domenica 17 maggio 2026

Con éStoria, sulle tracce di Francesco

Dal 4 al 6 settembre, nell'ambito dei "Viaggi di éStoria", si svolgerà un interessante percorso "sulle tracce di Francesco", a 800 anni dalla morte, avvenuta il 3 ottobre 1226.

Nel 1981, l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini andò in visita al Sacro Convento di Assisi. Entrò nella meravigliosa Basilica inferiore e chiese di scendere nella cripta. Il frate generale dei francescani conventuali - ben noto ai Goriziani, Padre Antonio Vitale Bommarco, Arcivescovo dal 1984 al 1999 - cercò sul momento di sconsigliarlo, ritenendo che quello della sepoltura del Santo fosse, per l'illustre ospite, un ambiente poco interessante, essenziale, sobrio, privo delle opere d'arte presenti in tutto il resto dell'edificio. Pertini si svincolò, scese la ripida scala di pietra, stroncò sul nascere ogni tentativo di spiegazione e chiese di rimanere qualche minuto solo, in silenzio. Quando risalì, i giornalisti gli si avvicinarono e gli chiesero un'impressione. "Vedete - disse indicando con il dito i presenti - io, il vescovo, il padre generale e ognuno voi, tra qualche anno non ci saremo più e in breve tempo tutti si saranno dimenticati di noi". "Quell'uomo che sta là sotto invece - continuò guardando verso la cripta - dopo 800 anni è ancora vivo!".

Chi non ha mai sentito parlare di san Francesco? Ci sono i suoi scritti, capolavori di arte e spiritualità agli albori della storia della letteratura italiana. Innumerevoli sono i testi da lui ispirati, cominciando dalle tre biografie di Tommaso da Celano, dalla Legenda major di Bonaventura di Bagnorea e soprattutto dall'indimenticabile canto XI del Paradiso di Dante. Molti registi si sono cimentati nel difficile tentativo di ricostruirne la vicenda, dal Fratello Sole sorella Luna di Franco Zeffirelli ai due capolavori di Liliana Cavani. Eppure la sua figura riesce sempre a sfuggire a ogni catalogazione, tanto ricca di autentica e imprevedibile umanità è stata la sua tormentata ed entusiasmante esperienza di fede.

Certo, il modo più immediato per entrare in contatto con Francesco potrebbe essere solo quello di tentare di imitare il suo desiderio di un amore capace di travolgere anche la barriera della morte, di una pace costruita attraverso il dono della propria vita, di un'immersione nella straordinaria bellezze e complessità del creato e di un fascino sconfinato ma privo di qualsiasi volontà di possesso nei confronti di ogni creatura vivente. E poi, le nozze con Madonna Povertà, per assomigliare in tutto e per tutto al suo Maestro, Gesù di Nazareth, suo modello e ispiratore dell'unico "regola", l'evangelo "sine glossa".

Sospinti dalla domanda su chi fosse veramente Francesco, sarà una bella esperienza quella di lasciarsi interpellare dalle sue parole e dai suoi gesti, immergendosi nella scena all'interno della quale è nato, cresciuto, ha operato e ha lasciato questo mondo, deposto "nudo sulla terra nuda". Ed è questo il senso dell'itinerario proposto da éStoria. Il programma prevede la visita ai luoghi più significativi di Assisi, dalle basiliche del Santo a quella di santa Chiara, da san Rufino all'incantevole san Damiano e ovviamente alla Porziuncola. Ci sarà il tempo per camminare nelle suggestive vie della cittadina, respirando l'aria che ha coinvolto santi e poeti, contemplando dall'altro la piana di Perugia, sotto le balze del monte Subasio. Non mancherà, durante il viaggio di ritorno, una sosta al santuario della Verna, altro luogo simbolo dell'intero movimento francescano. Si ascolterà, si penserà, si discuterà, non solo sul passato ma soprattutto sul presente, sul concetto religioso e laico della "santità" - incontrandosi o scontrandosi anche con la controversa vicenda del giovane Carlo Acutis - sul legame inscindibile tra storia politica e storia religiosa. Non sarà un "pellegrinaggio", nel senso devozionale e tradizionale del termine, ma una riflessione collettiva, sistematica e critica, sul senso della vita e sul senso della storia, dove ciascuno - da qualunque visione del mondo proceda - potrà confrontarsi con gli altri, offrendo i propri spunti, le scoperte, i tanti dubbi e le poche certezze.

Per ogni ulteriore informazione, per iscrivervi o saperne di più, potete visitare il sito www.estoria.it/estoriabus .

Ah sì, ci sarò anch'io. Vi aspetto!

venerdì 15 maggio 2026

L'artista palestinese Samira Badran all'Epicenter: una mostra che corrode la tentazione del silenzio

Una mostra assolutamente da vedere, all'Epicenter di Nova Gorica. Samira Badran, nota artista palestinese attualmente abitante attualmente in Spagna, espone alcune delle sue più significative opere.

Il titolo della rassegna è Jedka Palestina, che si potrebbe tradurre con un aggettivo vicino a "corrosiva". Si tratta di una serie di immagini fotografiche, trasformate in disegno con un originale metodo consistente appunto in un'azione "corrosiva".

Oltre ai numerosi, straordinari quadri, Samira presenta anche una sua particolare animazione, mentre in un settore della (bella) sala espositiva, si possono vedere altre realizzazioni animate di autori palestinesi. Ai visitatori si propone un'offerta libera, finalizzata a sostenere i registi che vivono a Gaza e che dal martoriato lembo di terre palestinese trasmettono - rischiando quotidianamente la vita - notizie e appelli al mondo.

Mentre quasi tutti i Paesi europei - compresa l'Italia - si preparano all'esperienza dell'Eurovision, la Slovenia rifiuta di inviare il proprio rappresentante e la TV nazionale decide di sostituire la programmazione dell'evento musicale con quattro ore di presentazione della cinematografia della Palestina occupata. E' veramente un segno di delicatezza e attenzione, oltre che un'indicazione politica di grande rilievo internazionale. La visita alla mostra della Badran potrebbe essere a sua volta un gesto di solidarietà e di  protesta, oltre che la possibilità di vivere un'esperienza alquanto emozionante e coinvolgente.

Sì, le immagini che scorrono sotto gli occhi sono straordinariamente forti ed efficaci. La costruzione dell'idea, nell'orizzonte artistico, procede dall'analisi attenta di una realtà che nel suo  sfondo sembra rivestire il carattere della "normalità", ammesso e non concesso che tale percezione sia possibile. Al di qua di tale orizzonte apparentemente pacificante, irrompe la forza devastante della guerra. Non si tratta neppure di una violenza come ordinariamente si può intendere, comunque agganciata a un'assai difficile ricerca di giustificazione, ma di un'azione cieca, disumana e disumanizzante, volta alla sistematica cancellazione non soltanto della vita in quanto tale, ma anche di tutto ciò che ogni esistenza - individuale o sociale - nel tempo genera nello spazio e nel tempo. Si ripropone così l'essenza genocida di un razzismo irrazionale e incontrollabile, espressione macabra e funesta della terribile, cinica volontà di distruzione insita nel pensiero e nell'azione dei governanti - e purtroppo non soltanto di essi - di Israele.

L'ossessiva ripetizione dell'agire genocida e il sistematico obiettivo di annichilire l'esistente, ritenuto colpevole soltanto di rivendicare il più elementare dei diritti, quello di vivere, si manifestano nello smembramento dei corpi. La corporeità metaforica, che a livello comunitario si identifica con l'espressione culturale (letteraria, architettonica, urbanistica, filosofica, religiosa, ecc.) di un intero popolo, si intreccia nella specificità della potente concretezza del corpo dell'individuo. Partiicolare e universale si stringono insieme in un doloroso abbraccio che non impedisce purtroppo il permanente smembramento. A questo punto le ossa frantumate per seminare dolore, le gambe azzoppate per impedire il movimento o il cervello circondato dal filo spinato dell'assurdità per impedire di pensare, diventano una terribile denuncia di ciò che stanno sperimentando quotidianamente i gazawi e gli abitanti della Cisgiordania. Ma è anche il versamento del fluido di un potente senso di colpa nella mente e nel cuore di chi - nel resto del Mondo - sa e nulla fa per poter fermare il massacro. E il colpo artistico non raggiunge tanto il cuore dei capi delle nazioni, silenziato da squallidi interessi finanziari, quanto quello di ogni visitatore, che esce dalla mostra con la più immediata ed elementare delle domande: Perché?

giovedì 14 maggio 2026

Un grazie al vescovo Redaelli, in attesa di mons. Dianin

 

Il vescovo Redaelli al Kulturni dom, con i promotori della  mostra di Castellani 

E' stato comunicato il nome dell'Arcivescovo di Gorizia, che entrerà ufficialmente in Diocesi il prossimo 12 luglio, il giorno dei patroni regionali, Ermagora e Fortunato. Si tratta di Giampaolo Dianin, attualmente vescovo nella città di Chioggia. In attesa di riceverlo dalle nostre parti, vorrei offrire un breve pensiero di gratitudine all'Arcivescovo Redaelli, proponendo un mio articolo recentemente pubblicato, in lingua slovena, sulla rivista Svetogorska Kraljica, bollettino ufficiale del santuario di Sveta Gora.

L’Arcivescovo di Gorizia Carlo Maria Redaelli è stato chiamato da papa Leone XIV a lavorare in Vaticano, come segretario della Congregazione per il Clero. E’ un incarico di grande prestigio, meritato riconoscimento delle qualità e competenze di una persona di grande spessore culturale e di notevoli doti organizzative.

Il suo trasferimento da Milano a Gorizia ha avviato una presenza, iniziata nel 2012, sempre molto preziosa, che ha portato ovunque un respiro mondiale, sottolineato nelle sempre assai interessanti omelie, incentrate su un’interpretazione sistematica della Parola di Dio e sull’invito a incarnarla con coraggio e creatività negli ambiti della fraternità, del perdono, della giustizia sociale, della pace e della solidarietà internazionale.

La sua fede profonda e la passione per la Chiesa gli hanno consentito di accogliere e valorizzare i suoi collaboratori, inaugurando una straordinaria stagione di coinvolgimento dei laici non solo nella particolare missione ma anche nell’organizzazione interna della Curia e delle parrocchie.

Conosce bene le dinamiche della Chiesa universale, avendola servita come canonista in diversi settori, ma contestualmente all’incarico goriziano e alla docenza presso le università pontificie, è stato presidente di Caritas italiana. Come tale, ha potuto conoscere e guidare gli interventi di sostegno a diverse realtà di sofferenza, locali e globali, presenti in Italia, in Europa e nel Mondo.

Negli ultimi anni ha saputo guidare l’Arcidiocesi di Gorizia attraverso i grandi impegni del Giubileo della Misericordia e di Nova Gorica con Gorizia capitale europea della cultura 2025. In questi ambiti ha dimostrato grande attenzione nei confronti delle complesse problematiche relative all’ex confine, ponendosi sempre come equilibrato mediatore e intelligente costruttore di relazioni costruttive e simpatetiche.

Ha avuto uno sguardo particolarmente attento nei confronti della comunità slovena residente nella parte italiana di Gorizia e ha intessuto rapporti molto costruttivi con i laici e il clero della diocesi confinante di Koper Capodistria. Si è anche premurato di imparare i principali rudimenti della lingua slovena, per capire meglio e farsi comprendere.

Molte volte è salito a Sveta Gora, per pregare e per contemplare dall’alto il panorama delle due città riunite intorno a un confine che non dovrebbe esistere mai più.

Ha saputo valorizzare anche il mondo friulano e in particolare è stato molto attento alla realtà di Aquileia, riconoscendo nel sito archeologico e soprattutto nella Basilica la possibilità di attualizzare lo straordinario messaggio di unità nella diversità che scaturisce dalla simbologia dei mosaici teodoriani del IV secolo, l’eredità spirituale e culturale del Patriarcato, la vocazione europea affidata all’Arcidiocesi di Gorizia dopo il 1751.

Le sue numerose lettere pastorali restano come un vero e proprio programma di azione e di confronto con il passato, il presente e soprattutto il futuro dell’intero territorio, nel quale è coinvolta la Chiesa Goriziana.

A lui non resta che sintetizzare pensieri e sentimenti con un’unica parola: GRAZIE!

Ebraismo, sionismo e genocidi. Una riflessione nella chiesa Metodista...

Segnalo volentieri questa iniziativa, promossa da Chiesa Evangelica Metodista e Punto pace di Pax Christi di Gorizia. E' un'occasione per ascoltare la riflessione di un autorevole testimone di giustizia e di pace. 

Il tema è quanto mai attuale e inportante. Come districarsi in questo momento di grande sofferenza planetaria, tra parole che esprimono situazioni complesse, molto spesso ignorate o considerate in modo parziale e riduttivo.

Don Maurizio Mazzetto ne parlerà con competenza e profondità, aprendo con i presenti un significativo e assai necessario dibattito.

L'appuntamento è per giovedì 14 maggio, alle ore 20.30. Davvero, da non perdere...   

lunedì 11 maggio 2026

Abolire le feste tradizionali di Prima Comunione e Cresima? Perché no?

 

Insieme a molte altre piacevoli occasioni, la primavera porta con sé le feste legate alla Prima Comunione e alla Cresima. Non è una questione superficiale, in tempi nei quali sembrano dominare ben altri problemi e preoccupazioni. In realtà è importante richiamarsi all'importanza della responsabilità personale e formativa, anche in rapporto a scelte intime e profonde come quelle connesse all'appartenenza religiosa. Ecco qualche qualche del tutto discutibile spunto per un'opportuna riflessione ed eventuale discussione:

E' interessante partecipare, soprattutto se non si ha la sfortuna di far parte del novero degli invitati. Nel caso del "primo incontro con Gesù", si assiste all'arrivo delle bimbe e dei bimbi, immersi in candide vestine, accompagnati da genitori indaffarati. Attorno al loro semplice e tutto sommato omologato abbigliamento, scorre una vera e propria sfilata di moda: abiti multicolori, cravatte a farfalla o sgargianti su immacolate camicie inamidate, gonne svolazzanti, tacchi vertiginosi che si divertono a incastrarsi nei forellini degli antichi pavimenti, profumi inebrianti e così via.  La Messa, forse l'ultima alla quale i piccoli (come pure i grandi) parteciperanno prima della cresima che riceveranno due o tre anni dopo, scorre secondo gli schemi ordinari. Un barlume di emozione coinvolge i ragazzini e una lacrimuccia scorre sugli adulti che ricordano per un istante quanto è bella giovinezza, pur si fugge tuttavia e così avanti. Poi tutti fuori, per la felicità interessata dei ristoratori che ne approfittano per un provvidenziale "tutto esaurito" e per quella effimera dei "comunionati" su molti dei quali piove ogni sorta di cadeaux, dalla bomboniera con il gatto di porcellana al classico orologio, dal libro illustrato addirittura - è la moda! - la busta con i soldini, "così saprà lui cosa comprarsi"...

Per quanto riguarda la Cresima, le cose vanno da una parte meglio, dall'altra peggio. Meglio perché molti ragazzini hanno raggiunto l'età nella quale possono ribellarsi all'imposizione genitoriale e non ne vogliono sapere non tanto di ricevere un sacramento del quale non hanno la minima cognizione di causa, quanto di dover partecipare per uno o due anni al catechismo. Peggio perché i "sopravvissuti" hanno piena consapevolezza dell'inutilità del gesto, si sentono frustrati perché non hanno il coraggio di rifiutarsi, consolandosi con la speranza che il sacramento sia per loro come un timbro che certifichi la fine di ogni forma esplicita o implicita di obbligo di "pratica" religiosa.

Provate a chiedere a uno scolaro delle elementari (oggi scuole primarie) che cosa sia realmente l'Eucarestia o a un giovanotto delle medie (oggi secondarie di primo grado) o delle prime classi delle superiori che cosa comporti per un cristiano battezzato ricevere la Confermazione. Il 99% non saprà rispondere, se non vaghe formule astratte e moralistiche, tanto più se sedimentate dopo anni e anni di catechesi parrocchiale o di insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Va meglio per coloro che provengono da famiglie molto lontane dal cattolicesimo, in alcuni di questi rari casi si riscontra un po' di interesse per storie, teorie e proposte di vita connesse a ciò di cui non hanno mai sentito parlare. Va molto meglio a chi fa parte di realtà associative, come gli scout o i ragazzi dell'azione cattolica, dove lo spirito di gruppo sostituisce efficacemente la comprensione delle parole e delle contestuali esigenze etiche. 

La comunione a 8-9 anni e la cresima a 13-15 sono come la vaccinazione. Il vaccino genera infatti una versione mignon di una malattia, in modo da evitare guai peggiori. Così la prima comunione in tenera età e la cresima indotta "a vagone" durante la prima adolescenza inoculano quel poco di senso religioso da impedire, in una fase successiva della vita, l'incontro con la trascendenza, la lettura del Vangelo o di altri testi spirituali, l'accettazione libera e consapevole di una fede adulta e matura.

Perché allora si continua così, come se niente fosse? L'imposizione coatta dei sacramenti dell'iniziazione cristiana (Battesimo cresima eucarestia) corrisponde all'epoca del cristianesimo imperiale, quando cioè vigeva l'identificazione fra l'appartenenza civile e quella cristiana (in un secondo momento cattolica). I riti sostituivano quelli dei periodi precedenti e consentivano alla struttura sociale di contrassegnare i vari passaggi esistenziali, in primis nascita, adolescenza, matrimonio, malattia e morte (precisando che il funerale non è un sacramento, proprio perché suppone l'ovvia assenza di consapevolezza dell'ormai defunto protagonista). Tutto ciò aveva un senso all'interno di un realtà "avviata" alla fine del IV secolo e totalmente, anche se a livello di coscienze individuali lentamente, rivoluzionata tra il XVI secolo e il Concilio Vaticano II (1962-1965).

Non sarebbe forse una forma di rispetto per le persone, ma anche per gli stessi sacramenti e per l'insieme della teologia cristiana, tornare alle origini? Non ci vorrebbe poi molto, basterebbe svincolare la celebrazione del sacramenti dal compimento automatico delle età. Le parrocchie e le comunità potrebbero prevedere corsi annuali di formazione e preparazione per adulti, corrispondenti al momento in cui ciascuno desiderasse scegliere di avvicinarsi in piena conspevolezza coscienza e libertà alla forma interiore ed esteriore dell'appartenenza alla Chiesa. 

E i passaggi esistenziali? E le tradizionali festine di prima comunione o di cresima? E i regalini? Svincolando i sacramenti dalla pesante eredità dell'ormai tramontata civitas christiana, i "passaggi esistenziali" potrebbero essere tranquillamente fatti propri dall'ambito civile, magari con percorsi ricreativi, didattici e formativi condivisi, da realizzare anche negli oratori e nelle strutture di cui la Chiesa potrebbe finalmente sbarazzarsi - offrendole in gestione o regalandole a comuni, cooperative o consorzi educativi "laici" - potendosi così dedicare alla sua fondamentale missione: annunciare, con profondo rispetto nei confronti di ogni essere umano, indipendentemente dalla sua visione della fede e della vita, la vittoria sulla morte, attraverso un servizio indefesso, gratuito e disinteressato alla libertà, alla giustizia, alla fraternità universle, alla nonviolenza evangelica e alla realizzazione della pace nel mondo.

venerdì 8 maggio 2026

Giovanni Nepomuceno, Leone XIV e Rubio, tra cattolicesimo e politica

 

Tutti conoscono la figura di Giovanni Nepomuceno, la cui effigie caratterizza ponti, centri abitati collocati vicino ai fiumi, siti che hanno a che fare con le acque. L'enorme diffusione, soprattutto nel Centro Europa, è dovuta alla forma del suo assassinio, determinato da Venceslao IV di Boemia che ne decretò l'uccisione, facendolo gettare incatenato nella Moldava. A Praga, sul Ponte Carlo, nel punto in cui si sono verificati i fatti, c'è la sua più famosa statua.

Si era nel XIV secolo. La tradizione leggendaria indica come causa della sentenza di morte il rifiuto di violare il segreto confessionale: il re avrebbe voluto sapere se la moglie lo avesse tradito e di  fronte all'atteggiamento  del sacerdote si sarebbe infuriato al punto da decidere il suo annegamento.

La realtà sembra sia meno spirituale e più politica. Si tratterebbe semplicemente di una questione di giurisdizione e di diritto. Giovanni da Nepomuk,a quel tempo vicario generale della diocesi di Praga, avrebbe nominato un abate contro il parere del re e per questo motivo sarebbe stato processato e poi gettato nella Moldava.

Perché questo richiamo estemporaneo alla fine dell'ecclesiastico ceco, allo scontro fra diritto canonico e legislazione civile? Perché è uno spunto dal quale procedere, per analizzare l'interessante incontro tra papa Leone XIV e il segretario di stato USA Marco Rubio. La similitudine sta soltanto nell'inevitabile commistione tra cattolicesimo e politica, per il resto ovviamente i contesti e le questioni in gioco sono del tutto diversi. 

Il presidente Donald Trump sembra avercela fortemente con l'attuale vescovo di Roma. Non passa quasi giorno senza una bordata contro la guida della chiesa cattolica. Ha suscitato particolare stupore l'"attacco" sferrato alla vigilia dell'incontro in Vaticano, quasi un avvertimento, non soltanto  nei confronti di Prevost, ma anche del suo stesso inviato. Dal momento che l'attuale inquilino della Casa Bianca sembra procedere su una linea solo a lui chiara, è difficile capire quale sia il vero motivo delle sue parole. Forse è il tentativo di aggraziarsi il mondo anticattolico statunitense, supponendolo più elettoralmente forte, in vista delle elezioni di mezzo termine, particolarmente delicate dopo le "avventure" venezuelane e iraniane. Oppure può essere un messaggio a Rubio, considerato un potenziale concorrente in rapporto alle scelte repubblicane, ormai in tempo di scelte per le elezioni presidenziali che si terranno fra due anni e mezzo.

Leone XIV ha risposto con prudenza e intelligenza alle bordate, prima richiamando la propria missione di costruttore e promotore della pace nel mondo, poi sostenendo la falsità della (peraltro talmente assurda da confermare l'esistenza di una strategia) accusa a lui rivolta da Trump di essere  sostenitore della possibilità che l'Iran possa dotarsi della bomba atomica. 

L'incontro tra Prevost e Rubio non ha offerto - almeno dal punto di vista giornalistico - dati particolarmente rilevanti, dal momento che non sembra si sia andati molto al di là dei convenevoli e dei discorsi di prammatica. Forse non potrebbe essere diversamente da così, almeno fino a quando la chiesa cattolica sarà così forte e presente, a livello di politica, economia e diplomazia planetarie. La potenza del piccolo Stato Vaticano, da una parte infatti consente di dare maggiore spessore alle parole e ai gesti tradizionalmente orientati - almeno nell'ultimo secolo - alla pace. Dall'altra parte tuttavia induce anche a una capacità negoziale e relazionale improntata essenzialmente alla cautela e alla delicatezza, fatto questo che spesso suscita l'impressione di una certa debolezza.

Riuscirà papa Leone XIV, nel proseguo del suo pontificato, a liberarsi dal politicamente corretto per dire con chiare parole ciò che si suppone pensi? Potrà svincolarsi dall'eccesso prudenziale per chiamare per nome le catastrofi del nostro tempo? Deciderà di schierarsi in modo inequivocabile dalla parte degli oppressi e degli aggrediti, non da quella degli oppressori e degli aggressori? Sarà questo uno dei temi interessanti per i prossimi anni, se i cattolici saranno guidati e orientati dal pontefice a una presenza militante nei meandri della società contemporanea, mettendo anche a repentaglio la loro vita, se necessario. Oppure se il compito profetico di costruttori instancabili di pace e giustizia, sarà riservato solo a poche figure profetiche, in grado di seguire l'esempio di forza e coraggio di Giovanni Nepomuceno.

mercoledì 6 maggio 2026

Liberi tutti, subito! Fermiamo i PIRATI del Mediterraneo...

Manifestazione pro Palestina e pro Flotilla a Trieste
Si può pensarla in modo  differente riguardo alla Flotilla. Personalmente ritengo che le persone che hanno messo a repentaglio la loro vita per compiere un gesto nonviolento di solidarietà e vicinanza al popolo palestinese di Gaza, offrano al mondo un segno di pace e di grande speranza.

Ma anche se non si fosse d'accordo e non si rispettassero le scelte di cittadine e cittadini che hanno voluto impegnarsi affontando il mare, come non ci si può indignare e urlare la propria preoccupazione di fronte ai fatti?

Un esercito straniero interviene senza alcun mandato in acque internazionali, centinaia di chilometri lontano dalla propria base. I soldati irrompono nelle barche e prendono in custodia i naviganti. Alcuni vengono pestati, altri tenuti in condizioni disastrose, quasi tutti portati in un centro di momentanea detenzione in territorio greco. Due di loro vengono addirittura arrestati e portati in Israele, dove sono sottoposti fino a ora a forme di tortura fisica e psicologica, trattenuti senza alcun formale capo di imputazione. 

Ordunque, sì proprio ordunque. Come altro si può chiamare uno Stato che impone la sua forza contro imbarcazioni inermi che perocrroono le vie del Mediterraneo, lontanissime dai porti dell'aggressore?  Cosa dire di uno Stato che blocca cittadine e cittadini pacifici, costringendoli a detenzione e a ogni sorta di forzatura? Come accettare che uno Stato arresti senza alcun mandato gli attivisti di un'azione nonviolenta, trascinandoli nelle proprie prigioni e privandoli della libertà?

Non si può altro che parlare di uno Stato pirata e chiunque ragioni un centesimo di secondo non potrebbe che essere d'accordo: ciò che è accaduto in questi giorni alla Flotilla potrebbe accadere domani a chiunque in qualsiasi parte del mondo, con il beneplacito del ghigno mostruoso di Netanyahu e di Trump. La violazione di ogni norma in nome della Legge del più forte è la fine di ogni speranza di livertà, giustizia e autentica democrazia. 

Ciò non ha nulla a che fare né con la nobile e per molti versi meravigliosa tradizione culturale e religiosa ebraica, neppure con il terribile veleno dell'antisemitismo da combattere in tutte le sue forme antiche e moderne, come quelle consapevolmente alimentate, fomentate e moltiplicate dall'atteggiamento criminale degli attuali capi di Israele e dell'inqualificabile inquilino della Casa Bianca.