giovedì 28 maggio 2026

Magnifica Humanitas, luci e ombre...

Non è facile leggere in breve tempo la prima enciclica di Leone XIV, alias Robert Francis Prevost. 231 pagine nell'edizione della Libreria Editrice Vaticana, 245 paragrafi densi di teologia, di problemi presenti e di prospettive per il futuro. Vi invito a leggere prima di tutto l'enciclica - si trova facilmente su internet o si acquista in qualsiasi libreria alla modica cifra di 2,90 euro. Poi, se ne avrete voglia, vi propongo di dare una fugace occhiata a questo post ed esprimere eventualmente un parere sugli importantissimi temi trattati.

Da una prima analisi, che cosa si può ricavare?

Anzitutto di molto buono. Il titolo, con un gioco di parole, è "magnifico". Iniziare un documento e in un certo senso anche un programma di pontificato, con un tributo così importante all'umanità, è veramente un bel segno che induce a molto sperare e a molto attendersi per il prossimo futuro.

Ottima è anche la sintesi della dottrina sociale della Chiesa, dal fondamentale contributo di Leone XIII, con la famosa Rerum Novarum del 1891 ai vari passaggi successivi, offerti - spesso anche se non sempre - in occasione dei decennali del primo testo, rispettivamente da Pio XI, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Si tratta di un originale compendio, una specie di antologia, dalla quale si ricavano gli elementi più tradizionali di tale insegnamento, i principi del bene comune, della destinazione universale dei beni (interessante la presa di distanza dal tema della proprietà privata), di sussidiarietà, di solidarietà e di giustizia sociale.

Molto accurata e precisa è la riflessione sui fondamenti teologico biblici, come pure è puntuale la lettura dei padri e dei teologi della Chiesa nel corso del tempo. In particolare, la riflessione sull'incarnazione del Verbo come fondamento dell'incarnazione della Chiesa e del cristiano nella società, se non originalissima, è presentata in termini coinvolgenti, meditativi e a tratti anche poetici e artistici.

Dove invece, sempre a una prima rapida lettura, l'enciclica sembra un po' debole?

In primo luogo, l'impressione è quella di un documento morale, abbastanza attestato su posizioni troppo ovvie - e inevitabilmente condivisibili da chiunque, da "destra" o da "sinistra". Certo, c'è la condanna dell'egoismo, dell'ingiustizia, della violenza e della guerra; c'è il dito posto sul traffico di armi e sulle dinamiche inaccettabili della società del transumanesimo e del postumanesimo; c'è la preoccupazione per la deriva neoliberista del mondo contemporaneo. Sì, c'è tutto questo. Tuttavia, mancano i nomi e i cognomi, non ci sono parole scomode - si parla della shoah, ma non si esplicita la tragicità dei genocidi attuali - soprattutto non c'è una chiara indicazione autenticamente politica. Ovvero, non si esce dalla comfort zone dell' analisi e non si risponde pienamente alla domanda fondamentale sul "come".

Lo stesso dibattito sull'Intelligenza Artificiale - di sicuro l'aspetto più innovativo del documento - lascia l'impressione di quella che un tempo si definiva "democristianeria" ovvero dire tutto e il contrario di tutto, lasciando perplesso ciascuno: l'IA è una meraviglia che può migliorare di gran lunga la vita umana, ma è anche un enorme pericolo per ciò che concerne la stessa identità dell'essere umano. Un po' come dire - e ovviamente si dice - che il progresso ha portato un gran bene alla vita umana, ma che usato male potrebbe portare perfino alla sua autodistruzione.

In effetti, due (tra i tanti) sono i motivi di questa difficoltà a uscire dal politicamente corretto e dal rischio di avvicinarsi alla dimensione dell'ovvio.

Il primo è direttamente derivato dal tema dell'Intelligenza Artificiale. La Chiesa cattolica - un po' di autocritica non le farebbe male - si è sempre ritenuta depositaria di una Verità assoluta, in quanto fondata sull'assoluta autorità di Dio. Sostenere la bontà della democrazia - come fa Prevost - senza mettere in discussione il principio di assolutezza della "via, verità e vita" (nella versione ottocentesca e dogmatica dell'infallibilità), significa rendere difficile, se non impossibile, il dialogo con chi ritiene che invece non esistano verità assolute, ma solo certezza momentanee, sulle quali ricercare faticosamente un indispensabile consenso. Ma la negazione dell'assolutezza della "veritas christiana" significa riscrivere l'intera teologia della rivelazione, ritornando come minimo alla svolta costantiniana dell'inizio del IV secolo e ripartire dalle acquisizioni iniziatiche del cristianesimo delle origini, nato e cresciuto in ambiente ovviamente pluralista. Ecco, Magnifica Humanitas potrebbe affrontare con maggior coraggio e chiarezza il tema della mediazione tra l'assolutezza dei trascendentali medievali e la relatività dei fondamenti del pensiero moderno e postmoderno.

Il secondo motivo è ancora una volta legato alla ricchezza estrema e al potere della chiesa cattolica. Si potrebbe anche sostenere l'importanza di un pronunciamento morale offerto a tutti indistintamente, ma anche ai capi delle nazioni e a chi riveste qualunque responsabilità politica e sociale. Le religioni, le filosofie e le varie chiese offrono criteri etici cui ispirarsi, i soggetti raccolgono tali indicazioni e le trasformano in azione politica. Questo sarebbe possibile, se la Chiesa non avesse un proprio Stato, se il Papa non fosse dal punto di vista giuridico un sovrano assoluto, se non ci fossero nunzi apostolici sguinzagliati in tutto il Pianeta e non fosse necessario salvaguardare interessi economici mastodontici.Tutto ciò amplifica senz'altro la "voce" del Papa, ma la rende meno incisiva. Magnifica Humanitas le cose le dice - e le dice bene - ma è costretta ad arrestarsi di fronte all'eccesso di chiarezza, al pane al pane e vino al vino, al sì sì no no. Perché una parola in più potrebbe forse far crollare un intero castello di carte. E forse, non è ancora giunto il tempo di dirla.

giovedì 21 maggio 2026

A Turriaco, venerdì alle 18, con Daniele Marini

Piccolo ma grande è il libro di Daniele Marini che verrà presentato venerdì alle 18 a Turriaco, nell'ambito delle Note di Cittadinanza o che dir si voglia Dialoghi sulla Costituzione, promossi da quell'instancabile costruttore di cultura democratica che è Renzo Furlano.

Piccolo è riferito alla dimensione del testo, poco più di cento pagine dedicate alla realtà dei "giovani", in particolare al loro rapporto con il mondo del lavoro.

Grande perché una volta tanto si incontra un autore che non procede né da anacronistiche generalizzazioni, né da giudizi superficiali (scansafatiche, bamboccioni, ecc.).

Il titolo stesso è geniale, da leggere quasi come un esame di coscienza che riguarda le nuove e le vecchie generazioni. Quali spazi di comunicazione hanno i giovani per raccontarsi e esercitare la loro responsabilità di cittadini? Quanto chi li precede nel percorso della vita è in grado di capire il loro linguaggio, di prendere in considerazione le loro istanze, di farsi un po' da parte per accompagnarli nell'inserimento nelle dimensioni degli affetti, del lavoro, della cultura e della politica?

In un serrato e assai documentato confronto con i dati statistici e sociologici, l'autore riesce a portare alla luce istanze e sistemi valoriali sorprendenti. I giovani spesso parlano tacendo e gli adulti spesso credono di capire non comprendendo. E' come quando ci si accorge di essere in un Paese dove si parla una lingua sconosciuta e si comincia a cercare qualche punto di incontro. Non volendo far la figura dell'ignorante, il nuovo arrivato dice sempre di sì, quando in realtà capisce ben poco.

Quando umilmente si prende atto di una reale distanza, si scopre anche che i giovani non sono l'oggetto della ricerca e dello studio, ma i protagonisti di un nuovo modo di concepire la vita - almeno nell'ambito post-ideologico e ultramoderno del cosiddetto Occidente capitalista. Non si tratta del sovvertimento dei valori dei "vecchi", ma della capacità di portare alla ribalta valori di umanità e cittadinanza precedentemente soffocati più che dalla necessità di riempire ogni istante con il lavoro, da quella di raggiungere una ragguardevole "posizione" nella società. 

Non sarebbe forse urgente che ritrovino spazio nel dibattito pubblico elementi importanti - non certo solo per i giovani ma per tutti - quali l'amicizia, il tempo libero, l'impegno e la dedizione verso i più deboli, la formazione politica, l'attenzione nei confronti dei problemi del Mondo? 

Se ne avete la possibilità, non perdete questo incontro con l'autore Daniele Marini, venerdì 22 maggio alle 18, a Turriaco, sala Nilde Jotti, piazza Libertà 3!

mercoledì 20 maggio 2026

La vittoriosa sconfitta della Flotilla

Onore alle compagne e ai compagni della Flotilla, attaccati in acque internazionali, arrestati senza alcun motivo o mandato, picchiati e perseguitati, infine ammanettati, derisi, umiliati in mondovisione dal tremendo ministro della difesa israeliano e dai suoi poliziotti. 

Le immagini sono agghiaccianti e consentono anche ai più possibilisti di immaginare la sorte dei palestinesi, se questi energumeni sono capaci di trattare in questo modo persone libere, inermi, provenienti da tanti diversi Stati d'Europa.

Israele si può permettere di violare qualsiasi forma di diritto umanitario e internazionale, perché fondamentalmente sa di farla franca. Ha dalla sua parte il truce Trump, il quale fascistamente se ne frega di qualsiasi elementare principio di civile convivenza. Ma sostanzialmente ha dalla sua parte anche la maggior parte dei governi europei che "protestano vibratamente", "convocano gli ambasciatori", "reclamano le scuse". In realtà non fanno assolutamente nula per accompagnare le parole con i fatti, che sarebbero l'interruzione non solo di ciò che sarebbe ovvio, ovvero l'invio delle armi, ma anche della legittimazione politica e di qualsiasi forma di collaborazione economica.

Agli eroi della Flotilla resti la certezza di avere stravinto. Hanno realizzato ciò che a nessuno finora era riuscito, costretti con la forza a schiacciare con la faccia bendata il pavimento, hanno in realtà messo loro in ginocchio davanti al Pianeta intero il potentissimo Stato di Israele. Essersi rimessi in mare per raggiungere Gaza, dopo ciò che era successo la volta precedente, comportava un grosso rischio. Sì, certo, quello che accadese ciò che è accaduto, ma di questo le e gli "attivisti" erano ben consapevoli. Il vero rischio era che l'impresa venisse fermata in altro modo e cadesse nell'oblio generale, suscitando al massimo una smorfia di riprovazione negli obesi benpensanti occidentali. Lo si poteva temere, fino a ieri il percorso, l'assalto e gli arresti erano passati quasi sotto generale silenzio.

Invece la sofferenza fisica patita da un esercito di nonviolenti disarmati, colpevoli solo di voler solidarizzare con un popolo oppresso da un'incredibile violenza, ha trasformato il sorriso di scherno in ammirazione, il dubbio serpeggiante in una nuova certezza, il silenzio su Gaza in un urlo che più dirompente di così non si potrebbe, l'apparente sconfitta in una trascinante vittoria.

Sì, è vero ciò che dice Gandhi, nell'azione nonviolenta si ribaltano i fattori della storia: l'inerme trionfa sull'armato, l'offeso rivela la disperata impotenza dell'offensore, il corpo di chi si vorrebbe costringere al silenzio grida senza parole al mondo intero la cattiveria, la stupidità e la disumanità del persecutore.

Grazie Flotilla, la tua trionfante sconfitta risveglia tante coscienze sensibili ma addormentate ed è un'iniezione di forza e di desiderio di resistenza in tutti noi!

domenica 17 maggio 2026

Con éStoria, sulle tracce di Francesco

Dal 4 al 6 settembre, nell'ambito dei "Viaggi di éStoria", si svolgerà un interessante percorso "sulle tracce di Francesco", a 800 anni dalla morte, avvenuta il 3 ottobre 1226.

Nel 1981, l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini andò in visita al Sacro Convento di Assisi. Entrò nella meravigliosa Basilica inferiore e chiese di scendere nella cripta. Il frate generale dei francescani conventuali - ben noto ai Goriziani, Padre Antonio Vitale Bommarco, Arcivescovo dal 1984 al 1999 - cercò sul momento di sconsigliarlo, ritenendo che quello della sepoltura del Santo fosse, per l'illustre ospite, un ambiente poco interessante, essenziale, sobrio, privo delle opere d'arte presenti in tutto il resto dell'edificio. Pertini si svincolò, scese la ripida scala di pietra, stroncò sul nascere ogni tentativo di spiegazione e chiese di rimanere qualche minuto solo, in silenzio. Quando risalì, i giornalisti gli si avvicinarono e gli chiesero un'impressione. "Vedete - disse indicando con il dito i presenti - io, il vescovo, il padre generale e ognuno voi, tra qualche anno non ci saremo più e in breve tempo tutti si saranno dimenticati di noi". "Quell'uomo che sta là sotto invece - continuò guardando verso la cripta - dopo 800 anni è ancora vivo!".

Chi non ha mai sentito parlare di san Francesco? Ci sono i suoi scritti, capolavori di arte e spiritualità agli albori della storia della letteratura italiana. Innumerevoli sono i testi da lui ispirati, cominciando dalle tre biografie di Tommaso da Celano, dalla Legenda major di Bonaventura di Bagnorea e soprattutto dall'indimenticabile canto XI del Paradiso di Dante. Molti registi si sono cimentati nel difficile tentativo di ricostruirne la vicenda, dal Fratello Sole sorella Luna di Franco Zeffirelli ai due capolavori di Liliana Cavani. Eppure la sua figura riesce sempre a sfuggire a ogni catalogazione, tanto ricca di autentica e imprevedibile umanità è stata la sua tormentata ed entusiasmante esperienza di fede.

Certo, il modo più immediato per entrare in contatto con Francesco potrebbe essere solo quello di tentare di imitare il suo desiderio di un amore capace di travolgere anche la barriera della morte, di una pace costruita attraverso il dono della propria vita, di un'immersione nella straordinaria bellezze e complessità del creato e di un fascino sconfinato ma privo di qualsiasi volontà di possesso nei confronti di ogni creatura vivente. E poi, le nozze con Madonna Povertà, per assomigliare in tutto e per tutto al suo Maestro, Gesù di Nazareth, suo modello e ispiratore dell'unico "regola", l'evangelo "sine glossa".

Sospinti dalla domanda su chi fosse veramente Francesco, sarà una bella esperienza quella di lasciarsi interpellare dalle sue parole e dai suoi gesti, immergendosi nella scena all'interno della quale è nato, cresciuto, ha operato e ha lasciato questo mondo, deposto "nudo sulla terra nuda". Ed è questo il senso dell'itinerario proposto da éStoria. Il programma prevede la visita ai luoghi più significativi di Assisi, dalle basiliche del Santo a quella di santa Chiara, da san Rufino all'incantevole san Damiano e ovviamente alla Porziuncola. Ci sarà il tempo per camminare nelle suggestive vie della cittadina, respirando l'aria che ha coinvolto santi e poeti, contemplando dall'altro la piana di Perugia, sotto le balze del monte Subasio. Non mancherà, durante il viaggio di ritorno, una sosta al santuario della Verna, altro luogo simbolo dell'intero movimento francescano. Si ascolterà, si penserà, si discuterà, non solo sul passato ma soprattutto sul presente, sul concetto religioso e laico della "santità" - incontrandosi o scontrandosi anche con la controversa vicenda del giovane Carlo Acutis - sul legame inscindibile tra storia politica e storia religiosa. Non sarà un "pellegrinaggio", nel senso devozionale e tradizionale del termine, ma una riflessione collettiva, sistematica e critica, sul senso della vita e sul senso della storia, dove ciascuno - da qualunque visione del mondo proceda - potrà confrontarsi con gli altri, offrendo i propri spunti, le scoperte, i tanti dubbi e le poche certezze.

Per ogni ulteriore informazione, per iscrivervi o saperne di più, potete visitare il sito www.estoria.it/estoriabus .

Ah sì, ci sarò anch'io. Vi aspetto!

venerdì 15 maggio 2026

L'artista palestinese Samira Badran all'Epicenter: una mostra che corrode la tentazione del silenzio

Una mostra assolutamente da vedere, all'Epicenter di Nova Gorica. Samira Badran, nota artista palestinese attualmente abitante attualmente in Spagna, espone alcune delle sue più significative opere.

Il titolo della rassegna è Jedka Palestina, che si potrebbe tradurre con un aggettivo vicino a "corrosiva". Si tratta di una serie di immagini fotografiche, trasformate in disegno con un originale metodo consistente appunto in un'azione "corrosiva".

Oltre ai numerosi, straordinari quadri, Samira presenta anche una sua particolare animazione, mentre in un settore della (bella) sala espositiva, si possono vedere altre realizzazioni animate di autori palestinesi. Ai visitatori si propone un'offerta libera, finalizzata a sostenere i registi che vivono a Gaza e che dal martoriato lembo di terre palestinese trasmettono - rischiando quotidianamente la vita - notizie e appelli al mondo.

Mentre quasi tutti i Paesi europei - compresa l'Italia - si preparano all'esperienza dell'Eurovision, la Slovenia rifiuta di inviare il proprio rappresentante e la TV nazionale decide di sostituire la programmazione dell'evento musicale con quattro ore di presentazione della cinematografia della Palestina occupata. E' veramente un segno di delicatezza e attenzione, oltre che un'indicazione politica di grande rilievo internazionale. La visita alla mostra della Badran potrebbe essere a sua volta un gesto di solidarietà e di  protesta, oltre che la possibilità di vivere un'esperienza alquanto emozionante e coinvolgente.

Sì, le immagini che scorrono sotto gli occhi sono straordinariamente forti ed efficaci. La costruzione dell'idea, nell'orizzonte artistico, procede dall'analisi attenta di una realtà che nel suo  sfondo sembra rivestire il carattere della "normalità", ammesso e non concesso che tale percezione sia possibile. Al di qua di tale orizzonte apparentemente pacificante, irrompe la forza devastante della guerra. Non si tratta neppure di una violenza come ordinariamente si può intendere, comunque agganciata a un'assai difficile ricerca di giustificazione, ma di un'azione cieca, disumana e disumanizzante, volta alla sistematica cancellazione non soltanto della vita in quanto tale, ma anche di tutto ciò che ogni esistenza - individuale o sociale - nel tempo genera nello spazio e nel tempo. Si ripropone così l'essenza genocida di un razzismo irrazionale e incontrollabile, espressione macabra e funesta della terribile, cinica volontà di distruzione insita nel pensiero e nell'azione dei governanti - e purtroppo non soltanto di essi - di Israele.

L'ossessiva ripetizione dell'agire genocida e il sistematico obiettivo di annichilire l'esistente, ritenuto colpevole soltanto di rivendicare il più elementare dei diritti, quello di vivere, si manifestano nello smembramento dei corpi. La corporeità metaforica, che a livello comunitario si identifica con l'espressione culturale (letteraria, architettonica, urbanistica, filosofica, religiosa, ecc.) di un intero popolo, si intreccia nella specificità della potente concretezza del corpo dell'individuo. Partiicolare e universale si stringono insieme in un doloroso abbraccio che non impedisce purtroppo il permanente smembramento. A questo punto le ossa frantumate per seminare dolore, le gambe azzoppate per impedire il movimento o il cervello circondato dal filo spinato dell'assurdità per impedire di pensare, diventano una terribile denuncia di ciò che stanno sperimentando quotidianamente i gazawi e gli abitanti della Cisgiordania. Ma è anche il versamento del fluido di un potente senso di colpa nella mente e nel cuore di chi - nel resto del Mondo - sa e nulla fa per poter fermare il massacro. E il colpo artistico non raggiunge tanto il cuore dei capi delle nazioni, silenziato da squallidi interessi finanziari, quanto quello di ogni visitatore, che esce dalla mostra con la più immediata ed elementare delle domande: Perché?

giovedì 14 maggio 2026

Un grazie al vescovo Redaelli, in attesa di mons. Dianin

 

Il vescovo Redaelli al Kulturni dom, con i promotori della  mostra di Castellani 

E' stato comunicato il nome dell'Arcivescovo di Gorizia, che entrerà ufficialmente in Diocesi il prossimo 12 luglio, il giorno dei patroni regionali, Ermagora e Fortunato. Si tratta di Giampaolo Dianin, attualmente vescovo nella città di Chioggia. In attesa di riceverlo dalle nostre parti, vorrei offrire un breve pensiero di gratitudine all'Arcivescovo Redaelli, proponendo un mio articolo recentemente pubblicato, in lingua slovena, sulla rivista Svetogorska Kraljica, bollettino ufficiale del santuario di Sveta Gora.

L’Arcivescovo di Gorizia Carlo Maria Redaelli è stato chiamato da papa Leone XIV a lavorare in Vaticano, come segretario della Congregazione per il Clero. E’ un incarico di grande prestigio, meritato riconoscimento delle qualità e competenze di una persona di grande spessore culturale e di notevoli doti organizzative.

Il suo trasferimento da Milano a Gorizia ha avviato una presenza, iniziata nel 2012, sempre molto preziosa, che ha portato ovunque un respiro mondiale, sottolineato nelle sempre assai interessanti omelie, incentrate su un’interpretazione sistematica della Parola di Dio e sull’invito a incarnarla con coraggio e creatività negli ambiti della fraternità, del perdono, della giustizia sociale, della pace e della solidarietà internazionale.

La sua fede profonda e la passione per la Chiesa gli hanno consentito di accogliere e valorizzare i suoi collaboratori, inaugurando una straordinaria stagione di coinvolgimento dei laici non solo nella particolare missione ma anche nell’organizzazione interna della Curia e delle parrocchie.

Conosce bene le dinamiche della Chiesa universale, avendola servita come canonista in diversi settori, ma contestualmente all’incarico goriziano e alla docenza presso le università pontificie, è stato presidente di Caritas italiana. Come tale, ha potuto conoscere e guidare gli interventi di sostegno a diverse realtà di sofferenza, locali e globali, presenti in Italia, in Europa e nel Mondo.

Negli ultimi anni ha saputo guidare l’Arcidiocesi di Gorizia attraverso i grandi impegni del Giubileo della Misericordia e di Nova Gorica con Gorizia capitale europea della cultura 2025. In questi ambiti ha dimostrato grande attenzione nei confronti delle complesse problematiche relative all’ex confine, ponendosi sempre come equilibrato mediatore e intelligente costruttore di relazioni costruttive e simpatetiche.

Ha avuto uno sguardo particolarmente attento nei confronti della comunità slovena residente nella parte italiana di Gorizia e ha intessuto rapporti molto costruttivi con i laici e il clero della diocesi confinante di Koper Capodistria. Si è anche premurato di imparare i principali rudimenti della lingua slovena, per capire meglio e farsi comprendere.

Molte volte è salito a Sveta Gora, per pregare e per contemplare dall’alto il panorama delle due città riunite intorno a un confine che non dovrebbe esistere mai più.

Ha saputo valorizzare anche il mondo friulano e in particolare è stato molto attento alla realtà di Aquileia, riconoscendo nel sito archeologico e soprattutto nella Basilica la possibilità di attualizzare lo straordinario messaggio di unità nella diversità che scaturisce dalla simbologia dei mosaici teodoriani del IV secolo, l’eredità spirituale e culturale del Patriarcato, la vocazione europea affidata all’Arcidiocesi di Gorizia dopo il 1751.

Le sue numerose lettere pastorali restano come un vero e proprio programma di azione e di confronto con il passato, il presente e soprattutto il futuro dell’intero territorio, nel quale è coinvolta la Chiesa Goriziana.

A lui non resta che sintetizzare pensieri e sentimenti con un’unica parola: GRAZIE!

Ebraismo, sionismo e genocidi. Una riflessione nella chiesa Metodista...

Segnalo volentieri questa iniziativa, promossa da Chiesa Evangelica Metodista e Punto pace di Pax Christi di Gorizia. E' un'occasione per ascoltare la riflessione di un autorevole testimone di giustizia e di pace. 

Il tema è quanto mai attuale e inportante. Come districarsi in questo momento di grande sofferenza planetaria, tra parole che esprimono situazioni complesse, molto spesso ignorate o considerate in modo parziale e riduttivo.

Don Maurizio Mazzetto ne parlerà con competenza e profondità, aprendo con i presenti un significativo e assai necessario dibattito.

L'appuntamento è per giovedì 14 maggio, alle ore 20.30. Davvero, da non perdere...   

lunedì 11 maggio 2026

Abolire le feste tradizionali di Prima Comunione e Cresima? Perché no?

 

Insieme a molte altre piacevoli occasioni, la primavera porta con sé le feste legate alla Prima Comunione e alla Cresima. Non è una questione superficiale, in tempi nei quali sembrano dominare ben altri problemi e preoccupazioni. In realtà è importante richiamarsi all'importanza della responsabilità personale e formativa, anche in rapporto a scelte intime e profonde come quelle connesse all'appartenenza religiosa. Ecco qualche qualche del tutto discutibile spunto per un'opportuna riflessione ed eventuale discussione:

E' interessante partecipare, soprattutto se non si ha la sfortuna di far parte del novero degli invitati. Nel caso del "primo incontro con Gesù", si assiste all'arrivo delle bimbe e dei bimbi, immersi in candide vestine, accompagnati da genitori indaffarati. Attorno al loro semplice e tutto sommato omologato abbigliamento, scorre una vera e propria sfilata di moda: abiti multicolori, cravatte a farfalla o sgargianti su immacolate camicie inamidate, gonne svolazzanti, tacchi vertiginosi che si divertono a incastrarsi nei forellini degli antichi pavimenti, profumi inebrianti e così via.  La Messa, forse l'ultima alla quale i piccoli (come pure i grandi) parteciperanno prima della cresima che riceveranno due o tre anni dopo, scorre secondo gli schemi ordinari. Un barlume di emozione coinvolge i ragazzini e una lacrimuccia scorre sugli adulti che ricordano per un istante quanto è bella giovinezza, pur si fugge tuttavia e così avanti. Poi tutti fuori, per la felicità interessata dei ristoratori che ne approfittano per un provvidenziale "tutto esaurito" e per quella effimera dei "comunionati" su molti dei quali piove ogni sorta di cadeaux, dalla bomboniera con il gatto di porcellana al classico orologio, dal libro illustrato addirittura - è la moda! - la busta con i soldini, "così saprà lui cosa comprarsi"...

Per quanto riguarda la Cresima, le cose vanno da una parte meglio, dall'altra peggio. Meglio perché molti ragazzini hanno raggiunto l'età nella quale possono ribellarsi all'imposizione genitoriale e non ne vogliono sapere non tanto di ricevere un sacramento del quale non hanno la minima cognizione di causa, quanto di dover partecipare per uno o due anni al catechismo. Peggio perché i "sopravvissuti" hanno piena consapevolezza dell'inutilità del gesto, si sentono frustrati perché non hanno il coraggio di rifiutarsi, consolandosi con la speranza che il sacramento sia per loro come un timbro che certifichi la fine di ogni forma esplicita o implicita di obbligo di "pratica" religiosa.

Provate a chiedere a uno scolaro delle elementari (oggi scuole primarie) che cosa sia realmente l'Eucarestia o a un giovanotto delle medie (oggi secondarie di primo grado) o delle prime classi delle superiori che cosa comporti per un cristiano battezzato ricevere la Confermazione. Il 99% non saprà rispondere, se non vaghe formule astratte e moralistiche, tanto più se sedimentate dopo anni e anni di catechesi parrocchiale o di insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Va meglio per coloro che provengono da famiglie molto lontane dal cattolicesimo, in alcuni di questi rari casi si riscontra un po' di interesse per storie, teorie e proposte di vita connesse a ciò di cui non hanno mai sentito parlare. Va molto meglio a chi fa parte di realtà associative, come gli scout o i ragazzi dell'azione cattolica, dove lo spirito di gruppo sostituisce efficacemente la comprensione delle parole e delle contestuali esigenze etiche. 

La comunione a 8-9 anni e la cresima a 13-15 sono come la vaccinazione. Il vaccino genera infatti una versione mignon di una malattia, in modo da evitare guai peggiori. Così la prima comunione in tenera età e la cresima indotta "a vagone" durante la prima adolescenza inoculano quel poco di senso religioso da impedire, in una fase successiva della vita, l'incontro con la trascendenza, la lettura del Vangelo o di altri testi spirituali, l'accettazione libera e consapevole di una fede adulta e matura.

Perché allora si continua così, come se niente fosse? L'imposizione coatta dei sacramenti dell'iniziazione cristiana (Battesimo cresima eucarestia) corrisponde all'epoca del cristianesimo imperiale, quando cioè vigeva l'identificazione fra l'appartenenza civile e quella cristiana (in un secondo momento cattolica). I riti sostituivano quelli dei periodi precedenti e consentivano alla struttura sociale di contrassegnare i vari passaggi esistenziali, in primis nascita, adolescenza, matrimonio, malattia e morte (precisando che il funerale non è un sacramento, proprio perché suppone l'ovvia assenza di consapevolezza dell'ormai defunto protagonista). Tutto ciò aveva un senso all'interno di un realtà "avviata" alla fine del IV secolo e totalmente, anche se a livello di coscienze individuali lentamente, rivoluzionata tra il XVI secolo e il Concilio Vaticano II (1962-1965).

Non sarebbe forse una forma di rispetto per le persone, ma anche per gli stessi sacramenti e per l'insieme della teologia cristiana, tornare alle origini? Non ci vorrebbe poi molto, basterebbe svincolare la celebrazione del sacramenti dal compimento automatico delle età. Le parrocchie e le comunità potrebbero prevedere corsi annuali di formazione e preparazione per adulti, corrispondenti al momento in cui ciascuno desiderasse scegliere di avvicinarsi in piena conspevolezza coscienza e libertà alla forma interiore ed esteriore dell'appartenenza alla Chiesa. 

E i passaggi esistenziali? E le tradizionali festine di prima comunione o di cresima? E i regalini? Svincolando i sacramenti dalla pesante eredità dell'ormai tramontata civitas christiana, i "passaggi esistenziali" potrebbero essere tranquillamente fatti propri dall'ambito civile, magari con percorsi ricreativi, didattici e formativi condivisi, da realizzare anche negli oratori e nelle strutture di cui la Chiesa potrebbe finalmente sbarazzarsi - offrendole in gestione o regalandole a comuni, cooperative o consorzi educativi "laici" - potendosi così dedicare alla sua fondamentale missione: annunciare, con profondo rispetto nei confronti di ogni essere umano, indipendentemente dalla sua visione della fede e della vita, la vittoria sulla morte, attraverso un servizio indefesso, gratuito e disinteressato alla libertà, alla giustizia, alla fraternità universle, alla nonviolenza evangelica e alla realizzazione della pace nel mondo.

venerdì 8 maggio 2026

Giovanni Nepomuceno, Leone XIV e Rubio, tra cattolicesimo e politica

 

Tutti conoscono la figura di Giovanni Nepomuceno, la cui effigie caratterizza ponti, centri abitati collocati vicino ai fiumi, siti che hanno a che fare con le acque. L'enorme diffusione, soprattutto nel Centro Europa, è dovuta alla forma del suo assassinio, determinato da Venceslao IV di Boemia che ne decretò l'uccisione, facendolo gettare incatenato nella Moldava. A Praga, sul Ponte Carlo, nel punto in cui si sono verificati i fatti, c'è la sua più famosa statua.

Si era nel XIV secolo. La tradizione leggendaria indica come causa della sentenza di morte il rifiuto di violare il segreto confessionale: il re avrebbe voluto sapere se la moglie lo avesse tradito e di  fronte all'atteggiamento  del sacerdote si sarebbe infuriato al punto da decidere il suo annegamento.

La realtà sembra sia meno spirituale e più politica. Si tratterebbe semplicemente di una questione di giurisdizione e di diritto. Giovanni da Nepomuk,a quel tempo vicario generale della diocesi di Praga, avrebbe nominato un abate contro il parere del re e per questo motivo sarebbe stato processato e poi gettato nella Moldava.

Perché questo richiamo estemporaneo alla fine dell'ecclesiastico ceco, allo scontro fra diritto canonico e legislazione civile? Perché è uno spunto dal quale procedere, per analizzare l'interessante incontro tra papa Leone XIV e il segretario di stato USA Marco Rubio. La similitudine sta soltanto nell'inevitabile commistione tra cattolicesimo e politica, per il resto ovviamente i contesti e le questioni in gioco sono del tutto diversi. 

Il presidente Donald Trump sembra avercela fortemente con l'attuale vescovo di Roma. Non passa quasi giorno senza una bordata contro la guida della chiesa cattolica. Ha suscitato particolare stupore l'"attacco" sferrato alla vigilia dell'incontro in Vaticano, quasi un avvertimento, non soltanto  nei confronti di Prevost, ma anche del suo stesso inviato. Dal momento che l'attuale inquilino della Casa Bianca sembra procedere su una linea solo a lui chiara, è difficile capire quale sia il vero motivo delle sue parole. Forse è il tentativo di aggraziarsi il mondo anticattolico statunitense, supponendolo più elettoralmente forte, in vista delle elezioni di mezzo termine, particolarmente delicate dopo le "avventure" venezuelane e iraniane. Oppure può essere un messaggio a Rubio, considerato un potenziale concorrente in rapporto alle scelte repubblicane, ormai in tempo di scelte per le elezioni presidenziali che si terranno fra due anni e mezzo.

Leone XIV ha risposto con prudenza e intelligenza alle bordate, prima richiamando la propria missione di costruttore e promotore della pace nel mondo, poi sostenendo la falsità della (peraltro talmente assurda da confermare l'esistenza di una strategia) accusa a lui rivolta da Trump di essere  sostenitore della possibilità che l'Iran possa dotarsi della bomba atomica. 

L'incontro tra Prevost e Rubio non ha offerto - almeno dal punto di vista giornalistico - dati particolarmente rilevanti, dal momento che non sembra si sia andati molto al di là dei convenevoli e dei discorsi di prammatica. Forse non potrebbe essere diversamente da così, almeno fino a quando la chiesa cattolica sarà così forte e presente, a livello di politica, economia e diplomazia planetarie. La potenza del piccolo Stato Vaticano, da una parte infatti consente di dare maggiore spessore alle parole e ai gesti tradizionalmente orientati - almeno nell'ultimo secolo - alla pace. Dall'altra parte tuttavia induce anche a una capacità negoziale e relazionale improntata essenzialmente alla cautela e alla delicatezza, fatto questo che spesso suscita l'impressione di una certa debolezza.

Riuscirà papa Leone XIV, nel proseguo del suo pontificato, a liberarsi dal politicamente corretto per dire con chiare parole ciò che si suppone pensi? Potrà svincolarsi dall'eccesso prudenziale per chiamare per nome le catastrofi del nostro tempo? Deciderà di schierarsi in modo inequivocabile dalla parte degli oppressi e degli aggrediti, non da quella degli oppressori e degli aggressori? Sarà questo uno dei temi interessanti per i prossimi anni, se i cattolici saranno guidati e orientati dal pontefice a una presenza militante nei meandri della società contemporanea, mettendo anche a repentaglio la loro vita, se necessario. Oppure se il compito profetico di costruttori instancabili di pace e giustizia, sarà riservato solo a poche figure profetiche, in grado di seguire l'esempio di forza e coraggio di Giovanni Nepomuceno.

mercoledì 6 maggio 2026

Liberi tutti, subito! Fermiamo i PIRATI del Mediterraneo...

Manifestazione pro Palestina e pro Flotilla a Trieste
Si può pensarla in modo  differente riguardo alla Flotilla. Personalmente ritengo che le persone che hanno messo a repentaglio la loro vita per compiere un gesto nonviolento di solidarietà e vicinanza al popolo palestinese di Gaza, offrano al mondo un segno di pace e di grande speranza.

Ma anche se non si fosse d'accordo e non si rispettassero le scelte di cittadine e cittadini che hanno voluto impegnarsi affontando il mare, come non ci si può indignare e urlare la propria preoccupazione di fronte ai fatti?

Un esercito straniero interviene senza alcun mandato in acque internazionali, centinaia di chilometri lontano dalla propria base. I soldati irrompono nelle barche e prendono in custodia i naviganti. Alcuni vengono pestati, altri tenuti in condizioni disastrose, quasi tutti portati in un centro di momentanea detenzione in territorio greco. Due di loro vengono addirittura arrestati e portati in Israele, dove sono sottoposti fino a ora a forme di tortura fisica e psicologica, trattenuti senza alcun formale capo di imputazione. 

Ordunque, sì proprio ordunque. Come altro si può chiamare uno Stato che impone la sua forza contro imbarcazioni inermi che perocrroono le vie del Mediterraneo, lontanissime dai porti dell'aggressore?  Cosa dire di uno Stato che blocca cittadine e cittadini pacifici, costringendoli a detenzione e a ogni sorta di forzatura? Come accettare che uno Stato arresti senza alcun mandato gli attivisti di un'azione nonviolenta, trascinandoli nelle proprie prigioni e privandoli della libertà?

Non si può altro che parlare di uno Stato pirata e chiunque ragioni un centesimo di secondo non potrebbe che essere d'accordo: ciò che è accaduto in questi giorni alla Flotilla potrebbe accadere domani a chiunque in qualsiasi parte del mondo, con il beneplacito del ghigno mostruoso di Netanyahu e di Trump. La violazione di ogni norma in nome della Legge del più forte è la fine di ogni speranza di livertà, giustizia e autentica democrazia. 

Ciò non ha nulla a che fare né con la nobile e per molti versi meravigliosa tradizione culturale e religiosa ebraica, neppure con il terribile veleno dell'antisemitismo da combattere in tutte le sue forme antiche e moderne, come quelle consapevolmente alimentate, fomentate e moltiplicate dall'atteggiamento criminale degli attuali capi di Israele e dell'inqualificabile inquilino della Casa Bianca. 

martedì 5 maggio 2026

6 maggio 1976 - 6 maggio 2026, un ricordo indelebile, 50 anni dopo...

Molti sono gli interventi relativi al terremoto del 6 maggio 1976. In questo contesto, non ritengo necessario produrre ulteriori analisi, ma mi va di condividere qualche ricordo personale:

Avevo 16 anni. Stavo cenando in famiglia, nel centro di Gorizia. C’era un ospite, un amico venuto dall’Uganda. Tutto ha cominciato a tremare, gli armadietti della cucina sembravano danzare vorticosamente. Pochi secondi e si era in strada, sulla via dove tutti gli abitanti della zona si erano riversati. Chi chiedeva notizie, chi riportava confuse dicerie, chi la prendeva con filosofia, come il commensale africano che aveva continuato tranquillamente a lavorarsi l'insalata, sostenendo fatalisticamente che "tanto, se è destino che si muoia, non ci si può fare niente". Il sorriso che, pur nella tensione, era riuscito a strapparci, era giustificato dal fatto che allora non esistessero i telefonini e che le comunicazioni non fossero così rapide come lo sono oggi oggi. Ci volle qualche ora per capire come non ci fosse niente da ridere e come a poca distanza si fosse compiuta una tragedia. Prima le frammentarie voci dei radioamatori, poi qualche timido servizio giornalistico, solo all’inizio del nuovo giorno si cominciava a comprendere l'entità del disastro.

La mattina del 7 maggio, il Liceo era chiuso. C’era tanta agitazione, inoltre era caduto un comignolo e per sicurezza la presidenza aveva disposto che fosse meglio lasciar perdere le lezioni. Con tre compagni di scuola, uno dei quali era già maggiorenne e con la patente, decidemmo di partire subito verso la zona colpita dal sisma.

A quei tempi non c’era un sistema istituzionalizzato di Protezione Civile. Volevamo in qualsiasi modo renderci utili e per prima cosa ci recammo presso la Prefettura di Udine, dove regnava una comprensibile confusione. All’ufficio allestito per l'emergenza in fretta e furia, ci proposero di andare a Gemona e di chiedere là come avremmo potuto servire a qualcosa in quella situazione.

Il primo segno tangibile del terremoto fu il ristorante Morena, nella zona di Artegna, che venne incontro al nostro sguardo con il tetto crollato sulle sue fondamenta. In mezzo a una girandola di ambulanze, camion e macchine private, in qualche modo riuscimmo ad arrivare nella periferia bassa di Gemona, dove un funzionario, sotto una tenda improvvisata, ci inviò a trasportare in una piazza prefissata, i morti man mano che venivano sottratti alle macerie. C’era un caldo asfissiante, strano per l’inizio del mese di maggio! Si respirava polvere ovunque e non passava un’ora senza qualche scossa di assestamento, sempre in grado di far tremare gli edifici già lesionati come fossero di cartapesta. Si sentiva un grido - "via tutti" - ci si allontanava dalle mura tremolanti e si ritornava dopo qualche istante al lavoro.

Trascorremmo così, fino a sera, quel giorno indimenticabile. Quando ci penso, provo ancora le stesse sensazioni: l’odore acre della morte, il silenzio rotto solo dagli ordini secchi dei coordinatori e dal sinistro borbottio del terremoto, la rigidità e il peso delle persone estratte dalle case distrutte, il mistero della vita e la forza della natura che mescolano le loro carte e nel volgere di un istante trasformano un vivace centro abitato in un cumulo di rovine.

A quei tempi succedeva così, un adolescente poteva trovarsi nel cuore di una catastrofe e portare il proprio piccolo contributo, senza che nessuno lo invitasse ad andarsene, per non intralciare l'impegno dei professionisti. Già in quella prima sera in effetti tutto era cambiato, si era creata una nuova organizzazione, i soccorsi e la ricostruzione erano passati in mani competenti ed esperte.

Tuttavia per noi ragazzi non era finita così. Quell’estate trascorse tra i monti del terremoto, a Moggio Udinese, a Chiusaforte, ai Piani di Val Raccolana, sotto la guida di un grande maestro, don Silvano Cocolin. Gruppi di giovani provenienti da tutta Italia si alternavano sotto le tende e vivevano le loro (nonostante tutto meravigliose) vacanze, occupando nel doposcuola i bambini mentre gli adulti sistemavano per quanto possibile le loro case. Si familiarizzava facilmente con la gente, si andavano a prendere gli scolari nei paesi ancora abitati, accolti da tazze fumanti di grappa con un po' di caffé, si partecipava a semplici mense dove venivano serviti il frico e la polenta, ci si sentiva parte di una grande impresa, nella quale ciascuno era una piccola tessera nel mosaico della ricostruzione. 

Non se ne aveva in quel momento piena cognizione, ma si era testimoni di una svolta epocale, si assisteva all'accendersi delle ultime scintille di una tradizione popolare e culturale che in pochi anni sarebbe stata del tutto dimenticata, quando non ristretta nell'ambito di un mero folklore.

Ma i rapporti umani di quei giorni - come pure dei sabati e domeniche autunnali trascorsi a Grado Pineta nell'aiutare i bimbi sfollati a trascurare per qualche ora le tristi vicende dei paesi messi in ginocchio dalle scosse di settembre - non sarebbero mai stati dimenticati e si sarebbero trasformati nella consapevolezza che la vita avrebbe avuto un senso, soltanto se spesa nel cercare in qualsiasi modo di alleviare la misura del dolore che attanaglia e spesso soffoca il mondo. 

Polyverse, diverse voci unico coro, portatore di pace e bellezza

Tra venerdì Primo Maggio e domenica 3, si è svolta ad Aquileia una residenza artistica musicale, a compimento delle attività previste nell'ambito del progetto europeo Polyverse, promosso da Società per la conservazione della basilica di Aquileia con partner la sinagoga di Atene, la comunità protestante di  Lehnin (Berlino), la grande moschea di Roma e l'associazione FRH di Bruxelles per la comunicazione tra siti religiosi e culturali europei.

Nella foto, da sinistra, il sindaco di Aquileia Emanuele Zorino, la referente di progetto Sara Zamparo, il direttore della SoCoBA Andrea Bellavite, l'imam della moschea di Roma Nader Akkad, la pastora di Lehnin Almuth Wisch, il rabbino di Atene Gabriel Negrin, il delegato dell'arcivescovo di Gorizia don Franco Gismano, la titolare dell'agenzia "Argo progettare l'Europa" Andrea Donda.

E' stata un'esperienza emozionante, ritrovarsi a dialogare e a discutere in tante diverse lingue, tra rappresentanti di diverse religioni e confessioni cristiane. In un momento nel quale sorgono nuove forme di razzismo, di violenza, di nazionalismo e di violazione dei più elementari diritti della persona, le personalità spirituali hanno portato, in modo unitario nella grande diversità degli approcci, un profondo messaggio di rispetto, riconciliazione, valorizzazione delle rispettive tradizioni culturali e religiose. Sono state ribadite le metafore del mosaico - tante tesserine differenti, unite generano stupende immagini - e del coro - molte voci specifiche, unite realizzano una stupenda armonia. Ciò non significa rinunciare alla propria particolare forma, ma arricchire la propria esperienza attraverso  la conoscenza e l'accoglienza di qualle dell'altro. 

Ancora più emozionante è stato il concerto che ha visto concretizzarsi in basilica il primo coro religioso europeo. Diretti da Mateja Černic, Sakis Negrin e Gerhard Oppelt, i coristi hanno eseguito musiche provenienti dal patrimonio del cattolicesimo latino, della spiritualità  sefardita e della coralità protestante. Il punto vertice delle giornate, ma anche dell'intero progetto Polyverse che prevede la ripetizione dell'esperienza ad Atene, a Berlino e a Roma, è stata l'esecuzione in prima assoluta di Polyverse Echoes, una straordinaria composizione, una sorta di preghiera cantata in latino, greco, ebraico, arabo, tedesco e italiano. Hanno lavorato insieme, sia pur a distanza, la compositrice Maria Beatrice Orlando e i compositori Aaron Dan & Sakis Negrin. Il risultato di tutto ciò è stato eccezionale sia dal punto di vista artistico che da quello riguardante il messaggio di pace, giustizia, armonia scaturito dalla bellezza delle note e dal dascino del contesto artistico e architettonico.

Che dire, al di là dell'entusiasmo per un evento che rimarrà inciso nella memoria di tutti coloro che vi hanno partecipato? E' come sentire l'eco delle parole e dei gesti di papa Francesco che aveva impostato tutto il suo pontificato investendo molto più tempo ed energie sulle relazioni piuttosto che sulla riaffermazione di astratti principi dogmatici e teorici. Vedendo, per usare le parole di un famoso salmo,"quanto è bello e soave che le sorelle e i fratelli stiano insieme", si è confermata questa sua importante intuizione. Le cosiddette "religioni del Libro", infatti, se incentrate solo sulla dimensione dottrinale, fondano sull'assoluta autorità divina la pretesa di essere ciascuna l'unica detentrice della Verità. Da questa venefica prospettiva, sono derivati tanti guai per l'Europa e per il Mondo, le guerre di religione hanno provocato milioni di morti.

Nelle giornate aquileiesi, si è stati insieme nel dialogo, nel canto, nella festa, nel mangiare insieme, nella visita ai siti aquileiesi. In questa condivisione a 360° si è ancora una volta dimostrato come per rispettarsi e costruire insieme un futuro di pace planetaria, non sia necessario rinunciare alle proprie caratteristiche e condizioni identitarie. E' invece fondamentale riscoprire il concetto di fraternità universale, offrendosi reciprocamente i doni spirituali, riconoscendosi tutti parte di una stessa famiglia nella quale ci si può incontrare nel comune linguaggio dell'arte e della musica che, come detto da qualcuno durante il convegno, è l'antidoto contro ogni forma di razzismo, antisemitismo, islamofobia di qualsiasi altra discriminazione.

Un Gramsci mai visto, al Kulturni dom di Gorizia

 

Nel suggestivo cimitero acattolico di Roma, all'ombra della piramide Cestia, c'è la tomba di Antonio Gramsci. E' una memoria che proprio attraverso la semplicità ed essenzialità evoca la grandezza di un uomo da riscoprire e rivalutare.

Ha cercato di farlo, con una forza espressiva travolgente, Angelo D'Orsi, che ha presentato lunedì sera al Kulturni dom di Gorizia il suo "Gramsci mai visto". Due ore e mezza di teatro sono trascorse in un battibaleno, tanto la narrazione - commentata dagli splendidi momenti musicali proposti da Gabriella Gabrielli con il gruppo Gorzae - ha avvinto gli spettatori, dall'inizio alla fine.

Si è scoperta la storia di un uomo che ha attraversato da assoluto protagonista i primi difficilissimi decenni del XX secolo. L'infanzia vissuta nella povertà non impedisce la formazione di una mente vivace e di una straordinaria passione per la ricerca e per lo studio.

I percorsi geografici e politici portano Antonio prima a Cagliari poi a Torino, dove avviene l'incontro con il mondo del socialismo e con i compagni che condivideranno con lui la complessa svolta di Livorno del gennaio 1921, con la creazione del Partito Comunista d'Italia. Segue il soggiorno biennale a Mosca, descritto con emozione nella duplice dimensione della formazione ideologica nell'ancora infante Unione Sovietica e dell'esperienza affettiva che determinerà molti aspetti della sua vita interiore.

C'è poi il breve passaggio per Vienna, prima dell'inattesa elezione al Parlamento italiano. La descrizione della tragedia della legislatura che ha visto il concretizzarsi dell'incubo fascista è stata complementare con quella dell'arresto, del misero soggiorno a Regina Coeli e della deportazione nell'isola di Ustica. Come in un profondo romanzo esistenziale, i fatti si intrecciano con le riflessioni e, sia pur nella difficoltà estrema della reclusione, Gramsci riesce a elaborare un pensiero complesso, affidato alla lettura, all'interpretazione e all'azione di chi sarebbe sopravvissuto alla dittatura di Mussolini. Molti dei passaggi strategici e politici, riproposti magistralmente da D'Orsi, sono apparsi portatori di un'impressionante attualità. Certo, occorre riprendere in mano questo grande pensiero e adattarlo alla situazione non meno inquietante del nostro tempo.

Particolarmente efficace è stata la presentazione della figura dell'intellettuale organico. La sottolineatura continua della necessità di una formazione non soltanto ideologica, ma anche artistica, letteraria e in genere culturale, ha richiamato alla memoria il desiderio di riportare l'autentica Filosofia - intesa come consapevolezza della propria identità e del proprio ruolo nel mondo - alla base e al fondamento di ogni agire, individuale e collettivo.

Antonio Gramsci, sollecitato anche dalla contemplazione della catastrofe della prima guerra mondiale e dalla speranza suscitata dalla rivluzione russa, ha compreso prima e più di tanti altri l'indispensabile necessità dell'internazionalismo socialista, come possibilità alternativa al razzismo, al classismo e al nazionalismo.

Insomma, quella al Kulturni è stata un'eccezionale serata di richiamo alla pace e alla giustizia sociale, per la quale non resta che rivolgere un sentito grazie ad Angelo D'Orsi. Il suo svolgimento ha soffocato con i fatti un'inutile polemica accesa nei giorni precedenti dal movimento dei Radicali Europei che avevano criticato il presidente del centro culturale per aver invitato a esibirsi sul palco una persona che sul conflitto russo-ucraino ha espresso idee diverse dalle loro. Si è trattato di un'osservazione fuori posto, perché assolutamente non pertinente con il tema trattato nella serata, ma soprattutto perché rivolta a un ente - il Kulturni dom appunto - universalmente riconosciuto come un luogo aperto a qualsiasi tipo di approfondimento e di confronto, senza reticenze e senza censure.  

venerdì 1 maggio 2026

Progetto Polyverse ad Aquileia: autentica pace, dialogo interreligioso, musica di alto livello

 

E' arrivato il grande momento. Domenica 3 maggio inizierà l'ultima fase del progetto europeo Polyverse, al quale da quasi tre anni lavorano insieme i rappresentanti della Basilica di Aquileia, della sinagoga di Atene, della Grande Moschea di Roma e delle comunità protestanti di Berlino.

Il progetto unisce singolarmente il dialogo interreligioso con la bellezza dei luoghi artistici e della musica. Domenica alle 12.30, dopo una sessione di dibattito tra le figure religiose che si terrà nell'aula consigliare del Comune di Aquileia e una breve illustrazione della Basilica, ci sarà l'evento centrale e si esibirà il primo coro interreligioso europeo in un eccezionale concerto. 

Il 3 maggio sarà giorno di memoria in Friuli. Nel pomeriggio a Gemona si terrà la celebrazione commemorativa dei 50 anni dal terremoto. La Basilica di Aquileia partecipa all'evento offrrendo - in orario antecedente e compatibile con quello di Gemona - un grande momento di riflessione e di promozione della pace e del dialogo fra i popoli. 

Il progetto Polyverse continuerà in giugno ad Atene, in luglio a Berlino e si concluderà in ottobre a Roma.

Riflessioni napoletane del Primo Maggio

Il viaggio a Napoli è sempre un'intensa avventura. Ogni volta si ricavano diverse emozioni.

Non c'è panorama della zona senza la presenza del Vesuvio. E' il vulcano per eccellenza, ai suoi piedi si sono verificate immane tragedie, la completa distruzione di Pompei, Ercolano inghiottita dalla lava, Stabia, Oplontis e tante altre città soffocate dai gas e dalle ceneri. Ci sono voluti quasi duemila anni per restituire a quella gente almeno il ricordo di essere vissuti. Camminando nelle vie lastricate e segnate dal passaggio dei carri, entrando nelle case dei ricchi e contemplando affreschi e mosaici che raccontano storie di guerra, di fede e di amore, si ha l'impressione di tornare indietro nel tempo e di scoprire che in ogni epoca il classismo ha diviso gli straricchi dagli strapoveri. Di fronte all'esplosione della caldera non ci sono più schiavi e padroni, ma rimane solo una folla di disperati che cercano la salvezza correndo verso il mare e dei quali non rimane altro che la forma ricostruita con il gesso nello spazio lasciato vuoto dalla decomposizione della carne. 

Certo, il vulcano impressiona. Sotto la terra arde un fuoco immane che solleva il suolo e minaccia chi vive nelle vicinanze. La solfatara di Pozzuoli è un vulcano attivo. Dalla terra riarsa fuoriescono getti di vapore misti a venefiche esalazioni. Non ci si può avvicinare, una decina di anni fa la curiosità ha portato alla morte una famigliola di turisti veneziani. Anche da lontano si resta colpiti, dall'aridità del cratere, dai fanghi bollenti e ci si chiede fino a quando la crosta riuscirà a contenere la pressione. "Ancora una novantina d'anni" - ci dice un signore seduto all'imbocco della via panoramica. "Ogni volta che il fumo riempie il cratere, significa che sta per avviarsi uno sciame sismico. Se invece il fumo è rarefatto, significa che il vulcano è in fase di calma". Ma come vivere nelle case costruite sul bordo di un cratere, anzi, proprio sopra quello che è considerato il vulcano più pericoloso d'Europa? "Ci si abitua, ci si abitua a tutto" - chiosa il nostro interlocutore, un vero esperto, studioso di matematica e fisica. Forse è vero, il fuoco sotto la terra genera una speciale energia che rende possibile ciò che altrimenti sarebbe impossibile: vivere sopportando un terremoto quotidiano, nell'attesa dell'esplosione definitiva. Perché tutti lo sanno, ma nessuno vuole abbandonare la propria casa, il golfo meraviglioso di Pozzuoli, così ricco di storia e di bellezza naturale.
Napoli offre bellissimi paesaggi, straordinari musei di arte antica e contemporanea, opere dei maggiori pittori e scultori dell'Italia rinascimentale e soprattutto barocca. Ma il grande fascino della città sta nella gente. Si respira ovunque un clima di gioiosa accoglienza e ci si meraviglia della capacità di arrangiarsi, di saper trovare il senso della vita pur dentro oggettive enormi difficoltà di ordine economico e sociale. C'è una Napoli che si sta risvegliando e che sta dimostrando come la creatività e la passione possono diventare un vero antidoto alla criminalità e alle conseguenze della miseria. Si sviluppano ovunque cooperative che danno lavoro a giovani e meno giovani. Ci si organizza per introdurre il turista non solo nell'anticamera, ma anche nella profondità dello spirito della città, che gli antichi chiamavano Genius Loci. Si creano strutture di servizio e assistenza sociale, modalità alternative per gustare le specialità locali. 

Napoli sa anche protestare. E' stato interessante partecipare alla manifestazione e al corteo organizzato in poche ore in tutta Italia per contestare l'illegale blocco della Flotilla, chiedere la libertà per Gaza e la liberazione dei prigionieri politici. Si è trattato di una protesta composta e nello stesso tempo molto vivace, con slogan corali e partecipazione convinta. Si è visto quello che in futuro dovrà essere lo schema di ogni iniziativa di questo genere: i giovani organizzano, motivano e guidano, gli adulti e gli anziani partecipano, sostengono e incoraggiano. Davvero, c'è speranza nel mondo!

Tra i tanti, un volto noto. Padre Alex Zanotelli si fa strada tra i giovani che lo salutano festanti. Dopo gli interventi dei promotori, proclamati come una volta, con il microfono a forma di tromba che riporta la memoria a tanti cortei di diversi decenni fa, chiede anche lui la parola. E dice con forza il suo grazie ai presenti e a tutti coloro che in questo momento gridano il loro desiderio di giustizia, di pace e di verità. Non è in gioco solo il destino del popolo palestinese, ma lo stesso futuro del mondo e la forma futura della democrazia.

Ecco, solo qualche breve spunto da una girandola di incontri, sguardi, parole dette in fretta... La globalizzazione ha trasformato l'intero territorio, cosicché diventa difficile identificare "il" napoletano, o meglio il nuovo napoletano è chiunque si trovi a vivere in questo affascinante guazzabuglio. E anche questo è il presente, con tutti i problemi e le opportunità che esso può portare: ogni essere umano è unico e irripetibile, ha il diritto di vivere degnamente, deve avere la libertà di muoversi, ovunque lo ritenga giusto e opportuno. 

A condizione che una volta o l'altra si superi la sensazione trasmessa dalle ville dei patrizi di Pompei e che l'uguaglianza e la giustizia sociale trionfino finalmente sull'egoismo e sull'incredibile divario che da sempre separano i ricchi dai poveri, gli schiavi dai "padroni".