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giovedì 8 maggio 2025

La pace sia con voi! Da Pietro a Leone XIV

 

Mai come in questa occasione, l'attenzione dei media è stata centrata sul Conclave, evento molto emozionante nella sue essenza tradizionale. 

Pietro è stato la prima guida della chiesa di Roma, fino al martirio, subito nel Circo Vaticano. Il cattolicesimo ha riconosciuto nelle parole attribuite a Gesù nei vangeli, il mandato affidato all'apostolo di essere "pastore" dell'intera comunità ecclesiale.

E' stato sepolto in tutta fretta con la più semplice delle sepolture possibili, la tomba alla cappuccina, quella dei più poveri dei poveri. Il luogo è stato venerato nei primi tre secoli, poi incorporato in uno scrigno di marmo nero voluto da Costantino che ha fatto erigere la prima basilica vaticana. E' stata riaperta dagli studiosi solo nel 1943, dopo lo sblocco degli studi scientifici relativi alle origini cristiane, uno dei casi archeologici più interessanti del XX secolo.

E' impressionante pensare al contrasto tra la semplicità dei primi passi, il coraggio della comunità romana perseguitata nei primi suoi momenti e l'immensa trionfante, sovrastante cupola di Michelangelo e del tempio rinascimentale. Così come è suggestivo immaginare la differenza tra quel primo momento di sofferenza, persecuzione e forza interiore costituito dalla crocifissione di Pietro e il sistema di potere che oggi caratterizza l'elezione del suo successore, accompagnato dalle bande militari e dagli onori riservati a un Capo di Stato.

Ecco, tutto ciò per introdurre la figura e il nome del successore del primo papa Pietro e dell'ultimo Francesco. E' Robert Francis Prevost che ha preso il nome di Leone XIV. Un papa agostiniano. E' uno statunitense che ha preso un nome molto impegnativo. Leone I Magno fermò Attila sul Mincio, all'inizio del cristianesimo imperiale, Leone X fu uno dei più controversi papi del potere rinascimentale, Leone XIII fu il papa della Rerum Novarum, ma anche dalla condanna del modernismo. Nel suo abito, per la presentazione al popolo, è ritornato alla tradizione pre-papafrancescana, con la stola portante i segni pontificali. Le sue parole iniziali sono state molto belle: la pace sia con voi! Dio ci vuole bene, il male non prevarrà. Sembra una persona molto seria, forse non avrà il carisma immediato del predecessore, ma certamente potrà portare un contributo di forte pensiero all'interno di una Chiesa "che costruisce ponti ed è aperta al dialogo". Un discorso sicuramente più da guida sicura che cerca l'unità della Chiesa  che da sperimentatore di nuove strade di collegamento con le altre confessioni cristiane, con le religioni e con il mondo contemporaneo. Forte discontinuità con Francesco, in questa prima immagine... 

Sarà un costruttore di unità a scapito della forza di Riforma oppure sarà un grande Riformatore, rischiando se necessario anche uno scisma? Sarà in rotta di collisione con il nuovo Attila Trump, il potere statunitense e i potenti della Terra oppure sarà un elemento di compromesso, nella speranza di una pacificazione. 

Alle prossime ore ulteriori commenti e interpretazioni.

lunedì 28 aprile 2025

Roma senza Papa...

Per la Chiesa cattolica, il periodo della “vacanza” è quello che intercorre fra la morte o dimissione di un vescovo di Roma e l’elezione del successore. E’ un momento molto particolare, nel quale si rincorrono le voci e impazza il totopapa. Difficile è esimersi dal commentare e dal provare qualche tentativo di analisi, a livello più giornalistico che di approfondimento della fede.

Una volta terminate le solenni esequie, si comincia anche ad affrontare un’analisi meno immediatamente coinvolta delle azioni e delle parole dello scomparso, anche per cogliere gli elementi essenziali dell’eredità affidata a colui che ne prenderà il posto. L’entusiasmo quasi unanime che ha accompagnato la morte e i funerali di Francesco è la cifra dalla quale partire per comprendere meglio ciò che in quest’ultimo decennio è accaduto.

Dai media sono scaturiti fiumi di espressioni colme di retorica, dal papa degli umili a quello degli ultimi, da quello della gioia a quello della pace. Ma quanto ha inciso veramente il suo magistero, nel mondo e nella Chiesa?

Sicuramente è stato più amato fuori dalle cerchie ecclesiastiche che al loro interno. Aiutato da un sostegno mediatico “laico” superiore a quello riservato a qualsiasi altro predecessore, ha sicuramente potuto sottolineare con forza alcuni gangli vitali del mondo contemporaneo. Ha parlato di pace e di trattativa come ineliminabile strumento per risolvere la guerra in Ucraina, anche se dal punto di vista pratico i suoi sforzi – mediati dalle infruttuose missioni del cardinale Zuppi – non hanno ottenuto nemmeno l’appoggio dei cattolici ucraini. Ha denunciato con chiarezza il “crimine” e il “terrorismo” degli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza, arrivando vicino a pronunciare la parola “genocidio”. Non si è mai stancato di parlare a favore dei migranti e all’obbligo dell’accoglienza e dell’assistenza, anche in questo caso ottenendo giustamente grande simpatia da parte di chi fa salti mortali per salvare le vite nel Mediterraneo e nei Balcani. Ma anche in questo caso non ha ricevuto in cambio altro che imbarazzate ma quasi amichevoli pacche sulle spalle da sindaci e governanti nazionali e internazionali, pronti a saltare sul suo carro prima ancora della sepoltura. Si è pronunciato molto sulla necessità che gli Stati garantiscano i fondamentali diritti alla vita, alla libertà e alla giustizia sociale, proponendo un alto magistero, forse un po’ indebolito dal suo essere, al pari dei suoi collocutori, un Capo di Stato. E di uno Stato assai importante, crocevia di problematiche economiche, politiche e culturali tutt’altro che trascendenti. Hanno destato molta attenzione le sue encicliche, prime fra tutte la Laudato sii e Fratelli tutti, piene di forti raccomandazioni riservate alla custodia del creato e alla fraternità e sororità universali. Anche in questo caso, le sue proposte hanno suscitato molto più consenso che dissenso, senza che per questo divenissero spunto di studio a livello accademico internazionale, orientamento scientifico sul quale improntare le scelte planetarie dei prossimi decenni e secoli. La reiterata denuncia dei produttori e dei venditori di armi – convenzionali e di distruzione di massa - non è arrivata fino al punto di chiedere la distruzione di tutti gli arsenali esistenti e la riforma degli statuti delle Nazioni Unite. E forse per questo in piazza san Pietro l’altro giorno c’erano molti rappresentanti di tante Nazioni, iperintrallazzate proprio con gli interessi legati al commercio degli strumenti di morte. Molto apprezzato è stato anche l’interesse attivo e costruttivo nei confronti dei più deboli della terra, anche questo tuttavia accompagnato dalla difficoltà di trasformare una Chiesa cattolica straricca, proprietaria di beni mobili e immobili giganteschi, in quella che Francesco avrebbe voluto come “Chiesa povera tra i poveri”. In sintesi, le parole programmatiche pronunciate sull’aereo, al ritorno da uno dei tanti viaggi intercontinentali e riferite a tutt’altro contesto, possono rilevare la forza e la debolezza di questo pontificato, dal punto di vista della politica estera: “voglio una chiesa senza banca vaticana”? Il che vuole dire affascinante e simpatetico nuovo modo di guardare a un mondo post e ultramoderno in evidente difficoltà, ma anche potrebbe voler rilevare l’impotenza nel voler affrontare e superare le dinamiche più complesse.

E qui si entra nel secondo capitolo, quello relativo alla partecipazione interna alla vita della Chiesa cattolica. Anche se ora quasi tutti osannanti, molti sono coloro che negli ultimi anni hanno espresso dubbi sulla conduzione “ecclesiastica” di papa Francesco. C’è stata un crescente critica tradizionalista, da destra, relativa più agli atteggiamenti che alle deliberazioni della santa sede. Si è rilevato come la semplicità estrema dei gesti simbolici papali – dalla famosa valigetta portata in aereo senza portaborse alle utilitarie (pur scortate da cortei di auto blu) – abbia messo in pericolo il concetto di sovranità e di infallibilità attribuiti al capo della Chiesa dal Concilio Vaticano I. Si è fatto presente il vero e proprio rovesciamenti di interesse accaduto dopo la repentina dimissione di Ratzinger: se il vecchio Benedetto XVI sottolineava l’importanza prioritaria della fedeltà alla Verità custodita autorevolmente dalla Chiesa cattolica, il suo successore fin dal dialogo con Eugenio Scalfari ha manifestato la sua simpatia per la relazione con l’altro, condizione previa a qualsiasi imposizione dogmatica. Se per il secondo c’erano i principi non negoziabili legati al concetto medievale di “natura”, per Francesco era evidentemente molto più importante non negoziare i temi legati alla pace, allo sfruttamento dei poveri e al rifiuto dell’accoglienza dei migranti. Se per Benedetto XVI, ispiratore della Dominus Jesus di Wojtyla, il cristianesimo ere l’unica via per un pieno rapporto con il divino, per Bergoglio ogni religione, a determinate condizioni, è una strada per arrivare a Dio. E così via, con mille altri possibili esempi. D’altra parte, anche se in misura minoritaria, c’erano anche i contestatori progressisti, da sinistra, che rimproveravano al papa l’incapacità o la mancanza di volontà nel trasformare le grandi intuizioni preannunciate attraverso le scelte personali in normativa di diritto canonico, in grado di rivoluzionare realmente e fino in fondo la Chiesa cattolica. Non si è arrivati ad affrontare e avviare una riflessione sul sacerdozio cattolico femminile, sulle tematiche legate al celibato obbligatorio per i ministri ordinati, neppure perfino alla liberalizzazione della comunione per i fedeli divorziati risposati. E non si possono passare sotto silenzio anche alcuni motivi concreti di imbarazzo e perplessità, in particolare – per citarne solo due – le ritrosie nel portare finalmente a piena luce le incredibili zone di buio del caso Emanuela Orlandi e le sostanziali ambiguità espresse di fronte all’imbarazzante caso Rupnik, addirittura con il mancato ascolto delle donne coinvolte negli abusi da esse denunciati. Comunque, dando uno sguardo positivo all’insieme di un pontificato che ha avuto senz’altro molte più luci che ombre, si potrebbe dire che la posizione di Francesco indicherebbe una strada radicalmente nuova, quella di un cristianesimo “federale”, di una considerazione egalitaria della relazione con le religioni e di un rispetto profondo e dialogante con le nuove istanze dell’ateismo moderno. Francesco avrebbe voluto arrivare fino a questo punto? O forse, si è limitato a suggerire sommessamente la via, lasciando le scelte ai suoi successori, rendendosi conto che una simile Riforma avrebbe richiesto lo smantellamento del Potere della cattolicità nel mondo attuale, la revisione dell’esistenza stessa della Città del Vaticano, la perdita di prestigio e privilegio in numerosi Paesi del mondo capitalista?

A parte il manipolo di poveri che hanno atteso la salma di Francesco a Santa Maria Maggiore, i funerali di piazza san Pietro e l’attesa frenetica del nuovo Conclave e dei suoi secolari rituali, sembrano per ora riportare l’orologio della Chiesa cattolica al momento delle scelte precedenti. La grande maggioranza di cardinali scelti da Bergoglio induce a immaginare un nuovo papa non troppo distante dai “desiderata” del “transitato”. Tuttavia la difficoltà starà nel decidere se appunto radicalizzare le posizioni di Francesco e creare le condizioni per una nuova Chiesa, finalmente, dopo più di 1700 anni post-costantiniana, con annesso possibile scisma dei tradizionalisti. Oppure cercare una soluzione di mediazione, attraverso una diplomazia in grado di ricostruire ponti e relazioni con chi in questi anni ha storto il naso, rischiando però l’intiepidimento e la delusione di coloro che in questi dieci e più anni, hanno comunque sentito il papa “vicino” alle ong sulle navi del Mediterraneo, ai migranti rinchiusi nei Centri per il Rimpatrio, agli obiettori di coscienza e al mondo ecologista. Ai tantissimi cioè che – in questi giorni di distacco – hanno detto quasi sempre le stesse parole: “io non sono credente e non mi sono mai interessati agli affari della Chiesa, ma rispetto come grande essere umano la figura e l’opera di papa Bergoglio”.

mercoledì 20 dicembre 2023

Benedetta benedizione!

Sposi etruschi, Museo di Volterra
Fiducia supplicans. 

Un bel dono di Natale, è il titolo della dichiarazione della Congregazione per la dottrina della Fede intorno alla benedizione di coppie unite da un vincolo fino a qualche tempo fa definito "irregolare" dalla Chiesa cattolica.

Pur con tutti i se, i ma e i distinguo, il documento è molto importante. Al di là delle dichiarazioni un po'estemporanee dell'attuale vescovo di Roma Francesco, questa è la prima volta che la cosiddetta Santa Sede, con l'approvazione del Papa, pubblica un testo nel quale viene affermata la liceità, anzi l'opportunità che i preti possano impartire la benedizione di Dio alle coppie omosessuali o eterosessuali che ne facciano richiesta,

Non è molto, il cammino verso la ridefinizione completa del sacramento sponsale è ancora molto lungo. Ma non è nemmeno poco, si è aperto uno spiraglio che si potrà progressivamente allargare. Nel lontano 2007, in uno dei miei ultimi scritti sul tuttora ottimo settimanale diocesano Voce Isontina, sostenevo che oltre a sostenere le legislazioni statali in materia, la Chiesa avrebbe dovuto immaginare la dimensione sacramentale dell'amore omosessuale. Argomentavo in modo teo-logico, evidenziando come, se il sacramento è ciò che rende visibile l'invisibile presenza del divino, ogni forma di autentico Amore può essere considerata manifestazione sacramentale di Dio, definito da 1Gv.4,17 proprio con il termine "Agape". Quando due persone si donano reciprocamente nella pienezza di tale sentimento, l'Agape è presente tra loro. Sono passati sedici anni da allora, le reazioni di quel tempo non si fecero molto attendere e la maggior parte di esse non furono particolarmente positive. Il passo del documento odierno - pubblicato da una delle più importanti istituzioni della Chiesa cattolica - se non dice nulla di tutto questo, va tuttavia esattamente nella direzione di cui avevo scritto, affermando come la coppia che sperimenti l'esperienza dell'amore, comunque essa sia formata, sia degna di essere benedetta, cioè "detta bene" da Dio.

Insomma, si è in cammino e, come si suol dire, meglio tardi che mai. Si pensi alle coppie di omosessuali cristiani, ma anche a divorziati risposati o a coppie di fatto che per necessità o scelta decidono di non sposarsi. Oggi tutte queste persone possono sentire su di loro la benedizione di Dio, che peraltro finora veniva negata solo a esse. Questo è infatti il paradosso. I preti benedicono di tutto, animali, piante, negozi, banche e uffici turistici, perfino caserme e - ahimé - armi con le quali uccidere altri esseri umani. Possono benedire tutto, ma finora - almeno ufficialmente - non potevano benedire due persone unite dallo straordinario vincolo dell'Amore. Oggi questo può accadere e ci si può solo immaginare la gioia di chi si sente accolto con piena dignità nella famiglia di Dio.

Ben venga quindi il documento della Congregazione, primo frutto del recente Sinodo, che sia il primo passo ufficiale di un ben più ampio, necessario e coraggioso cambiamento profondo della teologia del matrimonio. Valorizzare e sostenere tutto ciò che ha a che fare con l'amore, significa avvicinarsi di più alla parola e all'esempio del Maestro e al suo unico comandamento "nuovo". A proposito, dal documento scaturisce, per il momento implicitamente, un'importante conseguenza. Se Dio benedice, vuol dire che vuole dire ma anche dare il bene. Il che significa che quello dell'Eucarestia è un dono da accogliere con entusiasmo e non un premio che ci si deve sudare e ottenere soltanto dopo aver ricevuto il salvacondotto della confessione. E' lo stile evangelico di Gesù, l'incontro senza precondizioni con l'altra/altro da sé. Ed è lo stile che dovrebbe caratterizzare i suoi discepoli, non quello del giudizio dei sommi sacerdoti, degli scribi e dei farisei di ogni tempo, che dall'alto dei loro tristi scranni, pensano di poter decidere loro chi Dio voglio benedire e chi invece no.

sabato 27 maggio 2023

Don Lorenzo Milani, cento anni ma non li dimostra

 

Barbiana, 1978
Il 27 maggio 1923 nasceva a Firenze don Lorenzo Milani.

La sua breve vita ha attraversato il tempo cupo del ventennio fascista, le tragedie della seconda guerra mondiale e la complessa fase della prima ricostruzione nell'Italia post bellica.

La sua missione di prete si svolge in un contesto politico nel quale la Nazione va cercando di riscoprire la propria identità, da una parte confrontandosi con i venti sociali del comunismo, dall'altra con il capitalismo alla vigilia dell'esplosione del consumismo. Don Milani si schiera con il Vangelo, o meglio con la nobiltà e la dignità della Parola. Dapprima crea la scuola popolare di San Donato a Calenzano, per avviare un serio e libero confronto tra i giovani della parrocchia. Poi, letteralmente esiliato nella "sua" Barbiana, costruisce la celebre "scuola", insieme ai poveri più poveri del Mugello. Offre a essi la possibilità di essere e sentirsi liberi, imparando a utilizzare la parola umana e a conoscere quella divina. Nel frattempo si impegna in un'opera di pace costante, promuovendo e valorizzando con profonde motivazioni il rifiuto di prendere in mano le armi. Se "I care", mi sta a cuore, contrario del motto fascista "me ne frego" è stata la linea conduttrice della scuola, "l'obbedienza non è più una virtù ma la più subdola delle tentazioni" è stata la chiave ermeneutica del suo impegno a favore della pace, della fraternità fra i popoli, dell'obiezione di coscienza al servizio militare.

Innumerevoli sono gli spunti che derivano dalla lettura delle opere di don Milani. Barbiana è oggi un luogo di pellegrinaggio, anche alla semplice tomba di don Lorenzo, accanto a quella delle sue due più vicine collaboratrici, la Giulia e la Eda Pelagatti, donna straordinaria che ho avuto modo di conoscere in una delle frequenti visite alla canonica e alla chiesa. Per oggi, 27 maggio 2023, basti solo un pensiero carico di gratitudine, un impegno a non dimenticare la sua opera e una memoria che diventi forza di rinnovamento della scuola, della cultura, della politica e della chiesa italiane e mondiali.

Lo ricorderemo a Zugliano, il prossimo martedì 30 maggio, alle ore 18, grazie agli "Amici della Toscana residenti in Friuli Venezia Giulia". 

sabato 11 marzo 2023

La gioiosa testimonianza del card. Zuppi a Gorizia

 

Venerdì sera, presso un affollato Kulturni dom di Gorizia, si è assistito alla conferenza intervista con il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Dopo gli interventi introduttivi dell'Arcivescovo Redaelli e del Sindaco Ziberna, ha portato un suo saluto, in lingua slovena (unico nella serata, alla quale erano invitati anche i responsabili della diocesi di Koper, a parte un dober dan iniziale del parroco della Cattedrale) e italiana, il direttore del Kulturni dom Igor Komel, che con poche parole ha saputo condensare la vocazione dell'istituzione ospitante e, più in generale, dell'intero territorio "goriziano". Ha detto che non è solo la "casa della cultura" slovena, ma il luogo di incontro e di incrocio aperto a tutti gli sloveni, italiani e friulani (ma si potrebbe aggiungere asiatici, americani, africani, ecc.). 

Da queste parole ha preso le mosse l'incontro, con un'appassionata richiesta rivolta ai presenti, fisicamente e idealmente: "Aiutateci a comprendere e a vivere questa capacità di coniugare unità e diversità, tanto più in un luogo dove si è molto sofferto a causa delle divisioni e delle guerre e dove oggi siete chiamati a essere faro di cultura e di civiltà". Insomma, un vero mandato e un affidamento di responsabilità alle genti che vivono "su una cerniera che unisce l'est all'ovest" (bel concetto, già espresso a suo tempo, nel lontano 1992, da papa Giovanni Paolo II in visita a Gorizia).

Sollecitato dalle domande del giornalista Mauro Ungaro, direttore del settimanale Voce Isontina, mons. Zuppi ha intrattenuto per oltre un'ora e mezza i presenti, con profondità e intelligenza, ma anche con arguzia e simpatia. Si è parlato di ospitalità e di accoglienza fraterna, di dialogo tra le diverse componenti della società, si impegno nella comunità civile ed ecclesiale, anche di giovani che decidono di intraprendere la strada della Politica, "sempre a partire dall'attenzione nei confronti dei più deboli".

Insomma, si è trattato di un bell'incontro, anzi, per non essere politicamente corretti, si può dire forse "anche troppo bell'incontro". Era infatti straordinaria l'occasione di poter incontrare il responsabile della Chiesa cattolica italiana in un momento delicato e difficile come quello che stanno vivendo l'Italia, l'Europa e il Mondo, ma anche la stessa "inseparabile coppia" Nova Gorica e Gorizia che si apprestano a divenire capitale europea della Cultura. Forse molti interrogativi che albergano nel cuore di tanti, anche frequentatori abituali della comunità cristiana, avrebbero potuto trovare non tanto risposta quanto conforto.

La pagina della serata dedicata ai migranti, con il toccante ricordo dei funerali di alcune vittime e della tragedia dei caduti di Cutro, avrebbe potuto essere contestualizzata a Gorizia. La presenza delle autorità civili avrebbe potuto essere valorizzata, anche ricordando che i migranti transitati in città qualche anno fa, sono stati costretti a vivere per più di un mese in un'umida e fatiscente galleria a causa dell'impotenza delle istituzioni e che decine di altri hanno trascorso questo inverno dormendo all'addiaccio nei pressi della stazione ferroviaria perché "non c'era posto per loro negli alberghi".

L'ovvia condanna della guerra avrebbe potuto essere accompagnata da una parola più chiara sulle possibili soluzioni del drammatico conflitto in Ucraina, almeno con un pronunciamento personale del cardinale - la cui posizione è stata altre volte esplicita - sull'invio delle armi o meno nel martoriato Paese dell'est europeo. Si sarebbe potuto legare il caso Russia/Ucraina alle tensioni nazionaliste che hanno oppresso e poi insanguinato il territorio del confine orientale d'Italia e occidentale di Slovenia nella prima metà del XX secolo e capire meglio il ruolo della/e città chiamate a essere faro di cultura nel vecchio continente.

E sarebbe stato interessante anche affrontare alcuni elementi delicati per la Chiesa stessa, cominciando dalla folkloristica posizione di alcune frange tradizionaliste che sostengono l'illegittimità dell'elezione a pontefice di Jorge Bergoglio per arrivare ai ben più seri "casi vaticani", Emanuela Orlandi ed Estermann, le lussuose case a Londra e il ricorrente rilancio della questione della pedofilia del clero. Non da ultimo, davanti a un'assemblea composta da almeno una metà di persone che hanno conosciuto e per molti versi seguito il gesuita Marko Rupnik, non sarebbe stato male sentire una parole chiarificatrice e rasserenante, non certo per giudicare una persona, ma per aiutare la comprensione di un problema ampiamente pubblicizzato sui giornali di tutto il mondo. 

Certo, questi e altri temi sono molto scomodi da affrontare in una serata di avvio della celebrazione della festa dei patroni di Gorizia Ilario e Taziano. Forse si è scelta la strada di proporre un momento di condivisione nella fede e nella gioia, piuttosto che rompere le uova nel paniere costringendo tutti ad andarsene con l'inquietudine nel cuore. In effetti, forse non è stata una decisione sbagliata, in fondo si è tornati a casa davvero con serenità e pace interiore... ma anche chiedendosi che cosa effettivamente si sia imparato di nuovo.

venerdì 3 febbraio 2023

Casi Vaticani: "Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi!" (Gv.8,38)

 

L'apertura del caso rapimento di Emanuela Orlandi, significativamente dopo la scomparsa di Josef Ratzinger, porterà qualche nuova luce su un evento accaduto quaranta anni fa, il 22 agosto 1983? Molti lo sperano, altri ne dubitano fortemente, date le incredibili resistenze incontrate finora dal fratello Pietro e da tutti coloro che cercano una verità nascosta tra la storia della banda della Magliana e le vicende bancario sessuali verificatesi nel Vaticano degli anni '80 e '90 del XX secolo.
Un altro caso, del quale si parla molto poco e sul quale è calata una cortina di silenzio, è quello che riguarda il triplice assassinio del capo delle guardie svizzere Estermann, della moglie e di un caporale, accusato - ma i dubbi sono molti - di essere stato l'autore dell'omicidio suicidio per questioni legate alla carriera.
Altro capitolo è quello relativo agli scandali finanziari, culminati nella vicenda del lussuosissimo palazzo di Londra, ma anche quello degli appartamenti di lusso all'interno della Città del Vaticano.
Insomma, un mondo a sé, dove accanto alla missione di annunciare una delle più belle notizie mai proclamate nella storia - la risurrezione di Gesù e il suo Vangelo della libertà e dell'amore - sembra che tale stessa libertà nella verità venga conculcata in ogni momento e tale annuncio di amore sia appannato dalla nebbia della manipolazione.
Anche il caso Rupnik fa molto pensare. Da una parte la sua predicazione e la sua arte hanno donato alla Chiesa e al mondo importanti capitoli di originalità e fascino, dall'altra l'uso manipolatorio di tali straordinarie potenzialità ha di fatto oscurato tutta la bellezza da lui proclamata e artisticamente realizzata nelle sue opere. C'è chi vorrebbe cancellare le sue pitture e i suoi mosaici. Che senso avrebbe? Come non distinguere il genio artistico dalla fragilità umana che ne è portatrice? Se le testimonianze di tante donne che hanno avuto a che fare con lui saranno confermate - ma a questo punto molti fatti hanno trovato pieno riscontro - la sua persona ne dovrà rispondere davanti alla Chiesa ma anche alla legge civile che vieta la manipolazione e il plagio. Tutto ciò non toglierà valore alla sua arte, che sarà giudicata con un altro diverso criterio estetico e morale.
Non è accettabile l'uso strumentale del proprio "fascino spirituale" al fine di irretire e rendere praticamente schiave le persone. Ma non è accettabile anche la cortina del silenzio calata sul gesuita forse più conosciuto al mondo dopo papa Francesco. Anche questo caso, come in tanti precedenti, è venuto alla luce soltanto grazie agli scoop di alcuni giornali. 
Insomma, se i cristiani seguono un Vangelo secondo il quale "la verità vi farà liberi" e "ciò che è nelle tenebre, ditelo nella luce", perché questa congiura del tacere? Perché Francesco, oltre a riformare la curia romana, non pretende chiarezza e verità su tutti questi eventi, quelli gravissimi come i casi Orlandi, Mirella Gregori, Estermann, ma anche sull'ultimo, rispetto al quale ha ammesso di "non sapere nulla". Questa affermazione ha suscitato molte perplessità, dal momento che la remissione di una scomunica comminata per "assoluzione del complice in peccato turpe" spetterebbe - almeno formalmente - esclusivamente a lui? 
Essere nella verità è sempre meglio che navigare nella menzogna del "non detto". Sapere come siano andate le cose pacificherebbe le vittime, porterebbe i carnefici davanti al tribunale della storia, toglierebbe dall'imbarazzo chi ha il compito di vigilare e aiuterebbe chi ha sbagliato a intraprendere percorsi di riabilitazione e di redenzione.

sabato 31 dicembre 2022

Da Josef Ratzinger a Benedetto XVI

 

Ho incontrato personalmente Josef Ratzinger in occasione di un corso di esercizi spirituali da lui tenuti a Collevalenza nel 1986. Lo avevo conosciuto indirettamente nel corso degli studi teologici attraverso i suoi numerosi libri, primo fra tutti l'"Introduzione al Cristianesimo", un compendio di teologia fondamentale ispirato ai documenti del Concilio Vaticano II.

Dal punto di vista dei suoi studi e del suo importante servizio alla Chiesa Cattolica, sono da distinguere diversi periodi della sua vita.

Come valente e apprezzato insegnante, ha fatto parte del gruppo di teologi tedeschi che hanno cercato di tradurre in pensiero e riflessione l'esperienza del Concilio. Alcuni, tra essi i più noti sono stati senz'altro prima Hans Kung e poi Walter Kasper, hanno cercato di sottolineare la necessità di rileggere il cattolicesimo attraverso la lente dell'ecumenismo e dl dialogo interreligioso, mettendo in dubbio anche alcuni dei fondamenti della tradizione dogmatica. Ratzinger si è in quel tempo dimostrato sicuramente molto più prudente, senza per questo venire meno all'apprezzamento nei confronti del principio del dialogo e delle acquisizioni dei suoi colleghi.

La seconda fase della sua "carriera" lo vede vescovo nell'importante sede di Monaco di Baviera. alla sapienza intellettuale si aggiunge in questo periodo l'immersione nel vissuto della comunità, sia pur dal punto di vista elevato e un po' distaccato che necessariamente compete alla guida di qualche milioni di fedeli battezzati. In ogni caso l'approfondimento del pensiero coniugato all'impegno pastorale offre al presule la base teorica e pratica dei suoi interventi nei centri più importanti del governo dell'intera chiesa cattolica.

Chiamato da papa Wojtyla alla presidenza della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Sant'Uffizio), il cardinale si distingue da subito per la ferrea fedeltà all'insegnamento ufficiale della Chiesa, affrontando da subito il tema ritenuto decisivo. L'interesse teologico del Prefetto, divenuto nel frattempo in ogni situazione il principale e più vicino collaboratore di Giovanni Paolo II, si rivolge al rapporto tra fede e ragione, alla relazione tra rivelazione biblica e rivelazione naturale, ai fondamenti teologici dell'etica e ai principi universali della legge morale. Dalla sua ricerca scaturiscono gli appunti trasformati in alcune delle più note encicliche del papa polacco, in primis Fides et Ratio e Veritatis Splendor. E' direttamente firmatario anche di altri discussi documenti pubblicati a nome della Congregazione, tra essi un'istruzione riguardante il rapporto di subordinazione della filosofia alla teologia e una dichiarazione riguardante il dialogo interreligioso, la Dominus Jesus, sorprendente retromarcia rispetto alle indicazioni più "spinte" del Vaticano II.

Scelto per totale continuità come successore di Giovanni Paolo II, il nuovo papa sceglie il nome di Benedetto XVI, forse in memoria e onore di quel Benedetto XV che aveva definito la prima guerra mondiale un'"inutile strage" e un'"orrenda carneficina". Fin dall'inizio si trova in difficoltà. Da una parte non ha la personalità travolgente del predecessore e neppure il sostegno di un giornalista competente e capace di "creare immagine" come fu Navarro Valls con Wojtyla. Dall'altra parte il senso si distacco nei suoi confronti si acuisce in occasione di alcuni interventi pubblici non compresi fino i fondo se non addirittura manipolati dai media non particolarmente compiacenti nei suoi confronti. Il momento cruciale, dal punto di vista dell'impostazione teorica del suo pontificato, è stato il famoso discorso presso la (sua) Università di Ratisbona, nel 2006. La sua riflessione, straordinariamente importante, è stata velata da un'improvvida citazione del profeta Mohamed, raccolta dalla stragrande parte dei commentatori come una, peraltro reale se decontestualizzata, offesa nei confronti dell'Islam.

In realtà quel discorso conteneva il piano complessivo del pontificato. Ratzinger, con profondo acume filosofico e teologico, contempla un'umanità in crisi e ritiene di avere una risposta ai problemi che attanagliano il mondo. Su questo progetto getta tutte le sue carte, impegnando completamente più sé stesso che la chiesa nel suo insieme. Il punto fondamentale è l'asserzione secondo la quale non è possibile comprendere il cristianesimo, se non dentro le categorie culturali che gli hanno consentito di affermarsi nel contesto dell'Impero Romano. Il Vangelo di Gesù Cristo deve essere quindi riletto e interpretato anzitutto, se non esclusivamente, all'interno del pensiero filosofico greco ed ebraico. Solo un ritorno alle origini, non solo dell'evento Cristo, ma anche del suo prolungamento nella Chiesa, consente una piena comprensione e fonda la corretta inculturazione della fede anche nei nuovi contesti missionari. Di fronte all'avanzare del pensiero debole e della liquida post e ultra modernità, Benedetto XVI chiede all'umanità contemporanea di compiere una specie di passo indietro, aggrappandosi alle solide mura dell'impianto aristotelico tomista, caratteristico del medioevo cristiano. Si tratta di ripresentare e di rivalutare l'oggettività del pensiero logico, etico ed estetico, radicato nella certezza incrollabile della rivelazione naturale e di quella biblica, affidata alla corretta interpretazione autorevole e in certi casi infallibile del Magistero della Chiesa. Solo così, la ragione umana potrebbe avere la meglio sulla destabilizzazione prodotta dal relativismo etico, che rende ciascun individuo, unico padrone del proprio destino e come tale non essere libero, ma facile preda degli appetiti incontrollabili dei Potenti.

Si tratta insomma di un progetto grandioso di restaurazione di un tempo indicato come ideale, nel quale la Verità era immediatamente percepita come "una", la Bontà era chiaramente distinta dalla malvagità e il Bello piaceva incontestabilmente, sottratto alle deboli persuasioni di "ciò che piace".

Si sa che l'orologio della storia non può esser riportato indietro e il programma ratzingeriano, per quanto affascinante e motivato, era destinato a fallire. I consueti intrallazzi Vaticani, giunti fino al furto di documenti dal cassetto papale da parte del classico maggiordomo e alla pubblicazione di carte decisamente inquietanti da parte di acuti giornalisti, hanno sicuramente dato il colpo di grazia alle aspettative del pontefice. Ma la vera grandezza del suo atto di dimissioni - reali al 100%, checché qualcuno ne dica aggrappandosi a cavilli canonici marginali - sta nell'intelligenza e nell'umiltà di un uomo che ha preso atto del fallimento del suo progetto, della mancata realizzazione del sogno del ritorno al cristianesimo imperiale, della necessità, per il bene della da lui tanto amata Chiesa, di farsi da parte lasciando ad altri il compito di aggiornare l'agenda, in tempi di enormi urgenze e decisive scelte.

La strada del dialogo e di un nuovo accordo tra tradizione e modernità è di nuovo aperta, da perseguire con amorevole e preoccupata passione, consapevoli - grazie alla sofferta storia di Josef Ratzinger teologo vescovo prefetto e papa - che ormai non è più possibile tornare indietro. 

Riposi in pace, dopo questi suoi ultimi dieci anni, vissuti relativamente ai margini della storia della Chiesa, con l'inedito e poco appropriato titolo di papa "emerito".

sabato 10 dicembre 2022

Nella Giornata dei Diritti dell'Uomo, l'incontro con don Alberto De Nadai al Kulturni dom. Il link all'incontro...

 

Foto Paolo Zuliani

La sala principale del Kulturni dom di Gorizia, ieri sera era quasi del tutto piena. Erano presenti tanti ex parrocchiani di Sant'Anna, insieme a tanti collaboratori delle varie "ore" dei 90 anni di don Alberto De Nadai. Ha raccontato la sua storia, con passione ed emozione, ha fatto sentire il suo segmento di vita quello di ognuno dei presenti che, in un modo o nell'altro, hanno avuto a che fare con lui. Ecco di seguito ancora una riflessione, nel clima dell'assemblea del Kulturni, magistralmente introdotta dal direttore Igor Komel. Nella Giornata dei Diritti Umani, pensiamo alla vita di un uomo che ha cercato, nel suo piccolo, di garantirli a tutti, soprattutto ai più deboli e ai più fragili. Buona lettura... E per chi se la fosse persa, la serata è riprodotta in un video su you tube, curato da Nevio Costanzo. Ecco il link: https://youtu.be/9pna0Zo-BRg Ne vale davvero la pena! 

Nato a Salgareda (TV) il 27 novembre 1932, don Alberto De Nadai è da oltre 60 anni un testimone importante della vita sociale di Gorizia.

Di certo, l’inizio del ministero sacerdotale non avrebbe potuto far prevedere una storia di un prete così radicalmente impegnato nell’attuazione di alcune delle esperienze più innovative e per certi versi più rivoluzionarie della Chesa cattolica italiana appena uscita dal Vaticano II. Lo troviamo infatti segretario dell’Arcivescovo Ambrosi e poi severo vicerettore di un Seminario diocesano ancora molto legato agli schemi preconciliari.

E’ la parrocchia a cambiare il suo punto di vista, in un certo senso a “convertirlo” a una Chiesa diversa, autenticamente popolo di Dio, là dove il prete non è il “capo”, ma il “servitore” di una comunità di base che, confrontandosi con il Vangelo, vuole leggere la storia con gli occhi di chi crede nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità. Quando don Alberto viene inviato nel nascente quartiere di sant’Anna, si è spenta da poco la voce profetica di don Lorenzo Milani e molti giovani sono ancora influenzati dalle letture di don Primo Mazzolari e dalla testimonianza di dom Helder Camara e dei primi teologi della liberazione. Il giovane parroco comprende subito la sfida di trasformare un agglomerato di persone che non si conoscono fra loro e che cominciano ad abitare la nuova zona, in vera comunità, prima di tutto civile e, per i credenti, anche cristiana. Insieme a tanti altri collaboratori, si creano i primi centri sociali, si rivendicano i più elementari diritti e la realizzazione degli indispensabili servizi alla collettività e prende piede una delle prime comunità di base italiane. Si intessono rapporti con altre realtà, in Italia e all’estero, nomi ben noti come quelli dell’abate Franzoni, di Gerardo Lutte, di don Mazzi e della sua Comunità dell’Isolotto a Firenze diventano “di casa” anche a Gorizia. Si respira un’aria costruttiva di forza creativa, di fermento popolare, di cultura dell’amicizia e della solidarietà. Il “don” diventa punto di riferimento non solo per i cattolici, ma anche e soprattutto per donne e uomini di buona volontà, animati dal desiderio di fare di sant’Anna una realtà accogliente per tutti. Il pensiero sociale comunista e quello cristiano sembrano trovare una straordinaria sintesi dove ciascuno, restando fedele alla propria storia e identità, si rimbocca le maniche e lavora fianco a fianco per edificare una città pacifica e giusta. Naturalmente non tutti guardavano di buon occhio quell’esperimento profetico, le critiche pubbliche, firmate e anonime, non mancavano. La goccia che fece traboccare il vaso fu una questione economica e burocratica, riguardante l’uso delle offerte raccolte nel quartiere che la comunità aveva deciso di devolvere alle esigenze del quartiere invece che versarle nelle casse della Curia diocesana. Apriti cielo. L’Arcivescovo Cocolin compì l’atto forse più doloroso dell’intero suo episcopato. Don Alberto ci rimise non solo la parrocchia, ma anche l’insegnamento della religione nelle scuole. Divenne, pur non avendolo programmato, un prete operaio, mantenendosi facendo il gommista in un’officina gestita da amici, vivendo un periodo in alloggi di fortuna prima di approdare al mitico alloggio di Via Canova 11.

Inizia così la terza fase della vita di un prete che è sempre rimasto fedele alla sua vocazione, anche quando tutto lo avrebbe indotto a lasciar perdere tutto e a dedicarsi in modo laico ai suoi progetti di bene. Questa nuova “conversione” avviene per opera di una categoria per lo più dimenticata in città, quella rappresentata dai più poveri e più fragili. Andando ad abitare in via Canova, don Alberto scopre la realtà di cittadine e cittadini che dormono all’aperto, trovando spesso rifugio negli anfratti dei resti del monumento ai caduti dell’antistante parco della Rimembranza. La sua casa diventa subito un rifugio per chi non ha dimora, ma don De Nadai si accorge subito di non poter dare risposte sufficienti a un bisogno riconosciuto come molto ampio e diffuso. Nasce così la Comunità Arcobaleno, esempio di buone pratiche tra volontariato e istituzione pubblica, in particolare il comune che mette a disposizione un alloggio in via San Michele. Ma anche questo non è sufficiente, non basta fornire un alloggio, per garantire rispetto e dignità alle persone è necessario dare loro l’opportunità di lavorare. E si avvia la Cooperativa Arcobaleno, inizialmente finalizzata a creare piccole e grandi occasioni di impiego per chi frequentava la comunità. E’ la volta poi della Tempesta, centro terapeutico originale e anche in questo caso innovativo, per l’uscita dalle tossicodipendenze senza dover abbandonare i propri luoghi di crescita e di vita. Non poteva mancare una speciale attenzione alla salute mentale, sulla scia degli insegnamenti di Franco Basaglia. Si crea così l’Oasi del Preval, nelle intenzioni un piccolo paradiso di convivenza e di impegno. Ma l’amore più grande è per don Alberto la Casa Circondariale di Via Barzellini, frequentata per decenni quasi quotidianamente, come semplice volontario e poi anche come Garante provinciale delle persone private della libertà individuale. Anche oggi, a 90 anni suonati, ogni giorno le porte della prigione si aprono per lasciare entrare quest’uomo che porta una parola di conforto a detenuti e agenti di custodia, una preghiera laica e rispettosa delle diversità di religione e di culto, soprattutto tanto aggiornamento culturale e tanto aiuto nel momento dell’”uscita”.

Certo, intendiamoci, lo spirito di un “fondatore” non sempre si adatta alle banali necessità del quotidiano. Don Alberto, con il suo carattere forte e le sue a volte ferree convinzioni, ha spesso sperimentato e a volte ha anche lui stesso dimostrato momenti di fatica e incomprensione da parte e nei confronti di chi ha avuto occasione di stargli accanto e di lottare insieme a lui. Non sono mancate le rotture, i cambiamenti di rotta, gli abbandoni e i ritrovamenti, così come si addice a qualsiasi esperienza profondamente e autenticamente umana. Tuttavia, anche quando alcune delle realtà da lui fondate sono andate avanti su strade diverse da quelle previste originariamente, la stima è sempre rimasta intatta, anche per una rara capacità del “don” di superare con pazienza e spirito di tolleranza ogni crisi, nella convinzione che la salvaguardia della relazione interpersonale sia più importante dell’incaponirsi sulle proprie pretese e visioni del presente.

Tutta questa attività non ha impedito ad Alberto di svolgere anche una sua particolare missione di vicinanza a tutti i goriziani, trovandosi vicino a ogni famiglia nei momenti del dolore e in quelli della gioia. Questo suo particolare modo di essere prete, fuori dagli schemi e dai mandati ufficiali, l’ha portato a essere forse la prona in assoluto più conosciuta e in buona parte amata della città. Chi non l’ha visto sfrecciare con il suo vespino lungo il Corso o le vie centrali e periferiche? Chi non si è sentito chiamare per nome o chiedere informazioni sullo stato di salute? Chi non si è sentito trattare pienamente da “persona”, indipendentemente da ogni lingua parlata, concezione della vita o classe sociale di appartenenza?

Ecco, questo e molto altro è don Alberto De Nadai, un “uomo” prima di qualsiasi altra definizione. Un uomo al quale, dopo aver raggiunto il traguardo dei 90, auguriamo di cuore ancora tanti ma tanti anni di vita e di servizio alla nostra città, che mai come in questo momento ha bisogno di valorizzare e imparare dai suoi più qualificati testimoni.

martedì 6 dicembre 2022

Il "caso" ecclesiastico del giorno

 

Piove sul bagnato. In una chiesa cattolica colpita da scandali legati ai "misteri" della sparizione dell'Orlandi, del terribile caso dell'assassinio del generale delle guardie svizzere, della ricorrente débacle della gestione finanziaria, della piaga della pedofilia del clero, si affaccia la questione di un noto gesuita. Se il fatto non fosse stato sollevato la scorsa settimana dal sito left.it. non se ne sarebbe più sentito parlare. Invece il primo articolo è stato un cerino che ha acceso il falò della stampa, anche cattolica, internazionale. L'imbarazzo è molto grande, anche perché il personaggio in questione è da titoli cubitali. Valente pittore (secondo chi apprezza la sua arte, compresi gli ultimi Pontefici), predicatore straordinario, fecondo scrittore, è stato accusato di aver usato violenza psicologica nei confronti di alcune suore di una comunità da lui stesso co-fondata, tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90. Il caso è stato trattato "internamente" dal suo ordine religioso, con una sentenza di "prescrizione" dei reati da parte della specifica Congregazione Vaticana, il che significa con la sostanziale ammissione di atteggiamenti evidentemente poco corretti, anche se attuati circa trenta anni fa.

Pur conoscendo e ricordando molto bene gli avvenimenti di quel periodo - il gesuita in questione era stato ospite della Stella Matutina a Gorizia per alcuni anni, tra il 1988 e il 1991 e per almeno un paio di essi siamo stati strettissimi collaboratori - sento di far mie le famose parole di Francesco: "chi sono io per giudicare?" 

Tuttavia vorrei proporre alcuni pensieri particolari.

Il primo riguarda il solito "silenzio vaticano". Perché non essere, come dice il Vangelo, semplici come le colombe e prudenti come i serpenti? Perché parlare di un caso significativo, sempre e solo dopo che per qualche strada è divenuto patrimonio generale? Anche per la dignità delle persone che hanno sofferto, come pure dello stesso protagonista della vicenda, non sarebbe meglio dire pane al pane e vino al vino? Non è proprio il "silenzio coatto" a enfatizzare le normali e umane più o meno gravi debolezze, offrendo in questo modo al tritacarne mediatico il godimento di tagliare a fettine il potente, improvvisamente trascinato giù dal piedistallo?

Il secondo riguarda la storia in sé. Si parla di violenza psicologica, manipolazione e di plagio. Forse tuttavia la "disgrazia" del gesuita è stata quella di essere uomo di successo. A quei tempi era persona capace di incantare le folle, tenendole a bocca aperta per ore ad ammirare il suo eloquio, a far proprie le sue intuizioni, perfino a imitarne l'accento, il modo di agire e di parlare. Era normale che suscitasse simpatie traboccanti fino a sfiorare l'amore spirituale più elevato, come pure cocenti delusioni in grado di scatenare autentici rigurgiti di irrefrenabile odio. Decine di persone avevano scelto a volte con gioia, più raramente quasi costrette, la loro strada nella vita, sollecitate da una capacità non comune di utilizzare la Parola di Dio per determinare i destini individuali. Altre lo avevano tagliato dall'orizzonte della loro esistenza, in preda alla classica disillusione di chi crede di aver trovato il Messia e si accorge di essersi sbagliato.

In fondo, a lui riusciva ciò che alla maggior parte dei preti non riesce, ovvero farsi ascoltare fino al punto da arrivare a controllare le decisioni fondamentali della vita. Il problema è perché o per chi lo si fa. Molto spesso, probabilmente in modo inconsapevole e in piena buona fede, la "presa di possesso" delle anime consente di sentirsi forti, di alleviare e coprire quella solitudine esistenziale profonda che spesso attanaglia chi, per scelta non sempre del tutto libera, vive nell'orizzonte del celibato ecclesiastico. Certo, a volte questo desiderio diventa malsano e si trasforma in manipolazione, soprattutto quando si rivolge a soggetti fragili o che attraversano momenti complessi della loro vita. Del resto, fino a quando non si ha a che fare con il reato di pedofilia, è difficile riconoscere, nei soggetti coinvolti in queste dinamiche, il labile confine esistente tra autentico discernimento spirituale che sostiene le scelte e manipolazione patologica che violenta le coscienze.

Il caso in sé probabilmente si sgonfierebbe da solo o comunque sarebbe riportato nella sua ordinaria dimensione, se esplicitato, per il bene di tutti, in modo meno diplomatico e gesuitico rispetto all'asettica dichiarazione stampa emessa quando proprio non se ne poteva più fare a meno. Ma la domanda sulla cosiddetta "direzione spirituale" è particolarmente importante e delicata. Fino a che punto il consigliere/confessore può spingersi nell'ascoltare e guidare le persone, senza arrivare a violare la loro fondamentale libertà di coscienza? Un eccesso di interferenza porterebbe a un condizionamento venefico, ma un richiamo all'esclusivo primato del giudizio individuale renderebbe sostanzialmente inutile il ruolo stesso di chi ritiene di svolgere un compito educativo. 

Non si può negare che tra i due estremi ci sia anche l'equilibrio di tanti personaggi che hanno saputo tenere un meno eclatante ma più rispettoso atteggiamento, offrendo gli strumenti per "pensare con la propria testa", senza per questo abbandonare i soggetti a sé stessi. Si pensi a un don Milani o a un don Mazzolari, per portare qualche esempio del passato o anche alla cara, sofferta testimonianza di Pierluigi Di Piazza, "uno di noi", che ha fatto della libertà e della giustizia - per sé e per tutti - il proprio programma di vita. 

E' un discorso lungo e delicato, è giusto lasciarsi interpellare dalla cronaca per cercare nuovi e sempre provvisori equilibri.

domenica 4 dicembre 2022

Venerdì 9 alle 18 l'atteso incontro con don Alberto De Nadai al Kulturni dom di Gorizia. Srečanje v petek 9.12. ob 18. uri Kulturni dom Gorica

 

Ecco il comunicato, in lingua italiana e slovena, del Kulturni dom che "annuncia" l'intervista con don Alberto De Nadai, il 9 dicembre alle ore 18. Assolutamente da diffondere, un incontro da non perdere!

Per ricordare i suoi 90 anni appena compiuti e per ripercorrere la storia della Gorizia dal dopoguerra ai nostri giorni attraverso gli occhi e il cuore di don De Nadai, il Kulturni dom di Via Brass 20 e la coop. culturale Maja, propongono un momento di incontro e riflessione che si terrà venerdì 9 dicembre, alle ore 18, sotto la forma di un’intervista a don Alberto, introdotta dal direttore Igor Komel e condotta dal giornalista Andrea Bellavite.

 Don Alberto De Nadai è nato a Salgareda (TV), il 27 novembre 1932. Trapiantato ben presto dalle rive del Piave a quelle dell’Isonzo, è diventato prete nell’Arcidiocesi di Gorizia alla fine degli anni ’50, ordinato dall’Arcivescovo veneto Giacinto Ambrosi. Il suo ministero è nettamente diviso in due parti. La prima lo ha visto vicino al vescovo, come segretario e collaboratore, poi vice rettore del Seminario diocesano, allora situato in Via Alviano, nel grande edificio dove oggi c’è la sezione di Gorizia dell’Università di Trieste. La seconda parte inizia con l’invio del giovane sacerdote nel nuovo quartiere di Sant’Anna, con l’incarico di costruire relazioni tra le persone più che efficaci strutture pastorali. 

A Sant’Anna si prodiga per anni, vicino a ogni parrocchiano, credente o meno, povero o ricco, con una netta predilezione per i più fragili e per i più deboli. Alcune scelte, decise insieme a una delle prime comunità di base d’Italia, portano don Alberto a una vera e propria defenestrazione. Gli anni del Concilio hanno ormai esaurito la loro forza propulsiva e manca il coraggio di incentivare una delle più originali forme di realizzazione comunitaria dei dettami del Vaticano II. Don Alberto viene rimosso dalla parrocchia, non insegna più la religione nelle scuole e si trova costretto a guadagnarsi da vivere svolgendo le mansioni di operaio presso un amico gommista. Prima vive in ricoveri di fortuna, poi riceve un appartamento, in Via Canova 11, che diventerà il suo quartier generale per le grandi imprese sociali che grazie al suo apporto saranno realizzate in città.

Scoprendo con stupore quante persone vivevano tra gli anfratti del monumento demolito al centro del Parco della Rimembranza, fa, per quanto possibile, della sua casa un centro di accoglienza e di conforto. Comprende quanto sia necessario un “luogo” ospitale per tutti coloro che sono senza dimora e fonda la Comunità Arcobaleno, per dare riparo e prospettiva di vita. Avvia poi la Cooperativa Arcobaleno, per favorire l’inserimento lavorativo di quelli che don Milani definiva “gli ultimi”. E’ poi la volta della Tempesta, originale comunità terapeutica per l’uscita dalle dipendenze, autonoma e autogestita. Da instancabile fondatore propone l’apertura dell’Oasi del Preval, per una particolare attenzione ai problemi legati alla salute mentale. Non rigetta mai la scelta di essere nel sacerdozio, la cui dignità difende in ogni modo, anche quando la chiesa diocesana sembra emarginarlo in una sorta di nebbiosa dimenticanza. Esercita il suo ministero sulla strada, incrociando con una parola e con un sorriso ogni cittadina e cittadino, partecipando delle gioie e dei dolori che ogni umana esistenza porta con sé. Questo “servizio sulla via” lo ha portato a essere forse il “goriziano” più conosciuto e apprezzato della città, nonostante una naturale ritrosia alle lodi e alle celebrazioni che lo ha sempre contraddistinto.

In tutta la sua storia, c’è un luogo che non ha lasciato mai, ed è la Casa Circondariale di Via Barzellini, una sorta di seconda casa per lui. Ogni giorno, anche ora che ha varcato la soglia dei 90 anni, don Alberto è “dentro”, per ascoltare, sostenere, aiutare, confortare, ma anche consigliare e se necessario rimproverare. E’ un lavoro culturale e autenticamente spirituale, esercitato volontariamente e gratuitamente, con il solo obiettivo di aiutare i detenuti a riscoprire il senso della vita e la speranza di un ritorno nell’ordinario scorrere dei tempi della società. Il suo è un importante servizio, non tanto alla Chiesa, quanto alla realtà civile del territorio, il richiamo costante alla sofferenza di chi vive nel palazzo più centrale di Gorizia, nel massimo oblio da parte della stragrande parte dei cittadini.

Come in ogni umana avventura, anche in quella di don Alberto non ci sono soltanto rose e fiori, ma anche spine e cardi che hanno segnato il suo percorso, rendendo ancora più forte e più vera la sua esperienza e la sua testimonianza.

L’incontro (ad ingresso libero) è promosso dal Kulturni dom di Gorizia e dalla cooperativa  culturale Maja di Gorizia, nell’ambito del progetto “Čedermaci našega časa” (I protagonisti del nostro tempo), in collaborazione con l’associazione “1001” di Gorizia e con il patrocinio della Regione FVG e l’Unione economica culturale slovena (Skgz) di Gorizia


V petek, 9. decembra 2022 ob 18. uri, bo v Kulturnem domu v Gorici (ul. Brass, 20), srečanje z goriškim župnikom - delavcem Don Albertom De Nadaijem, ob njegovi 90-letnici. Z njim se bo pogovarjal goriški novinar in pisatelj Andrea Bellavite, medtem ko bo uvodno misel podal predsednik Kulturnega doma Igor Komel.

Don Alberto De Nadai je na Goriškem stvaren simbol solidarnosti in vzajemnosti, saj je vse svoje življenje dobesedno »daroval« bližnjemu, oziroma »zadnjim« na družbeni lestvici: revežem, zapornikom, emigrantom, itd. V letih ’80 je bil med osrednjimi pobudniki ustanovitve socialne zadruge Arcobaleno v Gorici, ki se je v naslednjih desetletjih izkazala, kot nadvse pomembno in dobrodošlo zatočišče mnogim, ki jim življenjska pot ni bila posejana s cvetjem. Don Alberto je pri raznih socialnih, mirovnih in solidarnostnih pobudah redno sodeloval z mnogimi goriškimi ustanovami, kamor gre prišteti tudi sodelovanje s Kulturnim domom v Gorici in kulturno zadrugo Maja (Sonce miru, »Kdor takoj pomaga, dvakrat pomaga«, Manifestacija za mir »6. avgust – Hirošima '45« itd.).

Svojevrstni večer prirejata Kulturni dom v Gorici in kulturna zadruga Maja iz  Gorice, (v okviru projekta »Čedermaci našega časa»), v sodelovanju z goriškim Odborom za mir, združenjem Apertamente, zadrugo Arcobaleno in združenjem »1001« ter pod pokroviteljstvom Dežele Fjk.

mercoledì 12 ottobre 2022

Vaticano II, sessanta anni dopo. Alba o tramonto?

L'11 ottobre 1962 si apriva solennemente il Concilio Vaticano II. Si è trattato di un evento, durato poco più di tre anni (8 dicembre 1965), convocato da Giovanni XXIII con l'esplicita intenzione di aggiornare il cammino della Chiesa cattolica al tempo della modernità.

Molte sono le intuizioni innovative che hanno caratterizzato il Concilio. La più eclatante e immediatamente riscontrabile è stata la riforma liturgica, con l'introduzione delle lingue correnti al posto del latino nei riti. La Costituzione Sacrosanctum Concilium, approvata nel 1963, è stato il primo documento fondante approvato, la altre tre Costituzioni (Lumen Gentium sulla Chiesa, Dei Verbum sulla Rivelazione, Gaudium et Spes sul rapporto tra Chiesa Cattolica e Mondo contemporaneo), sono state promulgate successivamente, accanto a molti altri Decreti e Dichiarazioni dedicati a temi specifici, quali l'unità dei cristiani, il rapporto con le religioni, la formazione sacerdotale, le comunicazioni sociali, la scuola, l'apostolato dei laici e tanti altri.

Le altre grandi prospettive, aperte dal Vaticano II, sono meno conosciute e proposte non senza contraddizioni, dovute soprattutto alla necessità di raggiungere compromessi tra gli episcopati tradizionalisti e quelli progressisti. Il metodo di risoluzione delle controversie, basato sull'affermazione contemporanea di diverse posizioni, ha consentito di raggiungere la sostanziale unanimità di voto sulle prese di posizione ufficiali, lasciando nel contempo aperta la discussione su temi di grande importanza. Per esempio, se è vero il definitivo superamento dell'espressione "extra ecclesiam nulla salus", è altrettanto vero che la Lumen Gentium - a differenza della dichiarazione Nostra Aetate - afferma la presenza della pienezza della Verità soltanto nella Chiesa cattolica. Si parla di collegialità episcopale per ciò che concerne la guida della comunità, ma non viene neppure scalfito l'assoluto primato del Papa, meno che meno viene affrontata la questione dell'infallibilità "ex cathedra", proclamata dogmaticamente cento anni prima dal Vaticano I con un dettato a dir poco anacronistico. Si tratta dell'equiparazione della dignità di servizio tra laici e presbiteri, ma si ribadisce la distinzione addirittura "ontologica" tra sacerdozio battesimale e ministeriale. Si sottolinea il primato della libertà di coscienza sull'obbedienza alla legge, ma si ribadisce che l'unica realtà deputata alla corretta interpretazione della Scrittura e della Tradizione è quella del Magistero dei Vescovi in unione con il "Sommo Pontefice". Si raccomandano la piena partecipazione del cristiano alla vita pubblica e sociale e la scelta di un ripudio costante della guerra come strumento di risoluzione delle controversie tra le persone e i popoli, ma non si avviano processi di allontanamento dai privilegi e collateralismi politici e culturali che hanno spesso infangato il buon nome della Chiesa. Si proclama la libertà nei confronti dei beni materiali e terreni, ma non viene neppure sfiorata l'idea di uno smantellamento della Città del Vaticano, ultimo residuo di un potere temporale che dovrebbe essere considerato ormai definitivamente superato dalla Storia.

L'impressione è dunque che il Concilio Vaticano II abbia preso atto dei grandi cambiamenti che hanno interessato tutte le società planetarie negli ultimi due secoli, ma che non abbia voluto "definire" nulla, lasciando il compito di spostare i confini dell'interpretazione - più a destra o a sinistra, per usare categorie politiche - alle generazioni successive. Il che poi è accaduto, con molte tensioni, verso la Tradizione o verso il progresso, che hanno portato più volte la Chiesa sull'orlo dello scisma. Gli stessi vescovi di Roma che si sono succeduti hanno rilevato nella loro stessa persona tali contraddizioni. Paolo VI è colui che ha voluto continuare e portare a termine il Concilio, dopo la morte di Roncalli. Ha seguito i primi passi della sua applicazione, ondeggiando in modo assai sofferto tra innovazione (Populorum Progressio) e conservazione (Humanae Vitae). Giovanni Paolo I, nella sua brevissima esperienza durata appena un mese, ha avuto il tempo di passare dal plurale maiestatis alla prima persona singolare, ma anche di prendere in esame il dossier economico della Santa Sede, conoscenza che secondo le teorie complottiste ma non del tutto peregrine, sarebbe alla base della sua morte improvvisa. Giovanni Paolo II ha avuto una presenza molto incisiva sul piano delle relazioni ad extra, c'è chi lo riconosce come concausa del crollo dei muri tra est e ovest d'Europa, ma ha confermato con una certa rigidezza le posizioni meno avanzate del Concilio per ciò che concerne la vita interna della Chiesa. La sua posizione è stata enfatizzata dal suo successore, papa Ratzinger che con raffinata visione teologica ha ribadito la chiave ermeneutica della filosofia aristotelica e tomista come unica fondante l'identità teologica dei cristiani, lasciandosi poi travolgere da un'incredibile serie di scandali vaticani che lo hanno portato alle repentine e inattese dimissioni "per motivi di salute". Francesco ha affrontato il pontificato offrendo un campionario di atteggiamenti che hanno suscitato entusiasmo in una parte più avanzata della comunità credente e critiche anche feroci - spinte fino ai dubbi sulla legittimità dell'elezione - nell'altra parte più conservatrice.

In questa situazione, non basta dire che "occorre solo applicare i dettati conciliari", perché questo è già stato tentato negli ultimi sessanta anni, con il risultato di un'incertezza venefica sul cammino da seguire. E' vero anche che affermare tutto e il contrario di tutto può nell'immediato evitare scontri insanabili, ma a lungo andare il dubbio permanente può risultare molto più pericoloso e condurre all'insignificanza di posizioni sempre contraddette da quelle opposte. C'è bisogno invece di un nuovo Concilio, aperto anche alle altre chiese, alle religioni, ai diversi ateismi. Potrebbe essere un'assemblea mondiale di rappresentanti di alto livello, uniti nella ricerca di nuove coraggiose prospettive da offrire alla Chiesa cattolica del Terzo Millennio. Una simile assise avrebbe la legittimazione teologica e sociale per orientare autorevolmente le speranze suscitate dall'alba del Concilio Vaticano II, evitando che l'aurora si trasformi direttamente in tramonto. 

giovedì 29 settembre 2022

Un libro di Pier Paolo Gratton su Pietro Cocolin, arcivescovo di Gorizia tra il 1967 e il 1982

 

Pier Paolo Gratton, giornalista di Ruda, ha scritto un libro molto interessante, dedicato a Mons. Pietro Cocolin, arcivescovo di Gorizia dal 1967 al 1982. Sarà presentato ufficialmente venerdì 7 ottobre, alle ore 18 presso il Kulturni dom di Gorizia (Via Brass), dall'autore, insieme al direttore del Kulturni Igor Komel, al sindaco di Ruda Franco Lenarduzzi, al vicario generale dell'Arcidiocesi mons. Armando Zorzin e ad Andrea Bellavite (sì, proprio io), che ha avuto l'onore di curare la prefazione. In anteprima il volume sarà presentato anche a Ruda, sabato 1 ottobre, alle ore 10.30.

L'autore, con ampia documentazione in parte archivistica ma soprattutto testimoniale, ricostruisce un brano di storia del territorio, incentrandolo sull'esistenza del presule chiamato a reggere la chiesa isontina negli anni immediatamente successivi alla celebrazione del Concilio Vaticano II.

Nella prima parte, dedicata all'infanzia e all'adolescenza di Pietro, vengono delicatamente delineate la situazione della Bassa Friulana nel primo dopoguerra, la condizione degli agricoltori durante il fascismo e la tragedia della seconda guerra mondiale, dalla nascita (1920) fino all'ordinazione sacerdotale (1944). Vengono poi raccontati i primi passi del ministero, dagli entusiasmanti impegni giovanili a Cormons alle responsabilità parrocchiali a Terzo d'Aquileia, ad Aquileia e infine a Monfalcone. Seguono gli anni della guida pastorale dell'arcidiocesi, segnati da una parte dalle speranze di rinnovamento scaturite dal recente Concilio, dall'altra dalle progressive difficoltà e incomprensioni, anche con parte dei più diretti collaboratori. Sono quindici anni di conquiste, importanti anche per l'intera società civile, basti pensare all'apertura della dimensione missionaria, all'approfondimento culturale portato avanti con l'aiuto del settimanale diocesano, alla passione per il pionieristico dialogo con il mondo sloveno di Nova Gorica e dintorni, all'ampia pagina dedicata all'azione caritativa. Ma è un periodo anche di incertezze, come nel caso della fine dell'esperienza pilota della comunità di base di Sant'Anna o nella difficoltà di avviare quel convegno ecclesiale che avrebbe dovuto dare un nuovo volto alla comunità diocesana e che si è invece interrotto sul nascere, a causa dell'improvvisa malattia che lo ha condotto rapidamente alla morte.

Sono molte le considerazioni che il libro di Gratton suscita, da quelle propriamente storiche a quelle biografiche. Tra le altre, una prima è rilevata con forza dall'autore, cioè la richiesta di ottemperare a una delle ultime volontà dell'arcivescovo, quella di poter essere seppellito in qualche angolo della da lui amatissima basilica di Aquileia. Un secondo pensiero, più personale, è legato alla riflessione suscitata dal titolo e legata alla solitudine del vescovo, ma anche del prete, uomini dedicati totalmente al servizio di un Dio trascendente e a una fragile umanità desiderosa di ricevere affetto e compagnia. In questa proiezione radicale verso l'alto e verso l'altro, emerge il dramma della naturale limitatezza che impedisce quasi sempre di realizzare l'impresa, cosicché il comandamento nuovo di "amare il prossimo tuo" risulta sempre maggiore di quello richiesto dal Vangelo, "... come te stesso". Come non chiedersi se l'alto prezzo della solitudine esistenziale che consegue dalla cosiddetta "consacrazione", sia proprio quello richiesto dal Maestro?

lunedì 7 febbraio 2022

Francesco, una voce nel deserto?

Prima di essere cancellato dal rapidissimo tritacarne mediatico, tra la fine del Festival di Sanremo e le ormai prossime "restrizioni delle restrizioni" pandemiche, fa discutere ancora per oggi l'intervista di Fabio Fazio a Papa Francesco. 

Le parole del Vescovo di Roma non sono nuove, i concetti sono quelli più volte ripetuti nel suo alto Magistero. Ha parlato delle tragedie del mondo attuale, del virus globale, soprattutto delle difficili situazioni provocate dalle guerre e dell'imprescindibile necessità di garantire i diritti dei migranti e di accoglierli ovunque come a casa propria. Sono proposte note, assolutamente nuovo è stato il contenitore, la trasmissione Che Tempo Che Fa, un vero e proprio salotto televisivo capace di portare la parola degli ospiti in milioni di case degli italiani.

C'è chi si è scandalizzato per questa scelta, ritenendola espressione di un impoverimento spirituale se non di una vera e propria desacralizzazione del ruolo apicale del cattolicesimo romano. E c'è chi si è entusiasmato, sia dell'umiltà di un Pontefice volontariamente affidato alle domande di un sia pur famoso conduttore che soprattutto dei contenuti pregni di sacrosanta denuncia e di autorevole speranza.

Condividendo fin dall'inizio , e anche prima! le idee e le prospettive di questo Pontificato, ritengo che esagerino sia i pochi denigratori - alcuni dei quali si spingono a ipotizzare la nullità del conclave seguito alle "dimissioni" di Ratzinger - che i tantissimi estimatori.

I primi sognano un tempo ormai definitivamente superato dallo scorrere del tempo e della storia. Non è più sostenibile la figura di un "pontefice" inteso come mediatore tra il cielo e la terra, staccato dalla base dei fedeli credenti e appartato nel silenzio e nell'assoluto distacco delle stanze vaticane. Francesco corre sulla strada dei suoi predecessori, accentuando intuizioni e atteggiamenti già sdoganati, in particolare da Giovanni Paolo II del quale si ricorda un intervento telefonico in (vera) diretta durante la trasmissione condotta da Bruno Vespa. In questo modo la comunicazione oltrepassa la sfera di coloro che sono d'accordo e raggiunge le case di tutti, credenti o non credenti, convinti o non convinti che siano. 

I secondi, forse anche preso atto del basso livello medio delle proposte ordinarie, sembrano cadere dalle nuvole, esprimendo a gran voce le lodi sperticate nei confronti di colui che "come un buon Padre, sa emozionare le persone", smascherando le terribili violenze del nostro tempo irrorandole con parole piene di impegno e di speranza. In realtà, analizzando il suo dire, si naviga nel mare tranquillo dell'assoluto buon senso e si ha la sensazione di non poter essere altro che d'accordo con ciò che si ascolta, senza quei sobbalzi sulla sedia senza i quali nulla può veramente cambiare, nel profondo delle coscienze come pure in una prassi politica in grado di sovvertire un sistema così ramificato e potente come quello capitalista.

La questione rimane aperta, non certo quella se un papa faccia bene o male ad andare in televisione, ma quella che riguarda la specificità del suo ruolo e di conseguenza dell'incidenza delle sue parole. Francesco, come il Dalai Lama e non molte altre personalità nel Mondo, essenzialmente esprime un richiamo di ordine etico e morale. Quali sono i fondamenti dell'azione umana e in che modo essi devono influenzare il modo di agire di ciascun individuo e dell'intera collettività?

La concezione del mondo radicata nel cristianesimo presuppone la fraternità e sororità universali, per questo l'enciclica Fratelli tutti può essere considerata la sintesi centrale del cattolicesimo "francescano". Se questo è il fondamento etico, la consapevolezza di appartenere alla medesima umana famiglia collocata nello tesso spazio vitale che è la madre Terra, la condanna della guerra, della violenza, del rifiuto dell'accoglienza e della catastrofe ecologica è soltanto un'ovvia e immediata conseguenza morale. Ben venga chi porta questo richiamo a un Pianeta soffocato dalla stretta imperialista delle multinazionali, dalla crescente fame e dalle mille minacce di conflitto generalizzato che da un momento all'altro potrebbero concretizzarsi.

Ciò che non funziona nell'eccessivo entusiasmo dei sostenitori è la mancata distinzione tra il livello etico e quello politico. Non che le due dimensioni siano del tutto separate, ma è necessario guardarsi dall'identificarle. La politica è la traduzione in termini di concreta convivenza civile delle istanze etiche. In un contesto democratico, essa deve per definizione tenere conto delle diverse sensibilità, anzi proprio delle diverse etiche esistenti su un determinato territorio. In questo modo, ciò che sembra ovvio, l'invito a fare la pace piuttosto che la guerra, ad accogliersi reciprocamente piuttosto che rifiutarsi, a trasformare le lance in falci e a contemplare il lupo che pascola beatamente con l'agnello, deve essere attraversato dal vaglio micidiale del consenso, senza il quale le più belle idee restano patrimonio di un'insignificante minoranza. 

Che fare allora? 

Il papa dovrebbe sollecitare quanto prima la fine dello Stato della Città del Vaticano. Solo libero dal ruolo di Capo di uno Stato che possiede enormi capitali e proprietà, totalmente e anche ben inserito nelle dinamiche economiche, politiche e finanziarie del Capitalismo attuale, potrebbe pronunciare discorsi in grado di trascinare in modo nonviolento oltre un miliardo di esseri umani nella contestazione di un ordine planetario gigantesco e disumano.

Il compito dei politici che l'ascoltano con tanto entusiasmo e si spellano letteralmente le mani ascoltando Mattarella nell'intervento di re-insediamento presidenziale, appare decisamente più facile, almeno all'apparenza. Devono chiedersi perché ciò che ascoltano non si trasforma in legge da essi stessi preparata e approvata, in progetto politico riguardante il diritto al lavoro, alla salute, alla libera circolazione in Italia e in Europa, a un'autentica pace fondata sulla giustizia sociale. Se non lo fanno, tutti insieme, sia pur provenendo da diverse visioni della vita e della socialità, gli unanimi entusiasmi difficilmente travalicano il vaso colorato dell'ipocrisia. E le parole mediatiche di un alto magistero quale quello di Francesco si perdono nel vento dell'etere che tutto omologa, riduce e fa sparire dal tempo.  

martedì 25 gennaio 2022

Un intenso giorno di gennaio

 Molti sono i temi che caratterizzano questa giornata.

Il più importante riguarda i sei anni dal rapimento di Giulio Regeni. A Fiumicello l'evento viene ricordato con un importante meeting, nel corso del quale personaggi noti e meno noti del mondo giornalistico, culturale e sociale porteranno la loro testimonianza e la loro attiva adesione alla lotta per la verità e la giustizia. La famiglia Regeni, insieme all'avvocato Alessandra Ballerini, ha coinvolto ormai milioni di persone in Italia e in Europa, denunciando incessantemente i terribili soprusi che si compiono in Egitto (e non solo!) e invocando che sia fatta piena luce sui fatti di fine gennaio 2016. Hanno insegnato che non ci si deve stancare o demoralizzare mai, quando si è schierati nella lotta appunto, per la verità e per la giustizia.

A proposito, si torna a parlare di venti di guerra, anche se la preoccupazione per la grave crisi tra Russia e Ucraina sembra - almeno in Italia - soffocata da quella per la diffusione del coronavirus e naturalmente dalla curiosità riguardo al prossimo Presidente della Repubblica. In realtà la situazione è particolarmente difficile, sospesa tra rivendicazioni territoriali russe, possibilità di accoglienza dell'Ucraina nella NATO, tutela dei diritti delle persone, spaccatura dei Paesi dell'Unione europea e posizione quanto meno confusa del presidente USA Biden. E' auspicabile che il tutto non degeneri, ma occorre particolare delicatezza e attenzione. A volte una guerra scoppia a causa di qualche piccolo errore dell'uno, dell'altro o di entrambi i contendenti. Nel mondo globalizzato, il rischio è quello di un effetto domino che potrebbe trasformare un fragile accordo diplomatico in scintilla dagli effetti imprevedibili e devastanti. Molto interessante e istruttivo, riguardo questo argomento, è il film Monaco. Sull'orlo di una guerra, del regista tedesco Christian Schwochow (2021), sulla preparazione, svolgimento e conseguenze del Patto di Monaco. sia pur in una situazione totalmente diversa, a livello di metodo si possono individuare inquietanti similitudini.

Infine si sta arrivando al momento decisivo per ciò che concerne l'elezione del Presidente. Dando per scontato la necessità di oltrepassare i primi tre scrutini che richiedono i due terzi dei votanti, le singole operazioni di voto per il momento non interessano molto. E' più importante osservare l'altalena dei nomi che vengono posti uno dopo l'altro sul tavolo della trattativa. Draghi, entrato in conclave papa, sembra ormai certo che ne uscirà cardinale, essendo troppo difficile il nodo della sostituzione del Presidente del Consiglio, senza sciogliere il quale si andrebbe direttamente alla tanto temuta (da deputati e senatori) fine anticipata di un anno della Legislatura. Se non il "Migliore" - tanto amato dal neoliberismo europeo e mondiale targato Goldman Sachs - chi potrebbe salire al Quirinale? Molto difficile prevederlo, anche perché la scelta è demandato esclusivamente ai Mille grandi elettori, non sempre inclini ad ascoltare i numerosi suggerimenti provenienti dalla base, che tendenzialmente vorrebbe finalmente come Presidente una donna, possibilmente non troppo avanti con l'età, impegnata nella società civile, con una buona conoscenza del funzionamento delle istituzioni e delle dinamiche della democrazia rappresentativa. Non dovrebbe essere così difficile trovare una persona così!

Si conclude infine oggi, data in cui il calendario cattolico ricorda la Conversione di san Paolo, la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. La situazione della cristianità e quella più in generale del mondo sono talmente complesse da porre in secondo piano quello che fino a qualche anno fa era ritenuto una delle maggiori urgenze, ovvero il dialogo ecumenico tra le diverse forme del cristianesimo storico. Sono solo piccole ma rumorose frange tradizionaliste a rimanere ancorate all'antico detto "extra ecclesiam nulla salus", intendendo con "chiesa" soltanto quella cattolica. Chi, se non qualche ben preparato studioso di storia oppure qualche fanatico fedele "filomedioevale" si interessa alle sottigliezze teologiche che differenziano il cattolicesimo dall'ortodossia e dal protestantesimo? Si è ben più preoccupati dalle minacce globali, da quelle legate al riscaldamento globale alle guerre già in corso, dalla fragilità di fronte alle esplosioni di potenza della Natura alla debolezza risocperta nell'epoca del virus pandemico. In questa situazione, un vento di crisi infuria sulla Chiesa di Roma, indipendentemente dagli entusiasmi, ma anche dalle delusioni suscitate da papa Bergoglio. Viene tirato in ballo perfino il cosiddetto "papa emerito". Dibattendo sul sesso degli angeli e su questioni di lana caprina, alcuni ritengono che non si sia realmente dimesso e che quindi il suo "successore" sarebbe un antipapa usurpatore del trono di Pietro. Più drammaticamente, il mite Ratzinger, nonostante la debolezza e la malattia, viene esplicitamente accusato di aver coperto situazioni di pedofilia e incappa - lui o chi per lui - in un clamoroso errore, costretto a smentire sé stesso. La questione degli abusi realizzati e sottaciuti, è ormai arrivata ai piani alti del Vaticano, mescolandosi a quella degli scandali finanziari e dei (molti) gialli irrisolti, primo fra tutti quello di Emanuela Orlandi. Insomma, c'è da aspettarsi di tutto! 

venerdì 21 gennaio 2022

Il celibato infelice. Pensieri e proposte...

Lo scandalo della pedofilia continua a mettere in croce la Chiesa cattolica, giungendo perfino a coinvolgere il vecchio ex papa Ratzinger. Da una ventina d'anni, da una parte o dall'altra del Pianeta, viene alla luce uno scandalo, come un'eruzione vulcanica che coinvolge preti, vescovi e cardinali, sia perché direttamente colpevoli che in quanto copritori, con il loro silenzio, delle malefatte dei propri sacerdoti.

Quello che impressiona non è soltanto il numero esorbitante di casi finora relegati nell'oscurità, ma il sistema di protezioni e omertà che ha consentito alla piaga criminosa di proliferare e diffondersi ovunque come un virus pernicioso e odioso. E' vero che ormai la questione è sotto gli occhi di tutti e anche le guide delle comunità cattoliche sono corse ai ripari. E' anche vero che c'è stato bisogno delle denunce delle vittime e delle azioni penali dei tribunali civili per far scattare, con molto ritardo, la triste e quasi quotidiana sequela di ammissioni di colpevolezza, quando proprio non se ne può fare a meno.

La spiegazione più semplice è scaricare l'intera responsabilità sui criminali, presentandoli come mele marce, come squallidi approfittatori della propria autorità morale per devastare la psiche e il fisico dei più piccoli e dei più deboli. In effetti nei soggetti condannati è evidente una fragilità psichica e una fondamentale incapacità congenita di relazioni. L'aspetto patologico non giustifica in alcun modo gli atti di pedofilia, ma chiama inevitabilmente in causa anche l'istituzione cattolica, i cui "capi" non se la possono cavare soltanto prendendo le distanze da coloro che sono stati accusati nell'ambito della giustizia ordinaria.

Da questo punto di vista, tanti sono i punti deboli della Chiesa Cattolica in quanto tale. Il primo e più immediato è legato alla questione del celibato imposto a coloro che desiderano diventare sacerdoti. La condizione di vita di un celibe, privato non solo della possibilità di sposarsi, ma anche di una vita affettiva completa, non per scelta o necessità ma per obbligo, è di per sé stessa contro natura. Tale situazione, esclusi i rari casi di piena consapevole convinta e motivata decisione, crea nella maggior parte degli altri la necessità di compensazioni spesso poco rispettose della dignità propria o dei soggetti maggiorenni liberamente coinvolti. In caso di particolare immaturità, l'orribile pianta della violenza sui bambini, fondata sul principio di sacralità della figura del religioso e corredata dall'ingiunzione del silenzio, trova spesso terreno fecondo in un celibato coatto e mal sopportato. Quando la Chiesa Cattolica affronterà in termini risolutivi e normativi questo ormai vetusto, grave problema?

In secondo luogo, il numero delle cosiddette "mele marce" è talmente elevato da mettere in discussione la professionalità e competenza degli agricoltori. Come è possibile che dai Seminari, dopo gli anni del Concilio per un breve periodo soggetti a interessanti sperimentazioni al momento interrotte, escano tanti giovani killer delle anime, presuntuosi, arroganti, senza scrupoli, quando non appunto criminali? Quanto si affrontano i temi più sensibili e delicati, anche riguardo alla stessa esperienza personale dei candidati al sacerdozio? Quanto spazio viene dato alla maturazione psicologica, alla comprensione delle vere motivazioni delle scelte, al di là dei pur indispensabili studi teologici e dei rari colloqui con gli operatori sanitari? Non è che forse venga dato un po' tutto per scontato, data la grande crisi di vocazioni che costringe le chiese particolari nazionali a continui cambiamenti e adeguamenti pastorali? In termini più drastici, è ancora necessario il "Seminario" - almeno così come ancora è - per la formazione del clero?

C'è infine da affrontare una tematica prettamente teologica, ovvero la necessità urgente di rimettere mano alla concezione del ministero di guida nelle comunità cattoliche che deve tornare a essere funzionale e non sacrale. E' fin troppo semplice leggere nel Nuovo Testamento e negli scritti dei Padri dei primi secoli come "in principio" non esistesse alcuna forma di gerarchia "sacra" all'interno dei gruppi cristiani. Il diacono è, come dice la parola derivata dal greco, il "servitore", il presbitero l'"anziano" preposto alla guida di una comunità e il "vescovo" il sorvegliante che coordina un'intera zona suddivisa in diversi settori. Solo dopo la svolta costantiniana a ancor di più teodosiana del IV secolo, il presbitero diventa "sacerdote" (cioè colui che dà il sacro, in una mediazione che il Vangelo di Gesù aveva abolito), il vescovo "pontefice" (colui che crea i ponti fra il divino e l'umano) e il vescovo di Roma, detto anche Papa, addirittura "Sua Santità". Fino al IV secolo la guida è legata alla specifica "funzione", poi diventa prerogativa "sacra", sulla base del sacramento dell'Ordine che distingue il sacerdote dal battezzato non solo sulla base del compito da svolgere, ma anche della sua "essenza". Cosa significhi questa acquisita differenza ontologica di "essenza", ribadita purtroppo perfino nel Vaticano II, non lo si capisce bene. 

Certo, portare sul piano dell'identità personale una simile distinzione, conferisce al cosiddetto "consacrato" un'autorevolezza immane, fondata sull'identificazione con l'Assoluto. E da tale innalzamento fino al cielo di una creatura debole incapace perfino di calpestare la terra, non può derivare nulla di buono. Se invece non fosse altro che un coordinatore della vita comunitaria, non ci sarebbe un affiliato a una casta divina da difendere, ma solo un essere umano che sbaglia, da assicurare alla giustizia, costringendolo a scontare la giusta pena per le colpe di cui è responsabile, aiutandolo piuttosto in un percorso di maturazione affettiva, personale e anche spirituale.

domenica 17 ottobre 2021

Canti partigiani nella chiesa di Sveta gora (Monte santo)

Sta per iniziare il concerto, presbiterio di Sveta gora
L'orchestra e il coro Partizanski pevski zbor di Ljubljana hanno accompagnato, lo scorso sabato pomeriggio nella chiesa di Monte santo (Sveta gora), la celebrazione in memoria dei partigiani caduti per la libertà. Nel corso di una solenne Messa, sono stati ricordati coloro che hanno donato la loro vita nella lotta di Liberazione dal nazifascismo, coloro che hanno contribuito in modo decisivo non solo a sconfiggere gli oppressori, ma anche a salvare la vita, la cultura e l'arte del popolo sloveno.

Dopo il momento liturgico, musicisti e suonatori hanno riempito il presbiterio, offrendo a tutti i presenti uno straordinario concerto di canti partigiani. Con un arrangiamento musicale delicato e coinvolgente, hanno entusiasmato ed emozionato. Le parole e le note che risuonavano sotto le volte del tempio mariano, hanno consentito di comprendere quanto l'esperienza della fede - nella sua dimensione più profonda e autenticamente laica - possa essere radicata nel cuore delle persone. Quando non viene soffocata nella prigione delle prescrizioni religiose o delle regole canoniche, può diventare punto di riferimento e di profonda comunione tra persone che hanno i medesimi obiettivi esistenziali, anche se appartenenti a differenti concezioni del mondo.

In Italia nelle chiese cattoliche non è - almeno ufficialmente - consentito eseguire canti o brani musicali non legati direttamente alla ritualità, addirittura spesso si arriva a vietare Beethoven o Mozart, in quanto alcune loro composizioni non sono finalizzate alla liturgia e quindi non sono ritenute degne di una chiesa. Chi ha avuto la sorte di partecipare al bellissimo concerto a Monte santo, si è sentito coinvolto dall'armonia e dalla forza delle musiche partigiane, ma soprattutto si è sentito parte di un'umanità solidale, accomunata dal desiderio di costruire, anche a costo della propria vita, un mondo migliore, radicato in una pace che non può essere autentica senza giustizia e senza libertà.

In questo senso l'evento è stato veramente "sacro", intendendo con tale concetto ciò che vince l'egoismo e fa sì che la persona vada oltre alla propria dimensione individuale e si senta corresponsabile del bene da seminare tra gli altri esseri umani e più in generale tra tutti i viventi. Ci si può in questo modo davvero riconoscere tutte e tutti, sorelle e fratelli o, come più volte ripetute sabato, compagne e compagni nel cammino della medesima umanità.

Padre Bogdan Knavs
Regista e guida di questo avvenimento è stato padre Bogdan Knavs, l'attuale giovane, decisamente coraggioso e intraprendente guardiano del santuario. Una guida come lui potrà veramente fare di Monte santo/Sveta gora ciò che è stato nei secoli passati, ma con nuovi e ancora inesplorati orizzonti. Per le genti slovene, friulane e italiane è sempre stato un importante riferimento, visibile semplicemente alzando lo sguardo dalla Laguna di Grado alla campagna aquileiese, dalle montagne innalzate sulle valli dell'Isonzo e della Vipava, dalle città di Gorizia e Nova Gorica. Ora, anche in vista della capitale europea della Cultura 2025, potrebbe essere un luogo di spiritualità universale, dove potersi incontrare come credenti e non credenti, come appartenenti a differenti concezioni della vita e della fede, come partigiani che lottano per la libertà dei propri popoli, ma anche per l'abbattimento dei muri e dei reticolati che impediscono all'Europa di essere modello di accoglienza e umanità, "una" nella valorizzazione delle sue diversità.