martedì 3 febbraio 2026

Giulio Regeni, tutto il male del mondo

 

In estrema sintesi, il contenuto del (grande) film di Simone Manetti sul caso Regeni coincide con il titolo: Tutto il male del mondo.

E' la frase pronunciata da Paola davanti al corpo martoriato del figlio. Cosa ti hanno fatto? Tutto il male del mondo...

Uscire di casa e andare a vedere questo straordinario documentario non è solo un diritto, ma un vero e proprio dovere civile. Sì, perché in esso, attraverso una documentazione rigorosa e un linguaggio scevro da qualsiasi sensazionalismo, si affrontano un'infinità di tematiche. Certo, al centro sono l'estrema sofferenza e l'accanimento subiti dal giovane ricercatore di Fiumicello. Nella sua esperienza si percepiscono anche il mistero della cattiveria e crudeltà dell'essere umano, le fragilità imbarazzanti di sistemi politici sedicenti "democratici", la forza e il coraggio di familiari indomiti, la competenza di avvocati liberi da ogni condizionamento, la potenza della voce di un intero popolo che non si stanca di chiedere verità e giustizia, sperando contro ogni speranza.

Esattamente dieci anni fa, il 3 febbraio 2016, il corpo di Giulio Regeni è stato trovato, ai margini di un'autostrada nella periferia del Cairo. Il lungometraggio racconta con molti particolari la storia dell'ultima settimana di vita, dalla sparizione, la sera del 25 gennaio, fino all'epilogo. Si sofferma poi sul lungo e accidentato percorso di ricerca della verità, con l'avvio e lo sviluppo di un processo che ha portato fino all'individuazione di quattro colpevoli, funzionari ai vertici dei servizi segreti egiziani. Si nota anche il quasi completo disinteresse dei cosiddetti mondi politici e imprenditoriali che - dopo un iniziale opportuno richiamo in patria "per consultazioni" dell'ambasciatore - sembrano molto più attenti agli affari che al tragico destino di un connazionale rapito, torturato, ucciso e umiliato anche post mortem con una serie di incredibili depistaggi.

E' molto impressionante il video che accompagna a più riprese la narrazione della storia. Giulio viene ripreso a sua insaputa da quello che riteneva essere un amico e collaboratore. Con intelligenza e prudenza non cade nella rete della provocazione ordita dal capo dei sindacati degli ambulanti, ma sono inquietanti le parole confidenziali, l'offerta del the, il linguaggio ammiccante di chi - quasi contemporaneamente - trasmette il filmato agli assassini. Emerge una rete spaventosa di ingiustizie, silenzi e paure, una ragnatela di corruzione e violenza nella quale il Regeni rimane impigliato. E' accaduto a lui, potrebbe succedere a chiunque in un Paese con un regime totalitario come quello di Al Sisi, ma - ahimé - anche in Stati sedicenti democratici come quello italiano, dove episodi di tortura fino alla soppressione fisica non sono assolutamente esclusi.

In questo contesto scaturisce la forza civile dei familiari di Giulio, dell'avvocata Ballerini e - insieme a loro - dell'intero "popolo giallo". Centinaia di migliaia di persone, dietro allo striscione che invoca Verità e Giustizia, hanno marciatio e continuano a farlo, in tutto il Mondo. Hanno reso di fatto possibile ciò che appariva impossibile. Il film documenta molto bene tutto ciò che è accaduto. Dallo scetticismo iniziale degli "esperti", dagli inviti a lasicar perdere e rassegnarsi, "Mai si arriverà a mettere in discussione il sistema", si è arrivati fino al raggiungimento della Verità. Oggi a tutti è chiaro ciò che è accaduto, i tradimenti, l'arresto, le torture da parte dei servizi segreti ufficiali dell'Egitto, i depistaggi anche violenti, la campagna d'odio orchestrata dai media locali, i silenzi e le ritrosie del Governo italiano, i compagni di prigionia, i coraggiosissimi testimoni oculari, i nomi dei quattro direttamente responsabili. Contro tutto l'apparato e contro tutti gli interessi di parte si è arrivati alla Verità. Ora sembra manchi poco alla conclusione del processo, al termine del quale la sentenza dichiarerà anche il raggiungimento della Giustizia. Anche se i colpevoli non saranno puniti - hanno già fatto perdere le loro tracce - è l'immagine del sistema di potere in Egitto ad aver subito un impressionante deterioramento, Nausea di fronte all'ennesima dimostrazione del sopruso, enorme ammirazione per chi ha lottato e continua a lottare per affermare la giustizia, la verità, la forza dell'autentica democrazia.

lunedì 2 febbraio 2026

Chi vuole la morte della democrazia?

 

Quella nella foto è una manifestazione del Primo Maggio, a Torino, una decina di anni fa...

Il corteo di protesta è una forma di democrazia partecipativa. Si vuole dare forza, attraverso una folla numerosa, consapevole e convinta, a un dissenso importante nei confronti di chi governa un Paese, chiunque egli sia. Nei casi in cui non si tratti semplicemente di una specie di rito collettivo, la manifestazione è oggettivamente temuta dal Potere, perché demolisce l'immagine di consenso generalizzato che ogni "capo" vorrebbe accreditare. Più di ogni altra, "disturba" la protesta pacifica di decine, centinaia di migliaia di persone che - scandendo slogan e sventolando bandiere - gridano all'unisono la loro rabbia e proclamano il loro desiderio di governanti e di leggi migliori. 

Ho partecipato personalmente a numerose di queste manifestazioni, potrei dire che in tutte - a posteriori - è chiaro che "avevamo ragione noi!". Ero a Genova, al G8, là dove per la prima volta fu portato in Italia il sistema di repressione precedentemente attuato in altri Stati tutt'altro che democratici. Giovani e adulti, provenienti da ogni parte d'Europa e del Mondo, si incontrarono per una lunga, spettacolare settimana, offrendo ai responsabili del G8 studi approfonditi su un post-capitalismo dal volto umano. La loro istanza fu soffocata nel sangue. Qualche decina di personaggi incappucciati - mai identiticati successivamente - misero a ferro e fuoco la città, innalzando al massimo il livello della tensione e dello scontro, fino alla guerriglia urbana provocata dalla polizia con il lancio sistematico dei candelotti lacrimogeni, i manganelli ritmati sugli scudi di plexigass e le speventose tenute antisommossa. Invece di incarcerare i violenti, tranquillamente spariti dalla scena, ci fu l'assalto alla caserma Diaz, una vera mattanza di indifesi pacifisti, una vergogna planetaria per l'Italia dell'era Berlusconi. Ma l'obiettivo era stato raggiunto, l'enorme e straordinaria protesta civile era stata soffocata e silenziata. E il capo delle operazioni di polizia fu ben presto... rimosso? direte voi... no, promosso a un grado ben più alto di carriera.

Da allora lo stesso accadde molte altre volte, nelle contestazioni relative all'intervento militare in Iraq, in quelle gradiscane contro l'apertura dell'allora chiamato cpt (poi cpta, cie e adesso centro per il rimpatrio - quanta ragione si aveva a non voler vedere le sbarre da circo che chiudono ogni spazio della caserma ex Polonio!!!) e in tantissime altre. Nel momento topico, quando la manifestazione raggiunge il suo culmine - spesso trasformata in festa con la presenza di famiglie e bambini - arrivano i "mascherati", lanciano sassi, qualche fumogeno, provocano la polizia che - abbassate le visiere dei caschi - inizia sistematica l'opera di repressione. Intendiamoci, non contro i violenti, ma contro tutti gli altri, inermi spettatori passivi che assistono all'annientamento delle loro ragioni a causa di quel manipolo di sconosciuti, totalmente  estranei alla realtà degli organizzatori. E il giorno dopo, non si trova nessuna parola alla tv o sui giornali sulla forza di un grande momento di popolo. Si ascolta e si legge invece della difesa del Potere, che con la scusa di difendere la sicurezza, l'Ordine Pubblico e i suoi rappresentanti, invoca leggi draconiane e ipotizza un drastico giro di vite per impedire, per quanto possibile, ogni dissenso.

Le notizie degli "scontri" di ieri a Torino hanno riaperto occhi e memorie. Un gigantesco, inatteso corteo, ha marciato per le vie della città contestando la chiusura di un centro sociale, luogo di confronto e di cultura al servizio della collettività. Era un segno troppo grande per lasciargli un'espressione così clamorosa ed efficace. L'unico modo per disinnescarne la forza era quello di trasformare una protesta del tutto pacifica in uno dei soliti macelli, suscitando l'indignazione di un'opinione pubblica assuefatta e alla ricerca esclusiva della pace dei sensi e offrendo ai governanti l'occasione per organizzare la repressione: scudo penale per i poliziotti, fermo di polizia senza diritti, addirittura qualcuno ipotizza di sparare ordinariamente a chi protesta con i pallini di gomma, "quelli che non feriscono ma fanno molto male" (citazione - ahimé - da un'intervista rilasciata dal sindaco di Trieste), ecc. ecc. Intanto il poliziotto "pestato e con la testa massacrata da un martello" riceve in ospedale la visita di un'affettuosa Meloni e subito dopo - bene per lui - viene tranquillamente dimesso. Nel frattempo, nessuna notizia dei terribili "assalitori", se non del genericissimo arresto di "un ventiduenne di Grosseto" presentato - ammesso che esista - come il colpevole di ogni efferatezza.

Insomma, sempre no alla violenza, in tutte le sue forme, ma veramente è tempo di forte vigilanza! Attenzione, in nome dell'ordine e della disciplina, nell'invocazione di "santa sicurezza" è la violenza di Stato che ha favorito e realizzato i più sanguinosi rovesciamenti delle più fragili democrazie.

sabato 31 gennaio 2026

EPK, un seme gettato nel terreno invernale: germoglierà?

 

Tra pochi giorni ricorrerà l'anniversario dell'inizio dell'anno della capitale europea della cultura. Quali erano gli obiettivi, quali sono stati raggiunti e quali sono ancora da mettere a fuoco?

L'Europa ha affidato a Nova Gorica e alla partner associata Gorizia una grande responsabilità: dimostrare la possibilità di una cultura plurale, dove la diversità delle lingue, delle concezioni del mondo e delle interpretazioni della storia non sia considerata un ostacolo, ma una straordinaria opportunità di simbiosi, solidarietà e collaborazione. Perché questo possa accadere, c'è bisogno della compartecipazione di ogni cittadina e cittadino, nessuno escluso. Gli amministratori possono indicare le linee di intervento, i tecnici organizzare con passione e competenza incontri, eventi e situazioni favorevoli, ma il vero obiettivo è che tutti "si sentano" pienamente parte di un territorio meraviglioso. Le due città e tutti i comuni circostanti non sono chiamati a unificarsi o peggio omologarsi, bensì a "congiungersi" in un abbraccio nel quale - mentre si costruisce insieme un nuovo soggetto - ciascuna delle parti rimane sé stessa, arricchita dal dono dell'altra.

Sloveni, friulani, italiani, ma anche pakistani, afghani, senegalesi e tutti coloro che sono sul terreno per qualsiasi motivo, devono sentirsi a pieno titolo "Goriški", "Goriziani" e contribuire - ciascuno a suo modo - alla realizzazione di questa straordinaria unità nella valorizzazione delle differenze.

Tutto ciò lo si è concretamente percepito lo scorso 8 febbraio 2025, quando le strade e le piazze sono state invase pacificamente da un popolo che ha marciato, ascoltato, guardato, gustato, scoperto, percepito un qualcosa di nuovo INSIEME. Ecco la parola magica, INSIEME. Non sempre si è avuta la stessa impressione nel succedersi degli eventi, da quella data in poi. Le proposte sono state quasi sempre di alto livello - musica, danza, teatro, conferenze, convegni, presentazioni di libri, inaugurazioni, ecc. - ma la partecipazione è stata in generale limitata a "una parte" o all'"altra", rilevando come ci siano ancora molti punti oscuri da chiarire e molte difficoltà da superare.

Indubbiamente le/la città si è abbellita, con l'apertura di zone da lungo tempo precluse ai più, come per esempio i bellissimi parchi del Rafut, del Coronini e della Valletta del Corno. La piazza della Transalpina/Trg Evrope - ancora caratterizzata da due nomi diversi - è stata riqualificata e offre uno scenario stupendo alla possibilità di incontro fisico tra gli abitanti delle due parti. Il vicino museo Epicenter, con un'accorata e completa rivistazione della storia del Novecento Goriziano, arricchisce la possibilità di una conoscenza globale e approfondita, affiancandosi e completando il percorso delle vicine esposizioni del Rafut, dedicate al lasciapassare e al contrabbando. Le piste ciclabili nella campagna di Solkan/Salcano sono molto frequentate, culminando nell'ardito ponte sospeso ciclopedonale nella zona del Kajak center. Si sono segnati e organizzati suggestivi percorsi a piedi, come l'Iter Goritiense da Aquileia a Sveta Gora dove è stato inaugurato l'accogliente centro Mir in dobro o quelli dedicati alla memoria di San Martino, lungo i sentieri dell'affascinante Vipavska dolina. Ci sono state alcune grandi mostre che hanno suscitato interesse in tutto il centro Europa. Frequentatissime sono state quelle dedicate a Andy Warhol e soprattutto a Zoran Mušič in Palazzo Attems, nel castello di Dobrovo e in quello di Kromberk. Assai significativa la realizzazione del primo Museo tattile della Slovenia proposto dal Goriški Muzej, come pure la memoria realizzata attraverso la pittura di Giuseppe Ungaretti o quella dedicata a Franco Basaglia e alla sua "rivoluzione" goriziana, allestite nel museo di Santa Chiara. Splendida, anche per lo scenario, la mostra di fotografia e pittura organizzata a Vipavski križ. Ricca di contenuti - ma avrebbe potuto essere uno dei punti nevralgici se fosse stata accettata dal Comune di Gorizia l'idea di collegare la storia aquileiese con la capitale della cultura, "dal preromano al postmoderno" - la mostra sul Tesoro dell'Arcidiocesi, con la notevole svista della mancanza delle didascalie in lingua slovena. Più discusse e controverse, anche per i risvolti economici e finanziari, le due "opere d'arte" (o supposte tali, a seconda dei punti di vista) costituite dall'obelisco mulicolore di Piazza della Casa Rossa e la Dag nel tunnel di via Bombi. Innumerevoli sono state anche le conferenze, tra le quali non si può non citare almeno quella con il filosofo Slavoj Žižek, di livello internazionale. Tanti sono stati i libri pubblicati sulla capitale europea della cultura, importante il ruolo di case editrici come ZTT di Trieste e soprattutto Qudu Libri di Gorizia, il cui spazio di incontro in Piazza Travnik sta diventando sempre più centro di relazioni e di divulgazione della cultura plurale del territorio. 

Tutto bene allora? Per ciò che riguarda l'aspetto "celebrativo" dell'Epk, il lavoro è stato enorme e non si può che ringraziare chi ha investito tanto tempo ed energie nel costruire un evento nel complesso veramente notevole. Tuttavia occorre predere atto di come il cammino sia appena iniziato. A parte il primo giorno di festa, per il resto il coinvolgimento di tutti gli abitanti, indispensabile per la riuscita complessiva dell'impresa, è stato piuttosto timido. Si è fatto molto poco - se non nulla, a livello ufficale - per l'agognato da decenni inserimento dell'italiano nelle scuole slovene e dello sloveno in quelle italiane e per favorire la formazione degli adulti all'interculturalità e alla pluriculturalità. I progetti di rendere la zona Laboratorio internazionale di pace e giustizia al servizio del mondo intero sono rimasti al livello dell'enunciazione e della carta stampata. Non si è valorizzata la ciclopedonalità per quanto riguarda soprattutto la relazione tra la stazione e il centro di Gorizia con la stazione e il centro di Nova Gorica (la cosiddetta Ciclovia della Cultura). Mancano - a parte Isonzo Soča - strumenti di comunicazione mediatica tra la parte nuova e quella vecchia del territorio, cosicché le notizie quotidiane non sono ancora in grado di attraversare il confine. Non c'è stata una necessaria revisione toponomastica e anche dal punto di vista della lettura storica si è lasciato poco spazio agli studiosi, nella fallace convinzione che dei problemi più delicati sia meglio tacere per evitare conflitti. La mancata revoca della cittadinanza a Mussolini e la pervicace accoglienza ufficiale degli eredi della XMas dimostrano quanto invece sia importante che le sofferenze e le differenze non siano sottaciute, ma attraversate con il competente sostegno dei professionisti della ricerca storiografica. Non sono stati per ora creati tavoli permanenti di incontro tra rappresentanti in Slovenia e in Italia delle categorie, culturali, sociali, industriali, artigianali e agricole, scolastiche e accademiche, per immaginare e costruire un futuro insieme. 

Insomma, il seme è stato gettato e ora dorme sotto la terra invernale. Germoglierà nel nascondimento, spunterà alla luce e diventerà tronco, ramo, foglia e frutto? E' una grande speranza, quella che caratterizza ogni inizio. Ciò che si è GIA' visto all'inizio, l'8 febbraio dello scorso anno, è un NON ANCORA che deve accadere.

martedì 27 gennaio 2026

Giornata della Memoria 2026

 

In fondo, da diecimila anni in qua, si sono trasformati gli strumenti, ma non è cambiato il cuore. Un tempo si usavano l'arco e la mazza, adesso le pistole, le bombe al fosforo e le camere a gas.

Forse le crisi del momento, che esplicitano ciò che tutti si sapeva, possono indurre l'umanità a compiere un salto di qualità. Dall'età delle caverne e della legge della giungla, incarnata dal nazifascismo ieri, dai potenti del mondo cosidetto "democratico" oggi, occorre passare a quella della libertà, uguaglianza e fraternità. La legge della civiltà e dell'amore, dove siano bandite le armi, dove non esistano più il nazionalismo e il razzismo e nella società internazionale diventi legge la comunione nella valorizzazione di ogni frammento di meravigliosa diversità.

Il lupo pascolerà con l'agnello, il bimbo metterà le mani nella buca e giocherà felice con i serpenti velenosi, si trasformeranno le lance in falci e gli strumenti di guerra in aratri.

domenica 25 gennaio 2026

Il Male del Mondo

 

Arrivano i giorni del "never again!", "mai più!", "nikoli več!"

E mai come quest'anno questo slogan - purtroppo da sempre vuoto di contenuto quanto gli auguri che ci si scambia all'inizio di ogni anno - manifesta l'ipocrisia intrinseca che lo caratterizza.

Il "mai più" stende un velo pietoso sui cadaveri dilaniati dei giovani ucraini e russi mandati al macello da presidenti incoscienti, con il sostegno della "civile" Europa, culla della civiltà. Oscura lo scandalo per il genocidio di Gaza, per i bombardamenti sui palestinesi del Libano e della Cisgiordania, per la tragedia della repressione nel sangue delle proteste in Iran, per le malefatte degli USA tornati al più tradizionale look di violenti padroni del mondo. Fa dimenticare gli assassinii perpetrati dai legionari di Trump per le strade di Minneapolis, massacratori in uniforme che sparano al primi malcapitato con la scusa di individuare e arrestare - proprio come faceva la Gestapo - i poveri immigrati irregolari. 

Qual è il limite del "never again"? Perché lo si ascolta con sempre maggior fastidio? Non perché quando lo si afferma, si sa già che non sarà preso in considerazione da nessuno. O almeno, non solo per questo.

La questione è più profonda e riguarda l'atteggiamento dell'essere umano davanti al mistero del Male. Quando diciamo "mai più", ci riferiamo - la maggior parte delle volte inconsciamente - agli "altri". C'è sempre qualcuno - altro da me - che dovrebbe cambiare, affinché cessino le sofferenze del Pianeta. Il male assoluto è in Netanyahu, in Zelens'ky, nella von der Leyen, naturalmente in Trump e - perché no? - anche nella Meloni (o in Hamas, in Putin, in Maduro, negli Ayatollah, se si vuole ribaltare la medesima frittata). In altri tempi il male era rappresentato da Mussolini e da Hitler o da Stalin e da Pol Pot, riconosciuti osceni, schifosi e folli individui dagli stessi che li avevano idolatrati fino alla vigilia della loro ignominiosa caduta. 

Il riconoscimento del male solo nell'"altro" è uno dei tanti modi per lasciare le cose esattamente come stanno. E' il rischio che spesso corrono coloro che suppongono di essere nel giusto perché "non fanno del male a nessuno", "stanno dalla parte giusta" o enunciano continuamente il rosario di orrori che - appunto a causa di "altri" - vengono sgranati ogni giorno nel mondo.

E se il Male non riguardasse soltanto "l'altro", ma anche l'"io"? Se lo squallore non abitasse solo le case degli altri, ma anche la propria? Se la violenza cieca e informe fosse dentro di me, rinchiusa nelle segrete del mio dostoevskjano sottosuolo? Se fosse confinata nel profondo e non emergesse soltanto perché non si sono create l'occasione e le condizioni?

La consapevolezza che il Male è anche in me - come nei film americani che raccontano i mostri brutali nascosti sotto le sembianze di amorevoli mariti e deliziosi padri di famiglia - non diminuisce lo scandalo per la violenza dell'altro, ma permette di conoscerla nella sua essenza e, proprio per questo, di essere preparati a combatterla. E consente, conoscendola, di rivelarne le autentiche dinamiche che per lo più sfuggono allo sguardo superficiale. Inoltre, l'ammissione della presenza del Male in me - quasi un'entità metafisica che permea di sé tutte le cose - consente di modificare istantaneamente l'unico "altro" sul quale si possa direttamente influire: sé stesso, nel proprio limitato o globale ambiente esistenziale. 

Si torna così alla teoria della nonviolenza attiva che basa l'impegno per la costruzione del bene nel Mondo sulla trasformazione delle proprie relazioni quotidiane e sul riconoscimento dell'universale responsabilità: tutti e ciascuno si è responsabili di ciò che accade nello spazio e nel tempo. Esse determinano una condivisione che si dilata progressivamente e diventa concreta lotta contro il male anche attraverso la disponibilità all'esercizio del supremo atto nonviolento, l'accettazione del Dolore e la perdita anche della stessa vita per affermare la definitiva trasformazione di sé e del Mondo nell'orizzonte dell'Amore.

10 anni di attesa, o più precisamente, di ritardo (cit. sindaco di Fiumicello)

 


sabato 24 gennaio 2026

La fiamma olimpica, un mega spot di Coca Cola ed Eni

Oggi la fiamma olimpica è transitata per Gorizia, accompagnata da una folla che - complice il tempo decisamente inclemente - ha dimostrato un assai risicato entusiasmo, riservando un timido applauso soltanto al tedoforo, un sorridente atleta paralimpico impregnato di pioggia invernale, unico sprazzo di umanità all'interno di un evento a dir poco imbarazzante.

Del resto, effettivamente, c'è poco da entusiasmarsi.

Una volta la parola Olimpiadi era sinonimo di competizione priva di interessi economici, oltre che di confronto fra dilettanti coinvolti nel momento più importante della loro carriera sportiva. Dominava il tutto lo spirito decoubertiano, secondo il quale "l'importante è partecipare".

Non occorre essere maliziosi per essere consapevoli di come in realtà non sia mai stato così e di come le Olimpiadi moderne siano state dall'inizio una straordinaria vetrina per propagandare interessi e prodotti. Ciò avviene in ogni sport e il dilettantismo è confinato in una mitologica età che forse non è mai esistita. Basti pensare al Giro d'Italia, al Tour de France, alle gare di Formula uno o alle discese con gli sci, per contemplare ovunque la selva di sponsor che offrono i mezzi per realizzare gli eventi e che in cambio ricevono immensi vantaggi pubblicitari.

Ciò che colpisce in questo mai così evidenziato viaggio del fuoco olimpico è la riduzione dell'impresa a soli due marchi, ENI e soprattutto Coca Cola.

Prima dell'arrivo dell'atleta con la torcia, si assiste a un mega spot pubblicitario della più nota bevanda del mondo occidentale. Transitano furgoni con i colori inconfondibili, un tizio sul camioncino agita con forza la bandiera che ha ispirato gli inventori del look di Babbo Natale, altri distribuiscono a destra e a manca lattine da 20 ccl e lanciano borsette biancorosse a un pubblico, anche in questo caso (per fortuna) assai diffidente.

D'accordo che questa è la globalizzazione e che questo è il capitalismo. D'accordo che dai tempi degli imperatori romani il Potere si autogenera attraverso la distribuzione di "panem et circenses". Ma qui si è superato ogni limite: la Coca Cola, marchio espressione per eccellenza della civitas statunitense, è la grande protagonista delle Olimpiadi invernali che si svolgono a Cortina e Milano in questo anno domini 2026. 

In quanto simbolo, la Coca Cola si assume tutta la responsabilità della gestione olimpica. Lo ha già fatto in altre occasioni, come quando si è addirittura accapparata le Olimpiadi del 1996, costringendo il comitato a scegliere la sua "culla", Atlanta e surclassando così le città di Olimpia e Atene, che avrebbero voluto celebrare il secolo dalla rinascita dei Giochi, inventati un paio di millenni prima in Grecia.  

E' ovvio che uno degli Stati ospiti d'onore della kermesse sia Israele. Il genocidio di Gaza perpetrato dal governo Netanyahu, le persecuzioni dei palestinesi in Cisgiordania, i bombardamenti su Stati sovrani, sono stati compiuti tutti con l'avvallo di Trump e dell'attuale (ma non solo!) amministrazione USA. Nel segno e nel nome della Coca Cola, tutto diventa possibile. E' un motivo in più per constatare quanto siano cambiate le Olimpiadi: la presenza degli atleti di Israele, in un momento nel quale sono stati uccisi tanti sportivi gazawi e palestinesi, è il simbolo di un mondo dominato dagli interessi di pochissimi, ai quali nulla importa della giustizia sociale e del sempre più calpestato diritto internazionale. 

Infine, una nota di simpatia nei confronti del Forum per Gorizia e di molte altre "sigle" del Friuli Venezia Giulia e della Primorska slovena. Con un'azione nonviolenta presso il valico del Rafut/Pristava, si è voluto richiamare l'assurdità di una fiamma olimpica che attraversa liberamente e con tutti gli onori il vecchio confine, mentre prosegue l'assurda e venefica sospensione di Schengen. Si chiede la rimozione immediata dei controlli sul confine, iniziati con la scusa del timore degli attentati dopo il 7 ottobre 2023, ora ribaditi con quella della celebrazione delle Olimpiadi. Tutti pretesti, naturalmente, sembra evidente che il vero obiettivo siano i poveri migranti, nel loro faticoso arrivo al termine del difficile viaggio lungo la rotta balcanica. Sperano di aver raggiunto la terra delle libertà, invece, dopo aver trascorso notti ghiacciate nei rifugi di fortuna, finiscono nei centri per l'identificazione e l'espulsione.

Mala tempora currunt, sed peiora parantur!