giovedì 23 luglio 2026

Scusandomi per l'insistenza... Con éStoria ad Assisi, dal 4 al 6 settembre 2026

Perché partecipare alla gita organizzata da éStoria sui luoghi della vita di san Francesco, da venerdì 4 a domenica 6 settembre?

Mi scuso per l'insistenza, ma ritengo che l'occasione sia troppo interessante per farsela sfuggire.

E' un momento compatibile con gli impegni lavorativi, un breve fine settimana, che consente una piena immerisone nella storia e nella spiritualità francescana.

Saranno visitati i luoghi più importanti della storia di Francesco e Chiara: ad Assisi le due basiliche dei santi, poi san Damiano e la Porziuncola e infine La Verna. Ci sarà spazio per riflettere anche su altre figure antiche e moderne, come Angela da Foligno e Carlo Acutis.

Particolarmente importante è la guida ai punti più significativi gestita direttamente dai francescani, un modo per conoscere dal di dentro il passato ma anche il presente del movimento che ha contribuito e continua a contribuire al rinnovamento della chiesa cattolica, ma anche della società europea.

Sì, perché il viaggio avrà anche un carattere molto laico (così come laico ha sempre voluto essere lo stesso amante di Madonna Povertà), cercando criticamente i segni del passaggio di Francesco nel cinema, nella letteratura e nelle istituzioni politiche e sociali.

Ci sarà molto spazio, durante il viaggio e nelle serate, per discutere insieme sul lascito francescano, sulla situazione del cristianesimo attuale e ovviamente sulle complesse problematiche del mondo attuale, prime fra tutte quelle legate alla pace, alla giustizia, all'accoglienza e ai sistemi economici.

Insomma, ci sono tanti motivi per non mancare. Informazioni e iscrizioni presso la sede di éStoria, con le modalità indicate nella locandina sulla destra del blog. 

martedì 21 luglio 2026

Poveri Cristi...

I casi di Mario Roggero e di Fakir Abdherraim hanno in comune l'uso spregiudicato della violenza. 

Il primo inaugura la stagione di un nuovo far west, sostenendo che la minaccia ricevuta (con una pistola giocattolo, ma in effetti chi lo può sapere?) possa giustificare la rincorsa, l'assassinio di due persone e il ferimento dell'altra. Sembra di assistere a un film di Sergio Leone, dove il sottile confine tra la giustizia della collettività e quella del singolo individuo passa attraverso la dimostrazione di non aver attaccato per primo. Ma qui non si tratta di un film, bensì della realtà quotidiana. Ciò che inquieta è la solidarietà di tanti, anche politici molto noti a caccia di facili voti, nei confronti del pistolero, chiaro e pericolosissimo atto di sfiducia nei confronti dello Stato di diritto. E' anche vero che la tragedia ha aperto gli occhi a molti elettori di destra. Non tutti sono nostalgici del fascismo o ammiratori degli inaccettabili spot alla Vannacci. La parte moderata - un tempo discepola di Berlusconi, poi di Salvini e infine di Meloni - di fronte al sostegno dell'insostenibile, sembra tendere a scendere dal carro e di conseguenza a rinunciare, colma di delusione, all'impegno elettorale.

Altrettanto, se non ancor più tremendo, è il caso di Bologna. Proprio nel pieno della discussione sulla legittima difesa e sulla necessità che sia lo Stato a provvedere alla sicurezza dei suoi cittadini, un giovane viene fermato dalle forze di polizia, ammanettato e maltrattato, al punto da morire dopo aver gridato invano le sue ultime richieste di aiuto. Sembra che tutto ciò che è stato scritto sul conto della vittima sia falso, non avrebbe avuto alcuna pendenza nel certificato penale. Ma anche se l'avesse avuta, nulla, ma proprio nulla, potrebbe giustificare il trattamento a lui riservato e che si è potuto facilmente verificare, attraverso i filmati riproposti ovunque in rete. Da una parte si pretende che lo Stato legittimi la violenza individuale dandole l'improbabile nome di legittima difesa e contestando la sacrosanta decisione di un giudice all'interno di un regolare processo. Dall'altra si applaude alle forze di polizia che in casi come questi travalicano il loro mandato e diventano a loro volta una grave minaccia nei confronti dei cittadini.

Non poteva mancare una reazione, da parte di qule settore della società italiana che non può accettare la violenza sistematica, sia essa perpetuata dai singoli cittadini che dalle forze al servizio della collettività. Sembra che il Governo Meloni, pressato dai sondaggi negativi e dall'ascesa di figure estremiste, voglia innalzare il livello dello scontro, rendendosi colpevole di una polarizzazione dei consensi che a breve potrebbe rivelarsi non solo controproducente per la premier, ma anche - e ciò interessa e preoccupa di più - pericolosa per tutti.

Insomma, tempi duri per i poveri Cristi, per quelli che per un loro errore vengono puniti con la pena di morte comminata da un killer privato, per quelli che vengono arrestati e calpestati fino a morire, senza neppure un briciolo di pietà.

venerdì 17 luglio 2026

Goriški Camino, un itinerario a piedi per costruire insieme la pace

La guida del cammino, in sloveno, italiano e inglese
E' stato un incontro straordinario quello che si è tenuto giovedì 16 luglio al Kulturni dom di Gorizia. L'occasione? Il riconoscimento dell'Iter Goritiense (Goriški Camino o Cammino Goriziano) come parte della rete dei cammini del Friuli-Venezia Giulia. E' una tappa molto importante, ma anche una notrvole soddisfazione per i due soggetti promotori, la Fondazione Società per la Conservazione della Basilica di Aquileia e il Santuario di Sveta Gora, sopra Nova Gorica. Proposto e voluto come proposta di giustiziae solidarietà, il "cammino" ha già visto l'impegno di oltre 1500 viandanti, veri e propri portatori di un messaggio di amicizia e pace nella valorizzazione delle diversità culturali e linguistiche.

E cosa c'è di straordinario? Non ci sono già altri sette percorsi riconosciuti? Sì, ma in questo caso, all'incontro di presentazione al Kulturni, oltre alla rappresentante di Promoturismo e al vicedirettore del GECT/EZTS, si sono presentati praticamente tutti gli amministratori dei Comuni - italiani e sloveni - e degli enti del turismo afferenti al tragitto da Aquileia a Sveta Gora: Aquileia, Fiumicello, San Canzian d'Isonzo, Turriaco, San Pier d'Isonzo, Fogliano, Sagrado, Sovodnje ob Soči, Miren Kras, Šempeter Vrtojba e Nova Gorica. 

L'apprezzamento per l'itinerario è stato unanime. Tutti hanno compreso e rilevato quanto sia importante un cammino che unisce non soltanto il Friuli e la Primorska, ma anche gli abitanti del territorio e i viandanti provenienti da tutta la Slovenia, l'Italia e da numerosi altri Paesi europei. 

Ciò che ha colpito maggiormente è vedere così tanti rappresentanti dei cittadini, uniti nella diversità delle culture e delle lingue, pronti a collaborare per portare avanti con entusiasmo e convinzione un progetto che unisce la storia alla natura, le radici alle ferite e alle rinascite di un territorio davvero unico nel suo genere. Ovviamente particolare soddisfazione è stata espressa dai referenti del GECT/EZTS, ente gestore degli smart projects della Capitale europea della Cultura, che hanno riconosciuto quello del Cammino Aquileia - Sveta Gora come uno dei più riusciti tra quelli approvati oltre due anni fa, in vista dell'appuntamento del 2025.

In effetti, come rilevato anche dalla rappresentante del Comune di Gorizia, la garanzia di continuità dimostrata dal progetto, si inserisce pienamente nello spirito e nella lettera dell'Evropska prestolnica kulture e prospetta un roseo futuro di incontri e amicizia tra popoli, come anche un approfondimento delle sue potenzialità culturali, spirituali, ma anche imprenditoriali.

Goriški Camino, Cammino Goriziano, ad multos annos...

domenica 12 luglio 2026

Sedanjost in prihodnost, presente e futuro di Gorizia in Nove Gorice

Martedì 14 luglio, alle ore 19 presso la knjgarna kavarna Maks in Delpinova a Nova Gorica, ci sarà la presentazione del numero 123 di Isonzo Soča.

E' l'occasione per presentare la rivista, un numero molto interessante con articoli avvincenti e con una presenza sempre più efficace e gradita di giovani.

Ma è anche un momento di riflessione su Nova Gorica e Gorizia, alla luce anche delle prossime elezioni amministrative nei due capoluoghi, in autunno nella parte slovena, in primavera in quella italiana. 

E' possibile immaginare la/le città insieme? Si possono inserire proposte e prospettive comuni, anche all'interno dei percorsi elettorali di entrambe? Si possono valutare politicamente insieme, anche se con diversi approcci, i nomi di coloro che si presenteranno come candidate/i sindaco?

Soprattutto, è pensabile che Isonzo Soča non identifichi solo un grande giornale fondato e per tanti anni diretto da Dario Stasi, ma anche un intero territorio, dal Passo Vršič a Grado, comprendente anche la Vipavska dolina, parte del Carso e le valli dell'Idrijca e del Natisone?

Di queste e di molti altre idee si parlerà martedì. Tutti sono invitati a contribuire, oggi più che mai ogni cittadina e ogni cittadino è responsabile del destino della propria realtà e, a partire da essa, fondamentalmente della possibile pace in tutto il mondo. 

mercoledì 8 luglio 2026

Polyverse, ovvero un altro mondo è possibile

Ci sono dei momenti nei quali sembra di immergersi in un possibile futuro. Non si tratta di quello che vorrebbero alcuni grandi della terra, un futuro basato sulla forza delle armi e sulla prepotenza della legge della giungla. E' un futuro costituito dall'amicizia, dal rispetto e dalla valorizzazione tra le diverse componenti, dall'armonia di un coro, nel quale le musiche composte da differenti artisti e cantate da differenti voci creano un'emozionante miscela di autentica Pace.

E' quanto accaduto negli scorsi giorni nella suggestiva atmosfera del monastero di Lehnin, a un'ottantina di chilometri da Berlino. Si è svolto il terzo momento dello straordinario progetto Polyverse, promosso da Società per la Conservazione della Basilica di Aquileia insieme alla Sinagoga di Atene e alla comunità evangelica di Kloster Lehnin, con la attivissima partecipazione della grande Moschea di Roma, nell'ambito del settore di Creative Europe dell'Unione europea. E se nella capitale greca era stato l'imam Nader Akkad a commuovere tutti, mentre cantava il Corano nel luogo di preghiera ebraica, questa volta è stato toccante il rabbino Gabriel Negrin, cantando con voce vibrante un salmo nella chiesa protestante. E' accaduto in una funzione entusiasmante, incentrata sulla parola di Dio, guidata da due pastori, lui sovrintendente di zona, lei - la "nostra" Almuth - parroca del luogo, uniti non solo nella funzione religiosa ma anche nella vita.

Ci sono stati momenti di alta cultura, con ottimi interventi sui temi legati alla musica e al dialogo interreligioso, ma soprattutto c'è stato il coro.

Cosa si può dire di una simile compagine? Costituita in tre occasioni diverse, con esibizioni a distanze non minori di 1500 chilometri le une dalle altre, ha espresso non soltanto un'eccezionale performance artistica, ma anche una straordinaria amicizia. Tra i coristi - otto sloveno-italiano-friulani, otto tedeschi e otto greci, diretti rispettivamente dai bravissimi Maestri Mateja Černic, Gherard Oppert e Sakis Negrin - si è creato un affiatamento fatto di dialoghi filosofici, condivisioni di esperienze, momenti di grande divertimento e naturalmente capacità di comunicazione musicale e artistica.

Tutti insieme hanno cantato brani delle tradizioni religiose corrispondenti e hanno concluso ancora una volta con Polyverse echoes, la straordinaria opera scritta da tre totalmente diversi compositori di fama internazionale, Beatrice Orlando, Sakis Negrin e Aaron Dan. Mentre si sentivano scandire le parole, in latino, greco, arabo, ebraico, italiano, inglese, tedesco, si comprendeva bene un fatto: il progetto non era più una promozione del dialogo tra le diverse religioni, ma aveva centrato, al di là di ogni previsione, un obiettivo molto più importante, ovvero il superamento del "problema" in una nuova modalità di essere in questo mondo. In questa prospettiva, non è tanto importante rispettare e armonizzare le diversità, quanto viverle pienamente, godendo di ogni istante di questa bellissima e così radiclamente umana condivisione di suoni, di esperienze, di storie personali e collettive.

E questo è molto di più di quanto si pensava di realizzare. Non si è solo favorito il dialogo fra le religioni, ma si è creato un vero e proprio lembo di un altro mondo possibile. Grazie a tutte e tutti coloro che lo hanno reso possibile, in particolare a Sara Zamparo e Mattia Vecchi della Basilica di Aquileia e ad Andrea Donda, dell'Agenzia Argo che ha seguito lo svolgersi del progetto complessivo.

giovedì 2 luglio 2026

Perché occuparsi dello scisma lefebvriano

Con tanti problemi che ci sono nel mondo, la vicenda dell'ordinazione di quattro vescovi della fraternità sacerdotale di san Pio X è davvero così importante da meritare tanto spazio mediatico in questi giorni?

La risposta è SI'.

La comunità di san Pio X non è nuova allo scontro diretto con la Santa Sede, in nome del rispetto della tradizione, messa in discussione - secondo il fondatore Marcel Lefebvre e gli altri partecipanti - dal Concilio Vaticano II. In questo caso, come già accaduto ai tempi di papa Paolo VI, la consacrazione di nuove guide della Chiesa cattolica, sia pure valida perché realizzata da vescovi nel pieno esercizio delle loro funzioni, risulta illegittima perché realizzata senza l'obbligatorio assenso del Vescovo di Roma (cioè del Papa). In questo modo, le strade si dividono e la successione apostolica viene spezzata in due: in altre parole, si crea ipso facto uno scisma e coesistono due chiese, una alternativa all'altra.

Potrebbe sembrare un fatto interno al cattolicesimo. In realtà, il ruolo della Chiesa cattolica è ancora talmente importante nella società civile di tutto il mondo, soprattutto del cosiddetto Occidente, che ciò che accade in essa non può essere semplicemente annoverato tra i fatti di cronaca. La forza del cattolicesimo è  proprio il suo centralismo, ovvero l'unità garantita dall'obbedienza al successore di Pietro. Molte volte tale unità è stata discussa e molti scismi hanno portato alla nascita di nuove chiese, in contraddizione con quella di Roma. Nessuna di queste ha come punto di riferimento un'unica persona, è strutturata come una monarchia assoluta, spirituale e politica: l'Oriente cristiano ha scelto la via dell'autocefalia, mentre le comunità protestanti, legate al libero esame della Scrittura, sono frastagliate in un gran numero di forme, spesso molto lontane le une dalle altre.

Ogni scisma è stato determinato dalla pretesa di chi lo promuove di esprimere la "vera Chiesa" contro quella che avrebbe tradito l'ispirazione originaria. I lefebvriani ritengono di essere i continuatori del cristianesimo, non tanto quello originario, quanto quello di una successiva tradizione ecclesiastica essenzialmente latina, dimenticata e messa in discussione dal Concilio e dai pontefici che l'hanno convocato, celebrato e applicato. Questi ultimi sono ritenuti "non cattolici", a differenza dei membri della comunità di san Pio X, che ritengono di essere invece pienamente inseriti nella linea apostolica e soprattutto romana, il cui ultimo garante sul soglio di Pietro è stato Pio XII. Attendono che in qualche modo lo Spirito Santo superi la lunga "vacanza" e che prima o poi sulla cattedra di Roma torni a sedere un papa non eretico.

In realtà, in un certo senso, dal loro punto di vista, hanno ragione. Papa Francesco e in parte anche l'attuale Leone XIV, in nome non della "tradizione", ma dell'obbedienza  al dettato evangelico, hanno rivelato al mondo un nuovo modo di concepire la Chiesa, con uno sguardo soprattutto culturale e sociale assai diverso, se non contradditorio, rispetto a quello medievale che l'ha caraterizzata fino alla seconda metà del XX secolo. Si procede verso una chiesa "ufficiale" federata con le altre chiese, incentrata su un dialogo interreligioso aperto al riconoscimento della centralità della persona umana, si sottoscrivono accordi con le altre religioni, ci si schiera a favore dell'accoglienza dei migranti, della condanna di ogni guerra, della preoccupazione per il cambiamento climatico, della valorizzazione della libertà di coscienza.

Tutto ciò, a differenza di quanto accaduto sessanta anni fa quando ci fu la prima frattura con Lefebvre, da pochi compresa e da ancora meno condivisa, fa sì che la rottura attuale rischi di essere molto più grave, coinvolgendo non più qualche decina, ma diversi milioni di cattolici. La destra tradizionalista - per usare un linguaggio politico-ecclesiastico - molto più rappresentata di quanto ordinariamente non si  pensi, trova nelle ordinazioni episcopali di ieri l'esca per emarginare dalla storia la sinistra progressista, mobilitando centinaia di vescovi, migliaia di preti e una folla enorme di laici. Lottano contro la secolarizzazione, contro la fine dell'impero cristiano, contro quello che essi ritengono eccessivo impegno nell'agenda dei problemi planetari, contro il relativismo a loro parere imperante nei palazzi Vaticani. Non tutti certamente si riconoscono nella posizione lefebvriana, ma tutti da essa si sentono rafforzati, in quanto parte di una galassia tradizionalista paradossalmente ipercentralista e nel contempo attualmente antipapale. 

La loro indubbia influenza non solo religiosa ma anche fortemente politica, se coagulata intorno a un centro abbastanza forte, può mettere in crisi quello che tutta la modernità e la postmodernità hanno ritenuto un valore, cioè il leale inserimento simpatetico della chiesa cattolica nel contesto delle dinamiche planetarie. La conseguenza non è solo l'indebolimento dell'unità - fatto questo che potrebbe essere anche una buona opportunità per purificare ciò che è ancora alquanto "pesante" nella struttura cattolica - ma anche della potenza spirituale di figure come gli ultimi papi, baluardo morale contro le pretese dell'ipercapitalismo neoliberista e motivo di speranza per gli oppressi.

E questo sì che è un problema che giustifica l'attenzione mediatica riservata  alla semplice consacrazione episcopale di quattro preti nella cappella di un marginale seminario svizzero.

mercoledì 1 luglio 2026

Il condizionatore non è una soluzione, ma una delle cause del caldo urbano

Sembra che la prima ondata di calore estiva stia per concludersi. Era ora, mai si sarebbe pensato a più di 40 gradi nella vecchia Nizza austriaca!

Nonostante i deliri di un presidente d'oltreoceano e di qualche importante rappresentante della politica nazionale, il cambiamento climatico è sotto gli occhi e sulla pelle di tutti. Chi ama la montagna, ha visto in pochi anni il disfacimento di enormi ghiacciai. Ieri la parete del Cervino era una cascata alimentata dallo sciogliersi delle nevi a oltre 4000 metri di quota. I minighiacciai, perle delle Giulie, del Montasio, del Canin (alla quota più bassa d'Italia) e del Triglav, sono ormai poco più di un ricordo, per chi, non più di quaranta anni fa, li risaliva nel pieno dell'estate, trepidante con i ramponi calzati ai piedi. 

Soprattutto intere popolazioni povere sono costrette a subire le conseguenze dell'impennata del calore e se anche nei Paesi europei i tassi di mortalità si sono elevati ovunque, si può  solo immaginare cosa stia accadendo e cosa ancora accadrà nelle zone meno opulente della Terra... senza contare i fenomeni collaterali dell'innalzamento dei mari, già facilmente riscontrabili anche alle nostre latitudini.

Al di là degli ancora molto poco convinti sforzi internazionali e nazionali, là dove si ha l'impressione che a ogni passo in avanti se ne compiano due indietro, cosa può fare il singolo cittadino per non alimentare questa catastrofica deriva?

Alcune soluzioni, se fossero adottate massivamente, potrebbero immediatamente migliorare la situazione.

Per esempio, quanti in questi giorni utilizzano i condizionatori d'aria, come si suol dire "a manetta"? Tantissimi e l'effetto non è indifferente. Il condizionatore, lo si sa, rinfresca l'interno proiettando un forte calore all'esterno. In una città come Gorizia, moltiplichiamo per 15.000 l'effetto serra e immaginiamo cosa possa succedere. E se pensiamo a città con un maggior numero di abitanti, dobbiamo riconoscere che la comodità dei 24-26 gradi non è l'unica, ma è una causa significativa delle decine di bollini rossi di questo periodo.

Oppure, altro esempio, l'utilizzo dell'automobile per qualsiasi anche breve spostamento. Le emissioni sono notevoli e contribuiscono al riscaldamento degli agglomerati urbani. Il paradosso sta nel fatto che non si usa la bicicletta perché c'è troppo caldo e andando in macchina si ottiene il risultato di incrementare fortemente il calore. E' indispensabile riscoprire la bellezza dell'andare in bici. Certo, occorrono politiche locali illuminate, piste ciclabili efficienti, forti tutele per l'incolumità dei ciclisti. Ma ci vuole anche la volontà, da parte di ogni persona, di mettere da parte il mezzo - sia elettrico che a benzina o a gasolio - per avere in cambio salute individuale e collettiva, gusto dell'incontro con gli altri e rapidità negli spostamenti, soprattutto urbani.

Nel caso non si voglia - o per ragioni mediche non si possa - usare la bicicletta, ci sono sempre i mezzi pubblici. Anch'essi sono evidentemente da rafforzare, a livello di scelte politiche. Ma è anche vero che, sempre esemplificando, tra Gorizia e Nova Gorica, c'è un servizio autobus attualmente alquanto frequente e utile. L'impressione è che non molti abitanti conoscano questa opportunità e che l'utilizzo dei mezzi sia ancora molto al di sotto delle potenzialità.

Ecco, senza la pretesa di risolvere problematiche planetarie, qualche piccola ricetta per contribuire al miglioramento delle cose, senza grandi sacrifici, semplicemente non pensando esclusivamente alla propria immediata comodità, ma soprattutto al bene e ai ben comuni.

martedì 30 giugno 2026

Il terremoto e il divino

Purtroppo il 50mo anniversario del terremoto in Friuli e nell'alta valle della Soča, oltre che attraverso molte cerimonie, è stato reso oggetto di immediata memoria dal terribile disastro che ha colpito il Venezuela.

Di giorno in giorno le proporzioni della catastrofe diventano più grandi e si ha la sensazione che il numero enorme di dispersi sia in procinto di trasformarsi in quello dei morti. Un pensiero al popolo del Venezuela, alle vittime e alle famiglie provate da così immenso dolore.

Quando c'è una guerra, si possono individuare precise responsabilità, dai politici che l'hanno decisa agli intellettuali che l'hanno sostenuta, dai generali che l'hanno coordinata fino ai soldati che l'hanno combattuta. Nel caso di un evento naturale, a parte gli sforzi per la prevenzione e la gestione dell'emergenza e della ricostruzione, si può forse attribuire a qualche essere umano un qualche ruolo?

Muoiono decine di migliaia di persone, colpevoli di trovarsi in quel momento all'interno di un edificio crollato o sulle sponde di un fiume tracimato o su una costa travolta dallo tsunami. Muoiono tutti, adulti e bambini, sani e malati, peccatori e santi, onesti e corrotti: la terra trema per tutti allo stesso modo. E' vero, come sempre i più ricchi hanno le case antisismiche e riescono a sopravvivere anche all'ottavo grado Richter. Ma il massacro di una moltitudine, che senso ha? Perché accade? Quale terribile colpa può avere un bimbo appena nato, per essere costretto a finire la sua vita tra atroci dolori, sepolto sotto un palazzo di dieci piani?

In queste occasioni viene chiamato in causa Dio. Per i non credenti, il dolore dell'innocente è prova sufficiente per ritenere che non esista un Onnipotente, meno che meno sia possibile definirlo padre buono e provvidente. Per i credenti, si tratta di un grande mistero, di fronte al quale non si può fare altro che chinare il capo e rispettare una volontà incomprensibile, ma infinitamente più grande di quella umana. In altre parole, Dio non spiega il perché di una tragedia, ma è vicino a chi la vive, tenuto in grembo come il Cristo della Pietà, tra le braccia della madre.

Forse la nostra ragione ha sempre bisogno di una spiegazione, la coscienza richiede sempre una sia pur effimera risposta. Si prega e non si ottiene ciò che si desidererebbe, non si prega e magari ci si salva rocambolescamente. Se ci si salva e si è superstiti, si attribuisce spesso l'evento a Dio e si proclama il miracolo: uno è sopravvissuto, chissà perché proprio lui, mentre altri diecimila sono morti. Se i propri cari non si salvano, la fede debole dei parenti li porta dritti alla bestemmia, quella più forte a una sorta di malinconica rassegnazione.

E se il divino fosse davvero assolutamente fuori dallo spazio e dal tempo? Se non avesse nulla a che fare con i meccanismi che regolano l'immenso Universo? Se non fosse da ringraziare per le cose buone che ci accadono e neppure da portare sulla sedia dell'imputato nel processo che vorrebbe definire il colpevole di un terremoto?

E' una possibilità, quella di pensare alla fede come a un orizzonte fiduciale, scelto liberamente nella sfera più intima della coscienza. Una specie di aria trascendente che si respira, ma della quale non si può avere alcuna concreta percezione, determinata dalle categorie che determinano il funzionamento della nostra ragione. L'accettazione di un Dio così, può sembrare molto evanescente, è una posizione sicuramente confinante con il più intenso atesimo. Ma concepirlo "totalmente altro", del tutto "al di là" è forse l'unico modo umano per continuare a credere: un Dio che non ha nulla a che fare né con la natura - funzionante secondo le proprie specifiche leggi - né con la storia - lineare o circolare che essa sia, dipendente esclusivamente dalla libertà dell'individuo e dai meccanismi che regolano la vita della società. 

Insomma, un Dio che c'è, ma non c'entra: si muove ogni foglia, senza che Dio lo voglia.

domenica 28 giugno 2026

Presto il primo Concilio del III millennio?

Dopo un inizio alquanto prudente, sembra che a livello internazionale papa Leone XIV abbia innestato la marcia e si stia proiettando verso un nuovo modo di concepire la Chiesa cattolica e il suo rapporto con il mondo. Prova ne sono soprattutto i numerosi interventi contro la guerra e la mancanza di rispetto nei confronti della natura, come pure a favore dell'accoglienza dei migranti e dei più deboli.

Meno incisiva pare ancora l'azione all'interno della comunità cristiana, dove al costante richiamo al pontificato del predecessore Fancesco, si accompagnano prese di posizione di segno opposto, Fanno discutere, per esempio, scelte individuali quali il lussuoso appartamento papale al di sopra dei musei Vaticani o i vestiti più tradizionalmente legati all'autorità pontificale. Ancor di più, suscitano antichi entusiasmi e nuove preoccuazioni espressionii più ufficiali, quali la rivalutazione del ruolo della liturgia in lingua latina o addirittura la proibizione ai laici di tenere l'omelia durante la messa.

E' confermata in sostanza la preoccupazione iniziale, legata a una scelta del Conclave che da subito è apparsa finalizzata a tenere insieme l'intera compagine ecclesiale, fortemente minacciata sia dalle tensioni che si potrebbero definire »progressiste di sinistra« che da quelle »conservatrici di destra«. Papa Prevost vuole tenere saldo il timone della barca di Pietro in mezzo ai venti contrapposti di coloro che si sarebbero attesi la trasformazione in diritto canonico dell'esempio personale di Francesco e di coloro che invece hanno ritenuto il predecessore un eretico rivoluzionario e desiderebbero perfino cancellarne la memoria.

La prudenza, in questo contesto, è certamente d'obbligo, se non fosse che i momenti nei quali stiamo vivendo vedono un mutamento estremamente veloce di tutto ciò che concerne la vita e la coscienza umane. Per questo, non c'è molto tempo per adeguare il tessuto della Chiesa all'era delle nuove tecnologie informatiche e del superamento dei confini del sapere. Non a caso la prima importante enciclica del nuovo vescovo di Roma è stata dedicata proprio all'intelligenza artificiale, alle prospettive ma anche ai gravi problemi morali ch essa porta con sé.

Insomma, si è un po' tutti in attesa. Di cosa? Ma della convocazione di un Concilio, ovviamente! Si sono apena celerbati i 60 anni dalla conclusione del Vaticano II e i nodi evidenziati in quell'illuminata assise sono ancora aperti e richiedono un urgente aggiornamento, se non una vera e propria radicale trasformazione. C'è da ricomprendere il ruolo del Capo della Chiesa, da »Somma Santità« a »uomo come chiunque altro, anche se portatore di una significativa responsabiulità«. Più in generale, ci sono da ridiscutere i temi relativi al ruolo e soprattutto all'identità del presbiterato, attualmente connesso all'obbligo celibatario e riservato esclusivamente ai maschi. Occorre rimettere al centro la questione etica, accogliendo come un'opportunità la libertà di coscienza, accettando definitivamente la secolarizzazione e riconoscendo la pluralità di approcci ai momenti fondamentali del concepimento, della nascita, dell'amore e della morte. C'è una grande questione legata alle immense proprietà della Chiesa, che per poter essere salvaguardate, prima o poi dovrebbero essere  cedute all'autorità civile, per programmare insieme percorsi di vita e formazione per giovani e adulti.

Soprattutto il Concilio, probabilmente non romanocentrico e quindi non un Vaticano III, dovrebbe essere aperto alla ricerca del significato della presenza di Gesà Cristo oggi nel mondo. In questo senso non potrà altro che esserci una piena, anche se »confederale« condivisione di idee e di intenti con tutte le altre confessioni cristiane. E si dovrebbe ripartire con un dialogo interreligioso paritetico, procedendo dal riconoscimento di ogni forma religiosa quale »via« per avvicinarsi all'unico mistero del divino. E' proprio vero che il più profondo ateismo e la più intensa fede sono molto meno lontani di quanto ci si potrebbe immaginare.

Insomma, andrà così? Sarà papa Leone a traghettare la Chiesa nell'universo del Terzo millennio oppure si dovrà aspettare ancora?

venerdì 26 giugno 2026

Isonzo Soča, 123

La sorgente ovest della Soča/Isonzo, sotto planina Zapotok 
Sta per uscire il numero 123 di Isonzo Soča, la rivista internazionale, fondata e diretta per decenni da Dario Stasi.

Non anticipando la splendida copertina, il tema principale è il presente e soprattutto il futuro  del territorio Goriziano. Non a caso, protagonisti sono i giovani, autori degli ottimi editoriali e di altri notevoli contributi. 

Si parla un po' di tutto, anche ovviamente di attualità globali e locali, con un ricordo particolare a chi ci ha lasciato, in modo particolare allo storico Branko Marušič. Sono posti sotto analisi luoghi e situazioni, con specifica attenzione alle problematiche di tipo architettonico e sociale. Non manca la pagine di Corno/Koren, con le immancabili vignette di Franko Juri.

Un grazie speciale va all'instancabile Peter Abrami e anche a Katarina Visintin, oltre che allo straordinario grafico che è Zvone Kukec. Senza di loro non ci sarebbe nulla. Il giornale sarà presentato nella settimana successiva al 12 luglio, sia a Nova Gorica che a Gorizia.

Non resta che attenderne la stampa e cercare di recuperarlo nei soliti punti di diffusione. Come sempre, sarà scritto in sloveno, italiano e friulano, con le rispettive traduzioni da recuperare attraverso i qcode.

martedì 23 giugno 2026

Chi sarà la prossima sindaca (o il prossimo sindaco) di Gorizia?

Tra la fine del 2026 e la prima metà del 2027, si terranno le elezioni amministrative a Nova Gorica e Gorizia.

Come proposto ormai da almeno un decennio, si ritiene necessario affrontare l'appuntamento elettorale se non presentandosi in modo congiunto, almeno riflettendo insieme. Ciò sta di fatto già accadendo a livello culturale, uno dei più significativi lasciti della capitale europea della cultura è proprio il costante incontro - in ambienti come per esempio le biblioteche delle due parti di Gorici (le due Gorica),  il Kulturni dom e Stanza Qudu Michelstaedter a Gorizia, la libreria Maks e il centro Epic con il Museo del Novecento a Nova Gorica, per non parlare dell'ormai più che trentennale esperienza di Isonzo Soča. E anche alcune formazioni politiche cittadine, come il Forum per Gorizia, la Levica e Goriška.si, hanno cominciato ad affrontare insieme tematiche, problemi e prospettive.

Non si conoscono per ora nomi e programmi, per cui, come si suol dire, ogni riferimento a persone e cose è puramente casuale. Come dovrebbe essere il futuro primo cittadino di Gorizia?

Tracciando un identikit, si potrebbe cominciare con una questione di genere. E' ora che ci sia una sindaca, in grado di portare la sensibilità femminile in un ambito finora totale appannaggio di maschi. Indispensabile la conoscenza di due lingue, oltre all'italiano almeno lo sloveno e l'inglese (se poi ci fosse anche il friulano, sarebbe il top), per poter intessere relazioni realmente costruttive e non soltanto di buon vicinato tra le varie componenti linguistiche e culturali del territorio. L'inglese servirebbe anche per l'accoglienza dei nuovi cittadini provenienti da altre parti del mondo. Il candidato o meglio la candidata deve essere abbastanza conosciuta e presente nella vita cittadina, sia a livello di frequenza degli ambiti vitali che di partecipazione mediatica. Ciò perché la maggior parte dei votanti non scrive la x sulla scheda per particolare affinità ideologica, ma perché ha visto per strada chi si candida e perché in qualche modo ha ricevuto una positiva impressione umana. Visti i tempi, dovrebbe essere una costruttrice di pace, con la creatività necessaria per trasformare le numerose caserme in rovina in centri di formazione dei giovani europei alla pace. E dovrebbe essere altrettanto piena di iniziativa per ciò che concerne la storica sfida del dialogo interculturale e dell'accoglienza di profughi e richiedenti asilo. Ovviamente occorre essere pronti ad affrontare i problemi portati anche da noi dal cambiamento climatico e per questo la/il candidata/o deve avere necessariamente un'anima naturalista e ambientalista, ma anche portare una competenza imprenditoriale in doversi settori, soprattutto in quello - in espansione - del turismo a piedi e in bicicletta. Se poi si volesse far vincere qualcuna/o appartenente al centro sinistra e alla sinistra, matematicamente parlando si dovrebbero convincere parecchi tradizionali elettori di centro destra e destra. E questo sarebbe possibile non attraverso la rinuncia alle proprie specifiche posizioni - il che allontanerebbe il proprio ordinario elettorato - ma attraverso la scelta di persone che, pur anche molto convinte delle proprie idee, abbiano buone relazioni con "l'altra parte", magari al di fuori dell'ambito strettamente politico e partitico. Sarebbe assai utile, anche se non condizione imprescindibile, un'esperienza pregressa, da amministratore, consigliere comunale o provinciale o comunque da soggetto impegnato. Tale forma di continuità non dovrebbe essere in contraddizione con una giovane età. Non guasterebbe affatto un/una sindaca/o sotto i cinquanta anni, anche per capire meglio come rendere attrattivo il territorio per la nuove generazioni, autentica speranza non tanto per il domani, quanto per l'oggi.

Ecco, un piccolo vademecum di desideri. Si realizzeranno? Non si realizzeranno? Mah, c'è ancora poco tempo da attendere... 

sabato 20 giugno 2026

Sol-stizio

Il 21 giugno, alle ore 10.24, ci sarà il solstizio. Il sole apparentemente fermerà la sua corsa e inizierà il suo percorso a ritroso. Nel suo sorgere, raggiungerà la massima distanza distanza nord dall'equatore, sarà allo zenit del Tropico del Cancro.

Sarà un istante. Ma quanto "è" un istante, come poterlo misurare. E' come il punto, se non esistesse non ci potrebbero essere le linee e i piani, eppure è impossibile determinarne l'essenza. Per quanto lo si possa analizzare, il punto rimane sempre inaccessibile, non solo ci è impedito di definirlo, ma anche possiamo metterne in discussione la stessa esistenza. Tutto è determinato dall'esistenza del punto, ma di esso non possiamo neppure dire che esista.

Se questo vale per lo spazio, lo stesso si può dire per ciò che concerne l'"istante" nel tempo. Siamo immersi nello scorrere di ciò che è stato verso ciò che sarà, percepiamo l'universo nella sua e nostra apparente evoluzione, ricordiamo ciò che è passato, ci proiettiamo verso il futuro, eppure non possiamo delimitare l'istante, unità di misura senza la quale non esisterebbe il tempo.

Ma esiste davvero il punto? C'è l'istante? Se ci sono, cosa sono? Forse materia, forse spirito, forse pure rappresentazioni generate dai processi elettrici della mente? E se si tratta di pure convenzioni determinate dalle categorie razionali, è possibile che tutto ciò che sembra abbia consistenza, altro non sia che una costruzione puramente intellettuale le cui fondamente risulterebbero inattingibili, se non addirittura inesistenti?

Se tutto non fosse altro che una danza dell'apparente nell'eterno fluttuare dell'energia nel cosmo?

Al di là di tutto questo, l'istante del solstizio determina la fine della stagione primaverile e quindi non resta altro che augurare - nella realtà o anche nell'apparenza - a ciascuno di noi e al mondo intero una buona estate. Con il sogno che sia di giustizia, di pace e di amore.

venerdì 19 giugno 2026

L'estate indiana di Angelo Floramo

Ronchi dei Partigiani, Angelo Floramo e Andrea Bellavite (foto Radollovic)
Bellissima chiacchierata, ieri sera, negli spazi esterni della biblioteca di Ronchi dei Legionari, o meglio , dei Partigiani.

Con Angelo Floramo si è parlato di gioventù e di vecchiaia, di pace e di guerra, di bellezza e di meschinità, di gioiae di dolore, di vita e di morte, anche di Dio e degli orizzonti immanenenti dell'umana responsabilità.

Lo spunto è stato il bellissimo ultimo libero di Floramo, L'estate indiana del 1976. In un serrato confronto, da par suo l'autore ha saputo nel contempo suscitare il riso e il pianto, raccontandoun "suo" 6 maggio 1976 intriso di sofferenza, ma anche della consapevolezza di aver vissuto, nelle tende di San Daniele, "l'estate più bella dellla vita". L'irruenza avventurosa dei dieci anni, condivisa con gli altri "capi indiani" del momento, ha danzato con la coscienza dell'adulto, in un vincolante abbraccio tra il passato e il presente.

Non c'è stato spazio per la nostalgia, quanto invece del fluire di una parola piena di intelligenza e di compassione, ma anche capace di analisi e di valutazione. Se è vero che le catastrofi naturali non possono essere sempre previste ed evitate, il   modo di viverle dipende profondamente dalla dinamica dell'umanità. E il giudizio sul Friuli del dopo terremoto è stato abbastanza impietoso. Una regione che ha dimostrato solidarietà e capacità di grata accoglienza nei confronti di tutti coloro che hanno gareggiato nel sostenere e nell'aiutare, è diventata spazio di egoismo, chiusura nei propri recinti, addirittura nuove forme di razzismo.

Il pubblico, numerosissimo, ha seguito con il fiato sospeso tutto l'incontro, reagendo con applausi spontanei nei passaggi salienti, sorridendo alle limpide battute, emozionandosi nell'ascoltare i racconti più drammatici.

Insomma, un incontro indimenticabile, un libro assolutamente da leggere.

martedì 9 giugno 2026

Dalla Basilica di Aquileia alla sinagoga di Atene, Polyverse atto secondo

Il primo coro interreligioso europeo con il direttore Gerard Oppelt
Un coro straordinario, composto da persone provenienti da tutta Europa, si è esibito negli scorsi giorni nella sinagoga di Atene. 

Dopo quello svoltosi ad Aquileia all'inizio del mese di maggio, è stato questo il secondo atto di Polyverse, lo stupendo progetto europeo Europa Creativa che unisce le tradizioni religiose cristiana, musulmana ed ebraica nella condivisione della bellezza dell'arte e della musica.

E' stato veramente affascinante ascoltare i canti, con le parole in ebraico, latino, greco, arabo, tedesco e italiano: una lode al Trascendente che valorizza ogni cultura, visione del mondo, percorso religioso, nel gusto di una bellezza tutta da gustare e da ammirare.

Metropolita Gabriel, imam Nader, rabbino Gabriel, pastora Almuth e ... 
C'è stato anche il tempo per un interessante confronto, prima del concerto. Introdotti dalle sapienti parole del presidente della comunità ebraica e del rabbino di Atene Gabriel Negrin, si è parlato di dialogo, di amicizia tra i popoli, di confronto sincero, nel quale ciascuno non rinuncia alla propria storia, ma edifica insieme agli altri la casa della pace tra i popoli. Le religioni, quando sono intese in questo modo, diventano un formidabile strumento per indicare la strada dell'unione nella ricchezza delle diversità. Si è sperimentato, come dice il Salmo, quanto sia bello e soave che i fratelli stiano insieme e si è denunciato ogni tipo di razzismo e egocentrismo, sottolineando anche il pericolo insito in ogni forma di antisemitismo e islamofobia. Certo, è stato molto emozionante sentire in una sinagoga storica, cantare brani del sacro Corano, ricevere il saluto del metropolita di Nea Polis, accogliere le sobrie e forti parole della pastora protestante di Lehnin e vedere la commozione dipinta sui rappresentanti delle chiese cattolica e anglicana di Atene, chiamati a essere presenti per l'occasione.
Polyverse sull'Aeropago, nel cuore della Storia

Al di là degli straordinari brani musicali e delle conversazioni di pace, l'incontro ateniese è stato una vera e propria esplosione di amicizia. Persone che fino a un anno fa non si conoscevano e che vivono ordinariamente a migliaia di chilometri di distanza le une dalle altre, in breve tempo hanno formato un'unica famiglia. Si è lavorato insieme, si è discusso, ci si è divertiti nelle intense notti di un'Atene invasa delle giovani folle del fine settimana greco, si sono condivisi momenti sereni e impegnativi. Polyverse diventa di giorno in giorno un'amicizia intrisa di semplice entusiasmo nello stare insieme e di impegno per migliorare sé stessi e il mondo.
Mateja Černic dirige il primo brano

Non è possibile ringraziare tutte e tutti coloro che hanno messo corpo e anima in questa avventura, nelle foto si vedono alcuni momenti salienti dell'esperienza, con i direttori del coro.  Da ricordare i compositori Maria Beatrice Orlando, Sakis Negrin e Aaron Dan, che hanno scritto a sei mani lo stupendo finale Polyverse Echoes. E un pensiero va ad Andrea Donda, infaticabile progettista europea alla quale si deve la perfezione della struttura progettuale. Ovviamente sono molto grato ai geniali e inarrestabili Sara Zamparo e Mattia Vecchi, che hanno rappresentato l'intero meraviglioso personale della Basilica di Aquileia in questa uscita in terra greca.
Sakis Negrin alla guida del coro a ranghi compatti

Molto interessante, tra l'altro, è stata la visita guidata dal rabbino al complesso sinagogale. Il racconto della storia della comunità ebraica ha toccato il tempo delle origini, già nel III secolo a.C., il periodo nel quale Paolo di Tarso viene ad Atene, incontra la sinagoga e poi va a parlare all'Areopago (senza troppo successo). Particolarmente commovente è stata la memoria delle migliaia di vittime della Shoah e la visita ai monumenti con i nomi dei deportati nei campi di sterminio. Molto familiare è stata anche l'accoglienza negli spazi della casa della comunità, attrezzata con tutti i mezzi per sostenere nel migliore dei modi l'accoglienza di tutti gli invitati.


Confucio e Socrate, ai piedi dell'Acropoli
Un simpatico scultore cinese ha voluto, nel 2001, dedicare una scultura a Confucio e Socrate, in ideale dialogo fra loro, collocata poi proprio nel centro dell'Agorà, uno dei luoghi nevralgici dell'antica Atene. Certo, si è potuto anche salire i Propilei, entrare nell'Acropoli, visitare i musei archeologici, contemplare le Cariatidi nella loro versione originaria... Tutto ciò per dire che, nella bellezza di questi giorni, anche il luogo ci ha messo molto del suo. Camminando per Atene, si notano le mille contraddizioni di una città molte volte al vertice dei percorsi planetari e altrettante ripiombata nella dimenticanza e nel degrado. Si sente la voce dei filosofi e sembra di udire Paolo, stupito di fronte all'altare dedicato "al Dio ignoto", collocato fra la selva dei templi riferiti alle diverse emanazioni della divinità ellenica. Ma si notano anche le conseguenze della crisi economica attuale e delle dure condizioni imposte dall'Unione europea a uno Stato evidentemente in grande difficoltà. In ogni caso, Confucio e Socrate sarebbero stati di sicuro felici di partecipare a un progetto come Polyverse, oltre ogni barriera o confine dello spazio e del tempo.

Gli ultimi due atti della prima fase del progetto Polyverse saranno il 5 luglio, presso il monastero protestante di Lehnin e in ottobre presso la grande moschea di Roma. Poi è già in studio un percorso di continuità e allargamento. Ad multos annos...

lunedì 1 giugno 2026

2 giugno: res-publica vs res-privata

Altare della prima guerra mondiale, sul monte Korada
Domani, 2 giugno, ricorre l'80mo anniversario del referendum che ha sancito l'inizio della storia contemporanea dell'Italia.

Da quel momento infatti è diventata a tutti gli effetti una Repubblica, cioè un qualcosa che appartiene al pubblico. In altre parole, come recita l'articolo 1 della Costituzione, il potere non appartiene a un monos (monarchia) o a un gruppo di pochi (oligarchia), ma al popolo (democrazia), cioè a ciascuno, nessuno escluso.

Tutto ciò che sostiene il bene comune, compreso tutto ciò che permette a ogni cittadino di usufruire dei beni comuni, è degno della Res-publica. Tutto ciò che al contrario favorisce l'interesse individuale, compreso qualsiasi processo di privatizzazione, non fa parte della Res-publica, ma della res-privata, a meno che non sia esplicitamente finalizzato a migliorare ulteriormente la dimensione pubblica. C'è un criterio di verifica immediato, tutto ciò che ha a che fare con l'impresa privata e consente al più fragile e debole di essere consapevole delle proprie potenzialità e di metterle al servizio della collettività, può essere accettato. Perché solo così si comprende in che senso l'Italia sia fondata sul "lavoro", cioè sullo specifico tassello che ogni cittadina e cittadino - nessuno, ma proprio nessuno escluso - è tenuto a collocare nel grande mosaico dello Stato.

Non si capisce allora bene cosa c'entrino le forze armate, la cui parata sembra ogni anno essere il punto di riferimento principale delle celebrazioni. Se la festa riguarda la res-publica, occorre che tutti i difensori del "pubblico" sfilino con orgoglio e convinzione per affermare la bellezza di questo sistema. Dovrebbero esserci gli insegnanti, il personale medico, i costruttori di pace, gli operai al servizio delle varie istituzioni dello Stato, quei magistrati e quegli amministratori che tutelano a costo della loro vita il bene di tutti gli altri, gli obiettori di coscienza e tutta un'immensa schiera di servitori del popolo. Da ultimo, nella misura in cui si riconosca a essi il ruolo di difensori della pace, di tutela delle vittime e non di garanzia di interessi nazionali o internazionali di parte, anche gli appartenenti alle forza dell'ordine e alle forze armate.

Quello che ha suscitato scalpore, negli scorsi giorni, è stato l'annuncio della partecipazione alla parata da parte dei cappellani militari, rigorosamente in alta uniforme. Mah, nessuno nega l'importanza che dei preti siano accanto ai soldati nell'esercizio delle loro funzioni. Sono molti i racconti di sacerdoti, spesso eroicamente vicini ai combattenti in guerra per offrire una parola di conforto e di speranza. Al di là del soggettivo coraggio di molti di loro, resta lo scandalo oggettivo della benedizione dei cannoni da parte di preti cattolici da una parte e dall'altra del fronte, ponendo il Dio invocato da entrambe le parti di fronte alla necessità di scegliere da quale parte stare. E resta la domanda su quanto sia effettivamente importante, ai fini del raggiungimento di un mondo radicato nella giustizia e nella pace, una presenza limitata a una dimensione di conforto, senza una contestuale denuncia della logica perversa della costruzione e dell'uso delle armi. 

Sia o non sia così, è ancora possibile, nel 2026, che in Italia ci siano sacercoti inquadrati nei corpi militari, con i gradi di generali, ufficiali e sottufficiali? La Chiesa italiana, per essere coerente con i pronunciamenti degli ultimi pontefici e di numerosi vescovi della Penisola, non dovrebbe adoperarsi affinché non ci sia più un riconoscimento gerarchico per i cappellani? Affinché, accettando che accanto ai soldati possano esserci sacerdoti (ma anche imam, rabbini, maestri spirituali e quant'altro), questi siano inviati come missionari dalla comunità ecclesiale e non inquadrati ufficialmente nella struttura militare? 

giovedì 28 maggio 2026

Magnifica Humanitas, luci e ombre...

Non è facile leggere in breve tempo la prima enciclica di Leone XIV, alias Robert Francis Prevost. 231 pagine nell'edizione della Libreria Editrice Vaticana, 245 paragrafi densi di teologia, di problemi presenti e di prospettive per il futuro. Vi invito a leggere prima di tutto l'enciclica - si trova facilmente su internet o si acquista in qualsiasi libreria alla modica cifra di 2,90 euro. Poi, se ne avrete voglia, vi propongo di dare una fugace occhiata a questo post ed esprimere eventualmente un parere sugli importantissimi temi trattati.

Da una prima analisi, che cosa si può ricavare?

Anzitutto di molto buono. Il titolo, con un gioco di parole, è "magnifico". Iniziare un documento e in un certo senso anche un programma di pontificato, con un tributo così importante all'umanità, è veramente un bel segno che induce a molto sperare e a molto attendersi per il prossimo futuro.

Ottima è anche la sintesi della dottrina sociale della Chiesa, dal fondamentale contributo di Leone XIII, con la famosa Rerum Novarum del 1891 ai vari passaggi successivi, offerti - spesso anche se non sempre - in occasione dei decennali del primo testo, rispettivamente da Pio XI, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Si tratta di un originale compendio, una specie di antologia, dalla quale si ricavano gli elementi più tradizionali di tale insegnamento, i principi del bene comune, della destinazione universale dei beni (interessante la presa di distanza dal tema della proprietà privata), di sussidiarietà, di solidarietà e di giustizia sociale.

Molto accurata e precisa è la riflessione sui fondamenti teologico biblici, come pure è puntuale la lettura dei padri e dei teologi della Chiesa nel corso del tempo. In particolare, la riflessione sull'incarnazione del Verbo come fondamento dell'incarnazione della Chiesa e del cristiano nella società, se non originalissima, è presentata in termini coinvolgenti, meditativi e a tratti anche poetici e artistici.

Dove invece, sempre a una prima rapida lettura, l'enciclica sembra un po' debole?

In primo luogo, l'impressione è quella di un documento morale, abbastanza attestato su posizioni troppo ovvie - e inevitabilmente condivisibili da chiunque, da "destra" o da "sinistra". Certo, c'è la condanna dell'egoismo, dell'ingiustizia, della violenza e della guerra; c'è il dito posto sul traffico di armi e sulle dinamiche inaccettabili della società del transumanesimo e del postumanesimo; c'è la preoccupazione per la deriva neoliberista del mondo contemporaneo. Sì, c'è tutto questo. Tuttavia, mancano i nomi e i cognomi, non ci sono parole scomode - si parla della shoah, ma non si esplicita la tragicità dei genocidi attuali - soprattutto non c'è una chiara indicazione autenticamente politica. Ovvero, non si esce dalla comfort zone dell' analisi e non si risponde pienamente alla domanda fondamentale sul "come".

Lo stesso dibattito sull'Intelligenza Artificiale - di sicuro l'aspetto più innovativo del documento - lascia l'impressione di quella che un tempo si definiva "democristianeria" ovvero dire tutto e il contrario di tutto, lasciando perplesso ciascuno: l'IA è una meraviglia che può migliorare di gran lunga la vita umana, ma è anche un enorme pericolo per ciò che concerne la stessa identità dell'essere umano. Un po' come dire - e ovviamente si dice - che il progresso ha portato un gran bene alla vita umana, ma che usato male potrebbe portare perfino alla sua autodistruzione.

In effetti, due (tra i tanti) sono i motivi di questa difficoltà a uscire dal politicamente corretto e dal rischio di avvicinarsi alla dimensione dell'ovvio.

Il primo è direttamente derivato dal tema dell'Intelligenza Artificiale. La Chiesa cattolica - un po' di autocritica non le farebbe male - si è sempre ritenuta depositaria di una Verità assoluta, in quanto fondata sull'assoluta autorità di Dio. Sostenere la bontà della democrazia - come fa Prevost - senza mettere in discussione il principio di assolutezza della "via, verità e vita" (nella versione ottocentesca e dogmatica dell'infallibilità), significa rendere difficile, se non impossibile, il dialogo con chi ritiene che invece non esistano verità assolute, ma solo certezza momentanee, sulle quali ricercare faticosamente un indispensabile consenso. Ma la negazione dell'assolutezza della "veritas christiana" significa riscrivere l'intera teologia della rivelazione, ritornando come minimo alla svolta costantiniana dell'inizio del IV secolo e ripartire dalle acquisizioni iniziatiche del cristianesimo delle origini, nato e cresciuto in ambiente ovviamente pluralista. Ecco, Magnifica Humanitas potrebbe affrontare con maggior coraggio e chiarezza il tema della mediazione tra l'assolutezza dei trascendentali medievali e la relatività dei fondamenti del pensiero moderno e postmoderno.

Il secondo motivo è ancora una volta legato alla ricchezza estrema e al potere della chiesa cattolica. Si potrebbe anche sostenere l'importanza di un pronunciamento morale offerto a tutti indistintamente, ma anche ai capi delle nazioni e a chi riveste qualunque responsabilità politica e sociale. Le religioni, le filosofie e le varie chiese offrono criteri etici cui ispirarsi, i soggetti raccolgono tali indicazioni e le trasformano in azione politica. Questo sarebbe possibile, se la Chiesa non avesse un proprio Stato, se il Papa non fosse dal punto di vista giuridico un sovrano assoluto, se non ci fossero nunzi apostolici sguinzagliati in tutto il Pianeta e non fosse necessario salvaguardare interessi economici mastodontici.Tutto ciò amplifica senz'altro la "voce" del Papa, ma la rende meno incisiva. Magnifica Humanitas le cose le dice - e le dice bene - ma è costretta ad arrestarsi di fronte all'eccesso di chiarezza, al pane al pane e vino al vino, al sì sì no no. Perché una parola in più potrebbe forse far crollare un intero castello di carte. E forse, non è ancora giunto il tempo di dirla.

giovedì 21 maggio 2026

A Turriaco, venerdì alle 18, con Daniele Marini

Piccolo ma grande è il libro di Daniele Marini che verrà presentato venerdì alle 18 a Turriaco, nell'ambito delle Note di Cittadinanza o che dir si voglia Dialoghi sulla Costituzione, promossi da quell'instancabile costruttore di cultura democratica che è Renzo Furlano.

Piccolo è riferito alla dimensione del testo, poco più di cento pagine dedicate alla realtà dei "giovani", in particolare al loro rapporto con il mondo del lavoro.

Grande perché una volta tanto si incontra un autore che non procede né da anacronistiche generalizzazioni, né da giudizi superficiali (scansafatiche, bamboccioni, ecc.).

Il titolo stesso è geniale, da leggere quasi come un esame di coscienza che riguarda le nuove e le vecchie generazioni. Quali spazi di comunicazione hanno i giovani per raccontarsi e esercitare la loro responsabilità di cittadini? Quanto chi li precede nel percorso della vita è in grado di capire il loro linguaggio, di prendere in considerazione le loro istanze, di farsi un po' da parte per accompagnarli nell'inserimento nelle dimensioni degli affetti, del lavoro, della cultura e della politica?

In un serrato e assai documentato confronto con i dati statistici e sociologici, l'autore riesce a portare alla luce istanze e sistemi valoriali sorprendenti. I giovani spesso parlano tacendo e gli adulti spesso credono di capire non comprendendo. E' come quando ci si accorge di essere in un Paese dove si parla una lingua sconosciuta e si comincia a cercare qualche punto di incontro. Non volendo far la figura dell'ignorante, il nuovo arrivato dice sempre di sì, quando in realtà capisce ben poco.

Quando umilmente si prende atto di una reale distanza, si scopre anche che i giovani non sono l'oggetto della ricerca e dello studio, ma i protagonisti di un nuovo modo di concepire la vita - almeno nell'ambito post-ideologico e ultramoderno del cosiddetto Occidente capitalista. Non si tratta del sovvertimento dei valori dei "vecchi", ma della capacità di portare alla ribalta valori di umanità e cittadinanza precedentemente soffocati più che dalla necessità di riempire ogni istante con il lavoro, da quella di raggiungere una ragguardevole "posizione" nella società. 

Non sarebbe forse urgente che ritrovino spazio nel dibattito pubblico elementi importanti - non certo solo per i giovani ma per tutti - quali l'amicizia, il tempo libero, l'impegno e la dedizione verso i più deboli, la formazione politica, l'attenzione nei confronti dei problemi del Mondo? 

Se ne avete la possibilità, non perdete questo incontro con l'autore Daniele Marini, venerdì 22 maggio alle 18, a Turriaco, sala Nilde Jotti, piazza Libertà 3!

mercoledì 20 maggio 2026

La vittoriosa sconfitta della Flotilla

Onore alle compagne e ai compagni della Flotilla, attaccati in acque internazionali, arrestati senza alcun motivo o mandato, picchiati e perseguitati, infine ammanettati, derisi, umiliati in mondovisione dal tremendo ministro della difesa israeliano e dai suoi poliziotti. 

Le immagini sono agghiaccianti e consentono anche ai più possibilisti di immaginare la sorte dei palestinesi, se questi energumeni sono capaci di trattare in questo modo persone libere, inermi, provenienti da tanti diversi Stati d'Europa.

Israele si può permettere di violare qualsiasi forma di diritto umanitario e internazionale, perché fondamentalmente sa di farla franca. Ha dalla sua parte il truce Trump, il quale fascistamente se ne frega di qualsiasi elementare principio di civile convivenza. Ma sostanzialmente ha dalla sua parte anche la maggior parte dei governi europei che "protestano vibratamente", "convocano gli ambasciatori", "reclamano le scuse". In realtà non fanno assolutamente nula per accompagnare le parole con i fatti, che sarebbero l'interruzione non solo di ciò che sarebbe ovvio, ovvero l'invio delle armi, ma anche della legittimazione politica e di qualsiasi forma di collaborazione economica.

Agli eroi della Flotilla resti la certezza di avere stravinto. Hanno realizzato ciò che a nessuno finora era riuscito, costretti con la forza a schiacciare con la faccia bendata il pavimento, hanno in realtà messo loro in ginocchio davanti al Pianeta intero il potentissimo Stato di Israele. Essersi rimessi in mare per raggiungere Gaza, dopo ciò che era successo la volta precedente, comportava un grosso rischio. Sì, certo, quello che accadese ciò che è accaduto, ma di questo le e gli "attivisti" erano ben consapevoli. Il vero rischio era che l'impresa venisse fermata in altro modo e cadesse nell'oblio generale, suscitando al massimo una smorfia di riprovazione negli obesi benpensanti occidentali. Lo si poteva temere, fino a ieri il percorso, l'assalto e gli arresti erano passati quasi sotto generale silenzio.

Invece la sofferenza fisica patita da un esercito di nonviolenti disarmati, colpevoli solo di voler solidarizzare con un popolo oppresso da un'incredibile violenza, ha trasformato il sorriso di scherno in ammirazione, il dubbio serpeggiante in una nuova certezza, il silenzio su Gaza in un urlo che più dirompente di così non si potrebbe, l'apparente sconfitta in una trascinante vittoria.

Sì, è vero ciò che dice Gandhi, nell'azione nonviolenta si ribaltano i fattori della storia: l'inerme trionfa sull'armato, l'offeso rivela la disperata impotenza dell'offensore, il corpo di chi si vorrebbe costringere al silenzio grida senza parole al mondo intero la cattiveria, la stupidità e la disumanità del persecutore.

Grazie Flotilla, la tua trionfante sconfitta risveglia tante coscienze sensibili ma addormentate ed è un'iniezione di forza e di desiderio di resistenza in tutti noi!

domenica 17 maggio 2026

Con éStoria, sulle tracce di Francesco

Dal 4 al 6 settembre, nell'ambito dei "Viaggi di éStoria", si svolgerà un interessante percorso "sulle tracce di Francesco", a 800 anni dalla morte, avvenuta il 3 ottobre 1226.

Nel 1981, l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini andò in visita al Sacro Convento di Assisi. Entrò nella meravigliosa Basilica inferiore e chiese di scendere nella cripta. Il frate generale dei francescani conventuali - ben noto ai Goriziani, Padre Antonio Vitale Bommarco, Arcivescovo dal 1984 al 1999 - cercò sul momento di sconsigliarlo, ritenendo che quello della sepoltura del Santo fosse, per l'illustre ospite, un ambiente poco interessante, essenziale, sobrio, privo delle opere d'arte presenti in tutto il resto dell'edificio. Pertini si svincolò, scese la ripida scala di pietra, stroncò sul nascere ogni tentativo di spiegazione e chiese di rimanere qualche minuto solo, in silenzio. Quando risalì, i giornalisti gli si avvicinarono e gli chiesero un'impressione. "Vedete - disse indicando con il dito i presenti - io, il vescovo, il padre generale e ognuno voi, tra qualche anno non ci saremo più e in breve tempo tutti si saranno dimenticati di noi". "Quell'uomo che sta là sotto invece - continuò guardando verso la cripta - dopo 800 anni è ancora vivo!".

Chi non ha mai sentito parlare di san Francesco? Ci sono i suoi scritti, capolavori di arte e spiritualità agli albori della storia della letteratura italiana. Innumerevoli sono i testi da lui ispirati, cominciando dalle tre biografie di Tommaso da Celano, dalla Legenda major di Bonaventura di Bagnorea e soprattutto dall'indimenticabile canto XI del Paradiso di Dante. Molti registi si sono cimentati nel difficile tentativo di ricostruirne la vicenda, dal Fratello Sole sorella Luna di Franco Zeffirelli ai due capolavori di Liliana Cavani. Eppure la sua figura riesce sempre a sfuggire a ogni catalogazione, tanto ricca di autentica e imprevedibile umanità è stata la sua tormentata ed entusiasmante esperienza di fede.

Certo, il modo più immediato per entrare in contatto con Francesco potrebbe essere solo quello di tentare di imitare il suo desiderio di un amore capace di travolgere anche la barriera della morte, di una pace costruita attraverso il dono della propria vita, di un'immersione nella straordinaria bellezze e complessità del creato e di un fascino sconfinato ma privo di qualsiasi volontà di possesso nei confronti di ogni creatura vivente. E poi, le nozze con Madonna Povertà, per assomigliare in tutto e per tutto al suo Maestro, Gesù di Nazareth, suo modello e ispiratore dell'unico "regola", l'evangelo "sine glossa".

Sospinti dalla domanda su chi fosse veramente Francesco, sarà una bella esperienza quella di lasciarsi interpellare dalle sue parole e dai suoi gesti, immergendosi nella scena all'interno della quale è nato, cresciuto, ha operato e ha lasciato questo mondo, deposto "nudo sulla terra nuda". Ed è questo il senso dell'itinerario proposto da éStoria. Il programma prevede la visita ai luoghi più significativi di Assisi, dalle basiliche del Santo a quella di santa Chiara, da san Rufino all'incantevole san Damiano e ovviamente alla Porziuncola. Ci sarà il tempo per camminare nelle suggestive vie della cittadina, respirando l'aria che ha coinvolto santi e poeti, contemplando dall'altro la piana di Perugia, sotto le balze del monte Subasio. Non mancherà, durante il viaggio di ritorno, una sosta al santuario della Verna, altro luogo simbolo dell'intero movimento francescano. Si ascolterà, si penserà, si discuterà, non solo sul passato ma soprattutto sul presente, sul concetto religioso e laico della "santità" - incontrandosi o scontrandosi anche con la controversa vicenda del giovane Carlo Acutis - sul legame inscindibile tra storia politica e storia religiosa. Non sarà un "pellegrinaggio", nel senso devozionale e tradizionale del termine, ma una riflessione collettiva, sistematica e critica, sul senso della vita e sul senso della storia, dove ciascuno - da qualunque visione del mondo proceda - potrà confrontarsi con gli altri, offrendo i propri spunti, le scoperte, i tanti dubbi e le poche certezze.

Per ogni ulteriore informazione, per iscrivervi o saperne di più, potete visitare il sito www.estoria.it/estoriabus .

Ah sì, ci sarò anch'io. Vi aspetto!

venerdì 15 maggio 2026

L'artista palestinese Samira Badran all'Epicenter: una mostra che corrode la tentazione del silenzio

Una mostra assolutamente da vedere, all'Epicenter di Nova Gorica. Samira Badran, nota artista palestinese attualmente abitante attualmente in Spagna, espone alcune delle sue più significative opere.

Il titolo della rassegna è Jedka Palestina, che si potrebbe tradurre con un aggettivo vicino a "corrosiva". Si tratta di una serie di immagini fotografiche, trasformate in disegno con un originale metodo consistente appunto in un'azione "corrosiva".

Oltre ai numerosi, straordinari quadri, Samira presenta anche una sua particolare animazione, mentre in un settore della (bella) sala espositiva, si possono vedere altre realizzazioni animate di autori palestinesi. Ai visitatori si propone un'offerta libera, finalizzata a sostenere i registi che vivono a Gaza e che dal martoriato lembo di terre palestinese trasmettono - rischiando quotidianamente la vita - notizie e appelli al mondo.

Mentre quasi tutti i Paesi europei - compresa l'Italia - si preparano all'esperienza dell'Eurovision, la Slovenia rifiuta di inviare il proprio rappresentante e la TV nazionale decide di sostituire la programmazione dell'evento musicale con quattro ore di presentazione della cinematografia della Palestina occupata. E' veramente un segno di delicatezza e attenzione, oltre che un'indicazione politica di grande rilievo internazionale. La visita alla mostra della Badran potrebbe essere a sua volta un gesto di solidarietà e di  protesta, oltre che la possibilità di vivere un'esperienza alquanto emozionante e coinvolgente.

Sì, le immagini che scorrono sotto gli occhi sono straordinariamente forti ed efficaci. La costruzione dell'idea, nell'orizzonte artistico, procede dall'analisi attenta di una realtà che nel suo  sfondo sembra rivestire il carattere della "normalità", ammesso e non concesso che tale percezione sia possibile. Al di qua di tale orizzonte apparentemente pacificante, irrompe la forza devastante della guerra. Non si tratta neppure di una violenza come ordinariamente si può intendere, comunque agganciata a un'assai difficile ricerca di giustificazione, ma di un'azione cieca, disumana e disumanizzante, volta alla sistematica cancellazione non soltanto della vita in quanto tale, ma anche di tutto ciò che ogni esistenza - individuale o sociale - nel tempo genera nello spazio e nel tempo. Si ripropone così l'essenza genocida di un razzismo irrazionale e incontrollabile, espressione macabra e funesta della terribile, cinica volontà di distruzione insita nel pensiero e nell'azione dei governanti - e purtroppo non soltanto di essi - di Israele.

L'ossessiva ripetizione dell'agire genocida e il sistematico obiettivo di annichilire l'esistente, ritenuto colpevole soltanto di rivendicare il più elementare dei diritti, quello di vivere, si manifestano nello smembramento dei corpi. La corporeità metaforica, che a livello comunitario si identifica con l'espressione culturale (letteraria, architettonica, urbanistica, filosofica, religiosa, ecc.) di un intero popolo, si intreccia nella specificità della potente concretezza del corpo dell'individuo. Partiicolare e universale si stringono insieme in un doloroso abbraccio che non impedisce purtroppo il permanente smembramento. A questo punto le ossa frantumate per seminare dolore, le gambe azzoppate per impedire il movimento o il cervello circondato dal filo spinato dell'assurdità per impedire di pensare, diventano una terribile denuncia di ciò che stanno sperimentando quotidianamente i gazawi e gli abitanti della Cisgiordania. Ma è anche il versamento del fluido di un potente senso di colpa nella mente e nel cuore di chi - nel resto del Mondo - sa e nulla fa per poter fermare il massacro. E il colpo artistico non raggiunge tanto il cuore dei capi delle nazioni, silenziato da squallidi interessi finanziari, quanto quello di ogni visitatore, che esce dalla mostra con la più immediata ed elementare delle domande: Perché?