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giovedì 26 settembre 2024

Che fine ha fatto la mostra sul "Tesoro di Aquileia"?

 

Un po' di sale, ogni tanto...

Nell'anno precedente la pandemia, era nata una bella idea, quella di presentare il tesoro storico dell'Arcidiocesi di Gorizia nelle due strutture di Santa Chiara a Gorizia e Palazzo Meizlik ad Aquileia.

Il covid portò altri pensieri e progetti, la proposta rimase nel cassetto, in attesa di tempi migliori.

Questi arrivarono con l'annuncio di Nova Gorica con Gorizia capitale europea della Cultura 2025. Nella primavera 2023 si mosse Aquileia ed elaborò un percorso a dir poco entusiasmante, anche grazie all'esplicito sostegno dell'assessorato alla Cultura della Regione Friuli-Venezia Giulia. Con i referenti della Società per la Conservazione della Basilica di Aquileia, si riunirono i rappresentanti di Fondazione Aquileia, Comune e Museo Archeologico Nazionale. Si contattarono i responsabili del Goriški Muzej e di Kostanjevica. Si arrivò fino alla stesura di una bozza di lavoro, con alcune caratteristiche importanti.

Sotto il titolo il Tesoro di Aquileia, si riteneva possibile e si sperava di offrire ai visitatori un grandioso percorso su più sedi, unite nel presentare la relazione tra spiritualità e arte, dall'antichità preromana fino alla postmodernità. Ad Aquileia avrebbero trovato spazio le testimonianze relative alla realtà dell'Adriatico settentrionale e alle relazioni con i culti diffusi nel Bacino Mediterraneo. A Palazzo Meizlik e in Basilica avrebbero trovato posto gli apporti del paleocristianesimo e dei primi secoli del Patriarcato. A Gorizia, tra Santa Chiara e Kostanjevica, si sarebbero esposti i reperti legati alla storia dell'Arcidiocesi, dal 1751 a oggi, ma anche le vicende legate al protestantesimo, con la predicazione di Trubar nel '500 e con la ripresa valdese/metodista alla fine dell'800. Non sarebbe mancata la menzione alla gloriosa e tragica storia dell'ebraismo goriziano e dei suoi illustri rappresentanti. Nel Goriški Muzej e a Sveta Gora avrebbero trovato posto le vicende legate alla storia del popolo sloveno, al processo di cristianizzazione, alle sopravvivenze della religiosità naturale e popolare. Naturalmente si sarebbe parlato anche del Novecento, raccontando le delicate vicende del "secolo breve" contestualizzate nell'intera lunga vicenda storica del territorio.

Bello vero? Sì, molto bello, è stato detto nell'aula del Consiglio Comunale più di un anno fa, quando questo ambizioso e sostenibile progetto è stato presentato ai decisori, all'inizio del mese di settembre 2023. E' stato assicurato che nel giro di un mesetto sarebbe stata costituito il Comitato Scientifico e tutto sarebbe andato avanti spedito, tutto liscio fino alla realizzazione dell'obiettivo. Passato circa un mese, una fantomatica commissione nominata da non si sa bene chi, è stata convocata per contemplare i tesori dell'Arcidiocesi contenuti nel forziere dell'Arcivescovado. Si vociferava, in quella occasione, dell'assegnazione della direzione scientifica a Marino Degrassi, ma né il bravo editore era presente, né da quel momento in poi sarebbe più stata convocata la suddetta Commissione, pubblicizzata sui quotidiani, ma in realtà mai insediata.

E adesso? Dato ormai per scontato che l'entusiasmante progetto "Dal preromano al postmoderno" non potrà essere realizzato - impensabile riprendere tutte le relazioni interrotte e organizzare il tutto ormai alla vigilia del 2025 - è dato sapere quale sarà il destino della Mostra? Sarà limitata ai "pezzi" del Tesoro conservato in Arcivescovado? Aquileia, che all'inizio sembrava essere decisiva nell'organizzazione complessiva, c'entrerà ancora qualcosa? Si dice (dicunt tradunt ferunt) che qualche giorno fa, nel corso di un incontro tra il suddetto Degrassi, il referente della cultura dell'Arcidiocesi di Gorizia don Santi Grasso e l'assessore Oreti, sia stata di fatto affidata la direzione artistica a una persona molto competente e degna e che questa abbia cominciato già a muoversi per immaginare le caratteristiche fondamentali dell'esposizione. Non sarebbe il caso di passare dal "si dice" al "si fa", ufficializzando eventuali decisioni prese e anche - almeno per educazione - notificando ai cosiddetti "commissari" che erano stati contattati un anno fa, che il loro compito è esaurito, o meglio, non è neppure iniziato? Perché tanti segretucci che non giovano alla trasparenza e tanti accordi sotterranei così lontani dalla bella impostazione generale della capitale europea della Cultura?  

sabato 6 aprile 2024

Il parco del Rafut, un gioiello nel cuore del territorio goriziano

 

A volte si cercano mete distanti e ci si gode la bellezza del verde e delle architetture di città lontane.

Poi ci si accorge della bellezza del proprio ambiente di vita. Nova Gorica, Gorizia e dintorni sono un miracolo di amicizia e convivenza, luoghi che hanno visto tremendi conflitti oggi diventano un segno talmente forte di unità nella diversità delle lingue e delle culture, da meritare addirittura il titolo di capitale europea della Cultura.

All'improvviso si apre una nuova finestra di bellezza e, oltre alle considerazioni storiche e filosofiche, non si può che rimanere affascinati. E' stato inaugurato in questi giorni il Parco cittadino del Rafut. A neanche un chilometro dalla mia casa, al di là di un chiaro portone, si spalanca un mondo incantato. Strade pittoresche e gradinate sontuose consentono di attraversare veri e propri boschi di canne e di ammirare alberi secolari talmente alti da sembrar sfidare il cielo. Passo dopo passo, gradino dopo gradino si arriva sotto la spettacolare Villa Laščak, dalla storia intrigante e misteriosa e dalle evidenti influenze orientali. Un pezzo dell'Egitto del famoso architetto goriziano è stato portato nel cuore della città, a un passo dallo storico convento della Kostanjevica. L'ideatore e costruttore non ha potuto godersi il fascino della sua opera, ma quando si cammina lungo i vialetti e ci si inerpica sulla collina, è quasi naturale dedicargli un pensiero grato.

In attesa del completamento dei lavori nella Valletta del Corno, il territorio si arricchisce di uno straordinario polmone verde, un dono prezioso a ogni cittadina e cittadino. Veramente, è una passeggiata che vale la pena, tanto più se preceduta o seguita dall'immersione nella storia del Novecento, resa possibile dalla visita ai due bei musei, quella della prepustnica e del contrabbando, nelle antiche case che ospitavano i doganieri al tempo del confine.  

domenica 3 marzo 2024

Sta per uscire Nova Gorica Gorizia, due città in una, la guida bilingue per idealisti, viandanti e ciclisti

 

Mancano due mesi.

A cosa?

Ma è logico, al 3 maggio.

Embhè?

Come embhè? Sta per uscire!

Sta per uscire che cosa?

Eh, non ti dico ancora...

E allora, perché mi dici che mancano due mesi, se poi non puoi dirmi per cosa?

Perché volevo tirarla un po' per le lunghe...

E allora?

Allora il 3 maggio uscirà la guida per conoscere le Culture (con la C maiuscola) della due Gorica.

Come "della due Gorica"?

Sì, si parlerà di "due città in una" e per questo ci si può permettere anche di stravolgere perfino la grammatica. L'edizione slovena è facilitata, basta dire Gorici, grazie al bellissimo e originalissimo duale, ecco riassunte in un'unica parola Nova Gorica e Gorizia. Con i loro bei dintorni, ovviamente.

Quindi sarà in due lingue?

Sì, per ora sì, un'edizione in sloveno (ZTT Trieste) e una in italiano (Ediciclo), poi si penserà anche all'inglese...

A chi è rivolta?

A chi ama camminare e andare in bici, sulle strade della Capitale europea della Cultura. Ciclisti e viandanti di tutto il mondo, unitevi!

E chi l'ha scritta?

Beh, questo te lo dirò un'altra volta. Intanto, save the date: la "prima" presentazione sarà venerdì 3 maggio, ore 18 presso il Kulturni dom di Gorizia. Rigorosamente, in italiano e in sloveno.

Lep pozdrav, dragi bralec!

lunedì 19 febbraio 2024

Aquileia e l'Europa, un contributo a Nova Gorica con Gorizia, "capitale europea della Cultura 2025"

Anche quest'anno l'Università della Terza Età di Cervignano del Friuli propone un cassai interessante corso gratuito, aperto a tutta la cittadinanza, dedicato alla storia di Aquileia. Si svolgerà ordinariamente ogni MERCOLEDI', dalle 15.30 alle 17, presso la SALA CONSILIARE del Comune di AQUILEIA. 

Il tema di questa edizione è particolarmente avvincente. Si affronterà la realtà di "Aquileia e il mondo patriarcale nel medioevo", con alcuni approfondimenti particolarmente utili per comprendere l'eredità europea della storia aquileiese e le radici profonde della Capitale europea della Cultura 2025, Nova Gorica con Gorizia.

Si inizierà con l'archeologo Luca Villa che parlerà del ruolo del Patriarcato nel mondo tardoantico e altomedievale. La sua riflessione - particolarmente raccomandata in vista degli eventi del 2025 - sarà completata dall'intervento del direttore della So.Co,B.A. (cioè il sottoscritto), sul rapporto tra collocazione storico geografica e origini della cristianizzazione del mondo sloveno, in rapporto alla storia di Aquileia. La professoressa Silvia Blason spiegherà il ruolo del patriarca Poppone "uomo europeo", mentre l'esperta Elena Menon introdurrà il tema del pellegrinaggio ad Aquileia. Con Marino Del Piccolo, in un'uscita straordinaria presso l'hospitale di San Giovanni a san Tomaso di Majano, si parlerà degli hospitali e dei ricoveri per i pellegrini medievali. Seguirà un approfondimento relativo soprattutto al Cammino di Santiago, di nuovo da parte di Silvia Blason, del Gruppo Archeologico Aquileiese, con un breve riferimento al Cammino di San Martino, da parte di Marino Del Piccolo. L'ultimo incontro in loco si svolgerà presso il Museo Paleocristiano e sarà curato dall'archeologa Marta Novello, direttrice del Museo Archeologico Nazionale. Alla fine del corso, il 10 aprile, è prevista una visita di studio ai laghi di Bled e Bohinj, sulle orme dei leggendari Bogomila e Črtomir, protagonisti del Krst pri Savici, battesimo presso le sorgenti della Sava, il noto poema del grande poeta sloveno France Prešeren.

Per qualsiasi informazione, ci si può rivolgere alla segreteria dell'UTE di Cervignano (tel. 0431-34477).

domenica 21 gennaio 2024

Kulturna prestolnica in filozofija miru. Capitale della cultura e filosofia della pace. Magistrski prispevek Stojana Pelka. Un magistrale intervento di Stojan Pelko.

Un'immagine del Convegno di Pax Christi del 30 dicembre a Gorizia
 Pubblico oggi, nell'originale sloveno e poi in mia traduzione italiana, il magistrale intervento del filosofo Stojan Pelko - responsabile del programma Capitale europea della cultura 2025 per GO2025 - sul tema “Pace e Capitale europea della Cultura. Lo ringrazio di cuore, perché nel suo discorso – già pubblicato sull’ottimo forumgoriziablog.it - ci sono molti spunti di riflessione che vanno oltre al contesto del Convegno sulla pace che si è tenuto il 30 dicembre presso la sede di Gorizia dell’Università di Trieste. Riguardano invece la situazione generale del mondo e la possibilità che l’umanità inverta la marcia e si impegni nella strada della vera pace e mai più della guerra.

Objavljam danes, magistrski prispevek filozofa Stojana Pelka - Programski vodja EPK 2025 - na temo "mir in Evropska prestolnica kulture". Z iskrenim srcem se mu zahvaljujem, saj v njegovem govoru - že objavljenem na odličnem forumgoriziablog.it - najdemo veliko miselnih vzvodov, ki presegajo okvir konference o miru, ki je potekala 30. decembra na sedežu Univerze v Trstu v Gorici. Namesto tega se nanašajo na splošno stanje sveta in možnost, da človeštvo spremeni smer ter se zavzame za pravo pot miru, nikoli več vojne.


Kulturna prestolnica in filozofija miru

Stojan Pelko

 

Buenu komu il pan.

Spoštovani, nalašč začenjam s stavkom v jeziku, ki ga ne govorimo, a ga vsi razumemo. Razumete ga tisti, ki govorite italijansko in ste torej doma v romanskih jezikih.

Razumem ga jaz, ki me materina slovenščina in babičina bosanščina delata za govorca slovanskih jezikov.

In verjamem, da ga razume precejšen del sveta, ki je kdajkoli v življenju slišal kaj španščine, francoščine, hebrejščine ali se morda učil latinščine.

He was as good as bread.

Ga je v angleškem izvirniku zapisal ameriški pisatelj bosanskega rodu, ukrajinskih korenin in židovskega porekla, Aleksandar Hemon. Nam, ki poznamo pisca in kraje, iz katerih prihaja, se zdi, da ga je najprej mislil v bosanščini: Bio je dobar ko kruh.

Poznamo ga, ker ga beremo – in ker smo ga povabili na Evropsko prestolnico kulture. Andrea Bellavite, ki me je povabil sem – in ki vam danes prenaša moje besede – je sedel zraven mene, ko sva ga poslušala v pritličju novogoriške knjižnice Franceta Bevka. Avtorjeve besede v bosanščini so do njega prihajale v brezhibnem italijanskem prevodu, zato je lahko razumel in začutil vse finese avtorjeve subtilnosti – in zato sva se lahko spogledovala in kimala drug drugemu. In na moje vprašanje avtorju, od kod drznost in pogum, da lahko stavke v tujih jezikih piše sredi angleščine, ne da bi potreboval prevodov v opombah na dnu strani, je pisatelj pojasnil, da ravno v Novi Gorici in Gorici še kako dobro razumemo, kako se nas besede primejo, kadar potujemo skozi svetove.

Kdor je že prebral Hemonov roman The World and All That It Holds (Il mondo e tutto ciò che contiene), je na koncu odkril, da cel roman dolgujemo štirim vrsticam pesmi, ki mu jih je med podpisovanjem knjig leta 2001 v Jeruzalemu zapela Rahela Pinto, potomka dveh glavnih junakov romana. Iz enega srečanja in nekaj verzov se je rodil eden najlepših romanov začetka stoletja.

Ali res? Ne, ni res: morala so se zgoditi cela partikularna življenja – in zgodbe se je moral lotiti avtor, ki je ta življenja znal dvigniti na nivo univerzalne zgodovine.

Zakaj nas torej Hemonov Svet (z malo in veliko začetnico) zadeva, nas tukaj, v Gorici, in nas zdaj, konec leta 2023?

Po eni strani zato, ker govori o stoletju, ki se je začelo v avstro-ogrskem Sarajevu in končalo v izraelsko-palestinskem Jeruzalemu. Ker govori o tem, kako je ljubezen močnejša od smrti, a tudi o tem, kako je vojna močnejša od miru. Zato o miru ne moremo govoriti, ne da bi govorili tako o Srebrenici kot o Gazi.  

Po drugi strani pa zato, ker bomo v EPK 2025 ravno v preteklih partikularnih zgodovinah poskusili iskati univerzalne zgodbe: enkratnost in hkratna univerzalnost sle po življenju in ustvarjanju slikarja Zorana Mušiča, enkratnost in hkratna univerzalnost osvobajanja norosti izpod okovov družbenega discipliniranja psihiatra Franca Basaglie, enkratnost in hkratna univerzalnost možnosti gradnje novega mesta arhitekta Edvarda Ravnikarja … To so naše zgodbe, to je naša zgodovina.

Naša zgodba je tudi Pasolini, ki je, zvest Matejevemu evangeliju, položil v usta svojemu Kristusu besede: »… nisem prišel, da prinesem mir, ampak meč.« (Mt, 10,34)

In tudi nedavno umrli Toni Negri, ki je v biopolitičnem abecedariju Du retour (ki sem ga iz francoščine prevedel v slovenščino kot Vrnitev), za geslo pod črko J najprej pomislil na »Jamais plus la guerre!« - Nikoli več vojne! In pojasnil: ker mu je vzela očeta, ki so mu fašisti dali piti ricinusovo olje; ker mu je vzela brata, ki je padel na fronti leta 1943; ker se je družina šele po dvanajstih bombardiranjih Padove zatekla na deželo, kjer pa so zavezniki dnevno bombardirali most, ki so ga Nemci vsako noč znova zgradili.

In vendar … in vendar Negri v najtežjih trenutkih vojne dobi, kot sam pravi, »nadomestnega očeta« v deset let starejšem partizanu iz Trenta, študentu medicine, ki je postal mož njegove sestre. In katere besede uporabi Negri v izvirniku Vrnitve za svojega svaka – očeta? »C'est quelq'un du bien.« Bil je dober tip.

Morda bi lahko rekli tudi »… dober kot kruh, buenu kome il pan«?

Dve zgodbi, več usod, isto stoletje. Družinske vezi in družba, ki jih strga s silo moči. Ali »nikoli več vojne« zares pomeni zgolj mir – ali pa se je mogoče sili zgodovine in teži spomina zoperstaviti kako drugače kot z nostalgijo ali tradicijo? Tu želim biti učenec »cattivo maestro« in vam povzeti, kaj sem se od njega naučil, tako skozi prevod kot skozi pogovore z njim v Parizu, Ljubljani in Benetkah. Takole pravi Negri, še vedno pod črko »J«:

»Soočeni s težo spomina moramo biti nerazumni (deraisonnable)! Razum je večno kartezijanstvo. Proti Descartesu je treba izbrati Galileja: najlepša reč je misliti »proti«, misliti »novo«. Spomin pogosto prepreči upor, zavrnitev, invencijo.«

In tu se Hemon in Negri ponovno srečata. Hemon v jeruzalemskem zaključku, ki je v resnici mitični začetek geneze njegovega romana, zapiše:

»Značilen simptom melanholije je, da si raje domišljamo zgodovino namesto prihodnosti, saj se nam prihodnost zdi nedostopna in negotova, medtem ko je preteklost vse, kar je, kar je mogoče v neskončnost reproducirati.«

Dovolite mi, da si, neskromno, kot motto naše skupne goriške evropske prestolnice kulture izberem prav to stavo na prihodnost, na invencijo in upor, kakor jo je imela na enem od bedžev napisana Rahela Pinto, ko je zapela Hemonu: Remember the Future!

Veste, kaj pomeni »spominjati se prihodnosti«? Ne vstopati vanjo v miru, temveč z mečem v pomenu razločevanja (kakor Lukov evangelij natančneje definira Matejev mir: »Mislite, da sem prišel prinašat mir na zemljo? Ne, vam rečem, ampak razdeljenost.« (Lk, 12,51).

Ko bomo gledali Mušičeve risbe trupel iz Dachaua, bomo mislili na trupla iz Gaze. In ko bomo gledali rdeče madeže na belih rjuhah, bomo mislili na Lucia Fontano: kadar je podoba prehuda, nobene barva ne zaleže – ampak je treba zarezati v platno.

In ker mi je Andrea v naslov postavil »filozofijo miru«, naj končam s filozofom, ki me je največ naučil o filozofiji in življenju – Gillesom Deleuzom. Prav podobo Fontaninega reza v platno uporabi za ključno prispodobo o ustvarjalni nuji umetnika (povzemam iz knjige, ki sta jo napisala skupaj s Felixom Guattaraijem, Kaj je filozofija?):

Ljudje si pred težo sveta delamo dežnike, potem pa v varnem zavetju nanje pišemo mnenja in slikamo klišeje. Resnični umetnik pa ne riše po marelah: ne, on zareže v to varno zavetno platno, da bi spustil skozi piš prepišnega kaosa, ki nam ponudi bleščečo vizijo nečesa novega, dotlej nepojmljivega. Zato se umetnik ne bori toliko s kaosom, kot s klišeji. In zato tudi umetnost ni kaos, ampak kompozicija kaosa, ki nam prinese vizijo.

Ko boste videli reze na naših podobah, plesih, filmih, gledaliških predstavah, romanih in pesmih, vedite, da gre za takšne reze – ne z mečem vojne, temveč z umetniškim rezilom razločevanja. Da bomo znali vedeti in videti, kdo je v tem našem kaotičnem svetu … buenu kome il pan. In ja, Hemon je obljubil, da se leta 2025 vrne! Hvala in mir z vami.


 
Città capitale della cultura e filosofia della pace Stojan Pelko

Buon pane a chi lo merita. Rispettabili, intenzionalmente inizio con una frase in una lingua che non parliamo, ma che tutti comprendiamo. La comprendono coloro che parlano italiano e sono quindi a casa nei linguaggi romanzi. La comprendo io, reso parlante dalle mie radici slovene e dalla lingua bosniaca di mia nonna. E credo che la capisca una buona parte del mondo che abbia mai sentito parlare spagnolo, francese, ebraico o che forse ha imparato il latino. He was as good as bread. Questo è stato scritto nell'originale inglese dallo scrittore americano di origine bosniaca, radici ucraine e origine ebraica, Aleksandar Hemon. A noi, che conosciamo lo scrittore e i luoghi da cui proviene, sembra che l'abbia pensato prima in bosniaco: Era buono come il pane. Lo conosciamo perché lo leggiamo, e perché lo abbiamo invitato a essere la Capitale Europea della Cultura. Andrea Bellavite, che mi ha invitato qui - e che oggi trasmette le mie parole a voi - era seduto accanto a me quando lo ascoltavamo al piano terra della biblioteca di Nova Gorica, traducendo le parole dell'autore dal bosniaco all'italiano con perfetta precisione. Così poteva capire e percepire tutte le sottili sfumature della sottigliezza dell'autore, e così potevamo scambiarci sguardi e annuire reciprocamente. Alla mia domanda all'autore, da dove derivasse l'ardire e il coraggio di scrivere frasi in lingue straniere in mezzo all'inglese, senza bisogno di note a piè di pagina, lo scrittore spiegò che proprio a Nova Gorica e Gorizia capivamo bene come le parole ci attaccano quando attraversiamo mondi. Chi ha letto il romanzo di Hemon, "The World and All That It Holds" (Il mondo e tutto ciò che contiene), ha scoperto alla fine che l'intero romanzo è debitore di quattro righe di una poesia cantata da Rahela Pinto durante la firma dei libri nel 2001 a Gerusalemme, discendente di due dei protagonisti del romanzo. Da un incontro e alcune versi è nato uno dei più bei romanzi dell'inizio del secolo. Ma è vero? No, non è vero: dovevano accadere intere vite particolari - e le storie doveva affrontarle uno scrittore capace di elevarle al livello di storia universale. Perché, quindi, il Mondo (con la maiuscola) di Hemon ci tocca qui, a Gorizia, ora, alla fine del 2023? Da un lato, perché parla di un secolo che è iniziato a Sarajevo nell'Impero Austro-Ungarico e si è concluso a Gerusalemme, israeliano-palestinese. Parla di come l'amore sia più forte della morte, ma anche di come la guerra sia più forte della pace. Quindi non possiamo parlare di pace senza parlare sia di Srebrenica che di Gaza. D'altra parte, perché nell'EPK 2025 cercheremo proprio nelle vite particolari passate storie universali: l'unicità e contemporanea universalità della sete di vita e della creazione del pittore Zoran Mušič, l'unicità e contemporanea universalità della liberazione dalla follia sotto la disciplina sociale del medico-psichiatra Franco Basaglia, l'unicità e contemporanea universalità della possibilità di costruire una nuova città dell'architetto Edvard Ravnikar... Queste sono le nostre storie, questa è la nostra storia. La nostra storia è anche quella di Pasolini, che, fedele al Vangelo di Matteo, pose parole a suo Cristo: "... non sono venuto a portare pace, ma spada" (Mt 10,34). E anche di Toni Negri, recentemente scomparso, che nel suo abecedario biopolitico "Du retour" (tradotto dal francese in sloveno come "Ritorno"), sotto la lettera J, pensò prima a "Jamais plus la guerre!" - Mai più guerra! E spiegò: perché gli aveva portato via il padre, a cui i fascisti avevano fatto bere olio di ricino; perché gli aveva portato via il fratello, caduto sul fronte nel 1943; perché la famiglia si era rifugiata in campagna solo dopo dodici bombardamenti su Padova, dove gli alleati bombardavano ogni giorno il ponte che i tedeschi ricostruivano ogni notte. Eppure... eppure Negri nei momenti più difficili della guerra trova, come dice lui stesso, un "padre adottivo" in un partigiano di Trento, di dieci anni più anziano, uno studente di medicina che diventa marito di sua sorella. E quali parole usa Negri nell'originale "Ritorno" per il suo nipote - padre? "C'est quelqu'un du bien." Era una brava persona. Forse potremmo dire anche "... buono come il pane, buenu kome il pan"? Due storie, molte vite, lo stesso secolo. Legami familiari e società che li strappano con la forza del potere. Ma "mai più guerra" significa davvero solo pace - o forse la forza della storia e il peso della memoria possono essere affrontati in modo diverso da nostalgia o tradizione? Qui voglio essere uno "studente cattivo maestro" e riassumere ciò che ho imparato da lui, sia attraverso la traduzione che attraverso le conversazioni con lui a Parigi, Lubiana e Venezia. Ecco cosa dice Negri, ancora sotto la lettera "J": "Di fronte al peso della memoria dobbiamo essere irragionevoli (deraisonnable)! La ragione è l'eterno cartesianesimo. Contro Cartesio, bisogna scegliere Galileo: il più bello è pensare "contro", pensare "nuovo". Spesso il ricordo impedisce la resistenza, il rifiuto, l'invenzione." E qui Hemon e Negri si incontrano di nuovo. Hemon nella conclusione a Gerusalemme, che è in realtà l'inizio mitico della genesi del suo romanzo, scrive: "Un sintomo caratteristico della melanconia è preferire immaginare la storia piuttosto che il futuro, poiché il futuro ci sembra inaccessibile e incerto, mentre il passato è tutto ciò che esiste, riproducibile all'infinito." Mi permetto, con un po' di presunzione, di scegliere proprio questa frase come motto della nostra comune capitale europea della cultura goriziana, incentrato sul futuro, sull'invenzione e sulla resistenza, come recitava Rahela Pinto su uno degli adesivi quando cantava a Hemon: Remember the Future! Sapete cosa significa "ricordare il futuro"? Non entrarci pacificamente, ma con la spada nel senso della discriminazione (come il Vangelo di Luca definisce più precisamente la pace di Matteo: "Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma divisione." (Lc 12,51). Quando guarderemo i disegni di Mušič dei corpi di Dachau, penseremo ai corpi di Gaza. E quando guarderemo le macchie rosse su lenzuola bianche, penseremo a Lucio Fontana: quando l'immagine è troppo cruda, nessun colore basta - ma bisogna tagliare nella tela. E poiché Andrea ha posto in testa "filosofia della pace", concludo con il filosofo che più mi ha insegnato sulla filosofia e sulla vita - Gilles Deleuze. Usa proprio l'immagine del taglio nella tela di Fontana come metafora chiave della necessità creativa dell'artista (sto parafrasando da un libro scritto insieme a Felix Guattari, "Che cos'è la filosofia?"): Le persone si costruiscono ombrelli per ripararsi dal peso del mondo, e poi, al sicuro, vi scrivono opinioni e dipingono cliché. Il vero artista, tuttavia, non traccia linee guida: no, lui taglia in quella tela sicura e protetta per far passare il soffio del caos, offrendoci la visione splendente di qualcosa di nuovo, fino ad allora incomprensibile. Pertanto, l'artista non combatte tanto il caos, quanto i cliché. E per questo l'arte non è il caos, ma la composizione del caos, che ci offre una visione. Quando vedrete tagli nelle nostre immagini, nei nostri balli, nei nostri film, nelle nostre rappresentazioni teatrali, nei nostri romanzi e nelle nostre poesie, sappiate che sono tagli del genere - non con la spada della guerra, ma con la lama artistica della discriminazione. Per sapere e vedere chi è in questo nostro mondo caotico... buenu kome il pan. E sì, Hemon ha promesso di tornare nel 2025! Grazie e pace a voi

sabato 18 novembre 2023

Nel 2025, un'esposizione "dal preromano al postmoderno"?

Il campanile di Aquileia, nella nebbia
Si parla molto di una "mostra clou" della Capitale europea della Cultura 2025. Sembra che sia dedicata al "Tesoro di Aquileia", intendendo con ciò l'esposizione dei reperti sacri custoditi nelle casseforti dell'Arcivescovado di Gorizia. Almeno, questo è ciò che era stato programmato negli anni precedenti il Covid, quindi anche la prestigiosa "nomination" europea, immaginando le sedi espositive di Palazzo Meizlik ad Aquileia, di Santa Chiara a Gorizia e di Kostanjevica.

Nel contesto attuale, con lo sguardo di un Continente rivolto al territorio Goriziano, l'idea non può che essere rivisitata in termini essenzialmente culturali, con un generale allargamento di visione che possa consentire ai visitatori - ma anche ai residenti - l'approfondimento dei motivi che hanno giustificato la scelta transnazionale effettuata per la prima volta dall'Europa.

Per questo sarebbe necessario percorrere un tempo che va "dal preromano al postmoderno", coinvolgendo le già più che disponibili realtà culturali del territorio. Lo splendido Museo Archeologico Nazionale di Aquileia potrebbe raccontare l'intreccio tra spiritualità e arte nel periodo precedente e seguente la colonizzazione romana del II secolo a.C. Il Paleocristiano di Monastero offrirebbe uno spaccato sulla vita quotidiana dei cristiani del IV secolo, nello spettacolare contesto del sito Unesco, con le zone archeologiche e i mosaici teodoriani della Basilica. Il Palazzo Meizlik, sempre ad Aquileia, potrebbe ospitare i reperti che riguardano la storia del Patriarcato, dalle origini al 1751, mentre Santa Chiara a Gorizia e Kostanjevica potrebbero ospitare le memorie documentarie delle Arcidiocesi di Gorizia e di Udine. La Sinagoga e il cimitero ebraico di Rožna dolina potrebbero raccontare la vicenda dell'ebraismo goriziano, mentre la chiesa metodista di Via Diaz offrirebbe la testimonianza della duplice fase di proposta dell'evangelismo protestante, nel XVI secolo con la predicazione di Primož Trubar e nel XIX con l'iniziativa degli industriali Ritter. Il castello di Miramare potrebbe essere il prestigioso richiamo all'epopea degli Asburgo, fondamentale punto di vista per comprendere le specificità internazionali della zona. Il Goriški Muzej, nelle sue varie sedi, potrebbe narrare la storia dell'insediamento degli sloveni nella terra che dalla "sclavorum lingua" ha preso il nome di "Goriza" (documento di Ottone III al Patriarca Giovanni nel 1001), ma anche sottolineare la fondamentale esperienza del Novecento Goriziano, con le ingiustizie e le tragedie, ma anche con le rinascite, le opere d'arte, i luoghi che hanno visto la transizione da campo di battaglia a capitale europea della cultura, le persone che hanno contribuito all'abbattimento dei muri, i vari Basaglia, Ravnikar, Mušič, Tone Kralj e tantissimi altri. Il santuario di Sveta Gora potrebbe esporre le tante e meravigliose testimonianze artistiche della religiosità popolare, senya dimenticare l'epopea degli "Staroverci", i vecchi credenti vissuti nella semi clandestinità nelle valli dell'Isonzo e del Vipacco.

Ecco, così, solo per dire che sarebbe davvero interessante un'unica mostra su diverse sedi, incentrata non soltanto sul peraltro importante periodo patriarcale, ma sulla celebrazione generale di una Storia drammatica e affascinante che appartiene a ciascuna e ciascun abitante di questa variopinta, multiforme, plurale congerie di popoli e culture. 

domenica 1 ottobre 2023

Domenica 1 pomeriggio: Aquileia, San Martino del Carso, Transalpina: le radici, le ferite, la rinascita.

 

Si conclude oggi pomeriggio, domenica 1 ottobre, la quattro giorni del Convegno "Scònfinati o Sconfìnati" del Centro Culturale d'accoglienza Ernesto Balducci di Zugliano.

L'appuntamento, nel segno dell'avvicinamento all'EPK/CEC2025, è alle 14 davanti alla Basilica di Aquileia. Si rifletterà sulle Radici storiche e spirituali di un territorio caratterizzato per millenni dall'incrocio tra popoli e culture, a volte realizzato nella pace, altre volte reso incerto dai conflitti identitari.

Ci si recherà poi a San Martino del Carso, dove Marko Marinčič aiuterà i partecipanti a contemplare le terribili ferite inferte dalla prima guerra mondiale a un territorio, diventato suo malgrado memoria di tanto sangue versato e inizio di quella che Luisa Contin ha opportunamente chiamato "La frontiera inaspettata", nel suo ultimo bel romanzo che sarà presentato giovedì 7 ottobre alle 18.03 presso il Kulturni dom di Gorizia.

Si arriverà infine alla piazza della Transalpina/Trg Evrope - una piazza, due nomi, segno di permanete divisione o affermazione dell'unità nella diversità? Si ascolteranno riflessioni e testimonianze sulla possibile rinascita di un territorio e delle persone che lo abitano. Igor Komel, del Kulturni dom e don Alberto De Nadai spiegheranno il senso dell'incontrarsi sulla piazza che ha visto lo smantellamento della rete confinaria che aveva diviso il territorio per quasi sessanta anni. Il filosofo Mirt Komel offrirà una vera e propria Lectio Magistralis sul concetto di identità nel mondo e a Gorizia, proponendo un'originale e avvincente lettura di Hegel. Eva Susnik e Yuliya Furiv racconteranno il presente e il futuro di un'"architettura di confine". Alcuni testimoni porteranno un contributo di buone prassi, Majda Smrekar, responsabile del centro umanitario Kid di Nova Gorica, Massimo e Tamara, volontari impegnati ogni notte nell'assistenza ai profughi nella stazione ferroviaria di Gorizia, Elisabetta Tofful, referente della Marcia internazionale della Pace che si terrà tra Gorizia e Nova Gorica il prossimo 31 dicembre 2023.

Accompagneranno gli interventi le note musicali della Scuola di Musica San Paolino di Aquileia, diretta dal Maestro Flavio Sgubin. Il presidente del Centro Balducci Paolo Iannaccone proporrà l'introduzione e la conclusione dei lavori. Al termine è previsto un breve, simpatico rinfresco presso la storica stazione della ferrovia Transalpina.

Davvero un pomeriggio straordinario, da non perdere!

giovedì 22 giugno 2023

Mesto v malem. Una bella mostra presso la "Frnaža" di Nova Gorica

Z. POSEGA, Monumento ai costruttori di Nova Gorica (particolare), 2008
"Mesto v malem". Il titolo della mostra allestita presso la Galerija Frnaža di Nova Gorica, potrebbe essere tradotto con "Un città in miniatura", o "Una città in piccolo".

In effetti l'esposizione - documenti e fotografie d'epoca - racconta la storia di uno dei luoghi più interessanti del XX secolo goriziano. 

Forse tutti conoscono la fotografia, scattata probabilmente dal colle della Kostanjevica, di Nova Gorica prima di Nova Gorica. Si vede un grande prato, qualche casolare contadino sparso qua e là e al centro una fabbrica con un'alta ciminiera.

E' questa la "fornace", costruita e avviata nel 1922. La mostra ne racconta la breve ma intensa storia, culminata nell'immediato dopoguerra, quando le brigate di giovani e adulti provenienti da tutta la Jugoslavija per costruire tutti insieme la nuova città, hanno trovato in essa l'alloggio, la mensa, il luogo della socializzazione. 

Anche dopo l'avventura della costruzione ex novo della nuova Gorizia, la fornace svolge un compito importante. E' sede di negozi, di attività al servizio della persona, anche di un supermercato chiamato scherzosamente "Standa", forse per richiamare il parallelo centro commerciale presente nella parte rimasta sotto l'Italia. Insomma, per molti anni è davvero "mesto v malem", una città in miniatura.

Come sempre, tutto ha un inizio, una crescita e una fine. Così, progressivamente, anche la "frnaža" ha dovuto lasciare lo spazio alla crescita di Nova Gorica, il cui piano regolatore iniziale prevedeva due sole vie principali, la "magistrala", attorno alla quale avrebbero dovuto condensarsi i condomini e l'Erjavčeva, collegamento diretto con la via San Gabriele in Italia, in profetica previsione di un miglioramento delle relazioni tra i due Stati confinanti. In realtà ben presto alla "magistrala" si è aggiunto l'asse viario attualmente denominato Delpinova e Gradnikova ulica, poi è stata realizzata la Kidričeva e infine la Prvomajska. Negli spazi incastonati tra queste quattro strade si è andata allargando la città.

Prima è stata demolita la caratteristica ciminiera, poi è stato raso al suolo l'intero complesso, dove ora sorgono il moderno palazzo con gli uffici della Capitale europea della Cultura 2025, una parte di quelli dell'Hit Casinò e, oltre un ampio piazzale, il centro studi con tutte le scuole di Nova Gorica.

Come memoria storica dell'antica destinazione, rimane solo la palazzina collocata all'ingresso dello stabilimento e del cortile, peraltro molto ben restaurata e ristrutturata, divenuta centro di aggregazione, sede di numerose associazioni nonché appunto, Galleria d'arte e di divulgazione culturale.

La mostra sarà aperta fino al 30 giugno, dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle ore 15. Vale veramente la pena di passarci, per conoscere un tassello importante e interessante della storia del territorio goriziano.

giovedì 8 giugno 2023

La salita (o la discesa) verso Kostanjevica

 

Fino a "ieri" (foto Nevio Costanzo)
Gorizia/Gorica. E' proprio il caso di scrivere il nome della stessa città nelle due lingue, dal momento che questa immagine rappresenta uno dei più suggestivi "valichi". In realtà, la linea di demarcazione passa qualche decina di metri più in là, verso il santuario della Kostanjevica (Castagnavizza) che si raggiunge proprio percorrendo questo sentiero.

Si arriva in questo punto salendo dalla Via della Cappella, passando davanti alla casa dove i fratelli Rusjan iniziarono la loro avventura di pionieri dell'aviazione, alla scuola elementare Fumagalli e incrociando la via del Molino, toponimo che racconta di acque e di mugnai che hanno lavorato da queste parti prima che l'asfalto prendesse possesso dell'intero territorio. Continuando a salire sul più bel selciato di pietre della zona, ci si lascia sulla destra una casa "datata" 1922, con i simboli stellati del Regno d'Italia e, sull'incrocio con la bella via del Poligono che conduce fino al bosco del Panovec, si trova una splendida edicola mariana, forse opera di Giovanni Pacassi, padre del più noto Niccolò, datata 1705. Prega, adora, affinché Dio "ti liberi", esorta la scritta che l'accompagna.

E si arriva alla siepe interrotta dal sentiero. Ai tempi della Jugoslavia c'era anche un filo spinato. Quando si arrivava in questo punto ci si doveva fermare e, come davanti a una specie di barriere leopardiana, ci si immaginava, al di là, misteriose nazioni e sovrumani silenzi. Qualcuno cercava di sfidare le guardie di confine, finendo a volte tra le braccia delle polizia, i ragazzi se la cavavano con un rimprovero arcigno e con una sberla dei genitori imbarazzati, ma anche con un'avventura da raccontare agli amici nelle lunghe serate invernali.

Il sentiero continua tra gli ulivi, con sguardi sempre più aperti sull'intera conca Goriziana. E dopo un po' si raggiunge la vetta, con la candida chiesa e l'austero monastero. E' un luogo talmente affascinante da aver sollecitato nel re Carlo X e negli ultimi dei Borboni il desiderio di riposare per sempre tra quelle mura.

"Oggi" (archivio personale)
Il sentiero come tale continua... ma è meglio dire continuava, perché tutto procede, anche quello che ordinariamente si chiama progresso. Può piacere o meno, spesso ciò che ad alcuni pare evoluzione ad altri sembra regresso, ciò che viene concepito come abbellimento per alcuni è soltanto inutile spreco. Fatto sta che anche il viottolo verso Kostanjevica è diventato una strada, una colata di cemento che supera la frontiera e si protende verso il basso. Ora è più facile salire con le bici e, ahimé, anche con i motorini. La siepe di separazione non esiste più da qualche giorno e, oltre, non ci sono più il fascino dell'ignoto e il sovrumano silenzio, ma la bellezza di una storia nella quale i cuori hanno ricominciato a battere all'unisono, congiungendo diversità di lingue e culture.

Insomma, così procede la storia, tra le tenebre della violenza e dell'ignoranza e la luce della pace e della solidarietà. Tutto si mescola in una fascinosa alternanza, il gallo e la tartaruga non combattono, ma si confrontano sui piatti di un'immensa bilancia, prevalendo or l'uno or l'altra in un eterno pendolo che non sempre è facile contemplare. E' bello o è brutto? E' giusto o è ingiusto? E' buono o cattivo? Chi lo sa... Anche il breve cammino dalla via Cappella al santuario di Kostanjevica induce alla questione decisiva, l'urgenza filosofica di riunire le apparentemente inconciliabili esigenze dell'assolutismo medievale con quelle del relativismo moderno e postmoderno.

giovedì 18 maggio 2023

Venerdì a Gorizia, si parla di Isonzo Soča

Venerdì 19 maggio, alle ore 17.15 presso la sede di Gorizia dell'Università di Udine (via Santa Chiara 1), si terrà un interessante incontro sul "flumen nostrum", Isonzo Soča. Promosso da Legambiente, sarà introdotto da Luca Cadez e proporrà poi alcuni approfondimenti sui contratti di fiume (Francesco Visentin), sulla narrazione degli spazi transfrontalieri (Anja Medved) e sulla problematica bellezza del fiume (Andrea Bellavite). Condurrà l'incontro la brava giornalista, osservatrice attenta dell'ecosistema del territorio centro europeo.

Sarà un'ottima occasione per "fare il punto" sulla situazione del corso d'acqua unico, che attraversa culture, lingue, storie antiche e contemporanee. Che ruolo può rivestire una riflessione sull'Isonzo Soča, in vista dell'appuntamento del 2025?

Un'occasione da non perdere!

domenica 14 maggio 2023

Perché il Sabotino si chiama così?

Il Sabotino - Sabotin in sloveno -  è un monte sorprendente. La sua posizione di barriera fra il mare e le catene alpine favorisce lo sviluppo di una flora e di una fauna del tutto originali. L'altezza relativa (m.609) non impedisce lo sguardo su tutte le Giulie e, dalla parte della pianura, fino al mare. I numerosi, bellissimi sentieri e le strade carrozzabili consentono a ogni escursionista di raggiungere la cima o almeno i rifugi sottostanti. Da qualche anno è diventato un punto di riferimento quasi quotidiano per sloveni, italiani e friulani che qui si incontrano, si conoscono, intessono preziosi rapporti. Le memorie storiche non si contano, dagli antichi e suggestivi ruderi dell'eremo di San Valentino alle trincee e baraccamenti della prima guerra mondiale, fino ai segni ormai consolidati di tempi ormai trascorsi, la scritta Tito formata con candide pietre carsiche in territorio sloveno e la bandiera italiana illuminata di notte, accanto a quella che fu la più alta caserma del Goriziano, nei tempi in cui il confine faceva ancora paura.

Sì, bene tutto questo, se ne è già parlato mille volte.

Ma perché il "Sabotino" si chiama così?

Con i tempi che corrono, quando nessuno sa offrire una risposta plausibile, ci si rivolge al computer e a quella che per il momento pomposamente viene chiamata "intelligenza artificiale". Non si può dire che le prove finora affrontate abbiano offerto grandi emozioni, dalla collocazione della montagna nelle Alpi Venete alla conquista italiana di Gorizia "durante la seconda guerra mondiale". Lo si nota solo per ricordare di prendere con le molle qualsiasi risultato, per quanto apparentemente convincente possa essere.

Ebbene, secondo la professoressa virtuale i.a. (intelligenza artificiale) Sabotino deriverebbe da "sabot", parola francese che definisce un particolare "zoccolo", particolarmente simile - sempre secondo i.a., al profilo della montagna. Pur suscitando qualche perplessità la presunta somiglianza del Sabotino con uno zoccolo, è un'ipotesi suggestiva e può essere supportata dal fatto che i francesi effettivamente occuparono il territorio goriziano all'inizio dell'800, una presenza tuttora ricordata da alcuni toponimi e da molti cognomi. Dalle cartine geografiche finora reperite risulta inoltre che prima del XIX secolo l'altura era chiamata "Monte di San Valentino", come tuttora noto nella tradizione friulana, in ricordo della chiesa e del luogo sacro tuttora riconoscibile sulla spalla est.

Un'altra possibilità, sempre secondo i.a., è "Monte del Sabato". Non ci sono ulteriori spiegazioni, tuttavia forse il suggerimento potrebbe essere colto per avviare una ricerca sulle frequenti intitolazioni a Santa Sabida che caratterizzano molte chiese e luoghi del Friuli e della Slovenia e che - sembra - siano collegate alla radice alessandrina della chiesa aquileiese. E' un'ipotesi molto avvincente, chiamando in causa le diatribe tra giudeo cristiani e cristiani provenienti dal cosiddetto paganesimo, ma in realtà - a parte l'etimologia - nessun elemento storico o archeologico sembra legare il monte a tali tradizioni.

Ordunque?

Ordunque così si vuole semplicemente aprire il dibattito. Forse qualcuno è in grado di confermare le proposte di i.a. oppure di smontarle definitivamente proponendo magari qualche altra soluzione?

lunedì 8 maggio 2023

Una panchina internazionale

La foto l'ha scattata Nevio Costanzo, il luogo è il confine tra Via San Gabriele e Erjavčeva ulica.

Non so chi abbia avuto l'idea, ma è indubbiamente una bella idea, una panchina internazionale, nel cuore dell'Europa.

In mezzo a tante buone prospettive, questo punto di incontro, offerto al riposo di pedoni e ciclisti, mi sembra un piccolo grande segno, di amicizia e collaborazione.

Non potendo mancare una puntina polemica, certo che se qualcuno tagliasse l'erba non sarebbe male!

domenica 2 aprile 2023

A te, caro, piccolo fiume...

 

E' un fiume sfortunato.

Controllato fin dalla sorgente, frenato da una diga sotto il colle, incanalato tra argini nella pianura paludosa per impedirgli di disturbare la costruzione della nuova città, collettore di scarichi industriali e agricoli d'ogni sorta, sepolto - si dice tombato - sotto chilometri di piazze e strade cittadine, risorto tra le piante superstiti di interminabili lavori nella piccola valle da lui stesso scavata, di nuovo irreggimentato tra squallidi argini di cemento prima della quasi invisibile foce, nel fiume maggiore. 

E' un fiume sfortunato, breve ma molto tormentato.

Eppure anche lui, scorrendo verso il tramonto, riesce a portare un proprio contributo alla grande Bellezza, consente alle anatre selvatiche di riposarsi nelle loro migrazioni e suscita un sospiro di romantica emozione.

Grazie caro ruscello, hvala dragi potok!

sabato 18 febbraio 2023

Capitale della Cultura e Capitale della Pace

Perché Nova Gorica con Gorizia sarà capitale europea della Cultura nel 2025?

Non certo lo sarà per i monumenti o per le memorie storiche, né per il Castello o il monastero della Kostanjevica.

Lo sarà grazie ai "Goričani", la gente che vive su questo territorio rivelerà all'Europa intera la propria vita, saranno gli abitanti, tutti, nessuno escluso, la Capitale europea della Cultura.

Certo, si indagherà il passato, per comprendere le radici antropologiche e filosofiche che affondano nella più che bimillenaria vicenda aquileiese, la crescita della consapevolezza della bellezza di essere uniti nella diversità di lingue e di culture, la tragedia dei nazionalismi che hanno cercato di soffocarla, il lento e costante percorso di ricostruzione di ciò che sembrava, ma non era irrimediabilmente perduto.

Si sottolineerà il presente, cercando di raccontare al mondo come sia stato possibile che in una zona dove è stato sparso tanto sangue a causa delle guerre, ora si desideri essere insieme, lavorare insieme, costruire insieme un'idea di città e di cittadinanza. In un tempo in cui sembrano risorgere i conflitti su base nazionale e nel quale si guarda con grande preoccupazione agli sviluppi della terribile guerra tra Russia e Ucraina, un intero Continente osserva il Goriziano per capire come trasformare l'odio e la diffidenza in amicizia e fraternità. E' una grande responsabilità quella che viene affidata, da esercitare e vivere a tutti i livelli, da quello individuale e familiare, a quello sociale e politico. Al di là delle necessarie iniziative strutturali e infrastrutturali, è indispensabile sostenere in ogni modo il protagonismo di ogni cittadina e cittadino, perché l'"attrattiva" del 2025 sarà direttamente proporzionale al coinvolgimento diretto di ogni soggetto, delle associazioni e delle categorie di rappresentanza. Il visitatore  che giungerà da lontano comprenderà il senso della parola "Cultura" se incontrerà persone capaci di comunicare immediatamente, con la parola, il sorriso e il sostegno, sentimenti di pace, di giustizia, di splendida accoglienza.

E si guarderà al futuro. Che cosa potrà restare di una capitale della Cultura dopo l'anno di celebrazione? L'intensificazione delle relazioni, in modo che dalla vicinanza si passi alla compenetrazione, cosicché ci si possa realmente e concretamente sentire parte della stessa città, ma anche la realizzazione del laboratorio di pace e giustizia al servizio del dialogo e del confronto planetario. Potrebbe rimanere la formazione dei corpi civili di pace europei, la base per i primi livelli di trattativa tra rappresentanti di popoli in guerra. Potrebbe perdurare la volontà di non cancellare le sofferenze lasciate dalla Storia, ma di trasformarle in occasione di condivisione della ricerca della verità e di slancio verso la concordia nella diversità. Potrebbe crescere il desiderio di creare uno spazio di intensa accoglienza per tutti coloro che bussano alle porte dell''Unione Europea per chiedere sostegno e protezione.

Insomma, la Capitale della Cultura dovrebbe essere davvero la Capitale della Pace, della Giustizia e dell'Accoglienza, costruita da tutti e offerta a tutti coloro che la vorranno visitare o anche abitare. 

domenica 22 gennaio 2023

La fine di Let'sGo?

Forse è tempo di cambiare i totem prodotti dal Comune, sotto il logo Let'sGo. Con intenzione del tutto costruttiva, è da notare che essi corrispondono a una fase delle relazioni tra Gorizia e Nova Gorica ormai del tutto superata.

La "finestra sul cielo" è la mappa su vetro collocata davanti al Municipio, comprende opportunamente la vecchia città, la Nova Gorica e la zona di Šempeter/Vrtojba. Il titolo dell'opera è riportato soltanto in italiano, inglese e tedesco, mentre il link rinvia all'app del Comune di Gorizia Let'sGo, offerta esclusivamente in lingua italiana. I punti nevralgici delle città sono scritti in italiano, tedesco e inglese, mentre solo la pagina esplicativa riporta un testo in lingua slovena, peraltro aggiunto - bene! - dopo diverse segnalazioni di cittadini. In tale testo si parla ancora di "candidatura" di Nova Gorica e Gorizia a capitale europea della cultura, ormai fatto acquisito da un bel po' di tempo. Tutti gli altri totem diffusi in città, compreso addirittura quello collocato nella piazza della Transalpina, sono in italiano, tedesco e inglese. 

Ergo. 

Supponendo che la questione sia già in studio da parte sia italiana che slovena, in ogni caso occorre integrare o ancor meglio superare del tutto il logo Let'sGo. E' tempo di sostituire immediatamente tutti i totem legati a tale logo, immaginando di collocare una nuova significativa segnaletica condivisa a livello inter-nazionale, nell'intero territorio. I nuovi cartelli dovranno necessariamente essere aggiornati e  ovviamente scritti in sloveno, italiano, inglese, tedesco e, perché no?, anche friulano. Non è da dimenticare il braille, per consentire anche ai non vedenti l'accesso ai siti più importanti.

venerdì 20 gennaio 2023

Hvala gospod Župan, grazie sindaco Samo Turel!

 

Mestna opčina Nova Gorica
Interviene il Comune di Nova Gorica, con una vibrante dichiarazione contro l'accoglienza dei reduci della X Mas nel Municipio a Gorizia. Ogni anno sempre la stessa storia. Ha un senso che il sindaco Ziberna o i rappresentanti di un Comune di un Paese democratico, ricevano ancora i nostalgici della guerra fascista? Ma alla domanda retorica - ovvio che no! - questa volta risponde con chiarezza niente meno che il nuovo sindaco Samo Turel, sul sito ufficiale del suo Comune. E finalmente non si vuole chiudere gli occhi davanti alla storia, ma affrontarla con rispetto della verità. Solo così ha un senso procedere insieme, verso la Capitale europea della Cultura. Ecco le parole del sindaco Turel:

Sprašujem se o primernosti dejstva, da župan Rodolfo Ziberna na sedežu Občine Gorica (I), ki je uradna institucija lokalne samouprave v italijanski republiki, sprejema veterane in podpornike odreda X. MAS. Vsak se ima pravico pokloniti žrtvam, vendar je vzporedno obujanje nostalgije po fašizmu čisto nekaj drugega. Gre za organizacijo, ki ima za Slovence na obeh straneh meje skrajno negativen zgodovinski pečat. Uradno se pripadniki te organizacije razglašajo za domoljube, v resnici pa ideje in simbole črpajo iz italijanskega fašizma. Prepričan sem, da kot napredna in svobodna družba tega ne bi smeli dopustiti, sploh pa ne uradno sprejemati skrajnih ideoloških skupin. Z Evropsko prestolnico kulture, nazivom, ki ga bo Nova Gorica v sodelovanju z Gorico nosila leta 2025, želimo našim ljudem in širši evropski javnosti posredovati sporočilo demokratičnih vrednot, ne pa poveličevanja vsakršnih ideologij zatiranja. Kam lahko poveličevanje tovrstnih ideologij privede, lahko žal spremljamo marsikje po svetu tudi v sedanjosti, ne zgolj v zgodovini.

Mi interrogo sull'opportunità del fatto che il sindaco Rodolfo Ziberna presso la sede del Comune di Gorizia (I), che è un ente ufficiale di autogoverno locale nella Repubblica Italiana, accolga reduci e simpatizzanti della X MAS . Tutti hanno il diritto di rendere omaggio alle vittime, ma il parallelo revival della nostalgia per il fascismo è tutt'altra cosa. È un'organizzazione che ha un'impronta storica estremamente negativa sugli sloveni su entrambi i lati del confine. Ufficialmente i membri di questa organizzazione si dichiarano patrioti, ma in realtà traggono idee e simboli dal fascismo italiano. Sono convinto che come società progressista e libera non dovremmo permetterlo, figuriamoci accettare ufficialmente gruppi ideologici estremi. Con la Capitale europea della cultura, un titolo che Nova Gorica porterà in collaborazione con Gorizia nel 2025, vogliamo trasmettere alla nostra gente e al più ampio pubblico europeo un messaggio di valori democratici, ma non di glorificazione di alcuna ideologia di oppressione. Dove può portare la glorificazione di tali ideologie, purtroppo possiamo seguirla in molti luoghi del mondo anche nel presente, non solo nella storia.

lunedì 19 dicembre 2022

"Europa" e "Cultura". Molte domande per una "capitale" possibile

 

Nova Gorica e Gorizia, da Sveta Gora
Capitale europea della Cultura 2025. 

Perché "capitale"?

Perché il progetto di Nova Gorica con Gorizia è stato riconosciuto veicolo di un importante messaggio che interessa l'intera Europa.

Ma quale Europa? Quale "Cultura"? Quale messaggio?

Cosa significa essere "europei"? Esiste "una" cultura europea? La terribile guerra che si combatte ancora in Ucraina ha rivelato - ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno! - l'intrinseca debolezza di un Continente che si estende dall'Atlantico agli Urali, che è ben lontano dal sentirsi unito e dal riconoscersi dentro un orizzonte di valori storici, etici, giuridici comuni.

E' vero, una parte importante, ben 27 Paesi, si trova sotto il cappello dell'Unione Europea, ma la tragica impotenza di fronte alle crisi dei Balcani degli anni '90 e al conflitto russo/ucraino attuale, dimostra quanto questa "unione" sia in realtà sottoposta ai potentati finanziari e militari che soffocano il Mondo. Una parte dei 27 fa parte dell'Area Schengen, si possono attraversare i confini senza neppure mostrare i documenti. Sì, ma solo se sei membro del club. Se arrivi da qualche altra parte del Pianeta e fuggi per fame o per guerra, se cerchi di attraversare il Mediterraneo o i fiumi impetuosi dei Balcani, le frontiere ci sono ancora, eccome! E se per caso riesci ad arrivare fino all'Eldorado, appena vieni preso, sei rispedito fin dove sei venuto, "riammissioni" si chiamano... E una parte dei 27 è unita anche dalla stessa moneta, non occorre scervellarsi per capire quanto costa un caffè o un litro di latte. Ma si sa che l'euro non costruisce cultura, ma favorisce affari, quegli affari che fanno sì che i (tanti) poveri siano sempre più poveri e i (pochissimi) ricchi siano sempre più ricchi. E allora, quale Europa chiede a Nova Gorica e Gorizia di essere capitale europea della Cultura? Quella dei banchieri o quella dei mercanti d'armi? Quella aperta ai popoli e alle nazioni di tutto il Pianeta o quella macerata da tentazioni razziste, di chiusura a prescindere di fronte a qualsiasi possibile cambiamento? Quella di Tolstoj, Kafka, Kosovel, Montale, Thomas Mann, Camus, Picasso? O quella dei macellai che l'hanno insanguinata nel corso del secolo breve e che continuano oggi la loro opera? Quella che chiede la memoria della proprie radici cristiane o quella che procede verso una nuova dimensione in grado di far sentire ciascuno totalmente "a casa propria"? Quale Europa? Dove sta andando l'Europa? Chi è l'"homo europeus" dei primi decenni degli anni 2000?

Poche parole possono assumere così tanti diversi significati come "Cultura". E' il patrimonio che riceviamo e che ci fa essere quello che siamo, ma anche il nostro specifico contributo - quello che solo ogni vita individuale può portare - alla crescita culturale dell'intera umanità. In fondo, la questione dell'appartenenza e dell'identità è da relativizzare. prima di ogni altra definizione, si è umani, se non ancora più ampiamente, "viventi". L'etichetta che ci diamo, la nazionalità, la religione, la concezione filosofica, altro non sono che il frutto della straordinaria immaginazione umana. Sono realtà virtuali, che esistono solo perché noi le abbiamo create, per vivere meglio, non perché i detentori del potere distruggano i più deboli e i più fragili. Sono realtà virtuali, ma "in nome di Dio, Patria e Famiglia" decine di milioni di esseri umani si sono scannati ritenendo che il frutto della propria immaginazione fosse più maturo di quello dell'altro, definito velenoso, pericoloso, indegno di sopravvivenza. Forse allora Cultura è tutto ciò che fa crescere il patrimonio di umanità e che rende l'umanità maggiormente consapevole del compito di custodire l'universo intero. AntiCultura è tutto ciò che vuole la distruzione dell'umano e di conseguenza la devastazione dell'ambiente, la soppressione della Madre Terra. In questo senso, la ricchezza "virtuale" che ogni persona, come ogni popolo, porta con sé, nel momento in cui "si perde" nella condivisione con il "diverso da sé", diventa ricchezza culturale per tutti e rende possibile la crescita di un'autocoscienza costruttiva, carica di bellezza e di senso. La Cultura cresce nella misura in cui rinuncia a sé stessa per donarsi all'altro, inevitabilmente trasformandosi perennemente. Da ogni incontro non si può che uscire cambiati, radicalmente trasformati, non si è più quelli di prima. La "morte" della propria identità è condizione perché ne nasca una nuova, in modo generativo e simpatetico. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà per la causa dell'Umanità, la troverà (parafrasando uno che se ne intendeva...).

E allora? Allora la Capitale europea della Cultura è un dono e una responsabilità. E' un impegno che va ben oltre qualche centinaia di lodevoli e interessanti iniziative, qualche miglioramento infrastrutturale o alcuni istanti di empatica fraternità transfrontaliera, qualche occasione in più per rilanciare il turismo di nicchia. E' la decisione di due città di essere veramente una, di ogni cittadino di offrire la propria identità e la propria storia all'altro, ma anche di accettare con entusiasmo lo stesso dono dall'altro. Non è un reciproco annullamento, né la cancellazione della distanza naturale che separa ogni essere umano dall'altro suo simile. E' invece la scelta consapevole di trasformare Nova Gorica e Gorizia in uno spazio totalmente nuovo da abitare, ciascuno portando in esso, progressivamente, una parte importante del proprio essere. E' un rischio, perché se vissuta così la capitale della Cultura farà di Nova Gorica e Gorizia una nuova, completamente inattesa e imprevedibile realtà, là dove la valorizzazione della diversità - di tutti, non solo degli italiani, degli sloveni e dei friulani - sarà la condizione del realizzarsi dell'unità. Per questo il vero criterio di verifica sarà quello dell'accoglienza e dell'accessibilità. Le decine di persone che in questi giorni rischiano di morire di freddo, dopo la chiusura della stazione centrale, dicono quale NON deve essere la strada da intraprendere. Solo la città che apre le sue braccia a chi è più debole, è degna di fregiarsi del titolo di Capitale europea della Cultura.  

giovedì 10 novembre 2022

Da Velehrad ad Aquileia, il "cammino" dei santi Cirillo e Metodio

 

Velehrad, Repubblica Ceca. E' il principale punto di riferimento della vicenda dei santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori dell'Oriente Europeo. E' infatti questa cittadina il fulcro dell'azione missionaria dei due fratelli.

Nati nei pressi di Tessalonica, in Grecia, dopo una gioventù intensa di attività laiche e religiose, diventano monaci e vengono inviati dal patriarca di Costantinopoli nel centro Europa, in particolare nella Pannonia e nella Moravia, per portare l'annuncio del Vangelo di Gesù. Sono degli instancabili viaggiatori, ma anche coraggiosi testimoni. L'annuncio del Vangelo infatti, in quel periodo (e non solo in quello!), non è riconosciuto immediatamente come un fattore positivo del quale andare orgogliosi. E' concepito piuttosto come una specie di propaganda ideologica, finalizzata ad attirare i nuovi cristiani in un'area politica piuttosto che in un'altra. Insomma, più una questione di controllo internazionale che di sincera condivisione dei principi contenuti nel testo sacro. Nel caso in questione, il vescovo di Salisburgo e in parte anche il patriarca di Aquileia sentivano come dei "concorrenti" questi monaci inviati a nord del Danubio, per di più non dal papa di Roma ma dal patriarca di Costantinopoli. Mancano ancora quasi duecento anni allo scisma del 1054, ma le relazioni tra Oriente e Occidente non sono certo le migliori possibili. Per ostacolare l'opera dei due, ci si concentra nel combattere il loro originalissimo metodo, consistente nel costruire un vero e proprio alfabeto, con segni corrispondenti ai suoni della lingua locale, chiamato glagolitico. La loro convinzione era che per radicare la parola di Dio fosse necessario offrire alle popolazioni locali uno strumento formidabile e caratteristico, con il quale scrivere gli elementi fondamentali della fede. Il contrasto, una vera e propria persecuzione, induce i due fratelli a cercare un ulteriore appoggio dal "loro" patriarca di Costantinopoli. Scesi a Venezia per imbarcarsi verso Bisanzio, vengono raggiunti dall'invito del papa di Roma a raggiungerlo. Nell'Urbe ricevono, contro ogni previsione, un'accoglienza trionfale, perché portano in dono al pontefice le reliquie di San Clemente, il terzo vescovo di Roma morto martire nella lontana Crimea. Purtroppo Costantino Cirillo si ammala e muore. Riceve un funerale degno di un papa e viene sepolto proprio nella (stupenda) chiesa di San Clemente, nei pressi del Colosseo. Metodio, insignito dell'ordine episcopale, torna in Pannonia e Moravia, continuando la propria missione fino all'anno della morte, avvenuta nei pressi di Velehrad, intorno all'anno 885. In loro onore, qualche secolo dopo, la "nuova" scrittura adottata da molti popoli dell'est europeo, sarà chiamata "cirillico", una specie di congiunzione tra i segni del glagolitico e quelli del greco.

Insomma, è una storia interessante che recentemente, per opera di una specifica associazione di Zlin, il governatorato che comprende Velehrad, è divenuta la proposta di uno straordinario "Cammino", che ha già ottenuto la certificazione dall'Unione Europea, come il Camino di Santiago e la via Francigena. Tale percorso, che potrà essere svolto a piedi o in bicicletta, collega già in parte e presto collegherà i punti toccati dai santi fratelli tessalonicesi, sulle direttrici Costantinopoli - Velehrad - Baltico e Velehrad - Aquileia - Venezia - Roma. Sì, anche Aquileia, dal momento che proprio in questi giorni, alla presenza di una rappresentanza del Parlamento europeo, è stato firmato un importante accordo di collaborazione tra le realtà che interagiscono nel territorio aquileiese (Fondazione Aquileia, Comune, Società per la Conservazione della Basilica, con la collaborazione dell'Associazione Iter Aquileiense) e la realtà che segue il Cammino di Cirillo e Metodio in Repubblica Ceca, sotto l'egida del Governatorato di Zlin, dei Comuni attorno a Velehrad.

E' una nuova, bella occasione, per promuovere pellegrinaggi e iniziative turistiche, anche a piedi o in bicicletta, nel cuore dell'Europa, ovviamente attraversando e fermandosi anche a Nova Gorica con Gorizia, capitale europea della cultura 2025.

sabato 29 ottobre 2022

Gorica, l'urgente necessità di passare dal multilinguismo al plurilinguismo.

 

Secondo il Consiglio d’Europa, con il termine plurilinguismo si intende la varietà di lingue che un individuo o un insieme di individui è in grado di utilizzare. Il plurilinguismo include pertanto la varietà linguistica indicata come “lingua madre” o “prima lingua”, “seconda lingua” etc. Per multilinguismo, invece, si intende la presenza in un’area geografica, indipendentemente dalle sue dimensioni, di più varietà linguistiche.

Nova Gorica e Gorizia, o meglio da qui in poi "Gorica" è realtà multilinguistica o plurilinguistica?

Non è una questione di secondaria importanza. Finora, la parte antica della città è stata sostanzialmente multilinguistica per ciò che concerne la quasi totalità della popolazione italiana, plurilinguistica per quanto riguarda la componente culturale slovena. In altre parole, gli italiani vivono in un territorio nel quale non sono in grado di comprendere la lingua degli altri abitanti, mentre gli sloveni sono in grado di parlare e comprendere, oltre allo sloveno anche l'italiano. Diversa è la situazione della parte nuova della città, diversa ma non migliore. Infatti a Nova Gorica sono sempre meno coloro che comprendono la lingua italiana, imparata soprattutto grazie alle trasmissioni televisive captate oltreconfine, dalle persone "dai quaranta anni in su". Quindi anche la parte più moderna del territorio goriziano sta perdendo una sua specifica identità plurilinguistica, che l'aveva caratterizzata dal momento della sua fondazione, nel 1947, avendo ospitato migliaia di persone provenienti dalle diverse repubbliche della Jugoslavija, in un contesto quindi esemplare, nel quale era possibile parlare diverse lingue e comprendere quelle degli altri.

Non si capisce bene perché, ma questa questione, assolutamente decisiva per l'interpretazione del ruolo di una terra storicamente di confine tra diversi mondi, non sia ancora all'ordine del giorno dell'avvicinamento alla capitale europea della cultura 2025. Non si tratta solo di apprendimento delle lingue, ma anche di conoscenza delle reciproche storie e culture. Come è possibile che ancora oggi in nessuna scuola italiana della "vecchia" Gorica non ci sia l'insegnamento obbligatorio dello sloveno? E come è possibile che anche nella scuole della "nova" Gorica non sia obbligatorio lo studio dell'italiano?

Il grande onore di essere capitale culturale d'Europa dipende dal riconoscimento della compenetrazione culturale tra le diverse realtà che insistono sul territorio. Ma senza una convinta scelta di percorrere la strada del plurilinguismo, andando oltre al tradizionale multilinguismo, sarà possibile realizzare tale obiettivo? Cambierà qualcosa nel 2025 e soprattutto, dal 2026 in poi? L'esempio delle scuole slovene in Italia, sempre più frequentate anche da studenti provenienti da famiglie di lingue e cultura italiana, potrà essere seguito e indicherà la strada maestra da percorrere da tutti oppure resterà solo un'opportunità "sfruttata" dai nuvlei familiari più attenti e sensibili alla specificità del luogo?

sabato 15 ottobre 2022

"Andemo de là". Una gita a Nova Gorica.

 

Circa 60 persone, provenienti da Gorizia e dintorni, accogliendo l'invito del "Libro delle 18.03", hanno visitato Nova Gorica.

Sembra una gita un po' strana. Perché dedicare una mattina alla conoscenza di una città distante al massimo venti chilometri dalla residenza degli intervenuti? Perché in realtà la distanza non è geografica, ma storica e la divisione che ha segnato questa terra soltanto recentemente sta svanendo dalla testa degli abitanti.

Un po' grazie a una guida di eccezione, Pavla Jarc, direttrice del Kulturni dom di Nova Gorica e competente storica dell'arte, un po' grazie a una costruttiva curiosità, i partecipanti sono stati resi partecipi di tanti aspetti e angoli nascosti, a un passo al di là del confine.

Nella stazione della Transalpina c'è stato l'incontro con Kristina Markova, referente dell'importante info point turistico internazionale. Si è poi fatto sosta alla Carinarnica, il piccolo edificio doganale sul confine tra la Erjavčeva ulica e la via San Gabriele. Si sono poi ammirati alcuni dei tanti busti scolpiti, soffermandosi in particolare ad ascoltare le voci poetiche di Ljubka Sorli Bratuž, Alojz Gradnik e Simon Gregorčič. Grazie alla parola sapiente di Pavla, hanno trovato forma e spiegazione le numerose statue presenti in città, soprattutto le più recenti espressioni di arte moderna e postmoderna. Ci si è soffermati sulla Fornace, unico edificio esistente prima dell'avvio delle fondamento di Nova Gorica, nonché sulle reliquie dell'antico cimitero, al posto del quale oggi c'è la stazione delle corriere. Non poteva mancare un passaggio nella piazza del "travnik", davanti al Municipio, una discesa nell'interessante sala espositiva, la Mestna Galerja e un'istruttiva passeggiata guidata all'interno della bellissima Knižnica, la Biblioteca della città.

L'obiettivo non dichiarato ma del tutto centrato è stato quello di far comprendere che Nova Gorica e Gorizia non sono due città separate, ma un unico agglomerato urbano, uno antico e uno moderno. Questa diversità, marcata anche dalle lingue e dalle espressioni artistiche e culturali, invece di essere un ostacolo, è una risorsa preziosa della quale rendersi conto ed andare orgogliosi. Del resto, la nomina di Capitale europea della Cultura è stata determinata proprio da questa simbiosi tra vecchio e nuovo, tra tradizione e innovazione, tra tanti idiomi e ricerca di unità. Grazie Pavla per la guida delicata e intelligente, grazie Paolo Poli per aver pensato a Nova Gorica, come sorprendente meta della prima "passeggiata" di questa edizione autunnale del Libro delle 18.03.