La differenza oggettiva (indipendentemente dalla constatazione che a livello soggettivo non sia stato sempre così), sta nel fatto che la lotta partigiana sia stata internazionalista e finalizzata al raggiungimento di un bene per l'intera umanità e non soltanto per un popolo o per una nazione.
In ogni situazione di conflitto, ogni "bandiera" ritiene di avere tutte le ragioni e di conseguenza che l'opposta abbia tutti i torti. Da questa tragica semplificazione, derivano drammatiche conseguenze, tanto più quando le parti si ammantano di bandiere e si assiste al trionfo del nazionalismo e del particolarismo.
Nel nome effimero di un lenzuolo sventolante, si realizzano gli interessi macroeconomici dei reggitori del mondo e ci si scanna senza pietà, credendo di difendere l'identità o di salvaguardare la democrazia. E' una sorta di tragica tifoseria, dove il tempo determina il cambiamento degli equilibri e la maggioranza sostiene i cowboys contro gli indiani, i bianchi contro i neri, una squadra contro l'altra.
C'è qualche via per uscire da questa spirale?
Un'idea potrebbe essere quella di riaffermare con convinzione il metodo nonviolento come l'unico in grado di ottenere maggiori risultati, a fronte della sofferenza individuale o collettiva di chi lo esercita. E l'eccezione della guerra partigiana? Forse è l'unica possibile, là dove essa non è stata combattuta a favore di una nazione o di una specifica identità, bensì della generale liberazione dal mostro nazifascista.
Un'altra idea, conseguente, potrebbe riferirsi al superamento delle "bandiere". Nelle guerre in corso, c'è la tentazione di essere totalmente da una parte contro l'altra e di sostenere, anche in piena buona fede, esclusivamente una posizione contro l'altra. Per esempio, ben comprendendo i prescena e i retroscena dell'intervento russo in Ucraina, accanto alla denuncia dei misfatti di Zelensky, non si può tacere sistematicamente quelli di Putin. Le demonizzazioni e le santificazioni sono sempre molto pericolose. Se infatti è insostenibile la spasmodica volontà di guerra del premier ucraino e della cricca euroamericana che lo sostiene, occorre anche dire che dopo quasi quattro anni e centinaia di migliaia di morti, Putin non può essere contemplato soltanto come povera vittima degli interessi occidentali.
Lo stesso vale, mutatis mutandis, per Israele e la Palestina. Come non denunciare lo spaventoso genocidio di Gaza, i bombardamenti indiscriminati sul Libano, lo scandali per la schifosa prepotenza dei coloni in Cisgiordania? Perché allora non accompagnare l'ovvio sostegno alle ragioni dei più deboli, con il rifiuto esplicito e reiterato degli atti di violenza di Hamas, i quali non soltanto non facilitano, ma al contrario mortificano il desiderio di giustizia dei palestinesi?
Il giudizio su ciò che sta accadendo crea singolari e inedite convergenze, a destra e a sinistra. I soldati ucraini - si domandano molti, anche nel centro sinistra e perfino nell'anpi - sono come i partigiani, difendendo la propria patria dall'ingerenza russa? All'opposto, i russi, con il loro intervento, non vogliono forse tutelare i diritti della popolazione russofona del Donbass e della Crimea? Come potrebbero i palestinesi, oppressi da ottanta anni di dominazione israelo-statunitense, difendersi dai soprusi, se non con la violenza che per lo meno porta la loro causa dimenticata sotto i riflettori internazionali? Ma questa posizione corre parallela a quella dei filoisraeliani - anche moderati - che pur deplorando gli eccessi, ritengono legittima l'azione violenta preventiva nei confronti di chi vorrebbe portare l'attacco al cuore dello Stato.
Visitando ciò che resta degli ospedali partigiani di Franja - da ricostruire, quanto prima possibile - e di Pavla, la tipografia partigiana di Vojsko, dove è nato il Partizanski, poi Primorski dnevnik, un'idea me la sono fatta: le memorie partigiane della Lotta di Liberazione europea meritano di essere riconosciute come siti UNESCO, perché nella loro essenza indicano un cammino alternativo al nazionalismo, al razzismo e al particolarismo. La lotta contro ogni oppressione deve essere possibilmente nonviolenta. In alcuni casi, purtroppo, così non può essere e in questi l'uso della violenza può essere compreso solo in un'ottica di rovesciamento di ogni regime oppressivo non in nome della propria bandiera, nazione o cultura, ma della difesa dei diritti, della giustizia e della libertà dell'intera Umanità.


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