Molti sono gli interventi relativi al terremoto del 6 maggio 1976. In questo contesto, non ritengo necessario produrre ulteriori analisi, ma mi va di condividere qualche ricordo personale:
Avevo 16 anni. Stavo cenando in famiglia, nel centro di Gorizia. C’era un ospite, un amico venuto dall’Uganda. Tutto ha cominciato a tremare, gli armadietti della cucina sembravano danzare vorticosamente. Pochi secondi e si era in strada, sulla via dove tutti gli abitanti della zona si erano riversati. Chi chiedeva notizie, chi riportava confuse dicerie, chi la prendeva con filosofia, come il commensale africano che aveva continuato tranquillamente a lavorarsi l'insalata, sostenendo fatalisticamente che "tanto, se è destino che si muoia, non ci si può fare niente". Il sorriso che, pur nella tensione, era riuscito a strapparci, era giustificato dal fatto che allora non esistessero i telefonini e che le comunicazioni non fossero così rapide come lo sono oggi oggi. Ci volle qualche ora per capire come non ci fosse niente da ridere e come a poca distanza si fosse compiuta una tragedia. Prima le frammentarie voci dei radioamatori, poi qualche timido servizio giornalistico, solo all’inizio del nuovo giorno si cominciava a comprendere l'entità del disastro.La mattina del 7 maggio, il Liceo era chiuso. C’era tanta agitazione, inoltre era caduto un comignolo e per sicurezza la presidenza aveva disposto che
fosse meglio lasciar perdere le lezioni. Con tre compagni di scuola, uno dei
quali era già maggiorenne e con la patente, decidemmo di partire subito verso
la zona colpita dal sisma.
A quei tempi non c’era un sistema istituzionalizzato di
Protezione Civile. Volevamo in qualsiasi modo renderci utili e per prima cosa ci recammo presso la Prefettura di Udine, dove regnava una
comprensibile confusione. All’ufficio allestito per l'emergenza in fretta e furia,
ci proposero di andare a Gemona e di chiedere là come avremmo potuto servire a qualcosa in quella situazione.
Il primo segno tangibile del terremoto fu il ristorante
Morena, nella zona di Artegna, che venne incontro al nostro sguardo con il tetto crollato sulle sue fondamenta. In mezzo a una girandola
di ambulanze, camion e macchine private, in qualche modo riuscimmo ad arrivare nella periferia
bassa di Gemona, dove un funzionario, sotto una tenda improvvisata, ci inviò a trasportare in una piazza prefissata, i morti man mano che venivano
sottratti alle macerie. C’era un caldo asfissiante, strano per l’inizio del
mese di maggio! Si respirava polvere ovunque e non passava un’ora senza qualche
scossa di assestamento, sempre in grado di far tremare gli edifici già
lesionati come fossero di cartapesta. Si sentiva un grido - "via tutti" - ci si allontanava dalle mura tremolanti e si ritornava dopo qualche istante al lavoro.
Trascorremmo così, fino a sera, quel giorno indimenticabile.
Quando ci penso, provo ancora le stesse sensazioni: l’odore acre della morte, il
silenzio rotto solo dagli ordini secchi dei coordinatori e dal sinistro
borbottio del terremoto, la rigidità e il peso delle persone estratte dalle
case distrutte, il mistero della vita e la forza della natura che mescolano le
loro carte e nel volgere di un istante trasformano un vivace centro abitato in
un cumulo di rovine.
A quei tempi succedeva così, un adolescente poteva trovarsi
nel cuore di una catastrofe e portare il proprio piccolo contributo, senza che nessuno lo invitasse ad andarsene, per non intralciare l'impegno dei professionisti. Già in
quella prima sera in effetti tutto era cambiato, si era creata una nuova organizzazione, i
soccorsi e la ricostruzione erano passati in mani competenti ed esperte.
Tuttavia per noi ragazzi non era finita così. Quell’estate trascorse tra i monti del terremoto, a Moggio Udinese, a Chiusaforte, ai Piani di Val Raccolana, sotto la guida di un grande maestro, don Silvano Cocolin. Gruppi di giovani provenienti da tutta Italia si alternavano sotto le tende e vivevano le loro (nonostante tutto meravigliose) vacanze, occupando nel doposcuola i bambini mentre gli adulti sistemavano per quanto possibile le loro case. Si familiarizzava facilmente con la gente, si andavano a prendere gli scolari nei paesi ancora abitati, accolti da tazze fumanti di grappa con un po' di caffé, si partecipava a semplici mense dove venivano serviti il frico e la polenta, ci si sentiva parte di una grande impresa, nella quale ciascuno era una piccola tessera nel mosaico della ricostruzione.
Non se ne aveva in quel momento piena cognizione, ma si era testimoni di una svolta epocale, si assisteva all'accendersi delle ultime scintille di una tradizione popolare e culturale che in pochi anni sarebbe stata del tutto dimenticata, quando non ristretta nell'ambito di un mero folklore.
Ma i rapporti umani di quei giorni - come pure dei sabati e domeniche autunnali trascorsi a Grado Pineta nell'aiutare i bimbi sfollati a trascurare per qualche ora le tristi vicende dei paesi messi in ginocchio dalle scosse di settembre - non sarebbero mai stati dimenticati e si sarebbero trasformati nella consapevolezza che la vita avrebbe avuto un senso, soltanto se spesa nel cercare in qualsiasi modo di alleviare la misura del dolore che attanaglia e spesso soffoca il mondo.











