venerdì 30 giugno 2023

Le meraviglie di Solkan

Un paese che merita di essere sempre più valorizzato è Solkan. 

E' molto antico, al punto da condividere con Gorizia la prima menzione in uno dei famosi documenti di donazione dell'imperatore Ottone III al patriarca Giovanni di Aquileia. In essi vengono infatti citati la "villa quae scalvorum lingua vocatur Goriza" e il "Castellum Silicanum".

E' il punto in cui l'Isonzo/Soča lascia il percorso tra i monti e affronta la pianura. Questo elemento geografico è ricordato da ben due fontane, una costruita con un mosaico della scuola di Spilimbergo, l'altra, molto suggestiva, nella piazza principale, opera dello studio degli architetti Vuga e Sadar.

E' una zona che ha tanto sofferto a causa della prima guerra mondiale, ai piedi del monte Sabotino la cui "conquista" ha portato alla morte di decine di migliaia di giovani che riposano nel cimitero presso il fiume e - gli italiani - nel grande sacrario di Oslavia.

E' il luogo dove i "Tolminotti", costretti alla fame dalle tasse imposte dai nobili Goriziani, si sono incontrati per parlamentare, prima di essere arrestati e di vedere uccisi i loro capi nella piazza del Travnik, all'inizio del '700. Il fatto è ricordato da un ampio murale dipinto sul cemento sotto il sovrapassaggio della strada statale.

E' il paese che ha dato i natali a insigni artisti e a personaggi importanti della storia goriziana. Tra essi l'eroe della guerra di liberazione dal nazifascismo Jože Srebrnič e Maks Valentinčič caduto come volontario antifranchista nella guerra di Spagna.

E' la terra dei falegnami, centinaia fino all'inizio del XX secolo, ora pochissimi. Il loro lavoro e le loro imprese sono richiamate in un piccolo ma interessante museo del legno e dei lavoratori, poco sopra il cimitero attuale.

E' il luogo in cui è stato costruito il ponte ferroviario in pietra con l'arco più ampio del mondo, sulla ferrovia Transalpina che da qui inizia il suo percorso lungo le valli dell'Isonzo e della Bača. Ed è il paese che ospita il centro Kajak dove si svolgono competizioni internazionali di canottaggio su fiume.

Ed è il posto in cui è stato recentemente costruito il ponte sospeso per la pista ciclopedonale, assai bella, che da qui costeggia l'Isonzo fino a Plave, in una sequenza ininterrotta di paesaggi mozzafiato.

Da qui si sale sul Sabotin, sul Monte Santo e sul San Gabriele, o magari su tutti tre in un giorno, lungo la Via dei Monti Goriziani, carica di storia e di bellezza.

Ci sono tantissimi altri motivi, oltre a questi, per valorizzare Solkan/Salcano e per dedicare alla sua visita una mezza giornata della propria vita, anche in vista della capitale europea della Cultura 2025. buon viaggio! 

giovedì 22 giugno 2023

Mesto v malem. Una bella mostra presso la "Frnaža" di Nova Gorica

Z. POSEGA, Monumento ai costruttori di Nova Gorica (particolare), 2008
"Mesto v malem". Il titolo della mostra allestita presso la Galerija Frnaža di Nova Gorica, potrebbe essere tradotto con "Un città in miniatura", o "Una città in piccolo".

In effetti l'esposizione - documenti e fotografie d'epoca - racconta la storia di uno dei luoghi più interessanti del XX secolo goriziano. 

Forse tutti conoscono la fotografia, scattata probabilmente dal colle della Kostanjevica, di Nova Gorica prima di Nova Gorica. Si vede un grande prato, qualche casolare contadino sparso qua e là e al centro una fabbrica con un'alta ciminiera.

E' questa la "fornace", costruita e avviata nel 1922. La mostra ne racconta la breve ma intensa storia, culminata nell'immediato dopoguerra, quando le brigate di giovani e adulti provenienti da tutta la Jugoslavija per costruire tutti insieme la nuova città, hanno trovato in essa l'alloggio, la mensa, il luogo della socializzazione. 

Anche dopo l'avventura della costruzione ex novo della nuova Gorizia, la fornace svolge un compito importante. E' sede di negozi, di attività al servizio della persona, anche di un supermercato chiamato scherzosamente "Standa", forse per richiamare il parallelo centro commerciale presente nella parte rimasta sotto l'Italia. Insomma, per molti anni è davvero "mesto v malem", una città in miniatura.

Come sempre, tutto ha un inizio, una crescita e una fine. Così, progressivamente, anche la "frnaža" ha dovuto lasciare lo spazio alla crescita di Nova Gorica, il cui piano regolatore iniziale prevedeva due sole vie principali, la "magistrala", attorno alla quale avrebbero dovuto condensarsi i condomini e l'Erjavčeva, collegamento diretto con la via San Gabriele in Italia, in profetica previsione di un miglioramento delle relazioni tra i due Stati confinanti. In realtà ben presto alla "magistrala" si è aggiunto l'asse viario attualmente denominato Delpinova e Gradnikova ulica, poi è stata realizzata la Kidričeva e infine la Prvomajska. Negli spazi incastonati tra queste quattro strade si è andata allargando la città.

Prima è stata demolita la caratteristica ciminiera, poi è stato raso al suolo l'intero complesso, dove ora sorgono il moderno palazzo con gli uffici della Capitale europea della Cultura 2025, una parte di quelli dell'Hit Casinò e, oltre un ampio piazzale, il centro studi con tutte le scuole di Nova Gorica.

Come memoria storica dell'antica destinazione, rimane solo la palazzina collocata all'ingresso dello stabilimento e del cortile, peraltro molto ben restaurata e ristrutturata, divenuta centro di aggregazione, sede di numerose associazioni nonché appunto, Galleria d'arte e di divulgazione culturale.

La mostra sarà aperta fino al 30 giugno, dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle ore 15. Vale veramente la pena di passarci, per conoscere un tassello importante e interessante della storia del territorio goriziano.

mercoledì 21 giugno 2023

Buon solstizio e buona estate!

Alle ore 16.58 di oggi, mercoledì 21 giugno, ci sarà il solstizio. Il Sole raggiunge allo zenit la massima inclinazione (23°27') a nord dell'equatore e inizia la stagione dell'estate.

Sembra che l'apparente movimento della nostra stella si fermi un attimo, per poi riprendere in senso inverso. E' questo del resto il significato della parola "sol-stizio", l'istante in cui il Sole si prende una sosta. In realtà non ci si accorge subito, occorre attende ancora qualche giorno per accorgersi che qualcosa è cambiato, che le giornate iniziano ad accorciarsi, che l'alba si verifica un po' più tardi e il tramonto prima. E' il contrario di ciò che avviene intorno al 21 dicembre, nel periodo in cui è minimo il numero delle ore illuminate dal Sole. 

Innumerevoli sono le tradizioni religiose legate ai solstizi. Quello invernale richiama le feste del Sole vincitore, che il cristianesimo ha poi sostituito con il Natale. Quello estivo ricorda le celebrazioni del fuoco, del calore e della luce, tutte tre caratteristiche presenti nella parola sanscrita "Vaws", che è alla base del concetto occidentale di "Zeus, Dios", inteso come Colui che dona luce, calore e il fuoco della vita. La festa cristiana corrispondente è quella della Natività di Giovanni Battista, il 24 giugno, quando cioè comincia a essere riconoscibile il nuovo "percorso" del Sole. Curiosamente la memoria del santo, unico del quale si celebra la nascita oltre che la morte è correlata a quella di San Giovanni Evangelista, il 27 dicembre. Il primo è chiamato Giovanni che piange, perché percepisce che il Sole ha iniziato il cammino verso la morte, il secondo Giovanni che ride, perché guarda al Sole nel momento della sua rinascita.

Ed è così che la notte di San Giovanni si riempie di luci e di fuochi, sulle colline e sui monti. Si ripetono riti la cui origine affonda nella notte dei tempi, quando nel Friuli del tempo dei Romani si venerava nel solstizio d'estate soprattutto Beleno, in quello d'inverno protagonista era l'altrettanto misterioso Mitra. In Slovenia si ricordava invece Kresnik, il Dio del fuoco (kres) sopravvissuto nel culto degli Staroverci, nascosto dietro ai simboli ordinari cristiani. In una bella chiesa sovrastante la valle dell'Idrijca la statua di san Giovanni Battista porta scritto Janez Kresnik, invece del corretto Jenz Krstnik. E' una reminiscenza della presenza di simili rituali, fino alle soglie della postmodernità?

In alcuni luoghi i giovani hanno voluto far sopravvivere alcune di queste usanze interessanti l'antropologia e la storia delle religioni. In Slovenia nella notte di San Giovanni si lanciano le sfere incendiate che si chiamano šibe, in Friuli c'è il "tir des cidulis", pezzi di legno appiattiti, incendiati e spediti in aria con un forte colpo di bastone. Nelle intenzioni degli antichi questi oggetti incendiati dovevano respingere le streghe e i demoni, favorire il raccolto dei campi e la fecondità. Nell'era cristiana sono divenuti occasione di invocazione di Maria, dei Santi e soprattutto, ovviamente, di Giovanni Battista. Oggi costituiscono una testimonianza del folklore, avendo perso almeno in parte i connotati religiosi e accolto le opportunità fornite dagli effimeri interessi del turismo globale.

Sia come sia, in ogni caso è difficile sottrarsi a un pensiero spirituale, in un momento che gli esseri umani hanno celebrato nel corso di decine di millenni, come gli straordinari intagliatori della roccia di Naquane in Valcamonica che avevano inciso il Sole sulla pietra raggiunta dall'ombra del Pizzo Badile Camuno a mezzogiorno del 24 giugno. Nel tempo della tecnica, del controllo della ragione sull'essere, del primato del soggetto sull'oggetto, forse non guasterebbe un istante di umile contemplazione dei fenomeni naturali, dall'incommensurabile spazio che ci circonda allo stupore quotidiano suscitato dalla percezione di "esserci". Nel fuoco della memoria di ciò che siamo, le šibe, les cidulis, i piattelli incendiati possono essere come delle fragili invocazioni di salvezza inviate verso il cielo dalla piccola sfera che ruota ininterrottamente intorno alla sua stella, la quale ininterrottamente viaggia intorno al centro della Galassia, la quale gira vorticosamente intorno al centro dell'universo, il quale a sua volta...

domenica 18 giugno 2023

Lampedusa, Cutro, Pylos... si allunga la tragica lista dei naufragi. Perché?

 

Le tragedie nel Mediterraneo si susseguono con impressionante rapidità. La fine terribile delle vittime, il dolore dei feriti e dei sopravvissuti, lo strazio dei parenti e degli amici... Tutto ciò è diventata una normalità. Non fanno quasi più notizia 600 persone inghiottite dal mare, un centinaio di bambini, gruppi di uomini annegati, rinchiusi in una stiva senza alcuna possibilità di salvezza. C'è la sofferenza di papa Francesco, unica voce autorevole che si leva nella speranza di scongiurare simili catastrofi. Ci sono i movimenti che sostengono l'accoglienza, con sottoscrizioni e parole che invocano nuova urgenti politiche. C'è una società civile sempre più distratta e i media che, transitate le espressioni di rito, rinchiudono il dramma nella cassaforte impenetrabile della storia.

Ha ragione chi invoca un momento di lutto universale, affinché ci si possa fermare, ci si possa prendere una pausa nel vortiginoso scorrere dell'essere e del fare. 

Perché le persone partono, affrontando il mare o le insidie dei Balcani? Perché il mondo in cui viviamo è sbagliato e fa sì che da una parte ci siano gli straricchi e dall'altra gli strapoveri. E si è tutti parte di un'unica, grande famiglia umana. Come non prendersi cura della propria sorella e del proprio fratello? Perché invece di incentrare tutti gli sforzi sul come impedire di arrivare nell'Eldorado dell'Unione europea a chi muore di fame o di guerra, non ci si chiede come sopperire al dolore di miliardi di esseri umani nel mondo?

Perché si ha paura di chi arriva da noi? Perché non si lavoro alacremente per produrre nuove politiche dell'accoglienza, del lavoro, della casa, dei ricongiungimenti familiari? Si sa che ci sono risorse per tutti, perché allora non investirle in una nuova concezione di un'Europa realmente accogliente e solidale? Perché invece dell'ovvio impegno a sopperire alle necessità non dei "profughi" o dei "richiedenti asilo", ma di sorelle e fratelli appartenenti alla stessa famiglia, diffusa in tutto il mondo? Perché invece di piangere ogni volta lacrime di coccodrillo in attesa che si spengano i riflettori mediatici, non ci si impegna a costruire canali di relazione tra Paesi più ricchi e Pesi più poveri, in modo da poter gestire con serenità i flussi migratori, togliendo così alle mafie internazionali una fonte immensa e desolante di arricchimento?

Perché? Perché? Perché? Che altro dire, nel senso di impotenza che ti prende dentro quando senti certe notizie? Che fare, oltre a firmare appelli di ogni tipo, scendere in piazza, partecipare a qualche convegno per iniziati? Come farsi ascoltare, far comprendere la ragionevolezza dell'accoglienza, a chi sembra così sordo a queste istanze?

Insomma, se qualcuno potesse rispondere a questi perché, forse cambierebbe questo mondo così ingiusto e squilibrato. Verrebbe messo in discussione il "sistema" che ha ridotto alla fame gran parte del Pianeta, soffocando nell'altra piccola parte perfino il desiderio di conoscere e di impegnarsi a cambiare direzione. Eppure i 600 morti davanti alle coste della Grecia, le centinaia di Cutro, le centinaia di Lampedusa... meriterebbero una risposta, per evitare che il loro sacrificio rimanga vano.

mercoledì 14 giugno 2023

Un viaggio nella Vita, i ragazzi di Bergamo alla ricerca dei "confini"

 

Al Mladinski Center di Nova Gorica
E' stata una bella giornata Goriziana quella trascorsa lo scorso martedì da una ventina di giovani provenienti da Bergamo e partecipanti all'esperienza della Comunità di San Fermo.

Il tutto è iniziato di prima mattina presso la piazza della Transalpina/Trg Evrope, dove è stata svolta una breve ma indispensabile introduzione alla storia complessa del confine. E' stato possibile immergersi anche nell'atmosfera speciale, autenticamente mitteleuropea, della bella stazione ferroviaria.

Il gruppo si è prefisso di conoscere i "confini", visitando e incontrando nel corso di cinque giorni luoghi e persone in grado di trasmettere pensieri e azioni di accoglienza e di pace. Per questo la prima visita è stata dedicata ai minori stranieri non accompagnati, ospitati presso la struttura del San Luigi di Gorizia. Vincenzo e Paolo hanno raccontato le storie di alcune di queste persone che hanno percorso la rotta balcanica, rischiando quotidianamente la vita, per arrivare in Italia. Hanno anche aiutato a comprendere quanto siano sbagliati e distruttivi i pregiudizi che impediscono la conoscenza e l'amicizia tra culture e popoli diversi.

In termini diversi, lo stesso concetto è stato espresso al Kulturni dom, dove Aldo Rupel e Igor Komel hanno raccontato le vicende della componente slovena della città, le opportunità e le difficoltà del vivere insieme - parlando lingue diverse - nel medesimo territorio. I due relatori, partendo dalla loro esperienza personale, hanno raccomandato ai partecipanti di essere sempre costruttori di ponti e mai di muri.

E' stata la volta poi del Parco della Rimembranza. Si sono visitati i vari monumenti, rilevando la tristezza di una memoria a senso unico, capace di onorare solo una parte del tessuto umano cittadino, dimenticando totalmente l'altra, di sottolineare le azioni dei soldati e di tralasciare quelle della società civile. In questo contesto si è svolta la simpatica chiacchierata con don Alberto De Nadai che ha raccontato metaforicamente di aver venduto tutto ciò che gli dava sicurezza come prete per scoprire il tesoro nascosto negli anfratti della città, cioè le persone più povere, fragili, deboli e dimenticate. Ha dedicato a loro al sua vita, fino a oggi quando, all'età di 92 anni, continua ogni giorno a visitare il carcere di via Barzellini e a ospitare in casa i detenuti in residenza coatta.

C'è stato poi il tempo di risalire fino alla cima del Monte Santo, Sveta Gora. I giovani sono stati ricevuti dal rettore pater Bogdan Knavs che li ha accompagnati a vedere il bellissimo panorama dalla sommità del campanile e li ha intrattenuti raccontando la sua storia. Suscitando un moto di immediata simpatia e condivisione, ha raccomandato di cercare la propria strada nella vita, rimarcando come non si possa essere felici da soli, ma soltanto impegnando tutto sé stessi per donare felicità a tutti. In questo senso, raccontando la storia del territorio, ha evidenziato come si debba essere grati a coloro che durante la seconda guerra mondiale hanno rischiato e spesso perso la loro vita per liberare i popoli dal veleno nazista e fascista che tanto male aveva portato anche in questa parte dell'Europa.

Dopo il pranzo e uno sguardo dall'alto fino al mare, riconoscendo le sagome dei monti, delle città e dei paesi sottostanti, si è scesi a Nova Gorica, dove hanno incontrato, presso il Mladinski Center, Jasmina Bolterstein e Majda Smrekar. La prima ha raccontato la vita della città, sottolineando soprattutto la situazione delle persone che hanno maggiori difficoltà e che devono essere accolte così come sono, perché ogni uomo ha una sua storia da trasmettere e non c'è da temere nulla dalla conoscenza e dall'amicizia che ci rendono più veri e più umani. La seconda ha presentato la sua associazione umanitaria KID, con la quella è impegnata nell'accoglienza dei più poveri, in particolare in questi ultimi anni delle famiglie fuggite dall'Ucraina, con le loro criticità e difficoltà.

A proposito di muri di abbattere e di confini da superare, l'ultimo passaggio della giornata è stato dedicato a Franco Basaglia, visitando il parco a lui dedicato collocato esattamente sulla linea di confine tra Italia e Slovenia. Lo psicologo Marco Visintin e lo psichiatra Alessandro Saullo hanno guidato il gruppo in una breve visita alle strutture del centro di salute mentale. La figura liberante e liberatoria di Basaglia e le conseguenze della sua esperienza goriziana, sono state fatte rivivere, nel percorso che ha condotto alla fine della separazione tra sani e malati e alla rivoluzionaria Legge 180. Tutti sono rimasti molto colpiti dalla passione e dalla competenza dei due accompagnatori, soprattutto dall'attenzione e delicatezza nei confronti delle persone che si trovanio ad affrontare periodi particolarmente delicati e difficili nello scorrere ordinario della Vita.

I ragazzi di Bergamo, che nel giorno precedente avevano visitato il Centro Balducci di Udine e avevano poi viaggiato nel tempo lasciandosi affascinare dalla spiritualità e dall'arte della basilica di Aquileia, hanno poi proseguito il loro percorso andando a Trieste. Nel capoluogo regionale li ha attesi la forza della testimonianza dei profughi della rotta balcanica, di chi ne cura fisicamente le ferite nei corpi, di chi quotidianamente cerca di costruire percorsi di giustizia e di pace per chi viene sistematicamente emarginato dalla società.

Un grande grazie a tutti coloro che hanno reso possibile questo viaggio nei confini antichi e nuovi. Un grazie soprattutto ai giovani che hanno accolto con entusiasmo e convinzione ogni parola ascoltata. Con dei giovani così, si può ben sperare per il futuro!

venerdì 9 giugno 2023

Forza Matteo Zuppi, inviato dal Vaticano, siamo in tanti con te...

 

I cannoni del San Michele non assomigliano quasi in nulla alle moderne armi di distruzione. Eppure hanno in comune la finalità, quella di provocare la morte di altri esseri umani e la devastazione degli ambienti di vita.

Quando si percorrono i sentieri del Carso, si prova ancora un senso di sofferenza, immaginando quanto quella terra si sia intrisa di sangue, decine di migliaia di giovani, uccisi dalle granate, dalle baionette, dai gas, dalla fame e dai topi, quando non dai propri commilitoni quando si riteneva di dire basta e di non uscire dalla trincea per spegnere la vita di chi i capi definivano il "nemico". La voce di papa Benedetto XV, forte ma inascoltata, aveva definito quel massacro un'"orrenda carneficina", un'"inutile strage" e aveva invocato con tutte le forze la necessità di un negoziato, di un disarmo generale, di una Società delle Nazioni degna di questo nome. I solchi che ancora attraversano le pietre candide portano a immaginare la guerra di Piero, l'incontro tra un soldato che non vorrebbe trovarsi in quel luogo e un altro "dello stesso identico umore ma con la divisa di un altro colore".

Molti, dopo l'annientamento di una generazione di giovani europei e non solo, speravano che non sarebbe mai più accaduto nulla di simile. E abbiamo avuto il fascismo, il nazismo, la seconda guerra mondiale, i campi di sterminio, le deportazioni di massa, la guerra fredda, i conflitti endemici africani, l'interminabile scia di sangue tra Israele e la Palestina, il Ruanda, il Mozambico, il Sudan, le guerre balcaniche, i massacri di Zepa e Srebrenica, le Twen Tower, la guerra infinita contro l'Afghanistan e l'Iraq, la dittatura coreana, le persecuzioni ideologiche e religiose in ogni parte del Mondo, eccetera eccetera eccetera. 

In ognuno di questi conflitti, una parte decisiva è stata esercitata dall'informazione che ha sempre diviso i "buoni" dai "cattivi", convincendo quelli della propria fazione di essere dalla parte della ragione contro gli altri "minacciosi nemici dell'umanità". Molti hanno creduto alle assurdità propagandate e hanno deciso di andare al massacro, ritenendo di fare cosa buona e giusta, salvo ritornarne cadaveri oppure feriti per sempre dalle conseguenze degli scontri armati o dalla derisione e incomprensione da parte di chi era rimasto a casa. Molti hanno seguito le luci e i suoni proposti dal dittatore di turno, rinunciando alla propria libertà per aderire con totale entusiasmo a i discorsi folli di chi ha trascinato il mondo oltre l'orlo del baratro.

Anche oggi ci sono decine di guerre, con le stesse caratteristiche, in ogni Continente. Quella sotto i riflettori mediatici riguarda la Russia e l'Ucraina. Nell'era dell'informazione globale, non è possibile conoscere alcun particolare su ciò che stia realmente accadendo. Gli unici giornalisti ammessi al cospetto del fronte sono gli "embedded", ovvero quelli che raccontano esclusivamente la propria parte, come già faceva Ammiano Marcellino al tempo dell'imperatore Teodosio, niente di nuovo sotto il Sole!

Se si ascoltano i media planetari, una parte di essi - Stati Uniti e Unione europea in primis - denuncia come criminale Putin e contesta la violenza dell'aggressione nei confronti della Crimea e del Donbass. Se si sentono quelli dell'altra parte - e non sono pochi, se soltanto i cinesi costituiscono un terzo degli esseri umani presenti sul Pianeta - vengono rivalutati il diritto dei russi che vivono perseguitati di essere liberati dall'invasore, in questo caso ucraino. Entrambi i contendenti si esprimono a favore della guerra, l'uno dichiarando che essa cesserà con il riconoscimento dell'indipendenza delle parti in questione, l'altro prospettando come unica possibilità la vittoria contro l'esercito russo. La tensione continua a innalzarsi, il mondo guarda e ha giustamente paura.

Insomma, è andata sempre nello stesso modo e ora c'è l'occasione per dimostrare quanto ciò sia assurdo e disumano. Non si tratta affatto di dare ragione all'uno o all'altro, ma di accettare - come sosteneva Terzani - che ci sono delle ragioni negli uni e negli altri e che queste "ragioni" non si possono comporre con la carneficina di decine di migliaia di giovani militari e civili. L'unica via di uscita è la trattativa. L'unico sforzo non sufficientemente compiuto è stato quello di favorire in ogni modo i contatti diplomatici, anzi, essi sono stati clamorosamente accantonati quando qualcuno ha cercato di portarli avanti. E la gente continua a perdere la vita, a soffocare ogni speranza di futuro.

Per questo occorre sostenere con tutti i mezzi possibili l'iniziativa del Vaticano, portata avanti attualmente dal cardinale Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. E' stato da Zelensky a Kiev e sembra abbia ricevuto un ricorrente "niet" alle proposte di papa Francesco. Eppure tali prospettive sono le uniche possibili per uscire da una spirale di una violenza che già ora ha superato ogni immaginabile limite e che ha tutti i margini per poter crescere ancora, fino a orizzonti preoccupanti e catastrofici.

Liberandoci dal giornalismo embedded anche di casa nostra, sosteniamo con grande convinzione il tentativo della Chiesa cattolica, sperando che esso trovi corrispondenza nel mondo cattolico uniate di Ucraina e nel mondo degli Ortodossi russi, in modo che si possa affermare una specie di crociata totalmente spirituale, contro la guerra, a favore del disarmo bilaterale e di un'azione diplomatica in grado di fermare questo ennesimo inutile massacro.

giovedì 8 giugno 2023

Non è ver che sia la morte...

Cimitero acattolico di Roma (archivio personale)
C'è un'ora, fissata per ogni essere vivente.

E' l'istante in cui il respiro svanisce, il cuore cessa di battere, la coscienza sprofonda nell'abisso.

Per quanto ci si sforzi di dimenticarlo, per quanto sia peraltro necessario rimuovere il pensiero perché altrimenti sarebbe impossibile lavorare, amare, costruire, per quanto ciò sia paradossale, alla fine del percorso c'è per tutti e per ciascuno un'immensa, altissima muraglia.

Al di là del dolore che ogni distacco comporta, al di là del pensiero che cerca di condividere o assegnarsi risposte, al di là della speranza con la quale l'attende o la cerca il più povero, la Morte rimane la questione insoluta della Vita. La filosofia dell'essere ha riempito di sé ogni anfratto dell'esistere, la tecnica ha soppiantato l'emozione e ogni angolo del reale è stato indagato, analizzato, sezionato. Tutto trova una sua spiegazione, dal mistero del concepimento in un grembo materno all'istante originario del Tutto - almeno di questo Universo - fino allo scoccare improvviso di un sentimento d'amore.

Il riempimento del vuoto cosmico e la ragione ormai spalancata fino ai confini dell'infinito eterno come pure la religione che è stata progressivamente confinata nelle riserve dell'incomprensibile, non sono riusciti a superare la barriera apparentemente più semplice, derivante dalla ovvia constatazione che ogni vivente va incontro alla morte. Che cosa c'è al di là della siepe? Ci attende l'"essere" oppure il "nulla"? Come non angosciarsi davanti alla Totalità o al "Ni-ente" che sfuggono alle categorie spazio temporali del nostro intelletto?

Eppure questa è la domanda radicale, la più interessante in ogni istante del nostro percorrere le vie del mondo. Ed è l'ansia più profonda, il "sublime" Kantiano che ci afferra la gola quando contempliamo il cielo stellato e le sue immense profondità e ci sentiamo piccoli e fragili. Possiamo conquistare i Pianeti lontani, ma non sappiamo alcunché del destino di chi ci ha preceduto, di Eschilo e Aristotele, di Buddha e di Cristo, di Ildegarda di Bingen o della primigenia Lucy, di Oetzi ritrovato intatto sul ghiacciaio Similaun o del Neanderthal che ha forato un osso d'orso per trarne le prime affascinanti melodie della storia, di nostro padre o di nostra sorella, con i quali abbiamo condiviso tanto nel breve frammento della nostra effimera storia.

No, non c'è una risposta soddisfacente alla domanda delle domande e forse è giusto che sia così. Nella sapienza universale che sembra ormai essere patrimonio di ogni sapiens, resta una finestra ancora aperta sul Mistero. Ciò che è "oltre" è l'unica sorpresa possibile che ci può ancora interessare e la tensione verso questa inesplicabile potenziale "non-sapienza" riempie di valore ogni istante, anche il più minimo frammento che l'attende. 

In fondo, al di là delle spiegazioni chimiche e psichiche, non l'hanno intuito i teologi, gli scienziati o i più insigni pensatori, bensì gli artisti e i poeti. Oltre la morte non c'è assolutamente nulla di comprensibile con la ragione, si può sperimentare la sua incontrollabile potenza, anche nella scorrere della Vita, soltanto nell'inspiegabile e istantanea emozione dell'Amore, tremenda fragile limitata finitezza, clamorosa dimenticanza della consapevolezza di essere rinchiusi nell'angusta e dorata prigione della spazio temporalità.

La salita (o la discesa) verso Kostanjevica

 

Fino a "ieri" (foto Nevio Costanzo)
Gorizia/Gorica. E' proprio il caso di scrivere il nome della stessa città nelle due lingue, dal momento che questa immagine rappresenta uno dei più suggestivi "valichi". In realtà, la linea di demarcazione passa qualche decina di metri più in là, verso il santuario della Kostanjevica (Castagnavizza) che si raggiunge proprio percorrendo questo sentiero.

Si arriva in questo punto salendo dalla Via della Cappella, passando davanti alla casa dove i fratelli Rusjan iniziarono la loro avventura di pionieri dell'aviazione, alla scuola elementare Fumagalli e incrociando la via del Molino, toponimo che racconta di acque e di mugnai che hanno lavorato da queste parti prima che l'asfalto prendesse possesso dell'intero territorio. Continuando a salire sul più bel selciato di pietre della zona, ci si lascia sulla destra una casa "datata" 1922, con i simboli stellati del Regno d'Italia e, sull'incrocio con la bella via del Poligono che conduce fino al bosco del Panovec, si trova una splendida edicola mariana, forse opera di Giovanni Pacassi, padre del più noto Niccolò, datata 1705. Prega, adora, affinché Dio "ti liberi", esorta la scritta che l'accompagna.

E si arriva alla siepe interrotta dal sentiero. Ai tempi della Jugoslavia c'era anche un filo spinato. Quando si arrivava in questo punto ci si doveva fermare e, come davanti a una specie di barriere leopardiana, ci si immaginava, al di là, misteriose nazioni e sovrumani silenzi. Qualcuno cercava di sfidare le guardie di confine, finendo a volte tra le braccia delle polizia, i ragazzi se la cavavano con un rimprovero arcigno e con una sberla dei genitori imbarazzati, ma anche con un'avventura da raccontare agli amici nelle lunghe serate invernali.

Il sentiero continua tra gli ulivi, con sguardi sempre più aperti sull'intera conca Goriziana. E dopo un po' si raggiunge la vetta, con la candida chiesa e l'austero monastero. E' un luogo talmente affascinante da aver sollecitato nel re Carlo X e negli ultimi dei Borboni il desiderio di riposare per sempre tra quelle mura.

"Oggi" (archivio personale)
Il sentiero come tale continua... ma è meglio dire continuava, perché tutto procede, anche quello che ordinariamente si chiama progresso. Può piacere o meno, spesso ciò che ad alcuni pare evoluzione ad altri sembra regresso, ciò che viene concepito come abbellimento per alcuni è soltanto inutile spreco. Fatto sta che anche il viottolo verso Kostanjevica è diventato una strada, una colata di cemento che supera la frontiera e si protende verso il basso. Ora è più facile salire con le bici e, ahimé, anche con i motorini. La siepe di separazione non esiste più da qualche giorno e, oltre, non ci sono più il fascino dell'ignoto e il sovrumano silenzio, ma la bellezza di una storia nella quale i cuori hanno ricominciato a battere all'unisono, congiungendo diversità di lingue e culture.

Insomma, così procede la storia, tra le tenebre della violenza e dell'ignoranza e la luce della pace e della solidarietà. Tutto si mescola in una fascinosa alternanza, il gallo e la tartaruga non combattono, ma si confrontano sui piatti di un'immensa bilancia, prevalendo or l'uno or l'altra in un eterno pendolo che non sempre è facile contemplare. E' bello o è brutto? E' giusto o è ingiusto? E' buono o cattivo? Chi lo sa... Anche il breve cammino dalla via Cappella al santuario di Kostanjevica induce alla questione decisiva, l'urgenza filosofica di riunire le apparentemente inconciliabili esigenze dell'assolutismo medievale con quelle del relativismo moderno e postmoderno.

lunedì 5 giugno 2023

Il preti operai della Toscana. A Zugliano, il 6 giugno, alle ore 18.30.

 

Martedì 6 giugno, alle ore 18.30 presso il Centro Balducci di Zugliano, ci sarà un interessante incontro, proposto dall'Associazione Toscani in FVG, dedicato ai preti operai della Toscana. Grazie a un bel libro di Paola Sani e a un approfondito documentario, sarà possibile conoscere alcune figure eccezionali della Chiesa toscana della seconda metà del XX secolo. Dopo la riflessione su don Milani, saranno portati all'attenzione di tutti i pensieri e le esperienze di vita di don Renzo Fanfani, don Bruno Borghi e alcuni altri protagonisti di quella straordinaria stagione della Chiesa e della società. Veramente, un incontro da non perdere, che sarà introdotto dal Presidente del Centro Balducci di Zugliano, don Paolo Iannaccone. 

giovedì 1 giugno 2023

Dalla parte della RES PUBLICA. Buon 2 giugno 2023!

Res publica. E' ciò che appartiene a tutti e a ciascuno. Ed è anche il vincolo di appartenenza. Ciò che è pubblico è il contraltare di ciò che è privato. Più ciò che appartiene a tutti occupa gli spazi della società, meno è necessaria l'iniziativa privata. Viceversa, dove viene privilegiato il "privato", i servizi "pubblici" cominciano a entrare in crisi, a disgregarsi e prima o poi ad annullarsi. 

La festa del 2 giugno richiama proprio questa dimensione, la partecipazione di ciascuno alla "cosa pubblica". Tale appartenenza è un onore e una responsabilità. Un onore, perché collega ogni cittadina e cittadino a un progetto di società nel quale dovrebbero prevalere la giustizia, l'equità e la solidarietà. Una responsabilità, perché la comune appartenenza ha delle regole, fissate da quella meravigliosa "Carta" che è la Costituzione.

La Repubblica è fondata sul lavoro, ciò significa che ogni abitante nello Stato è chiamato a costruire la cosa pubblica attraverso la propria azione, qualunque essa sia, a favore non della propria realizzazione personale, ma dell'intera collettività. Questo agire per il bene comune e per la salvaguardia dei beni comuni fonda anche la correlativa idea di "sovranità" che appartiene al popolo che la esercita secondo le regole della rappresentatività.

La Repubblica garantisce tutti i soggetti numericamente minoritari. Promuove la libertà di opinione e di professione religiosa, escludendo soltanto il fascismo, cioè tutto ciò che nega le medesime libertà costituzionali. Garantisce l'accoglienza a chiunque faccia richiesta di asilo, spinto dalla fame, dalle persecuzioni e dai conflitti che insanguinano il mondo. Garantisce l'uguaglianza dei diritti e sancisce ogni discriminazione, Promuove lo sviluppo delle scienze, tutela le esigenze dell'ambiente, si preoccupa anche del rispetto nei confronti degli animali e di tutti gli esseri viventi.

Soprattutto "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".

Si celebra il 2 giugno in un momento in cui una parte ormai maggioritaria degli italiani non crede più nella "demos-kratia", ritenendo inutile - spesso con ragioni comprensibili - il voto e la partecipazione alle scelte della politica rappresentativa. La garanzia dell'uguaglianza di diritto sembra quanto mai debole, mentre le "ragioni" del privato sembrano sistematicamente soffocare quelle del "pubblico". L'accoglienza dei migranti è ostacolata in tutti i modi e le frequenti stragi nel Mediterraneo come le morti nei boschi o nei fiumi dei Balcani non riescono a forare il muro di gomma che circonda le coscienze. E il "ripudio della guerra" sembra più teorico che pratico, nel momento in cui si è impegnati di fatto - con armi e tecnologie - dalla parte di uno dei due contendenti nel conflitto russo/ucraino e ben pochi sono stati gli sforzi di portare i fronti opposti su un tavolo comune di trattativa, per uscire, nell'unico modo possibile, da un tunnel che sembra di giorno in giorno farsi sempre più oscuro.

Buona festa della Repubblica allora. Le realistiche preoccupazioni non impediscano l'esercizio della speranza. Forse è ancora possibile credere nella "res publica", forse si è ancora in tempo per far sì che la capacità imprenditoriale del "privato" sia posta al servizio dell'interesse comune. Forse è ancora possibile rovesciare i banchi dei cambiavalute e riportare la verità della Repubblica alla sua essenza e origine, i dodici principi fondamentali della Costituzione, il vangelo laico sul quale improntare la vita da cittadini. Forse c'è ancora spazio per la Politica con la P maiuscola, quell'"uscire insieme dai problemi" (cit. don Lorenzo Milani) che nasce dall'I care ("mi sta a cuore, mi interessa") e rifugge dal motto fascista "me ne frego". Forse è ancora possibile sentire la voce dei padri costituenti, fare memoria del sacrificio dei partigiani che hanno combattuto l'invasore nazifascista, ritrovare la rotta segnata nell'immediato dopoguerra e progressivamente dimenticata nei decenni successivi.

Auguri a tutte e tutti, buon 2 giugno 2023!