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martedì 25 agosto 2026

Ghiacciai "perenni" e montagne "incrollabili" (?)

La Marmolada, dal passo Sella
Si è cresciuti ripetendo la poesia dei ghiacciai perenni e dell'essere saldi come le montagne. Chi se lo poteva permettere, senza scomodare il Monte Bianco o il Rosa, fuori dalla stagione invernale andava sulla Marmolada o sul GrossGlockner a sfidare i crepacci. Chi desiderava misurarsi, con rispetto e trepidazione, con la grandezza delle montagne, anche se non affrontava la nord della Grande di Lavaredo, poteva godersi ardite ferrate o semplicemente percorrere piacevoli sentieri escursionistici ai piedi delle pareti strapiombanti.

L'estate 2026, come e molto più degli anni precedenti, ha aperto uno squarcio nelle tutt'altro che incrollabili certezze del linguaggio: i ghiacciai non sono più perenni, si stanno sciogliendo a vista d'occhio, con lo zero termico oltre i 4500 metri e le cascate d'acqua che irrigano le pareti piramidali del Cervino. Le montagne non sono più salde, con crolli impressionanti dai blocchi massicci del Pelmo e della Moiazza, con scariche di sassi e pietre giganti un po' ovunque. Il caschetto, normale compagno di tante avventure, è diventato un'indispensabile precauzione, da non dimenticare anche negli apparentemente semplici attaversamenti dei prati.

Ci si mettono anche gli incendi - e che incendi! - a frammentare, spezzare, devastare non solo i boschi ma anche le ghiaie sottostanti e alle quote più alte il permafrost, vera e propria provvidenziale colla che aggrega la materia, sembra ormai piegato, quasi definitivamente, alla dura legge del cambiamento climatico.

Ecco, forse si è dato uno sguardo distratto alle fotografie di questo agosto, ci si è lasciati sfuggire un oh di meraviglia davanti al fumo provocato dai ciclopici crolli, si è criticato i numerosi indisciplinati che ignorando gli avvisi si sono trovati nel mezzo di pericolose piogge di frammenti.

Ma anche chi non ama particolarmente la montagna, non può provare un sentimento di angoscia nel vedere ciò che sta accadendo. In un lasso di una manciata di decenni, la situazione si è modificata quanto nell'intera plurimillenaria era postglaciale precedente. E basta avere trent'anni per poterlo testimoniare! 

Insomma, sembra che il declino sia irreversibile e che tra breve non esisteranno più le nevi perenni che hanno ispirato l'Hemingway del Kilimangiaro e che non avrà più senso paragonare la saldezza morale alla stabilità dei picchi rocciosi. Non solo la natura, ma anche il linguaggio sarà costretto a cambiare, come peraltro aveva profetizzato l'indimenticabile Dino Buzzati. E forse, questa è solo la metonimia di un frammento che denuncia la gravità del Tutto. 

martedì 18 agosto 2026

Le sorgenti del Po e un viaggio ricco di incontri

Sì, sono arrivato anch'io fino alla sorgente del Po. E ho raccolto la gelida acqua, sotto lo sguardo corrucciato del Monviso, in una borraccia con il logo di Nova Gorica e Gorizia capitale europea della Cultura.

Non l'ho fatto per rivendicare l'indipendenza della Padania, neppure per affermare qualche orgoglioso primato nazionale - pochi sanno che il fiume più lungo che bagna l'Italia non è il Po, ma la Drava.

L'ho fatto perché ogni sorgente richiama il mistero della Vita, è un inizio e in ogni inizio c'è sempre una sensazione di attesa, di speranza, di desiderio di immortalità. E anche perché è un bellissimo posto, il fiume nasce nel cuore di un anfiteatro spettacolare di guglie, di ghiaia, di rocce e di fiori.

Soprattutto mi ha portato alle sorgenti dell'antico Padum la passione per l'incontro, per quello con le persone che hanno qualcosa di veramente interessante da comunicare, che sono drammaticamente appassionate all'umana avventura. Spero che non se la prendano se le tiro in ballo e le ringrazio per la loro presenza.

La prima è Nella, amica ormai di lunga data, tessitrice instancabile di relazioni, capace di trattare ogni persona riconoscendole la dignità che merita, sia essa quella che per il mondo è una celebrità, sia essa il viandante vestito di stracci che chiede un giaciglio per una notte. Nella mi ha insegnato che non esistono i "vip", o meglio, che ogni essere umano, in quanto tale, è un vip, cioè una "persona molto importante". E poi mi ha testimoniato la religione dell'accoglienza, della fede intensa svincolata da ogni forma, la capacità di criticare senza giudicare, di essere di parte senza soffocare la posizione dell'altro, di gioire delle gioie e di condividere le sofferenze di ogni vivente. Soprattutto Nella è la personificazione dell'Amicizia, visibile quando è necessario esserci, invisibile quando rimane sospesa nell'aria, come una dolce sensazione.

Grazie a Nella, abbiamo incontrato Anna e Riccardo. Una cena da una parte, un'altra cena e una notte nella loro semplice e splendida casa, abbarbicata in mezzo alle montagne, nascosta in un fitto bosco. Lei è esperta di informatica, ha una grande storia da raccontare, un importante impegno dalla parte delle persone con disabilità. Lui è uno straordinario fotografo, nonchè un incredibile viandante. Ha percorso a piedi le Alpi e gli Appennini, l'intero sistema delle coste italiane, ha individuato e indicato il Cammino Italia. Con Anna, qualche hanno fa, ha camminato per 365 giorni in giro per l'Europa. Lei ne ha scritto un meraviglioso libro per bambini, insieme hanno pubblicato un volume con fotografie mozzafiato e testi da non dimenticare. Insomma, personaggi che non si possono descrivere in poche righe, se non cercando di riproporre la sensazione di bellezza, di pace, oserei dire di gioia profonda e autentica umanità che la loro compagnia ha suscitato in noi. L'incontro con loro è stata una vera e propria "storia viandante", nella condivisone dello "spirito dei piedi".

Come nel domino, da pedina nasce pedina e dall'incontro nasce un altro incontro, sempre intorno alla sorgente del Po. E così, con una certa trepidazione, siamo arrivati alla casa di Leda e Fredo. Si è parlato in solveno e italiano, si è discusso di lingue e culture vicine e lontane nel tempo e nello spazio, di religioni antiche e di percezioni moderne, perfino di Nova Gorica e di Aquileia. Si sono scoperti amici cari comuni. Tutto questo senza dimenticare di essere davanti a uno dei più straordinari sceneggiatori e registi italiani, premiato tra l'altro anche all'Amidei di Gorizia. Con Fredo il tema più avvincente è stato - potrei dire quasi inevitabilmente - quello del divino, la Presenza o l'Assenza di Dio, domanda sul confine tra memoria e desiderio, evidente anche in tutte le sue opere, una trasposizione della profondità del suo sguardo nella contemplazione del naturale e dell'umano.

Come dimenticare infine le strette di mano inattese, le porte aperte di case misteriose, le storie soltanto sfiorate? Come quella del giovane titolare del negozio "La malga in città", capace di raccontare con indomita passione la vicenda dei pastori e dei malgari, oltre che di svelare i segreti per realizzare un formaggio che narra, attraverso il gusto potente, gli alpeggi e la consapevole moderna quotidianità di chi decide di vivere "lassù". O come quella di Ludovica, pronta a spalancare senza timore la porta di una casa da lei stessa affrescata e arredata, uno scrigno di tesori di arte e di cultura. Tra gli altri, c'è un inatteso e finora inedito Cristo della trincea, simile, ma non identico a quello della Basilica di Aquileia, forse un Edmondo Furlan ancora più accorato, malinconico e scandalizzato dall'orrore della guerra. E infine, un pensiero grato va anche a Gustav, un mito sportivo della mia gioventù. L'abbiamo incontrato nel suo albergo di Trafoi e ha accettato di scambiare due parole. Sì, letteralmente due, perché il di più con lui è di troppo, le parole hanno un peso, sono preziose e non devono essere sprecate. Ma in quei pochi minuti si è manifestata la semplicità, l'umiltà, la discrezione di un uomo che ha ottenuto dei risultati strabilianti come sciatore e che avrebbe molto da insegnare, a tanti "idoli" sportivi strafottenti e arroganti, cosa significhi essere campioni di umanità.

Ecco e per ora, de hoc satis.

sabato 20 giugno 2026

Sol-stizio

Il 21 giugno, alle ore 10.24, ci sarà il solstizio. Il sole apparentemente fermerà la sua corsa e inizierà il suo percorso a ritroso. Nel suo sorgere, raggiungerà la massima distanza distanza nord dall'equatore, sarà allo zenit del Tropico del Cancro.

Sarà un istante. Ma quanto "è" un istante, come poterlo misurare. E' come il punto, se non esistesse non ci potrebbero essere le linee e i piani, eppure è impossibile determinarne l'essenza. Per quanto lo si possa analizzare, il punto rimane sempre inaccessibile, non solo ci è impedito di definirlo, ma anche possiamo metterne in discussione la stessa esistenza. Tutto è determinato dall'esistenza del punto, ma di esso non possiamo neppure dire che esista.

Se questo vale per lo spazio, lo stesso si può dire per ciò che concerne l'"istante" nel tempo. Siamo immersi nello scorrere di ciò che è stato verso ciò che sarà, percepiamo l'universo nella sua e nostra apparente evoluzione, ricordiamo ciò che è passato, ci proiettiamo verso il futuro, eppure non possiamo delimitare l'istante, unità di misura senza la quale non esisterebbe il tempo.

Ma esiste davvero il punto? C'è l'istante? Se ci sono, cosa sono? Forse materia, forse spirito, forse pure rappresentazioni generate dai processi elettrici della mente? E se si tratta di pure convenzioni determinate dalle categorie razionali, è possibile che tutto ciò che sembra abbia consistenza, altro non sia che una costruzione puramente intellettuale le cui fondamente risulterebbero inattingibili, se non addirittura inesistenti?

Se tutto non fosse altro che una danza dell'apparente nell'eterno fluttuare dell'energia nel cosmo?

Al di là di tutto questo, l'istante del solstizio determina la fine della stagione primaverile e quindi non resta altro che augurare - nella realtà o anche nell'apparenza - a ciascuno di noi e al mondo intero una buona estate. Con il sogno che sia di giustizia, di pace e di amore.

sabato 21 dicembre 2024

La Stazione del Sole

 

Oggi, 21 dicembre, alle ore 10.20, il Sole raggiunge la "stazione". Il suo percorso apparente nell'orizzonte celeste raggiunge il punto estremo. Si ferma, per così dire, per iniziare il suo cammino di ritorno che durerà circa sei mesi. "Stazione del Sole", questa potrebbe essere una traduzione del termine "Solstizio".

Fin dalla più remota antichità, nell'emisfero Nord, questo momento si carica di significati simbolici e fonda la mitologia religiosa.

L'inizio dell'inverno porta con sé una duplice suggestione, da una parte suggerita dall'apparente morte della vegetazione, dall'altra dalla consapevolezza che proprio dentro questa fine si nasconde il nuovo inizio. In breve tempo il Sole si rialzerà sull'orizzonte, le giornate torneranno a essere più lunghe, il freddo sarà meno intenso. Ma tutto questo sul momento non si può percepire, il seme che riposa sotto la coltre della neve, il gelo che intristisce l'animo, l'oscurità che sembra avere ancora per qualche istante il sopravvento.

Come non collegare gli espliciti suggerimenti della Natura con la speranza nell'immortalità? Nell'apparente rigore dell'esperienza della vita, nel buio che incombe sul mondo, si può intravvedere il segno di un rinnovamento generale, di una rigenerazione cosmica? I miti preromani, i saturnali, le feste legate al sole, le affascinanti altezze spirituali del mitraismo, i nomi del divino, fino al mistero cristiani del Natale, si presentano come varie modalità di esprimere lo stesso infinito desiderio di vita nel superamento dell'oppressione di quello che alcuni filosofi definivano lo "squallido quotidiano".

Anche oggi, su un Pianeta avvelenato dalla follia della guerra, dell'ingiustizia sociale, della minaccia dell'inquinamento globale, si alza il Sole che sta per giungere al punto estremo del suo apparente girovagare nello spazio e nel tempo. Il Solstizio sia percepito come un messaggio di speranza e come un impressionate augurio di autentica pace che la Natura rivolge a ogni vivente.

lunedì 9 settembre 2024

Nei boschi che circondano l'Isonzo/Soča

Dice il saggio: "non si può conoscere ciò che si crede già di sapere". Ed è proprio vero! Vale anche per il bacino fluviale dell'Isonzo/Soča. Si può credere di saperne tutto, o almeno quasi tutto perché lo si è percorso dalla sorgente alla foce, a piedi, in bici, in canoa... E invece ecco che quando meno te lo aspetti, qualcosa ti fa comprendere la tua sostanziale ignoranza e la misura incolmabile delle sorprese che può ancora riservare.

Certo, occorre lasciare la trafficata strada principale e inoltrarsi nei boschi che circondano praticamente tutto il corso d'acqua. A chi si inoltra nei sentieri meno battuti, sfidando i rovi e gli spini che crescono ovunque, vengono riservati spettacoli inattesi. Ecco un fragile ponticello che si apre su un abisso, lisce pareti riflettono il luccichio del torrente che scorre profondo. Si percepisce che è un luogo pieno di sacralità, un sassolino in una foglia, due legnetti per chiudere una specie di pacchetto, da una parte una preghiera, dall'altra un grazie. Sale dal cuore un desiderio di silenzio, per ascoltare la voce misteriosa della foresta, per sentire lo stormire delle foglie, il canto degli uccelli, il ronzio delle api, il canto delle acque rigogliose che si scontrano con le rocce.

Dopo un po', ecco un'altra sorpresa, un ruscello timido e quasi invisibile crea con una delicata cascatella un improvviso laghetto. E' uno specchio nel quale si intravvedono gli alberi stroncati dall'ultima tempesta. Non ci si potrebbe credere a sentirlo raccontare, ma ovunque pullula il segreto della Vita. Ecco una libellula che accarezza la superficie, ecco strani ragni coriacei che giocano nuotando allegri sfidando la corrente, ecco i gamberi, uno piccolo che ricorda un cavalluccio marino e uno grande, bianco, a dimostrare la purezza delle acque e a ricordare cosa si trovava nelle pozze scavate dai torrenti, fino a non molto tempo fa, anche vicino alle città.

Attenzione, ecco una roccia proprio strana. Il primo pensiero va all'utero materno, anche perché in essa sembra trovare rifugio un animale mitologico, un gufo gigantesco o un unicorno che si nasconde davanti all'irruzione della civiltà. Invece è un'altra pietra, alla quale ciascuno dà una diversa forma, quando invece si tratta "soltanto" dell'opera con la quale l'acqua e il vento hanno modellato la roccia. Sono tante le pietre che assumono diverse figure, create dalla fantasia e dall'oscurità, quando le nuvole strappano al bosco anche gli ultimi raggi di un pallido Sole.

E' il regno dei vecchi credenti che da secoli in pubblico nascondono il loro rapporto privilegiato con le forze della Natura e della Vita dentro e dietro le dinamiche della simbolica cristiana, reinterpretata o forse aggiornata nell'ascolto umile e attento degli arcani linguaggi della terra, dell'acqua, dell'aria e del fuoco. Ma quando entrano nel tempio delle verdi valli che circondano il Deus Aesontius, ritrovano il volto dell'unico ospite divino nei mille dei incarnati nelle pietre, nelle cascate, nelle fate e negli gnomi che soltanto un cuore aperto al mistero può percepire nella solitudine riempita di segni e di sogni.

Dove tutto ciò? Per ora non ve lo posso dire. Cercate e troverete, se avrete una buona guida in grado di iniziarvi alla misteriosa sacralità della Natura senza mortificare la vostra voglia di avventura e di autentica conoscenza personale.

giovedì 21 dicembre 2023

Buon solstizio e buon inverno!

Questa notte, alle 4.27 del 22 dicembre, ci sarà il Solstizio. E' il momento in cui il Sole sembra aver raggiunto la meta del suo annuale percorso, per "fermarsi" (ecco l'etimologia) e riprendere poi il cammino in senso inverso.

Il solstizio d'inverno, accompagnato da ricchissime tradizioni culturali e spirituali, segna il momento in cui il Sole, nel suo moto apparente lungo l'eclittica, raggiunge il punto di minima declinazione.

Il giorno del Solstizio d'inverno è quello in cui le ore di buio sono molte di più rispetto a quelle di luce, ma anche il momento a partire dal quale, il Sole riprende progressivamente ad alzarsi sull'orizzonte, i raggi ricominciano pian piano a scaldare e ci si proietta verso la rigenerazione della speranza.

Sotto terra i semi si schiudono e mentre tutto sembra arido e freddo, come se il destino presentito nell'autunno fosse ormai compiuto, nelle tenebre si sta preparando il miracolo dell'esplosione della Vita. Ce ne è abbastanza per collocare in questo periodo le feste più pregne di desiderio di futuro. I popoli preromani adoravano il Sole rinascente, i romani celebravano i Saturnali in onore del Sol invictus - il Vincitore - gli iniziati dei culti mitraici la nascita verginale di Mitra, i cristiani, almeno dal IV secolo, collocano in questi giorni il Natale.

E' come se l'universo intero provasse un brivido di gioia, scaturito dalle pieghe più remote della sofferenza e dell'attesa. Il giorno più breve, quello che ha meno luce da donare e calore da infondere, è quello più coccolato, desiderato, amato. La fragilità e la debolezza diventano lo spazio e il tempo dove attingere la solidità e la forza, il neonato è il re dell'universo, il seme che muore porterà immenso frutto.

Finisce così l'autunno, un autunno in buona parte da dimenticare, con le terribili guerre planetarie, le persecuzioni ideologiche e religiose, le interminabili morti di poveri nel Mediterraneo, le notti all'addiaccio di migliaia di profughi a Trieste e Gorizia, le spaventose impiccagioni di Samira e delle donne vilipese dalla violenza dei mariti in Iraq, i femminicidi di Giulia e di tante altre donne in Italia, le alluvioni, la recrudescenza della crisi economica. 

Inizia la nuova stagione, l'inverno che prepara il grande rinnovamento della Natura. E' un illusione pensare che "tutto andrà bene", anche all'indomani del primo Natale che ha annunciato l'arrivo del principe della pace. c'è stata la strage degli innocenti. Non salvano il mondo un banale ottimismo o la selva di auguri di ogni bene che ci si scambia in questi giorni. 

E' solo l'umana responsabilità a rendere possibile che dal solstizio inizi un percorso nuovo, di pace autentica e di giustizia universale. E' la responsabilità di ogni essere umano, ciascuno secondo le proprie competenze e capacità, cominciando dal proprio cuore e allargando via via l'orizzonte per abbracciare tutto il Mondo.  

Buon solstizio allora, e buon inverno!

mercoledì 16 agosto 2023

Drži se Slovenija in prisrčno hvala! Forza Slovenia, e grazie per la testimonianza!

Legname accatastato a Most na Soči
La foto è stata scattata sull'Idrijca, dall'"altro ponte" di Most na Soči.

In questa zona non ci sono stati particolari danni al paese e alle sue strutture, ma l'immagine rende l'idea della forza della Natura che si è scatenata in buona parte della Slovenija settentrionale. Un'immensa catasta di tronchi, strappati alla montagna e trascinati a valle, ostruisce completamente l'ordinario corso del fiume.

Mentre ancora molti sono i paesi difficilmente raggiungibili e il lavoro di "gasilci", protezione civile, volontari coordinati, forze di polizia è ancora fervente, per poter ripristinare quanto prima i collegamenti e per liberare dal fango gli ambienti sommersi, vale la pena svolgere una breve riflessione.

Uno straordinario personaggio, poco noto in Italia ma molto conosciuto in Slovenija, è Pater Gržan. Intervistato in televisione, anche in quanto direttamente coinvolto nell'alluvione, ha sintetizzato ciò che sta succedendo con le parole: sono crollati i ponti sui fiumi, ma sono stati ricostruiti i ponti fra i cuori delle persone.

Al di là dell'ovvia - o di quella che dovrebbe essere ovvia, tanto più per chi vive al confine -manifestazione di solidarietà nei confronti di coloro che sono stati colpiti da quella che viene definita "la più grande catastrofe naturale della storia della Slovenija", è straordinario l'insegnamento che deriva dall'azione coordinata e sinergica di un intero popolo.

Con l'appoggio dell'Unione europea il governo ha guidato il momento dell'emergenza, operando in modo efficace e rapido attraverso un sistema di protezione civile in grado di operare con grande competenza professionale, ma anche usufruendo del sostegno di migliaia di operatori volontari. Le polemiche, alle quali si è fin troppo abituati in Italia, sono state lasciate da parte, rinviate concordemente al momento successivo alla messa in sicurezza delle persone, delle loro abitazioni e dei luoghi di lavoro.

Da tutte le regioni c'è stata una vera e propria gara di solidarietà, basata sia sulla racconta di materiali indispensabili - come è stato promosso anche e Nova Gorica dal centro KID e dalla protezione civile - sia sull'impegno personale, riservato soprattutto a persone in buona forza e salute, dal momento che l'azione richiesta, la rimozione dei residui induriti della piena dei fiumi esondati, è estremamente faticosa e in alcuni casi difficile.

Quello che colpisce è l'orgoglio di sentirsi parte di un unico grande organismo, nel quale l'impegno dello straordinario corpo volontario dei "gasilci", va di pari passo con quello dei vicini di casa che cercano di sopperire come possono alle esigenze di chi è stato più sfortunato. E' stata una vera gara di solidarietà, che ha unito comunità e famiglie nel comune sforzo di vincere con serenità e convinzione la battaglia del pieno ripristino di ciò che è andato distrutto.

Grazie Slovenia, Hvala Slovenija, per questa testimonianza di forza, di fraternità e di un'amicizia costruttiva capace di affrontare e superare ogni avversità!

lunedì 10 luglio 2023

Una domenica sera, a Šebrelje...

 

Tramonto a Šebrelje
Quando finisce il giorno, mentre il Sole scompare dietro ai monti, le voci degli amici si affievoliscono nel piacere dello stare insieme, il cielo si riempie di infinite sfumature. Le nuvole disegnano paesaggi immaginari e contemplano dall'alto il quotidiano affaccendarsi dei viventi.

La temperatura scende lentamente e gli animali rintanati fanno capolino dai loro nascondigli. I cervi e i caprioli brucano felici, i gatti si producono in slanci avventurosi cacciando a loro modo i calabroni. Il ronzio dei piccoli insetti si accompagna al frinire delle cicale e al concerto degli uccelli che marcano con determinazione il loro territorio.

L'armonia dei suoni e dei colori non cancella la lotta per la sopravvivenza, mentre la Bellezza del tramonto suscita i più dolci e romantici pensieri, ogni frammento di vita cerca di mantenersi succhiando agli altri l'energia, in una lotta permanente nella quale nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si trasforma. E' la maestà dell'Essere che si manifesta nella sua pienezza, affascinante e tremenda, nei suoi minimi particolari e nella dimensione universale.  

Le campane suonano l'Ave Maria della notte, ma potrebbero essere i muezzin che annunciano l'ultima preghiera o anche i cori che nella piazza grande di una Capitale intonano l'inno alla gioia di Schiller al termine dell'indimenticabile Nona sinfonia di Beethoven. Si ascolta, si attende il sopraggiungere furtivo del silenzio. Tutto sembra per un istante immobile, sospeso in una speranza ineffabile. Prima di rendersi conto di come tutto continui a muoversi in una rotazione universale, la terra intorno al Sole, alla folle velocità di oltre 107.000 chilometri orari (30 chilometri al secondo).

mercoledì 21 giugno 2023

Buon solstizio e buona estate!

Alle ore 16.58 di oggi, mercoledì 21 giugno, ci sarà il solstizio. Il Sole raggiunge allo zenit la massima inclinazione (23°27') a nord dell'equatore e inizia la stagione dell'estate.

Sembra che l'apparente movimento della nostra stella si fermi un attimo, per poi riprendere in senso inverso. E' questo del resto il significato della parola "sol-stizio", l'istante in cui il Sole si prende una sosta. In realtà non ci si accorge subito, occorre attende ancora qualche giorno per accorgersi che qualcosa è cambiato, che le giornate iniziano ad accorciarsi, che l'alba si verifica un po' più tardi e il tramonto prima. E' il contrario di ciò che avviene intorno al 21 dicembre, nel periodo in cui è minimo il numero delle ore illuminate dal Sole. 

Innumerevoli sono le tradizioni religiose legate ai solstizi. Quello invernale richiama le feste del Sole vincitore, che il cristianesimo ha poi sostituito con il Natale. Quello estivo ricorda le celebrazioni del fuoco, del calore e della luce, tutte tre caratteristiche presenti nella parola sanscrita "Vaws", che è alla base del concetto occidentale di "Zeus, Dios", inteso come Colui che dona luce, calore e il fuoco della vita. La festa cristiana corrispondente è quella della Natività di Giovanni Battista, il 24 giugno, quando cioè comincia a essere riconoscibile il nuovo "percorso" del Sole. Curiosamente la memoria del santo, unico del quale si celebra la nascita oltre che la morte è correlata a quella di San Giovanni Evangelista, il 27 dicembre. Il primo è chiamato Giovanni che piange, perché percepisce che il Sole ha iniziato il cammino verso la morte, il secondo Giovanni che ride, perché guarda al Sole nel momento della sua rinascita.

Ed è così che la notte di San Giovanni si riempie di luci e di fuochi, sulle colline e sui monti. Si ripetono riti la cui origine affonda nella notte dei tempi, quando nel Friuli del tempo dei Romani si venerava nel solstizio d'estate soprattutto Beleno, in quello d'inverno protagonista era l'altrettanto misterioso Mitra. In Slovenia si ricordava invece Kresnik, il Dio del fuoco (kres) sopravvissuto nel culto degli Staroverci, nascosto dietro ai simboli ordinari cristiani. In una bella chiesa sovrastante la valle dell'Idrijca la statua di san Giovanni Battista porta scritto Janez Kresnik, invece del corretto Jenz Krstnik. E' una reminiscenza della presenza di simili rituali, fino alle soglie della postmodernità?

In alcuni luoghi i giovani hanno voluto far sopravvivere alcune di queste usanze interessanti l'antropologia e la storia delle religioni. In Slovenia nella notte di San Giovanni si lanciano le sfere incendiate che si chiamano šibe, in Friuli c'è il "tir des cidulis", pezzi di legno appiattiti, incendiati e spediti in aria con un forte colpo di bastone. Nelle intenzioni degli antichi questi oggetti incendiati dovevano respingere le streghe e i demoni, favorire il raccolto dei campi e la fecondità. Nell'era cristiana sono divenuti occasione di invocazione di Maria, dei Santi e soprattutto, ovviamente, di Giovanni Battista. Oggi costituiscono una testimonianza del folklore, avendo perso almeno in parte i connotati religiosi e accolto le opportunità fornite dagli effimeri interessi del turismo globale.

Sia come sia, in ogni caso è difficile sottrarsi a un pensiero spirituale, in un momento che gli esseri umani hanno celebrato nel corso di decine di millenni, come gli straordinari intagliatori della roccia di Naquane in Valcamonica che avevano inciso il Sole sulla pietra raggiunta dall'ombra del Pizzo Badile Camuno a mezzogiorno del 24 giugno. Nel tempo della tecnica, del controllo della ragione sull'essere, del primato del soggetto sull'oggetto, forse non guasterebbe un istante di umile contemplazione dei fenomeni naturali, dall'incommensurabile spazio che ci circonda allo stupore quotidiano suscitato dalla percezione di "esserci". Nel fuoco della memoria di ciò che siamo, le šibe, les cidulis, i piattelli incendiati possono essere come delle fragili invocazioni di salvezza inviate verso il cielo dalla piccola sfera che ruota ininterrottamente intorno alla sua stella, la quale ininterrottamente viaggia intorno al centro della Galassia, la quale gira vorticosamente intorno al centro dell'universo, il quale a sua volta...

domenica 4 settembre 2022

Dove ci fu il fuoco, la vita rinasce...

 

Asparagi e ruj, la vita si rinnova
Sono salito a Cerje con la mia fedele bicicletta e mentre stavo per scendere lungo i tornanti che conducono a Miren, mi sono preparato spiritualmente ad affrontare una delle zone più devastate dai recenti incendi.

Correndo a 50 km orari, con il cuore serrato dalla tristezza, ho salutato un giovane collega ciclista che stava faticosamente salendo. Ho alzato la testa e zac... ho perso il cappello. Mi sono fermato e sono risalito, pochi metri perché il simpatico ragazzo stava raggiungendomi offrendomi gentilmente il berretto perduto. Due parole, tre sorrisi e l'augurio di srečna pot.

Neanche il tempo di rimettersi in sella e si ferma una specie di furgone. Dalla targa italiana saltano fuori due carissimi amici, il grande mielario Gabriele di Porpetto e la sua compagna Jana di Šmihel. Sono loro a farmi notare che in mezzo a tanta morte sta rinascendo la vita, asparagi ruj nuovi germogli delle querce. La Natura sta rinascendo, là dove sembrava che tutto fosse destinato a diventare un deserto. Grazie a Jana e Gabriele, ho aperto gli occhi e ho visto. Ho contemplato la forza della bellezza che si insinua silenziosamente fra gli alberi monchi e la luce del Sole che valorizza la freschezza delle nuove foglie verdi. E che eleva un inno di riconoscenza all'Essere, comunque lo si voglia nominare.

Un grazie infinito ai Gasilci sloveni come ai Forestali e alla Protezione civile italiani, uniti al di là dei confini nella potente lotta contro il fuoco. Hanno limitato i danni, consentendo l'incontro creativo tra il fuoco, l'acqua, la terra e l'aria. Credo che la prova più evidente della straordinaria bontà del loro aver rischiato la vita per domare gli incendi, siano le pianticelle verdi che spuntano là dove un mese fa c'erano solo il calore, le esplosioni di ordigni antichi e la tentazione di una sorda disperazione.

sabato 27 agosto 2022

Per non dimenticare il Lussari...

 

Questa fotografia, scattata il 18 giugno dalla cima del Monte Lussari, presenta uno degli scenari più incantevoli delle Alpi Giulie. A sinistra c'è il gruppo dello Jof Fuart (m.2666), con le cime Madri dei Camosci e la piccola Innominata. A destra lo Jof di Montasio (m.2753), con  la sua lunga e compatta cresta. In primo piano ci sono le dorsali alberate, alla base della rocciosa Cima Cacciatore (m.2081), tagliate dalla strada sterrata che sale dalla Val Saisera. Come si può vedere, è un manufatto che attraversa un terreno abbastanza franoso. La strada non è accessibile alle autovetture private, chi vuole salire senza fatica può usufruire della comoda e moderna ovovia che sale da Camporosso. Rende possibile l'accesso a land rover o auto 4x4 ai lavoratori negli esercizi turistici che circondano il Santuario, come pure ai preti della parrocchia. Alcuni anni fa, il sacerdote responsabile della chiesa, forse a causa di un malore, era uscito di strada e aveva perso la vita. In ogni caso, la strada richiede una costante manutenzione, dati anche gli sbalzi notevoli di temperatura tra i rigidi inverni e le calde estati. 

Così come era, almeno fino alla data della foto, consentiva anche qualche attività sportiva. Se è vero che i pellegrini e gli escursionisti hanno sempre preferito salire da Borgo Lussari contemplando la bella Via Crucis, i cultori della mountain bike non si sono lasciati intimorire dai quasi mille metri di dislivello, raggiungendo a suon di pedalate l'agognata vetta.

Ora, nonostante tutte le proteste e le perplessità, c'è da prendere atto del fatto compiuto. Con la scusa ufficiale della necessità di "mettere in  sicurezza" la strada, grazie a un cospicuo finanziamento iniziale di oltre un milione e mezzo di euro, una colata di cemento ha trasformato in parcheggio l'area tra l'arrivo della funivia e la scalinata della chiesa ed è stata riversata come un fiume lungo tutto il percorso fino a valle. Molti, soprattutto chi è più coinvolto nella vita quotidiana del piccolo borghetto che circonda il tempio, hanno applaudito all'iniziativa ritenendola consona alle loro aspettative. A nessuno è tuttavia sfuggito un aspetto legato alla civitas dello spettacolo. Sembra infatti ormai certo l'arrivo della penultima tappa (a cronometro) del prossimo Giro d'Italia sulla cima del Lussari, "vetrina" per lanciare il turismo di massa e occasione per portare nel cuore delle montagne friulane il grande carrozzone che accompagna la più importante corsa a tappe nazionale.

Per molti motivi queste due scelte non piacciono al mondo ambientalista, ma anche a quello degli amanti della montagna. C'è davvero bisogno di una così impattante cementificazione di uno dei più bei luoghi delle Giulia? Non bastano i già fin troppo numerosi impianti di risalita e sciistici? Non è una specie di profanazione di un mondo ancora relativamente incontaminato, un inserirsi a gamba tesa in una zona dove è ancora possibile godere - soprattutto all'alba - degli incontri con i camosci e gli stambecchi? Ha senso - sia pure per una sola giornata - portare migliaia di persone a vedere i corridori preceduti dai loro mille sponsor, dalle rombanti moto e sovrastati dagli elicotteri della televisione? Il Lussari ha proprio bisogno di un simile battage pubblicitario, non rischia piuttosto di perdere quell'aura di bellezza e spiritualità che lo rendeva meta preferita di tanti camminatori entusiasti? 

Non si tratta di impedire la realizzazione di una manifestazione importante e avvincente come è il Giro d'Italia, meno che meno di penalizzare l'invito ad andare in bici, soluzione tanto semplice quanto ovvia per risolvere i problemi di traffico e salute dentro e fuori dalle città. Ma perché cementificare la strada del Lussari, quando in Friuli Venezia Giulia e nelle vicine Slovenia e Carinzia ci sono tante bellissime salite, già belle e pronte senza dover devastare il Monte dei tre popoli, sacro alla pace, al dialogo e alla convivenza tra le diverse culture? Perché investire tanti soldi per un solo "giorno da leone" quando il turismo in bicicletta richiede con urgenza il completamento del tracciato dell'Alpe Adria, in particolare tra Udine e Moggio Udinese, nonché la realizzazione convinta dei nuovi piani del traffico all'interno dei capoluoghi?

Personalmente ho percorso il sentiero del pellegrino più di cinquanta volte, raggiungendo quasi sempre anche Cima Cacciatore. Ho visto i cambiamenti che di volta in volta, dal lontano 1975 a oggi, hanno trasformato il percorso, sempre meno selvaggio, sempre più asservito alle necessità degli sciatori e all'indotto da esse derivato. Tuttavia finora le trasformazioni hanno intaccato, ma non del tutto cancellato la meraviglia del luogo. Certo, le ferite inferte a boschi per allargare le piste non si contano, l'interramento del laghetto che si incontrava un tempo poco prima dell'arrivo al santuario ha tolto di mezzo uno dei punti più romantici e affascinanti dell'intero cammino. Comunque sia, nonostante ciò, il fascino e la spiritualità del Lussari hanno resistito finora all'assalto. Ma ora, il consumo del suolo coperto dal cemento e il grande businnes portato nelle alte quote, offriranno forse un momentaneo locale boom economico, ma certamente allontaneranno i veri appassionati della montagna, i pellegrini spirituali e anche, certamente, i ciclisti, al primo posto tra gli amanti della Natura e delle cose belle.

lunedì 8 agosto 2022

A Melinki, nei boschi che sovrastano lo Judrio

Non tutti sanno dove sia il villaggio di Melinki. Lo conoscono di sicuro il ciclisti perché lo incontrano all'altezza dell'ultimo ampio tornante sulla ripida strada che conduce da Britof, nella valle dello Judrio/Idrija a Lig e al santuario di Marjino Celje. Dalla valle dell'Isonzo/Soča si raggiunge risalendo da Kanal e scollinando nei pressi di Nehovo, ma la via più panoramica da Gorizia è senz'altro quella che attraversa la Brda/Collio, sale fino al Korada per scendere leggermente fino a Lig.

C'è un pittoresco cartello, "Musej Melinki". E' invitante, ma il ciclista boccheggiante non vede l'ora di arrivare alla fine della salita, getta uno sguardo distratto e poi procede. E sbaglia. Sbaglia come tutti coloro che non si lasciano tentare dall'indicazione e tralasciano di raggiungere il "centro" del minuscolo paesino. 

Il "Muzej", avviato nel 2008, contiene infatti una serie di importanti reperti, raccolti con grande pazienza e competenza da Franc Jerončič. Non è lui ad accogliere oggi i visitatori, dal momento che, da novantanovenne assai in forma, ha lasciato questa incombenza al figlio Zoran, reperibile in loco, nella casa di famiglia, ogni domenica e comunque su prenotazione, previa semplice telefonata, in qualunque momento della settimana.

E' indispensabile essere accompagnati perché i reperti, raccolti in una fascia di territorio che va dalla cima del monte Korada al paese di Livek, sopra Kobarid, nel racconto di Zoran ritrovano la loro vita. La prima sala è dedicata alla prima guerra mondiale. 

Insieme ai classici pezzi di granata, elmetti italiani o austro-ungarici, strumenti per l'igiene personale, ci sono numerosi interessanti documenti, storie incredibili avviate nella sofferenza dell'inutile strage o nell'assurdità della dittatura fascista e proseguite attraverso incontri fortuiti che hanno trasformato gli antichi nemici in amici, i discendenti degli usurpatori in componenti della più ristretta cerchia delle conoscenze più intime. Si viene a sapere che il Presidente Pertini ha combattuto proprio in questi luoghi, si partecipa all'epopea di uomini che rientrano a piedi dalla Siberia, si provano gli stessi brividi dei protagonisti, ascoltando la voce della guida che parla di vicende antiche come se fossero accadute l'altro ieri.

La seconda sala viene definita "etnografica" e sorprende subito per l'assoluta semplicità che quasi contrasta con la solennità del titolo. 

In realtà, sempre grazie a Zoran, gli utensili di uso quotidiano narrano una storia di altri tempi, intrisa di sudore, di fatica, di esposizione al gelo e alle intemperie, ma anche di capacità inventiva e creativa, di calorosa accoglienza e di straordinaria umanità. Tra falci, macine da mulino, rudimentali strumenti per riscaldare i pagliericci e i letti, fotografie d'epoca, si risale dall'inizio del XX secolo fino al secondo dopoguerra, celebrando la nobiltà del lavoro, la forza della famiglia, la naturale ribellione contro l'ingiustizia e l'anelito a una duratura fraternità. Si è a poche centinaia di metri, in linea d'aria, dal confine con l'Italia, una linea di frontiera molto particolare, "lo Judrio segna il più antico confine europeo, conta ben cinquecento anni", afferma la nostra guida con una punta d'orgoglio, ma anche con piena consapevolezza degli onori e degli oneri di tale primato.

La terza sala, piano superiore, è dedicata ai lavori in legno di Franc Jerončič. Ha iniziato tale attività relativamente tardi, negli ultimi 30 anni, ma è riuscito a riempire l'intero spazio con centinaia di bellissimi manufatti. Ci sono statue a grandezza d'uomo, ritratti di personaggi famosi e meno noti, ricordi di guerra e di pace. Padre e figlio hanno scritto molti libri, collegando in essi i reperti ritrovati nei boschi circostanti con tante vivaci vicende legate alla piccola e alla grande storia ed elaborate con partecipazione, autentica conoscenza e anche un po' di sano umorismo. Zoran coglie l'occasione per raccontare la vita del padre, nato e cresciuto sotto l'occupazione fascista del territorio, inquadrato nell'esercito italiano all'inizio della seconda guerra mondiale, poi attivista partigiano, successivamente responsabile di cooperative e organizzatore della vita sociale della zona. A solo un anno dal compimento del secolo, è ancora in grado di riconoscere le persone nelle fotografie di gruppo degli anni '50 e ricorda con dovizia di particolari la guerra di Liberazione jugoslava.

A Melinki oggi abitano soltanto pochissime persone, quasi tutte le poche case - in posizione panoramica e con architetture popolari originali - sono di fatto in rovina, il passo pesante della Storia ha abbandonato da tempo queste contrade che per qualche anno sono state "prima linea" nella prima guerra mondiale. Resta solo il tempo di salutare e ringraziare Zoran Jerončič, tra l'altro atletico e appassionato allenatore di pallavolo. Non ha solo permesso di istruirci sul XX secolo nella valle dello Judrio, ma soprattutto ha condiviso la sua esperienza e le sue conoscenze. Sono state due ore ricche di semplice, profonda, autentica Umanità. 

Prima di andare via, al tramonto di una calda domenica estiva, vale la pena alzare lo sguardo e vedere il Krn e il Matajur che chiudono a nord-est la valle, la pianura verso Dolegna e Cividale dalla parte opposta e i villaggi oltre il fiume, sparsi come fiori nel verde dei boschi che hanno occupato gli antichi pascoli. Ovunque si intravvedono i segni del cambiamento di un'epoca e l'oscurità delle nuove foreste, interrotta da qualche fragile luce serale, suggerisce sensazioni intrise di mistero. 

martedì 2 agosto 2022

Giro d'Italia sul Lussari? No grazie!!!

Il Lussari da Cima Cacciatore

Non toccate il Monte Lussari!

Con i suoi 1790 metri di altitudine, è uno dei luoghi più affascinanti del Friuli-Venezia Giulia. Il panorama consente di contemplar da una parte le più belle pareti Nord delle Alpi Giulie, Il gruppo dello Jof Fuart e quello dello Jof di Montasio in particolare. Si fanno vedere nella loro armonia lo Jof di Miezegnot, l'Osternig e il Dobratsch in Carinzia, mentre nelle frequenti giornate più limpide si scorgono lontani il Coglians e addirittura l'Antelao e, ancora più in là, i ghiacciai del Grossglockner. Ci si può salire, in un paio d'ore, dalla bella Camporosso lungo l'antica via dei pellegrini costellata dalle stazioni della via crucis, dipinte originariamente dal grande Tone Kralj, oppure, con minor soddisfazione, lungo la strada bianca che risale dalla Val Saisera. C'è anche la funivia, costruita per permettere anche a chi non può camminare di godere di tanta bellezza. Per molti la meta successiva è la Cima Cacciatore, a un'ora di distanza, balcone sulle montagne, in questo caso dominate dalle cuspidi inconfondibili dello Jalovec e del Mangart, in Slovenia. 

Il santuario è detto anche "dei tre popoli", forse meglio dire quattro. Infatti è normale che i pellegrini giungano fino lassù e preghino in italiano, sloveno, tedesco e friulano. Si celebra anche visivamente l'unità nella diversità, la gioia di essere in pace e di abbracciarsi commossi, in una terra che ha tanto sofferto a causa delle guerre e dei nazionalismi del XX secolo. Da 700 anni le persone faticano per raggiungere questa vetta, per trovare nel loro "cammino" il senso della vita e il desiderio di impegnarsi, servendo i propri simili e onorando il Trascendente, qualunque sia il nome che si voglia attribuirgli. Dal 2006 è il punto di arrivo del Cammino Celeste, un percorso di dieci giorni a piedi da Aquileia, immersi nella Storia, nell'Arte, nella Bellezza.

La commercializzazione del Lussari è iniziata molti anni fa, con la costruzione della prima funivia. Tuttavia a quei tempi, le due cabine azzurre che andavano su e giù, erano talmente al servizio di chi voleva gustare la pace della montagna che chi le utilizzava per scendere in inverno con gli sci, arrivava a Camporosso e doveva salire su una corriera per tornare al punto di partenza. Solo dalla metà degli anni '90 la nuova cabinovia aveva risposto alle crescenti esigenze del turismo sciistico, si era paventata la trasformazione della via del pellegrino in nuova pista, per fortuna l'opposizione popolare aveva bloccato qualsiasi progetto. In ogni caso le presenze negli accoglienti locali del paese sul monte sono cresciute a dismisura, come pure la partecipazione ai momenti liturgici puntualmente celebrati, soprattutto in estate, nell'incantevole chiesa, sito di profonda spiritualità e di elevata cultura.

La vetta si va trasformando. Dopo l'interramento del pittoresco laghetto, punto di riferimento per gli animali che fino a non molto tempo fa pascolavano tra i visitatori, si sono allargate strade, sono stati costruiti nuovi impianti di risalita, è stata perfino progressivamente cementificata la romantica stradina che congiunge l'arrivo della funivia alla scalinata che introduce alla chiesa.

E ora si pensa alla conclusione di una tappa del Giro d'Italia. Si badi bene, niente contro la corsa ciclistica più importante, che esalta la potenza dei corridori di tutto il mondo, ma c'è proprio bisogno di occupare qualsiasi spazio sopravvissuto di cultura, bellezza e spiritualità? Ci sono importanti salite, anche in Friuli-Venezia Giulia, davvero non bastano e bisogna profanare anche questo spazio? Non  si dica che si tratterà di una cronometro individuale e che quindi non ci sarà una salita di gruppo. Quanti spazi bisognerà realizzare, affinché il business della Corsa giustifichi le spese? Quanti alberi si dovranno tagliare per le riprese televisive? Quanto cemento per impedire laghi di fango lungo il percorso e sulla cima? Sono tante domande e tantissime altre si agitano in chi ama la Natura e non può guardare serenamente a chi pretende di utilizzarla in modo improprio. Si sta trascorrendo un'estate piena di preoccupazioni, incendi ovunque, un caldo insistente e spesso insopportabile, i fiumi del tutto secchi, i ghiacciai ridotti al lumicino, le manifestazioni del riscaldamento globale si moltiplicano ovunque.

E allora perché? Perché far arrivare l'immensa macchina del Giro d'Italia sulla cima del Lussari? Lasciamo in pace quel poco che resta di un ambiente non del tutto intaccato dagli interessi del Capitale. Lasciamo in pace gli amanti della montagna, i pellegrini devoti, gli sportivi che non hanno bisogno dell'audience per affrontare a piedi la sfida di una salita entusiasmante, camminando su un selciato in alcuni punti ancora originale, percorso da centinaia di migliaia di appassionati alla ricerca di un momento di profonda spiritualità, di vera pace e di autentica felicità.

No al Giro d'Italia sul Monte Lussari!

mercoledì 20 luglio 2022

Una giornata di fuoco e di fumo

Il Sabotino "attaccato" dal fumo (Foto Nevio Costanzo)
Giornata di fuoco, oggi, in senso fisico e politico.

La Regione Friuli Venezia Giulia e la Primorska slovena sono punteggiate di gravi incendi, interi paesi sul Carso sono stati evacuati e le fiamme distruggono grandi boschi, uccidono tanti animali. Ma i roghi si moltiplicano anche altrove, nelle valli del Natisone, in Val Resia e in tanti altri bellissimi luoghi. il fumo incombe sulle città e diventa difficile respirare. Che disastro! Personale molto addestrato - in unità d'intenti sloveni, croati e italiani - si prodiga per arginare la catastrofe ma gli sforzi vengono vanificati dalle fiamme e dal vento. Si moltiplicano i commenti, mentre la temperatura media non accenna a diminuire e i fiumi sono sempre più secchi, il letto del Torre, visto dal ponte tra Villesse e Ruda, è ormai una vera e propria foresta. C'è chi richiama i sintomi di un evidente e clamorosamente presente riscaldamento globale, i negazionisti tacciono smarriti di fronte a fenomeni macroscopici, che sarebbe stato facile prevedere e arginare... C'è chi ritiene che i roghi siano provocati da qualche piromane incosciente, tuttavia, anche se non ci si può più stupire di niente, risulta davvero difficile credere che la stupidità umana possa arrivare fino a livelli di questo genere. C'è anche, per fortuna, chi orgnaizza raccolte di generi di ogni tipo per alleviare la fatica del gasilci e dei vigili del fuoco, chi mette a disposizione la propria casa o i propri campi per ospitare persone sfollate o animali terrorizzati e questa gara di solidarietà, generosità e amicizia, suscita un autentico sorriso di speranza.

La Politica nazionale ha intanto rappresentato oggi un'ennesima giornata da dimenticare. Alla fine di essa il Senato, grazie a una serie di giochetti inqualificabili, approva una risicata e minoritaria fiducia al presidente del Consiglio Mario Draghi. Ma hanno perduto tutti. Ha perduto il premier, presentatosi di prima mattina in Palazzo Madama con un discorso teso a chiedere una fiducia ampia e coesa, in altre parole veri e propri pieni poteri, sulla base del proprio punto di vista sull'Italia e sul Mondo, sostenuto anche da un - a suo parere - evidente consenso degli italiani. Ne esce con numeri risicatissimi, impossibili da sostenere in vista del voto di domani alla Camera ma soprattutto di un eventuale prosecuzione del suo mandato fino alla fine della legislatura. Hanno perduto gli ex sostenitori, appartenenti al centro destra, autori di un'ignobile manfrina finalizzata esclusivamente alla raccolta di consensi alle prossime elezioni, un cinismo e un opportunismo tali da scandalizzare perfino una forzitalista di lungo corso quale Maria Stella Gelmini, che ha annunciato l'uscita immediata dal partito. Ha perduto il cosiddetto centro sinistra governativo, totalmente ripiegato sui voleri di Draghi, anche all'incomprensibile costo di evitare qualsiasi distinguo rispetto all'invio delle armi all'Ucraina, alle forme di lotta alle povertà e a una presa di distanza dall'ipercapitalismo di una parte consistente dell'Unione europea. E hanno perduto anche gli oppositori di Draghi "da sinistra", impotenti pur nella consapevolezza di costituire una rappresentanza parlamentare di gran lunga inferiore alla reale forza di tante persone che nel Paese si dimostrano estremamente preoccupate di una deriva antidemocratica, di fatto guerrafondaia e ripiegata sulle linee di forza dell'Alleanza Atlantica. In sintesi, meno armi più welfare, oppure, dati i tempi, meno bombardieri e più Canadair! 

Non è un dramma tornare a votare in questa situazione, non è un mistero che il Parlamento e il Governo attuali siano lontani anni luce, sia dalle scelte elettorali nazionali del 2018 che dalle indicazioni più o meno scientifiche offerte dai mille sondaggi quotidiani. Prima o poi lo si deve fare, se non in autunno in primavera e ogni momento porterà con sé situazioni drammatiche da affrontare con coraggio, sicurezza e determinazione. Non si può continuare in questo modo, già il Mattarella bis aveva dimostrato l'incapacità di prendere importanti decisioni in momenti così difficili come quelli attuali. Anche Draghi non è l'uomo della Provvidenza, la fine del suo governo non è la fine del mondo, solo un'ulteriore prova della necessità di voltare pagina e di aprire una nuova stagione politica. Migliore o peggiore dell'attuale? Nessuno ha la sfera di cristallo, ma davvero non si può proseguire ancora con questa interminabile legislatura. 

martedì 19 luglio 2022

Fuoco e siccità, emergenza locale, emergenza globale.

Sono giorni di guerra. Il fuoco sta distruggendo i boschi del Carso, minaccia anche le città e i paesi, si respira il fumo che il vento diffonde ovunque. I Gasilci sloveni con i Vigili del Fuoco italiani tentano eroicamente di fermare le fiamme, aiutati da elicotteri e, per ora, da un solo Canadair croato che fa la spola tra il mare e le zone colpite. Grazie a chi si prodiga per arginare il disastro, con tanto impegno e non senza rischi per la propria incolumità! 

Nel frattempo il caldo incombe. Non è certo la prima volta che le temperature raggiungono simili livelli, ma ciò che colpisce è la durata. E' da inizio giugno che si suda abbondantemente, soprattutto nelle ore centrali della giornata. Il tracollo tragico di terra e di neve della Marmolada ha richiamato tutti alle conseguenze del riscaldamento globale e all'incredibile velocità con la quale spariscono i ghiacciai dell'Arco Alpino. Altrettanto inquietante è quanta poca pioggia sia caduta, dall'autunno scorso a oggi. Qualche goccia, qua e là, ma nulla più. Tremende sono le immagini dell'Isonzo in secca, la scia di fango che rappresenta ciò che resta del Vipacco nella di solito affascinante confluenza, poco più a sud di Savogna. Bravi gli amanti dell'ambiente che hanno salvato, con grandi sforzi, migliaia di pesci a rischio di rimanere intrappolati nelle secche!

Che dire? Il combattimento è globale e ciò che constatiamo con grande tristezza vedendo i nuvoloni di fumo che si innalzano ovunque sul nostro amato Carso, è ciò che stanno già vivendo da anni tante popolazioni in altre parti del mondo. E' vero che quando i problemi rimangono geograficamente o socialmente lontani, sembra quasi che non esistano o siano frutto di fantasia. La realtà è un'altra e, come richiamato da Greta Thunberg e dai giovani dei Venerdì per il Clima, il futuro è purtroppo già qui, fra noi. Gli incendi e la siccità non fanno parte di quelle sciagure che accadono una volta ogni tanto nella storia, ma sono ormai una realtà quotidiana, dovuta a precisa scelte globali di homo sapiens (o presunto tale). E' il sistema capitalista, con i suoi principi di sfruttamento senza remore della natura e di consumo del suolo, il vero responsabile della catastrofe climatica della quale vediamo le avanguardie. Del resto, restando solo "a casa nostra", basta un impietoso confronto tra una fotografia della pianura friulana di quaranta anni fa e un'altra odierna, per comprendere quanto asfalto, centri commerciali, capannoni industriali - molti dei quali divenuti cattedrali nel deserto quando non ricettacoli di pericolosi rifiuti abbandonati - hanno sostituito i boschi e la terra fertile. Con quali conseguenze?

E' una sera triste per tutto il territorio Goriziano, fa parte di troppe sere tristi che si vivono in tutto il Pianeta. E mentre sarebbe indispensabile unire le forze per affrontare le sempre più numerose emergenze e per invertire la rotta tutti insieme, si pensa ancora che la guerra sia una soluzione dei problemi e dei conflitti, ci si incaponisce a difendere i propri squallidi interessi invece di investire tutto ciò che si ha, nell'individuazione di un nuovo sistema, più equo, più giusto, più rispettoso della Madre Terra. 

E intanto un aereo ucraino, partito dalla Serbia, precipita in Grecia e rivela un carico di armi destinate al Bangladesh. Misteri profondi, mentre l'Unione europea prona davanti al giocoliere di Kiev invia armamenti in quantità, l'Ucraina risulta coinvolta in una strana compravendita, lanciarazzi portati in uno dei Paesi più poveri del mondo. Quante domande, quanti dubbi irrisolti e irrisolvibili! La notizia è apparsa fugacemente e ben presto cancellata dai media dominanti... con buona pace di otto esseri umani, tutti ucraini, che nell'"incidente" ci hanno rimesso la vita. 

martedì 10 maggio 2022

Kozjak slap, a Kobarid

La “Kozjak”, presso Kobarid, è una piccola cascata, ma capace di suggerire la percezione del mistero. La si raggiunge con una breve passeggiata, particolarmente suggestiva nei colori caldi dell’autunno. Dalla passerella sospesa sulla Soča ci si arriva in venti minuti di cammino. Si costeggia un torrente rilucente di incredibili colori, con l’aiuto di qualche delicato ponte di cemento si passa dall’una all’altra riva fino a quando un sentiero di legno, ancorato alla roccia, invita ad andare oltre, verso una cavità oscura dalla quale proviene un crescente frastuono.

Si giunge così sul fondo di un’ampia voragine, nella quale si getta il ruscello sovrastante. Il salto è solo di qualche decina di metri e la portata richiama più la stabilità di una colonna che l’avanzare travolgente di un’onda che prorompe dalla montagna. Le pareti levigate sembrano volersi chiudere sul visitatore e il lago alimentato dal fiotto è profondo e scuro, qui il sole non riesce mai a trasmettere i suoi raggi. Si è come attratti dal desiderio di assaporare quelle acque, troppo lontane per essere alla portata delle mani e troppo fredde per tuffarsi in esse, per lasciarsi coinvolgere in un abbraccio che potrebbe essere fatale.

Ecco, per un momento tutto scompare, con l’eccezione della cascata, del rumore, dei vapori freschi che pizzicano la pelle. L’antro si trasforma in un’immensa cattedrale dove la Natura offre la più armoniosa delle sue sinfonie. Il battito del cuore entra a far parte del concerto e l’emozione prende lentamente il sopravvento: qui le speranze e le delusioni, le scoperte e le preoccupazioni, i sentimenti eterni dell’odio e dell’amore, la costruzione della pace e la distruzione della guerra, qui tutto sembra mescolarsi in una superiore armonia. Ci si sente davvero “uno”, con tutto ciò che sembra quasi ruotare intorno; centro dell’universo o incontro sublime tra diversi centri.

E’ solo un istante, poi tutto ritorna al suo posto, il vortice si ferma e rimane soltanto la nitida percezione di una bellezza straordinaria. E ci si può rimettere in cammino, colmi di nuova energia e scendere di nuovo verso l’Isonzo, attraversarlo ancora e risalire la collina, ritrovando i segni dell’agire umano: le strade che uniscono e le trincee che dividono, le case che si impregnano di vita familiare e i templi che trasmettono il loro incessante richiamo ai valori della trascendenza, le attese intense di un futuro migliore e le memorie del tempo e di tante vite per sempre trascorse. (Dal libro L'Isonzo)

lunedì 11 aprile 2022

Le uscite delle 10.03, edizione primaverile del "Libro delle 18.03"

Veno Pillon, Ponte a Vipava 
Nell'ambito dell'edizione di primavera della rassegna del "Libro delle 18.03", sono previste anche due "uscite" transfrontaliere, entrambe con partenza alle ore 10.03 dal Piazzale della Transalpina/trg Evrope e rientro nello stesso luogo intorno alle 15.30. Sabato 16 aprile si andrà a Vipava, per scoprire i ponti del caratteristico paese collocato sulle sorgenti del fiume che porta lo stesso nome. Sabato 23 aprile si percorrerà invece un breve tratto del Cammino Celeste, da Vencò a Mernico sulle dolci colline di confine coperte da vigneti e ulivi.

La prima gita sarà guidata dal prof. Gorazd Humar, ingegnere tra i massimi esperti di costruzione di ponti, autore di numerose pubblicazioni tradotte in diverse lingue. Con lui si potranno ammirare i tanti manufatti che varcano i numerosi rami del principale affluente dell'Isonzo, che scaturiscono come d'incanto dalle rocce sottostanti il monte Nanos. Si potranno quindi ripercorrere con la mente alcuni importanti eventi storici, accaduti proprio intorno alle sponde di quello che i romani chiavano Frigidum, per il gelo delle sue acque, soprattutto sarà possibile ammirare l'ingegno di chi ha costruito i numerosi ponti, interessanti per la loro storia, caratteristici e belli per la loro architettura.

Primavera a Scriò
La seconda uscita, non meno bella anche se un po' più faticosa, condurrà i partecipanti a camminare lungo le strade sterrate e i sentieri di una parte del Collio abbastanza poco conosciuta. Sulla distanza di circa 10 km e un tempo di percorrenza previsto intorno alle tre ore di marcia, si visiteranno piccole e graziose chiese che punteggiano il territorio, da Sant'Helena a Vencò a San Giacomo a Lonzano, da san Leonardo a Scriò a sant'Elena a Mernico. Sarà possibile conoscere il borgo natio del grande poeta friulano Pietro Zorutti, immergersi nei vigneti e camminare tra gli ulivi, gustare nelle piccole frazioni il frutto della vite. Ci sarà anche il tempo per conoscere qualcosa di più sulla nascita e lo sviluppo del Cammino Celeste o Iter aquileiense che dir si voglia, il suggestivo itinerario a piedi che da Aquileia permette ai pellegrini e ai viandanti di raggiungere in una decina di giorni il Monte Lussari. Oltre al titolare di questo blog, sarà presente un altro dei fondatori del cammino, l'esperto cartografo e priore della confraternita di san Giacomo Marco Bregant. 

In entrambi i casi, alla fine sarà possibile consumare un breve spuntino, per stare ancora un po' insieme e confrontare le impressioni. Per le necessarie prenotazioni, occorre telefonare, nelle giornate di lunedì e martedì, dalle 15 alle 17, al num. 371.5848955.

Già che ci si è, si ricordano anche i due appuntamenti letterari di questa settimana, entrambi alle ore 18.03. Mercoledì 13 aprile, presso il Kulturni dom, sarà presentato il libro di Francesco Tomada e Anton Špacapan Vončina Il figlio della lupa. Dialogherà con gli autori Federica Marzi. Il giorno dopo, giovedì 14 aprile, presso il Museo di Santa Chiara in Corso Verdi, sarà la volta di Jacopo De Michelis che illlustrerà il suo libro La stazione, dialogando con Martina Delpiccolo. 

domenica 13 febbraio 2022

Onstran okna, al di là della finestra...

Otliško okno
Se non ci si vuole arrivare seguendo i bellissimi sentieri, lo si può raggiungere agevolmente anche in bicicletta e perfino con l'automobile.

Prima di raggiungere Ajdovščina, si raggiunge Lokavec e con ardito percorso, scavato in parte nelle rocce sotto gli ultimi contrafforti del Čaven, si sale fino a Predmeja. Gli sguardi sono attirati dalla magnifica Vipavška dolina, ma non possono passare inosservati alcuni particolari. I tunnel che perforano la pietra carsica sono dei veri e propri cimeli di archeologia industriale, i fragili segni del sacro si alternano alle memorie della Liberazione dal nazifascismo. C'è perfino una statua moderna dedicata alla "Madre". Potrebbe essere un inno alla bellezza della maternità, come pure alla vita faticosa delle genti dell'altopiano. Ma non sarebbe sbagliato interpretarla come una celebrazione della Madre Terra, la Natura particolarmente aspra e affascinante che rende possibile anche in queste zone selvagge il miracolo della Vita.

Oltrepassata Predmeja le formazioni calcaree offrono i migliori spettacoli. E' tutto un susseguirsi di massi scavati e tagliati pazientemente dallo scorrere delle rare acque di superficie, dolci doline e improvvisi inquietanti inghiottitoi, ammassi candidi che ricordano greggi improvvisamente pietrificate. Poi si arriva a Otlica, un villaggio con poche case aggregate l'una all'altra per evitare di rubare spazio agli aridi campi, un tempo unica fonte di sostentamento per uomini e animali. Bisogna mettersi in cammino, il percorso è breve, in poco più di un quarto d'ora si raggiunge il crestone che domina l'alta valle del Vipacco. 

Febbraio nel tempo del riscaldamento globale apre le porte di queste lande anche ai visitatori invernali, la neve sta sparendo dalle zone d'ombra. Si attraversano pascoli ancora addormentati in attesa del risveglio primaverile e si raggiunge l'aereo limite, dove il terreno finora sostanzialmente piano, sprofonda improvvisamente verso il fondovalle, con un salto di 700 metri, in una cascata di rocce strapiombanti scavate dalle radici di coraggiosi abeti e faggi superstiti. 

E' lì che tra gli alberi appare improvvisamente. Un chiarore strano buca il grigiore carsico, avvicinandosi svanisce la malinconica e avvincente monotonia del bosco. Al di là del foro, quasi come attraverso un immenso cannocchiale naturale, si riconoscono le sagome evanescenti dei paesi adagiati placidamente sulle sponde dell'Hubelj e della Vipava. Sembra quasi di osservare la vita degli altri dal buco di una chiave. Ma questa grande fessura che vince la forza di gravità, sembra invitare anche a guardarsi dentro, a scoprire la propria fragilità di fronte alla potenza misteriosa dell'essere, a percepire ancora una volta il fascino del sublime, il "sacro" tremendum et fascinans che riempie l'Essere di significato e lo proietta al di là del tempo e dello spazio. C'è chi dice che sia stato un corno del diavolo a incastrarsi nella montagna formando questo strano buco, c'è chi spiega il tutto con criteri più scientifici e oggettivi. Ma è difficile sfuggire all'energia che scaturisce, insieme al vento impetuoso, da questa apertura, vera porta spalancata che dalla terra invita a slanciarsi verso il cielo. 

Il Nanos da Podnanos
Ci si stacca a fatica da questo spettacolo naturale. Ma è tempo di procedere. Più avanti, verso Col, una deviazione conduce sul Sinji Vrh, oltre i mille metri d'altezza. Qualcuno ha voluto trasformare la bellezza solenne in realtà di accoglienza solidale e condivisione dell'arte. Ciò rende ancora più attraente il panorama che permette di abbracciare il cuore dell'Europa, dalle montagne dell'Istria al maestoso Nanos, dal divino Triglav alle Giulie occidentali, dalle valli profonde alla luce sfolgorante del mare di Grado. Le campane lontane si rincorrono nell'annunciare il vespero. Sopra i paesi nella Valle, le balze montuose si tingono dei colori caldi della sera. 

Ci si chiede perché non si possa vivere sempre in tanta straordinaria Pace. I venti di guerra sembrano - purtroppo soltanto sembrano! - così lontani, la pandemia un incubo strano che aleggia nell'etere, la Sofferenza si stringe in un eterno abbraccio con la Bellezza. Nasce spontaneo il desiderio di concludere con le parole di Ivan Denisovič, "ti ringrazio Signore, è finito un altro giorno".

sabato 12 febbraio 2022

I ciclisti dimenticati, tra Scilla e Cariddi...

La questione delle piste ciclabili ha suscitato molto interesse a Gorizia, ma anche a Nova Gorica. Il quotidiano locale ha saggiamente contribuito a mantenere desta l'attenzione, valorizzando le diverse posizioni e informando puntualmente sulle vicende legate al referendum. E' giusto che sia così, perché la maggior parte dei cittadini ha compreso che non si tratta soltanto della peraltro già ampiamente prevista collocazione della ciclabile nei Corsi centrali, ma di un modo di concepire l'"abitare" nella città.

Chi propone di realizzare ciò che già da anni avrebbe dovuto essere progettato ed eseguito, lo fa perché crede in una concezione sostenibile ed ecologica. La mobilità a piedi e in bicicletta, infatti, favorisce i contatti tra le persone, abbatte il sempre più preoccupante inquinamento, consente anche ai bambini di potersi muovere senza pericolo e naturalmente riduce la minaccia di un traffico automobilistico sempre più invasivo. Inoltre, come dimostrato da tutte le zone a traffico limitato in Italia e in Europa, ci sono numerose conseguenze benefiche collaterali. Il piacere di uscire a piedi o in bici incentiva la frequente "gita" in centro, a tutto beneficio del commercio minuto, oltremodo penalizzato dalla grande distribuzione. Se ne è già parlato abbondantemente, ma vale la pena di ricordare anche le ricadute su un turismo sempre più ricercato e apprezzato, quello appunto alla ricerca di percorsi ciclabili e pedonabili di alto valore paesaggistico e storico. Verso il 2025, quale proposta migliore che quella di un itinerario sull'Isonzo/Soča, dalla sorgente alla foce oppure di un'"Alta via" dei monti goriziani sopra la magnifica Vipavška dolina?

Ecco allora che la realizzazione del già progettato ponte sulla ferrovia a Campagnuzza, la conclusione dei lavori sulla passerella di Salcano e la sistemazione dell'ossatura principale tra le due stazioni di Gorizia e Nova Gorica non sono frutto della fantasia di chi ama pedalare o camminare, ma sono l'espressione di un'ampia e generale concezione del vivere insieme in città e di una visione moderna e innovativa delle attività produttive territoriali.

Al di là delle ondivaghe scelte dell'attuale amministrazione comunale e del destino del referendum "apprezzato" da quasi 1700 sottoscrittori rigorosamente residenti, occorrono scelte sapientemente coraggiose a favore di una città che con i fatti e non solo a parole, metta al centro della sua attenzione la "persona", la sua salute, il suo benessere fisico, relazionale e psichico.

In attesa di futuri auspicati sviluppi, si prende atto che la fine della "sperimentazione" dei mesi scorsi ha comportato la cancellazione non solo della pista ciclabile sulla carreggiata principale, ma anche di quella già esistente sui controviali. Come infatti si può facilmente constatare dalla fotografia, non esiste più neppure l'antica "ciclabile" sulla parte più "logica" del controviale ovest, da San Giusto fino al Palazzo della Provincia. Parafrasando un famoso detto popolare, insieme al bambino (il neonato esperimento) è stata gettata via anche l'acqua sporca (la non ideale, ma almeno esistente situazione precedente). E i ciclisti si trovano tra Scilla (portiere che si aprono improvvisamente) e Cariddi (automobilisti impazienti che si arrabbiano per la lentezza dei malcapitati a due ruote). Quanto durerà questa pericolosa contingenza?

lunedì 20 dicembre 2021

21 dicembre, il solstizio d'inverno

21 dicembre, ore 15.59, ecco il solstizio! 
Il termine, derivato dal latino, significa il "fermarsi del Sole". In effetti, il movimento apparente della Stella sembra raggiungere un punto, quello più basso sull'orizzonte, sostare un istante e riprendere la corsa nel senso opposto.

L'inclinazione dell'asse terrestre è responsabile di queste variazioni, grazie alle quali gli emisferi terrestri godono dell'alternarsi delle stagioni. Infatti oggi termina l'autunno e inizia l'inverno. 

E' la "stagione del freddo", quella nella quale tutto sembra paralizzato dal gelo, la neve scende a trasformare i paesaggi, creando magie di bellezza e provocando terribili disagi a chi è costretto a vivere senza una casa o a percorrere con vestiti troppo leggeri strade ghiacciate.

Eppure è proprio sotto la forma dell'apparente paralisi che la vita germoglia e inizia l'avventura misteriosa della rinascita. Per ora non si vede nulla e sembra di assistere al dominio del non-essere, ma sotto la terra gelida si sta già realizzando il miracolo della risurrezione, la Pasqua della Natura già accade ogni anno, nel nascondimento dell'inverno incipiente.

Gli antichi sapevano e sperimentavano il fascino del rinnovamento. I popoli del Nord hanno celebrato riti meravigliosi per salutare la ripresa del vigore del Sole, i Romani celebravano la vittoria della luce e del calore sulle tenebre e sul freddo, il Sol invictus. I cristiani lo sostituivano con l'"astro del ciel", collocando la festa di Natale proprio in questo periodo dell'anno e circondandola con molte altre dal significato simile, dalla memoria di santa "Lucia" (ancora una volta la "luce") fino alla "manifestazione della Luce di Cristo" al mondo, nell'Epifania dei Magi - che non erano re e non erano tre - guidati, guarda caso, dalla "stella che avevano visto in Oriente".

Nonostante il progressivo soffocamento del "naturale" nell'epoca del trionfo della tecnologia e delle suggestioni effimere del Capitale, il giorno del solstizio mantiene ancora il suo fascino. Consapevolmente o meno, ci si apre alla speranza che l'impossibile diventi possibile. E si auspica per tutti un inverno che non sia per nessuno tempo di morte, ma sia per tutti attesa vigile e costruttiva di una nuova primavera.