josef Ratzinger, porterà qualche nuova luce su un evento accaduto quaranta anni fa, il 22 agosto 1983? Molti lo sperano, altri ne dubitano fortemente, date le incredibili resistenze incontrate finora dal fratello Pietro e da tutti coloro che cercano una verità nascosta tra la storia della banda della Magliana e le vicende bancario sessuali verificatesi nel Vaticano degli anni '80 e '90 del XX secolo.
Un altro caso, del quale si parla molto poco e sul quale è calata una cortina di silenzio, è quello che riguarda il triplice assassinio del capo delle guardie svizzere Estermann, della moglie e di un caporale, accusato - ma i dubbi sono molti - di essere stato l'autore dell'omicidio suicidio per questioni legate alla carriera.
Altro capitolo è quello relativo agli scandali finanziari, culminati nella vicenda del lussuosissimo palazzo di Londra, ma anche quello degli appartamenti di lusso all'interno della Città del Vaticano.
Insomma, un mondo a sé, dove accanto alla missione di annunciare una delle più belle notizie mai proclamate nella storia - la risurrezione di Gesù e il suo Vangelo della libertà e dell'amore - sembra che tale stessa libertà nella verità venga conculcata in ogni momento e tale annuncio di amore sia appannato dalla nebbia della manipolazione.
Anche il caso Rupnik fa molto pensare. Da una parte la sua predicazione e la sua arte hanno donato alla Chiesa e al mondo importanti capitoli di originalità e fascino, dall'altra l'uso manipolatorio di tali straordinarie potenzialità ha di fatto oscurato tutta la bellezza da lui proclamata e artisticamente realizzata nelle sue opere. C'è chi vorrebbe cancellare le sue pitture e i suoi mosaici. Che senso avrebbe? Come non distinguere il genio artistico dalla fragilità umana che ne è portatrice? Se le testimonianze di tante donne che hanno avuto a che fare con lui saranno confermate - ma a questo punto molti fatti hanno trovato pieno riscontro - la sua persona ne dovrà rispondere davanti alla Chiesa ma anche alla legge civile che vieta la manipolazione e il plagio. Tutto ciò non toglierà valore alla sua arte, che sarà giudicata con un altro diverso criterio estetico e morale.
Non è accettabile l'uso strumentale del proprio "fascino spirituale" al fine di irretire e rendere praticamente schiave le persone. Ma non è accettabile anche la cortina del silenzio calata sul gesuita forse più conosciuto al mondo dopo papa Francesco. Anche questo caso, come in tanti precedenti, è venuto alla luce soltanto grazie agli scoop di alcuni giornali. 
Insomma, se i cristiani seguono un Vangelo secondo il quale "la verità vi farà liberi" e "ciò che è nelle tenebre, ditelo nella luce", perché questa congiura del tacere? Perché Francesco, oltre a riformare la curia romana, non pretende chiarezza e verità su tutti questi eventi, quelli gravissimi come i casi Orlandi, Mirella Gregori, Estermann, ma anche sull'ultimo, rispetto al quale ha ammesso di "non sapere nulla". Questa affermazione ha suscitato molte perplessità, dal momento che la remissione di una scomunica comminata per "assoluzione del complice in peccato turpe" spetterebbe - almeno formalmente - esclusivamente a lui? 
Essere nella verità è sempre meglio che navigare nella menzogna del "non detto". Sapere come siano andate le cose pacificherebbe le vittime, porterebbe i carnefici davanti al tribunale della storia, toglierebbe dall'imbarazzo chi ha il compito di vigilare e aiuterebbe chi ha sbagliato a intraprendere percorsi di riabilitazione e di redenzione.

martedì 31 gennaio 2023

Nel cimitero ebraico di Rožna dolina

 

Fa sempre bene trascorrere qualche minuto in uno dei luoghi più affascinanti e coinvolgenti del Goriziano. Il cimitero ebraico di Rožna dolina è un gioiello di arte e di cultura. Sono sepolti in esso numerosi goriziani illustri, distinti nei diversi campi della linguistica, della filosofia, delle scienze mediche, del giornalismo.

L'ambiente è molto suggestivo e l'apparente disordine delle tombe suggerisce un rispettoso silenzio. Il clima di intensa tensione spirituale non è interrotto neppure dal correre delle auto sulla statale che costeggia il muro meridionale.

Ci sono simboli interessanti che richiamano storie antiche, con una sorprendente somiglianza con alcuni temi paleocristiani. Da un vaso l'acqua scende dolcemente in un vaso, così come la vita che si svuota progressivamente, con l'avanzare degli anni e lo scorrere inesorabile del tempo. C'è Giona inghiottito dal pesce, o forse da esso rigettato, richiamo arcano a una speranza che trascende perfino il muro oscuro che la ragione, con tutte le sue potenzialità, non è riuscita a scavalcare. Ci sono le scritte in ebraico antico, tra le quali campeggia quasi ovunque la parola שָׁלוֹם (shalom-pace). Certo, è una pace riferita all'al di là, perché l'al di qua è difficile per tutti, tanto più per gli appartenenti a un popolo che qualche anno dopo l'ultima inumazione in Valdirose è stato annientato dal nazismo, l'intera comunità di Gorizia cancellata in breve tempo dalla storia.

Tra le varie tombe, c'è quella di Carlo Michelstaedter, filosofo, poeta, pittore. La sua tesi di laurea, La retorica e la persuasione, lo colloca a buon diritto tra i grandi pensatori dell'inizio del XX secolo nel Centro Europa. Essere persuasi significa assaporare la libertà assoluta di un'esistenza intensamente vissuta, fuori dalle logiche ripetitive della dipendenza dall'impero intramontabile del Cronos. L'ideale di "possedere" così pienamente il mistero della Vita da poterne determinare lucidamente e appassionatamente anche la fine. Che sia questo forse il segreto del colpo di pistola con il quale Carlo si è ucciso il 17 ottobre 1910, a soli 23 anni?

In ogni caso fino a un po' di anni fa, la piccola stele, dominata - quasi come un'ombra pesante - da quella molto più alta del padre Alberto, si trovava sotto un bellissimo sempreverde giapponese, un albero con i diversi rami che si protendevano verso il cielo, una specie di gigantesco e naturale pugno semiaperto, un silente interrogativo rivolto verso l'infinito.

Non c'è più quell'albero, purtroppo, ma anche le tombe dei Michelstaedter non se la passano troppo bene. Il nome e il cognome del filosofo non si leggono quasi più, la pietra pesante posta sulla memoria del padre è spezzata e nella fessura si intravvedono triati segni di incuria. Forse è tempo di sistemare un po' il tutto, il disordine va bene, ma non può sconfinare nella dimenticanza. Questo brano assai importante della storia del Goriziano merita di essere rispettato e valorizzato sempre più.

Infine una segnalazione. Fino al 26 febbraio, nell'ex cappella mortuaria del cimitero, è allestita una mostra, nella sua semplicità molto toccante. Il titolo è "Slike spomina, dipingere per ricordare", l'autore Alexander Dettmar. Sono state disegnate tutte le sinagoghe europee demolite o incendiate durante il nazismo, dopo la notte dei cristalli, tra il 9 e il 10 novembre 1938. Un video consente di scoprire il rapporto tra il disegno e le foto scattate prima della guerra. E' una lezione di storia, là dove a essere soppresse, oltre alle vite umane, sono anche le loro memorie e i segni espliciti della loro spiritualità. Da vedere!

domenica 29 gennaio 2023

Più armi più guerra, meno armi meno guerra.

 

Il tragico equivoco che accompagna quasi da un anno la sanguinosa guerra in corso nell'Europa orientale è dettato dalla convinzione - offerta in pasto all'opinione pubblica - che essa possa essere fermata soltanto inviando armi all'Ucraina.

A causa di questa balzana idea, degna dei tempi dell'equilibrio del terrore atomico, secondo la quale l'aumento delle armi in campo potrebbe favorire la fine del conflitto. hanno perso la vita centinaia di migliaia di persone, tra civili e militari, gran parte dei quali giovani.

Anche l'Italia non è da meno e il Parlamento, dove su quasi ogni materia c'è contrapposizione, ha votato compatto, salvo rare eccezioni, a favore dell'invio di armi in Ucraina. Ciò è particolarmente sorprendente, quando si nota che tra i sostenitori di tale decisioni ci sono pacifisti della prima ora e anche - spiace dirlo - componenti del PD molto vicine a Elly Schlein, candidata "da sinistra" alla successione dell'elmettizzato Enrico Letta. Evidentemente la ragione di stato altero lo stato della ragione.

E allora? Cosa dovrebbe fare un povero Paese invaso da una potenza soverchiante? Non è anche la loro una forma di Resistenza simile a quella che nel corso della seconda guerra mondiale ha reso possibile la liberazione dal nazismo e dal fascismo? E come gli ucraini potrebbero resistere, senza l'aiuto delle armi "occidentali"?

Sono domande indubbiamente importanti e devono essere prese seriamente in considerazione. Quello che tuttavia non si può negare è che sostanzialmente, dall'inizio dei combattimenti a oggi, si è parlato tanto di armi e quasi nulla di trattative. Anzi, chi ha osato proporre il dialogo come strumento principale per una pace duratura, è stato immediatamente tacciato di putinismo e confinato tra i simpatizzanti dell'inquietante zar russo. E chi ha richiamato, anche timidamente, il protocollo di Minsk che imponeva all'Ucraina di riconoscere l'autonomia di Crimea e Donbass, è stato accusato di miopia e partigianeria filorussa. 

Perché l'anniversario dell'inizio degli scontri non passi invano, o addirittura sia celebrato con una nuova offensiva dall'una o dall'altra parte, occorre cambiare immediatamente registro e imporre ai contendenti di sedersi al tavolo del confronto, alla ricerca di una soluzione equa e rispettosa dei diritti di tutti. Facile a dirsi? Sì, ma quale è l'alternativa, se non una crescita costante del livello di distruzione delle armi sul campo, un possibile allargamento delle alleanze internazionali dato il prolungarsi indefinito delle operazioni e in ultima analisi la scelta di premere il famoso bottoncino rosso, anticamera dell'Apocalisse?

In Italia, poi, si è specialisti nel buttarla in caciara. E' mai possibile che una questione così seria e tremendamente delicata, sia offerta al pubblico televisivo come espediente per creare audience, tra una canzonetta e l'altra al festival di Sanremo? No, è davvero assurdo, anche perché ovviamente non ci sarà alcuna possibilità di dibattito, meno che meno di contraddittorio. Se la Rai e l'Italia con i suoi Governo e Parlamento, volessero veramente realizzare qualcosa di utile - e tra l'altro anche centrare uno scoop di livello planetario - dovrebbero impiegare tutti i loro mezzi mediatici e diplomatici per realizzare una tavola rotonda, non certo nel contesto di un festival della musica leggera, con Putin e Zelensky. Potrebbe essere estremamente interessante e forse avviare quella trattativa diplomatica che sembra essere l'unica soluzione possibile  sostenibile per evitare la catastrofe definitiva.

sabato 28 gennaio 2023

Del "simbolo" e della sua complessità.

 

Quando si parla di "simbolo", sono da tenere presenti almeno tre elementi: il significante, il significato e il contesto. La parola proviene dal greco e si può tradurre con "ciò che mette insieme" ed è il contrario del diabolos che vuol dire "ciò che distoglie".

Il significante in certi casi sembra essere immediato. Si percepisce una forma, alla quale si attribuisce un nome. Nel caso della foto, è evidente che ci si trova davanti a un cesto contenente delle chiocciole. Non sempre in realtà il riconoscimento risulta così immediato, anche per la difficoltà di lasciarsi aiutare dagli altri sensi, cioè da una possibilità di conoscenza avulsa dalla sola vista.

La questione del significato è alquanto complessa, in quanto connessa a un orizzonte di senso che può risultare chiaro ed evidente per alcuni, del tutto oscuro o equivocabile per altri. Che cosa significano le chiocciole? Che cosa voleva comunicare chi le ha rappresentate o chi ha commissionato l'opera? 

Per trovare una molto parziale risposta occorre studiare il contesto e ciò porta a risultati spesso incerti e frammentari, tanto più quando ci si trova di fronte a reperti molto antichi. In ogni caso, quando ci si riferisce alla connessione tra significante e significato diventa indispensabile introdurre un'altra parola chiave, cioè la "comunità".

Un simbolo produce il suo significato nell'ambito di una comunità che lo determina. Ciò presuppone la possibilità di conoscere quella comunità e di cercare di capire la connessione con la dimensione simbolica che la esprime. In altri termini e allargando un po' il discorso, si può dire che il simbolo da una parte manifesta il mito fondatore di una comunità, dall'altra, contestualmente, genera e rafforza il senso di appartenenza a quello stesso gruppo umano, distinguendolo per definizione da qualsiasi altro.

Per dare un significato alle chiocciole, occorre allora conoscere il ruolo di questo animaletto nell'orizzonte simbolico di una comunità che ha attraversato la storia in uno specifico periodo. Era una comunità religiosa? Era un gruppo politico? Era un consesso di artisti? E che cosa rappresentava per loro la chiocciola? Ci sono altri contesti in cui la stessa immagine è stata rappresentata? Come sembra evidente, non è assolutamente facile dare risposte soddisfacenti a questi interrogativi, tanto più vivendo in un contesto simbolico completamente diverso dal precedente.

Sì, d'accordo, bisognerebbe approfondire molto e forse una volta all'altra si avrà il tempo di farlo. Qui si propone solo una breve attualizzazione.

Quando il simbolo non esprime più il mito fondatore, una comunità smarrisce l'elemento che la teneva unita. L'assoluta ignoranza - pressoché generalizzata - intorno al valore dei simboli cristiani, è contestuale alla perdita del senso di appartenenza alla comunità che li esprimeva. Il risultato è il formalismo di chi rimane ancorato a una tradizione ormai spenta e l'allontanamento di chi non ne sente alcuna necessità. Ciò vale anche per altri concetti similari come la patria o la famiglia, che scontano la rapida trasformazione dei simboli producendo disaffezione o avvicinamento ad altre dinamiche, percepite come maggiormente corrispondenti ai propri desideri e alle proprie intuizioni.

Insomma, il simbolo continua a produrre significato in una comunità consapevole dei propri miti. Il rito è la celebrazione simbolica che rappresenta (nel senso di "rende di nuovo presente") il senso di appartenenza a una comunità. La dimenticanza del mito rende insignificante o totalmente incomprensibile il simbolo, la dimenticanza del simbolo rende impossibile il rapporto con il mito. E' importante chiedersi tutto questo, anche in rapporto a tante celebrazioni civili che rischiano di apparire come stanche ripetizioni di riti che non generano più simboliche cariche di significato. Ed è necessario chiedersi come uscirne, se rinnovando la potenza del mito (ma come?) o se generando un nuovo sistema di simboli maggiormente efficaci e comprensibili nell'orizzonte culturale del tempo in cui viviamo.

E le chiocciole? 

Mah, io credo che allo stato attuale delle conoscenze della simbolica della pluriculturale Aquileia dei primi tre secoli dell'era cristiana, sia impossibile dire che cosa significhino. 

Lep govor patra Bogdana Knavsa v Morskem. Bel discorso di pater Bogdan Knavs a Morsko

 

Sabato 28 gennaio, a Morsko presso Kanal, si è tenuta la commemorazione della marcia che i partigiani hanno compiuto il 31 gennaio 1944, attraversando la Soča/Isonzo e portando la lotta di Liberazione nella Benečija e nell'alto Friuli.

Ci sono stati i saluti introduttivi, i cori e le musiche partigiane. E c'è stato anche il discorso ufficiale, pronunciato da pater Bogdan Knavs, francescano guardiano del Monastero di Sveta Gora (Monte Santo) sopra Gorica.

I temi da lui trattati hanno consentito di farsi un'idea dell'impresa compiuta dalla Divisione partigiana che ha affrontato le gelide acque del fiume, spinta soltanto dal desiderio di cacciare via gli invasori e garantire un futuro alla lingua e alla cultura slovene. Tutto è stato interessante nella sua riflessione. Già all'inizio, dopo aver salutato, come si fa sempre, le autorità presenti, ha notato come ogni partecipante al'incontro, nessuno escluso, avesse la stessa dignità e lo stesso diritto di essere salutato personalmente. Si è infatti tutti parte della stessa famiglia umana, là dove ognuno è stato creato a immagine e somiglianza di Dio.

Molto suggestivo e originale è stato il tentativo – assai ben riuscito – di accostare l'ideale comunista, nel senso originario ed etimologico del termine, a quello cristiano. Padre Bogdan ha parlato »alle compagne e ai compagni« degli ideali di libertà, di giustizia e di solidarietà internazionale che hanno guidato migliaia di donne e uomini a rischiare e spesso a perdere la vita, per liberare il proprio popolo dalla barbarie nazifascista. Ha poi sottolineato come tali valori si siano uniti a quelli legati alla necessità di salvaguardare la cultura, l'arte, la letteratura, come dimostrato dai nomi delle Brigate partigiane, dedicate ai grandi poeti sloveni, da Gradnik a Kosovel, da Gregorčič fino agli »eroi di Basovizza«, fucilati nel 1930 in quanto appartenenti al primo movimento antifascista europeo.

Ma si è rivolto anche »alle sorelle e ai fratelli«, evidenziando come i caduti nella lotta di Liberazione richiamano l'impegno e la responsabilità della fratellanza universale, che i credenti riconoscono fondata sul comune riconoscimento della paternità di Dio. Particolarmente commovente è stato per tutti, convinti o meno del messaggio cristiano, l'invito a pregare insieme con le parole del Padre Nostro, Oče naš, ki si v nebesih. Ci si è sentiti veramente uniti, nella sala gremita all'inverosimile, anche nell'emozione di ascoltare da un sacerdote parole piene di forza e consapevolezza, all'interno di un raduno partigiano. Certo, un prete sensibile e coraggioso come Bogdan Knavs.

giovedì 26 gennaio 2023

Si può ancora parlare di Dio dopo Auschwitz?

 

Il filosofo Hans Jonas, all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, aveva posto un interrogativo divenuto poi molto noto: si può ancora parlare di Dio dopo Auschwitz?

Cambiando il nome del luogo, forse la stessa domanda se la sono posta gli indios o i pellerossa qualche secolo prima. Si sono chiesti probabilmente la stessa cosa gli abitanti di Srebrenica o i tutsi e gli hutu del Ruanda, oppure anche i bambini che stavano per affogare nel Mediterraneo, naufraghi di uno dei tanti cosiddetti viaggi della speranza.

Tutti questi avrebbero potuto porre un quesito abbastanza simile, se cioè si possa parlare ancora di Uomo dopo Auschwitz e tutto il resto, dal momento che tutte le tragedie citate sono attribuibili essenzialmente alla malvagità dell'essere umano e non alle forze della Natura - come potrebbero essere un terremoto, uno tsunami o un'inondazione, senza dimenticare la responsabilità umana anche in alcune di queste catastrofi.

Allora, si può parlare di Dio dopo Auschwitz? La risposta è "no"!". Non si può "parlare" di Dio. La domanda pone in termini drammatici la questione non tanto dell'esistenza di un Dio personale, che la ragione non può in alcun modo dimostrare, quanto la possibilità di "parlarne", ovvero di portare ciò che per definizione è "trascendente" nelle categorie spazio-temporali dell'"immanente".

Il mistero del "male", inteso nel suo duplice significato di dolore provocato da un carnefice e di sofferenza sopportata da una vittima, pone sul banco degli imputati non un Dio misterioso, totalmente altro rispetto a tutto ciò che esiste, bensì il "padre" che tutto può e che tutto vuole. Come sintetizza bene Fred Uhlman nel bel romanzo "L'amico ritrovato", se Dio è onnipotente e non evita lo strazio dell'innocente è un padre malvagio, se invece non può farci nulla, perché invocarlo, se in realtà non gli si può attribuire alcuna influenza sugli eventi della storia?

Il problema non è certo nuovo, è al centro della filosofia, della letteratura e dell'arte da quando la coscienza umana ha iniziato a riflettere sul mistero della vita. Ma Auschwitz impone il crisma della definitività alla riflessione. E' il male assoluto, fondato su nessun altro scopo che quello di annientare tutto ciò che è umano, in nome della presunta superiorità di alcuni esseri umani rispetto ad altri. La soppressione sistematica degli ebrei, dei rom, delle persone con disabilità, dei testimoni di Geova, degli oppositori politici è il frutto di menti perverse che nel nome di ideologie criminali come il nazismo e il fascismo, hanno trascinato dietro a sé interi popoli, nel nome del concetto disumano e irrazionale di razza. La crudeltà inenarrabile, se non nella descrizione sconvolgente dei pochi sopravvissuti, non può permettere a Dio di cavarsela, attribuendo alla libertà umana la potenzialità di una cattiveria illimitata. Cosa c'entra con un "creatore buono" il bambino con il cranio sfracellato da una pallottola, cosa c'entrano milioni di vittime "passate per un camino"? Cosa c'entra con i massacri di ogni tempo? 

Forse, dopo Auschwitz, il modo migliore per "salvare" Dio, per "aiutarlo" - come si prefiggeva l'indimenticabile Etty Hillesum - è proprio quello di non "parlare di Lui", lasciandolo esistere nell'iperuranio, totalmente al di là di ogni limite, oltre il confine labile e mobile fino al quale riesce, timidamente o arrogantemente, a giungere la Ragione. Ammettere che "Dio non c'entra" con la storia, che non esiste una divina Provvidenza, significa rendergli la Libertà assoluta (cioè sciolta da tutto) e piegarsi al comandamento che accomuna - o dovrebbe accomunare - le religioni mediterranee: "Non nominare il nome di Dio e non farti di Lui alcuna immagine (chissà perché nell'apprendimento catechistico si è sempre evitato di riportare la formula completa, compreso il divieto di farsi immagini)". 

C'è un ulteriore vantaggio, nel concepire Dio come il "totalmente Altro" (K.Barth) o "come se non esistesse (D.Bonhoeffer). Ed è che tutto ciò che accade e che dipende dall'Uomo, nel bene e nel male, deve essere riportato solo ed esclusivamente alla scelta e all'immane responsabilità dell'individuo. La storia può essere di salvezza o di rovina, ma ciò dipende dalla concreta e quotidiana decisione - questa sì, umanamente libera - di ogni persona. Dio non c'entra. O meglio, se c'entra, c'entra con ciò che è al di là della vita individuale e della storia collettiva, in un orizzonte fiduciale che riguarda la sfera dell'emozione e del sentimento, non quella della ragione. Insomma, non se ne può parlare, nessun ragionamento lo può dimostrare, il che non significa che non ci sia, ma che, se c'è, può essere conosciuto soltanto nella dimensione irrazionale della spiritualità (cfr. Gv.4).

Ah sì, e di Uomo? Si può ancora parlare di Uomo dopo Auschwitz? Di questo domani, in occasione della Giornata internazionale della Memoria.

martedì 24 gennaio 2023

Stasera al Kinemax di Gorizia, "Trieste è bella di notte". Un film da non perdere, comunque la si pensi...

 

Questa sera alle 20.30 presso il Kinemax di Gorizia, alla presenza del regista Andrea Segre che dialogherà con il pubblico, sarà presentato l'importante film "Trieste è bella di notte", interessante per tutti, in particolare per chi vive nella nostra terra di confine.

Ci sono film che consentono di comprendere. Sono utili sia a chi vuole approfondire un tema che a chi ne deve scrivere. Ma sono indispensabili anche per formare le proprie opinioni politiche, qualunque esse siano.

Prima di parlare, pensa e per pensare bene, informati! Così hanno sempre insegnato i migliori maestri. 

Questo film è uno strumento straordinario per conoscere "dal di dentro" la storia della rotta balcanica, il difficile e pericoloso percorso che migliaia di migranti intraprendono per raggiungere l'Unione europea. Attraverso immagini e testimonianze, viene descritto l'itinerario che essi sperano si concluda con l'accoglienza della richiesta d'asilo o comunque con la prospettiva di una vita migliore. Il passaggio dai confini settentrionali della Bosnia alla Croazia è il momento più delicato, il tempo del "game", il tentativo di farcela quasi sempre respinto con un pesante contorno di maltrattamenti. 

Soprattutto si tratta dell'arrivo in Italia, dello sguardo su Trieste bella di notte, lanciato da chi per arrivarci ha camminato mesi e superato grandi ostacoli. Per un lungo periodo l'anno scorso, molti dei nuovi arrivati sono stati "riammessi" in Slovenia, modo eufemistico per dire "respinti", attraverso un triste viaggio senza ritorno verso il punto di partenza in Bosnia. E segnali sempre più frequenti indicano la volontà del nuovo governo di riprendere tale pratica, riconosciuta già dal sistema giudiziario come illegale.

Ci sono tante opinioni e tante posizioni politiche e culturale riguardo a questi temi. Il caldo invito è quello di vedere il film, per poter conoscere il punto di vista - o meglio la situazione esistenziale, le emozioni, le attese, le delusioni... - delle tante persone in marcia verso un avvenire migliore. Poi ciascuno può mantenere o cambiare la propria idea, ma sulla base non del "sentito dire", ma di una conoscenza più approfondita.

Più che mai, un film da non perdere!