Visualizzazione post con etichetta Storieviandanti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storieviandanti. Mostra tutti i post

martedì 18 agosto 2026

Le sorgenti del Po e un viaggio ricco di incontri

Sì, sono arrivato anch'io fino alla sorgente del Po. E ho raccolto la gelida acqua, sotto lo sguardo corrucciato del Monviso, in una borraccia con il logo di Nova Gorica e Gorizia capitale europea della Cultura.

Non l'ho fatto per rivendicare l'indipendenza della Padania, neppure per affermare qualche orgoglioso primato nazionale - pochi sanno che il fiume più lungo che bagna l'Italia non è il Po, ma la Drava.

L'ho fatto perché ogni sorgente richiama il mistero della Vita, è un inizio e in ogni inizio c'è sempre una sensazione di attesa, di speranza, di desiderio di immortalità. E anche perché è un bellissimo posto, il fiume nasce nel cuore di un anfiteatro spettacolare di guglie, di ghiaia, di rocce e di fiori.

Soprattutto mi ha portato alle sorgenti dell'antico Padum la passione per l'incontro, per quello con le persone che hanno qualcosa di veramente interessante da comunicare, che sono drammaticamente appassionate all'umana avventura. Spero che non se la prendano se le tiro in ballo e le ringrazio per la loro presenza.

La prima è Nella, amica ormai di lunga data, tessitrice instancabile di relazioni, capace di trattare ogni persona riconoscendole la dignità che merita, sia essa quella che per il mondo è una celebrità, sia essa il viandante vestito di stracci che chiede un giaciglio per una notte. Nella mi ha insegnato che non esistono i "vip", o meglio, che ogni essere umano, in quanto tale, è un vip, cioè una "persona molto importante". E poi mi ha testimoniato la religione dell'accoglienza, della fede intensa svincolata da ogni forma, la capacità di criticare senza giudicare, di essere di parte senza soffocare la posizione dell'altro, di gioire delle gioie e di condividere le sofferenze di ogni vivente. Soprattutto Nella è la personificazione dell'Amicizia, visibile quando è necessario esserci, invisibile quando rimane sospesa nell'aria, come una dolce sensazione.

Grazie a Nella, abbiamo incontrato Anna e Riccardo. Una cena da una parte, un'altra cena e una notte nella loro semplice e splendida casa, abbarbicata in mezzo alle montagne, nascosta in un fitto bosco. Lei è esperta di informatica, ha una grande storia da raccontare, un importante impegno dalla parte delle persone con disabilità. Lui è uno straordinario fotografo, nonchè un incredibile viandante. Ha percorso a piedi le Alpi e gli Appennini, l'intero sistema delle coste italiane, ha individuato e indicato il Cammino Italia. Con Anna, qualche hanno fa, ha camminato per 365 giorni in giro per l'Europa. Lei ne ha scritto un meraviglioso libro per bambini, insieme hanno pubblicato un volume con fotografie mozzafiato e testi da non dimenticare. Insomma, personaggi che non si possono descrivere in poche righe, se non cercando di riproporre la sensazione di bellezza, di pace, oserei dire di gioia profonda e autentica umanità che la loro compagnia ha suscitato in noi. L'incontro con loro è stata una vera e propria "storia viandante", nella condivisone dello "spirito dei piedi".

Come nel domino, da pedina nasce pedina e dall'incontro nasce un altro incontro, sempre intorno alla sorgente del Po. E così, con una certa trepidazione, siamo arrivati alla casa di Leda e Fredo. Si è parlato in solveno e italiano, si è discusso di lingue e culture vicine e lontane nel tempo e nello spazio, di religioni antiche e di percezioni moderne, perfino di Nova Gorica e di Aquileia. Si sono scoperti amici cari comuni. Tutto questo senza dimenticare di essere davanti a uno dei più straordinari sceneggiatori e registi italiani, premiato tra l'altro anche all'Amidei di Gorizia. Con Fredo il tema più avvincente è stato - potrei dire quasi inevitabilmente - quello del divino, la Presenza o l'Assenza di Dio, domanda sul confine tra memoria e desiderio, evidente anche in tutte le sue opere, una trasposizione della profondità del suo sguardo nella contemplazione del naturale e dell'umano.

Come dimenticare infine le strette di mano inattese, le porte aperte di case misteriose, le storie soltanto sfiorate? Come quella del giovane titolare del negozio "La malga in città", capace di raccontare con indomita passione la vicenda dei pastori e dei malgari, oltre che di svelare i segreti per realizzare un formaggio che narra, attraverso il gusto potente, gli alpeggi e la consapevole moderna quotidianità di chi decide di vivere "lassù". O come quella di Ludovica, pronta a spalancare senza timore la porta di una casa da lei stessa affrescata e arredata, uno scrigno di tesori di arte e di cultura. Tra gli altri, c'è un inatteso e finora inedito Cristo della trincea, simile, ma non identico a quello della Basilica di Aquileia, forse un Edmondo Furlan ancora più accorato, malinconico e scandalizzato dall'orrore della guerra. E infine, un pensiero grato va anche a Gustav, un mito sportivo della mia gioventù. L'abbiamo incontrato nel suo albergo di Trafoi e ha accettato di scambiare due parole. Sì, letteralmente due, perché il di più con lui è di troppo, le parole hanno un peso, sono preziose e non devono essere sprecate. Ma in quei pochi minuti si è manifestata la semplicità, l'umiltà, la discrezione di un uomo che ha ottenuto dei risultati strabilianti come sciatore e che avrebbe molto da insegnare, a tanti "idoli" sportivi strafottenti e arroganti, cosa significhi essere campioni di umanità.

Ecco e per ora, de hoc satis.

giovedì 23 luglio 2026

Scusandomi per l'insistenza... Con éStoria ad Assisi, dal 4 al 6 settembre 2026

Perché partecipare alla gita organizzata da éStoria sui luoghi della vita di san Francesco, da venerdì 4 a domenica 6 settembre?

Mi scuso per l'insistenza, ma ritengo che l'occasione sia troppo interessante per farsela sfuggire.

E' un momento compatibile con gli impegni lavorativi, un breve fine settimana, che consente una piena immerisone nella storia e nella spiritualità francescana.

Saranno visitati i luoghi più importanti della storia di Francesco e Chiara: ad Assisi le due basiliche dei santi, poi san Damiano e la Porziuncola e infine La Verna. Ci sarà spazio per riflettere anche su altre figure antiche e moderne, come Angela da Foligno e Carlo Acutis.

Particolarmente importante è la guida ai punti più significativi gestita direttamente dai francescani, un modo per conoscere dal di dentro il passato ma anche il presente del movimento che ha contribuito e continua a contribuire al rinnovamento della chiesa cattolica, ma anche della società europea.

Sì, perché il viaggio avrà anche un carattere molto laico (così come laico ha sempre voluto essere lo stesso amante di Madonna Povertà), cercando criticamente i segni del passaggio di Francesco nel cinema, nella letteratura e nelle istituzioni politiche e sociali.

Ci sarà molto spazio, durante il viaggio e nelle serate, per discutere insieme sul lascito francescano, sulla situazione del cristianesimo attuale e ovviamente sulle complesse problematiche del mondo attuale, prime fra tutte quelle legate alla pace, alla giustizia, all'accoglienza e ai sistemi economici.

Insomma, ci sono tanti motivi per non mancare. Informazioni e iscrizioni presso la sede di éStoria, con le modalità indicate nella locandina sulla destra del blog. 

giovedì 23 aprile 2026

Un mattino di Praga

 

E' la mia prima volta a Praga. Ci sono venuto per lavoro, senza molto tempo da dedicare a gironzolare.

Eppure questa mattina, mentre camminavo da solo sulla riva della Moldava, ho sentito, sia pur frammentaria e quasi timorosa di disturbare, la sua voce. 

Non è la voce che scende dalla città alta, immenso complesso di palazzi contesi tra vescovi, imperatori e presidenti. Non è la voce di migliaia di monumenti sparsi ovunque o del coraggioso Nepomuceno che ha preferito la morte, gettato nel fiume, piuttosto che tradire il segreto confessionale (e per questo la sua statua ha meritato un posto su tutti i ponti e le passerelle della Mitteleuropa). Non è il vociare scomposto di milioni di gruppi sciamanti da una parte all'altra, alla caccia della foto più originale, che al ritorno a casa non interesserà neppure a chi l'aveva scattata.

E' la voce invece degli ebrei del ghetto, delle meravigliose sinagoghe svuotate per sempre dalla furia nazista, delle tombe disordinate di un cimitero nel cuore della città antica, sepolture sovrapposte l'una all'altra fino a formare un immenso non macabro ma originale terrapieno.

E' la voce dei bimbi silenziosi, pronti a farsi inghiottire dalle scuole, con i loro zainetti e il sorriso tenue, come di chi inconsapevolmente presagisce la complessità e la maestà della vita.

E' il rumore soffuso dei tram, la cascata della Moldava, le note di Smetana che risuonano nella mente e nel cuore. E sono soprattutto Kafka e Kundera che sorpassano le limitazioni dello spazio e del tempo, Gregor Samsa con le sue disperate metamorfosi e l'insostenibile - sì proprio insostenibile - leggerezza dell'essere.

E' anche il tracollo di un impero che accomunava strade circondate da caseggiati asburgici e miriadi di chiese cattoliche edificate per controriformare hussiti e protestanti. Ed è Jan Palah in piazza Venceslao, protesta infuocata contro l'arrivo dei carriarmati dall'oriente, nell'"altro" '68 europeo. Ma è anche la resistenza e l'occupazione hitleriana, la voglia di riscatto e di giustizia soffocata da nuovi inattesi totalitarismi, le vie nel grigiore solitario della dittatura, l'effimero trionfo del liberismo, così lontano dal sogno della rivoluzione di velluto, del Potere dei senza potere del primo presidenteVaklav Havel.

Se andate a Praga, non perdetevi una breve o lunga passeggiata di prima mattina. Non lo si crederebbe possibile, ma la città parla ancora e cerca di rompere la sfera di cristallo dell'indifferenza e dell'estraneazione. A Praga vive oltre un milione di persone. Sono gli eredi di tutto il bene e il male che si è concretizzato tra le strette vie e i pinnacoli antichi e moderni. La loro voce, grondante di storia, ancora si fa sentire. Sì, ma quando tutto sembra tacere e le bandierine delle guide non sventolano davanti a orde assetate di nuove rapide e momentanee emozioni.

domenica 7 settembre 2025

Appunti materani

 

Matera è una bellissima città. 

I suoi famosi "Sassi" sono una testimonianza impressionante della vita di persone economicamente molto povere, ma umanamente piene di ingegno e di percezione della bellezza. Fino alla metà del XX secolo nelle abitazioni scavate nella roccia abitavano migliaia di famiglie. Con un complesso sistema di scavo, garantivano il minimo indispensabile alla sopravvivenza, escogitando sistemi di raccolta delle acque particolarmente efficaci, sia per prevenire danni nel periodo più piovoso che per conservarle per i lunghi tempi di siccità. Attraverso elaborati filtri, le acque venivano usate per bere e per tutti gli usi necessari. Insomma, vite ai limiti delle possibilità, mondi emarginati dai grandi giri delle varie società del benessere, ma talmente carichi di umanità da aver convinto Pier Paolo Pasolini a girare proprio qua il suo meraviglioso Vangelo secondo Matteo. Ha investito tutta la sua creatività, coinvolgendo gli (straordinari) attori non professionisti provenienti proprio dai Sassi. Ci provò parecchi anni dopo anche Mel Gibson, con la sua "Passione", con risultati molto meno convincenti. A Matera attendono il suo ritorno per la continuazione del cruento ma non certo appassionante colossal.

Negli anni tra il 1952 e il 1968 le condizioni di igiene sono risultate essere sempre più precarie, in rapporto ai mutati standard dell'epoca. Le rudimentali case nella roccia sono state evacuate. Le persone sono state ricollocate in case popolari, con maggiori confort, ma anche senza la capacità o possibilità di mantenere il tessuto di relazioni che si erano intrecciate nel corso di diversi secoli di convivenza. Nella seconda metà dell'800, ai materani si erano aggiunti migliaia di sfollati provenienti dal vicino paese di Montemurro, devastato da un rovinoso terremoto. Si era creata una sorta di interculturalità sui generis e sicuramente i poveri erano stati capaci di accogliere dignitosamente coloro che erano ancora più poveri di loro.

Tra il '68 e il 1990 la zona si è andata rapidamente degradando. La mancanza di manutenzione degli scarichi delle acque piovane ha portato gravi danni, non ultime piccole e grandi frane che hanno reso infido il terreno. A quell'epoca Matera non interessava a quasi nessuno, nonostante la straordinaria bellezza delle chiese rupestri, delle opere d'arte, della cappelle scavate nella roccia, a testimonianza di una presenza assai intensa di una fede popolare, legata in superficie al cristianesimo, ma con caratteristiche che affondano nella notte dei tempi dell'umana spiritualità. Nelle grotte adattate sotto la cima delle Murge Materane, dalle quali si gode un panorama incredibile, si possono ancora vedere i resti di affreschi antichissimi, datati all'epoca del paleocristianesimo, tra il IV e il VI secolo. 

La rivalutazione del territorio ha prodotto risultati superiori a qualsiasi immaginazione. I Sassi di Matera sono diventati in breve tempo un'attrazione turistica di primo livello. Le strade sono state ripristinate, le case rafforzate e trasformate in piccoli musei, le chiese centri di visita di interi complessi rupestri. Tanto si è fatto che Matera è stata nominata Capitale europea della Cultura 2019. Se ne è parlato in tutto il mondo e la città è diventata meta obbligata di ogni viaggio nel Sud dell'Italia. Dopo una breve pausa dovuta al covid, i turisti hanno ripreso a invadere le strette scalinate e ad affollare le piazze, soprattutto in estate, ma anche d'inverno. Le necessità del turismo globale hanno preso il sopravvento e chi viene oggi nella città dei Sassi entra nella dimensione del cosiddetto overturism. Le case private sono state trasformate in bed and breakfast, sono stati aperti locali di ristorazione e ospitalità ovunque, sono rimaste poche le tracce di un'umanità apparentemente misera ma fortemente solidale. Fuori dall'ambito del turismo, non ci sono molte altre possibilità di impiego e i giovani vanno a studiare al nord e non rientrano più. Nelle campagne vige la regola dello sfruttamento, migliaia di persone provenienti da ogni parte del sud del mondo lavorano tutto il giorno con stipendi letteralmente da fame.

Insomma, la Capitale europea della Cultura 2019 pare aver portato con sé i frutti del capitalismo imperante. Tanta ricchezza si è riversata su un territorio fino a pochi anni prima molto lontano dai "giri" che contano. Ma il superamento della ricerca "di nicchia" di pochi amanti delle profondità culturali e spirituali, rischia di creare una disneyland nella quale accorrono, senza capirci granché, frotte indistinte di ricchi croceristi sbarcati a Bari dalle grandi navi, viaggiatori scesi all'aeroporto e immediatamente raccolti da sontuose corriere.

L'insegnamento che le persone più sensibili richiamano è che la Capitale europea della Cultura non può essere solo una serie ininterrotta di Luci e Suoni. Se al centro non c'è la valorizzazione del tessuto umano costituito dagli abitanti, antichi e nuovi, autoctoni e immigrati della città, tutto si riduce a una giostra acchiappasoldi che imbianca la facciata ma lascia nel disordine tutto ciò che si trova all'interno.

E' l'augurio che da qui rivolgono a Nova Gorica e a Gorizia: "non preoccupatevi dei grandi numeri, presenti o futuri, cercate invece di cogliere l'occasione per percepire in nuovo modo la vostra umanità, il segno stupendo che siete nel donarvi reciprocamente la lingua, la cultura, la storia delle vostre vite". Il sindaco di Nova Gorica Samo Turel, l'altra sera, nel corso della serata di festeggiamenti legati al compleanno della città, ha detto più o meno le stesse parole, sottolineando come un seme è stato gettato e da esso potrà nascere la pianta della convivenza fraterna e costruttiva intorno all'antico confine. Insomma, ascoltando lui e molti altri responsabili della "nostra" capitale culturale, si ha la sensazione di essere sulla buona strada...

venerdì 8 agosto 2025

La "Pot" e la Gramozna jama, luoghi di storia e di memoria

Gramozna jama si trova a Ljubljana, facilmente raggiungibile dall'interessante Pot spominov in tovarištva. E' il percorso di circa 35 chilometri sistemato, ben segnalato e offerto a pedoni e ciclisti, corrispondente al cerchio di filo spinato che aveva trasformato la capitale slovena in campo di concentramento a cielo aperto, durante l'occupazione italiana e tedesca.

Al centro dello spazio c'è la copia di una scultura di Boris Kalin, che ricorda la tragedia di 124 ostaggi ivi fucilati dai militari italiani, assassinii sommari e crudeli, finalizzati a suscitare un clima di terrore tra la popolazione civile. Sono solo una parte degli uccisi innocenti in quel lungo, terribile periodo.

La statua rappresenta l'assurdità del fascismo, del nazismo e di qualsiasi ideologia perversa, caratterizzata dalla volontà di soppressione di esseri umani, per il solo fatto di essere riconosciuti appartenenti a una diversa cultura o concezione della vita. E fa anche pensare che gli italiani non sono affatto sempre stati "brava gente".

A tutti, dal momento che è comunque un'esperienza oggi piacevole e istruttiva per chi ama le passeggiate a piedi o in bicicletta, ma anche a chi ancora sia nostalgico del fascismo o ritenga inutile cancellarne i segni antichi e nuovi ancora presenti, si consiglia una camminata lungo la Pot. Si imparano molte cose, si è costretti a pensare all'orrore di una violenza che non ci si dovrebbe mai stancare di denunciare, ma si ha anche la possibilità di godere di bei panorami e scoprire angoli altrimenti nascosti della bella Ljubljana.

Per capire ancora meglio il senso di questo itinerario, conviene venirci il sabato più vicino al 9 maggio, giorno in cui si ricorda la Liberazione della città. In questo caso, i viali e le strade sono riempite da migliaia di persone festose, ma anche consapevoli dell'importanza della storia e della memoria.

domenica 22 giugno 2025

Lepa Pokljuka

 

Un momento di respiro, tra tante preoccupazioni che attanagliano il mondo.

Tra i laghi dell'alta valle della Sava Bohinjka e il massiccio del Triglav, si stende un meraviglioso altopiano, coperto da sani, freschi boschi di conifere, alternati a larghi pascoli. E' la Pokljuka. In inverno è un rinomato centro di sport cosiddetti "nordici", soprattutto ospita spesso i campionati mondiali e le gare di coppa del mondo di biathlon.In estate offre splendide passeggiate, dalle brevi camminate tra un alpeggio e l'altro alle impegnative verso le montagne circostanti. 


La montagna sa parlare a chi la ama, si tratti di giornate calde e limpide, come pure di periodi di pioggia o di drammatici momenti in cui si incappa in un temporale nei pressi di una vetta rocciosa. Anche la vita degli abitanti dei monti è particolare, apparentemente lontana da ciò che accade in altri angoli del Pianeta Terra. E' un duro lavoro quello di chi trae con fatica dalla terra il proprio sostentamento e ti offre con orgoglio e umiltà il frutto della sua azione. Ma gli occhi sono pieni di rude dolcezza e la parola è sempre pregna di una saggezza antica. La Slovenia non finisce mai di stupire, con la costante cura del verde e con un rispetto profondo dell'ambiente.

Quando si vive in città, lo sguardo è sempre attratto da ciò che è molto vicino, non sempre si riesce a cogliere la realtà nella sua complessità. Sui monti accade il contrario, si aprono alla vista paesaggi immensi, catene di cime ancora coperte dalle ultime nevi, enormi valli scavate nei millenni dai ghiacciai, delle quali si può soltanto intuire l'esistenza di un fondo. Forse si può anche perdere qualche particolare, anche se il montanaro è costantemente richiamato alla realtà dalla semplice legge della sopravvivenza. Per carpire qualche segreto nascosto oppure, semplicemente, per vivere.

giovedì 19 dicembre 2024

Lucio Ulian e la sua fotografia epifanica al Kulturni dom di Gorizia

 

Giovedì 19 dicembre, presso il Kulturni dom di Gorizia è stata inaugurata la bellissima mostra fotografica di Lucio Ulian, intitolata "Epifanie".

In un sorprendente dialogo tra la forza della dimensione materica e la proiezione verso l'orizzonte pneumatico, nell'arte di Ulian si sperimenta il superamento del fascino della gnosi nella percezione di un orizzonte in grado di coniugare quasi armonicamente l'immanenza con la trascendenza.

Il "quasi" sta a indicare l'inevitabile aporia della ragione, ma nello stesso tempo il suo potente anelito ad attraversare la barriera spazio temporale per proiettarsi, rischiosamente ma anche avventurosamente, verso l'eterno e l'infinito.

In questa riconciliazione degli opposti che si potrebbe quasi definire simbiotica congiunzione tra femminino e mascolino, si rivela il mistero della manifestazione, nella sua duplice dimensione dell'epifania e dell'apocalisse. Tutto ciò si rileva non censurando lo sguardo acuto e penetrante del fotografo sulla realtà in quanto tale, ma consentendo alla concretezza sobria del quotidiano la metamorfosi del senso e generando in questa impresa la fragilità dell'intuizione o, in qualche caso, della visione.

Le immagini sono accompagnate da approfondite spiegazioni, proposte in lingua italiana e slovena, nelle quali l'artista rivela la sua ricerca interiore e il suo desiderio di incontrare l'interlocutore in un'appassionata comunicazione, nello stesso tempo intensa, coinvolgente, simpatica ed empatica. In fondo, è proprio la rivelazione artistica di Lucio Ulian, amico di tutti a Gorizia, impegnato per anni nella politica amministrativa della città, operatore e ricercatore nell'ambito della prevenzione e dello spegnimento degli incendi, uomo di grande capacità di relazioni umane e di autentica amicizia.

Una mostra da non perdere, con le introduzioni dell'artista, del direttore del Kulturni dom Igor Komel e dell'autore di queste "storie viandanti"!

lunedì 16 settembre 2024

Gorici, il territorio delle due Gorizia, protagonista a Napoli

 

Giovedì 26 settembre, presso l'istituto "L'Orientale" dell'Università di Napoli, nell'ambito del Festival delle Lingue, si parlerà di Nova Gorica e di Gorizia.

Alle 15 ci sarà una conferenza, nel corso della quale verranno evidenziate le straordinarie opportunità offerte dal vivere in un territorio di confine. Senza tacere la drammaticità degli eventi che si sono verificati soprattutto nella prima metà del XX secolo, si racconterà il percorso che ha portato due città divise a essere congiunte, nella valorizzazione delle differenze. Si parlerà anche dell'Europa che in un momento particolarmente difficile, caratterizzato da nuove guerre, dal rinascere del nazionalismo e del razzismo, guarda con speranza a Nova Gorica e Gorizia, capitale europea della Cultura (ma anche della Pace, dell'Accoglienza e della Giustizia) per il 2025. Seguirà, alle 16, la proiezione dell'ottimo film Moja meja/Il mio confine, di Anja Medved e Nadja Velušček, che consentirà di andare ancora più a fondo sulla percezione della storia di una frontiera che si vorrebbe eliminata per sempre, non soltanto dalla carta geografica ma anche e soprattutto dalla testa delle persone. Il tutto sarà anticipato, alle ore 14, da un'assai interessante riflessione di Rosanna Morabito e Maria Bidovec sul tema Le lingue dei vicini, serbo croato e sloveno. Per questa straordinaria occasione, un grazie speciale a Maria Bidovec e Sanja Pirc, referenti dell'insegnamento accademico della lingua e della cultura slovena a Napoli e a Roma.

lunedì 9 settembre 2024

Nei boschi che circondano l'Isonzo/Soča

Dice il saggio: "non si può conoscere ciò che si crede già di sapere". Ed è proprio vero! Vale anche per il bacino fluviale dell'Isonzo/Soča. Si può credere di saperne tutto, o almeno quasi tutto perché lo si è percorso dalla sorgente alla foce, a piedi, in bici, in canoa... E invece ecco che quando meno te lo aspetti, qualcosa ti fa comprendere la tua sostanziale ignoranza e la misura incolmabile delle sorprese che può ancora riservare.

Certo, occorre lasciare la trafficata strada principale e inoltrarsi nei boschi che circondano praticamente tutto il corso d'acqua. A chi si inoltra nei sentieri meno battuti, sfidando i rovi e gli spini che crescono ovunque, vengono riservati spettacoli inattesi. Ecco un fragile ponticello che si apre su un abisso, lisce pareti riflettono il luccichio del torrente che scorre profondo. Si percepisce che è un luogo pieno di sacralità, un sassolino in una foglia, due legnetti per chiudere una specie di pacchetto, da una parte una preghiera, dall'altra un grazie. Sale dal cuore un desiderio di silenzio, per ascoltare la voce misteriosa della foresta, per sentire lo stormire delle foglie, il canto degli uccelli, il ronzio delle api, il canto delle acque rigogliose che si scontrano con le rocce.

Dopo un po', ecco un'altra sorpresa, un ruscello timido e quasi invisibile crea con una delicata cascatella un improvviso laghetto. E' uno specchio nel quale si intravvedono gli alberi stroncati dall'ultima tempesta. Non ci si potrebbe credere a sentirlo raccontare, ma ovunque pullula il segreto della Vita. Ecco una libellula che accarezza la superficie, ecco strani ragni coriacei che giocano nuotando allegri sfidando la corrente, ecco i gamberi, uno piccolo che ricorda un cavalluccio marino e uno grande, bianco, a dimostrare la purezza delle acque e a ricordare cosa si trovava nelle pozze scavate dai torrenti, fino a non molto tempo fa, anche vicino alle città.

Attenzione, ecco una roccia proprio strana. Il primo pensiero va all'utero materno, anche perché in essa sembra trovare rifugio un animale mitologico, un gufo gigantesco o un unicorno che si nasconde davanti all'irruzione della civiltà. Invece è un'altra pietra, alla quale ciascuno dà una diversa forma, quando invece si tratta "soltanto" dell'opera con la quale l'acqua e il vento hanno modellato la roccia. Sono tante le pietre che assumono diverse figure, create dalla fantasia e dall'oscurità, quando le nuvole strappano al bosco anche gli ultimi raggi di un pallido Sole.

E' il regno dei vecchi credenti che da secoli in pubblico nascondono il loro rapporto privilegiato con le forze della Natura e della Vita dentro e dietro le dinamiche della simbolica cristiana, reinterpretata o forse aggiornata nell'ascolto umile e attento degli arcani linguaggi della terra, dell'acqua, dell'aria e del fuoco. Ma quando entrano nel tempio delle verdi valli che circondano il Deus Aesontius, ritrovano il volto dell'unico ospite divino nei mille dei incarnati nelle pietre, nelle cascate, nelle fate e negli gnomi che soltanto un cuore aperto al mistero può percepire nella solitudine riempita di segni e di sogni.

Dove tutto ciò? Per ora non ve lo posso dire. Cercate e troverete, se avrete una buona guida in grado di iniziarvi alla misteriosa sacralità della Natura senza mortificare la vostra voglia di avventura e di autentica conoscenza personale.

martedì 3 settembre 2024

VIAGGIARE CON LENTEZZA

 

Si svolgerà venerdì 6 settembre, alle ore 18 all'ARCIGONG di Gorizia (Via delle Monache), un bell'incontro dedicato al senso dei cammini.

Con il coordinamento di Maria Teresa Padovan, saranno presentate due esperienze di camminatori e di cammini. Il Cammino Celeste è il  primo itinerario di questo tipo proposto in Friuli Venezia Giulia e uno dei primi in Italia, dopo le tradizionali vie jacopee, le "Francigena", "Di qui passò Francesco". E' stato ideato e percorso per la prima volta integralmente nel lontano 2006, ben prima del "boom", l'esplosione del fenomeno dell'invenzione e realizzazione di oltre 150 percorsi, disegnati in questi ultimi anni un po' ovunque.

Il cammino delle 44 chiesette votive consente invece una singolare e affascinante immersione nelle Valli del Natisone, alla scoperta di una natura lussureggiante e a volte incontaminata e di tante piccole vere opere d'arte architettoniche e pittoriche.

Si dialogherà non soltanto intorno ai due bellissimi tracciati, ma soprattutto sul senso del mettersi in cammino sulle strade del mondo e del senso simbolico che potrebbe portare con sé questo sostanzialmente improvviso "innamoramento collettivo" nei confronti delle antiche e nuove strade di pellegrinaggio e viandanza. Più "storieviandanti" di così non si può, da non perdere!

martedì 27 agosto 2024

Una sera in Primiero

 

Ieri sera, a Fiera di Primiero, provincia di Trento, si è tenuto un bell'incontro culturale. Procedendo dall'etimologia e dal valore simbolico del celebre "ratto" da parte di Giove travestito da mansueto bue, si è fatto riferimento al ruolo di Aquileia nell'edificazione dell'antica e nuova Europa.

Si è parlato di storia, di arte, di diffusione del cristianesimo, di concetto di identità. Si è preso in esame il tema della complessità, con l'impossibilità di ridurre la storia a un unico punto di vista, contestando quindi l'insistenza sulla necessità di sottolineare le "radici cristiane" di un Continente che nel passato ha visto intrecciarsi il mondo greco e quello latino, il mondo arabo con quello ebraico. 

Da queste constatazioni è stato facile procedere all'esempio di Nova Gorica con Gorizia capitale europea della cultura 2025, una terra che ha visto lo spargimento di tanto sangue in guerre fratricide, oggi diventa faro a livello mondiale, prova di come sia possibile risolvere i conflitti e valorizzare le diversità, attraverso la celebrazione della bellezza dello stare insieme e non del combattersi con armi sempre più sofisticate. C'è stato tempo anche per auspicare che l'istanza etica della fraternità e sororità universali possa trasformarsi in precisa scelta politica, attuando anche forme di integrazione reciproca già previste dell'ordinamento statale come per esempio l'ex sprar poi siproimi e oggi sai, Servizio di Accoglienza e Integrazione. La valorizzazione della comunità locale, in particolare del ruolo e della responsabilità di un Comune, è decisiva per poter affrontare in modo equo ed efficace la "sfida" dell'accoglienza umana e globale che caratterizza il tempo attuale.

I circa trenta partecipanti hanno seguito con grande attenzione e hanno preso parte al dibattito con numerose domande e osservazioni. E' stato un bel momento, un'altra prova del fatto che nelle piccole comunità esiste ancora un forte spirito di coesione e di collaborazione, che si esprime anche in una forte sensibilità per la cultura, per l'interpretazione del passato e del presente e anche per l'espressione artistica.

Del resto è un'impressione che ha preso forma anche nelle poche ore pomeridiane in cui è stato possibile visitare qualche porzione della rete di paesi che formano il Comune di Primiero San Martino di Castrozza. A Siror abbiamo contemplato opere d'arte lignee sparse ovunque, soprattutto collocate sulle pareti delle antiche case. Si è vista la chiesa e si è entrati in una sorta di fienile ristrutturato (Tabia), divenuto grazie alla creatività delle persone un'originalissima sala espositiva dove si incrociano l'estro artistico dei pittori e la passione sociale per la costruzione di una comunità viva e coesa. Mentre l'amico Davide Pintar, sloveno di Števerjan trapiantato in questo lembo di Trentino, mi introduce ai segreti delle sue bellissime opere, Gianfranco Bettega mi presenta alcuni aspetti storici molto interessanti. Tra gli altri contenuti di cui è esperto, si è dedicato alla ricerca sui segni - testimonianze di una fede semplice, ma intensa e profonda degli antenati - incisi sulle porte delle case e sulle travi. insomma, una vera e propria biblioteca viva, in grado di far rivivere, almeno in parte, un passato che per la gente vissuta da queste parti, non doveva essere facile, ma sicuramente molto inserito nella natura rigogliosa e maestosa di questo territorio.

Uno dei momenti principali di questo breve viaggio è stata la visita al maso, antica abitazione di pastori che d'estate salivano a quote impensate per pascolare le mucche e con il latte produrre il formaggio. Ereditato uno di questi casolari sparsi sulla montagna, Davide con i suoi familiari ha trasformato con grande maestria e ingegno la casupola di legno in una straordinaria dimora, si potrebbe dire un vero e proprio eremo sprofondato tra il verde intenso dei boschi e spalancato verso le rocce dolomitiche delle Pale di San Martino. I poveri strumenti della vita dei pastori sono diventati oggetti utili alla vita quotidiana dell'oggi, in una singolare commistione tra il fascino un po' idealizzato del tempo che fu e la possibilità di un meraviglioso rifugio dal frenetico tran tran della postmodernità.

Grazie cari amici, è stata proprio una bella serata!

mercoledì 21 agosto 2024

Tre giorni in Abruzzo

Paesi abbarbicati sulle rocce, pieni di segni magici sulle chiavi di volta dei portoni. Scalinate di pietra che si succedono l'una all'altra per collegare le diverse vie. Rocche e ruderi di castelli dai quali si possono dominare le montagne e le valli. Tanto verde, pascoli punteggiati di pecore e di mucche, profumo di malghe e sguardi profondi di pastori che sembrano aver fermato il tempo. E poi la pietra immensa, dominante sull'intero Centro Italia, il Gran Sasso, potente, misterioso, invitante.

Questo e molto altro è l'Abruzzo. Ci si riferisce a quello interno, lontano dalle spiagge e dalle località di mare, quello che un tempo era dei pastori - Settembre, andiamo, è tempo di migrar... - e che oggi, come ovunque, è alla ricerca di una nuova sostenibile identità, intorno ai grandi tratturi che tuttora ricordano come un qualcosa di estremamente lontano, le suggestive e faticose transumanze. 

C'è un paese che si chiama Calascio. La strada che proviene da L'Aquila lo lambisce, ma se ci si lascia tentare e ci si inerpica sulle strette stradine si resta incantati. Una casa accanto all'altra, sulla via principale, tutta una sinfonia di archi, piccole gallerie, architetture affascinanti e popolari. Gli abitanti non sono molti, anche se in estate il villaggio si riempie. La gente per lo più vive lontana, chi nel capoluogo, chi nelle valli, molti anche a Roma. Ma in luglio e agosto gli scuri si riaprono, la gente sosta davanti alle porte aperte, la passeggiata nella stretta via principale si trasforma in bella occasione per intessere relazioni sociali. La gente è accogliente, disponibile, simpatica. Racconta volentieri la storia del luogo e le storie particolari dei suoi abitanti. Offre tutto ciò che ha a disposizione, soprattutto un sorriso incoraggiante e l'invito a conoscere il territorio. Sopra Calascio c'è la Rocca Calascio, altro minuscolo centro abitato intorno a un antico maniero, uno dei tanti che forse servivano come torri di avvistamento per far sapere subito agli abitanti delle incursioni provenienti dal mare.

Campo Imperatore splende in una giornata di sole. Le nuvole appenniniche sembrano aver pietà dei coraggiosi che vogliono affrontare le balze rocciose e raggiungere i rifugi e le alte vette. Il piazzale parcheggio ospita l'arrivo della funivia da Assergi, diversi esercizi commerciali e il rosso albergo - in parte in rovina e senza alcun segno di una peraltro sinistra memoria - che ospitò per alcuni giorni Mussolini prima della rocambolesca "liberazione" da parte degli aviatori nazisti. La bellezza del sito oscura e allontana il pensiero da quella cupa storia. Meglio immergersi nella contemplazione delle altezze, degli infiniti fiori multicolori, dei frequentati sentieri che accompagnano gli escursionisti in alto, sempre più in alto.

L'Abruzzo è anche L'Aquila, la sua capitale, ancora evidentemente ferita dal terremoto che nel 2009 la sconvolse, portandosi via oltre trecento vite umane. C'è un'aria di ricostruzione e un desiderio di riaprire le chiese, i monumenti, soprattutto le case ai visitatori. Anche qua tante persone si avvicinano per raccontare, per sottolineare il punto sull'evoluzione dei lavori, per rilevare le straordinarie potenzialità culturali e turistiche. Qualcuno ci invita a ritornare fra breve e a raccontare ovunque dell'impegno, della simpatia e della creatività degli aquilani. Santa Maria di Collemaggio, prima tra le opere ricostruite o restaurate - assai bene! - regala con la nuova illuminazione scorci stupendi sugli affreschi medievali e racconta la vicenda del buon Celestino. Era un monaco intelligente e operoso, che ebbe la sventura di essere proclamato Papa controvoglia. Rinunciò dopo qualche mese alla carica, un raro rifiuto degli onori mondani. Quando morì, molti lo considerarono da subito un santo, altri non gli perdonarono quello che Dante, non molto tenero con lui, definì "il gran rifiuto" che aprì la strada a quel Bonifacio VIII che - almeno sempre secondo il Sommo Poeta - del santo non aveva neppure lo stinco. 

A qualche chilometro di distanza c'è Amiternum, oggi un teatro e un anfiteatro che testimoniano la presenza di un'importante città, dalla lunga storia iniziata dai Sabini e continuata dai Romani. I solerti custodi si affrettano a rivendicare che proprio qui sarebbe stata nominata per la prima volta la parola "Italia", in evidente contrasto con la più accreditata ipotesi riferita a Italo, re degli Enotri, popolazione che nei tempi remoti abitava l'attuale Calabria, prima dell'arrivo dei Greci. Certo che ad andare in giro per la Penisola, si scopre in ogni angolo un pezzo di storia interessante. Quante tribù hanno dato filo da torcere ai conquistadores romani, rivendicando il diritto di essere liberi, prima di essere assimilati dalla soverchiante forza militare dei latini. Sarà l'impressione suscitata dalle rovine solenni o saranno i raggi del sole che picchiano duro sulla nuca, fa sì che, camminando tra le gradinate degli allora amatissimi luoghi di spettacolo, sembra di sentire le voci suadenti e lontane di attori di drammi e tragedie, l'urlo potente della folla entusiasta, gli ordini secchi trasmessi dai capi ai piccoli eserciti di schiavi addetti al funzionamento dei sofisticati macchinari.

Un'ultima impressione fra tante. Proseguendo verso il sud si raggiunge Sulmona, la città di Ovidio. Tra un pensiero all'avvincente Ars Amatoria e alle monumentali Metamorfosi, ci si addolcisce il palato visitando le fabbriche di confetti, presentati in tutte le fogge possibili, una specie di dolcissimo lego con il quale realizzare fiori di campo, casette da presepio, vere e proprie opere d'arte.

Il fugace passaggio nel cuore dell'Abruzzo mi ha riversato nel cuore una sensazione di speranza. La gente, le semplici persone che vivono con passione il loro quotidiano sono ovunque ancora profondamente umane: vogliono la pace e lo dicono ovunque, hanno compassione di chi soffre, desiderano profondamente essere e vivere. Insomma, forse il popolo è generalmente migliore di quanto a volte lo si rappresenti...

lunedì 19 agosto 2024

Una gita al Divje jezero, il selvaggio lago presso Idrija

Il consiglio viandante odierno è molto valido, in caso di temperature elevate come quelle riscontrate in questa calda estate. Ma potrebbe esserlo ancora di più, se accolto contestualmente al manifestarsi della bellezza dei colori di settembre e dell'autunno.

Nascosto a poche centinaia di metri dalla "statale" che collega Ljubljana a Tolmin, poco prima dell'attraversamento della città patrimonio UNESCO di Idrija, c'è il Divje jezero, il lago selvaggio, minuscolo e pieno di misterioso fascino. A prima vista, sembra un tranquillo specchio d'acqua nel quale si riflettono i boschi e i ghiaioni sovrastanti. Ma già avvicinandosi ci si accorge della profondità abissale dalla quale scaturisce una copiosa sorgente carsica. L'azzurro intenso confinante con il verde scuro del centro, fa pensare a un occhio penetrante che ti guarda senza rivelare il segreto nascosto nelle sue profondità. In effetti anche i sommozzatori più esperti sono rimasti incantati dall'arcano. Sono scesi fino a oltre 160 metri e non hanno ancora scoperto il punto originante l'acqua che viene proiettata costantemente in superficie. Alcuni di loro hanno pagato con la vita la loro curiosità. Il lago ha anche un emissario, il fiume Jezernica che con i suoi 55 metri di percorso, prima di gettarsi nell'Idrijca, è il fiume più corto della Slovenija.

A proposito di Idrijca ci sarebbe molto da dire. L'affluente dell'Isonzo/Soča offre infiniti spunti storici, naturalistici e culturali. Una visita completa e approfondita richiederebbe senz'altro almeno tre giorni. Oltre al centro minerario, alla visita ai merletti e al gusto degli žlikrofi di Idrija, si pensi alla valle e al centro di Cerkno, con l'ospedale partigiano di Franja, purtroppo attualmente non visitabile, in attesa di restauro dopo i danni delle recenti alluvioni. Dalla parte opposta, presso Vojsko, c'š l'interessante tipografia partigiana ma anche, sopra una roccia sporgente sulla valle, la chiesa di Šebrelje e le grotte selvagge dove fu trovato il famoso strumento musicale utilizzato dai Neanderthal 40mila anni fa. Non deve mancare un salto sulla Šentviška Gora, il monte di San Vito reso celebre dalle vicende legate alla seconda guerra mondiale, ma anche dagli spettacolari affreschi di Tone Kralj e dalla suggestiva architettura di una delle chiese disegnate da Plečnik. Tanti scrittori hanno reso famosa la valle, opportuno è un pensiero a Ciril Kosmač a Slap. Si ammira poi il bel ponte sulla Bača, parte della ferrovia Transalpina, prima di arrivare a Most na Soči, con il lago formato dalla diga di Doblar, la confluenza dei due fiumi, le grotte e gli antichi segni della civiltà di Halstatt e del passaggio di Roma. Insomma, chi più ne ha più ne metta e sono molti altri gli spunti per visitare e conoscere l'Idrijska dolina.

Ma per rimanere nella parte alta, dopo aver contemplato il lago selvaggio, vale la pena di continuare a salire. Si incontrano i caratteristici ponticelli, vere e proprie imprese di ingegneria popolare, proiettati sopra le acque cristalline del fiume, spesso raccolte in ampie pozze che consentono bagni rinfrescanti e tuffi vertiginosi effettuati dai ragazzi della zona. Risalendo ancora, ci sono villaggi e gostilne dove potersi rifocillare, con l'udito sempre rallegrato dalla cantilena del giovane affluente e dallo stormire delle foglie del bosco nonché con la vista stupita dalle singolari forme delle rocce modella te dall'erosione. Grandi boschi circondano le acque pescose dell'Idrijca, in essi sono stati ricavati ampi sentieri, a uso dei pedoni e dei ciclisti, per giungere fino alle numerose "chiuse", geniali e complesse opere realizzate nel tempo per consentire e favorire la fluttuazione del legname ricavato dalla foresta a uso delle miniere di mercurio. Dovevano essere tempi duri quelli, gli uomini impegnati a rischio della vita nelle profondità della terra o a segare i tronchi da inviare a valle, le donne a realizzare magnifici merletti con l'unico e semplice obiettivo della sopravvivenza quotidiana! E' un dono poter vivere da turisti questi gioielli della natura, ma senza dimenticare tutti coloro che in questa terra sono nati e cresciuti, hanno amato, pregato, combattuto e soprattutto tanto lavorato. 

venerdì 9 agosto 2024

La nostra forza sta nell'incertezza: in dialogo con Mimmo Lucano (Riace, 5 e 6 agosto , 3/3)

Domenico Lucano, classe 1958, è stato eletto sindaco di Riace per tre mandati, dal 2004 al 2018. La sua esperienza è stata bruscamente interrotta dalle cause amministrative e giudiziarie relative al tema dell'accoglienza dei migranti. Nel 2024 è stato nuovamente scelto come sindaco, contestualmente alla nomina a parlamentare europeo. 

Può raccontare come è nato quello che ovunque è chiamato "modello Riace"?

E' necessario partire da lontano. Nel 1996 e nel 1998 ci furono i primi sbarchi sulla nostra costa, da navi provenienti dal Medio Oriente. In entrambi i casi erano curdi che fuggivano dalle persecuzioni, molti di loro erano impegnati anche politicamente. A quei tempi facevo parte di un collettivo molto attento alle problematiche dei migranti e decidemmo di dare una mano a quelle persone, offrendo loro accoglienza e sostegno. Da questi incontri è nata la mia scelta di concorrere alle elezioni amministrative del 1999, risultando eletto come consigliere di minoranza e cercando di trasformare la normale azione umanitaria in preciso disegno politico. 

Come è stato accolto questo "salto di qualità"?

Devo dire che in quel periodo fu decisivo l'incontro con Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà. Aveva sentito parlare della nostra vicenda ed è venuto a presentarmi il percorso da lui condiviso a livello nazionale per giungere alla stesura di una legge nazionale sull'asilo. Il suo incoraggiamento e soprattutto la competenza mi hanno spinto a portare in consiglio comunale un ordine del giorno sul tema, che è stato accolto, impegnando il Comune ad agire, anche in vista della possibilità di nuovi sbarchi e nuove presenze.

Quindi il "modello Riace" nasce prima del mandato di sindaco affidato a Mimmo Lucano?

Sì, anzi, posso dire anche la data, 11 aprile 2001, quando la giunta comunale, guidata dal sindaco Comito, approva il progetto "Riace: rivitalizzare il borgo antico attraverso l'accoglienza e l'integrazione dei profughi. Richiesta finanziamento Ministero dell'Interno". Il documento è fondamentale, per due motivi. Il primo è che il progetto è stato approvato e con il finanziamento ottenuto si è avviata la realtà dell'accoglienza strutturata in paese. Il secondo è che esso è stato il modello per arrivare alla prima proposta di legge della Regione Calabria sul tema. Logicamente da quel momento in poi si sono intensificati i rapporti con Schiavone, che ha seguito fin dall'inizio la questione, sottolineando le opportunità e aiutandoci a risolvere i problemi.

Nel 2004 è arrivata la prima elezione a primo cittadino. Cosa è cambiato?

Non è cambiato nulla sul piano delle idealità. Il punto di partenza per me è sempre stato quello della normalità dell'incontro tra persone portatrici di tante diversità culturali, linguistico, sociali. La mia idea è stata ed è che l'accoglienza non è soltanto un servizio che si offre ai migranti che hanno bisogno di casa e lavoro, ma è anche una formidabile occasione di crescita e di sviluppo per i residenti. Ero convinto che un paese come Riace, fortemente colpito da un'emigrazione che lo ha letteralmente svuotato, avrebbe potuto rinascere proprio grazie ai richiedenti asilo e agli altri migranti che avrebbero potuto venire ad abitare qua. Per questo occorreva pensare a strutture di servizio in grado di garantire l'abitare come pure l'inserimento lavorativo.

Un progetto straordinario! Quali sono stati i risultati?

Riace è tornata effettivamente a vivere, con una presenza sempre più ampia di persone provenienti da tutto il mondo. Le case sono state di nuovo abitate e sono state trovate diverse soluzioni sul piano del lavoro. Il tutto è stato reso più semplice anche dalle leggi nazionali dato che, anche grazie all'impegno di Gianfranco Schiavone, sono stati elaborati e approvati i primi sistemi di accoglienza strutturati intorno all'assunzione di responsabilità degli enti amministrativi locali. Abbiamo aderito subito ai bandi previsti, ottenendo i necessari finanziamenti, ma anche rendendoci conto della complessità delle procedure burocratiche. Il successo della nostra iniziativa ha portato in loco giornalisti di tutto il mondo ed è così che la nostra piccola realtà è diventata il "modello Riace", suscitando da una parte molta simpatia, dall'altra forti opposizioni.

Quali difficoltà avete incontrato?

Per quanto mi riguarda, ho trovato sempre complicato corrispondere contemporaneamente all'appello di un'umanità che vorrebbe dare soluzioni immediate ai bisogni delle persone che incontro e la necessità di rimanere all'interno del tracciato fissato dalle regole normative. Occorre distinguere tra la forma e la sostanza. A volte ho avuto l'impressione che l'obbligo di osservare la forma penalizzasse l'obiettivo sostanziale, quello cioè di essere effettivamente di aiuto a persone che per arrivare fino a qua avevano perso tutto ciò che possedevano, fuggendo dalla guerra, dalla fame e dalle persecuzioni. Probabilmente ho compiuto diversi errori a causa di questa difficoltà, a volte senz'altro ha prevalso l'urgenza di soccorrere, piuttosto che la pazienza di attendere i tempi e i modi della burocrazia.

Ed è arrivato il tempo dell'esilio...

Sì, il mutato clima politico dopo le elezioni del 2018 ha portato a un grave ridimensionamento dei progetti di accoglienza legati ai Comuni. Il caso Riace, divenuto ormai noto anche fuori dai confini nazionali, non poteva passare inosservato e così hanno iniziato ad arrivare le denunce. Sono arrivati gli arresti domiciliari, poi il divieto di risiedere a Riace, infine la durissima condanna in primo grado del tribunale di Locri, legata al teorema di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, oltre che di truffa allo stato. In secondo grado saranno smontate praticamente tutte le accuse e successivamente è stato censurato lo smantellamento del sistema di accoglienza di Riace voluto contestualmente alla condanna. 

13 anni e 2 mesi di carcere per aver compiuto il reato di solidarietà?

Sì, proprio così. Oltre a ciò è stata comminata anche una condanna a corrispondere un'enorme somma finanziaria. Tuttavia questa durissima sentenza ha avuto almeno due effetti positivi. Il primo è il movimento di solidarietà che mi ha riempito di affetto e di vicinanza. Da tutta Italia e dall'estero è partito un movimento di compartecipazione che ha permesso di far conoscere ovunque il modello Riace, così come la storia personale del sottoscritto. Il secondo è che, per iniziativa dell'amico Luigi Manconi - un altro dei protagonisti della legislazione italiana sull'accoglienza - è partita una raccolta di fondi finalizzata inizialmente a pagare la sanzione che mi era stata inflitta. Non avrei mai accettato quei fondi, ma oggi, in accordo con chi li ha raccolti, dopo l'assoluzione piena da tutte le accuse, quei soldi saranno utilizzati per far ripartire l'accoglienza smantellata, con la creazione di borse lavoro, pagamento affitti, sostegno all'integrazione a tutti i livelli.

Insomma, non tutto il male viene per nuocere...

In realtà, è stato un periodo di sofferenza enorme, non solo per me ma anche per chi mi era vicino. Ho perso affetti e amicizie, ho provato la solitudine e la delusione, soprattutto vedendo cancellare tutto ciò per cui mi ero impegnato e avevo lavorato. I processi sono stati essenzialmente politici, la condanna come l'assoluzione non hanno riguardato le singole azioni contestate, bensì le motivazioni per le quali erano state compiute. E l'assoluzione definitiva sancisce fondamentalmente che le attuali leggi sull'asilo e sulla protezione dei rifugiati devono essere cambiate e migliorate, per poter consentire alla solidarietà di essere attuata senza eccessive regole e pastoie burocratiche che in fin dei conti non fanno altro che appesantire la vita delle persone e rallentare le soluzioni ai problemi della gente.

Ora un nuovo mandato di sindaco e l'elezione al parlamento europeo...

Logicamente sono molto contento di essere tornato a Riace e di poter riprendere il cammino interrotto. L'immersione nella vita di un paese non contraddice l'impegno europeo, nel parlamento e nelle commissione delle quali faccio parte. Spero di poter aiutare a rivivere il nostro "modello", con il "villaggio globale" che è stato creato nel cuore del paese e che oggi è purtroppo quasi disabitato. Nello stesso tempo cercherò in tutti i modi di portare all'attenzione dell'Europa la necessità di ripensare i modelli attuali di accoglienza, offrendo anche la nostra particolare esperienza: là dove c'è integrazione, non si realizza un bene solo per le persone accolte, ma si verifica una vera e propria trasformazione del paese che accoglie. Ciò vale senz'altro sul piano morale, ma anche su quello delle opportunità di crescita e sviluppo, perfino sul piano economico e materiale. Zone in difficoltà possono tornare a fiorire, in una dimensione di umanità e di coesione sociale finalmente ritrovata.

Auguri allora, per questo nuovo tratto di cammino, onorevole...

Oh, quello che già non riesco a sopportare in questa condizione di parlamentare europeo è l'incredibile serie di privilegi riservati a chi occupa tali posizioni. Farò di tutto per contrastare questo distacco tra i cittadini e i loro rappresentanti eletti. E' pazzesco che chi dovrebbe essere al servizio di tutti, approfitti della condizione per arricchirsi o comunque per sentirsi più in alto di tutti gli altri.

Cittadine e cittadini si avvicinano al nostro tavolo. Per ognuno c'è una parola e un saluto. Dalla porta del Municipio fanno ampi segni. Prima di salutarci, Lucano chiede un foglio, lascia il suo indirizzo mail e scrive: "LA NOSTRA FORZA STA NELL'INCERTEZZA".

giovedì 8 agosto 2024

Riace, 5 e 6 agosto 2024 (2/3): l'incontro con Alex

 

L’appuntamento è un po’ generico, la mattina del 6 agosto, “mi troverai in Municipio o in giro per il paese”. Alle 9 si arriva al bar della sera prima ed eccolo di nuovo lì. Mi vede e mi propone di scambiare due parole alle 10. E’ bello vederlo lavorare, il vero sindaco di paese. Prima è con i collaboratori, con i quali discute animatamente i problemi del momento, poi gli si avvicinano tante persone per un saluto, un augurio e un abbraccio, infine due cittadini che gli presentano il problema della mancanza d’acqua. Mimmo Lucano risponde con calma alla coppia inizialmente un po’ agitata, spiegando come la carenza d’acqua dipenda in parte dai cambiamenti climatici mondiali, ma anche da una poco oculata azione dei suoi predecessori che hanno venduto i diritti di utilizzo delle falde agli imprenditori agricoli. Non promette soltanto a parole, ma imbraccia il telefono e spedisce immediatamente i funzionari a verificare esattamente la situazione.

Tra una giunta e un saluto, tra una protesta e una spiegazione, all’improvviso compare tra i tavoli del caffè una figura inconfondibile. Padre Alex Zanotelli trascorre qualche giorno di vacanza a Riace, per stare vicino al suo amico Mimmo Lucano. Ci salutiamo, scambiamo qualche parola in amicizia e il discorso cade inevitabilmente sulla situazione del mondo attuale. “Sono preoccupatissimo – dice padre Alex – è un momento gravissimo quello che stiamo vivendo. C’è il rischio di un’escalation che dobbiamo in qualsiasi modo fermare.” Insomma, la vita non va mai in vacanza e il grande comboniano non può staccare il pensiero dalle guerre imminenti e dalla realtà dei quartieri più difficili di Napoli, con gli abitanti dei quali condivide la vita da diversi decenni. Un abbraccio, un saluto e finalmente il sindaco di Riace si avvicina e si siede con noi.

E’ impossibile riportare in un testo le emozioni, il tono di voce, la mimica degli occhi e delle mani. Posso soltanto riportare le parole, consapevole di essere un privilegiato, perché il racconto di una storia di vita non può essere sintetizzato soltanto con dei concetti. In ogni caso, è giusto provarci…

Riace, 5 e 6 agosto 2024 (1/3): Riace

 Fino a non molti anni fa, il nome di Riace era noto nel mondo per lo straordinario ritrovamento, avvenuto nel 1972, dei “bronzi”, le due magnifiche sculture scoperte nel fondale dello Jonio, oggi in mostra nel Museo Archeologico di Reggio Calabria. Il luogo della scoperta era qualche centinaio di metri distante dalla spiaggia di Marina di Riace, un tempo villaggio di pescatori, oggi piccola stazione turistica balneare. Il capoluogo del Comune si trova sui colli alla base della Sila, circa dodici chilometri all’interno, facilmente raggiungibile grazie a una strada che si inerpica tra gli ulivi e i fichi d’india.

Oggi il paese di Riace è universalmente conosciuto grazie all’esperienza umana, politica e amministrativa che ha trasformato un borgo ormai quasi del tutto abbandonato in un vero e proprio modello di villaggio globale. I protagonisti di questo cambiamento sono stati i migranti che hanno accettato l’invito ad abitare le case lasciate vuote da chi era stato a sua volta costretto a emigrare per sopravvivere, ma il regista di questa storia è stato Domenico Lucano, attualmente al quarto mandato di sindaco e da poco più di un mese parlamentare europeo.

La “mia Riace” si è svolta in due giorni ed è stata preceduta dalle solite domande interiori: è giusto capitare in un municipio, senza preavviso, per incontrare una persona chissà quanto impegnata? Chissà se lo si troverà, magari è impegnato nelle sedi del Parlamento europeo oppure semplicemente si sta godendo un periodo di meritata vacanza. Fatto sta che la sera del 5 agosto ci si fa un breve giro, scoprendo la parte antica della cittadina, visitando la chiesa e scoprendo che i santi patroni Cosma e Damiano sono veneratissimi da rom e sinti che, provenendo da tutto il Sud Italia, in maggio e settembre stazionano tre giorni in paese per partecipare e animare le processioni locali. Il tempo per una bibita nel bar in piazza ed eccolo lì, impegnato a discutere con una cittadina. Un saluto un po’ imbarazzato e ci si accorda per incontrarsi la mattina dopo. Ci sono altri avventori nel baretto, sembra di riconoscere qualche volto noto, certamente non sono tutti abitanti del luogo.

La sera si scende sulla riva del mare, c’è lo spettacolo in piazza di Mimmo Cavallaro e della sua band, un gruppo musicale folk molto popolare in Calabria e anche oltre. Si balla la tarantella per oltre due ore, con il coinvolgimento di tutti, gran parte dei partecipanti sono giovani. I pezzi travolgenti non offrono solo divertimento, ma anche messaggi di pace e di accoglienza. Viene chiamato sul palco Mimmo Lucano che riceve un’ovazione, anche se non tutti sembrano entusiasti della sua presenza. Del resto, lo spettacolo è organizzato dal Comune per residenti e turisti ed è giusto ringraziare chi lo ha reso possibile “per riportare la Cultura nel nostro territorio”, citando le parole dette con molta emozione da chi, dopo essere stato espulso da una sentenza assai discussa e discutibile, ritorna a essere primo cittadino dopo cinque anni di assenza.

Mi sento chiamare per nome. C’è anche una famiglia di Goriziani, che trascorrono le vacanze in Riace alta, incontri veramente graditi e inattesi…

venerdì 16 febbraio 2024

I racconti del pellegrino Jorge

"Stancarsi, bagnarsi, avere freddo, avere tagli sulla pelle, stare per strada e non disperare. Ridi di ogni situazione strana e difficile. Divertiti sotto la pioggia. Cerca, aspetta, trova. Parla con tante persone. Essere luce, essere presente, essere il messaggio, essere un cammino per gli altri".

A pensarci bene, è un meraviglioso programma per ogni umana esistenza. ma in questo caso sono le parole di Jorge, un pellegrino di 32 anni che è partito dalla sua abitazione, nel sud della Spagna e sta andando a piedi verso Gerusalemme.

Oggi è passato per Aquileia, dove si è fermato per contemplare le meraviglie dell'antica città e per una breve visita alla straordinaria Basilica. E' rimasto molto colpito dalla bellezza dell'arte e dalla forza della spiritualità che sgorgano da ogni frammento della chiesa. E ha raccontato volentieri la sua esperienza.

Ha raccolto un testimone da un familiare che non c'è più e avrebbe desiderato raggiungere questo obiettivo esistenziale. Si è sentito un po' oppresso dalla comodità di una società che offre ogni risposta alle domande materiali, ma che non sa favorire un approfondimento della dimensione spirituale e della conoscenza dell'altro. E si è messo in cammino, lasciandosi alle spalle relazioni affettive, esigenze del lavoro, preoccupazioni per il futuro. La sua casa è uno zaino contenente l'essenziale, le finanze consistono nella fiducia - assai ben ripagata, a sentire i suoi racconti - nella Provvidenza che porta il volto di tante persone incontrate lungo il percorso. A chi lo ospita, regala in cambio la sua simpatia, il suo sorriso e la sua interessante e profonda parola.

Ha voluto soffermarsi sulla riproduzione del Santo Sepolcro dell'XI secolo, sentendosi in qualche modo compartecipe del viandante Gisulfo che mille anni fa aveva seguito la stessa intuizione e si era diretto verso la Città Santa. Si affronta la fatica di una lunga strada, ci si imbatte in mille complesse o piacevoli avventure, si impara la pazienza di mesi e mesi scanditi dai passi, si tengono gli occhi aperti per contemplare il Mistero della Natura e dell'Uomo. La meta del più importante pellegrinaggio cristiano è paradossale. Se ogni altro "cammino" conduce in luoghi in cui si può venerare "ciò che resta (in latino reliquia)" di qualche personaggio che ha vissuto santamente o ha sperimentato l'incontro con il Maestro, quello in Terra Santa trova il suo pieno significato in un luogo in cui non c'è niente, un sepolcro vuoto dal "primo giorno dopo il sabato" di quasi duemila anni fa.

Dopo la breve sosta ad Aquileia, è ripartito, con lo zaino pesante, con il bastone in mano, con una gioiosa risata contagiosa, verso San Canzian d'Isonzo e poi verso la Slovenia, la Croazia, la Bosnia, il Montenegro, l'Albania, la Macedonia, la Grecia, la Turchia, il Libano e poi finalmente Gerusalemme.

"Ma perché fai tutto questo, non hai paura nell'andare così, tutto solo?" 

"Non mi pongo questa domanda, vivo ogni istante con intensità, mi sto abituando a vivere il presente. Per esempio, in questo istante, mi fa piacere parlare con te. A  tutto il resto penserò quando sarà il momento."

"Porti un grande messaggio, una vera alternativa alla civitas dei consumi che ci vuole soffocare."

"Non porto un particolare messaggio, ma mi rendo conto di essere io stesso il messaggio. Molte persone che mi incontrano mi scrivono successivamente per dirmi che quei minuti trascorsi insieme sono stati importanti, hanno in qualche modo risposto a domande impellenti che si ponevano nell'ordinarietà della loro vita."

Anche il nostro incontro è stato bello e mi ha lasciato nel cuore un senso di autentica pace. Grazie, pellegrino Jorge e buon Cammino!

mercoledì 9 agosto 2023

A Ohrid, in Macedonia, conversando con il filosofo Slavko...

Quello di Ohrid non è soltanto uno dei più grandi laghi della penisola balcanica, ma è riconosciuto dagli scienziati anche come il più antico d'Europa. Vivono nelle sue acque centinaia di specie endemiche e sulle sue sponde si possono godere belle spiagge che attirano un numero sempre maggiore di turisti. Ci si può immergere in memorie archeologiche risalenti all'età della pietra e all'epoca di Roma, soprattutto è possibile ammirare alcuni fra i più suggestivi monasteri ortodossi del mondo, in particolare San Naum con i suoi splendidi affreschi medievali, San Giovanni evangelista (nella foto), inserito in uno scenario incantevole e San Pantaleone, circondato da recenti assai interessanti scavi che hanno rivelato la sovrapposizione di numerosi luoghi di culto, precristiani e paleocristiani.

E' qui che si incontra una guida d'eccezione, Slavko, che si presenta alquanto umilmente come "un filosofo che in cambio di qualche moneta vuole raccontare qualcosa riguardante il sito che si sta per visitare". Appena inizia a parlare, ci si rende conto di avere a che fare con una specie di angelo, un messaggero misterioso capace di comunicare e condividere idee e riflessioni che non soltanto illustrano, ma anche inducono a profondi pensieri. Parla bene l'italiano, il tedesco, l'inglese, il francese, oltre ovviamente tutte le lingue slave che ritiene essere quelle all'origine di tutti gli idiomi europei.

Per rendere più vivo il racconto, qui viene presentato nella forma diretta della specie di dialogo socratico che si è svolto con grande intensità, dimenticando per un momento il calore dell'estate e i programmi di viaggio.

Slavko, perché questi luoghi di culto proprio qua, su questo colle che domina il lago nella sua interezza?
In realtà sotto i nostri piedi le testimonianze architettoniche del sacro sono come minimo 32, realizzate in un periodo di quasi tremila anni. Perché qua? Perché il lago è la più grande sorgente d'acqua dolce dell'Europa. Questa Europa che è stretta tra due mari caldi, quello del Nord e il Mediterraneo. L'acqua salata e quella dolce trovano una singolare sintesi proprio in questo posto, dove si congiungono nel calore del Sole, l'origine del nome del quale - in quasi tutte le lingue -  coincide con quello dell'essere divino.

Nel battistero del V secolo, da pochi anni scoperto e aperto al pubblico, ci sono degli strani simboli. Cosa possono significare?
Quella che tutti conoscono come il tragico simbolo della svastica, è in realtà un'antichissima stilizzazione proprio dei raggi del Sole che vorticosamente si intrecciano per generare il mistero della Realtà. Gli altri trasmettono i quattro elementi costitutivi, aria acqua terra e fuoco, mentre le scene di lotta che precedono il fonte battesimale indicano la necessità di lottare contro il male per poter essere purificati dall'acqua e risalire verso Oriente, in una dimensione di nuova esistenza. E' straordinaria la forza del primo cristianesimo che, lontano dalle prescrizioni successive, mantiene vive le tradizioni precedenti arricchendo il loro significato. Ora ti faccio io una domanda...

Puoi dirmi...
Lo sai perché si gettano le monete nell'acqua, in tante realtà religiose ma anche non religiose?

No, non ho mai pensato che ci potesse essere un significato nascosto...
Ma è da millenni che questo accade! Le monete sotto acqua luccicano e in questo modo rappresentano di nuovo il connubio fra gli elementi del fuoco (Sole/luce), della terra (materiale della moneta), ovviamente dell'acqua e dell'aria che ci permette di respirare. Gettare le monete nell'acqua è esprimere il desiderio di partecipare pienamente al Mistero dell'Essere, sentirsene totalmente parte come in un paradiso nel quale tutti i viventi trovano la loro origine e il loro fine. Sai, c'è una tradizione della chiesa ortodossa, soprattutto qua in Macedonia, che prevede il lancio di una croce di legno e metallo nell'acqua di un lago e di un fiume. E' un immenso onore quello di essere scelti per immergersi nell'acqua e recuperarla. Sì, perché la croce nel lago è il simbolo dell'unità cosmica percepita pienamente nel grembo materno, cioè nella Natura.

A proposito di ortodossia, ci dici qualcosa su questa forma del cristianesimo?
Vedi, le rovine sotto i nostri occhi sono di un'immensa basilica che fino all'inizio del secondo millennio dominava il paese e l'intero lago. Poi c'è stato un terremoto e, dopo la distruzione, gli ortodossi hanno ritenuto di non ricostruirla, ma di creare tante piccole chiese e tanti monasteri per significare la necessità di essere umili, piccoli. I cattolici hanno invece scelto di proseguire con le imponenti cattedrali, come a voler dire a Dio che le strutture umane lo possono celebrare, ma anche quasi superare. Ciò si vede anche nel rapporto con la politica. Gli ortodossi seguono Giustiniano, l'ideale di una fede libera di essere vissuta e professata senza interferire con il Potere, i cattolici sono ancora legati al sogno che attribuiscono a Costantino, una Chiesa che diventa in sé stessa Potere. In questo e in molti altri sensi, si potrebbe dire che l'ortodossia approfondisce la dimensione femminile della fede, il cattolicesimo quella maschile, riconoscibile sotto il titolo di "patriarcato".

Riesci a spiegarmi meglio questo concetto?
Quando entri in una chiesa o in un monastero ortodosso, accanto al Pantocrator, il reggitore dell'universo, c'è la rappresentazione della madre che porta in seno il bambino. Non è Maria, ma la Sofia, cioè la sapienza del divino, ovvero la Madre Natura, generatrice di tutto ciò che esiste. Al centro della riflessione ortodossa è proprio il rispetto per questa madre che ci fa nascere, ci accompagna nella vita e ci accoglie al termine del nostro segmento esistenziale. Ecco, è un altro collegamento stretto tra le religioni antiche professate intorno al lago e il cristianesimo, come forma attuale del culto naturale.

Parlami un po' della tua visione dei Balcani.
I greci sono indoeuropei, quindi un po' a parte. Tra tutti gli altri, condividiamo la lingua slava e ci possiamo sostanzialmente comprendere, pur dentro le diversità che ci caratterizzano. Da questo punto di vista sentiamo di avere una missione storica per l'Europa e per il Mondo, dimostrare cioè come l'unità linguistica possa essere un elemento fondante, in grado di consentire una convivenza nella pace e nella concordia anche in situazioni di forti differenze religiose e ideologiche.

Quindi l'intuizione di Tito è stata costruttiva? Cosa ne pensi?
Penso che qualsiasi tentativo di federazione tra realtà diverse, ma con alcuni elementi in comune, sia essenzialmente da sostenere. La Jugoslavija era un progetto di questo tipo, quindi, con tutte le limitazioni del caso, ritengo che non si possa guardare che con ammirazione al tentativo di sottolineare i motivi di convergenza e di unità piuttosto che le comunque esistenti divisioni.

Il ruolo delle religioni, compresa l'ortodossia, non ha evitato a questo affascinante territorio, terribili guerre, anzi, esse stesse hanno spesso fomentato l'odio degli uni contro gli altri...
Vedi, il divino è essenzialmente Amore generativo. L'Amore non può avere nulla a che fare con il Potere, che postula la sopraffazione dell'altro. Le religioni sono state e sono spesso formidabili strumenti di Potere e come tali non possono promuovere realmente opere di concordia e di pace, a meno che non accettino l'umile ruolo di chi sa di essere una parte e non certamente il tutto. Vedi come luccica in questo momento il grande lago? Ecco, se ognuno di quei luccichii ritenesse di essere l'unico, saremmo immediatamente accecati dalla luce riflessa del Sole. Se invece ciascuno rimane umilmente collocato nel suo fragile spazio e nel suo istantaneo tempo, allora la visione d'insieme che il lago ci trasmette è davvero meravigliosa.

Grazie Slavko, per i tuoi tanto rimuginati pensieri. Si può essere d'accordo o meno con quello che ci hai comunicato, quello che resta è la sensazione di aver incontrato un Uomo.