martedì 29 settembre 2026

Il film Naza, assolutamente da vedere

Da un disegno di Tone Kralj
Nelle sale cinematografiche, appena finito il film Naza scende un assoluto silenzio.

Sì, perché è difficile presentare in un modo così enorme e coinvolgente l'orrore. I soldati - tecnici informatici, aviatori, agenti dei servizi segreti - raccontano con dovizia di particolari la scelta di assassinare impunmente decine di migliaia di civili. donne, uomini e bambini. C'è un sospetto terrorista? Abbattiamo il grattacielo e se ciò comporta 500 Naza (= vittime collaterali), peggio per loro. Distruggiamo interi quartieri per indurre gli abitanti a trasferirsi al sud? Bene, non c'è problema, se il 50% e il 70% non ce l'ha fatta a mettersi in salvo, colpa loro. C'è la possibilità di avere una scodella di minestra? Bene, che se la guadagnino sfidando il tiro delle pallottole quesi sempre preciso dei cecchini. E i bambini? E le donne? E le 70 e più mila vittime innocenti? Colpa di Hamas... 

La distruzione sistematica della vita di migliaia e migliaia di famiglie, delle quali viene cancellata anche la memoria, procede di pari passo con la testimonianza della quotidianità delle famiglia di Tel Aviv, "spiate" dall'obiettivo del regista, che dimostra quanto sia facile, nell'era della tecnologia informatica, che i comandi militari conoscano ogni minimo particolare della vita di ognuno di noi.

Da una parte, dopo aver visto il film, è impossibile stare dalla parte di Israele e dei suoi criminali governanti. Bisogna fare di tutto perché siano completamente isolati da tutte le Nazioni del Pianeta, assai bene hanno fatto le delegazioni all'ONU a lasciare l'aula nel momento in cui iniziava a parlare il boia Netanyahu. Risulta che siano usciti anche i rappresentanti della Slovenia, forse un ultimo sussulto prima della clamorosa normalizzazione dei rapporti voluta dal neopremier Janez Janša. Non ci può essere alcuna giustificazione etica e politica a un massacro sistematico finalizzato - come esplicitamente affermato - alla completa distruzione di Gaza. Se non è genocidio questa volonta di annientamento è difficile capire cosa altro possa significare questa parola!

Ma c'è un ulteriore pensiero e riguarda ciascuno di noi. Se il governo israeliano e chi lo ha votato, cioè una parte dei discendenti delle vittime della più orrenda strage della storia, la Shoah del popolo ebraico (e dei rom e di tutte le altre categorie per le quali era stata prevista la cancellazione dalla faccia della Terra), si comportano nello stesso modo dei nazisti, la domanda sull'orrore assoluto si trasferisce su ognuno di noi.

La Arendtiana "banalità del male" trabocca dalle pacate parole con le quali i soldati israeliani parlano dei droni e dei missili che procedono nella loro azione devastante contro vecchi e bambini. Riecheggiano le parole dei capi nazisti a Norimberga, "abbiamo solo obbedito agli ordini" e assumono un rilievo ancora più sinistro nel racconto asettico dell'ingegniere informatico che "non ha ucciso nessuno, solo fornito delle coordinate suggerite dagli algoritmi da lui stesso inventati". E' proprio questa squallida quotidianità degli assassini e delle vittime a colpire particolarmente. Da un giorno all'altro chiunque può diventare vittima indifesa di una potenza militare inarrestabile e forse incontrollabile. Ma attenzione! Chiunque, sempre da un giorno all'altro, può diventare uno spietato omicida, pronto a riconoscere proprio sacrosanto dovere quello di cancellare dalla storia chi egli ritenga essere diverso da lui. Sì, occorre una permanente e costante vigilanza, perché quel "chiunque" potresti essere tu oppure, certamente, potrei essere anch'io. Il sonno della ragione continua a generare mostri.

La condanna dei rapitori di Giulio Regeni

L'attesissima sentenza di condanna per il sequestro di Giulio Regeni, inflitta a tre agenti (su quattro) dei servizi segreti egiziani, induce ad alcune riflessioni.

La prima riguarda il comportamento dei familiari di Giulio, dell'avvocata Ballerini e della cosiddetta gigantesca scorta mediatica che si è formata fin dallo svolgersi degli eventi di dieci anni fa. Si è trattato di una mobilitazione di base senza precedenti che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone, in Italia e in Europa e che ha permesso che si realizzasse l'impossibile: un vero e proprio processo contro i responsabili di un efferato delitto. Grazie alla tenacia di Paola e Claudio Regeni, un intero popolo si è messo in movimento, con tutti i mezzi possibili, per chiedere e ottenere verità e giustizia. Se quello di ieri non è stato il punto di arrivo, è stata comunque una tappa importantissima per ciò che concerne la storia della giustizia in Italia.

La seconda riflessione conduce in Egitto, il cui governo esce in modo catastrofico dalla sentenza. Nonostante l'incredibile affermazione del sempre più imbarazzante ministro degli esteri italiano, la condanna di tre 007 coinvolge direttamente gli apparati di potere. Non risultano infatti colpevoli degli elementi deviati, appartenenti alla criminalità comune, ma direttamente coinvolti in quanto espressione dei servizi segreti di uno Stato. Non è troppo difficile ipotizzare responsabilità ben più alte. La sentenza di ieri offre - a chi ancora ci creda - una ventata di speranza e di fiducia nei confronti dell'esercizio del potere giudiziario. Nessuno è esente dal dover rispondere di delitti spaventosi, neppure chi si trovi al comando di una Nazione o ritenga di godere di certificati di impunità.

E' vero che i condannati, con ogni probabilità, non sconteranno alcuna pena, a meno che non finiscano come alcuni innocenti misteriosamente trovati uccisi dopo essere stati accusati del delitto Regeni. Tuttavia la grandezza dell'azione svolta sta proprio nell'aver creduto negli strumenti della democrazia, come adatti ad affrontare e risolvere situazioni drammatiche come questa. Ora si tratta di non dimenticare quanto è avvenuto, non l'assassinio e non la mobilitazione generale che ne è seguita. Il caso giuridico del processo Regeni può e deve diventare un esempio di come sia possibile perseguire con tutte le forze possibili la verità e di conseguenza promuovere la giustizia. 

Si ha la speranza che in futuro situazioni simili - purtroppo tutt'altro che rare - possano essere risolte con minori difficoltà e con maggior disponibilità da parte delle istituzioni rispetto a quanto accaduto in questo caso. Anche perché non si troveranno sempre persone straordinarie come Paola e Claudio, legali eccezionali come Alessandra Ballerini o paesi coinvolti e coinvolgenti come Fiumicello, capaci di mantenere altissimo il livello dell'attenzione per oltre dieci anni di sofferenza e di lotta.

giovedì 24 settembre 2026

Scuola: i problemi sono profondi, le soluzioni superficiali

Possibile che in Italia non sia possibile avviare una discussione seria, su temi reali, senza strumentalizzare e scatenare le tifoserie?

Quello delle classi scolastiche formate da un numero elevato di bambini e ragazzi provenienti da famiglie di recente immigrazione, è un problema molto serio e deve essere affrontato come tale.

La "mossa" di Meloni e company è evidentemente propagandistica, superficiale e finalizzata esclusivamente a sollecitare gli umori di un elettorato sempre più distante. Ma anche le reazioni del cosiddetto centro sinistra non sono andate molto al di là della ridicolizzazione e dei meme.

In realtà la questione esiste, eccome. E non dipende dal numero più o meno alto di studenti che quando entrano nella scuola non conoscono neppure una parola di italiano. Per usare la formula classica del benaltrismo, sono ben altri i temi da esaminare.

Prima di tutto il fatto che la disumana e comprovata inutilità delle politiche di rigetto della destra, come peraltro l'assenza di sostenibili politiche di accoglienza della sinistra, hanno portato alla creazione di enormi ghetti, nelle grandi città e non solo. A Genova come a Torino,a Mestre come a Verona, a Roma come a Napoli, esistono quartieri abitati esclusivamente da nuovi arrivati, da varie parti del mondo. In essi si può trascorrere buona parte della propria esistenza senza alcuna necessità di imparare l'italiano e la progressiva marginalizzazione rende sempre più difficile l'incontro e la collaborazione. Un giovane può passare tutti gli anni della scuola dell'obbligo senza poter costruire relazioni con i coetanei "autoctoni", con una grave privazione di potenzialità e occasioni di crescita. Il superamento del "noi" alternativo al "loro" dovrebbe essere oggetto di riflessioni molto pratiche e concrete, a livello italiano ed europeo. Ma all'orizzonte non si vede molto altro che irrazionale "difesa" di presunte identità che saranno miseramente spazzate via dalla storia o di fumosa "accoglienza" priva di qualsiasi concretezza. E anche là dove sono state elaborate proposte intelligenti, sostenibili e creative, come nel caso degli SPRAR/SAI gestiti dai Comuni, ci si è dati da fare per soffocarle e renderle di fatto molto meno efficaci di quanto avrebbero potuto essere.

Un altro tema, in parte collegato, è quello relativo alla situazione della scuola italiana. Occorrerebbe un enorme investimento sulla formazione dei docenti. Molti di essi si sono preparati alla professione in tempi non troppo lontani cronologicamente, ma in un'altra era sociale e tecnologica. Conoscendo spesso poco anch'essi le lingue straniere, si trovano davanti a un gruppo di scolari, il maggior numero dei quali  entra nella scuola primaria parlando cinese, arabo, pakistano o ucraino... Come riuscire a comunicare? Da che parte iniziare? E come aiutare la formazione dei piccoli, senza violentare le loro lingua, storia e tradizione culturale o religiosa? Non è forse necessario un grande impegno di aggiornamento, per evitare che la scuola non diventi altro che un parcheggio obbligato, in attesa che nuove forze di lavoro vadano ad alimentare un sempre più numeroso sottoproletariato urbano? 

Un ulteriore questione riguarda la mediazione culturale. L'unica possibilità di superare l'oggettiva difficoltà di relazione tra nuovi presenti e istituzione scolastica è la presenza di numerosi mediatori culturali. Essi dovrebbero essere in grado di accompagnare ogni alunno - uno per uno! - nell'approfondimento della conoscenza e della valorizzazione delle lingue, delle tradizioni culturali non solo degli italiani, ma anche degli altri abitanti della Penisola. Perché questo accada, occorre moltiplicare le facoltà universitarie e gli istituti di ricerca per formare un grande numero di mediatori e prevedere una posta di bilancio abbastanza significativa per realizzare tale obiettivo (ridurre di un minimo le spese militari sarebbe ampiamente sufficiente!).

Ecco, forse su questi temi si dovrebbe procedere ragionando e discutendo, non gli uni contro gli altri, ma cercando insime il modo migliore per risolvere i problemi e realizzare il vero bene di ogni cittadina e cittadino, qualunque sia la sua storia. In altre parole, cercando veramente di "fare Politica".

sabato 19 settembre 2026

Nonviolenza, violenza e bandiere nazionali

Il nemico della nonviolenza è la violenza. Eppure, bisogna ammettere che in alcuni momenti della storia, soltanto utilizzando la violenza si è arrivati a sconfiggere la violenza. Il riferimento immediato e ovvio è la guerra partigiana, senza la quale il fascismo e il nazismo non sarebbero stati sconfitti.

La differenza oggettiva (indipendentemente dalla constatazione che a livello soggettivo non sia stato sempre così), sta nel fatto che la lotta partigiana sia stata internazionalista e finalizzata al raggiungimento di un bene per l'intera umanità e non soltanto per un popolo o per una nazione. 

In ogni situazione di conflitto, ogni "bandiera" ritiene di avere tutte le ragioni e di conseguenza che l'opposta abbia tutti i torti. Da questa tragica semplificazione, derivano drammatiche conseguenze, tanto più quando le parti si ammantano di bandiere e si assiste al trionfo del nazionalismo e del particolarismo.

Nel nome effimero di un lenzuolo sventolante, si realizzano gli interessi macroeconomici dei reggitori del mondo e ci si scanna senza pietà, credendo di difendere l'identità o di salvaguardare la democrazia. E' una sorta di tragica tifoseria, dove il tempo determina il cambiamento degli equilibri e la maggioranza sostiene i cowboys contro gli indiani, i bianchi contro i neri, una squadra contro l'altra.

C'è qualche via per uscire da questa spirale?

Un'idea potrebbe essere quella di riaffermare con convinzione il metodo nonviolento come l'unico in grado di ottenere maggiori risultati, a fronte della sofferenza individuale o collettiva di chi lo esercita. E l'eccezione della guerra partigiana? Forse è l'unica possibile, là dove essa non è stata combattuta a favore di una nazione o di una specifica identità, bensì della generale liberazione dal mostro nazifascista.

Un'altra idea, conseguente, potrebbe riferirsi al superamento delle "bandiere". Nelle guerre in corso, c'è la tentazione di essere totalmente da una parte contro l'altra e di sostenere, anche in piena buona fede, esclusivamente una posizione contro l'altra. Per esempio, ben comprendendo i prescena e i retroscena dell'intervento russo in Ucraina, accanto alla denuncia dei misfatti di Zelensky, non si può tacere sistematicamente quelli di Putin. Le demonizzazioni e le santificazioni sono sempre molto pericolose. Se infatti è insostenibile la spasmodica volontà di guerra del premier ucraino e della cricca euroamericana che lo sostiene, occorre anche dire che dopo quasi quattro anni e centinaia di migliaia di morti, Putin non può essere contemplato soltanto come povera vittima degli interessi occidentali.

Lo stesso vale, mutatis mutandis, per Israele e la Palestina. Come non denunciare lo spaventoso genocidio di Gaza, i bombardamenti indiscriminati sul Libano, lo scandali per la schifosa prepotenza dei coloni in Cisgiordania? Perché allora non accompagnare l'ovvio sostegno alle ragioni dei più deboli, con il rifiuto esplicito e reiterato degli atti di violenza di Hamas, i quali non soltanto non facilitano, ma al contrario mortificano il desiderio di giustizia dei palestinesi?

Il giudizio su ciò che sta accadendo crea singolari e inedite convergenze, a destra e a sinistra. I soldati ucraini - si domandano molti, anche nel centro sinistra e perfino nell'anpi - sono come i partigiani, difendendo la propria patria dall'ingerenza russa? All'opposto, i russi, con il loro intervento, non vogliono forse tutelare i diritti della popolazione russofona del Donbass e della Crimea? Come potrebbero i palestinesi, oppressi da ottanta anni di dominazione israelo-statunitense, difendersi dai soprusi, se non con la violenza che per lo meno porta la loro causa dimenticata sotto i riflettori internazionali? Ma questa posizione corre parallela a quella dei filoisraeliani - anche moderati - che pur deplorando gli eccessi, ritengono legittima l'azione violenta preventiva nei confronti di chi vorrebbe portare l'attacco al cuore dello Stato.

Visitando ciò che resta degli ospedali partigiani di Franja - da ricostruire, quanto prima possibile - e di Pavla, la tipografia partigiana di Vojsko, dove è nato il Partizanski, poi Primorski dnevnik, un'idea me la sono fatta: le memorie partigiane della Lotta di Liberazione europea meritano di essere riconosciute come siti UNESCO, perché nella loro essenza indicano un cammino alternativo al nazionalismo, al razzismo e al particolarismo. La lotta contro ogni oppressione deve essere possibilmente nonviolenta. In alcuni casi, purtroppo, così non può essere e in questi l'uso della violenza può essere compreso solo in un'ottica di rovesciamento di ogni regime oppressivo non in nome della propria bandiera, nazione o cultura, ma della difesa dei diritti, della giustizia e della libertà dell'intera Umanità.

lunedì 14 settembre 2026

La basilica di Aquileia e il mondo del lavoro

Da alcuni anni la Basilica di Aquileia, insieme a Fodazione Aquileia e agli altri enti che lavorano sulterritori, si prefigge l'obiettivo di accogliere in essa tutti, proprio tutti. Per questo i collaboratori della società che la gestisce, si impegnano affinché ogni persona possa entrare in essa, conoscerne la storia, gustarne la bellezza, cercare di comprenderne i significati.

In particolare, grazie al progetto Basilica per tutti, realizzato con la collaborazione e il contributo della Regione Friuli-Venezia Giulia e altri enti, la struttura si è dotata di ottimi strumenti finalizzati a superare qualsiasi impedimento, sia esso psichico, fisico e sociale. Ha poi promosso corsi di formazione per il personale e per le guide regionali.

Quest'anno propone un importante passo avanti, invitando attorno a un tavolo lavoratori e imprenditori, per cercare di incrociare la domanda con l'offerta e la conseguente possibilità di creare posti di lavoro dignitosi e dedicati. E' un'ottima occasione di conoscenza, di amicizia e di incontro, tanto più che nella piazza del Patriarcato saranno allestiti dodici gazebo, nei quali altrettante realtà operative nella Regione, si presenteranno reciprocamente per consentire la crescita di buone pratiche ovunque.

Il lavoro che accoglie dunque e la piazza che accoglie saranno i temi principali del forum e del convegno, che sarà concluso in basilica, in serata, da un grande concerto di Elio. Sì, proprio quello delle Storie tese, particolarmente sensibile a queste tematiche e alla realizzazione di questi obiettivi.

sabato 12 settembre 2026

IL VANGELO DI MARCO. SETTE SECOLI. TRE FRAMMENTI. UN RACCONTO EUROPEO.

La mostra che si apre oggi, 12 settembre 2026, nel palazzo Meizljk di Aquileia, è eccezionalmente importante, nel suo valore intrinsecamente culturale e nel suo significato laicamente spirituale.

Il titolo già dice di cosa si tratti: Il Vangelo di Marco. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto  europeo.

Sette secoli sono quelli che vanno dal XIV al XXI, ma il testo esposto da oggi ad Aquileia è molto più antico, forse si può parlare non di sette ma di 15 secoli, quando è stato scritto da qualche amanuense in un monastero adriatico. O forse anche di qualcosa di più di due millenni, quando qualcuno, a nome di Marco e riportando probabilmente il punto di vista di Pietro, ha sintetizzato per la prima volta l'esperienza dell'incontro con Gesù, raccogliendo parole, esperienze e storie interessanti diffuse nelle prime comunità dei discepoli del Maestro.

Questa storia universale interseca quella particolare di questo lembo di terra, il più a nord del Mediterraneo. Secondo la leggenda diffusa dopo il Concilio di Costantinopoli II (553), Marco, inviato da Pietro (come da immagine, tratta dalla meravigliosa cripta degli affreschi della basilica), sarebbe stato il fondatore della chiesa aquileiese. Addirittura si diceva che avesse scritto di proprio pugno, esattamente nella grande città di porto sulle rive del fiume allora chiamato Natisone, il suo Vangelo.

Sì, quel vangelo che nel '300 era ancora intatto e che subito dopo sarebbe stato spezzato in tre frammenti dalle vicende internazionali di quel tempo, tra Praga (lì portato da un grande "cacciatore" di reliquie,  ilre di Boemia Carlo IV), Venezia e Cividale. Ed ecco appunto i tre pezzi strappati, da allora dispersi e conservati, con grande attenzione e particolare cura, tra i "tesori" delle rispettive città. Brani contemplati, venerati, amati dalle persone più semplici come pure da principesse, principi, re e imperatori che hanno avuto l'onore di apporre la loro firma sull'austero codice.

E' veramente un racconto europeo, certamente anche mediterraneo, forse addirittura mondiale. Lo è perché per la prima volta dopo 700 anni quei frammenti vengono ricomposti. La loro separazione è un simbolo della divisione che ha regnato nel secondo millennio tra tanti popoli europei. Dietro a quei pezzi manoscritti si  possono intravvedere eserciti in marcia e difficili accordi di pace, pellegrini ansiosi di raggiungere i luoghi santi e mercanti senza scrupoli, persone che la chiesa ha indicato come esempi virtuosi da seguire (compresi reggitori di popoli, generali e condottieri sanguinari) e pubblici peccatori come minimo gravati da una repentina scomunica. 

La loro ricomposizione ha un valore simbolico enorme, significa un'Europa che vuole ritrovare la propria unità fondata sulla diversità. Guardando il Vangelo di Marco riunificato - accompagnato da parole, immagini e reperti che ne inquadrano e spiegano magistralmente la storia - si alimenta la speranza di pace, di amicizia tra le persone, di superamento di ogni nazionalismo. Si vede la possibilità di una religione che cresce attorno alle proprie fonti, inserita in un contesto multiculturale e plurireligioso. Si riscopre l'essenza di una Parola alta, incentrata sull'unico autentico comandamento - divino o umano che sia - quello dell'amore come fondamento della fraternità universale.

Grazie dunque a Fondazione Aquileia e collaboratori, grazie a Martina Dlabajova, Luca Villa e Cristiano Tiussi, insieme a tutti coloro che hanno collaborato per raggiungere questo prestigioso traguardo. Che veramente questa mostra dimostri come l'autentica Cultura sia il fondamento della giustizia e della pace ovunque. Nel Mediterraneo, in tutta Europa e nell'intero pianeta Terra.

mercoledì 9 settembre 2026

Tramonto della democrazia?

Due parole sulla vittoria dell'extra destra in Sassonia.

E' il tramonto della democrazia, gli antidemocratici che democraticamente sfiorano e forse raggiungono un posto - sia pur limitato - di governo? E' l'inizio di un'esplosione di razzismo e xenofobia con tragici precedenti? E' davvero una sorpresa?

Le risposte, secondo me, sono più politiche che immediatamente etiche, il che non le rende meno  preoccupanti, anzi! 

Il voto clamoroso in Sassonia richiama le vicende italiche degli ultimi decenni. Le straordinarie vittorie di Berlusconi, Renzi, Salvini e Meloni hanno qualcosa in comune, quella di presentarsi all'elettorato con un programma anti-sistema. In particolare, dal caso Lega in poi, si sono sentite campagne elettorali a parole antiliberiste e in particolare anti-unione europea. In altre parole, le ali estremiste hanno fondato il loro (effimero) successo sull'accoglimento del disagio della popolazione, interpretandolo con prospettive davvero in contraddizione con il potere mondiale dominante. 

Lo stesso si può dire - mutatis mutandis - dell'area di quella che un tempo veniva definita la sinistra extraparlamentare (detta anche estrema sinistra). Con risultati elettorali meno entusiasmanti, suscita certamente, al di là dei numeri, maggior simpatia di quanto non sembrerebbe a prima vista. Parte dell'astensionismo italico, per esempio, nasconde certamente una convinta adesione a una visione antitetica al turbocapitalismo e al neoliberismo dominanti. Infatti, molti più di coloro che vanno alle urne vorrebbero un mondo senza confini, la libera circolazione delle persone, la cancellazione degli arsenali militari, un internazionalismo contrario a ogni razzismo, il lavoro al potere, il riscatto degli umili e la liberazione degli schiavi. Eppure...

Gli "extra" si sgonfiano, non appena da movimenti che interpretano la protesta raggiungono la possibilità di arrivare al potere. In quel momento - è ciò che si è visto finora - non possono fare altro che assecondare i diktat di Bruxelles e di Washington (o degli algoritmi che li interpretano, se non addirittura dominano!). E inevitabilmente il consenso tracolla, più o meno rapidamente, quando il "popolo" si sente sostanzialmente preso in giro e si accorge che le promesse svaniscono in breve tempo nel nulla.

Questo non è consolante, se non per la prospettiva che un gruppo di ispirazione nazista o fascista prenda il potere, ma lo riesca a tenere soltanto per poco.

Non è consolante perché l'attuale momento sembra porre i settori anticapitalisti della politica continentale e mondiale di fronte a una drammatica alternativa: realizzare i programmi promessi nelle campagne elettorali e affrontare ad armi totalmente impari lo scontro diretto con i Poteri forti che dominano il Pianeta oppure cercare un compromesso tra la radicalità e la ragione di Stato, perdendo in questo casi immediatamente l'appoggio dei cittadini.

Si dice che in fondo i "centri" sinistra o destra siano molto simili, nei loro programmi e nelle loro proposte. Ed è vero, nella misura in cui, al di là delle manzoniane "grida", anche quelli che si proclamavano "extra", ubbidiscono poi più o meno a denti stretti al club dei Von der Leyen, Kallas, Trump, Netanyahu e così via.

Dunque, c'è la possibilità di uscire dall'inghippo? Si può sperare in una nuova società, non più dominata dalle esigenze violente del Capitale? Si può rifiutare il liberismo, senza che questo possa condurre a nuove forme di totalitarismo nazifascista? Vale la pena pensarci, sperando di non essere già fuori tempo massimo.