lunedì 11 maggio 2026

Abolire le feste tradizionali di Prima Comunione e Cresima? Perché no?

 

Insieme a molte altre piacevoli occasioni, la primavera porta con sé le feste legate alla Prima Comunione e alla Cresima. Non è una questione superficiale, in tempi nei quali sembrano dominare ben altri problemi e preoccupazioni. In realtà è importante richiamarsi all'importanza della responsabilità personale e formativa, anche in rapporto a scelte intime e profonde come quelle connesse all'appartenenza religiosa. Ecco qualche qualche del tutto discutibile spunto per un'opportuna riflessione ed eventuale discussione:

E' interessante partecipare, soprattutto se non si ha la sfortuna di far parte del novero degli invitati. Nel caso del "primo incontro con Gesù", si assiste all'arrivo delle bimbe e dei bimbi, immersi in candide vestine, accompagnati da genitori indaffarati. Attorno al loro semplice e tutto sommato omologato abbigliamento, scorre una vera e propria sfilata di moda: abiti multicolori, cravatte a farfalla o sgargianti su immacolate camicie inamidate, gonne svolazzanti, tacchi vertiginosi che si divertono a incastrarsi nei forellini degli antichi pavimenti, profumi inebrianti e così via.  La Messa, forse l'ultima alla quale i piccoli (come pure i grandi) parteciperanno prima della cresima che riceveranno due o tre anni dopo, scorre secondo gli schemi ordinari. Un barlume di emozione coinvolge i ragazzini e una lacrimuccia scorre sugli adulti che ricordano per un istante quanto è bella giovinezza, pur si fugge tuttavia e così avanti. Poi tutti fuori, per la felicità interessata dei ristoratori che ne approfittano per un provvidenziale "tutto esaurito" e per quella effimera dei "comunionati" su molti dei quali piove ogni sorta di cadeaux, dalla bomboniera con il gatto di porcellana al classico orologio, dal libro illustrato addirittura - è la moda! - la busta con i soldini, "così saprà lui cosa comprarsi"...

Per quanto riguarda la Cresima, le cose vanno da una parte meglio, dall'altra peggio. Meglio perché molti ragazzini hanno raggiunto l'età nella quale possono ribellarsi all'imposizione genitoriale e non ne vogliono sapere non tanto di ricevere un sacramento del quale non hanno la minima cognizione di causa, quanto di dover partecipare per uno o due anni al catechismo. Peggio perché i "sopravvissuti" hanno piena consapevolezza dell'inutilità del gesto, si sentono frustrati perché non hanno il coraggio di rifiutarsi, consolandosi con la speranza che il sacramento sia per loro come un timbro che certifichi la fine di ogni forma esplicita o implicita di obbligo di "pratica" religiosa.

Provate a chiedere a uno scolaro delle elementari (oggi scuole primarie) che cosa sia realmente l'Eucarestia o a un giovanotto delle medie (oggi secondarie di primo grado) o delle prime classi delle superiori che cosa comporti per un cristiano battezzato ricevere la Confermazione. Il 99% non saprà rispondere, se non vaghe formule astratte e moralistiche, tanto più se sedimentate dopo anni e anni di catechesi parrocchiale o di insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Va meglio per coloro che provengono da famiglie molto lontane dal cattolicesimo, in alcuni di questi rari casi si riscontra un po' di interesse per storie, teorie e proposte di vita connesse a ciò di cui non hanno mai sentito parlare. Va molto meglio a chi fa parte di realtà associative, come gli scout o i ragazzi dell'azione cattolica, dove lo spirito di gruppo sostituisce efficacemente la comprensione delle parole e delle contestuali esigenze etiche. 

La comunione a 8-9 anni e la cresima a 13-15 sono come la vaccinazione. Il vaccino genera infatti una versione mignon di una malattia, in modo da evitare guai peggiori. Così la prima comunione in tenera età e la cresima indotta "a vagone" durante la prima adolescenza inoculano quel poco di senso religioso da impedire, in una fase successiva della vita, l'incontro con la trascendenza, la lettura del Vangelo o di altri testi spirituali, l'accettazione libera e consapevole di una fede adulta e matura.

Perché allora si continua così, come se niente fosse? L'imposizione coatta dei sacramenti dell'iniziazione cristiana (Battesimo cresima eucarestia) corrisponde all'epoca del cristianesimo imperiale, quando cioè vigeva l'identificazione fra l'appartenenza civile e quella cristiana (in un secondo momento cattolica). I riti sostituivano quelli dei periodi precedenti e consentivano alla struttura sociale di contrassegnare i vari passaggi esistenziali, in primis nascita, adolescenza, matrimonio, malattia e morte (precisando che il funerale non è un sacramento, proprio perché suppone l'ovvia assenza di consapevolezza dell'ormai defunto protagonista). Tutto ciò aveva un senso all'interno di un realtà "avviata" alla fine del IV secolo e totalmente, anche se a livello di coscienze individuali lentamente, rivoluzionata tra il XVI secolo e il Concilio Vaticano II (1962-1965).

Non sarebbe forse una forma di rispetto per le persone, ma anche per gli stessi sacramenti e per l'insieme della teologia cristiana, tornare alle origini? Non ci vorrebbe poi molto, basterebbe svincolare la celebrazione del sacramenti dal compimento automatico delle età. Le parrocchie e le comunità potrebbero prevedere corsi annuali di formazione e preparazione per adulti, corrispondenti al momento in cui ciascuno desiderasse scegliere di avvicinarsi in piena conspevolezza coscienza e libertà alla forma interiore ed esteriore dell'appartenenza alla Chiesa. 

E i passaggi esistenziali? E le tradizionali festine di prima comunione o di cresima? E i regalini? Svincolando i sacramenti dalla pesante eredità dell'ormai tramontata civitas christiana, i "passaggi esistenziali" potrebbero essere tranquillamente fatti propri dall'ambito civile, magari con percorsi ricreativi, didattici e formativi condivisi, da realizzare anche negli oratori e nelle strutture di cui la Chiesa potrebbe finalmente sbarazzarsi - offrendole in gestione o regalandole a comuni, cooperative o consorzi educativi "laici" - potendosi così dedicare alla sua fondamentale missione: annunciare, con profondo rispetto nei confronti di ogni essere umano, indipendentemente dalla sua visione della fede e della vita, la vittoria sulla morte, attraverso un servizio indefesso, gratuito e disinteressato alla libertà, alla giustizia, alla fraternità universle, alla nonviolenza evangelica e alla realizzazione della pace nel mondo.

venerdì 8 maggio 2026

Giovanni Nepomuceno, Leone XIV e Rubio, tra cattolicesimo e politica

 

Tutti conoscono la figura di Giovanni Nepomuceno, la cui effigie caratterizza ponti, centri abitati collocati vicino ai fiumi, siti che hanno a che fare con le acque. L'enorme diffusione, soprattutto nel Centro Europa, è dovuta alla forma del suo assassinio, determinato da Venceslao IV di Boemia che ne decretò l'uccisione, facendolo gettare incatenato nella Moldava. A Praga, sul Ponte Carlo, nel punto in cui si sono verificati i fatti, c'è la sua più famosa statua.

Si era nel XIV secolo. La tradizione leggendaria indica come causa della sentenza di morte il rifiuto di violare il segreto confessionale: il re avrebbe voluto sapere se la moglie lo avesse tradito e di  fronte all'atteggiamento  del sacerdote si sarebbe infuriato al punto da decidere il suo annegamento.

La realtà sembra sia meno spirituale e più politica. Si tratterebbe semplicemente di una questione di giurisdizione e di diritto. Giovanni da Nepomuk,a quel tempo vicario generale della diocesi di Praga, avrebbe nominato un abate contro il parere del re e per questo motivo sarebbe stato processato e poi gettato nella Moldava.

Perché questo richiamo estemporaneo alla fine dell'ecclesiastico ceco, allo scontro fra diritto canonico e legislazione civile? Perché è uno spunto dal quale procedere, per analizzare l'interessante incontro tra papa Leone XIV e il segretario di stato USA Marco Rubio. La similitudine sta soltanto nell'inevitabile commistione tra cattolicesimo e politica, per il resto ovviamente i contesti e le questioni in gioco sono del tutto diversi. 

Il presidente Donald Trump sembra avercela fortemente con l'attuale vescovo di Roma. Non passa quasi giorno senza una bordata contro la guida della chiesa cattolica. Ha suscitato particolare stupore l'"attacco" sferrato alla vigilia dell'incontro in Vaticano, quasi un avvertimento, non soltanto  nei confronti di Prevost, ma anche del suo stesso inviato. Dal momento che l'attuale inquilino della Casa Bianca sembra procedere su una linea solo a lui chiara, è difficile capire quale sia il vero motivo delle sue parole. Forse è il tentativo di aggraziarsi il mondo anticattolico statunitense, supponendolo più elettoralmente forte, in vista delle elezioni di mezzo termine, particolarmente delicate dopo le "avventure" venezuelane e iraniane. Oppure può essere un messaggio a Rubio, considerato un potenziale concorrente in rapporto alle scelte repubblicane, ormai in tempo di scelte per le elezioni presidenziali che si terranno fra due anni e mezzo.

Leone XIV ha risposto con prudenza e intelligenza alle bordate, prima richiamando la propria missione di costruttore e promotore della pace nel mondo, poi sostenendo la falsità della (peraltro talmente assurda da confermare l'esistenza di una strategia) accusa a lui rivolta da Trump di essere  sostenitore della possibilità che l'Iran possa dotarsi della bomba atomica. 

L'incontro tra Prevost e Rubio non ha offerto - almeno dal punto di vista giornalistico - dati particolarmente rilevanti, dal momento che non sembra si sia andati molto al di là dei convenevoli e dei discorsi di prammatica. Forse non potrebbe essere diversamente da così, almeno fino a quando la chiesa cattolica sarà così forte e presente, a livello di politica, economia e diplomazia planetarie. La potenza del piccolo Stato Vaticano, da una parte infatti consente di dare maggiore spessore alle parole e ai gesti tradizionalmente orientati - almeno nell'ultimo secolo - alla pace. Dall'altra parte tuttavia induce anche a una capacità negoziale e relazionale improntata essenzialmente alla cautela e alla delicatezza, fatto questo che spesso suscita l'impressione di una certa debolezza.

Riuscirà papa Leone XIV, nel proseguo del suo pontificato, a liberarsi dal politicamente corretto per dire con chiare parole ciò che si suppone pensi? Potrà svincolarsi dall'eccesso prudenziale per chiamare per nome le catastrofi del nostro tempo? Deciderà di schierarsi in modo inequivocabile dalla parte degli oppressi e degli aggrediti, non da quella degli oppressori e degli aggressori? Sarà questo uno dei temi interessanti per i prossimi anni, se i cattolici saranno guidati e orientati dal pontefice a una presenza militante nei meandri della società contemporanea, mettendo anche a repentaglio la loro vita, se necessario. Oppure se il compito profetico di costruttori instancabili di pace e giustizia, sarà riservato solo a poche figure profetiche, in grado di seguire l'esempio di forza e coraggio di Giovanni Nepomuceno.

mercoledì 6 maggio 2026

Liberi tutti, subito! Fermiamo i PIRATI del Mediterraneo...

Manifestazione pro Palestina e pro Flotilla a Trieste
Si può pensarla in modo  differente riguardo alla Flotilla. Personalmente ritengo che le persone che hanno messo a repentaglio la loro vita per compiere un gesto nonviolento di solidarietà e vicinanza al popolo palestinese di Gaza, offrano al mondo un segno di pace e di grande speranza.

Ma anche se non si fosse d'accordo e non si rispettassero le scelte di cittadine e cittadini che hanno voluto impegnarsi affontando il mare, come non ci si può indignare e urlare la propria preoccupazione di fronte ai fatti?

Un esercito straniero interviene senza alcun mandato in acque internazionali, centinaia di chilometri lontano dalla propria base. I soldati irrompono nelle barche e prendono in custodia i naviganti. Alcuni vengono pestati, altri tenuti in condizioni disastrose, quasi tutti portati in un centro di momentanea detenzione in territorio greco. Due di loro vengono addirittura arrestati e portati in Israele, dove sono sottoposti fino a ora a forme di tortura fisica e psicologica, trattenuti senza alcun formale capo di imputazione. 

Ordunque, sì proprio ordunque. Come altro si può chiamare uno Stato che impone la sua forza contro imbarcazioni inermi che perocrroono le vie del Mediterraneo, lontanissime dai porti dell'aggressore?  Cosa dire di uno Stato che blocca cittadine e cittadini pacifici, costringendoli a detenzione e a ogni sorta di forzatura? Come accettare che uno Stato arresti senza alcun mandato gli attivisti di un'azione nonviolenta, trascinandoli nelle proprie prigioni e privandoli della libertà?

Non si può altro che parlare di uno Stato pirata e chiunque ragioni un centesimo di secondo non potrebbe che essere d'accordo: ciò che è accaduto in questi giorni alla Flotilla potrebbe accadere domani a chiunque in qualsiasi parte del mondo, con il beneplacito del ghigno mostruoso di Netanyahu e di Trump. La violazione di ogni norma in nome della Legge del più forte è la fine di ogni speranza di livertà, giustizia e autentica democrazia. 

Ciò non ha nulla a che fare né con la nobile e per molti versi meravigliosa tradizione culturale e religiosa ebraica, neppure con il terribile veleno dell'antisemitismo da combattere in tutte le sue forme antiche e moderne, come quelle consapevolmente alimentate, fomentate e moltiplicate dall'atteggiamento criminale degli attuali capi di Israele e dell'inqualificabile inquilino della Casa Bianca. 

martedì 5 maggio 2026

6 maggio 1976 - 6 maggio 2026, un ricordo indelebile, 50 anni dopo...

Molti sono gli interventi relativi al terremoto del 6 maggio 1976. In questo contesto, non ritengo necessario produrre ulteriori analisi, ma mi va di condividere qualche ricordo personale:

Avevo 16 anni. Stavo cenando in famiglia, nel centro di Gorizia. C’era un ospite, un amico venuto dall’Uganda. Tutto ha cominciato a tremare, gli armadietti della cucina sembravano danzare vorticosamente. Pochi secondi e si era in strada, sulla via dove tutti gli abitanti della zona si erano riversati. Chi chiedeva notizie, chi riportava confuse dicerie, chi la prendeva con filosofia, come il commensale africano che aveva continuato tranquillamente a lavorarsi l'insalata, sostenendo fatalisticamente che "tanto, se è destino che si muoia, non ci si può fare niente". Il sorriso che, pur nella tensione, era riuscito a strapparci, era giustificato dal fatto che allora non esistessero i telefonini e che le comunicazioni non fossero così rapide come lo sono oggi oggi. Ci volle qualche ora per capire come non ci fosse niente da ridere e come a poca distanza si fosse compiuta una tragedia. Prima le frammentarie voci dei radioamatori, poi qualche timido servizio giornalistico, solo all’inizio del nuovo giorno si cominciava a comprendere l'entità del disastro.

La mattina del 7 maggio, il Liceo era chiuso. C’era tanta agitazione, inoltre era caduto un comignolo e per sicurezza la presidenza aveva disposto che fosse meglio lasciar perdere le lezioni. Con tre compagni di scuola, uno dei quali era già maggiorenne e con la patente, decidemmo di partire subito verso la zona colpita dal sisma.

A quei tempi non c’era un sistema istituzionalizzato di Protezione Civile. Volevamo in qualsiasi modo renderci utili e per prima cosa ci recammo presso la Prefettura di Udine, dove regnava una comprensibile confusione. All’ufficio allestito per l'emergenza in fretta e furia, ci proposero di andare a Gemona e di chiedere là come avremmo potuto servire a qualcosa in quella situazione.

Il primo segno tangibile del terremoto fu il ristorante Morena, nella zona di Artegna, che venne incontro al nostro sguardo con il tetto crollato sulle sue fondamenta. In mezzo a una girandola di ambulanze, camion e macchine private, in qualche modo riuscimmo ad arrivare nella periferia bassa di Gemona, dove un funzionario, sotto una tenda improvvisata, ci inviò a trasportare in una piazza prefissata, i morti man mano che venivano sottratti alle macerie. C’era un caldo asfissiante, strano per l’inizio del mese di maggio! Si respirava polvere ovunque e non passava un’ora senza qualche scossa di assestamento, sempre in grado di far tremare gli edifici già lesionati come fossero di cartapesta. Si sentiva un grido - "via tutti" - ci si allontanava dalle mura tremolanti e si ritornava dopo qualche istante al lavoro.

Trascorremmo così, fino a sera, quel giorno indimenticabile. Quando ci penso, provo ancora le stesse sensazioni: l’odore acre della morte, il silenzio rotto solo dagli ordini secchi dei coordinatori e dal sinistro borbottio del terremoto, la rigidità e il peso delle persone estratte dalle case distrutte, il mistero della vita e la forza della natura che mescolano le loro carte e nel volgere di un istante trasformano un vivace centro abitato in un cumulo di rovine.

A quei tempi succedeva così, un adolescente poteva trovarsi nel cuore di una catastrofe e portare il proprio piccolo contributo, senza che nessuno lo invitasse ad andarsene, per non intralciare l'impegno dei professionisti. Già in quella prima sera in effetti tutto era cambiato, si era creata una nuova organizzazione, i soccorsi e la ricostruzione erano passati in mani competenti ed esperte.

Tuttavia per noi ragazzi non era finita così. Quell’estate trascorse tra i monti del terremoto, a Moggio Udinese, a Chiusaforte, ai Piani di Val Raccolana, sotto la guida di un grande maestro, don Silvano Cocolin. Gruppi di giovani provenienti da tutta Italia si alternavano sotto le tende e vivevano le loro (nonostante tutto meravigliose) vacanze, occupando nel doposcuola i bambini mentre gli adulti sistemavano per quanto possibile le loro case. Si familiarizzava facilmente con la gente, si andavano a prendere gli scolari nei paesi ancora abitati, accolti da tazze fumanti di grappa con un po' di caffé, si partecipava a semplici mense dove venivano serviti il frico e la polenta, ci si sentiva parte di una grande impresa, nella quale ciascuno era una piccola tessera nel mosaico della ricostruzione. 

Non se ne aveva in quel momento piena cognizione, ma si era testimoni di una svolta epocale, si assisteva all'accendersi delle ultime scintille di una tradizione popolare e culturale che in pochi anni sarebbe stata del tutto dimenticata, quando non ristretta nell'ambito di un mero folklore.

Ma i rapporti umani di quei giorni - come pure dei sabati e domeniche autunnali trascorsi a Grado Pineta nell'aiutare i bimbi sfollati a trascurare per qualche ora le tristi vicende dei paesi messi in ginocchio dalle scosse di settembre - non sarebbero mai stati dimenticati e si sarebbero trasformati nella consapevolezza che la vita avrebbe avuto un senso, soltanto se spesa nel cercare in qualsiasi modo di alleviare la misura del dolore che attanaglia e spesso soffoca il mondo. 

Polyverse, diverse voci unico coro, portatore di pace e bellezza

Tra venerdì Primo Maggio e domenica 3, si è svolta ad Aquileia una residenza artistica musicale, a compimento delle attività previste nell'ambito del progetto europeo Polyverse, promosso da Società per la conservazione della basilica di Aquileia con partner la sinagoga di Atene, la comunità protestante di  Lehnin (Berlino), la grande moschea di Roma e l'associazione FRH di Bruxelles per la comunicazione tra siti religiosi e culturali europei.

Nella foto, da sinistra, il sindaco di Aquileia Emanuele Zorino, la referente di progetto Sara Zamparo, il direttore della SoCoBA Andrea Bellavite, l'imam della moschea di Roma Nader Akkad, la pastora di Lehnin Almuth Wisch, il rabbino di Atene Gabriel Negrin, il delegato dell'arcivescovo di Gorizia don Franco Gismano, la titolare dell'agenzia "Argo progettare l'Europa" Andrea Donda.

E' stata un'esperienza emozionante, ritrovarsi a dialogare e a discutere in tante diverse lingue, tra rappresentanti di diverse religioni e confessioni cristiane. In un momento nel quale sorgono nuove forme di razzismo, di violenza, di nazionalismo e di violazione dei più elementari diritti della persona, le personalità spirituali hanno portato, in modo unitario nella grande diversità degli approcci, un profondo messaggio di rispetto, riconciliazione, valorizzazione delle rispettive tradizioni culturali e religiose. Sono state ribadite le metafore del mosaico - tante tesserine differenti, unite generano stupende immagini - e del coro - molte voci specifiche, unite realizzano una stupenda armonia. Ciò non significa rinunciare alla propria particolare forma, ma arricchire la propria esperienza attraverso  la conoscenza e l'accoglienza di qualle dell'altro. 

Ancora più emozionante è stato il concerto che ha visto concretizzarsi in basilica il primo coro religioso europeo. Diretti da Mateja Černic, Sakis Negrin e Gerhard Oppelt, i coristi hanno eseguito musiche provenienti dal patrimonio del cattolicesimo latino, della spiritualità  sefardita e della coralità protestante. Il punto vertice delle giornate, ma anche dell'intero progetto Polyverse che prevede la ripetizione dell'esperienza ad Atene, a Berlino e a Roma, è stata l'esecuzione in prima assoluta di Polyverse Echoes, una straordinaria composizione, una sorta di preghiera cantata in latino, greco, ebraico, arabo, tedesco e italiano. Hanno lavorato insieme, sia pur a distanza, la compositrice Maria Beatrice Orlando e i compositori Gerhard Oppelt e Aaron Dan. Il risultato di tutto ciò è stato eccezionale sia dal punto di vista artistico che da quello riguardante il messaggio di pace, giustizia, armonia scaturito dalla bellezza delle note e dal dascino del contesto artistico e architettonico.

Che dire, al di là dell'entusiasmo per un evento che rimarrà inciso nella memoria di tutti coloro che vi hanno partecipato? E' come sentire l'eco delle parole e dei gesti di papa Francesco che aveva impostato tutto il suo pontificato investendo molto più tempo ed energie sulle relazioni piuttosto che sulla riaffermazione di astratti principi dogmatici e teorici. Vedendo, per usare le parole di un famoso salmo,"quanto è bello e soave che le sorelle e i fratelli stiano insieme", si è confermata questa sua importante intuizione. Le cosiddette "religioni del Libro", infatti, se incentrate solo sulla dimensione dottrinale, fondano sull'assoluta autorità divina la pretesa di essere ciascuna l'unica detentrice della Verità. Da questa venefica prospettiva, sono derivati tanti guai per l'Europa e per il Mondo, le guerre di religione hanno provocato milioni di morti.

Nelle giornate aquileiesi, si è stati insieme nel dialogo, nel canto, nella festa, nel mangiare insieme, nella visita ai siti aquileiesi. In questa condivisione a 360° si è ancora una volta dimostrato come per rispettarsi e costruire insieme un futuro di pace planetaria, non sia necessario rinunciare alle proprie caratteristiche e condizioni identitarie. E' invece fondamentale riscoprire il concetto di fraternità universale, offrendosi reciprocamente i doni spirituali, riconoscendosi tutti parte di una stessa famiglia nella quale ci si può incontrare nel comune linguaggio dell'arte e della musica che, come detto da qualcuno durante il convegno, è l'antidoto contro ogni forma di razzismo, antisemitismo, islamofobia di qualsiasi altra discriminazione.

Un Gramsci mai visto, al Kulturni dom di Gorizia

 

Nel suggestivo cimitero acattolico di Roma, all'ombra della piramide Cestia, c'è la tomba di Antonio Gramsci. E' una memoria che proprio attraverso la semplicità ed essenzialità evoca la grandezza di un uomo da riscoprire e rivalutare.

Ha cercato di farlo, con una forza espressiva travolgente, Angelo D'Orsi, che ha presentato lunedì sera al Kulturni dom di Gorizia il suo "Gramsci mai visto". Due ore e mezza di teatro sono trascorse in un battibaleno, tanto la narrazione - commentata dagli splendidi momenti musicali proposti da Gabriella Gabrielli con il gruppo Gorzae - ha avvinto gli spettatori, dall'inizio alla fine.

Si è scoperta la storia di un uomo che ha attraversato da assoluto protagonista i primi difficilissimi decenni del XX secolo. L'infanzia vissuta nella povertà non impedisce la formazione di una mente vivace e di una straordinaria passione per la ricerca e per lo studio.

I percorsi geografici e politici portano Antonio prima a Cagliari poi a Torino, dove avviene l'incontro con il mondo del socialismo e con i compagni che condivideranno con lui la complessa svolta di Livorno del gennaio 1921, con la creazione del Partito Comunista d'Italia. Segue il soggiorno biennale a Mosca, descritto con emozione nella duplice dimensione della formazione ideologica nell'ancora infante Unione Sovietica e dell'esperienza affettiva che determinerà molti aspetti della sua vita interiore.

C'è poi il breve passaggio per Vienna, prima dell'inattesa elezione al Parlamento italiano. La descrizione della tragedia della legislatura che ha visto il concretizzarsi dell'incubo fascista è stata complementare con quella dell'arresto, del misero soggiorno a Regina Coeli e della deportazione nell'isola di Ustica. Come in un profondo romanzo esistenziale, i fatti si intrecciano con le riflessioni e, sia pur nella difficoltà estrema della reclusione, Gramsci riesce a elaborare un pensiero complesso, affidato alla lettura, all'interpretazione e all'azione di chi sarebbe sopravvissuto alla dittatura di Mussolini. Molti dei passaggi strategici e politici, riproposti magistralmente da D'Orsi, sono apparsi portatori di un'impressionante attualità. Certo, occorre riprendere in mano questo grande pensiero e adattarlo alla situazione non meno inquietante del nostro tempo.

Particolarmente efficace è stata la presentazione della figura dell'intellettuale organico. La sottolineatura continua della necessità di una formazione non soltanto ideologica, ma anche artistica, letteraria e in genere culturale, ha richiamato alla memoria il desiderio di riportare l'autentica Filosofia - intesa come consapevolezza della propria identità e del proprio ruolo nel mondo - alla base e al fondamento di ogni agire, individuale e collettivo.

Antonio Gramsci, sollecitato anche dalla contemplazione della catastrofe della prima guerra mondiale e dalla speranza suscitata dalla rivluzione russa, ha compreso prima e più di tanti altri l'indispensabile necessità dell'internazionalismo socialista, come possibilità alternativa al razzismo, al classismo e al nazionalismo.

Insomma, quella al Kulturni è stata un'eccezionale serata di richiamo alla pace e alla giustizia sociale, per la quale non resta che rivolgere un sentito grazie ad Angelo D'Orsi. Il suo svolgimento ha soffocato con i fatti un'inutile polemica accesa nei giorni precedenti dal movimento dei Radicali Europei che avevano criticato il presidente del centro culturale per aver invitato a esibirsi sul palco una persona che sul conflitto russo-ucraino ha espresso idee diverse dalle loro. Si è trattato di un'osservazione fuori posto, perché assolutamente non pertinente con il tema trattato nella serata, ma soprattutto perché rivolta a un ente - il Kulturni dom appunto - universalmente riconosciuto come un luogo aperto a qualsiasi tipo di approfondimento e di confronto, senza reticenze e senza censure.  

venerdì 1 maggio 2026

Progetto Polyverse ad Aquileia: autentica pace, dialogo interreligioso, musica di alto livello

 

E' arrivato il grande momento. Domenica 3 maggio inizierà l'ultima fase del progetto europeo Polyverse, al quale da quasi tre anni lavorano insieme i rappresentanti della Basilica di Aquileia, della sinagoga di Atene, della Grande Moschea di Roma e delle comunità protestanti di Berlino.

Il progetto unisce singolarmente il dialogo interreligioso con la bellezza dei luoghi artistici e della musica. Domenica alle 12.30, dopo una sessione di dibattito tra le figure religiose che si terrà nell'aula consigliare del Comune di Aquileia e una breve illustrazione della Basilica, ci sarà l'evento centrale e si esibirà il primo coro interreligioso europeo in un eccezionale concerto. 

Il 3 maggio sarà giorno di memoria in Friuli. Nel pomeriggio a Gemona si terrà la celebrazione commemorativa dei 50 anni dal terremoto. La Basilica di Aquileia partecipa all'evento offrrendo - in orario antecedente e compatibile con quello di Gemona - un grande momento di riflessione e di promozione della pace e del dialogo fra i popoli. 

Il progetto Polyverse continuerà in giugno ad Atene, in luglio a Berlino e si concluderà in ottobre a Roma.