lunedì 3 ottobre 2022

3 ottobre, Giornata della Memoria e dell'Accoglienza

 

Il 3 ottobre 2013, a poche miglia dal porto di Lampedusa, il naufragio di una delle tante navi di un'effimera speranza, ha provocato la morte di 368 persone, alle quali sono da aggiungere 20 dispersi.

368 esseri umani, soggetti di diritto come ogni altro simile, hanno perso il dono prezioso della Vita, inghiottiti dai flutti del mare profondo.

Non sono certo gli unici, da allora fino a oggi, il Mediterraneo si è bevuto altre 24.473 esistenze, un vera voragine nella quale è coinvolta anche la mostruosa indifferenza con la quale vengono ormai accolte notizie di questo genere.

E' uno dei motivi per i quali è stata istituita la Giornata della Memoria e dell'Accoglienza, un momento di riflessione, di ricordo e di indispensabile impegno. Ogni anno, il centro delle commemorazioni è sempre Lampedusa, ma un'altra città italiana si propone come richiamo a tutte le altre. Di solito si è trattato di città di approdo dei migranti in fuga dalle guerre e dalla fame, quest'anno la scelta è caduta su Trieste.

Un centinaio di persone si è riunita nel comune di san Dorligo della Valle (Dolina) e ha simbolicamente percorso un brevissimo tratto della rotta balcanica, altro percorso nel quale tante vite si sono spezzate, a a causa delle percosse ricevute o degli improbi attraversamenti di boschi e di fiumi impetuosi. Ci sono stati brevi e interessanti interventi, ma a parlare più di ogni discorso sono stati i segni del passaggio quotidiano di decine di persone, provenienti dal vicino confine con la Slovenia, giunti in Italia dopo inenarrabili difficoltà, nella speranza di essere accolti. Molti di loro, fino allo scorso anno, venivano rintracciati e riportati in Slovenia, da lì in Croazia e poi in Bosnia, in una specie di tragico gioco dell'oca vissuto alle spalle dei più poveri fra i poveri della Terra, stranieri in terra straniera. Giunti quasi alla meta e prima di essere "beccati" dalle forze dell'ordine, dopo aver perso tutto ciò che possiedono, devono librarsi perfino della loro identità, per non essere respinti nel Paese dal quale sono partiti o per farsi riconoscere come minorenni non accompagnati. E devono anche lasciare tutto ciò che potrebbe servire a un'improbabile identificazione. E così, il dolce percorso nel bel bosco che nasconde l'orrendo parco dei serbatoi petroliferi di san Dorligo, a poche centinaia di metri dalla romantica e affascinante Val Rosandra, è cosparso di vestiti abbandonati, sacchi a pelo, documenti sparsi, perfino fotografie strappate che lasciano presagire storie ben più dolorose che avventurose. Ogni giorno, racconta il sindaco di Dolina, tutto viene raccolto e portato all'inceneritore e ogni giorno si torna daccapo, uno stillicidio di piccole memorie disseminate sull'orlo della foresta.

Come non pensare ai corpi martoriati, quelli che Linea d'Ombra, con Lorena, Gianandrea e tanti altri accolgono e curano ormai da anni nel Piazzale dei Popoli davanti alla stazione di Trieste? O a quelli ammassati nei nuovi lager costruiti dal capitalismo, in Libia, in Turchia, nelle isole greche, in Centri Per il Respingimento come quello di Gradisca? Cosa ne sarà di un'Europa incapace di trovare pace nei suoi stessi confini, pronta a costruire nuovi muri finalizzati a dividere il Mondo tra il regno dei ricchi e quello dei poveri? Cosa ne sarà di un Pianeta nel quale l'80% della popolazione fa molta fatica a trovare qualcosa da mangiare, mentre il 20% viene schiacciato dall'eccessiva abbondanza che crea obesità fisica e intellettuale? Nel quale una minima parte si può permettere di viaggiare per puro piacere, mentre l'altra - vilipesa e maltrattata dalla prima - può muoversi solo rischiano la vita nell'attraversare deserti, mari e boschi selvaggi, soltanto per poter dare un futuro di sopravvivenza alla propria famiglia?

giovedì 29 settembre 2022

Masha Amini e le altre martiri della rivoluzione delle donne in Iran

Foto da internet
Masha Amini è la ragazza picchiata e uccisa in Iran perché si era fatta riprendere senza il velo e aveva inserito sui social la fotografia.

In un Paese in cui esiste addirittura una "polizia morale" per individuare e punire la violazione delle severe leggi sull'abbigliamento, questa terribile morte ha innescato una serie di grandi proteste, che si sono presto diffuse da nord a sud, dalle città alle campagne. Sarà la volta buona per segnare la fine di un regime dittatoriale che si avvicina a compiere addirittura 45 anni?

Onorando il sacrificio delle donne e degli altri manifestanti che hanno perso la vita in questi giorni, tra le numerose riflessioni se ne possono scegliere almeno tre.

La prima riguarda le donne. Come accaduto nel Rojava, dove la nuova democrazia al femminile è stata stroncata qualche anno fa, complice il silenzio generale del cosiddetto "occidente", anche in questo caso sono protagoniste le donne. E' da segnalare il ruolo sempre più importante da esse rivestito in tutte le grandi azioni che stanno sollecitando un cambiamento radicale dell'andamento del mondo. Da Masha Amina in Iran alla giornalista Caruana Galizia a Cipro, da Marielle Franco in Brasile a Zehra Berhel nel Kurdistan, la resistenza e il martirio delle donne può essere il seme che muore per produrre il frutto della giustizia e della libertà in tutti i paesi del mondo.

La seconda riguarda i giovani. Sono davvero loro la speranza per il futuro, se in tanti lembi del Pianeta Terra sono ancora disposti a rischiare e spesso a perdere la vita per rivendicare i più elementari diritti alla vita, alla libera professione di una fede religiosa o ideologica, all'accesso alle fonti di informazioni planetarie. Anche se un po' tacitati dagli avvenimenti connessi alla pandemia globale e alla sempre più minacciosa guerra in Ucraina, come non ricordare i milioni di giovani schierati in tutte le piazze del mondo con Greta Thunberg nei "venerdì per il futuro"? Hanno richiamato con una forza straordinaria il livello di malattia della società capitalista, sull'orlo di una crisi climatica e sociale dalle proporzioni inimmaginabili.

La terza riflessione riguarda l'Islam. E' una grande religione che offre senso e speranza di vita a quasi due miliardi di esseri umani che vivono in tutti i Continenti. La sua fonte principale, il Corano, suscita sentimenti di profonda spiritualità in chi lo legge con lo sguardo che travalica la lettere, ma anche adesioni dettate da un puro formalismo legato alle tradizioni familiari ma anche, in ambiti fondamentalisti minoritari ma non per questo da sottovalutare, progetti politici impregnati di un falso concetto della Jihad. A ben vedere, non è molto diverso da ciò che accade in ogni religione, compreso il cristianesimo, quando a prevalere non è la parola del Fondatore, ma l'asservimento a bassi interessi politici ed economici. Pur nella difficoltà costituita dall'estrema frammentazione dei movimenti islamici, è auspicabile che i fedeli di questa nobile "via" non si lascino fagocitare dalle tentazioni di scorciatoie politiche già abbondantemente condannate dalla storia.

Peccato che l'argomento del ruolo delle religioni nei conflitti attuali non sia più così "sentito" dall'universo mediatico, confinato in secondo piano da un "pensiero unico" che si sta troppo facilmente schierando dalla parte della guerra e non più della pace. Basti pensare alla differenza tra il risalto offerto alla preghiera delle religioni per il mondo voluta da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986 rispetto al simile incontro interreligioso tenutosi il mese scorso ad Astana in Kazakistan, con la presenza di Papa Francesco.

Insomma, è tempo di svegliarsi. Sosteniamo con forza la lotta delle donne e dei giovani in Iran, combattiamo con le armi della nonviolenza contro tutte le guerre che insanguinano ovunque, spesso senza alcun riflettore, lavoriamo perché la diversità ideologica e religiosa non sia un ostacolo ma favoriscano l'unità e l'amicizia dell'intero genere umano, oltre alla salvaguardia e alla cura di ogni ambiente vitale.

Un libro di Pier Paolo Gratton su Pietro Cocolin, arcivescovo di Gorizia tra il 1967 e il 1982

 

Pier Paolo Gratton, giornalista di Ruda, ha scritto un libro molto interessante, dedicato a Mons. Pietro Cocolin, arcivescovo di Gorizia dal 1967 al 1982. Sarà presentato ufficialmente venerdì 7 ottobre, alle ore 18 presso il Kulturni dom di Gorizia (Via Brass), dall'autore, insieme al direttore del Kulturni Igor Komel, al sindaco di Ruda Franco Lenarduzzi, al vicario generale dell'Arcidiocesi mons. Armando Zorzin e ad Andrea Bellavite (sì, proprio io), che ha avuto l'onore di curare la prefazione. In anteprima il volume sarà presentato anche a Ruda, sabato 1 ottobre, alle ore 10.30.

L'autore, con ampia documentazione in parte archivistica ma soprattutto testimoniale, ricostruisce un brano di storia del territorio, incentrandolo sull'esistenza del presule chiamato a reggere la chiesa isontina negli anni immediatamente successivi alla celebrazione del Concilio Vaticano II.

Nella prima parte, dedicata all'infanzia e all'adolescenza di Pietro, vengono delicatamente delineate la situazione della Bassa Friulana nel primo dopoguerra, la condizione degli agricoltori durante il fascismo e la tragedia della seconda guerra mondiale, dalla nascita (1920) fino all'ordinazione sacerdotale (1944). Vengono poi raccontati i primi passi del ministero, dagli entusiasmanti impegni giovanili a Cormons alle responsabilità parrocchiali a Terzo d'Aquileia, ad Aquileia e infine a Monfalcone. Seguono gli anni della guida pastorale dell'arcidiocesi, segnati da una parte dalle speranze di rinnovamento scaturite dal recente Concilio, dall'altra dalle progressive difficoltà e incomprensioni, anche con parte dei più diretti collaboratori. Sono quindici anni di conquiste, importanti anche per l'intera società civile, basti pensare all'apertura della dimensione missionaria, all'approfondimento culturale portato avanti con l'aiuto del settimanale diocesano, alla passione per il pionieristico dialogo con il mondo sloveno di Nova Gorica e dintorni, all'ampia pagina dedicata all'azione caritativa. Ma è un periodo anche di incertezze, come nel caso della fine dell'esperienza pilota della comunità di base di Sant'Anna o nella difficoltà di avviare quel convegno ecclesiale che avrebbe dovuto dare un nuovo volto alla comunità diocesana e che si è invece interrotto sul nascere, a causa dell'improvvisa malattia che lo ha condotto rapidamente alla morte.

Sono molte le considerazioni che il libro di Gratton suscita, da quelle propriamente storiche a quelle biografiche. Tra le altre, una prima è rilevata con forza dall'autore, cioè la richiesta di ottemperare a una delle ultime volontà dell'arcivescovo, quella di poter essere seppellito in qualche angolo della da lui amatissima basilica di Aquileia. Un secondo pensiero, più personale, è legato alla riflessione suscitata dal titolo e legata alla solitudine del vescovo, ma anche del prete, uomini dedicati totalmente al servizio di un Dio trascendente e a una fragile umanità desiderosa di ricevere affetto e compagnia. In questa proiezione radicale verso l'alto e verso l'altro, emerge il dramma della naturale limitatezza che impedisce quasi sempre di realizzare l'impresa, cosicché il comandamento nuovo di "amare il prossimo tuo" risulta sempre maggiore di quello richiesto dal Vangelo, "... come te stesso". Come non chiedersi se l'alto prezzo della solitudine esistenziale che consegue dalla cosiddetta "consacrazione", sia proprio quello richiesto dal Maestro?

mercoledì 28 settembre 2022

Un po' di politica, dal mio punto di vista...

 

Insomma, sembra che ci sarà un governo Meloni. La maggioranza parlamentare è forte, non fortissima, soprattutto alla Camera. Si sentono in giro molte preoccupazioni, ma forse quelle più concrete e immediate non riguardano solo il cambiamento della Costituzione o le politiche internazionali, ma soprattutto la regolamentazione della situazione di specifiche categorie di persone.

Per quanto mi riguarda, personalmente temo il proseguimento e l'aggravamento delle politiche a favore degli armamenti che hanno caratterizzato il governo Draghi e anche, purtroppo, la posizione del PD di Letta. Non lo si è molto sottolineato, ma una delle critiche principali "da sinistra" all'esecutivo uscente è stata quella relativa all'atteggiamento nei confronti del conflitto russo-ucraino. Sono molti di più di quanto si pensi coloro che, per non votare contro coscienza chi ha sostenuto l'invio delle armi, hanno preferito scegliere la via dell'astensionismo. Certo, con le notizie sempre più allarmanti che provengono dal fronte internazionale - comprese le misteriose esplosioni nel Baltico - una premier di destra che vuole "difendere anzitutto gli interessi degli italiani" non può certo rassicurare.

Temo per i migranti, anche per la palese ignoranza del tema da parte della nuova capa (ancora in pectore) del governo. La loro situazione è già gravemente compromessa dalle leggi Turco Napolitano e Bossi Fini, nonché dai decreti Minniti, per non parlare di quelli emanati da Salvini al tempo del governo Conte 1. La lotta insensata alle ong e i ventilati blocchi navali non avranno alcun influenza rispetto all'arrivo di tanti migranti in Italia, serviranno soltanto a respingere nei campi di concentramento i poveri in fuga dalle guerre e dalla fame e a condannarli a sofferenze già ampiamente documentate. E' vero che anche su questo capitolo occorrerebbe una politica europea dell'accoglienza e non del respingimento. Tuttavia è veramente inquietante ritenere che sia presentata come una "difesa dei confini", rigettare un esercito di poveri, disarmati e disperati, tra le braccia di bande criminali in Libia o respingere al mittente in Bosnia i migranti della rotta balcanica.

Si teme per i diritti sociali, anche se sembra che le classi di elettori che hanno espresso maggior fiducia per Meloni siano state quelle meno abbienti, che probabilmente hanno sentito troppo lontani un centro sinistra e una sinistra che non a caso hanno intercettato soprattutto il voto degli intellettuali e dei più ricchi. Non è un buon segnale, è la certificazione di un distacco impressionante tra la base e i suoi rappresentanti. Cosa farà per i più deboli questo nuovo governo? Riuscirà a mantenere qualcuna delle molte promesse fatte? Sarà davvero un "nuovo" modo di concepire il potere? In Giorgia Meloni, versione dottor Jekyll e mister Hyde, prevarrà il volto apparentemente moderato e conciliante oppure quello feroce dell'erede del Movimento Sociale Italiano? E i suoi seguaci, resteranno nei binari della dialettica pacifica o, come spesso accaduto in questi ultimi anni, c'è da temere una nuova stagione interna condita con l'olio di ricino e i manganelli? Non sono domande peregrine, dal momento che il consenso elettorale è molto volubile in questi anni, la crisi occupazionale, energetica e finanziaria bussa con sempre maggior forza alle porte e la crescita della tensione sociale dovrà necessariamente manifestarsi anche su piazze che torneranno a esercitare legittime e pacifiche pressioni democratiche. Come saranno affrontate le manifestazioni, a livello ufficiale e anche non ufficiale?

Si teme naturalmente per i diritti civili, da quelli legati alla tutela della donna e al rispetto delle scelte relative all'inizio e alla fine della vita a quelli connessi alle unioni civili e al contrasto a tutto campo a ogni forma di omofobia. Se non sembra esserci il clima per arrivare al matrimonio paritario, saranno mantenuti almeno i diritti acquisiti nel corso degli ultimi anni e in linea con le altre legislazioni europee?

E i diritti delle culture numericamente minoritarie, saranno garantiti? E' un tema particolarmente importante e delicato anche in Friuli-Venezia Giulia. La varietà e la diversità sono una delle principali ricchezze del tessuto umano dell'Italia, così come la compresenza di diverse nazionalità che consentono di intrattenere buone relazioni con i Paesi confinanti. Ci si augura che continui la buona stagione di collaborazione dimostrata - almeno a livello statale - tra Italia e Slovenia, a tutto vantaggio anche della zona di Nova Gorica e Gorizia, incamminate, per la verità non troppo speditamente, verso la capitale europea della cultura nel 2025. La presenza di una senatrice esperta e competente come Tatjana Rojc potrebbe in questo senso fare la differenza, anche se il suo compito, esercitato quasi in solitudine, non sarà certamente facile.

Per scendere poi a un livello previsionale, non è che questa coalizione "vincente" goda di ottima salute. Il centro destra non ha aumentato di molto i propri consensi, c'è stato solo un travaso di voti, un'onda dalla Lega a Fratelli d'Italia. E il distacco tra il primo partito e gli altri due membri della coalizione rischia di suscitare più malumori che entusiasmi. E poi, già Berlusconi ha messo in guardia la potente alleata con alcuni richiami inequivocabili all'europeismo e all'atlantismo. Sì, Berlusconi, ancora lui... il principale responsabile del rincoglionimento nazionale grazie al martellamento sistematico delle sue reti televisive, sulla soglia dei 90 anni, invece di dedicarsi ai nipotini, rischia di essere ancora l'ago della bilancia della politica italiana, che egli stesso ha contribuito in modo decisivo a ridicolizzare, all'interno e all'estero. E Salvini ha già espresso i suoi proverbiali crozzani mormorii per far capire che, se la scelta dei ministri non gli aggraderà, potrà creare uno sconquasso e ritrovarselo agli Interni - il ministro del Papeete - sarebbe davvero una catastrofe, una vera provocazione al mantenimento dell'ordine pubblico.

Insomma, dopo aver navigato per qualche mese in acque sempre più agitate, anche la (futura) premier Meloni potrebbe arrivare alla fine dei Conti (nel senso dei due governi Conte). Pur di non far perdere l'oneroso posticino ai parlamentari, si potrebbe ipotizzare una nuova convergenza di tutti o quasi, esclusa Meloni e sentire le parole di Mattarella che incarica l'ennesimo "salvatore della patria" per tirare avanti almeno per un po' la baracca, con il beneplacito dei vari Biden e von der Leyen. Fantapolitica? Può darsi, ma se qualcuno cinque anni fa avesse pronosticato ciò che poi è accaduto (Conte 1 Conte 2 Draghi), come lo avremmo giudicato?

Vstala Primorska. I 95 anni dell'organizzazione slovena TIGR.

 

Chi non lo ha mai provato, non può capire l'emozione che ti stringe la gola, quando alla fine di una commemorazione un poderoso coro intona l'ultimo canto e alle parole Vstala Primorska tutti i presenti si alzano in piedi.

E' accaduto, ancora una volta, nel corso della bellissima commemorazione dei 95 anni dalla fondazione dell'organizzazione TIGR, sul Monte Nanos.

La composizione è legata alla storia del Novecento nel Litorale sloveno, una lunga striscia di terra che da Portorož  giunge fino ai passi del Predil e Vršič, comprendendo una parte importante del Carso e la valle della Vipava. 

E' un territorio regalato dal Trattato di Rapallo (1920) al Regno d'Italia, ma abitato - almeno per ciò che concerne il Carso e le valli della Soča e della Vipava - quasi esclusivamente da persone di lingua e cultura slovena. L'occupazione ha fatto comprendere subito la natura violenta e impositiva della nuova amministrazione, ma la situazione si è aggravata con le provocazioni che hanno in breve tempo portato all'instaurazione del regime fascista. Da quel momento è iniziata la vera e propria Resistenza degli sloveni della Primorska contro ogni sorta di vessazioni. Si è andati dal cambiamento di tutti i cognomi alla trasformazione dei nomi dei paesi, dalle intimidazioni di ogni sorta alla feroce repressione di qualsiasi forma di protesta. Si è arrivati fino ai processi farsa che hanno portato alla morte i quattro Junaki (eroi) di Bazovica, al carcere e al confino per tutti gli intellettuali, alla proibizione dell'uso della lingua nelle scuole e perfino nelle chiese.

E' in questo contesto che è nata l'associazione TIGR, acronimo per Trst Istra Gorica Reka, un'organizzazione rivoluzionaria le cui azioni hanno avuto lo scopo di contestare i frutti velenosi dell'occupazione e di preparare la lotta di liberazione. Nel corso della celebrazione a Nova Gorica, sono intervenuti molti oratori che hanno raccontato secondo diversi aspetti la vicenda, presentando le figure dei fondatori, uomini e donne che hanno messo a repentaglio la propria vita pur di rimanere fedeli alla propria coscienza e di rispondere al mandato di portare la libertà al proprio popolo. Dopo il Presidente attuale di TIGR, Gorazd Humar, si sono espressi i sindaci di Miren e di Nova Gorica, il ministro Arčon e gli scrittori Dušan Jelinčič, figlio di Zorko, presente insieme agli altri sul Nanos nel 1927 e Milan Pahor, responsabile delle commemorazioni che si svolgono ogni anno, la prima domenica di settembre, per ricordare i quattro giovani assassinati a Bazovica. La musica alternata alla poesia ha sostenuto artisticamente la riflessione. E' stato un momento sobrio e serio, ma anche impegnativo e in qualche modo consolante, anche alla luce dei più volte richiamati - non senza preoccupazione - risultati delle recenti elezioni in Italia.

Il canto Vstala Primorska è quindi un inno alla libertà, da conquistare anche al prezzo del sangue, come accaduto nella lotta vittoriosa, giunta al suo culmine nel 1945, dopo i tragici anni della seconda guerra mondiale. Vale per gli sloveni, che celebrano con la forza della voce e dei gesti l'uscita dal tunnel del fascismo e del nazismo. Ma vale per ogni essere umano e ogni popolo che anela alla giustizia e al riconoscimento del proprio diritto alla vita. Per questo ci si emoziona così tanto, perché quell'alzarsi in piedi cantando con tanta forza e convinzione è un gesto che simbolicamente raccoglie l'urlo di protesta di tutti gli oppressi del mondo e la celebrazione gioiosa della vittoria contro ogni violazione della dignità delle persone.

Un'ultima nota è da segnalare. Non è forse il momento migliore, ma proprio per questo è necessario insistere perché urgentemente sia tolta la qualifica di terroristi ai quattro uccisi di Bazovica - Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojz Valenčič, la cui memoria è stata onorata anche dai presidenti dell'Italia Mattarella e della Slovenia Pahor. Sarebbe il modo migliore per ricordare i 95 anni di un sodalizio, nato in clandestinità per rivendicare semplicemente ciò che dovrebbe essere un diritto elementare e naturale per ogni persone e popolo, parlare la propria lingua, scegliere liberamente i propri governanti, lavorare senza discriminazioni, vivere insomma in serenità e in pace.

L'ora dell'Agenda Di Piazza

Il prossimo fine settimana sarà caratterizzato da due eventi, distinti ma strettamente collegati fra loro. Si potrebbe quasi dire che verranno fissati  punti principali di una sorta di "agenda Pierluigi Di Piazza": accoglienza illimitata, solidarietà internazionale, giustizia a partire dai diritti dei più deboli, pace planetaria.

Da giovedì 29 a sabato 1 ottobre si terrà a Udine e Zugliano il convegno annuale del Centro Balducci, dedicato alla forza dell'utopia. Il primo incontro è previsto nel teatro Giovanni da Udine e prevede gli interventi di Mons. Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, del teologo Vito Mancuso e del magistrato Roberto Scarpinato, coordinati dalla giornalista Marinella Di Chirico. All'inizio parleranno anche Vito Di Piazza e Paolo Iannaccone, attuale presidente del Centro Balducci di Zugliano.

Domenica 2 ottobre ci sarà invece una marcia nazionale di solidarietà, dedicata alle vittime delle migrazioni. L'appuntamento è alle 10.30 ni pressi del confine italo sloveno, presso il cimitero di san Dorligo della Valle (Dolina). Ci sarà una breve camminata, lungo un brevissimo tratto della "rotta balcanica", fino al teatro Prešeren di Bagnoli della Rosandra, dove sono previsti numerosi interventi e testimonianze.

Le due proposte sono accomunate da una parte dal desiderio di ricordare le tragedie che colpiscono quotidianamente i migranti, in cammino alla ricerca di una vita migliore, in fuga da guerra, fame e persecuzioni. Dall'altra parte tutto ruoterà intorno al ricordo di Pierluigi Di Piazza. Riflettendo sui suoi scritti e sulle sue parole, ma anche percorrendo il suo stesso cammino di profeta della pace, della libertà e della giustizia, ci si vuole collegare con il suo spirito costruttivo ed entusiasmante.

Sono appuntamenti da non perdere, per proseguire la strada piena di umanità e solidarietà che ha caratterizzato la storia di Pierluigi e la nascita del Centro d'accoglienza e culturale Ernesto Balducci. E' anche l'occasione per cominciare preventivamente ad alzare la voce, affinché i diritti acquisiti non siano cancellati e le legislazioni sulle migrazioni siano modificate, ma nel senso di un'accoglienza sempre più convinta e consapevole, non di chiusure deleterie e disumane.