sabato 6 marzo 2021

Numeri, numeri, ancora sui numeri...

Ci sono due schieramenti contrapposti. Da una parte chi ritiene che la pandemia sia una gigantesca tragedia arrestabile soltanto con il vaccino, sostenendo la propria tesi attraverso l'elenco di numeri impressionanti. Da un'altra parte, all'opposto, si relativizza l'impatto del virus proponendo altre cifre o un'interpretazione diversa delle stesse. I primi ritengono che l'unica soluzione possibile sia il vaccino obbligatorio per tutti, i secondi invocano la libertà di scelta nel rispetto delle comunque da quasi tutti riconosciute necessarie prescrizioni ordinarie individuali. I primi richiedono una chiusura generalizzata di quasi tutte le attività umane, nell'auspicio che tale sacrificio affretti la soluzione del problema. I secondi, al contrario, pensano che sia sbagliato serrare tutte le porte, soprattutto ma non solo quelle degli spazi scolastici, immaginando le conseguenze psico-fisiche di una troppo prolungata privazione delle relazioni sociali.

Tra questi e quelli c'è il mistero dei numeri, facile da rilevare a livello microscopico, più difficile a livello nazionale o planetario.

Sempre riferendosi a un paese qualunque del Friuli, ieri il dato ufficiale fornito puntualmente ogni giorno dal Dipartimento di Prevenzione competente proponeva n.4 persone risultate positive al controllo e n.3 in isolamento precauzionale, per lo più parenti. La Protezione Civile, peraltro esplicitamente in ritardo sulla fornitura dei dati di 20 giorni, dava 19 casi conclamati. Nel dubbio, l'ascolto dei medici di medicina generale ha fornito un dato ben più allarmante, indicando in "alcune decine" le persone contagiate, tra sintomatiche e asintomatiche. Come spiegare queste discrepanze? Con la difficoltà di accelerare gli accertamenti attraverso tampone. E' infatti difficile che l'asintomatico, chiamato a verificare la sua situazione dieci giorni dopo aver incontrato una persona contagiata, senza peraltro ricevere alcuna ingiunzione di quarantena, rimanga tranquillamente chiuso in casa per tutto il tempo. In ogni caso, deve almeno espletare le necessità quotidiane, dalla spesa alla posta a tutte le altre incombenze di ogni giorno.

Si può ben capire che una situazione del genere sicuramente non aiuta la lotta contro il virus che si diffonde in questo modo a macchia d'olio.

Ciò vale anche per le decisioni politiche regionali e nazionali, in certi casi anche comunali. Sulla base di quali criteri si stabiliscono i colori delle zone? Dilatando il caso in questione, se avesse ragione il Dipartimento si dovrebbe determinare una zona "gialla", se invece la protezione Civile una zona come minimo arancione. Se invece si ascoltassero le esperienze dei medici di base non ci sarebbe alcun dubbio, occorre decretare la zona rossa. Ci si può immaginare l'umore della gente, nel momento in cui le regole di una zona corrispondono a un livello molto leggero di rischio, mentre gli operatori sanitari dimostrano che in realtà la minaccia è molto grave. Il Sindaco dovrebbe prendere decisioni molto impopolari, almeno sul momento, ma i suoi poteri sono in ogni caso alquanto limitati e più che un controllo sugli spazi di proprietà comunale può esercitare qualche efficace divieto.

Ecco, in questo guazzabuglio è indispensabile che ci sia chiarezza. Altrimenti - esclusi gli "esperti", anch'essi tuttavia molto divisi - le posizioni dei "vax", dei "no vax" e dei "forse vax" non supereranno mai il livello della pura chiacchiera. 

venerdì 5 marzo 2021

Francesco e i cristiani dell'Iraq

Oggi Francesco incontra le comunità cristiane dell'Iraq, onorando in particolare quante e quanti hanno perso la vita, rimanendo fedeli fino all'ultimo agli insegnamenti evangelici della carità, del perdono incondizionato, della nonviolenza attiva. La visita va al di là dell'onore alle vittime e coinvolge altri aspetti forse meno noti, ma molto significativi, della recente storia del martoriato paese.

Nel mese di marzo 2003 è iniziata la seconda guerra del Golfo. Gli Stati Uniti, con il pretesto poi rivelatosi del tutto falso della presenza di armi di distruzioni di massa sul territorio iracheno, hanno scatenato una guerra che non è finita con la cacciata del dittatore, ma è durata praticamente fino a oggi con uno stillicidio di tragedie. Il popolo iracheno ha dovuto subire attentati, bombardamenti, distruzioni, isolamento, rapimenti, conseguenze a lunghissima scadenza del fallimento delle diplomazie del tempo o della piena riuscita degli squallidi obiettivi di controllo delle rotte del petrolio nel Medio Oriente.

Saddam Hussein è stato sostenuto dagli USA fino agli anni '80, riuscendo in un'azione di laicizzazione e modernizzazione del Paese i cui segni, ormai consunti dal tempo, si possono ancora riconoscere nelle strutture urbanistiche, nell'organizzazione sanitaria e nelle infrastrutture viarie. Impoverito dall'interminabile guerra contro l'Iran e successivamente messo in ginocchio dall'embargo internazionale seguito all'invasione del Kuwait, il Paese ha subito l'inasprirsi del regime dittatoriale di Saddam Hussein, il quale ha combattuto senza esclusione di colpi i rappresentanti filo-iraniani dell'Islam scita e le minoranze curde nel Nord, mentre ha sostenuto con convinzione i "suoi" sunniti e anche i cristiani.

Tra questi ultimi, rappresentati in almeno quattro diverse confessioni nell'ambito del cattolicesimo, dell'ortodossia e del protestantesimo, ci sono anche i Caldei, diffusi soprattutto nella zona centro settentrionale dell'Iraq. Come già segnalato, sono orgogliosi di aver preservato, almeno nella liturgia, la lingua aramaica parlata da Gesù. Per ragioni di strategia geo-politica, Saddam Hussein non aveva solo tollerato, ma anche favorito tale minoranza (circa il 2,5% dell'intera popolazione), consentendole di vivere senza problemi in un contesto certamente difficile. Molti diritti erano a essi riconosciuti, perfino il libero insegnamento della religione cattolica nelle scuole e una specie di concordato che consentiva libero culto ed efficace sostegno. 

Gli anni seguiti all'inizio della guerra del 2003 sono stati tragici e la "caduta" di Saddam Hussein e del suo fido ministro cattolico caldeo Tarik Aziz, ha segnato di fatto un ribaltamento di fronte. Mentre gli USA rafforzavano il loro potere economico e l'influenza politica sull'area, i nuovi governanti procedevano al più classico dei "repulisti", procedendo in forma ufficiale con le condanne a morte - non tutte poi eseguite - dei gerarchi di Hussein e in forma non ufficiale chiudendo gli occhi di fronte allo scatenarsi della violenza estrema propugnata dall'ISIS, cioè dal cosiddetto Stato Islamico.

Francesco oggi rende omaggio ai cristiani dell'Iraq che hanno perso la vita nei conflitti, nel ricordo di quanti - a cominciare da papa Wojtila e dall'allora Arcivescovo di Baghdad Warduni - si erano adoperati per evitare l'esplosione della furia bellica. Ma dovrà anche prendere atto di come purtroppo qualsiasi "sostegno" implicito o esplicito all'"uomo della provvidenza" di turno, non sia pagato dai vertici ecclesiastici, ma dai poveri fedeli, innocenti vittime sacrificali su altari da essi stessi sconosciuti. Il dramma tra l'accettazione del compromesso che consente di sopravvivere e la fedeltà fino alla morte alla propria coscienza ha trovato e trova nella storia dei cristiani dell'Iraq un ennesimo misterioso capitolo.

giovedì 4 marzo 2021

Francesco in Iraq, il coraggio di affrontare la Storia

Non mi ritengo proprio un "fan" dell'attuale vescovo di Roma, ma questa volta Francesco è stato davvero coraggioso e ha proposto un segno al di là ogni aspettativa. Il viaggio in Iraq, che si svolgerà in questi giorni, è veramente un evento di enorme importanza, sotto molti punti di vista.

E' certamente la visita a un Paese martoriato, devastato da guerre ininterrotte che hanno provocato milioni di vittime e hanno provocato violenza, divisione e stragi senza fine. La visita di un personaggio noto in tutto il mondo, le sue parole di pace che travalicano sempre il confine della cattolicità, si auspica portino un contributo importante alle relazioni tra le persone portatrici di culture, lingue, religioni, visioni del mondo alquanto differenti fra loro. 

E' il ritorno alle origini delle religioni del Mediterraneo, con la visita a Ur dei Caldei, il luogo da cui partì Abramo, forse introno a 4000 anni fa, per raggiungere la Terra di Canaan e divenire il capostipite dell'Islam, tramite il figlio Ismaele e dell'Ebraismo, tramite Isacco. Il significato interreligioso della visita in Iraq è immediatamente evidente, si tratta di riproporre ancora una volta il fatto religioso come un protagonista nell'edificazione della giustizia e della concordia fra i popoli e non nella distruzione della vita e del futuro. Ciò avviene non ad Assisi, serena e tranquilla città della pace francescana, ma a Baghdad e dintorni, dopo trenta anni di guerra, attentati, bombardamenti, violenze incredibili d'ogni sorta, dal massacro perpetuato da Saddam Hussein contro i curdi a Erbil al pazzesco conflitto decennale tra Iran e Iraq, dall'embargo internazionale che ha piegato i più poveri alle persecuzioni anticristiane dell'ISIS nella regione di Ninive, dai siluri americani sui rifugi dei profughi iracheni alle mine esplose nei pressi delle moschee, alternativamente scite e sunnite. La speranza è che la voce del papa sia ascoltata, che si portino avanti nuove relazioni, che si approfondisca una via di memoria in grado di oltrepassare le ingiustizie, senza calpestare la Verità.  

Ed è il passaggio lungo i sentieri della più antica storia "occidentale", la mezzaluna fertile dell'inizio della civiltà mesopotamica, dei miti legati alla torre di Babele ma anche alla simbolica della formazione dalla terra di Adamo ed Eva, alle vicende del simpatico profeta Giona, costretto suo malgrado ad annunciare la salvezza alla città (non in territorio di Israele!) di Ninive. Lì vivono i Caldei, un popolo numericamente esiguo - circa 600mila persone - che hanno attraversato i millenni fieri della loro appartenenza a un popolo e consapevoli di essere gli unici al mondo a parlare l'aramaico, la lingua parlata da Gesù, la cui versione antica, proprio quella originaria, continua a essere viva nella solennità della liturgia.

Nell'agenda di Francesco non potrà non esserci una parola riguardo ai diritti del popolo curdo, calpestati da tutti gli Stati nei quali è diffuso. Non potrà mancare un appello alla libertà nel Rojava e una sottolineatura della grande esperienza democratica, per lo più al femminile, soffocata nel sangue con la complicità dell'intera comunità internazionale.

Ci dovrà essere infine un richiamo allo svolgersi dei fatti. Ci sono precise responsabilità in ciò che è accaduto in Iraq e nella destabilizzazione dell'intero Medio Oriente seguita alla terribile "guerra preventiva" voluta da Bush. Gli attentati delle Torri Gemelle, l'11 settembre 2001, avrebbero potuto portare una riflessione generale sull'ingiustizia sistemica planetaria. Si è voluto scegliere una strada diversa, quella del "conflitto infinito" che all'inizio del nuovo millennio sembrava essere un'infelice battuta e che si è invece rivelato essere una tragica e permanente realtà.

Il Nord del mondo, i paesi più ricchi e potenti, con la scusa di "esportare" la democrazia non hanno fatto altro che garantirsi gli interessi economici e petroliferi, nonché seminare ovunque morte e devastazione, con una progressione impressionante che ha reso tutto il mondo molto poco sicuro. Ecco, forse questo Francesco in qualche modo dovrà proprio dirlo e se lo dirà il suo viaggio in Iraq potrebbe davvero segnare una pietra miliare nella storia. Il riconoscimento dei disastri provocati dal capitalismo, denunciati in uno dei più significativi luoghi simbolo e in un momento straordinariamente importante come quello segnato dalla pandemia, potrebbe essere davvero il germe spazio-temporale da cui potrebbe fiorire e fruttificare una nuova civiltà. Un po' come accaduto il giorno in cui Abramo decise di lasciare la propria terra (Ur dei Caldei appunto) per dirigersi verso un'altra landa ignota, con il coraggio e il desiderio intenso e profondo di fare della propria vita un'immensa avventura, nel contempo umana e divina. 

mercoledì 3 marzo 2021

Con-fini in comune. Uno scritto di Francesca Giglione

Francesca Giglione ha scoperto negli ultimi anni il fascino e la particolarità della città di Gorizia. E' un vero onore ricevere un suo scritto, particolarmente avvincente, intorno alle "nuove barriere", fisiche o giuridiche, imposte dalle regole finalizzate al contrasto della diffusione del coronavirus. L'impedimento non impedisce l'incontro, ma sollecita la riflessione. Un grazie grande a Francesca per questo intervento, nell'auspicio che sia il primo di una lunga serie...
ab


Mi avvicino piano al confine.

Lei poggia i piedi in Italia, lui in Slovenia. Saranno due amici? Due amanti? Sorella e fratello?

Che importanza ha: per la prima volta mi accordo più di quel che separa che di quel che unisce.

Una pattuglia dei carabinieri dal lato italiano sembra “controllare” che ognuno stia al suo

posto.

Qual è il tuo posto?

Sono certa che se l’avessi chiesto ai due che si sono dati appuntamento in Transalpina (per

incontrarsi senza trasgredire alle attuali regole) probabilmente mi avrebbero risposto che il

loro posto era rispettivamente “di là”, oltre la “linea di confine”.

Un confine che non avevo mai visto come separazione. Nulla contro quel che regola questo

particolare momento delle nostre vite, ma sono certa che per chiunque vedere qualcuno

separato, crea una sensazione inspiegabile. Anche per chi come me è nato “senza confini

divisori”, per chi non li ha mai vissuti se non sui libri di storia certe divisioni.

Italia e Slovenia, italiano e sloveno, Stara Gorizia e Nova Gorica: la vecchia e la nuova Gorizia.

Le Gorizia insomma. Due luoghi che forse solo con il duale della lingua slovena sarebbero

davvero definibili come un unico insieme.

Decidere di fermarsi in queste città di confine porta ad interrogarsi costantemente sulle

bellezze e sulle contraddizioni che questi territori vivono. Se da un lato è estremamente

affascinante condividere, dall’altro è surreale vivere, ancora oggi, difficoltà di integrazione,

marginalità e disuguaglianze dettate proprio da quella linea invisibile che si fa per qualcuno

ponte, per altri filo spinato.

Voglio continuare a camminare lungo questo confine consapevole di appartenere ad ambo i

lati e a nessuno dei due nello stesso momento.

Vorrei, in questo cammino, tendere mani a giovani e meno giovani per interrogarci insieme sul

perché non si respiri ancora, a pieni polmoni, aria di unione e comunione di idee, valori e vita.

Confini. Con fini in comune.

Quali i nostri fini in comune?

Francesca Giglione

martedì 2 marzo 2021

La Storia di Rosa, due esistenze intrecciate nello spazio del Mistero

E' uno di quei libri che lasci sul comodino, uno di quelli che "appena ho un attimo di tempo lo leggo".

Come tutto ciò che è importante, passa il tempo e quando meno te lo aspetti, te lo trovi in mano e cominci a sfogliarlo. Solo un istante di acclimatamento e poi, via... il libro scorre senza più poterlo fermare, zigzagando fra la mente e il cuore.

L'immagine cha la lettura mi ha ricordato è quella del catino dell'abside della Basilica  di Aquileia, l'elemento artistico della mandorla medievale. E' l'intersezione di due cerchi, lo spazio rivelativo, ciò che si può intravvedere, una specie di porta spalancata che introduce al mistero del divino e a quello dell'umano, nel loro distanziarsi e nel loro intrecciarsi. 

Nella Storia di Rosa, di Paola Cosolo Marangon, i due cerchi sono le vite di due donne, una madre e una figlia, raccontate ciascuna con un proprio tratto, originale e differente da quella dell'altra. Tra le due sfere esistenziali c'è uno spazio di intersezione. E' il mistero insondabile della morte. Il legame che si genera con il concepimento e il parto, diventa definitivo e inscindibile nell'istante della morte, vero elemento che collega il passato al futuro e in una condivisione di essere consente alla Vita di continuare a scorrere sulla Terra.

Il racconto "a due piani" è affascinante, scritto con tratto lieve, avvincente e sottilmente ironico. Si affacciano i problemi dei tempi, dal fascismo alla guerra da una parte, dalla ricostruzione postbellica al tempo di pace dall'altra. Ma sono come piccole cornici che incastonano perle di esistenza. La vita raccontata è sempre semplice, non ci sono luci e suoni, se non nelle descrizioni delle nozze che sconquassano il ritmo della quotidianità. Non c'è bisogno di una trama fantascientifica o straordinaria, perché, come scriveva Benedetto (il santo!), "è il quotidiano che diventa eroico e l'eroico quotidiano". 

Nella sottile ragnatela che caratterizza l'"io" e il "tu", a cominciare dal divenire costante del noi, nei rapporti fondanti tra genitore e figlio, di generazione in generazione, si svolge la maestà della Vita, la sublime avventura umana. Il concepimento, la nascita, la fanciullezza, l'amore, la maternità, la malattia, la morte si rinnovano incessantemente, in una ruota nella quale, per dirla con Terzani, ogni fine è un nuovo inizio. E così via.

Nella profondità delle parole di Paola Cosolo Marangon non mancano riferimenti culturali interessanti, dalla grandi letture delle protagoniste, con il prevalere solenne dei classici alle semplici canzoni italiane dei vari periodi, quasi delle discrete colonne sonore a scandire il proseguo delle narrazioni.

Al di là delle dissertazioni e delle analisi che ogni lettore ovviamente può trovare, scavando in questo piccolo tesoro letterario, resta un aspetto che a volte è difficile ammettere, chissà perché soprattutto procedendo da una sensibilità maschile. Il libro è commovente e in alcuni passaggi, non ci si accorge subito, ma una lacrima spunta, nel realizzarsi di una com-passione profonda che consente anche al lettore di affondare le proprie radici, come quelle dei fiori, nel profondo della terra, per incontrarsi o almeno immaginare di poter ritrovare, i volti dimenticati dei propri cari.

Un libro assolutamente da leggere,.

PAOLA COSOLO MARANGON, Storia di Rosa, Forum 2020 
 

sabato 27 febbraio 2021

Bose: il mistero della natura umana e la fatica nella gestione dei conflitti

La questione di fratel Enzo Bianchi e Bose è finita al centro dell'attenzione mediatica. 

Forse ciò non è accaduto soltanto perché il fondatore è una personalità nota in tutta Italia, anche e forse soprattutto fuori dal mondo cattolico. E neppure soltanto perché la Comunità è stata un punto di riferimento importante per tante persone che in essa hanno trovato un messaggio teologico e cristologico fortemente e saldamente radicato nelle Scritture, nonché uno fra i più importanti centri ecumenici e di dialogo interreligioso a livello europeo.

E allora? Allora cosa può aver sconvolto in modo così radicale quello che quasi tutti i visitatori descrivevano come una specie di piccolo paradiso in terra? Che cosa ha devastato il miracolo della fraternità al punto da costringere una persona anziana a fare valigie e a staccarsi dai luoghi che lo hanno visto protagonista di una stagione spirituale feconda e coinvolgente? Che cosa ha portato il fondatore a resistere alle imposizioni comunitarie e pontificie, dichiarando di preferire un silenzio per la verità molto rumoroso? E perché questa vicenda appare così interessante da raggiungere le prime pagine dei giornali più laici, generando tifoserie di sostenitori e denigratori?

Forse perché va al di là del problema in sé, che al fondo nessuno ha ancora capito bene. Non si parla delle grandi idee che hanno sorretto finora Bose, a giudicare da quanto si è scritto in questi giorni non sembra essere stato messo in discussione il carisma originario, forse solo adattato ai nuovi responsabili e alle nuove presenze. Ciò che sembra stare alla base di tutto e che forse per questo suscita tanto interesse, è ciò che riguarda ogni gruppo organizzato di esseri umani, sia esso una comunità religiosa, un partito, una coalizione, un'associazione, perfino una famiglia.

E' il mistero che non siamo abituati a riconoscere, la nostra intrinseca fragilità psicologica, il nostro inesauribile desiderio di essere amati, la censura dei nostri istinti che ci portano naturalmente verso il conflitto, l'incapacità di gestire le relazioni potenzialmente tossiche. Siamo pacifisti fino al giorno in cui qualcuno non muove guerra contro di noi, siamo per la libertà di parola per tutti fino a quando qualcuno non parla per negarla, siamo "fratelli e amici tutti" tranne con coloro che non ci riconoscono come tali. E, anche se non lo vogliamo ammettere, abbiamo bisogno di conferme, consolazioni, gratificazioni, anche se pubblicamente dichiariamo le nostre sicurezze, la nostra perfetta letizia, l'umiltà del sentirsi "servi inutili".

Quante comunità dagli immensi ideali sono miseramente naufragate tra le accuse reciproche di eresia, soltanto perché in realtà non sono stati messi a tema i rapporti umani? Quanti progetti sono falliti, nonostante la convinzione di tutti coloro che li avevano sottoscritti, perché non si sono curate le dimensioni emotiva, sentimentale e affettiva dei partecipanti?

Certo, sono più domande che risposte. Ma è vero che, come scriveva il grande Rilke, "tutto cospira a tacere di noi, un po' come si tace un'onta, un po' come si tace una speranza ineffabile". 

venerdì 26 febbraio 2021

Caso Lineadombra: impegno "politico", non "umanitario"

La vicenda dell'indagine poliziesca realizzata nei confronti di Gianandrea Franchi e di conseguenza di Lorena Fornasir e altri volontari dell'associazione Linea d'ombra, ha fatto il giro d'Italia ed è stata riportata in tutte le testate nazionali. Migliaia di persone e associazioni hanno espresso la loro vicinanza e totale accordo. Su www.lineadombra.org interviene con un comunicato stampa lo stesso Gianadrea Franchi. Vale la pena di riportarlo, in quanto esprime un concetto semolice, ma molto forte e vero: la questione non è "umanitaria" bensì "politica". A lui la parola:


Io rivendico il carattere politico, e non umanitario, del mio impegno quinquennale con i migranti.

Impegno umanitario è un impegno che si limita a lenire la sofferenza senza tentar d’intervenire sulle cause che la producono.

Impegno politico, nell’attuale situazione storica, è prima di tutto resistenza nei confronti di un’organizzazione della vita sociale basata sullo sfruttamento degli uomini e della natura portato al limite della devastazione (come la pandemia ci mostra).

È inoltre tentativo di costruire punti di socialità solidale che possano costantemente allargarsi e approfondirsi.

Su questo impegno è balzato lunedì alle cinque del mattino, con una perquisizione in casa mia, un intervento calunnioso di magistratura e questura che, basandosi su un aiuto effettivo di assistenza e ospitalità, dato nel luglio del 2019 a una famiglia iraniana, composta da padre, madre e due bambini, vogliono collegarmi a una rete di sfruttatori (passeur) che avrebbe, prima e dopo il mio intervento, approfittato della famiglia profuga.

Secondo il mio sentire non sarebbe nemmeno il caso di alzare le spalle nei confronti di questa insinuazione, che neanche giuridicamente mostra prove ma crea solo insinuanti parallelismi temporali.

Tuttavia, ci sono di mezzo oltre alla mia persona, anche coloro che collaborano con me. Credo, allora, doveroso affermare pubblicamente che non esiste neanche uno straccetto di prova.

Esiste solo l’insinuazione che, essendo stata questa famiglia contattata e usata da alcuni trafficanti (secondo gli inquirenti), io avrei potuto non solo esserne a conoscenza ma trarne addirittura un mio personale profitto.

Ritengo che ciò, che nel documento presentatomi è mera allusione, sia soltanto una sorta di macchina del fango che si vuol gettare non tanto sulla mia persona ma su un lavoro collettivo di solidarietà.

Gian Andrea Franchi

Trieste, 24/02/2021