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| TONE KRALJ, Salome |
Quando si discute su questi tragici eventi, si hanno ordinariamente due reazioni, rimanendo nell'ambito delle posizioni più o meno razionali. Da una parte si dice che gli israeliani hanno esagerato, che non esiste proporzione fra l'offesa e la ritorsione, che un genocidio non può essere in alcun modo giustificato, ma che in ogni caso la loro reazione è la conseguenza del terribile atto terroristico di Hamas. Dall'altra parte, sottolineando anche le sempre più numerose inquietanti prove di autorevoli, volutamente ignorati, preavvisi da parte dei servizi segreti, si sottolinea come il 7 ottobre non sia nato dal nulla, ma sia stato invece a sua volta una reazione a quasi ottanta anni di vessazioni e persecuzioni violente attuate dallo Stato di Israele nei confronti dei Palestinesi di Gaza e della Cisgiordania.
Come in tutte le situazioni conflittuali, la ricerca della responsabilità affonda nel passato. C'è chi riscontra il sistema di provocazione - azione - ritorsione finalizzato a soffocare il dissenso anche nelle cosiddette democrazie occidentali e c'è chi risale alla notte dei tempi per sostenere l'insostenibile. In temi moderni lo fece Mussolini tentando di rinverdire i fasti dell'Impero Romano per soffocare le nazionalità non italiche e lo sta facendo la cricca di Netanyahu scomodando addirittura la tradizione biblica per rivendicare un presunto "diritto" nei confronti dei naturali abitanti della Palestina. Ben sapendo che sono gli interessi macroeconomici a manovrare il corso della storia, i reggitori delle sorti del mondo utilizzano l'elemento identitario pseudoreligioso per sollevare gli animi degli uni contro gli altri e per scatenare guerre terrificanti.
C'è una via di uscita alla ricerca di giustificazioni dell'orrore? Sì, una sola ed è la strada indicata da Gandhi e - perché no - anche da altri grandi riformatori religiosi di ogni tempo. E' la strada della nonviolenza attiva, il Sathyagraha del Mahatma o la legge evangelica dell'amore al nemico. Certo, è una via scomoda e forse facile da annunciare quando non ci si trova direttamente coinvolti in una situazione di terrore. Si tratta, come direbbe Gandhi, di riconoscere come la lotta nonviolenta, a fronte della disponibilità a mettere a repentaglio la propria vita, ottenga di gran lunga migliori risultati a fronte di un minor dispendio di esistenze cancellate dalla guerra. "E' più efficace essere colpiti - guardando in volto l'offensore - piuttosto che colpire, cambia il mondo più la possibilità di essere uccisi presentandosi inermi che quella di uccidere". "Se uno ti percuote sulla guancia tu porgi - saggia e mite provocazione! - anche l'altra (sì, ma sempre fissando gli occhi su quelli del violento), chi di spada colpisce di spada perisce..."
Il ricordo dell'orrore del 7 ottobre e di tutto ciò che ne è seguito dovrebbe e potrebbe rafforzare la convinzione secondo la quale la spirale tragica dell'azione-ritorsione possa essere fermata soltanto attraverso la nonviolenza. Ciò vale per la Terra Santa quanto per tutte le altre guerre assurde che si combattono in tutto il Pianeta. La strada che può evitare l'autodistruzione di Homo Sapiens è quella del disarmo generalizzato e della riscoperta dell'intelligenza amorevole come unica "arma" per risolvere i problemi che assillano la famiglia umana e, allargando l'orizzonte, tutti gli esseri viventi.



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