Da una prima analisi, che cosa si può ricavare?
Anzitutto di molto buono. Il titolo, con un gioco di parole, è "magnifico". Iniziare un documento e in un certo senso anche un programma di pontificato, con un tributo così importante all'umanità, è veramente un bel segno che induce a molto sperare e a molto attendersi per il prossimo futuro.
Ottima è anche la sintesi della dottrina sociale della Chiesa, dal fondamentale contributo di Leone XIII, con la famosa Rerum Novarum del 1891 ai vari passaggi successivi, offerti - spesso anche se non sempre - in occasione dei decennali del primo testo, rispettivamente da Pio XI, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Si tratta di un originale compendio, una specie di antologia, dalla quale si ricavano gli elementi più tradizionali di tale insegnamento, i principi del bene comune, della destinazione universale dei beni (interessante la presa di distanza dal tema della proprietà privata), di sussidiarietà, di solidarietà e di giustizia sociale.
Molto accurata e precisa è la riflessione sui fondamenti teologico biblici, come pure è puntuale la lettura dei padri e dei teologi della Chiesa nel corso del tempo. In particolare, la riflessione sull'incarnazione del Verbo come fondamento dell'incarnazione della Chiesa e del cristiano nella società, se non originalissima, è presentata in termini coinvolgenti, meditativi e a tratti anche poetici e artistici.
Dove invece, sempre a una prima rapida lettura, l'enciclica sembra un po' debole?
In primo luogo, l'impressione è quella di un documento morale, abbastanza attestato su posizioni troppo ovvie - e inevitabilmente condivisibili da chiunque, da "destra" o da "sinistra". Certo, c'è la condanna dell'egoismo, dell'ingiustizia, della violenza e della guerra; c'è il dito posto sul traffico di armi e sulle dinamiche inaccettabili della società del transumanesimo e del postumanesimo; c'è la preoccupazione per la deriva neoliberista del mondo contemporaneo. Sì, c'è tutto questo. Tuttavia, mancano i nomi e i cognomi, non ci sono parole scomode - si parla della shoah, ma non si esplicita la tragicità dei genocidi attuali - soprattutto non c'è una chiara indicazione autenticamente politica. Ovvero, non si esce dalla comfort zone dell' analisi e non si risponde pienamente alla domanda fondamentale sul "come".
Lo stesso dibattito sull'Intelligenza Artificiale - di sicuro l'aspetto più innovativo del documento - lascia l'impressione di quella che un tempo si definiva "democristianeria" ovvero dire tutto e il contrario di tutto, lasciando perplesso ciascuno: l'IA è una meraviglia che può migliorare di gran lunga la vita umana, ma è anche un enorme pericolo per ciò che concerne la stessa identità dell'essere umano. Un po' come dire - e ovviamente si dice - che il progresso ha portato un gran bene alla vita umana, ma che usato male potrebbe portare perfino alla sua autodistruzione.
In effetti, due (tra i tanti) sono i motivi di questa difficoltà a uscire dal politicamente corretto e dal rischio di avvicinarsi alla dimensione dell'ovvio.
Il primo è direttamente derivato dal tema dell'Intelligenza Artificiale. La Chiesa cattolica - un po' di autocritica non le farebbe male - si è sempre ritenuta depositaria di una Verità assoluta, in quanto fondata sull'assoluta autorità di Dio. Sostenere la bontà della democrazia - come fa Prevost - senza mettere in discussione il principio di assolutezza della "via, verità e vita" (nella versione ottocentesca e dogmatica dell'infallibilità), significa rendere difficile, se non impossibile, il dialogo con chi ritiene che invece non esistano verità assolute, ma solo certezza momentanee, sulle quali ricercare faticosamente un indispensabile consenso. Ma la negazione dell'assolutezza della "veritas christiana" significa riscrivere l'intera teologia della rivelazione, ritornando come minimo alla svolta costantiniana dell'inizio del IV secolo e ripartire dalle acquisizioni iniziatiche del cristianesimo delle origini, nato e cresciuto in ambiente ovviamente pluralista. Ecco, Magnifica Humanitas potrebbe affrontare con maggior coraggio e chiarezza il tema della mediazione tra l'assolutezza dei trascendentali medievali e la relatività dei fondamenti del pensiero moderno e postmoderno.
Il secondo motivo è ancora una volta legato alla ricchezza estrema e al potere della chiesa cattolica. Si potrebbe anche sostenere l'importanza di un pronunciamento morale offerto a tutti indistintamente, ma anche ai capi delle nazioni e a chi riveste qualunque responsabilità politica e sociale. Le religioni, le filosofie e le varie chiese offrono criteri etici cui ispirarsi, i soggetti raccolgono tali indicazioni e le trasformano in azione politica. Questo sarebbe possibile, se la Chiesa non avesse un proprio Stato, se il Papa non fosse dal punto di vista giuridico un sovrano assoluto, se non ci fossero nunzi apostolici sguinzagliati in tutto il Pianeta e non fosse necessario salvaguardare interessi economici mastodontici.Tutto ciò amplifica senz'altro la "voce" del Papa, ma la rende meno incisiva. Magnifica Humanitas le cose le dice - e le dice bene - ma è costretta ad arrestarsi di fronte all'eccesso di chiarezza, al pane al pane e vino al vino, al sì sì no no. Perché una parola in più potrebbe forse far crollare un intero castello di carte. E forse, non è ancora giunto il tempo di dirla.



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