mercoledì 11 febbraio 2026

Perché NO?

 

Bianco, nero, no o sì?
Al Referendum del 22-23 marzo voterò NO. 

Per giungere a questa decisione ho ascoltato molte riflessioni di persone esperti e competenti, soprattutto ho letto gli articoli della Costituzione e quelli della Legge di modifica. Vi consiglio di farlo anche voi, non è difficile! E' importante che - qualunque esso sia - il voto non corrisponda a un confuso "sentito dire" o soltanto a un'appartenenza ideologica o partititca, ma a una reale e informata consapevolezza.

Perché voterò no? Perché ritengo che una modifica così importante come quella che cambia radicalmente gli articoli 104 e 105 della Costituzione non possa essere decisa solo da una parte del Parlamento, ma debba essere il frutto di un lungo lavoro di analisi ed elaborazione, da parte dei Parlamentari, dei Magistrati e dalle componenti sociali e civili dei Cittadini.

E' vero, altre importanti riforme costituzionali sono state decise - e poi supportate da referendum confermativo - senza la maggioranza qualificata richiesta, come per esempio il Titolo V sul decentramento dei Poteri dello Stato. Non si può dire certo che quel cambiamento abbia ottenuto dei buoni risultati, anzi, ha creato una marea di ricorsi relativi ai conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni. La gatta presciolosa fa i gattini ciechi, dice un famoso proverbio napoletano. E questa legge di riforma dà proprio l'impressione di essere davvero troppo frettolosa.

Detto ciò del metodo, si viene al merito. L'impressione, leggendo attentamente il dettato precedente e quello nuovo, non è quella di un miglioramento, quanto piuttosto di un forte peggioramento del sistema. Dal momento che la separazione delle carriere esiste già di fatto - sembra che in tutti questi ultimi anni sia accaduta sì e non in una ventina di casi - perché costruire su queste poche eccezioni, due nuovi megacarrozzoni, con lo sdoppiamento del CSM e con la costituzione dell'Alta Corte giudicante? Inoltre, l'affidamento al sorteggio della scelta dei membri da parte del Parlamento irride veramente le prerogative dei rappresentanti ufficialmente eletti negli organi democratici di potere. E' vero che negli ultimi anni si è assistito spesso a uno stato di blocco, con un'enorma difficoltà da parte dei parlamentari di eleggere il numero dei consiglieri del CSM spettante alla loro scelta. Ma non si vede come questa difficoltà possa avere a che fare con la decisione di cambiare radicalmente - e in modo praticamente affidato al caso - il sistema di scelta.

C'è infine un rischio, forse non immediatamente avvertibile. Nel caso in cui un domani passasse - e questo veramente, a mio parere, sarebbe un guaio - un'ulteriore riforma di tipo presidenzialistico o semipresidenzialistico, effettivamente ci sarebbe una pericolosa concentrazione di poteri nella mani del Presidente, con un forte indebolimento della distanza tra controllore e controllato.

Naturalmente il dibattito è aperto. Ben vengano altre riflessioni che aiutino ad approfondire i veri punti della questione e a discutere serenamente e costruttivamente, per offrire a tutti coloro che lo desiderano la possibilità di mettere una crocetta, in piena coscienza e deliberata avvertenza.

lunedì 9 febbraio 2026

La Capitale della Cultura, prima, durante e dopo...

 

Nella Giornata della festa nazionale della cultura slovena, nel ricordo del grande poeta France Prešeren, la tavola rotonda di domenica pomeriggio all'Epicenter è stata assai interessante. L'unico rammarico š stato quello del tempo troppo breve che non ha consentito ai relatori e al pubblico di approfondire i tanti argomenti che sono stati toccati. Con il coordinamento di Klavdija Figelj, ci si è confrontati in quattro (Anja Medved, Miha Kosovel, Simone Cuva e - last - Andrea Bellavite), sul passato, sul presente e sul futuro della Capitale europea della Cultura.

Dopo la "okrogla miza", è stata inaugurata una bellissima mostra fotografica dell'artista Jernej Humar, dedicata ai personaggi, eventi e momenti salienti, dall'8 febbraio al mese di dicembre 2025.

Qualche ora prima, nella sede del Gect/Ezts e di GO25 in Corso Verdi a Gorizia, era stata presentata un'altra splendida mostra, esattamente con lo stesso tema, del noto fotografo Pierluigi Bumbaca, opportunamente presente anche agli avvenimenti del pomeriggio.

Insomma, due grandi esposizioni per ripercorrere tutti insieme i diversi passaggi e le mille iniziative che hanno caratterizzato Nova Gorica con Gorizia nel corso dell'interno anno 2025. Tutto bene allora? Fino a un certo punto. Nell'apertura della mostra goriziana, ai toni entusiastici del sindaco di Gorizia ("E' stato un trionfo!") hanno fatto eco quelli emotivi del presidente del GECT/EZTS ("il periodo più bello per Gorizia dalla visita dell'Imperatore d'Austria Ungheria"). In quella novogoričana, si sono utilizzati, da parte del sindaco e dei responsabili dello Zavod Go25, parole altrettanto soddisfatte, anche se decisamente più sobrie.

Il "fino a un certo punto" sta in una constatazione che qui viene proposta non per spirito di critica, ma per migliorare nella prossima occasione.

A Gorizia, alle 13, non era presente neanche un amministratore di Nova Gorica e i saluti introduttivi sono stati portati esclusivamente in italiano. A Nova Gorica, alle 17, non era presente neanche un amministratore di Gorizia e la presentazione della mostra è stata svolta esclusivamente in lingua slovena. Da una parte e dall'altra era quasi del tutto assente l'"altra" componente, anche fra il pubblico.

Nel frattempo Gorizia celebrava la tradizionale (molto bella!) sfilata di Carnevale, tenendola più lontana possibile dal confine, anche se un buon numero di carri e gruppi proveniva dalla Slovenia. 

Insomma, perché non organizzare insieme la mostra, con due fotografi d'eccezione e inaugurarla con
parole espresse sia in sloveno che in italiano (e, perché no?, anche in friulano...), invece di presentarle totalmente divise? Perché non pensare a un Carnevale che parta da piazza Travnik, passi attraverso la Transalpina e raggiunga trg Bevk? Perché non dare continuità all'"unità nella valorizzazione della diversità" anche attraverso forse piccoli, ma importanti segni di incontro, amicizia, stretta di mano, attiva collaborazione fra persone e culture?

domenica 8 febbraio 2026

Prešernov dan 2026, la Giornata della cultura slovena

 

Tante iniziative oggi in Slovenija, per la festa nazionale della Cultura. Si ricorda la data di morte, avvenuta a Kranj l'8 febbraio 1849, del grande poeta France Prešeren, nato a Vrba (nella foto) il 3 dicembre 1800. 

Nova Gorica, insieme a Gorizia, ricorda anche l'anniversario dell'inizio della Capitale europea della cultura, con una serie importante di iniziative, tra le quali l'inaugurazione di una mostra fotografica di Pierluigi Bumbaca (ore 13, Centro GO25 in Corso Verdi 51), un'interessante visita architettonico urbanistica di Nova Gorica guidata dallo scrittore Blaž Kosovel (ore 14, ritrovo davanti a XCenter di Nova Gorica), un'approfondita visita delle mostra del Novecento Goriziano all'Epicenter (ore 14.30) e una tavola rotonda, alle 16, sempre all'Epicenter, condotta da Klavdija Figelj con Anja Medved, Miha Kosovel, Simone Cuva e Andrea Bellavite.

Per saperne di più su quest'ultima iniziativa, dedicata a una specie di bilancio prospettico dell'Evropska prestolnica kulture, si può consultare il link https://www.go2025.eu/it/whats-up/eventi/go-8-febbraio-l-eredita-di-go-2025-tavola-rotonda  

Buona festa, lep praznik kulture vsem!

sabato 7 febbraio 2026

Patior, ergo sum

 

Grande moschea di Santa Sofia a Istanbul (foto Pierluigi Bellavite)
In un momento di grande confusione, forse sarebbe bene cercare di centrare la questione di fondo.

Non è di oggi, né di ieri, affonda le sue radici nella filosofia occidentale e in particolare nel "cogito" cartesiano e nella svolta copernicana del buon Kant.

Se il criterio prioritario della verità è determinato dal pensiero e se questo precede l'essere, diventa necessario supporre - come esito della ragione - un "Altro" trascendente. Senza questo riferimento la potenza della ragione altro non potrebbe realizzare che l'abisso di un'immane solitudine. C'è bisogno di un Qualcuno, al quale affidare il compito di garantire una certa quale autorità nel supportare le leggi - del tutto umane - dell'etica e dell'estetica, oltre naturalmente della logica. I problemi che tale punto di vista propone sono molteplici e hanno dispiegato la loro potenziale carica distruttiva in numerosi eventi fondanti la contemporaneità, dalla Rivoluzione Francese a quella Industriale, dall'utopia del marxismo ai totalitarismi del XX secolo, dall'apparente trionfo del turboliberismo allo smarrimento inquieto dell'ultramodernità.

Da una parte infatti il desiderio che ci sia un'Alterità assoluta, sciolta cioè dalla fragilità della contingenza umana, non è elemento sufficiente per dimostrare che essa esista. Dall'altra, se il legislatore è lo stesso che poi è chiamato a osservare la propria stessa norma, sorge immediata la constatazione di come ciascuno, fondamentalmente, proietti sé stesso nella dimensione dell'Altro e ritenga gli "altri" possibili oggetti del proprio illimitato dominio. Alla fine si ritorna alla necessità di un contratto sociale, constatando che uno scontro tra assoluti porterebbe a una guerra generalizzata, nella quale ciascuno tenderebbe a soffocare l'alterità del vicino, per poter affermare il proprio Dio, ovvero appunto sé stesso.

E' fin troppo facile capire come, in questa nuova edizione della legge della giungla, a vincere sia chi ha in mano le leve del consenso e che si dimostri in grado di far convergere, sulla propria visione dell'Altro, il maggior numero possibile di in-consapevoli numeri. Vince chi conquista la maggioranza di alterità e l'obiettivo è quello di raggiungere, consolidare e mantenere il Potere. Il nome moderno dell'Altro trascendente è il Potere, ma questo è tutt'altro che trascendente, ramificando la propria influenza sui gangli più remoti dell'essere, come una piovra dagli infiniti tentacoli.

Non è un caso che il Credo di Aquileia - un testo che si è formato forse prima della fine del III secolo - nomina Dio come im-patibile. Non è forse un richiamo che giunge dai primi passi della rivoluzione cristiana e invita a lasciare la dimensione divina trascendente fuori dagli schemi ordinari della contingenza e della necessità? Non è forse la condizione per "salvare" Dio da qualsiasi possibile - e quanto facile! - strumentalizzazione razionale?

Il Potere contempla l'atroce spettacolo dei piccoli "altri" che cercano di farsi strada nel diluvio universale dell'informazione artificiale. Mentre ciascuno si interroga sulla propria verità, bontà e bellezza e stigmatizza con veemenza quelle dell'altro - e la chiamano democrazia! - esso - il Potere manifesta ormai spudoratamente la faccia della propria corruzione e irride qualsiasi pio tentativo di arginarlo. La ragione della forza, alla fin fine, è la forza della ragione, anche quando si inginocchia e innalza inni di lode all'Assoluto, da lui stesso creato a propria immagine e somiglianza.

Esiste un'arca con la quale attraversare la lunga tempesta? C'è un Noè disposto a costruirla, portando in essa i semi indispensabile allo svilupparsi di una nuova vita? E questa arca, riuscirebbe a superare il terribile uragano che si è formato, come vortice inarrestabile, dallo scontro dall'esito incerto tra l'oggettivismo medievale e il soggettivismo moderno? Qualcuno annuncerà l'inizio del tempo messianico, nel quale il lupo pascolerà con l'agnello e il bimbo si trastullerà giocando nella buca dei serpenti velenosi?

Sono domande che implicano il dono della profezia, per elevarsi sopra il vociare confuso dei pochi ricchi opulenti e l'immenso grido potente dell'enorme schiera di un'umanità oppressa, per poter ripartire da un punto di incontro e non di scontro, un ponte sul quale oggettivisti e soggettivisti possano iniziare a confrontarsi e a discutere. 

Patior, ergo sum. Forse - ma per ora è soltanto un forse - il punto di partenza può essere proprio il "dolore", il mio dolore e quello dell'altro. Condividere insieme il dolore, per poterlo alleviare, senza pensare a happy end holliwoodiani o a improbabili interventi di un Deus ex machina, è forse l'unico spazio etico che sfugge alle grinfie di una ragione che vorrebbe disperatamente superare le barriere dello spazio e del tempo. Il dolore e la morte - non a caso censurati dalla civitas del "panem et circenses"- manifestano nella loro essenza la definitiva irrisione di qualsiasi riduzione dei concetti di Infinito e di Eterno. Sfuggono all'ansia creatrice del pensiero, riguardano ogni essere in quanto tale e potrebbero - potrebbero, è d'obbligo il condizionale - essere riconosciuti come il ramoscello d'ulivo, portato dalla colomba sulla distesa delle acque, per annunciare l'inzio del tempo della solidarietà e della pace.

giovedì 5 febbraio 2026

Nei tunnel di Trento

 

Si parla molto della DAG di Gorizia, in questi giorni, nel bene e nel male. Non avendo ancora visto la performance artistica, rinvio ad altro momento un'analisi più puntuale. Le file chilometriche che ogni fine settimana si formano per entrare nella galleria Bombi testimoniano un successo totalmente inatteso e sorprendente, un fenomeno sociale da prendere in considerazione. E anche il fatto che se ne discuta tanto - sul piano delle sensazioni, dei giudizi estetici, dei rilievi economici e finanziari, delle problematiche legate ai permessi, delle difficoltà tecniche, della mancanza di spiegazioni in lingua slovena, ecc. - dimostra un interesse che va oltre al semplice istante della visita. Mi viene alla memoria l'intuizione di Dario Stasi, il primo ad aver immaginato un futuro espositivo per la Galleria Bombi, nel lontano anno 2009.   

Sollecitati dal direttore e dai redattori di Isonzo Soča, con altri compagni d'avventura, si andò allora a verificare la possibilità di realizzare l'idea, scoprendo così il fascino delle Gallerie di Piazza Piedicastello, a Trento, che dall'ottobre 2007 ospitano interessanti mostre temporanee e permanenti racconti, relativi alla storia e all'arte della zona.

Come si vede nella foto, un tunnel è bianco e l'altro nero, cosicché le manifestazioni espositive corrispondono al colore, suggerendo pensieri oscuri alternati ad altri, pieni di speranza. E' un bel modo per inserirsi nel cuore vitale di un territorio pieno di significativi personaggi, eventi, esperienze di una comunità che a buon diritto può fregiarsi anch'essa del titolo "di confine". 

A gestire il tutto è la Fondazione Museo storico del Trentino, un'istituzione di ricerca relativamente giovane dedicata alla formazione e divulgazione della storia e della memoria della città di Trento, del Trentino e del Tirolo storico. La missione è quella di fornire una lettura del passato che permetta anche la comprensione del presente. 

Le Gallerie sono una parte del progetto scientifico della Fondazione, che, oltre a ereditare il Museo del Risorgimento, comprende anche la gestione del Forte di Cadine e del Museo dell'areonautica Gianni Caproni.

Dal punto di vista architettonico, l'adattamento culturale riguarda due gallerie di una superstrada ipertrafficata (quanti ricordi!!!), sostituita quasi trenta anni fa da una più comoda circonvallazione autostradale. Si trovano in una zona periferica di Trento, molto valorizzata dalla realizzazione degli allestimenti museali, spesso caratterizzati da vere e proprie opere d'arte. Naturalmente, senza quell'intervento, sarebbero rimasti due tetri tronconi, del tutto inutili, non congiungendo centri abitati, zone cittadine o punti nevralgici. Quindi, l'intervento, sostenuto dalla Provincia autonoma di Trento, dal Comune di Trento, da una ventina di Comuni e altre istituzioni della Provincia, è organizzato in modo da potersi, almeno in parte, automantenere anche attraverso la corresponsione di una tariffa per le numerose visite guidate che vengono organizzate nel corso dell'anno. 

I temi trattati sono molteplici, con una particolare accentuazione degli aspetti paesaggistici e storiografici del territorio. Le proiezioni di importanti capolavori si alternano a schede e tabelle, riassuntive dei momenti salienti della vita trentina. Non mancano sintetiche biografie delle donne e degli uomini che hanno caratterizzato la vicenda della bella città sull'Adige. Molto importante è il ruolo del Consiglio di amministrazione e soprattutto del Comitato d'indirizzo che decide l'orientamento annuale e gli oggetti da esporre. Per saperne di più, basta consultare il molto accessibile accessibile sito museostorico.it.

Problemi? Uno su tutti, l'umidità. La collina, quando piove, si impregna di acqua che in qualche modo "buca" i rivestimenti e interagisce con il delicato sistema di illuminazione interno. Occorre sostenere una spesa notevole per il cambio di lampadine e di centraline, danneggiate frequentemente a causa delle intemperie. Almeno, così ci hanno raccontato quella volta. Dato che le "Gallerie" quindici anni dopo funzionano ancora e sembrano essere sempre più frequentate e ammirate, si suppone che in qualche modo siano riusciti a risolvere anche questo problema, essenzialmente legato a cause naturali.

martedì 3 febbraio 2026

Giulio Regeni, tutto il male del mondo

 

In estrema sintesi, il contenuto del (grande) film di Simone Manetti sul caso Regeni coincide con il titolo: Tutto il male del mondo.

E' la frase pronunciata da Paola davanti al corpo martoriato del figlio. Cosa ti hanno fatto? Tutto il male del mondo...

Uscire di casa e andare a vedere questo straordinario documentario non è solo un diritto, ma un vero e proprio dovere civile. Sì, perché in esso, attraverso una documentazione rigorosa e un linguaggio scevro da qualsiasi sensazionalismo, si affrontano un'infinità di tematiche. Certo, al centro sono l'estrema sofferenza e l'accanimento subiti dal giovane ricercatore di Fiumicello. Nella sua esperienza si percepiscono anche il mistero della cattiveria e crudeltà dell'essere umano, le fragilità imbarazzanti di sistemi politici sedicenti "democratici", la forza e il coraggio di familiari indomiti, la competenza di avvocati liberi da ogni condizionamento, la potenza della voce di un intero popolo che non si stanca di chiedere verità e giustizia, sperando contro ogni speranza.

Esattamente dieci anni fa, il 3 febbraio 2016, il corpo di Giulio Regeni è stato trovato, ai margini di un'autostrada nella periferia del Cairo. Il lungometraggio racconta con molti particolari la storia dell'ultima settimana di vita, dalla sparizione, la sera del 25 gennaio, fino all'epilogo. Si sofferma poi sul lungo e accidentato percorso di ricerca della verità, con l'avvio e lo sviluppo di un processo che ha portato fino all'individuazione di quattro colpevoli, funzionari ai vertici dei servizi segreti egiziani. Si nota anche il quasi completo disinteresse dei cosiddetti mondi politici e imprenditoriali che - dopo un iniziale opportuno richiamo in patria "per consultazioni" dell'ambasciatore - sembrano molto più attenti agli affari che al tragico destino di un connazionale rapito, torturato, ucciso e umiliato anche post mortem con una serie di incredibili depistaggi.

E' molto impressionante il video che accompagna a più riprese la narrazione della storia. Giulio viene ripreso a sua insaputa da quello che riteneva essere un amico e collaboratore. Con intelligenza e prudenza non cade nella rete della provocazione ordita dal capo dei sindacati degli ambulanti, ma sono inquietanti le parole confidenziali, l'offerta del the, il linguaggio ammiccante di chi - quasi contemporaneamente - trasmette il filmato agli assassini. Emerge una rete spaventosa di ingiustizie, silenzi e paure, una ragnatela di corruzione e violenza nella quale il Regeni rimane impigliato. E' accaduto a lui, potrebbe succedere a chiunque in un Paese con un regime totalitario come quello di Al Sisi, ma - ahimé - anche in Stati sedicenti democratici come quello italiano, dove episodi di tortura fino alla soppressione fisica non sono assolutamente esclusi.

In questo contesto scaturisce la forza civile dei familiari di Giulio, dell'avvocata Ballerini e - insieme a loro - dell'intero "popolo giallo". Centinaia di migliaia di persone, dietro allo striscione che invoca Verità e Giustizia, hanno marciatio e continuano a farlo, in tutto il Mondo. Hanno reso di fatto possibile ciò che appariva impossibile. Il film documenta molto bene tutto ciò che è accaduto. Dallo scetticismo iniziale degli "esperti", dagli inviti a lasicar perdere e rassegnarsi, "Mai si arriverà a mettere in discussione il sistema", si è arrivati fino al raggiungimento della Verità. Oggi a tutti è chiaro ciò che è accaduto, i tradimenti, l'arresto, le torture da parte dei servizi segreti ufficiali dell'Egitto, i depistaggi anche violenti, la campagna d'odio orchestrata dai media locali, i silenzi e le ritrosie del Governo italiano, i compagni di prigionia, i coraggiosissimi testimoni oculari, i nomi dei quattro direttamente responsabili. Contro tutto l'apparato e contro tutti gli interessi di parte si è arrivati alla Verità. Ora sembra manchi poco alla conclusione del processo, al termine del quale la sentenza dichiarerà anche il raggiungimento della Giustizia. Anche se i colpevoli non saranno puniti - hanno già fatto perdere le loro tracce - è l'immagine del sistema di potere in Egitto ad aver subito un impressionante deterioramento, Nausea di fronte all'ennesima dimostrazione del sopruso, enorme ammirazione per chi ha lottato e continua a lottare per affermare la giustizia, la verità, la forza dell'autentica democrazia.

lunedì 2 febbraio 2026

Chi vuole la morte della democrazia?

 

Quella nella foto è una manifestazione del Primo Maggio, a Torino, una decina di anni fa...

Il corteo di protesta è una forma di democrazia partecipativa. Si vuole dare forza, attraverso una folla numerosa, consapevole e convinta, a un dissenso importante nei confronti di chi governa un Paese, chiunque egli sia. Nei casi in cui non si tratti semplicemente di una specie di rito collettivo, la manifestazione è oggettivamente temuta dal Potere, perché demolisce l'immagine di consenso generalizzato che ogni "capo" vorrebbe accreditare. Più di ogni altra, "disturba" la protesta pacifica di decine, centinaia di migliaia di persone che - scandendo slogan e sventolando bandiere - gridano all'unisono la loro rabbia e proclamano il loro desiderio di governanti e di leggi migliori. 

Ho partecipato personalmente a numerose di queste manifestazioni, potrei dire che in tutte - a posteriori - è chiaro che "avevamo ragione noi!". Ero a Genova, al G8, là dove per la prima volta fu portato in Italia il sistema di repressione precedentemente attuato in altri Stati tutt'altro che democratici. Giovani e adulti, provenienti da ogni parte d'Europa e del Mondo, si incontrarono per una lunga, spettacolare settimana, offrendo ai responsabili del G8 studi approfonditi su un post-capitalismo dal volto umano. La loro istanza fu soffocata nel sangue. Qualche decina di personaggi incappucciati - mai identiticati successivamente - misero a ferro e fuoco la città, innalzando al massimo il livello della tensione e dello scontro, fino alla guerriglia urbana provocata dalla polizia con il lancio sistematico dei candelotti lacrimogeni, i manganelli ritmati sugli scudi di plexigass e le speventose tenute antisommossa. Invece di incarcerare i violenti, tranquillamente spariti dalla scena, ci fu l'assalto alla caserma Diaz, una vera mattanza di indifesi pacifisti, una vergogna planetaria per l'Italia dell'era Berlusconi. Ma l'obiettivo era stato raggiunto, l'enorme e straordinaria protesta civile era stata soffocata e silenziata. E il capo delle operazioni di polizia fu ben presto... rimosso? direte voi... no, promosso a un grado ben più alto di carriera.

Da allora lo stesso accadde molte altre volte, nelle contestazioni relative all'intervento militare in Iraq, in quelle gradiscane contro l'apertura dell'allora chiamato cpt (poi cpta, cie e adesso centro per il rimpatrio - quanta ragione si aveva a non voler vedere le sbarre da circo che chiudono ogni spazio della caserma ex Polonio!!!) e in tantissime altre. Nel momento topico, quando la manifestazione raggiunge il suo culmine - spesso trasformata in festa con la presenza di famiglie e bambini - arrivano i "mascherati", lanciano sassi, qualche fumogeno, provocano la polizia che - abbassate le visiere dei caschi - inizia sistematica l'opera di repressione. Intendiamoci, non contro i violenti, ma contro tutti gli altri, inermi spettatori passivi che assistono all'annientamento delle loro ragioni a causa di quel manipolo di sconosciuti, totalmente  estranei alla realtà degli organizzatori. E il giorno dopo, non si trova nessuna parola alla tv o sui giornali sulla forza di un grande momento di popolo. Si ascolta e si legge invece della difesa del Potere, che con la scusa di difendere la sicurezza, l'Ordine Pubblico e i suoi rappresentanti, invoca leggi draconiane e ipotizza un drastico giro di vite per impedire, per quanto possibile, ogni dissenso.

Le notizie degli "scontri" di ieri a Torino hanno riaperto occhi e memorie. Un gigantesco, inatteso corteo, ha marciato per le vie della città contestando la chiusura di un centro sociale, luogo di confronto e di cultura al servizio della collettività. Era un segno troppo grande per lasciargli un'espressione così clamorosa ed efficace. L'unico modo per disinnescarne la forza era quello di trasformare una protesta del tutto pacifica in uno dei soliti macelli, suscitando l'indignazione di un'opinione pubblica assuefatta e alla ricerca esclusiva della pace dei sensi e offrendo ai governanti l'occasione per organizzare la repressione: scudo penale per i poliziotti, fermo di polizia senza diritti, addirittura qualcuno ipotizza di sparare ordinariamente a chi protesta con i pallini di gomma, "quelli che non feriscono ma fanno molto male" (citazione - ahimé - da un'intervista rilasciata dal sindaco di Trieste), ecc. ecc. Intanto il poliziotto "pestato e con la testa massacrata da un martello" riceve in ospedale la visita di un'affettuosa Meloni e subito dopo - bene per lui - viene tranquillamente dimesso. Nel frattempo, nessuna notizia dei terribili "assalitori", se non del genericissimo arresto di "un ventiduenne di Grosseto" presentato - ammesso che esista - come il colpevole di ogni efferatezza.

Insomma, sempre no alla violenza, in tutte le sue forme, ma veramente è tempo di forte vigilanza! Attenzione, in nome dell'ordine e della disciplina, nell'invocazione di "santa sicurezza" è la violenza di Stato che ha favorito e realizzato i più sanguinosi rovesciamenti delle più fragili democrazie.