| Grande moschea di Santa Sofia a Istanbul (foto Pierluigi Bellavite) |
Non è di oggi, né di ieri, affonda le sue radici nella filosofia occidentale e in particolare nel "cogito" cartesiano e nella svolta copernicana del buon Kant.
Se il criterio prioritario della verità è determinato dal pensiero e se questo precede l'essere, diventa necessario supporre - come esito della ragione - un "Altro" trascendente. Senza questo riferimento la potenza della ragione altro non potrebbe realizzare che l'abisso di un'immane solitudine. C'è bisogno di un Qualcuno, al quale affidare il compito di garantire una certa quale autorità nel supportare le leggi - del tutto umane - dell'etica e dell'estetica, oltre naturalmente della logica. I problemi che tale punto di vista propone sono molteplici e hanno dispiegato la loro potenziale carica distruttiva in numerosi eventi fondanti la contemporaneità, dalla Rivoluzione Francese a quella Industriale, dall'utopia del marxismo ai totalitarismi del XX secolo, dall'apparente trionfo del turboliberismo allo smarrimento inquieto dell'ultramodernità.
Da una parte infatti il desiderio che ci sia un'Alterità assoluta, sciolta cioè dalla fragilità della contingenza umana, non è elemento sufficiente per dimostrare che essa esista. Dall'altra, se il legislatore è lo stesso che poi è chiamato a osservare la propria stessa norma, sorge immediata la constatazione di come ciascuno, fondamentalmente, proietti sé stesso nella dimensione dell'Altro e ritenga gli "altri" possibili oggetti del proprio illimitato dominio. Alla fine si ritorna alla necessità di un contratto sociale, constatando che uno scontro tra assoluti porterebbe a una guerra generalizzata, nella quale ciascuno tenderebbe a soffocare l'alterità del vicino, per poter affermare il proprio Dio, ovvero appunto sé stesso.
E' fin troppo facile capire come, in questa nuova edizione della legge della giungla, a vincere sia chi ha in mano le leve del consenso e che si dimostri in grado di far convergere, sulla propria visione dell'Altro, il maggior numero possibile di in-consapevoli numeri. Vince chi conquista la maggioranza di alterità e l'obiettivo è quello di raggiungere, consolidare e mantenere il Potere. Il nome moderno dell'Altro trascendente è il Potere, ma questo è tutt'altro che trascendente, ramificando la propria influenza sui gangli più remoti dell'essere, come una piovra dagli infiniti tentacoli.
Non è un caso che il Credo di Aquileia - un testo che si è formato forse prima della fine del III secolo - nomina Dio come im-patibile. Non è forse un richiamo che giunge dai primi passi della rivoluzione cristiana e invita a lasciare la dimensione divina trascendente fuori dagli schemi ordinari della contingenza e della necessità? Non è forse la condizione per "salvare" Dio da qualsiasi possibile - e quanto facile! - strumentalizzazione razionale?
Il Potere contempla l'atroce spettacolo dei piccoli "altri" che cercano di farsi strada nel diluvio universale dell'informazione artificiale. Mentre ciascuno si interroga sulla propria verità, bontà e bellezza e stigmatizza con veemenza quelle dell'altro - e la chiamano democrazia! - esso - il Potere manifesta ormai spudoratamente la faccia della propria corruzione e irride qualsiasi pio tentativo di arginarlo. La ragione della forza, alla fin fine, è la forza della ragione, anche quando si inginocchia e innalza inni di lode all'Assoluto, da lui stesso creato a propria immagine e somiglianza.
Esiste un'arca con la quale attraversare la lunga tempesta? C'è un Noè disposto a costruirla, portando in essa i semi indispensabile allo svilupparsi di una nuova vita? E questa arca, riuscirebbe a superare il terribile uragano che si è formato, come vortice inarrestabile, dallo scontro dall'esito incerto tra l'oggettivismo medievale e il soggettivismo moderno? Qualcuno annuncerà l'inizio del tempo messianico, nel quale il lupo pascolerà con l'agnello e il bimbo si trastullerà giocando nella buca dei serpenti velenosi?
Sono domande che implicano il dono della profezia, per elevarsi sopra il vociare confuso dei pochi ricchi opulenti e l'immenso grido potente dell'enorme schiera di un'umanità oppressa, per poter ripartire da un punto di incontro e non di scontro, un ponte sul quale oggettivisti e soggettivisti possano iniziare a confrontarsi e a discutere.
Patior, ergo sum. Forse - ma per ora è soltanto un forse - il punto di partenza può essere proprio il "dolore", il mio dolore e quello dell'altro. Condividere insieme il dolore, per poterlo alleviare, senza pensare a happy end holliwoodiani o a improbabili interventi di un Deus ex machina, è forse l'unico spazio etico che sfugge alle grinfie di una ragione che vorrebbe disperatamente superare le barriere dello spazio e del tempo. Il dolore e la morte - non a caso censurati dalla civitas del "panem et circenses"- manifestano nella loro essenza la definitiva irrisione di qualsiasi riduzione dei concetti di Infinito e di Eterno. Sfuggono all'ansia creatrice del pensiero, riguardano ogni essere in quanto tale e potrebbero - potrebbero, è d'obbligo il condizionale - essere riconosciuti come il ramoscello d'ulivo, portato dalla colomba sulla distesa delle acque, per annunciare l'inzio del tempo della solidarietà e della pace.







