domenica 17 maggio 2026

Con éStoria, sulle tracce di Francesco

Dal 4 al 6 settembre, nell'ambito dei "Viaggi di éStoria", si svolgerà un interessante percorso "sulle tracce di Francesco", a 800 anni dalla morte, avvenuta il 3 ottobre 1226.

Nel 1981, l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini andò in visita al Sacro Convento di Assisi. Entrò nella meravigliosa Basilica inferiore e chiese di scendere nella cripta. Il frate generale dei francescani conventuali - ben noto ai Goriziani, Padre Antonio Vitale Bommarco, Arcivescovo dal 1984 al 1999 - cercò sul momento di sconsigliarlo, ritenendo che quello della sepoltura del Santo fosse, per l'illustre ospite, un ambiente poco interessante, essenziale, sobrio, privo delle opere d'arte presenti in tutto il resto dell'edificio. Pertini si svincolò, scese la ripida scala di pietra, stroncò sul nascere ogni tentativo di spiegazione e chiese di rimanere qualche minuto solo, in silenzio. Quando risalì, i giornalisti gli si avvicinarono e gli chiesero un'impressione. "Vedete - disse indicando con il dito i presenti - io, il vescovo, il padre generale e ognuno voi, tra qualche anno non ci saremo più e in breve tempo tutti si saranno dimenticati di noi". "Quell'uomo che sta là sotto invece - continuò guardando verso la cripta - dopo 800 anni è ancora vivo!".

Chi non ha mai sentito parlare di san Francesco? Ci sono i suoi scritti, capolavori di arte e spiritualità agli albori della storia della letteratura italiana. Innumerevoli sono i testi da lui ispirati, cominciando dalle tre biografie di Tommaso da Celano, dalla Legenda major di Bonaventura di Bagnorea e soprattutto dall'indimenticabile canto XI del Paradiso di Dante. Molti registi si sono cimentati nel difficile tentativo di ricostruirne la vicenda, dal Fratello Sole sorella Luna di Franco Zeffirelli ai due capolavori di Liliana Cavani. Eppure la sua figura riesce sempre a sfuggire a ogni catalogazione, tanto ricca di autentica e imprevedibile umanità è stata la sua tormentata ed entusiasmante esperienza di fede.

Certo, il modo più immediato per entrare in contatto con Francesco potrebbe essere solo quello di tentare di imitare il suo desiderio di un amore capace di travolgere anche la barriera della morte, di una pace costruita attraverso il dono della propria vita, di un'immersione nella straordinaria bellezze e complessità del creato e di un fascino sconfinato ma privo di qualsiasi volontà di possesso nei confronti di ogni creatura vivente. E poi, le nozze con Madonna Povertà, per assomigliare in tutto e per tutto al suo Maestro, Gesù di Nazareth, suo modello e ispiratore dell'unico "regola", l'evangelo "sine glossa".

Sospinti dalla domanda su chi fosse veramente Francesco, sarà una bella esperienza quella di lasciarsi interpellare dalle sue parole e dai suoi gesti, immergendosi nella scena all'interno della quale è nato, cresciuto, ha operato e ha lasciato questo mondo, deposto "nudo sulla terra nuda". Ed è questo il senso dell'itinerario proposto da éStoria. Il programma prevede la visita ai luoghi più significativi di Assisi, dalle basiliche del Santo a quella di santa Chiara, da san Rufino all'incantevole san Damiano e ovviamente alla Porziuncola. Ci sarà il tempo per camminare nelle suggestive vie della cittadina, respirando l'aria che ha coinvolto santi e poeti, contemplando dall'altro la piana di Perugia, sotto le balze del monte Subasio. Non mancherà, durante il viaggio di ritorno, una sosta al santuario della Verna, altro luogo simbolo dell'intero movimento francescano. Si ascolterà, si penserà, si discuterà, non solo sul passato ma soprattutto sul presente, sul concetto religioso e laico della "santità" - incontrandosi o scontrandosi anche con la controversa vicenda del giovane Carlo Acutis - sul legame inscindibile tra storia politica e storia religiosa. Non sarà un "pellegrinaggio", nel senso devozionale e tradizionale del termine, ma una riflessione collettiva, sistematica e critica, sul senso della vita e sul senso della storia, dove ciascuno - da qualunque visione del mondo proceda - potrà confrontarsi con gli altri, offrendo i propri spunti, le scoperte, i tanti dubbi e le poche certezze.

Per ogni ulteriore informazione, per iscrivervi o saperne di più, potete visitare il sito www.estoria.it/estoriabus .

Ah sì, ci sarò anch'io. Vi aspetto!

venerdì 15 maggio 2026

L'artista palestinese Samira Badran all'Epicenter: una mostra che corrode la tentazione del silenzio

Una mostra assolutamente da vedere, all'Epicenter di Nova Gorica. Samira Badran, nota artista palestinese attualmente abitante attualmente in Spagna, espone alcune delle sue più significative opere.

Il titolo della rassegna è Jedka Palestina, che si potrebbe tradurre con un aggettivo vicino a "corrosiva". Si tratta di una serie di immagini fotografiche, trasformate in disegno con un originale metodo consistente appunto in un'azione "corrosiva".

Oltre ai numerosi, straordinari quadri, Samira presenta anche una sua particolare animazione, mentre in un settore della (bella) sala espositiva, si possono vedere altre realizzazioni animate di autori palestinesi. Ai visitatori si propone un'offerta libera, finalizzata a sostenere i registi che vivono a Gaza e che dal martoriato lembo di terre palestinese trasmettono - rischiando quotidianamente la vita - notizie e appelli al mondo.

Mentre quasi tutti i Paesi europei - compresa l'Italia - si preparano all'esperienza dell'Eurovision, la Slovenia rifiuta di inviare il proprio rappresentante e la TV nazionale decide di sostituire la programmazione dell'evento musicale con quattro ore di presentazione della cinematografia della Palestina occupata. E' veramente un segno di delicatezza e attenzione, oltre che un'indicazione politica di grande rilievo internazionale. La visita alla mostra della Badran potrebbe essere a sua volta un gesto di solidarietà e di  protesta, oltre che la possibilità di vivere un'esperienza alquanto emozionante e coinvolgente.

Sì, le immagini che scorrono sotto gli occhi sono straordinariamente forti ed efficaci. La costruzione dell'idea, nell'orizzonte artistico, procede dall'analisi attenta di una realtà che nel suo  sfondo sembra rivestire il carattere della "normalità", ammesso e non concesso che tale percezione sia possibile. Al di qua di tale orizzonte apparentemente pacificante, irrompe la forza devastante della guerra. Non si tratta neppure di una violenza come ordinariamente si può intendere, comunque agganciata a un'assai difficile ricerca di giustificazione, ma di un'azione cieca, disumana e disumanizzante, volta alla sistematica cancellazione non soltanto della vita in quanto tale, ma anche di tutto ciò che ogni esistenza - individuale o sociale - nel tempo genera nello spazio e nel tempo. Si ripropone così l'essenza genocida di un razzismo irrazionale e incontrollabile, espressione macabra e funesta della terribile, cinica volontà di distruzione insita nel pensiero e nell'azione dei governanti - e purtroppo non soltanto di essi - di Israele.

L'ossessiva ripetizione dell'agire genocida e il sistematico obiettivo di annichilire l'esistente, ritenuto colpevole soltanto di rivendicare il più elementare dei diritti, quello di vivere, si manifestano nello smembramento dei corpi. La corporeità metaforica, che a livello comunitario si identifica con l'espressione culturale (letteraria, architettonica, urbanistica, filosofica, religiosa, ecc.) di un intero popolo, si intreccia nella specificità della potente concretezza del corpo dell'individuo. Partiicolare e universale si stringono insieme in un doloroso abbraccio che non impedisce purtroppo il permanente smembramento. A questo punto le ossa frantumate per seminare dolore, le gambe azzoppate per impedire il movimento o il cervello circondato dal filo spinato dell'assurdità per impedire di pensare, diventano una terribile denuncia di ciò che stanno sperimentando quotidianamente i gazawi e gli abitanti della Cisgiordania. Ma è anche il versamento del fluido di un potente senso di colpa nella mente e nel cuore di chi - nel resto del Mondo - sa e nulla fa per poter fermare il massacro. E il colpo artistico non raggiunge tanto il cuore dei capi delle nazioni, silenziato da squallidi interessi finanziari, quanto quello di ogni visitatore, che esce dalla mostra con la più immediata ed elementare delle domande: Perché?

giovedì 14 maggio 2026

Un grazie al vescovo Redaelli, in attesa di mons. Dianin

 

Il vescovo Redaelli al Kulturni dom, con i promotori della  mostra di Castellani 

E' stato comunicato il nome dell'Arcivescovo di Gorizia, che entrerà ufficialmente in Diocesi il prossimo 12 luglio, il giorno dei patroni regionali, Ermagora e Fortunato. Si tratta di Giampaolo Dianin, attualmente vescovo nella città di Chioggia. In attesa di riceverlo dalle nostre parti, vorrei offrire un breve pensiero di gratitudine all'Arcivescovo Redaelli, proponendo un mio articolo recentemente pubblicato, in lingua slovena, sulla rivista Svetogorska Kraljica, bollettino ufficiale del santuario di Sveta Gora.

L’Arcivescovo di Gorizia Carlo Maria Redaelli è stato chiamato da papa Leone XIV a lavorare in Vaticano, come segretario della Congregazione per il Clero. E’ un incarico di grande prestigio, meritato riconoscimento delle qualità e competenze di una persona di grande spessore culturale e di notevoli doti organizzative.

Il suo trasferimento da Milano a Gorizia ha avviato una presenza, iniziata nel 2012, sempre molto preziosa, che ha portato ovunque un respiro mondiale, sottolineato nelle sempre assai interessanti omelie, incentrate su un’interpretazione sistematica della Parola di Dio e sull’invito a incarnarla con coraggio e creatività negli ambiti della fraternità, del perdono, della giustizia sociale, della pace e della solidarietà internazionale.

La sua fede profonda e la passione per la Chiesa gli hanno consentito di accogliere e valorizzare i suoi collaboratori, inaugurando una straordinaria stagione di coinvolgimento dei laici non solo nella particolare missione ma anche nell’organizzazione interna della Curia e delle parrocchie.

Conosce bene le dinamiche della Chiesa universale, avendola servita come canonista in diversi settori, ma contestualmente all’incarico goriziano e alla docenza presso le università pontificie, è stato presidente di Caritas italiana. Come tale, ha potuto conoscere e guidare gli interventi di sostegno a diverse realtà di sofferenza, locali e globali, presenti in Italia, in Europa e nel Mondo.

Negli ultimi anni ha saputo guidare l’Arcidiocesi di Gorizia attraverso i grandi impegni del Giubileo della Misericordia e di Nova Gorica con Gorizia capitale europea della cultura 2025. In questi ambiti ha dimostrato grande attenzione nei confronti delle complesse problematiche relative all’ex confine, ponendosi sempre come equilibrato mediatore e intelligente costruttore di relazioni costruttive e simpatetiche.

Ha avuto uno sguardo particolarmente attento nei confronti della comunità slovena residente nella parte italiana di Gorizia e ha intessuto rapporti molto costruttivi con i laici e il clero della diocesi confinante di Koper Capodistria. Si è anche premurato di imparare i principali rudimenti della lingua slovena, per capire meglio e farsi comprendere.

Molte volte è salito a Sveta Gora, per pregare e per contemplare dall’alto il panorama delle due città riunite intorno a un confine che non dovrebbe esistere mai più.

Ha saputo valorizzare anche il mondo friulano e in particolare è stato molto attento alla realtà di Aquileia, riconoscendo nel sito archeologico e soprattutto nella Basilica la possibilità di attualizzare lo straordinario messaggio di unità nella diversità che scaturisce dalla simbologia dei mosaici teodoriani del IV secolo, l’eredità spirituale e culturale del Patriarcato, la vocazione europea affidata all’Arcidiocesi di Gorizia dopo il 1751.

Le sue numerose lettere pastorali restano come un vero e proprio programma di azione e di confronto con il passato, il presente e soprattutto il futuro dell’intero territorio, nel quale è coinvolta la Chiesa Goriziana.

A lui non resta che sintetizzare pensieri e sentimenti con un’unica parola: GRAZIE!

Ebraismo, sionismo e genocidi. Una riflessione nella chiesa Metodista...

Segnalo volentieri questa iniziativa, promossa da Chiesa Evangelica Metodista e Punto pace di Pax Christi di Gorizia. E' un'occasione per ascoltare la riflessione di un autorevole testimone di giustizia e di pace. 

Il tema è quanto mai attuale e inportante. Come districarsi in questo momento di grande sofferenza planetaria, tra parole che esprimono situazioni complesse, molto spesso ignorate o considerate in modo parziale e riduttivo.

Don Maurizio Mazzetto ne parlerà con competenza e profondità, aprendo con i presenti un significativo e assai necessario dibattito.

L'appuntamento è per giovedì 14 maggio, alle ore 20.30. Davvero, da non perdere...   

lunedì 11 maggio 2026

Abolire le feste tradizionali di Prima Comunione e Cresima? Perché no?

 

Insieme a molte altre piacevoli occasioni, la primavera porta con sé le feste legate alla Prima Comunione e alla Cresima. Non è una questione superficiale, in tempi nei quali sembrano dominare ben altri problemi e preoccupazioni. In realtà è importante richiamarsi all'importanza della responsabilità personale e formativa, anche in rapporto a scelte intime e profonde come quelle connesse all'appartenenza religiosa. Ecco qualche qualche del tutto discutibile spunto per un'opportuna riflessione ed eventuale discussione:

E' interessante partecipare, soprattutto se non si ha la sfortuna di far parte del novero degli invitati. Nel caso del "primo incontro con Gesù", si assiste all'arrivo delle bimbe e dei bimbi, immersi in candide vestine, accompagnati da genitori indaffarati. Attorno al loro semplice e tutto sommato omologato abbigliamento, scorre una vera e propria sfilata di moda: abiti multicolori, cravatte a farfalla o sgargianti su immacolate camicie inamidate, gonne svolazzanti, tacchi vertiginosi che si divertono a incastrarsi nei forellini degli antichi pavimenti, profumi inebrianti e così via.  La Messa, forse l'ultima alla quale i piccoli (come pure i grandi) parteciperanno prima della cresima che riceveranno due o tre anni dopo, scorre secondo gli schemi ordinari. Un barlume di emozione coinvolge i ragazzini e una lacrimuccia scorre sugli adulti che ricordano per un istante quanto è bella giovinezza, pur si fugge tuttavia e così avanti. Poi tutti fuori, per la felicità interessata dei ristoratori che ne approfittano per un provvidenziale "tutto esaurito" e per quella effimera dei "comunionati" su molti dei quali piove ogni sorta di cadeaux, dalla bomboniera con il gatto di porcellana al classico orologio, dal libro illustrato addirittura - è la moda! - la busta con i soldini, "così saprà lui cosa comprarsi"...

Per quanto riguarda la Cresima, le cose vanno da una parte meglio, dall'altra peggio. Meglio perché molti ragazzini hanno raggiunto l'età nella quale possono ribellarsi all'imposizione genitoriale e non ne vogliono sapere non tanto di ricevere un sacramento del quale non hanno la minima cognizione di causa, quanto di dover partecipare per uno o due anni al catechismo. Peggio perché i "sopravvissuti" hanno piena consapevolezza dell'inutilità del gesto, si sentono frustrati perché non hanno il coraggio di rifiutarsi, consolandosi con la speranza che il sacramento sia per loro come un timbro che certifichi la fine di ogni forma esplicita o implicita di obbligo di "pratica" religiosa.

Provate a chiedere a uno scolaro delle elementari (oggi scuole primarie) che cosa sia realmente l'Eucarestia o a un giovanotto delle medie (oggi secondarie di primo grado) o delle prime classi delle superiori che cosa comporti per un cristiano battezzato ricevere la Confermazione. Il 99% non saprà rispondere, se non vaghe formule astratte e moralistiche, tanto più se sedimentate dopo anni e anni di catechesi parrocchiale o di insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Va meglio per coloro che provengono da famiglie molto lontane dal cattolicesimo, in alcuni di questi rari casi si riscontra un po' di interesse per storie, teorie e proposte di vita connesse a ciò di cui non hanno mai sentito parlare. Va molto meglio a chi fa parte di realtà associative, come gli scout o i ragazzi dell'azione cattolica, dove lo spirito di gruppo sostituisce efficacemente la comprensione delle parole e delle contestuali esigenze etiche. 

La comunione a 8-9 anni e la cresima a 13-15 sono come la vaccinazione. Il vaccino genera infatti una versione mignon di una malattia, in modo da evitare guai peggiori. Così la prima comunione in tenera età e la cresima indotta "a vagone" durante la prima adolescenza inoculano quel poco di senso religioso da impedire, in una fase successiva della vita, l'incontro con la trascendenza, la lettura del Vangelo o di altri testi spirituali, l'accettazione libera e consapevole di una fede adulta e matura.

Perché allora si continua così, come se niente fosse? L'imposizione coatta dei sacramenti dell'iniziazione cristiana (Battesimo cresima eucarestia) corrisponde all'epoca del cristianesimo imperiale, quando cioè vigeva l'identificazione fra l'appartenenza civile e quella cristiana (in un secondo momento cattolica). I riti sostituivano quelli dei periodi precedenti e consentivano alla struttura sociale di contrassegnare i vari passaggi esistenziali, in primis nascita, adolescenza, matrimonio, malattia e morte (precisando che il funerale non è un sacramento, proprio perché suppone l'ovvia assenza di consapevolezza dell'ormai defunto protagonista). Tutto ciò aveva un senso all'interno di un realtà "avviata" alla fine del IV secolo e totalmente, anche se a livello di coscienze individuali lentamente, rivoluzionata tra il XVI secolo e il Concilio Vaticano II (1962-1965).

Non sarebbe forse una forma di rispetto per le persone, ma anche per gli stessi sacramenti e per l'insieme della teologia cristiana, tornare alle origini? Non ci vorrebbe poi molto, basterebbe svincolare la celebrazione del sacramenti dal compimento automatico delle età. Le parrocchie e le comunità potrebbero prevedere corsi annuali di formazione e preparazione per adulti, corrispondenti al momento in cui ciascuno desiderasse scegliere di avvicinarsi in piena conspevolezza coscienza e libertà alla forma interiore ed esteriore dell'appartenenza alla Chiesa. 

E i passaggi esistenziali? E le tradizionali festine di prima comunione o di cresima? E i regalini? Svincolando i sacramenti dalla pesante eredità dell'ormai tramontata civitas christiana, i "passaggi esistenziali" potrebbero essere tranquillamente fatti propri dall'ambito civile, magari con percorsi ricreativi, didattici e formativi condivisi, da realizzare anche negli oratori e nelle strutture di cui la Chiesa potrebbe finalmente sbarazzarsi - offrendole in gestione o regalandole a comuni, cooperative o consorzi educativi "laici" - potendosi così dedicare alla sua fondamentale missione: annunciare, con profondo rispetto nei confronti di ogni essere umano, indipendentemente dalla sua visione della fede e della vita, la vittoria sulla morte, attraverso un servizio indefesso, gratuito e disinteressato alla libertà, alla giustizia, alla fraternità universle, alla nonviolenza evangelica e alla realizzazione della pace nel mondo.

venerdì 8 maggio 2026

Giovanni Nepomuceno, Leone XIV e Rubio, tra cattolicesimo e politica

 

Tutti conoscono la figura di Giovanni Nepomuceno, la cui effigie caratterizza ponti, centri abitati collocati vicino ai fiumi, siti che hanno a che fare con le acque. L'enorme diffusione, soprattutto nel Centro Europa, è dovuta alla forma del suo assassinio, determinato da Venceslao IV di Boemia che ne decretò l'uccisione, facendolo gettare incatenato nella Moldava. A Praga, sul Ponte Carlo, nel punto in cui si sono verificati i fatti, c'è la sua più famosa statua.

Si era nel XIV secolo. La tradizione leggendaria indica come causa della sentenza di morte il rifiuto di violare il segreto confessionale: il re avrebbe voluto sapere se la moglie lo avesse tradito e di  fronte all'atteggiamento  del sacerdote si sarebbe infuriato al punto da decidere il suo annegamento.

La realtà sembra sia meno spirituale e più politica. Si tratterebbe semplicemente di una questione di giurisdizione e di diritto. Giovanni da Nepomuk,a quel tempo vicario generale della diocesi di Praga, avrebbe nominato un abate contro il parere del re e per questo motivo sarebbe stato processato e poi gettato nella Moldava.

Perché questo richiamo estemporaneo alla fine dell'ecclesiastico ceco, allo scontro fra diritto canonico e legislazione civile? Perché è uno spunto dal quale procedere, per analizzare l'interessante incontro tra papa Leone XIV e il segretario di stato USA Marco Rubio. La similitudine sta soltanto nell'inevitabile commistione tra cattolicesimo e politica, per il resto ovviamente i contesti e le questioni in gioco sono del tutto diversi. 

Il presidente Donald Trump sembra avercela fortemente con l'attuale vescovo di Roma. Non passa quasi giorno senza una bordata contro la guida della chiesa cattolica. Ha suscitato particolare stupore l'"attacco" sferrato alla vigilia dell'incontro in Vaticano, quasi un avvertimento, non soltanto  nei confronti di Prevost, ma anche del suo stesso inviato. Dal momento che l'attuale inquilino della Casa Bianca sembra procedere su una linea solo a lui chiara, è difficile capire quale sia il vero motivo delle sue parole. Forse è il tentativo di aggraziarsi il mondo anticattolico statunitense, supponendolo più elettoralmente forte, in vista delle elezioni di mezzo termine, particolarmente delicate dopo le "avventure" venezuelane e iraniane. Oppure può essere un messaggio a Rubio, considerato un potenziale concorrente in rapporto alle scelte repubblicane, ormai in tempo di scelte per le elezioni presidenziali che si terranno fra due anni e mezzo.

Leone XIV ha risposto con prudenza e intelligenza alle bordate, prima richiamando la propria missione di costruttore e promotore della pace nel mondo, poi sostenendo la falsità della (peraltro talmente assurda da confermare l'esistenza di una strategia) accusa a lui rivolta da Trump di essere  sostenitore della possibilità che l'Iran possa dotarsi della bomba atomica. 

L'incontro tra Prevost e Rubio non ha offerto - almeno dal punto di vista giornalistico - dati particolarmente rilevanti, dal momento che non sembra si sia andati molto al di là dei convenevoli e dei discorsi di prammatica. Forse non potrebbe essere diversamente da così, almeno fino a quando la chiesa cattolica sarà così forte e presente, a livello di politica, economia e diplomazia planetarie. La potenza del piccolo Stato Vaticano, da una parte infatti consente di dare maggiore spessore alle parole e ai gesti tradizionalmente orientati - almeno nell'ultimo secolo - alla pace. Dall'altra parte tuttavia induce anche a una capacità negoziale e relazionale improntata essenzialmente alla cautela e alla delicatezza, fatto questo che spesso suscita l'impressione di una certa debolezza.

Riuscirà papa Leone XIV, nel proseguo del suo pontificato, a liberarsi dal politicamente corretto per dire con chiare parole ciò che si suppone pensi? Potrà svincolarsi dall'eccesso prudenziale per chiamare per nome le catastrofi del nostro tempo? Deciderà di schierarsi in modo inequivocabile dalla parte degli oppressi e degli aggrediti, non da quella degli oppressori e degli aggressori? Sarà questo uno dei temi interessanti per i prossimi anni, se i cattolici saranno guidati e orientati dal pontefice a una presenza militante nei meandri della società contemporanea, mettendo anche a repentaglio la loro vita, se necessario. Oppure se il compito profetico di costruttori instancabili di pace e giustizia, sarà riservato solo a poche figure profetiche, in grado di seguire l'esempio di forza e coraggio di Giovanni Nepomuceno.

mercoledì 6 maggio 2026

Liberi tutti, subito! Fermiamo i PIRATI del Mediterraneo...

Manifestazione pro Palestina e pro Flotilla a Trieste
Si può pensarla in modo  differente riguardo alla Flotilla. Personalmente ritengo che le persone che hanno messo a repentaglio la loro vita per compiere un gesto nonviolento di solidarietà e vicinanza al popolo palestinese di Gaza, offrano al mondo un segno di pace e di grande speranza.

Ma anche se non si fosse d'accordo e non si rispettassero le scelte di cittadine e cittadini che hanno voluto impegnarsi affontando il mare, come non ci si può indignare e urlare la propria preoccupazione di fronte ai fatti?

Un esercito straniero interviene senza alcun mandato in acque internazionali, centinaia di chilometri lontano dalla propria base. I soldati irrompono nelle barche e prendono in custodia i naviganti. Alcuni vengono pestati, altri tenuti in condizioni disastrose, quasi tutti portati in un centro di momentanea detenzione in territorio greco. Due di loro vengono addirittura arrestati e portati in Israele, dove sono sottoposti fino a ora a forme di tortura fisica e psicologica, trattenuti senza alcun formale capo di imputazione. 

Ordunque, sì proprio ordunque. Come altro si può chiamare uno Stato che impone la sua forza contro imbarcazioni inermi che perocrroono le vie del Mediterraneo, lontanissime dai porti dell'aggressore?  Cosa dire di uno Stato che blocca cittadine e cittadini pacifici, costringendoli a detenzione e a ogni sorta di forzatura? Come accettare che uno Stato arresti senza alcun mandato gli attivisti di un'azione nonviolenta, trascinandoli nelle proprie prigioni e privandoli della libertà?

Non si può altro che parlare di uno Stato pirata e chiunque ragioni un centesimo di secondo non potrebbe che essere d'accordo: ciò che è accaduto in questi giorni alla Flotilla potrebbe accadere domani a chiunque in qualsiasi parte del mondo, con il beneplacito del ghigno mostruoso di Netanyahu e di Trump. La violazione di ogni norma in nome della Legge del più forte è la fine di ogni speranza di livertà, giustizia e autentica democrazia. 

Ciò non ha nulla a che fare né con la nobile e per molti versi meravigliosa tradizione culturale e religiosa ebraica, neppure con il terribile veleno dell'antisemitismo da combattere in tutte le sue forme antiche e moderne, come quelle consapevolmente alimentate, fomentate e moltiplicate dall'atteggiamento criminale degli attuali capi di Israele e dell'inqualificabile inquilino della Casa Bianca. 

martedì 5 maggio 2026

6 maggio 1976 - 6 maggio 2026, un ricordo indelebile, 50 anni dopo...

Molti sono gli interventi relativi al terremoto del 6 maggio 1976. In questo contesto, non ritengo necessario produrre ulteriori analisi, ma mi va di condividere qualche ricordo personale:

Avevo 16 anni. Stavo cenando in famiglia, nel centro di Gorizia. C’era un ospite, un amico venuto dall’Uganda. Tutto ha cominciato a tremare, gli armadietti della cucina sembravano danzare vorticosamente. Pochi secondi e si era in strada, sulla via dove tutti gli abitanti della zona si erano riversati. Chi chiedeva notizie, chi riportava confuse dicerie, chi la prendeva con filosofia, come il commensale africano che aveva continuato tranquillamente a lavorarsi l'insalata, sostenendo fatalisticamente che "tanto, se è destino che si muoia, non ci si può fare niente". Il sorriso che, pur nella tensione, era riuscito a strapparci, era giustificato dal fatto che allora non esistessero i telefonini e che le comunicazioni non fossero così rapide come lo sono oggi oggi. Ci volle qualche ora per capire come non ci fosse niente da ridere e come a poca distanza si fosse compiuta una tragedia. Prima le frammentarie voci dei radioamatori, poi qualche timido servizio giornalistico, solo all’inizio del nuovo giorno si cominciava a comprendere l'entità del disastro.

La mattina del 7 maggio, il Liceo era chiuso. C’era tanta agitazione, inoltre era caduto un comignolo e per sicurezza la presidenza aveva disposto che fosse meglio lasciar perdere le lezioni. Con tre compagni di scuola, uno dei quali era già maggiorenne e con la patente, decidemmo di partire subito verso la zona colpita dal sisma.

A quei tempi non c’era un sistema istituzionalizzato di Protezione Civile. Volevamo in qualsiasi modo renderci utili e per prima cosa ci recammo presso la Prefettura di Udine, dove regnava una comprensibile confusione. All’ufficio allestito per l'emergenza in fretta e furia, ci proposero di andare a Gemona e di chiedere là come avremmo potuto servire a qualcosa in quella situazione.

Il primo segno tangibile del terremoto fu il ristorante Morena, nella zona di Artegna, che venne incontro al nostro sguardo con il tetto crollato sulle sue fondamenta. In mezzo a una girandola di ambulanze, camion e macchine private, in qualche modo riuscimmo ad arrivare nella periferia bassa di Gemona, dove un funzionario, sotto una tenda improvvisata, ci inviò a trasportare in una piazza prefissata, i morti man mano che venivano sottratti alle macerie. C’era un caldo asfissiante, strano per l’inizio del mese di maggio! Si respirava polvere ovunque e non passava un’ora senza qualche scossa di assestamento, sempre in grado di far tremare gli edifici già lesionati come fossero di cartapesta. Si sentiva un grido - "via tutti" - ci si allontanava dalle mura tremolanti e si ritornava dopo qualche istante al lavoro.

Trascorremmo così, fino a sera, quel giorno indimenticabile. Quando ci penso, provo ancora le stesse sensazioni: l’odore acre della morte, il silenzio rotto solo dagli ordini secchi dei coordinatori e dal sinistro borbottio del terremoto, la rigidità e il peso delle persone estratte dalle case distrutte, il mistero della vita e la forza della natura che mescolano le loro carte e nel volgere di un istante trasformano un vivace centro abitato in un cumulo di rovine.

A quei tempi succedeva così, un adolescente poteva trovarsi nel cuore di una catastrofe e portare il proprio piccolo contributo, senza che nessuno lo invitasse ad andarsene, per non intralciare l'impegno dei professionisti. Già in quella prima sera in effetti tutto era cambiato, si era creata una nuova organizzazione, i soccorsi e la ricostruzione erano passati in mani competenti ed esperte.

Tuttavia per noi ragazzi non era finita così. Quell’estate trascorse tra i monti del terremoto, a Moggio Udinese, a Chiusaforte, ai Piani di Val Raccolana, sotto la guida di un grande maestro, don Silvano Cocolin. Gruppi di giovani provenienti da tutta Italia si alternavano sotto le tende e vivevano le loro (nonostante tutto meravigliose) vacanze, occupando nel doposcuola i bambini mentre gli adulti sistemavano per quanto possibile le loro case. Si familiarizzava facilmente con la gente, si andavano a prendere gli scolari nei paesi ancora abitati, accolti da tazze fumanti di grappa con un po' di caffé, si partecipava a semplici mense dove venivano serviti il frico e la polenta, ci si sentiva parte di una grande impresa, nella quale ciascuno era una piccola tessera nel mosaico della ricostruzione. 

Non se ne aveva in quel momento piena cognizione, ma si era testimoni di una svolta epocale, si assisteva all'accendersi delle ultime scintille di una tradizione popolare e culturale che in pochi anni sarebbe stata del tutto dimenticata, quando non ristretta nell'ambito di un mero folklore.

Ma i rapporti umani di quei giorni - come pure dei sabati e domeniche autunnali trascorsi a Grado Pineta nell'aiutare i bimbi sfollati a trascurare per qualche ora le tristi vicende dei paesi messi in ginocchio dalle scosse di settembre - non sarebbero mai stati dimenticati e si sarebbero trasformati nella consapevolezza che la vita avrebbe avuto un senso, soltanto se spesa nel cercare in qualsiasi modo di alleviare la misura del dolore che attanaglia e spesso soffoca il mondo. 

Polyverse, diverse voci unico coro, portatore di pace e bellezza

Tra venerdì Primo Maggio e domenica 3, si è svolta ad Aquileia una residenza artistica musicale, a compimento delle attività previste nell'ambito del progetto europeo Polyverse, promosso da Società per la conservazione della basilica di Aquileia con partner la sinagoga di Atene, la comunità protestante di  Lehnin (Berlino), la grande moschea di Roma e l'associazione FRH di Bruxelles per la comunicazione tra siti religiosi e culturali europei.

Nella foto, da sinistra, il sindaco di Aquileia Emanuele Zorino, la referente di progetto Sara Zamparo, il direttore della SoCoBA Andrea Bellavite, l'imam della moschea di Roma Nader Akkad, la pastora di Lehnin Almuth Wisch, il rabbino di Atene Gabriel Negrin, il delegato dell'arcivescovo di Gorizia don Franco Gismano, la titolare dell'agenzia "Argo progettare l'Europa" Andrea Donda.

E' stata un'esperienza emozionante, ritrovarsi a dialogare e a discutere in tante diverse lingue, tra rappresentanti di diverse religioni e confessioni cristiane. In un momento nel quale sorgono nuove forme di razzismo, di violenza, di nazionalismo e di violazione dei più elementari diritti della persona, le personalità spirituali hanno portato, in modo unitario nella grande diversità degli approcci, un profondo messaggio di rispetto, riconciliazione, valorizzazione delle rispettive tradizioni culturali e religiose. Sono state ribadite le metafore del mosaico - tante tesserine differenti, unite generano stupende immagini - e del coro - molte voci specifiche, unite realizzano una stupenda armonia. Ciò non significa rinunciare alla propria particolare forma, ma arricchire la propria esperienza attraverso  la conoscenza e l'accoglienza di qualle dell'altro. 

Ancora più emozionante è stato il concerto che ha visto concretizzarsi in basilica il primo coro religioso europeo. Diretti da Mateja Černic, Sakis Negrin e Gerhard Oppelt, i coristi hanno eseguito musiche provenienti dal patrimonio del cattolicesimo latino, della spiritualità  sefardita e della coralità protestante. Il punto vertice delle giornate, ma anche dell'intero progetto Polyverse che prevede la ripetizione dell'esperienza ad Atene, a Berlino e a Roma, è stata l'esecuzione in prima assoluta di Polyverse Echoes, una straordinaria composizione, una sorta di preghiera cantata in latino, greco, ebraico, arabo, tedesco e italiano. Hanno lavorato insieme, sia pur a distanza, la compositrice Maria Beatrice Orlando e i compositori Gerhard Oppelt e Aaron Dan. Il risultato di tutto ciò è stato eccezionale sia dal punto di vista artistico che da quello riguardante il messaggio di pace, giustizia, armonia scaturito dalla bellezza delle note e dal dascino del contesto artistico e architettonico.

Che dire, al di là dell'entusiasmo per un evento che rimarrà inciso nella memoria di tutti coloro che vi hanno partecipato? E' come sentire l'eco delle parole e dei gesti di papa Francesco che aveva impostato tutto il suo pontificato investendo molto più tempo ed energie sulle relazioni piuttosto che sulla riaffermazione di astratti principi dogmatici e teorici. Vedendo, per usare le parole di un famoso salmo,"quanto è bello e soave che le sorelle e i fratelli stiano insieme", si è confermata questa sua importante intuizione. Le cosiddette "religioni del Libro", infatti, se incentrate solo sulla dimensione dottrinale, fondano sull'assoluta autorità divina la pretesa di essere ciascuna l'unica detentrice della Verità. Da questa venefica prospettiva, sono derivati tanti guai per l'Europa e per il Mondo, le guerre di religione hanno provocato milioni di morti.

Nelle giornate aquileiesi, si è stati insieme nel dialogo, nel canto, nella festa, nel mangiare insieme, nella visita ai siti aquileiesi. In questa condivisione a 360° si è ancora una volta dimostrato come per rispettarsi e costruire insieme un futuro di pace planetaria, non sia necessario rinunciare alle proprie caratteristiche e condizioni identitarie. E' invece fondamentale riscoprire il concetto di fraternità universale, offrendosi reciprocamente i doni spirituali, riconoscendosi tutti parte di una stessa famiglia nella quale ci si può incontrare nel comune linguaggio dell'arte e della musica che, come detto da qualcuno durante il convegno, è l'antidoto contro ogni forma di razzismo, antisemitismo, islamofobia di qualsiasi altra discriminazione.

Un Gramsci mai visto, al Kulturni dom di Gorizia

 

Nel suggestivo cimitero acattolico di Roma, all'ombra della piramide Cestia, c'è la tomba di Antonio Gramsci. E' una memoria che proprio attraverso la semplicità ed essenzialità evoca la grandezza di un uomo da riscoprire e rivalutare.

Ha cercato di farlo, con una forza espressiva travolgente, Angelo D'Orsi, che ha presentato lunedì sera al Kulturni dom di Gorizia il suo "Gramsci mai visto". Due ore e mezza di teatro sono trascorse in un battibaleno, tanto la narrazione - commentata dagli splendidi momenti musicali proposti da Gabriella Gabrielli con il gruppo Gorzae - ha avvinto gli spettatori, dall'inizio alla fine.

Si è scoperta la storia di un uomo che ha attraversato da assoluto protagonista i primi difficilissimi decenni del XX secolo. L'infanzia vissuta nella povertà non impedisce la formazione di una mente vivace e di una straordinaria passione per la ricerca e per lo studio.

I percorsi geografici e politici portano Antonio prima a Cagliari poi a Torino, dove avviene l'incontro con il mondo del socialismo e con i compagni che condivideranno con lui la complessa svolta di Livorno del gennaio 1921, con la creazione del Partito Comunista d'Italia. Segue il soggiorno biennale a Mosca, descritto con emozione nella duplice dimensione della formazione ideologica nell'ancora infante Unione Sovietica e dell'esperienza affettiva che determinerà molti aspetti della sua vita interiore.

C'è poi il breve passaggio per Vienna, prima dell'inattesa elezione al Parlamento italiano. La descrizione della tragedia della legislatura che ha visto il concretizzarsi dell'incubo fascista è stata complementare con quella dell'arresto, del misero soggiorno a Regina Coeli e della deportazione nell'isola di Ustica. Come in un profondo romanzo esistenziale, i fatti si intrecciano con le riflessioni e, sia pur nella difficoltà estrema della reclusione, Gramsci riesce a elaborare un pensiero complesso, affidato alla lettura, all'interpretazione e all'azione di chi sarebbe sopravvissuto alla dittatura di Mussolini. Molti dei passaggi strategici e politici, riproposti magistralmente da D'Orsi, sono apparsi portatori di un'impressionante attualità. Certo, occorre riprendere in mano questo grande pensiero e adattarlo alla situazione non meno inquietante del nostro tempo.

Particolarmente efficace è stata la presentazione della figura dell'intellettuale organico. La sottolineatura continua della necessità di una formazione non soltanto ideologica, ma anche artistica, letteraria e in genere culturale, ha richiamato alla memoria il desiderio di riportare l'autentica Filosofia - intesa come consapevolezza della propria identità e del proprio ruolo nel mondo - alla base e al fondamento di ogni agire, individuale e collettivo.

Antonio Gramsci, sollecitato anche dalla contemplazione della catastrofe della prima guerra mondiale e dalla speranza suscitata dalla rivluzione russa, ha compreso prima e più di tanti altri l'indispensabile necessità dell'internazionalismo socialista, come possibilità alternativa al razzismo, al classismo e al nazionalismo.

Insomma, quella al Kulturni è stata un'eccezionale serata di richiamo alla pace e alla giustizia sociale, per la quale non resta che rivolgere un sentito grazie ad Angelo D'Orsi. Il suo svolgimento ha soffocato con i fatti un'inutile polemica accesa nei giorni precedenti dal movimento dei Radicali Europei che avevano criticato il presidente del centro culturale per aver invitato a esibirsi sul palco una persona che sul conflitto russo-ucraino ha espresso idee diverse dalle loro. Si è trattato di un'osservazione fuori posto, perché assolutamente non pertinente con il tema trattato nella serata, ma soprattutto perché rivolta a un ente - il Kulturni dom appunto - universalmente riconosciuto come un luogo aperto a qualsiasi tipo di approfondimento e di confronto, senza reticenze e senza censure.  

venerdì 1 maggio 2026

Progetto Polyverse ad Aquileia: autentica pace, dialogo interreligioso, musica di alto livello

 

E' arrivato il grande momento. Domenica 3 maggio inizierà l'ultima fase del progetto europeo Polyverse, al quale da quasi tre anni lavorano insieme i rappresentanti della Basilica di Aquileia, della sinagoga di Atene, della Grande Moschea di Roma e delle comunità protestanti di Berlino.

Il progetto unisce singolarmente il dialogo interreligioso con la bellezza dei luoghi artistici e della musica. Domenica alle 12.30, dopo una sessione di dibattito tra le figure religiose che si terrà nell'aula consigliare del Comune di Aquileia e una breve illustrazione della Basilica, ci sarà l'evento centrale e si esibirà il primo coro interreligioso europeo in un eccezionale concerto. 

Il 3 maggio sarà giorno di memoria in Friuli. Nel pomeriggio a Gemona si terrà la celebrazione commemorativa dei 50 anni dal terremoto. La Basilica di Aquileia partecipa all'evento offrrendo - in orario antecedente e compatibile con quello di Gemona - un grande momento di riflessione e di promozione della pace e del dialogo fra i popoli. 

Il progetto Polyverse continuerà in giugno ad Atene, in luglio a Berlino e si concluderà in ottobre a Roma.

Riflessioni napoletane del Primo Maggio

Il viaggio a Napoli è sempre un'intensa avventura. Ogni volta si ricavano diverse emozioni.

Non c'è panorama della zona senza la presenza del Vesuvio. E' il vulcano per eccellenza, ai suoi piedi si sono verificate immane tragedie, la completa distruzione di Pompei, Ercolano inghiottita dalla lava, Stabia, Oplontis e tante altre città soffocate dai gas e dalle ceneri. Ci sono voluti quasi duemila anni per restituire a quella gente almeno il ricordo di essere vissuti. Camminando nelle vie lastricate e segnate dal passaggio dei carri, entrando nelle case dei ricchi e contemplando affreschi e mosaici che raccontano storie di guerra, di fede e di amore, si ha l'impressione di tornare indietro nel tempo e di scoprire che in ogni epoca il classismo ha diviso gli straricchi dagli strapoveri. Di fronte all'esplosione della caldera non ci sono più schiavi e padroni, ma rimane solo una folla di disperati che cercano la salvezza correndo verso il mare e dei quali non rimane altro che la forma ricostruita con il gesso nello spazio lasciato vuoto dalla decomposizione della carne. 

Certo, il vulcano impressiona. Sotto la terra arde un fuoco immane che solleva il suolo e minaccia chi vive nelle vicinanze. La solfatara di Pozzuoli è un vulcano attivo. Dalla terra riarsa fuoriescono getti di vapore misti a venefiche esalazioni. Non ci si può avvicinare, una decina di anni fa la curiosità ha portato alla morte una famigliola di turisti veneziani. Anche da lontano si resta colpiti, dall'aridità del cratere, dai fanghi bollenti e ci si chiede fino a quando la crosta riuscirà a contenere la pressione. "Ancora una novantina d'anni" - ci dice un signore seduto all'imbocco della via panoramica. "Ogni volta che il fumo riempie il cratere, significa che sta per avviarsi uno sciame sismico. Se invece il fumo è rarefatto, significa che il vulcano è in fase di calma". Ma come vivere nelle case costruite sul bordo di un cratere, anzi, proprio sopra quello che è considerato il vulcano più pericoloso d'Europa? "Ci si abitua, ci si abitua a tutto" - chiosa il nostro interlocutore, un vero esperto, studioso di matematica e fisica. Forse è vero, il fuoco sotto la terra genera una speciale energia che rende possibile ciò che altrimenti sarebbe impossibile: vivere sopportando un terremoto quotidiano, nell'attesa dell'esplosione definitiva. Perché tutti lo sanno, ma nessuno vuole abbandonare la propria casa, il golfo meraviglioso di Pozzuoli, così ricco di storia e di bellezza naturale.
Napoli offre bellissimi paesaggi, straordinari musei di arte antica e contemporanea, opere dei maggiori pittori e scultori dell'Italia rinascimentale e soprattutto barocca. Ma il grande fascino della città sta nella gente. Si respira ovunque un clima di gioiosa accoglienza e ci si meraviglia della capacità di arrangiarsi, di saper trovare il senso della vita pur dentro oggettive enormi difficoltà di ordine economico e sociale. C'è una Napoli che si sta risvegliando e che sta dimostrando come la creatività e la passione possono diventare un vero antidoto alla criminalità e alle conseguenze della miseria. Si sviluppano ovunque cooperative che danno lavoro a giovani e meno giovani. Ci si organizza per introdurre il turista non solo nell'anticamera, ma anche nella profondità dello spirito della città, che gli antichi chiamavano Genius Loci. Si creano strutture di servizio e assistenza sociale, modalità alternative per gustare le specialità locali. 

Napoli sa anche protestare. E' stato interessante partecipare alla manifestazione e al corteo organizzato in poche ore in tutta Italia per contestare l'illegale blocco della Flotilla, chiedere la libertà per Gaza e la liberazione dei prigionieri politici. Si è trattato di una protesta composta e nello stesso tempo molto vivace, con slogan corali e partecipazione convinta. Si è visto quello che in futuro dovrà essere lo schema di ogni iniziativa di questo genere: i giovani organizzano, motivano e guidano, gli adulti e gli anziani partecipano, sostengono e incoraggiano. Davvero, c'è speranza nel mondo!

Tra i tanti, un volto noto. Padre Alex Zanotelli si fa strada tra i giovani che lo salutano festanti. Dopo gli interventi dei promotori, proclamati come una volta, con il microfono a forma di tromba che riporta la memoria a tanti cortei di diversi decenni fa, chiede anche lui la parola. E dice con forza il suo grazie ai presenti e a tutti coloro che in questo momento gridano il loro desiderio di giustizia, di pace e di verità. Non è in gioco solo il destino del popolo palestinese, ma lo stesso futuro del mondo e la forma futura della democrazia.

Ecco, solo qualche breve spunto da una girandola di incontri, sguardi, parole dette in fretta... La globalizzazione ha trasformato l'intero territorio, cosicché diventa difficile identificare "il" napoletano, o meglio il nuovo napoletano è chiunque si trovi a vivere in questo affascinante guazzabuglio. E anche questo è il presente, con tutti i problemi e le opportunità che esso può portare: ogni essere umano è unico e irripetibile, ha il diritto di vivere degnamente, deve avere la libertà di muoversi, ovunque lo ritenga giusto e opportuno. 

A condizione che una volta o l'altra si superi la sensazione trasmessa dalle ville dei patrizi di Pompei e che l'uguaglianza e la giustizia sociale trionfino finalmente sull'egoismo e sull'incredibile divario che da sempre separano i ricchi dai poveri, gli schiavi dai "padroni".

giovedì 30 aprile 2026

Un Primo Maggio per un nuovo sistema sociale

 

Manifestazione di solidarietà alla Flotilla, Napoli 30 aprile 2026
Il Primo Maggio, insieme a quelle che interessano il lavoro, porta con sé molte preoccupazioni. Ci sono le guerre, con l'interminabile strage di giovani russi e ucraini su un fronte che sembra non esaurirsi mai, con il genocidio di Gaza che continua nel silenzio generale dei canali ufficiali, con i bombardamenti interminabili sul Libano, con la crisi internazionale legata al presente e al futuro dell'Iran. 

E c'è l'incredibile prepotenza di Israele, capace di minacciare, danneggiare e arrestare i membri della Flotilla diretti verso Gaza. E non è accaduto verso le coste della Palestina (militarmente occuoate dallo stesso Israele in barba ai più elementari principi del dititto), ma al largo della Grecia, in acque ovviamente internazionali. Come poter accettare senza insorgere una tale dimostrazione di arroganza e di violenza? Il Primo Maggio sia anche l'espressione del sostegno all'imane sofferenza della gente di Gaza e la richiesta del rilascio immediato degli arrestati sulle barche nella scorsa notte. 

Mai come in questo momento appaiono chiari i legami tra il sistema economico neoliberista e la violenza scatenata sul mondo. Ancora una volta, economia, politica e apparato militare vanno a braccetto nel sostenere gli interessi di pochissimi straricchi e nell'affossare la vita di immense moltitudini. I cosiddetti potenti della Terra sembrano pazzi furiosi, ma in realtà non stanno facendo altro che realizzare - in modo più evidente ed esplicito - ciò che anche i loro predecessori hanno perseguito, ovvero la piena realizzazione dei propri interessi a scapito di quelli di tutti. Non hanno alcuna remora, nel cancellare il diritto alla vita delle persone e dei popoli, la situazione è davvero drammatica.

In questo contesto, celebrare il lavoro è estremamente importante. Lo è per l'Italia che nella sua Costituzione pone proprio il lavoro come il fondamento su cui si edifica la Repubblica. Lo è per il Mondo intero, dove la sfruttamento e la schiavitù sono ancora un'enorma piaga che distrugge le persone e le famiglie. L'inizio di una Rivoluzione personalista e internazionalista in grado di interrompere la corsa sul piano inclinato che sembra condurci alla catastrofe, sta proprio nel ridare forza, dignità, sicurezza e potenza al lavoro e ai lavoratori di tutto il mondo. Il "sistema" è fortissimo e tende a soffocare ogni anelito alla libertà, alla giustizia sociale, alle rivendicazioni di chi chiede soltanto la possibilità di vivere in modo sereno e dignitoso. Ma la forza delle cittadine e dei cittadini, uniti nel sostenere con decisione i valori della civile convivenza, può ancora sovvertire il tutto e riprendere in mano la possibilità di costruire un mondo diverso, che non potrà essere altro che post-capitalista e neo-socialista. 

Occorre crederci e impegnarsi in questo. Lavoratrici e e lavoratori di tutto il mondo, unitevi!

venerdì 24 aprile 2026

25 aprile 2026: ora e sempre... Resistenza

La festa della Liberazione viene celebrata in quest'anno con il pensiero fisso alle nuove forme di persecuzione, razzismo, violenza e guerra che si stanno verificando nel Medio Oriente e in molti altri luoghi del Mondo. Come tacere, di fronte alla disumanità criminale dei governanti di Israele che hanno scatenato il genocidio di Gaza, in Libano uccidono senza pietà bambini, civili inermi, decine di giornalisti, in Cisgiordania violano con prepotenza qualsisi elementare diritto? Come non denunciare la sistematica irrisione del diritto internazionale degli USA trumpiani, convinti di poter far fuori chi vogliono, in ogni parte del mondo, pretendendo non soltanto l'impunità, ma anche l'ossequio di tanti governanti compiacenti (compresi i nostri, ahimé)? Il 25 aprile sia un giorno di mobilitazione e di autentica Resistenza ovunque, nel ricordo di chi ha rischiato e perso la vita per donarci pace, giustizia e libertà e nel sostegno convinto alle istanze del popolo palestinese e di tutti i popoli resistenti contro la forza bruta delle armi in mano al Potere economico ultraliberista.

Sono passati 81 anni dal giorno dalla data che accomuna tutte le regioni d'Italia nel ricordo della Liberazione dal nazifascismo e della contestuale fine della seconda guerra mondiale.

In realtà tali avvenimenti non si sono verificati tutti nello stesso giorno e negli stessi luoghi. Mentre Milano celebrava gioiosamente la definitiva caduta della dittatura, nelle zone dell'attuale confine tra Italia e Slovenia si sperimentavano ancora massacri di civili, a opera delle truppe degli sconfitti in ritirata. Nelle giornate di fine aprile e inizio maggio si ricordano molti di questi efferati eccidi, con decine di donne, uomini inermi e bambini, 51 uccisi ad Avasinis il 2 maggio 1945, 38 a Terzo d'Aquileia e Cervignano tra il 28 e il 29 aprile, sul Collio sloveno e in molte altre località. Da ricordare anche le vittime delle stragi dei cetnici in ritirata, tra esse si segnala a Podnanos l'uccisione senza pietà di Božena Premrl, 19 anni, il 30 aprile 1945. Era sorella del partigiano Janko-Vojko, ucciso in combattimento due anni prima, di altri due fratelli e di Radislava (Rada) Premrl, compagna di vita dello scrittore Boris Pahor. Parecchi partigiani del fronte di Liberazione sono rimasti uccisi all’inizio di maggio, prima dell’entrata in Gorizia. Non si parla molto di loro, sono ricordati in una lapide vicino alla piazza dell’abitato di Šempeter pri Gorici.

Il 25 aprile, nel ricordo dell’insurrezione di Milano e della grottesca fuga del duce e dei suoi camerati, è la data simbolica che raccoglie in sé tutte le memorie, comprese quelle degli eventi che hanno caratterizzato il mese di maggio nella Venezia Giulia, ultimo capitolo della guerra voluta e scatenata da Hitler e Mussolini. La guerra, i campi di sterminio, i bombardamenti a tappeto, gli stessi eventi del maggio goriziano e triestino, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, non sono state catastrofi naturali, ma l’esito diretto della guerra voluta e scatenata da Hitler e Mussolini. La responsabilità tuttavia non deve essere solo attribuita ai due dittatori, ma anche a coloro che li hanno sostenuti e acclamati, come anche ai tanti che hanno preferito il silenzio alla ribellione.

Per questo la celebrazione del 25 aprile riguarda proprio tutti, nessuno escluso. Non deve essere dimenticata o ridotta a una stanca formalità. Occorre valorizzare i tanti che hanno preferito rischiare e spesso perdere la vita piuttosto che assoggettarsi alle sistematiche violenze. Tra essi, come dimenticare le tremende prove degli sloveni della Primorska e delle Valli del Natisone, costretti a subire per due decenni le angherie dei fascisti ben prima dello scoppio del conflitto planetario? Come non ricordare gli “Junaki” di Basovica, i membri del TIGR, gli intellettuali resistenti e per questo perseguitati ed esiliati, i preti difensori del popolo, rappresentati simbolicamente dal ritratto che France Bevk ha lasciato del Kaplan Martin Čedermac? Perché non pensare anche a loro, nel proporre che la guerra di liberazione jugoslava – ospedali, tipografie, scuole nascoste tra i boschi e tanto altro - venga riconosciuta patrimonio UNESCO?

Buon 25 aprile allora, con l'augurio che, coi tempi che corrono, la memoria porti ovunque una ventata di desiderio di giustizia, pace, antifascismo e autentica libertà.

giovedì 23 aprile 2026

Un mattino di Praga

 

E' la mia prima volta a Praga. Ci sono venuto per lavoro, senza molto tempo da dedicare a gironzolare.

Eppure questa mattina, mentre camminavo da solo sulla riva della Moldava, ho sentito, sia pur frammentaria e quasi timorosa di disturbare, la sua voce. 

Non è la voce che scende dalla città alta, immenso complesso di palazzi contesi tra vescovi, imperatori e presidenti. Non è la voce di migliaia di monumenti sparsi ovunque o del coraggioso Nepomuceno che ha preferito la morte, gettato nel fiume, piuttosto che tradire il segreto confessionale (e per questo la sua statua ha meritato un posto su tutti i ponti e le passerelle della Mitteleuropa). Non è il vociare scomposto di milioni di gruppi sciamanti da una parte all'altra, alla caccia della foto più originale, che al ritorno a casa non interesserà neppure a chi l'aveva scattata.

E' la voce invece degli ebrei del ghetto, delle meravigliose sinagoghe svuotate per sempre dalla furia nazista, delle tombe disordinate di un cimitero nel cuore della città antica, sepolture sovrapposte l'una all'altra fino a formare un immenso non macabro ma originale terrapieno.

E' la voce dei bimbi silenziosi, pronti a farsi inghiottire dalle scuole, con i loro zainetti e il sorriso tenue, come di chi inconsapevolmente presagisce la complessità e la maestà della vita.

E' il rumore soffuso dei tram, la cascata della Moldava, le note di Smetana che risuonano nella mente e nel cuore. E sono soprattutto Kafka e Kundera che sorpassano le limitazioni dello spazio e del tempo, Gregor Samsa con le sue disperate metamorfosi e l'insostenibile - sì proprio insostenibile - leggerezza dell'essere.

E' anche il tracollo di un impero che accomunava strade circondate da caseggiati asburgici e miriadi di chiese cattoliche edificate per controriformare hussiti e protestanti. Ed è Jan Palah in piazza Venceslao, protesta infuocata contro l'arrivo dei carriarmati dall'oriente, nell'"altro" '68 europeo. Ma è anche la resistenza e l'occupazione hitleriana, la voglia di riscatto e di giustizia soffocata da nuovi inattesi totalitarismi, le vie nel grigiore solitario della dittatura, l'effimero trionfo del liberismo, così lontano dal sogno della rivoluzione di velluto, del Potere dei senza potere del primo presidenteVaklav Havel.

Se andate a Praga, non perdetevi una breve o lunga passeggiata di prima mattina. Non lo si crederebbe possibile, ma la città parla ancora e cerca di rompere la sfera di cristallo dell'indifferenza e dell'estraneazione. A Praga vive oltre un milione di persone. Sono gli eredi di tutto il bene e il male che si è concretizzato tra le strette vie e i pinnacoli antichi e moderni. La loro voce, grondante di storia, ancora si fa sentire. Sì, ma quando tutto sembra tacere e le bandierine delle guide non sventolano davanti a orde assetate di nuove rapide e momentanee emozioni.

lunedì 20 aprile 2026

Ad Aquileia, il 3 maggio, a proposito di pace e dialogo interreligioso...

 

Aquileia torna a essere centro di riferimento per il dialogo interreligioso, l'arte musicale e la contemplazione della bellezza. Musulmani, ebrei, cattolici e protestanti si incontreranno la mattina della prossima domenica, 3 maggio 2026, prima nella sala consiliare del Municipio e poi nella meravigliosa Basilica, per vivere un momento straordinario di incontro, di giustizia, di amicizia e di pace. Per partecipare, occorre iscriversi entrando nei siti www.basilicadiaquileia.it e https://www.polyverseproject.eu. Ecco il comunicato stampa della Società per la Conservazione della Basilica di Aquileia: 

Un canto corale, nato dalle esperienze di quattro confessioni religiose diverse, unite come esempio virtuoso di pace interreligiosa. È questo il cuore di Polyverse, progetto sostenuto dal programma Europa Creativa dell’Unione Europea e che vede
come lead partner a livello continentale la Basilica Patriarcale di Aquileia. Insieme a questa, sito UNESCO dal 1998 e tra i più antichi luoghi di culto cristiano ancora in funzione al mondo, hanno lavorato la Comunità Ebraica di Atene, l’Abbazia
evangelica di Lehnin in Germania e la Grande Moschea di Roma, insieme al Future for Religious Heritage e all’agenzia di progettazione europea Argo.

In due anni di lavoro, resi ancor più complessi dalla situazione internazionale, i partner hanno dato vita ad un progetto che non conosce confini tra le fedi e le confessioni: la creazione di un coro interreligioso e la composizione di un brano – scritto a sei mani e cantato in cinque lingue – che sarà presentato in tutta Europa, a partire proprio dalla Basilica di Aquileia.

Il concerto del coro interreligioso di Polyverse, con l’esecuzione del brano “Polyverse Echoes”, sarà l’atto conclusivo di una residenza artistica ad Aquileia – dall’1 al 3 maggio - con coristi provenienti da tutta Europa, e di una mattinata di incontro e scambio di opinioni tra appartenenti alle quattro diverse confessioni che partecipano al progetto: cattolici, protestanti, musulmani ed ebrei si incontreranno insieme nel segno della musica. Il momento clou, e aperto al pubblico, sarà proprio la mattina di domenica 3 maggio: prima si terrà l’incontro interreligioso, nella sala consiliare del Municipio di Aquileia, con poi il trasferimento nella vicina Basilica Patriarcale per assistere tutti insieme al concerto e alla prima esecuzione assoluta del brano.

“Si tratta di un momento storico molto complesso, e in cui risulta ancor più importante celebrare l’unità dei popoli nelle loro differenze” spiega il direttore della Fondazione Società per la Conservazione della Basilica di Aquileia Andrea Bellavite. “Due anni fa, quando è iniziato il progetto Polyverse, non potevamo immaginare che il mondo intorno a noi sarebbe cambiato così drasticamente, anche
a causa di conflitti mascherati da guerre di religione. Questo progetto invece, che vede lavorare fianco a fianco persone di religione cattolica, protestante, islamica ed ebraica, vuole essere un piccolo antidoto all’odio. In più” conclude Bellavite “durante la mattinata di lavori ci uniremo nel ricordo delle vittime del terremoto del 1976, nel cinquantesimo anniversario del sisma e a poche ore dalla grande celebrazione condivisa di Gemona del Friuli. Sarà un momento di grande riflessione tra le confessioni religiose, nel segno di chi non c’è più e nell’augurio di una pace tra i popoli”.
 
Il progetto Polyverse è finanziato dal programma Europa Creativa Cultura, e la realizzazione del progetto è stata seguita dall’agenzia di progettazione europea Argo. “Questo programma” spiega Andrea Donda, di Argo “sostiene la cooperazione cultural-artistica transnazionale e la circolazione delle opere creative. Il progetto si inserisce in una visione più ampia dell’Unione Europea, che riconosce nel patrimonio religioso e culturale un valore fondante dell’identità europea, da tutelare e valorizzare come strumento di coesione sociale e di dialogo interreligioso. Attraverso Polyverse” conclude Donda “l’Unione Europea investe non solo nella musica, ma nella capacità delle nostre società di convivere in modo diverso, rispettoso e creativo.”

Internazionali e interreligiosi non sono solo gli enti che partecipano al progetto, ma anche i coristi membri del Coro Polyverse e i tre compositori che hanno realizzato il brano inedito Polyverse Echoes. “Ogni partner ha attivato una procedura di selezione a bando per individuare un compositore della sua area di competenza” chiarisce Sara Zamparo, punto di riferimento del progetto Polyverse per la
Basilica di Aquileia. “Nel nostro caso la scelta è ricaduta su Maria Beatrice Orlando, giovane compositrice friulana con già all’attivo importanti collaborazioni con realtà di rilievo, locali e nazionali. Per quanto riguarda il coro invece, ci siamo rivolti a un’altra realtà regionale, il Mittelvox Ensemble di Gorizia diretto da Mateja Černic, ritenendo che la ricchezza umana di questo coro (con membri di cultura italiana e di cultura slovena) possa rappresentare un ulteriore valore aggiunto in un progetto che
fa del dialogo tra culture il suo centro. Ulteriore attenzione infine merita la doppia scelta di Maria Beatrice Orlando come compositrice e Mateja Černic come direttrice” conclude Zamparo “due interpreti al femminile della musica e due eccellenze in rosa della cultura del Friuli Venezia Giulia.”

Il convegno, ospitato dalla Sala Consiliare del Comune di Aquileia, vedrà la partecipazione di Andrea Bellavite e Andrea Donda, insieme al rabbino capo della Comunità Ebraica di Atene Gabriel Negrin, alla pastora Almuth Wisch della Chiesa evangelica protestante di Lehnin (Berlino), all’imam Nader Akkad della Grande Moschea di Roma e a don Franco Gismano, delegato per l’Arcidiocesi di Gorizia.
Al termine del convegno, ci si trasferirà nella vicina Basilica Patriarcale, patrimonio UNESCO dal 1998, dove a mezzogiorno, dopo una breve visita guidata a cura del direttore della stessa, Andrea Bellavite, andrà in scena il primo concerto in assoluto del Coro Polyverse, con, tra gli altri brani, l’esecuzione in prima mondiale del brano “Polyverse Echoes”, composto a sei mani da Aaron Dan, Sakis Negrin e Maria Beatrice Orlando.

Le prenotazioni, sia per il concerto che per il convegno, sono aperte sul sito ufficiale della Basilica Patriarcale di Aquileia (www.basilicadiaquileia.it) e sul sito del progetto Polyverse (https://www.polyverseproject.eu).

Il sole tramonta a "Occidente"

Il paradosso delle religioni cosiddette "del Libro" - ovvero, in ordine di apparizione, ebraismo cristianesimo islam - consiste nel rivendicare l'assoluta trascendenza di Dio e nel restringerlo contemporaneamente alla rispettiva visione immanente del mondo.

Non a caso, le tre forme religiose da una parte affermano con forza il comandamento di "non nominare Dio e non farsene alcuna immagine", dall'altra pretendono non solo di esplicitare con parole la sua volontà, ma anche di affidare ad autorità del tutto umane (rabbini, sacerdoti, imam, ecc.) il compito di intepretarla nei diversi contesti del tempo e dello spazio.

In questo contesto ogni religione, in momenti e in modi diversi a seconda delle dinamiche di maggioranza o minoranza, in nomine Dei ha proposto sé stessa come "unica", ritenendo le altre "false" oppure "imperfette". Ognuna di esse inoltre, si è distinta nella capacità di inserirsi nelle dinamiche storiche dei diversi momenti, a volte identificandosi con il potere politico, a volte contestandolo, a volte ancora entrando in relazione di complementarietà.

Ci sono infatti Stati laici o teocratici, all'interno dei quali il ruolo dei responsabili religiosi si configura rispettivamente come forma di rispetto e adeguamento ai valori del pluralismo oppure, al contrario,  di guida suprema delle scelte e degli orientamenti. Molto particolare è il caso della Chiesa Cattolica che vanta il più teocratico degli Stati del Mondo, la Città del Vaticano e nello stesso tempo il suo "capo assoluto" utilizza la forza di tale autorità per farsi portatore di un'autorevolezza morale a partire dalla quale ritiene di verificare e giudicare ogni altra forma di esercizio del Potere.

In realtà questo sistema è in crisi. Non sono le diverse confessioni del cristianesimo a essere in crisi, ma il Mondo cosiddetto "occidentale" che per ben oltre un millennio ha riconosciuto in esse la fonte della propria anima e della  propria ispirazione. Tale parte del Pianeta, mai stata così forte finanziariamente e militarmente, vive un'evidente e probabilmente definitiva agonia. Sostenuta da un gigantesco sistema economico, manifesta tuttavia la propria mancanza di speranza nel pericolosissimo tentativo di salvare esclusivamente sé stessa. I cristianesimi se ne sono ben accorti e, in ordine sparso, cercano di svincolarsi dalla presa mortale del capitalismo liberista alla nascita del quale hanno in diversi modi contribuito oppure sostengono i laici pontefici dell'Apocalisse, riconoscendoli addirittura come i nuovi Messia e valorizzandoli come predicatori di nuove crociat e contro i presunti "infedeli" (il riferimento a Trump - e non solo a lui - è d'obbligo).

Possono le religioni sfuggire al destino finale che le accomuna alla e alle società delle quali sono state per tanti secoli parte ed espressione?

Sì, a condizione che recuperino il famoso comandamento e rinuncino alla pretesa di essere portatrici e interpreti di quel Dio che esse stesse raccomandano di non osar neppure nominare. In altre parole, dovrebbero riconoscersi come sistemi di culto, dottrine e orientamenti etici che sono soltanto umani e in questo modo offrire una temporanea, fragile e mutevole abitazione a tutti coloro che credono nell'esistenza di un Trascendente, ma non vogliono costringerlo negli angusti spazi di definizioni, concezioni del mondo, visioni culturali che sono esclusivamente umane.

In questo modo le religioni non esaurirebbero la potenza dell'esperienza della fede personale e forse potrebbero ridefinirsi come ambiti di autentica speranza per il futuro, senza il bisogno di strutture gerarchiche, di Stati religiosi e di organizzazioni diplomatiche, mediatiche e finanziarie.

giovedì 16 aprile 2026

Donald e Benjamin contro tutto e tutti

 

Sembra quasi che Francesco voglia innalzare il Mondo - in particolare le Gorica che si intravvedono sullo sfondo - verso un cielo di pace. O anche che stia cercando di raccogliere tutto il bene possibile per diffonderlo sulla Terra.

Bisogna dire che c'è proprio bisogno di testimonianze straordinarie come quella di colui che, secondo Dante, ha scelto come propria donna Madonna Povertà.

Il bullo di Washington e il suo degno compare di Gerusalemme credono di poter disporre del Pianeta come a loro pare e piace. Il primo rapisce presidenti, lancia missili sulla testa di coloro che lui definisce nemici, scatena guerre, minaccia cancellazioni di intere civiltà, bombarda scuole e provoca massacri di soldati e di civili. Il secondo, se possibile, è ancora peggio dell'altro: compie l'efferato genocidio di donne, bambini e uomini annientando i palestinesi di Gaza, invade la Cisgiordania sostenendo la prepotenza dei coloni, uccide alla cieca sparando nel gruppo in Libano, generando tragedie indicibili, anche qua bimbi innocenti, povere famiglia alla ricerca di uno sprazzo di sicurezza, politici impegnati nei percorsi di pace, poetesse e letterati capaci di trasmettere bellezza perfino nell'orrore assoluto di una guerra assurda.

Il Trump e il Netanyahu riescono addirittura in un'impresa che sembrava impossibile. Meloni e il suo entourage di scappati di casa sembrano all'improvviso svegliarsi da un lungo torpore. Dopo essersi prostrata fino all'imbarazzo davanti al presidente USA, ora osa dichiarare timidamente di non essere d'accordo con lui. Se le sente per questo come una scolaretta dal sedicente padrone del mondo e si trova costretta a cercare di riparare lo strappo (che peraltro sembra le abbia ridato un po' di fiato nei sondaggi a picco dopo il Referendum).

Ah sì, non è che Meloni abbia criticato il signor (si fa per dire) Donald per i motivi suddetti (bombardamenti a tappeto, scatenamente di conflitti fuori da ogni regola del diritto internazionale, rapimento e/o uccisione di capi di Stato ritenuti non allineati, ecc.), ma soltanto perché - a suo parere - avrebbe un pochettino esagerato nel rivolgere un'osservazione poco rispettosa a papa Leone XIV. Eh sì, toccare il pontefice è sempre pericoloso in fatto di consensi, tanto più in un Paese baciapile come è ancora l'Italia.

Ma cosa ha detto di tanto sconvolgente il buon Prevost, al punto da far infuriare il suo concittadino statunitense? Diciamo la verità, proprio niente di speciale. Ha detto che la guerra è un orrore, che gli interessi egocentrici avvelenano il Mondo, che i Capi delle Nazioni devono lavorare per superare i conflitti e fare la pace. Ovvio che ha ragione, anche se non è né il primo né l'ultimo a dirlo. Se le sente anche lui di santa (è il caso di dirlo!) ragione ma la sua reazione non si fa attendere. O meglio, afferma di non voler rispondere niente altro a Mister Trump, se non ribadire ciò che ha appena detto. 

A questo punto, terminato il viaggio in Africa e ritrovato un ruolo di protagonista morale riconosciuto da una parte consistente dell'umanità, proprio in forza di questa autorevolezza - paradossalmente alquanto rinvigorita dagli strali trumpiani - deve proprio cercare di andare a Gaza, a Beirut, a Teheran, in Cisgiordania e a Gerusalemme. E' vero, può rischiare, dal momento che i suoi interlocutori non sembrano avere nessun rispetto per la vita umana. Ma forse potrebbe dare un'iniezione di grande forza ai milioni di esseri umani che vogliono la Pace e, come dice la Costituzione della Repubblica Italiana, ripudiano la guerra. Insomma, come si scrive spesso oggi richiamando l'articolo 11, IO R1PUD1O.

sabato 4 aprile 2026

Pasqua, velika noč: viandanti di Luce

 

Secondo i vangeli, in quel famoso mattino, c'erano molti marciatori lungo le strade di Gerusalemme. Era finito da poco il grande sabato pasquale e ci si poteva incamminare verso il sepolcro.

Le prime erano senz'altro le amiche di Gesù, ansiose di onorare il suo corpo con aloè e unguenti profumati. Non si voleva una sepoltura di re, ma soltanto esprimere riconocenza e soprattutto tanto Amore.

Secondo Giovanni, la prima viandante fu Maria Maddalena. E' una delle figure più belle del Secondo Testamento, protagonista indiscussa di quelli che da un certo punto in poi sono stati relegati nel cassetto dei cosiddetti "apocrifi". Ha visto per prima il Risorto, perché a differenza di chi fonda la propria fede sulla ragione e si perde nei meandri dell'immenso Dolore, lo ha accolto in una fede del tutto indimostrabile, soltanto sentendosi chiamare per nome. Che dalla morte si possa risorgere non è una certezza, è una speranza, non è un oppio per dimenticare la spaventosa ingiustizia che grava sul Mondo, ma un balsamo d'amore che non richiede preghiere, ringraziamenti o richeste di perdono.

Gli altri a camminare, anzi a correre, furono i discepoli, Pietro e "quello che Gesù amava", che arriva per primo al sepolcro, ma lascia rispettosamente entrare il collega. E' di nuovo un messaggio d'amore, che travalica l'ansia di certezze e accomuna ogni essere umano che accetta di trascendere stesso: il Risorto è l'uomo che esce dalla croce del tribalismo cavernicolo ed entra nello spazio della pace universale. Il Risorto è l'umano, anzi il vitale, che oltrepassa la sfera dell'apparenza per ricongiungersi con la consapevolezza dell'Essere. Il Risorto è chi cancella le armi dalla faccia della Terra e le trasforma in strumenti di vita, di salute e di giustizia. Il Risorto è chi non rivendica improbabili radici cristiane, ma riconosce Dio nel povero, nel sofferente, nel semplice, nel mite di cuore, nell'operatore di pace. Il Risorto è chi abbandona la priorità degli aggettivi (italiano, sloveno, pakistano o americano..., ma anche musulmano, cristiano, ebreo, buddhista o confuciano) ma celebra la bellezza della diversità affermando il fondamento del sostantivo "Homo". 

Il Risorto è il viandante, che cammina su questo misterioro filo teso sull'abisso e sostenuto da un "inizio" almeno quanto misterioso che la "fine". E' il pellegrino universale, sospeso tra la Luce e le Tenebre, tra il Logos e l'Eikon, capace di sintetizzarli in un ascolto che silenzia la parola e lascia parlare il silenzio.

Buona Pasqua, viandanti della Vita, con le gambe, con la mente e soprattutto con il Cuore.

mercoledì 1 aprile 2026

Si lascino in pace i giovani e ci vadano i vecchi, a morire in guerra...

 

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Perché le guerre vengono sempre decise dai vecchi e combattute dai giovani? Nel XX secolo, non solo in Europa, centinaia di milioni di ragazzi, tra i 17 e i 25 anni, sono stati massacrati. Nelle due guerre mondiali sono state falciate generazioni intere, soprattutto di maschi, inquadrati nelle diverse divise militari. Anche attualmente, si parla addirittura di un milione di persone, appena uscite dall'adolescenza, immolate sull'altare degli squallidi dei della guerra, non Giove o Marte, ma i vari Trump, Netanyahu, Zelensky, Putin e tutti gli altri abitanti di questo immondo Olimpo... Come fermare questa terribile catena di morte che sembra condurre l'umanità sul piano inclinato che potrebbe condurla alla sua stessa estinzione?

Perché non rovesciare le età? Perché non permettere ai giovani di affrontare l'avventura dell'esistenza, senza stroncargliela sul nascere? Perché non spedire sulla prima linea gli ottantenni, i settantenni o anche i sessantenni, che hanno già percorso buona parte del loro cammino esistenziale?

Se fossero i giovani a dover decidere, quando non imbottiti dalle idee malsane dei loro padri e nonni, farebbero capire a tutti quanto sia insensato versare il proprio sangue per un pezzo di stoffa svolazzante, per un signorotto feudale che si arricchisce vendendo i cadaveri dei suoi figli, per una malintesa concezione di dio patria o famiglia. Se fossero loro a decidere, sceglierebbero di sicuro di vivere, non di morire atrocemente e forse farebbero di tutto per non mandare a morire anche coloro che li hanno preceduti.

Si dovrebbe riservare la leva agli anziani, possibilmente dando loro in mano giocattoli di latta, perché la loro crudeltà li potrebbe portare a immaginarsi divini e a seminare scandalosi assassinii, come i porci che andavano a Sarajevo e pagavano per avere l'onore di sparare da lontano a donne, uomini e bambini inermi. Mandare alla guerra i vecchi e salvare la vita dei giovani, cancellare dalla storia le armi e sostituirle con giochi di pace, credere nell'utopia della nonviolenza e sperare contro ogni speranza.

Dietrich Bonhoeffer, consapevole del pericolo rappresentato da Hitler per l'intera umanità, pur essendo un convinto pacifista nonviolento, si domandava con quale mezzo si potesse fermare il dittatore nazista. la sua scelta, maturata in una coscienza dilaniata dal dubbio, fu quella di partecipare al fallito attentato del 1944 e pagò con la morte a Flossenburg la sua decisione. Oggi, di fronte ai deliri di onnipotenza di Trump, alla pena di morte "etnica" comminata da Israele ai palestinesi, alla radicale incapacità e mancanza di volontà dell'Europa di una mediazione efficace, alle stragi che si verificano ovunque, come scuotersi da una venefica rassegnazione? Non è forse lecito porsi gli stessi dubbi del grande pastore, autore di "Resistenza e resa", uno dei più importanti testi, "obbligatori", dell'intera letteratura del Novecento?