Insieme a molte altre piacevoli occasioni, la primavera porta con sé le feste legate alla Prima Comunione e alla Cresima. Non è una questione superficiale, in tempi nei quali sembrano dominare ben altri problemi e preoccupazioni. In realtà è importante richiamarsi all'importanza della responsabilità personale e formativa, anche in rapporto a scelte intime e profonde come quelle connesse all'appartenenza religiosa. Ecco qualche qualche del tutto discutibile spunto per un'opportuna riflessione ed eventuale discussione:
E' interessante partecipare, soprattutto se non si ha la sfortuna di far parte del novero degli invitati. Nel caso del "primo incontro con Gesù", si assiste all'arrivo delle bimbe e dei bimbi, immersi in candide vestine, accompagnati da genitori indaffarati. Attorno al loro semplice e tutto sommato omologato abbigliamento, scorre una vera e propria sfilata di moda: abiti multicolori, cravatte a farfalla o sgargianti su immacolate camicie inamidate, gonne svolazzanti, tacchi vertiginosi che si divertono a incastrarsi nei forellini degli antichi pavimenti, profumi inebrianti e così via. La Messa, forse l'ultima alla quale i piccoli (come pure i grandi) parteciperanno prima della cresima che riceveranno due o tre anni dopo, scorre secondo gli schemi ordinari. Un barlume di emozione coinvolge i ragazzini e una lacrimuccia scorre sugli adulti che ricordano per un istante quanto è bella giovinezza, pur si fugge tuttavia e così avanti. Poi tutti fuori, per la felicità interessata dei ristoratori che ne approfittano per un provvidenziale "tutto esaurito" e per quella effimera dei "comunionati" su molti dei quali piove ogni sorta di cadeaux, dalla bomboniera con il gatto di porcellana al classico orologio, dal libro illustrato addirittura - è la moda! - la busta con i soldini, "così saprà lui cosa comprarsi"...
Per quanto riguarda la Cresima, le cose vanno da una parte meglio, dall'altra peggio. Meglio perché molti ragazzini hanno raggiunto l'età nella quale possono ribellarsi all'imposizione genitoriale e non ne vogliono sapere non tanto di ricevere un sacramento del quale non hanno la minima cognizione di causa, quanto di dover partecipare per uno o due anni al catechismo. Peggio perché i "sopravvissuti" hanno piena consapevolezza dell'inutilità del gesto, si sentono frustrati perché non hanno il coraggio di rifiutarsi, consolandosi con la speranza che il sacramento sia per loro come un timbro che certifichi la fine di ogni forma esplicita o implicita di obbligo di "pratica" religiosa.
Provate a chiedere a uno scolaro delle elementari (oggi scuole primarie) che cosa sia realmente l'Eucarestia o a un giovanotto delle medie (oggi secondarie di primo grado) o delle prime classi delle superiori che cosa comporti per un cristiano battezzato ricevere la Confermazione. Il 99% non saprà rispondere, se non vaghe formule astratte e moralistiche, tanto più se sedimentate dopo anni e anni di catechesi parrocchiale o di insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Va meglio per coloro che provengono da famiglie molto lontane dal cattolicesimo, in alcuni di questi rari casi si riscontra un po' di interesse per storie, teorie e proposte di vita connesse a ciò di cui non hanno mai sentito parlare. Va molto meglio a chi fa parte di realtà associative, come gli scout o i ragazzi dell'azione cattolica, dove lo spirito di gruppo sostituisce efficacemente la comprensione delle parole e delle contestuali esigenze etiche.
La comunione a 8-9 anni e la cresima a 13-15 sono come la vaccinazione. Il vaccino genera infatti una versione mignon di una malattia, in modo da evitare guai peggiori. Così la prima comunione in tenera età e la cresima indotta "a vagone" durante la prima adolescenza inoculano quel poco di senso religioso da impedire, in una fase successiva della vita, l'incontro con la trascendenza, la lettura del Vangelo o di altri testi spirituali, l'accettazione libera e consapevole di una fede adulta e matura.
Perché allora si continua così, come se niente fosse? L'imposizione coatta dei sacramenti dell'iniziazione cristiana (Battesimo cresima eucarestia) corrisponde all'epoca del cristianesimo imperiale, quando cioè vigeva l'identificazione fra l'appartenenza civile e quella cristiana (in un secondo momento cattolica). I riti sostituivano quelli dei periodi precedenti e consentivano alla struttura sociale di contrassegnare i vari passaggi esistenziali, in primis nascita, adolescenza, matrimonio, malattia e morte (precisando che il funerale non è un sacramento, proprio perché suppone l'ovvia assenza di consapevolezza dell'ormai defunto protagonista). Tutto ciò aveva un senso all'interno di un realtà "avviata" alla fine del IV secolo e totalmente, anche se a livello di coscienze individuali lentamente, rivoluzionata tra il XVI secolo e il Concilio Vaticano II (1962-1965).
Non sarebbe forse una forma di rispetto per le persone, ma anche per gli stessi sacramenti e per l'insieme della teologia cristiana, tornare alle origini? Non ci vorrebbe poi molto, basterebbe svincolare la celebrazione del sacramenti dal compimento automatico delle età. Le parrocchie e le comunità potrebbero prevedere corsi annuali di formazione e preparazione per adulti, corrispondenti al momento in cui ciascuno desiderasse scegliere di avvicinarsi in piena conspevolezza coscienza e libertà alla forma interiore ed esteriore dell'appartenenza alla Chiesa.
E i passaggi esistenziali? E le tradizionali festine di prima comunione o di cresima? E i regalini? Svincolando i sacramenti dalla pesante eredità dell'ormai tramontata civitas christiana, i "passaggi esistenziali" potrebbero essere tranquillamente fatti propri dall'ambito civile, magari con percorsi ricreativi, didattici e formativi condivisi, da realizzare anche negli oratori e nelle strutture di cui la Chiesa potrebbe finalmente sbarazzarsi - offrendole in gestione o regalandole a comuni, cooperative o consorzi educativi "laici" - potendosi così dedicare alla sua fondamentale missione: annunciare, con profondo rispetto nei confronti di ogni essere umano, indipendentemente dalla sua visione della fede e della vita, la vittoria sulla morte, attraverso un servizio indefesso, gratuito e disinteressato alla libertà, alla giustizia, alla fraternità universle, alla nonviolenza evangelica e alla realizzazione della pace nel mondo.







