mercoledì 7 ottobre 2026

La nonviolenza attiva è l'unica soluzione

TONE KRALJ, Salome
Il 7 ottobre di tre anni fa è una di quelle date impossibili da dimenticare. I miliziani di Hamas hanno seminato morte tra giovani colpevoli solo di partecipare a una festa e preso in ostaggio oltre mille persone, trattate poi come merce di scambio in un'estenuante e disumana trattativa. La reazione all'attentato da parte dell'Israele governato dall'ultradestra di Benjamin Netanyau è stata terribile, un'azione di stampo genocidario, con il sistematico bombardamento della terra di Gaza, l'assassinio di decine di migliaia di palestinesi, tra i quali bambini, donne e anziani del tutto inermi e la distruzione dell'intero Paese.

Quando si discute su questi tragici eventi, si hanno ordinariamente due reazioni, rimanendo nell'ambito delle posizioni più o meno razionali. Da una parte si dice che gli israeliani hanno esagerato, che non esiste proporzione fra l'offesa e la ritorsione, che un genocidio non può essere in alcun modo giustificato, ma che in ogni caso la loro reazione è la conseguenza del terribile atto terroristico di Hamas. Dall'altra parte, sottolineando anche le sempre più numerose inquietanti prove di autorevoli, volutamente ignorati, preavvisi da parte dei servizi segreti, si sottolinea come il 7 ottobre non sia nato dal nulla, ma sia stato invece a sua volta una reazione a quasi ottanta anni di vessazioni e persecuzioni violente attuate dallo Stato di Israele nei confronti dei Palestinesi di Gaza e della Cisgiordania.

Come in tutte le situazioni conflittuali, la ricerca della responsabilità affonda nel passato. C'è chi riscontra il sistema di provocazione - azione - ritorsione finalizzato a soffocare il dissenso anche nelle cosiddette democrazie occidentali e c'è chi risale alla notte dei tempi per sostenere l'insostenibile. In temi moderni lo fece Mussolini tentando di rinverdire i fasti dell'Impero Romano per soffocare le nazionalità non italiche e lo sta facendo la cricca di Netanyahu scomodando addirittura la tradizione biblica per rivendicare un presunto "diritto" nei confronti dei naturali abitanti della Palestina. Ben sapendo che sono gli interessi macroeconomici a manovrare il corso della storia, i reggitori delle sorti del mondo utilizzano l'elemento identitario pseudoreligioso per sollevare gli animi degli uni contro gli altri e per scatenare guerre terrificanti.

C'è una via di uscita alla ricerca di giustificazioni dell'orrore? Sì, una sola ed è la strada indicata da Gandhi e - perché no - anche da altri grandi riformatori religiosi di ogni tempo. E' la strada della nonviolenza attiva, il Sathyagraha del Mahatma o la legge evangelica dell'amore al nemico. Certo, è una via scomoda e forse facile da annunciare quando non ci si trova direttamente coinvolti in una situazione di terrore. Si tratta, come direbbe Gandhi, di riconoscere come la lotta nonviolenta, a fronte della disponibilità a mettere a repentaglio la propria vita, ottenga di gran lunga migliori risultati a fronte di un minor dispendio di esistenze cancellate dalla guerra. "E' più efficace essere colpiti - guardando in volto l'offensore - piuttosto che colpire, cambia il mondo più la possibilità di essere uccisi presentandosi inermi che quella di uccidere". "Se uno ti percuote sulla guancia tu porgi - saggia e mite provocazione! - anche l'altra (sì, ma sempre fissando gli occhi su quelli del violento), chi di spada colpisce di spada perisce..."

Il ricordo dell'orrore del 7 ottobre e di tutto ciò che ne è seguito dovrebbe e potrebbe rafforzare la convinzione secondo la quale la spirale tragica dell'azione-ritorsione possa essere fermata soltanto attraverso la nonviolenza. Ciò vale per la Terra Santa quanto per tutte le altre guerre assurde che si combattono in tutto il Pianeta. La strada che può evitare l'autodistruzione di Homo Sapiens è quella del disarmo generalizzato e della riscoperta dell'intelligenza amorevole come unica "arma" per risolvere i problemi che assillano la famiglia umana e, allargando l'orizzonte, tutti gli esseri viventi. 

sabato 3 ottobre 2026

Francesco, 3 ottobre 1226 - 3 ottobre 2026

800 anni dalla morte di Francesco da Assisi. 

Lo ricordo con la foto di un suo scritto, la benedizione a frate Leone, conservata autografa nella chiesa di Spoleto.

E' un'invocazione di pace, sul fratello nel cammino di santità, su tutta l'umanità.

E' un momento difficile per la storia del mondo. L'esempio e la parola di Francesco siano veramente un'indicazione di strada, affinché il mondo possa incamminarsi sulla strada della vita, della nonviolenza attiva e dell'autentica giustizia sociale.

«Benedicat tibi Dominus et custodiat te;
ostendat faciem suam tibi et misereatur tui.
Convertat vultum suum ad te et det tibi pacem.
Dominus benedicat, frater Leo, te.»

venerdì 2 ottobre 2026

Referendum in Slovenija, 11 ottobre 2026

La Slovenia si appresta a votare, il prossimo 11 ottobre, quattro importanti referendum. Il primo, sostanzialmente vincolante, riguarda le indagini parlamentari. Gli altri sono invece consultivi e riguardano welfare e all'assistenza sociale, canone della televisione pubblica e sistema di voto.

Al di là dei singoli temi, sui quali gli interessati potranno ricevere molte indicazioni dalle trasmissioni televisive previste nei prossimi giorni, è evidente l'importanza politica di  questa chiamata alle urne. Le normative sottoposte al vaglio degli elettori sono infatti le prime espressioni legislative della nuova attuale maggioranza parlamentare della Repubblica di Slovenia. Scrivere "ZA" (a favore) o "PROTI" (contro), significa inviare un forte messaggio - pro o contro - a un governo che, fin dai suoi primissimi passi, ha indicato un percorso politico diametralmente opposto a quello perseguito dall'esecutivo Golob.

In altre parole, un'eventuale vittoria del "Proti" potrebbe frenare la decisa sterzata a destra, culminata con l'apertura dell'ambasciata di Israele a Lubiana e contestata anche con settimanali efficaci cortei e manifestazioni di piazza.

martedì 29 settembre 2026

Il film Naza, assolutamente da vedere

Da un disegno di Tone Kralj
Nelle sale cinematografiche, appena finito il film Naza scende un assoluto silenzio.

Sì, perché è difficile presentare in un modo così enorme e coinvolgente l'orrore. I soldati - tecnici informatici, aviatori, agenti dei servizi segreti - raccontano con dovizia di particolari la scelta di assassinare impunmente decine di migliaia di civili. donne, uomini e bambini. C'è un sospetto terrorista? Abbattiamo il grattacielo e se ciò comporta 500 Naza (= vittime collaterali), peggio per loro. Distruggiamo interi quartieri per indurre gli abitanti a trasferirsi al sud? Bene, non c'è problema, se il 50% e il 70% non ce l'ha fatta a mettersi in salvo, colpa loro. C'è la possibilità di avere una scodella di minestra? Bene, che se la guadagnino sfidando il tiro delle pallottole quesi sempre preciso dei cecchini. E i bambini? E le donne? E le 70 e più mila vittime innocenti? Colpa di Hamas... 

La distruzione sistematica della vita di migliaia e migliaia di famiglie, delle quali viene cancellata anche la memoria, procede di pari passo con la testimonianza della quotidianità delle famiglia di Tel Aviv, "spiate" dall'obiettivo del regista, che dimostra quanto sia facile, nell'era della tecnologia informatica, che i comandi militari conoscano ogni minimo particolare della vita di ognuno di noi.

Da una parte, dopo aver visto il film, è impossibile stare dalla parte di Israele e dei suoi criminali governanti. Bisogna fare di tutto perché siano completamente isolati da tutte le Nazioni del Pianeta, assai bene hanno fatto le delegazioni all'ONU a lasciare l'aula nel momento in cui iniziava a parlare il boia Netanyahu. Risulta che siano usciti anche i rappresentanti della Slovenia, forse un ultimo sussulto prima della clamorosa normalizzazione dei rapporti voluta dal neopremier Janez Janša. Non ci può essere alcuna giustificazione etica e politica a un massacro sistematico finalizzato - come esplicitamente affermato - alla completa distruzione di Gaza. Se non è genocidio questa volonta di annientamento è difficile capire cosa altro possa significare questa parola!

Ma c'è un ulteriore pensiero e riguarda ciascuno di noi. Se il governo israeliano e chi lo ha votato, cioè una parte dei discendenti delle vittime della più orrenda strage della storia, la Shoah del popolo ebraico (e dei rom e di tutte le altre categorie per le quali era stata prevista la cancellazione dalla faccia della Terra), si comportano nello stesso modo dei nazisti, la domanda sull'orrore assoluto si trasferisce su ognuno di noi.

La Arendtiana "banalità del male" trabocca dalle pacate parole con le quali i soldati israeliani parlano dei droni e dei missili che procedono nella loro azione devastante contro vecchi e bambini. Riecheggiano le parole dei capi nazisti a Norimberga, "abbiamo solo obbedito agli ordini" e assumono un rilievo ancora più sinistro nel racconto asettico dell'ingegniere informatico che "non ha ucciso nessuno, solo fornito delle coordinate suggerite dagli algoritmi da lui stesso inventati". E' proprio questa squallida quotidianità degli assassini e delle vittime a colpire particolarmente. Da un giorno all'altro chiunque può diventare vittima indifesa di una potenza militare inarrestabile e forse incontrollabile. Ma attenzione! Chiunque, sempre da un giorno all'altro, può diventare uno spietato omicida, pronto a riconoscere proprio sacrosanto dovere quello di cancellare dalla storia chi egli ritenga essere diverso da lui. Sì, occorre una permanente e costante vigilanza, perché quel "chiunque" potresti essere tu oppure, certamente, potrei essere anch'io. Il sonno della ragione continua a generare mostri.

La condanna dei rapitori di Giulio Regeni

L'attesissima sentenza di condanna per il sequestro di Giulio Regeni, inflitta a tre agenti (su quattro) dei servizi segreti egiziani, induce ad alcune riflessioni.

La prima riguarda il comportamento dei familiari di Giulio, dell'avvocata Ballerini e della cosiddetta gigantesca scorta mediatica che si è formata fin dallo svolgersi degli eventi di dieci anni fa. Si è trattato di una mobilitazione di base senza precedenti che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone, in Italia e in Europa e che ha permesso che si realizzasse l'impossibile: un vero e proprio processo contro i responsabili di un efferato delitto. Grazie alla tenacia di Paola e Claudio Regeni, un intero popolo si è messo in movimento, con tutti i mezzi possibili, per chiedere e ottenere verità e giustizia. Se quello di ieri non è stato il punto di arrivo, è stata comunque una tappa importantissima per ciò che concerne la storia della giustizia in Italia.

La seconda riflessione conduce in Egitto, il cui governo esce in modo catastrofico dalla sentenza. Nonostante l'incredibile affermazione del sempre più imbarazzante ministro degli esteri italiano, la condanna di tre 007 coinvolge direttamente gli apparati di potere. Non risultano infatti colpevoli degli elementi deviati, appartenenti alla criminalità comune, ma direttamente coinvolti in quanto espressione dei servizi segreti di uno Stato. Non è troppo difficile ipotizzare responsabilità ben più alte. La sentenza di ieri offre - a chi ancora ci creda - una ventata di speranza e di fiducia nei confronti dell'esercizio del potere giudiziario. Nessuno è esente dal dover rispondere di delitti spaventosi, neppure chi si trovi al comando di una Nazione o ritenga di godere di certificati di impunità.

E' vero che i condannati, con ogni probabilità, non sconteranno alcuna pena, a meno che non finiscano come alcuni innocenti misteriosamente trovati uccisi dopo essere stati accusati del delitto Regeni. Tuttavia la grandezza dell'azione svolta sta proprio nell'aver creduto negli strumenti della democrazia, come adatti ad affrontare e risolvere situazioni drammatiche come questa. Ora si tratta di non dimenticare quanto è avvenuto, non l'assassinio e non la mobilitazione generale che ne è seguita. Il caso giuridico del processo Regeni può e deve diventare un esempio di come sia possibile perseguire con tutte le forze possibili la verità e di conseguenza promuovere la giustizia. 

Si ha la speranza che in futuro situazioni simili - purtroppo tutt'altro che rare - possano essere risolte con minori difficoltà e con maggior disponibilità da parte delle istituzioni rispetto a quanto accaduto in questo caso. Anche perché non si troveranno sempre persone straordinarie come Paola e Claudio, legali eccezionali come Alessandra Ballerini o paesi coinvolti e coinvolgenti come Fiumicello, capaci di mantenere altissimo il livello dell'attenzione per oltre dieci anni di sofferenza e di lotta.

giovedì 24 settembre 2026

Scuola: i problemi sono profondi, le soluzioni superficiali

Possibile che in Italia non sia possibile avviare una discussione seria, su temi reali, senza strumentalizzare e scatenare le tifoserie?

Quello delle classi scolastiche formate da un numero elevato di bambini e ragazzi provenienti da famiglie di recente immigrazione, è un problema molto serio e deve essere affrontato come tale.

La "mossa" di Meloni e company è evidentemente propagandistica, superficiale e finalizzata esclusivamente a sollecitare gli umori di un elettorato sempre più distante. Ma anche le reazioni del cosiddetto centro sinistra non sono andate molto al di là della ridicolizzazione e dei meme.

In realtà la questione esiste, eccome. E non dipende dal numero più o meno alto di studenti che quando entrano nella scuola non conoscono neppure una parola di italiano. Per usare la formula classica del benaltrismo, sono ben altri i temi da esaminare.

Prima di tutto il fatto che la disumana e comprovata inutilità delle politiche di rigetto della destra, come peraltro l'assenza di sostenibili politiche di accoglienza della sinistra, hanno portato alla creazione di enormi ghetti, nelle grandi città e non solo. A Genova come a Torino,a Mestre come a Verona, a Roma come a Napoli, esistono quartieri abitati esclusivamente da nuovi arrivati, da varie parti del mondo. In essi si può trascorrere buona parte della propria esistenza senza alcuna necessità di imparare l'italiano e la progressiva marginalizzazione rende sempre più difficile l'incontro e la collaborazione. Un giovane può passare tutti gli anni della scuola dell'obbligo senza poter costruire relazioni con i coetanei "autoctoni", con una grave privazione di potenzialità e occasioni di crescita. Il superamento del "noi" alternativo al "loro" dovrebbe essere oggetto di riflessioni molto pratiche e concrete, a livello italiano ed europeo. Ma all'orizzonte non si vede molto altro che irrazionale "difesa" di presunte identità che saranno miseramente spazzate via dalla storia o di fumosa "accoglienza" priva di qualsiasi concretezza. E anche là dove sono state elaborate proposte intelligenti, sostenibili e creative, come nel caso degli SPRAR/SAI gestiti dai Comuni, ci si è dati da fare per soffocarle e renderle di fatto molto meno efficaci di quanto avrebbero potuto essere.

Un altro tema, in parte collegato, è quello relativo alla situazione della scuola italiana. Occorrerebbe un enorme investimento sulla formazione dei docenti. Molti di essi si sono preparati alla professione in tempi non troppo lontani cronologicamente, ma in un'altra era sociale e tecnologica. Conoscendo spesso poco anch'essi le lingue straniere, si trovano davanti a un gruppo di scolari, il maggior numero dei quali  entra nella scuola primaria parlando cinese, arabo, pakistano o ucraino... Come riuscire a comunicare? Da che parte iniziare? E come aiutare la formazione dei piccoli, senza violentare le loro lingua, storia e tradizione culturale o religiosa? Non è forse necessario un grande impegno di aggiornamento, per evitare che la scuola non diventi altro che un parcheggio obbligato, in attesa che nuove forze di lavoro vadano ad alimentare un sempre più numeroso sottoproletariato urbano? 

Un ulteriore questione riguarda la mediazione culturale. L'unica possibilità di superare l'oggettiva difficoltà di relazione tra nuovi presenti e istituzione scolastica è la presenza di numerosi mediatori culturali. Essi dovrebbero essere in grado di accompagnare ogni alunno - uno per uno! - nell'approfondimento della conoscenza e della valorizzazione delle lingue, delle tradizioni culturali non solo degli italiani, ma anche degli altri abitanti della Penisola. Perché questo accada, occorre moltiplicare le facoltà universitarie e gli istituti di ricerca per formare un grande numero di mediatori e prevedere una posta di bilancio abbastanza significativa per realizzare tale obiettivo (ridurre di un minimo le spese militari sarebbe ampiamente sufficiente!).

Ecco, forse su questi temi si dovrebbe procedere ragionando e discutendo, non gli uni contro gli altri, ma cercando insime il modo migliore per risolvere i problemi e realizzare il vero bene di ogni cittadina e cittadino, qualunque sia la sua storia. In altre parole, cercando veramente di "fare Politica".

sabato 19 settembre 2026

Nonviolenza, violenza e bandiere nazionali

Il nemico della nonviolenza è la violenza. Eppure, bisogna ammettere che in alcuni momenti della storia, soltanto utilizzando la violenza si è arrivati a sconfiggere la violenza. Il riferimento immediato e ovvio è la guerra partigiana, senza la quale il fascismo e il nazismo non sarebbero stati sconfitti.

La differenza oggettiva (indipendentemente dalla constatazione che a livello soggettivo non sia stato sempre così), sta nel fatto che la lotta partigiana sia stata internazionalista e finalizzata al raggiungimento di un bene per l'intera umanità e non soltanto per un popolo o per una nazione. 

In ogni situazione di conflitto, ogni "bandiera" ritiene di avere tutte le ragioni e di conseguenza che l'opposta abbia tutti i torti. Da questa tragica semplificazione, derivano drammatiche conseguenze, tanto più quando le parti si ammantano di bandiere e si assiste al trionfo del nazionalismo e del particolarismo.

Nel nome effimero di un lenzuolo sventolante, si realizzano gli interessi macroeconomici dei reggitori del mondo e ci si scanna senza pietà, credendo di difendere l'identità o di salvaguardare la democrazia. E' una sorta di tragica tifoseria, dove il tempo determina il cambiamento degli equilibri e la maggioranza sostiene i cowboys contro gli indiani, i bianchi contro i neri, una squadra contro l'altra.

C'è qualche via per uscire da questa spirale?

Un'idea potrebbe essere quella di riaffermare con convinzione il metodo nonviolento come l'unico in grado di ottenere maggiori risultati, a fronte della sofferenza individuale o collettiva di chi lo esercita. E l'eccezione della guerra partigiana? Forse è l'unica possibile, là dove essa non è stata combattuta a favore di una nazione o di una specifica identità, bensì della generale liberazione dal mostro nazifascista.

Un'altra idea, conseguente, potrebbe riferirsi al superamento delle "bandiere". Nelle guerre in corso, c'è la tentazione di essere totalmente da una parte contro l'altra e di sostenere, anche in piena buona fede, esclusivamente una posizione contro l'altra. Per esempio, ben comprendendo i prescena e i retroscena dell'intervento russo in Ucraina, accanto alla denuncia dei misfatti di Zelensky, non si può tacere sistematicamente quelli di Putin. Le demonizzazioni e le santificazioni sono sempre molto pericolose. Se infatti è insostenibile la spasmodica volontà di guerra del premier ucraino e della cricca euroamericana che lo sostiene, occorre anche dire che dopo quasi quattro anni e centinaia di migliaia di morti, Putin non può essere contemplato soltanto come povera vittima degli interessi occidentali.

Lo stesso vale, mutatis mutandis, per Israele e la Palestina. Come non denunciare lo spaventoso genocidio di Gaza, i bombardamenti indiscriminati sul Libano, lo scandali per la schifosa prepotenza dei coloni in Cisgiordania? Perché allora non accompagnare l'ovvio sostegno alle ragioni dei più deboli, con il rifiuto esplicito e reiterato degli atti di violenza di Hamas, i quali non soltanto non facilitano, ma al contrario mortificano il desiderio di giustizia dei palestinesi?

Il giudizio su ciò che sta accadendo crea singolari e inedite convergenze, a destra e a sinistra. I soldati ucraini - si domandano molti, anche nel centro sinistra e perfino nell'anpi - sono come i partigiani, difendendo la propria patria dall'ingerenza russa? All'opposto, i russi, con il loro intervento, non vogliono forse tutelare i diritti della popolazione russofona del Donbass e della Crimea? Come potrebbero i palestinesi, oppressi da ottanta anni di dominazione israelo-statunitense, difendersi dai soprusi, se non con la violenza che per lo meno porta la loro causa dimenticata sotto i riflettori internazionali? Ma questa posizione corre parallela a quella dei filoisraeliani - anche moderati - che pur deplorando gli eccessi, ritengono legittima l'azione violenta preventiva nei confronti di chi vorrebbe portare l'attacco al cuore dello Stato.

Visitando ciò che resta degli ospedali partigiani di Franja - da ricostruire, quanto prima possibile - e di Pavla, la tipografia partigiana di Vojsko, dove è nato il Partizanski, poi Primorski dnevnik, un'idea me la sono fatta: le memorie partigiane della Lotta di Liberazione europea meritano di essere riconosciute come siti UNESCO, perché nella loro essenza indicano un cammino alternativo al nazionalismo, al razzismo e al particolarismo. La lotta contro ogni oppressione deve essere possibilmente nonviolenta. In alcuni casi, purtroppo, così non può essere e in questi l'uso della violenza può essere compreso solo in un'ottica di rovesciamento di ogni regime oppressivo non in nome della propria bandiera, nazione o cultura, ma della difesa dei diritti, della giustizia e della libertà dell'intera Umanità.