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giovedì 12 febbraio 2026

Giochi olimpici e inni nazionali

Ogni evento sportivo prevede il momento della premiazione. Ovviamente, anche le Olimpiadi non fanno eccezione e mentre il di solito emozionato vincitore sale sul podio più alto, viene suonato l'inno nazionale e vengono innalzate le rispettive bandiere.

Anche chi preferisce l'internazionalismo al nazionalismo e anche chi condivide le preoccupazioni suscitate dagli aspetti finanziari, pubblicitari e soprattutto ambientali dei Giochi, difficilmente riesce a sottrarsi al piacere di vedere alla tv o ascoltare alla radio la cronaca di almeno uno slalom, un percorso tra i cunicoli dello slittino o del bob, una partita di curling.

Si partecipa anche ai destini dei protagonisti, del tutto indipendentemente dalla loro proveneinza, soffrendo per la disastrosa caduta dell'attesissima sciatrice, sorridendo davanti agli occhi che sprizzano gioia della straordinaria saltatrice con gli sci, ammirando la forza dei fondisti che "tirano" per cinquanta chilometri senza esitazioni, lo spirito di squadra degli hockeisti, le deliziose piroette degli eroi del pattinaggio artistico...

E' bello contemplare i primi piani degli atleti, dei partecipanti, dei turisti: attese, emozioni, bandierine sventolanti, delusioni, corse, salti, sforzi e abbracci. Gli altoparlanti scandiscono i nomi del terzo, del secondo e poi del primo, mentre la folla urla e applaude. Poi tutti stanno zitti e prende il suo spazio la musica. Alcune note sono bellissime, altre un po' meno, alcuni premiati cantano, altri tacciono e ascoltano compunti, il pubblico se può, si fa sentire. Insomma, una liturgia dell'epoca capitalista, abbastanza ipocrita da escludere senza appello il più ampio stato del Mondo perché ritenuto responsabile di un'"aggressione" e da includere senza esitazione un altro stato, protagonista di un "genocidio" ancora in atto. Un rito dei ricchi e per i ricchi, che suscita interrogativi e perplessità, ma che non per questo perde del tutto il suo intenso, antico fascino. 

Ascoltando l'inno di Mameli/Novaro, la sera inaugurale di Milano-Cortina e poi dappertutto come un mantra ripetuto ovunque alla radio o sui social, mi sono chiesto quanti ne conoscano il complesso contesto risorgimentale, ma anche semplicemente quanti riescano a dare un senso compiuto a espressioni come quelle secondo le quali l'Italia, dopo essersi desta, dell'elmo di Scipio si è cinta la testa, dov'è la Vittoria? le porga la chioma ché schiava di Roma Iddio la creò. Anche quello stringiamoci a coorte non sembra molto chiaro, difficile risalire alle tipiche formazioni militari dell'Impero Romano. Ma anche se si avessero tempo e voglia per approfondire il tema, ne emergerebbe una marcia militare riferita ad avvenimenti talmente lontani da rendere quasi impossibile, almeno per i più, una memoria creativa. Insomma, perché gli italiani devono riconoscere come vincolo della loro unità e cantare un testo del quale la stragrande maggioranza non ha idea di che origini abbia e soprattutto di cosa significhi?

Di sicuro è più comprensibile (e condivisibile) l'inno sloveno, la cui musica è di Stanko Premrl e le cui parole sono frutto dell'ingegno del maggior poeta dell'800, France Prešeren e sono dedicate alla gioia di stare insieme, alla libertà e alla fraternità universali: Žive naj vsi narodi, ki hrepene dočakat dan, da koder sonce hodi, prepir iz sveta bo pregnan, da rojak prost bo vsak, ne vrag, le sosed bo mejak! Tradotto in italiano suona più o meno così: Vivano tutti i popoli, che bramano vedere il giorno, in cui ovunque il sole andrà, la discordia sarà scacciata dal mondo, il connazionale sarà libero e il confinante non sarà (considerato) un diavolo, ma un vicino (di casa). E' proprio un inno alla pace e all'unità fra le nazioni.

sabato 24 gennaio 2026

La fiamma olimpica, un mega spot di Coca Cola ed Eni

Oggi la fiamma olimpica è transitata per Gorizia, accompagnata da una folla che - complice il tempo decisamente inclemente - ha dimostrato un assai risicato entusiasmo, riservando un timido applauso soltanto al tedoforo, un sorridente atleta paralimpico impregnato di pioggia invernale, unico sprazzo di umanità all'interno di un evento a dir poco imbarazzante.

Del resto, effettivamente, c'è poco da entusiasmarsi.

Una volta la parola Olimpiadi era sinonimo di competizione priva di interessi economici, oltre che di confronto fra dilettanti coinvolti nel momento più importante della loro carriera sportiva. Dominava il tutto lo spirito decoubertiano, secondo il quale "l'importante è partecipare".

Non occorre essere maliziosi per essere consapevoli di come in realtà non sia mai stato così e di come le Olimpiadi moderne siano state dall'inizio una straordinaria vetrina per propagandare interessi e prodotti. Ciò avviene in ogni sport e il dilettantismo è confinato in una mitologica età che forse non è mai esistita. Basti pensare al Giro d'Italia, al Tour de France, alle gare di Formula uno o alle discese con gli sci, per contemplare ovunque la selva di sponsor che offrono i mezzi per realizzare gli eventi e che in cambio ricevono immensi vantaggi pubblicitari.

Ciò che colpisce in questo mai così evidenziato viaggio del fuoco olimpico è la riduzione dell'impresa a soli due marchi, ENI e soprattutto Coca Cola.

Prima dell'arrivo dell'atleta con la torcia, si assiste a un mega spot pubblicitario della più nota bevanda del mondo occidentale. Transitano furgoni con i colori inconfondibili, un tizio sul camioncino agita con forza la bandiera che ha ispirato gli inventori del look di Babbo Natale, altri distribuiscono a destra e a manca lattine da 20 ccl e lanciano borsette biancorosse a un pubblico, anche in questo caso (per fortuna) assai diffidente.

D'accordo che questa è la globalizzazione e che questo è il capitalismo. D'accordo che dai tempi degli imperatori romani il Potere si autogenera attraverso la distribuzione di "panem et circenses". Ma qui si è superato ogni limite: la Coca Cola, marchio espressione per eccellenza della civitas statunitense, è la grande protagonista delle Olimpiadi invernali che si svolgono a Cortina e Milano in questo anno domini 2026. 

In quanto simbolo, la Coca Cola si assume tutta la responsabilità della gestione olimpica. Lo ha già fatto in altre occasioni, come quando si è addirittura accapparata le Olimpiadi del 1996, costringendo il comitato a scegliere la sua "culla", Atlanta e surclassando così le città di Olimpia e Atene, che avrebbero voluto celebrare il secolo dalla rinascita dei Giochi, inventati un paio di millenni prima in Grecia.  

E' ovvio che uno degli Stati ospiti d'onore della kermesse sia Israele. Il genocidio di Gaza perpetrato dal governo Netanyahu, le persecuzioni dei palestinesi in Cisgiordania, i bombardamenti su Stati sovrani, sono stati compiuti tutti con l'avvallo di Trump e dell'attuale (ma non solo!) amministrazione USA. Nel segno e nel nome della Coca Cola, tutto diventa possibile. E' un motivo in più per constatare quanto siano cambiate le Olimpiadi: la presenza degli atleti di Israele, in un momento nel quale sono stati uccisi tanti sportivi gazawi e palestinesi, è il simbolo di un mondo dominato dagli interessi di pochissimi, ai quali nulla importa della giustizia sociale e del sempre più calpestato diritto internazionale. 

Infine, una nota di simpatia nei confronti del Forum per Gorizia e di molte altre "sigle" del Friuli Venezia Giulia e della Primorska slovena. Con un'azione nonviolenta presso il valico del Rafut/Pristava, si è voluto richiamare l'assurdità di una fiamma olimpica che attraversa liberamente e con tutti gli onori il vecchio confine, mentre prosegue l'assurda e venefica sospensione di Schengen. Si chiede la rimozione immediata dei controlli sul confine, iniziati con la scusa del timore degli attentati dopo il 7 ottobre 2023, ora ribaditi con quella della celebrazione delle Olimpiadi. Tutti pretesti, naturalmente, sembra evidente che il vero obiettivo siano i poveri migranti, nel loro faticoso arrivo al termine del difficile viaggio lungo la rotta balcanica. Sperano di aver raggiunto la terra delle libertà, invece, dopo aver trascorso notti ghiacciate nei rifugi di fortuna, finiscono nei centri per l'identificazione e l'espulsione.

Mala tempora currunt, sed peiora parantur!

domenica 28 luglio 2024

Nessuno scandalo alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi

Se non ci fosse stata la polemica sulla presunta parodia dell'Ultima Cena, non avrei dato alcuna importanza alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici a Parigi. Avendo letto un diluvio di opinioni e relativi commenti, ho cercato su you tube l'evento e l'ho trovato in forma integrale. Da quanto se ne è scritto e parlato, ho pensato che quella scena fosse dominante, dall'inizio alla fine. Scorrendo avanti e indietro, alla fine sono riuscito a trovarla, neppure due minuti in una trasmissione durata oltre quattro ore. Mi sono fatto un'opinione del tutto personale, che (come sempre) non pretendo affatto sia condivisa.

L'inaugurazione dei Giochi è un rito che ha tante caratteristiche e che vuole essenzialmente rinverdire in parte il mito delle Olimpiadi antiche e moderne, in parte quello del Paese ospitante. Da questi punti di vista, sia pur con un sfarzo e un eccesso di "grandeur" difficili da evitare nella "ville lumiere", lo spettacolo è stato all'altezza della solennità del momento. Con un linguaggio scenografico e musicale, influenzato dalle correnti artistiche del momento, sono stati declinati al tempo presente i concetti fondamentali della Rivoluzione del 1789, liberté. egalité et fraternité, opportunamente ampliata con sororité. Non sono mancati i riferimenti alle tragedie dell'oggi, dalle guerre in atto alla constatazione dell'assenza di Nazioni importanti come la Russia. E' stato apprezzato e applaudito il passaggio della delegazione sportiva dei rifugiati e profughi di tutto il mondo.

Insomma, fin qua tutto bene. C'è chi si ingegna nel sostenere che si sia trattato di un'esaltazione della laicità, che ha soltanto soffiato al cristianesimo i principi di umanità appena richiamati. Al di là del trascorrere di ogni rivoluzione nello scorrere ordinario e spesso drammatico della storia, che male ci sarebbe se effettivamente la presa della Bastille abbia effettivamente restaurato dei capisaldi etici che sicuramente il cristianesimo - almeno in parte - aveva da lungo tempo dimenticato?

E ora, la pietra dello scandalo. Un cantante seminudo scaturisce da un piatto adornato con tinte e forme caravaggesche. Rappresenta l'inconfondibile Dioniso, il dio del vino, della danza, dell'ebbrezza, della gioia vissuta fino allo stordimento. Alle sue spalle si svolge un'ultima cena del tutto attualizzata, tesa a collegare la forza dionisiaca con la rivelazione cristiana dell'Amore universale. Il richiamo a Leonardo è evidente, così come non è altrettanto evidente ai critici che anche l'opera del grande artista aveva suscitato scandalo, in quanto del tutto eccedente rispetto ai canoni codificati del suo tempo. Personalmente, ritengo che la brevissima rappresentazione nell'ambito della chilometrica festa di Parigi, lungi dall'essere sacrilega o irrispettosa di chicchessia, sia stata la riproposizione di un delicato convincimento. Dalla mitologia greca, attraverso l'annuncio cristiano e il riconoscimento dell'impresa filosofica della post-modernità, si uniscono misteriosamente la forza della vita e l'ineluttabilità della morte, riscoprendo come chiave di volta onnicomprensiva la divinizzazione dell'amore. Non è anche     questo un acquisto significativo dal cristianesimo delle origini che arriva a identificare la condivisione dell'esistere (in greco αγαπη) con il nome stesso di Dio (cfr.1Gv.4,16)?

Quindi nessuno scandalo! E non solo perché senza quella scenografia si sarebbe parlato per breve tempo delle spettacolari esibizioni di Axelle Saint-Cirelle o di Celine Dion, dell'opportunità di assegnare il fuoco olimpico a un calciatore come Zidane e di poco altro. E' stata proprio questa che alcuni hanno definito una provocazione a creare un'occasione inattesa di riaccendere i riflettori sul tema della fede, delle religioni e della spiritualità. Esse hanno ancora un posto importante nella storia delle persone, come fondamento di una vita votata all'amicizia, alla bellezza, alla gioia e alla pace. Non è un caso che a dar fuoco alle polveri sia stata soprattutto la destra politica europea, evidentemente ripiegata su posizioni di difesa di un'identità di fatto inesistente - a cominciare da Salvini e seguaci - quella destra cioè che, contro la postmodernità e la valorizzazione delle diversità culturali, strumentalizza il cristianesimo, della realtà del quale non conosce praticamente nulla.

domenica 21 luglio 2024

A Komenda, nel paese di Pogačar

 

Dopo quattro anni, eccoci di nuovo a Komenda. L'altra volta non lo conosceva quasi nessuno e la lotta con Roglič, vinta all'ultimo chilometro, aveva diviso i tifosi sloveni. C'era un clima elettrizzante, un misto di sorpresa e stupore, stemperati da un buon bicchiere di spumante offerto per un brindisi liberatorio a risultato ottenuto.

Questa volta il luogo del raduno era più organizzato, ormai il loro "Pogi" è una stella dello sport planetario. Il suo trionfo al Giro d'Italia aveva riportato in auge l'interesse sopito per il ciclismo, il suo atteggiamento da asso pigliatutto al Tour de France ha confermato che ci si trova davanti a un fenomeno. Certo, i ripetuti eventi degli ultimi decenni non riescono a fugare del tutto dubbi relativi ai mezzi che trasformano un buon pedalatore in "monstre". Tuttavia il sorriso rassicurante, le parole sagge e l'autentica gioia di vivere dimostrata dal Tadej nazionale sembrano soffiare come la bora sulle nuvole dell'incertezza.

E per un giorno le guerre nel mondo, le preoccupazioni per il domani, il candidato democratico alle prossime presidenziali americane, la violenza, il razzismo e l'egoismo dilaganti ovunque, vengono messi da parte. Tra una birra e un piatto di patatine forniti a ritmo industriale dai bravissimi gestori del Rifugio Alpino, nei boschi a un paio di chilometri dal paese, gli occhi e il pensiero di tutti sono incollati all'uomo in giallo. Divora i chilometri come se fossero noccioline, salendo a mille all'ora e scendendo suscitando l'impressione di rompersi da un momento all'altro l'osso del collo. E invece no.

Uno dopo l'altro arrivano gli avversari, accolti sempre da uno sportivo applauso, ma quando arriva Lui, tutti si alzano i piedi, al grido reiterato di "Pogi, Pogi", le mani alzate al cielo quasi ad accompagnare il gesto del Vincitore. Lo sconfitto - il bravissimo Vingegaard - prorompe in un inatteso pianto dirotto, dovuto alla stanchezza e alla delusione, prontamente consolato dalla moglie e dai compagni di squadra. E' la dura legge dello sport, ieri hai vinto, oggi hai perso, devi fartene una ragione!

L'entusiasmo è molto contenuto, perfino quando viene suonato l'inno sloveno in onore di Pogačar e della sua Nazione, tutti sì, ovviamente si alzano in piedi e cantano, ma in modo sommesso e discreto, quasi a non voler disturbare. Niente esagerazioni, niente eccessi, Komenda e dintorni non sono in vacanza, non ci si può permettere di stancarsi troppo, domani si va a lavorare!

E' probabile che il paese della Gorenjska riservi al suo eroe un'accoglienza meravigliosa e una festa trionfale. Tuttavia la sobrietà di questa sera rimarrà nel ricordo, come il segno della bellezza di un'umanità semplice che, anche di fronte a una performance eccezionale come quella del vincitore di tre Tour e quest'anno della prestigiosa accoppiata Giro/Tour, riesce a mantenere la calma e a esprimere con semplicità soltanto una grande gioia e un timido orgoglio.

Detto questo, non resta che dire: čestitke Tadej in čestitke Slovenija!

sabato 25 maggio 2024

Hvala, grazie Pogi!

 

Foto Nevio Costanzo
Non è il Monte Grappa e la maglia non è rosa. Con il suo 8% comunque la salita ci mette del suo, senza contare il panorama, tra i monti goriziani, presso i binari che si proiettano orgogliosi verso il ponte di Solkan. E insomma, una pedalata dopo l'altra da qualche parte prima o poi si arriva...

No, non sono andato fuori di testa, ma non potendo inserire le foto del gran Tadej in quanto coperte da copyright, uno spunto dovevo pur trovarlo per scrivere due righe, un po' più leggere di quanto ordinariamente il periodo non consenta.

Andai a Komenda quattro anni fa, quando solo gli appassionati di ciclismo avevano fino a quel momento sentito nominare Tadej Pogačar, che proprio in quel giorno stava portandosi a casa le varie maglie del suo primo Tour de France. La gente era entusiasta, avevano creato un tendone per l'occasione, l'epica "battaglia" era stata contro il connazionale Primož Roglič e riproponeva le storiche rivalità fra Coppi e Bartali o, più tardi, tra Saronni e Moser o chi per loro. Si respirava un clima di grande riconoscenza, un paese sperduto nella Gorenjska diventava improvvisamente nominato ovunque. "Sarà vera gloria", dicevano tutti, raccontando gustosi aneddoti sul bambino che pochi anni prima si era iscritto al club del ciclismo e veniva compatito da tutti perché staccato dal gruppo, salvo poi accorgersi che era in testa, avendo percorso già un giro in più degli altri. Sì, da quella volta Pogačar ne ha fatta tanta di strada, anche nel senso letterale del termine, raggiungendo obiettivi straordinari: un altro Tour e due secondi posti determinati dalla troppa voglia di vincere tutto, un terzo posto alla Vuelta di Spagna, il giro di Slovenia del 2023 e un'infinità di corse classiche di un giorno. Fortissimo a cronometro, in montagna, non disdegna perfino le volate. Il tutto è condito dal vento della gioventù, non avendo ancora compiuto 26 anni!

Oggi sul Monte Grappa ha mantenuto la promessa e ha dato grande spettacolo, vincendo la sua sesta tappa e relegando il secondo in classifica generale a quasi dieci minuti di distanza, un abisso che non si riscontrava da decenni. Lasciando perdere le note troppo tecniche e rinviando al Tour de France la domanda fatidica sulla reale forza del vincitore e sulla presunta debolezza degli sconfitti, si deve dire che Pogi - come tutti ormai lo chiamano - come già del resto Roglič lo scorso anno con la "conquista" del Giro sul Monte Lussari, ha compiuto un'impresa forse perfino più importante del suo successo individuale.

Ha infatti riacceso la passione per il ciclismo, sempre stata presente negli italiani ma fortemente ridimensionata dagli scandali doping dei due decenni precedenti, come pure dalla noiosa routine del periodo successivo. La memoria del "pirata" Pantani era l'unica in grado di suscitare forti emozioni, ma il tran tran di Giri e Tour determinati dal controllo reciproco tra i protagonisti di turno aveva allontanato la gente dalle strade e dagli schermi televisivi. Il bravissimo Tadej ha ricostruito giorno dopo giorno l'entusiasmo, riportando "sulle strade del Giro" le masse, per qualche giorno alleggerite dalle preoccupazioni planetarie, dimentiche delle rivalità politiche, libere perfino dal tradizionale nazionalismo italico. E' ritornato il "campione", senza ulteriori connotazioni, come Sinner quasi perdonato perfino della "macchia" della comoda residenza a Montecarlo, talmente forte da essere superiore a qualsiasi catalogazione o critica, il "cannibale", come l'indimenticabile Eddy Merckx e pochi altri.

Per gli abitanti della/e Gorici ("le due Gorizia"), il trionfo di Pogačar ha un'ulteriore valore. Quod non fecerunt barbari fecerunt barberini, ma in senso contrario, del tutto positivo. Quello che non riuscirono a fare Schengen e la proclamazione della capitale europea della cultura, lo fece Pogačar. E vedere tanti goriziani che avevano giurato di "non mettere mai piede in Jugo", sventolare con gioia la bandiera slovena, non può che essere motivo di grande soddisfazione e di speranza. Chissà, forse ci voleva un fenomeno sportivo per risvegliare i dormienti e per comprendere quanto - al di là delle performance del giovanotto della Gorenjska - sia meraviglioso esser uniti nella diversità delle lingue, delle culture e delle concezioni della vita.

Grazie quindi a Tadej Pogačar per questo bellissimo Giro d'Italia, arrivederci al 2025, quando i ciclisti celebreranno la capitale europea della Cultura su Trg Evrope/Piazza della Transalpina. Nel frattempo domani a Komenda si festeggerà ben più solennemente che nel 2020, e non solo perché non ci saranno le mascherine! E l'individuo della foto, insieme al fotografo-ciclista potrà tentare di nuovo Sveta Gora o il Sabotin da Kojsko, per provare le stesse incommensurabili emozioni.

domenica 8 ottobre 2023

Non solo Barcolana

 

Come criticare un evento popolare come la Barcolana?

Non si può, senza offendere il comune senso della bellezza. Le migliaia di barche a vela che riempiono il golfo di Trieste sono uno spettacolo indimenticabile. A chi poi ama appassionatamente questo sport, come negare la possibilità di vedere da vicino la barca vincitrice, Argo, il Moro di Venezia, famoso ai tempi dei mondiali di Auckland, quella del Prosecco, ecc., veri bolidi da competizione, gioielli di bellezza e di tecnologia, come le automobili della Formula uno?

Infatti non c'è niente da criticare, tanto più camminando in mezzo a una folla immensa di gente soddisfatta, di giovani che si incontrano e celebrano il gusto della chiacchierata, della musica a volte un po' assordante, della gioia di affrontare con leggerezza il mistero della Vita. E' bello anche che ci siano gli spazi per dire altro, per esprimere accordi e disaccordi, anche in modo simpatico e colorato come quello espresso dai contestatori dell'edificanda - Dio, o chi per lui, ci restituisca il tram de Opcina, finché siamo ancora in tempo! - ovovia. Una complessa organizzazione si è dimostrata impeccabile e tutti hanno avuto la possibilità di immergersi in questo oceano di spensieratezza.

Tutto è stato bello, tutto buono, anche gli innumerevoli eventi intorno all'iniziativa. C'eravamo perfino noi, con lo spettacolare mosaico, il nodo di Salomone del gruppo mosaicisti di Ravenna, esposto all'Immaginario Scientifico (che meraviglia, non perdetevelo!!! L'immaginario scientifico di Trieste, intendo, ma ovviamente anche il nodo di Salomone che ritornerà mercoledì nella Basilica di Aquileia), esempio di arte "accessibile" a ogni forma di disabilità.

Strano che tutto vada bene. No, non va affatto bene, ma non è colpa dell'incriticabile e immarcescibile Barcolana! E' colpa di un mondo che divide i poveri dai ricchi, le barche fantascientifiche che affrontano l'Adriatico davanti al castello di Miramare dai barconi fatiscenti che trasportano i migranti nel Mediterraneo, esposti ai frequenti naufragi che comportano incredibili stragi. E' colpa di un Pianeta nel quale decine di migliaia di persone godono di una magnifica serata triestina, mentre altre centinaia raggiungono la Piazza davanti alla stazione di Trieste, qualche metro più in là rispetto all'epicentro della festa, dove pochi volontari - per lo più ridicolizzati invece che esaltati dalle istituzioni cosiddette democratiche - cercano di alleviare le ferite delle mani, dei piedi e delle schiene provate dalla rotta balcanica. E' colpa di un'opinione pubblica che ritiene giusto mettere a disposizione metà piazza Unità delle forze militari - esercito marina, polizia e carabinieri - con tanto di invito ai bambini a visitare i mezzi costruiti per fare la guerra, senza dedicare neppure una piccola tenda alle miriadi di "costruttori di pace" che ritengono che si possa ancora superare la conflittualità con la sola forza della nonviolenza. Poveri illusi? O deboli fiammelle incapaci di farsi notare?

Ecco tutto, emozioni e sentimenti di una serata di vigilia della Barcolana 2023.

venerdì 18 novembre 2022

Mondiali in Qatar. E se si cambiasse canale?

 

Si parla molto dei campionati mondiali di calcio in Qatar. Se ne parla in termini sportivi, lamentando l'autogol della squadra italiana estromessa per non aver superato le fasi eliminatorie oppure presentando le varie rappresentative presenti, accompagnandole con pronostici, prospettive e risultati.

Se ne parla molto anche in termini politici, sottolineando la privazione dei diritti umani, la trasgressione delle regole sul lavoro, la negazione della libertà di stampa e di opinione che caratterizzano il ricco (per pochi eletti) emirato della penisola arabica.

Perché mai la Federazione Mondiale del Calcio abbia accettato e poi approvato la candidatura di un Paese del genere non è dato di saperlo nei particolari. Certo, lo Stato ha superato tutte le varie selezioni ed è stato "nominato" già nel lontano 2010.

Quindi, da sabato 19 novembre, "venghino signore e signori, lo spettacolo abbia inizio". Di sicuro la parte calciofila degli italiani seguirà senza troppa passione lo varie partite, data l'assenza dei loro beniamini, anche se la trasmissione in diretta di ben 64 competizioni e la presenza di centinaia di giornalisti sul terreno non mancherà di mantenere una costante attenzione sugli avvenimenti che si succederanno.

Ci sarà anche un'analisi della situazione sociale del Qatar? Probabilmente sì, anche se si sono già verificate gravi minacce agli operatori della comunicazione. Faranno quindi il possibile per tenere il mondo informato ma, come è accaduto altre volte, la frenesia del gioco ben presto prevarrà sulle considerazioni umane.

C'è tuttavia un modo totalmente legale e a costo zero per manifestare la propria contrarietà. Funzionerebbe molto bene anche come segnale più generale a un mondo del calcio imbevuto di interessi macroeconomici, di stipendi astronomici, di sprechi e ingiustizie irricevibili. Basterebbe boicottare le trasmissioni calcistiche. Milioni di persone che improvvisamente cambiano canale delle tv o della radio nell'istante in cui iniziano le telecronache sarebbero in grado di mettere in ginocchio il gigante, le cui fondamenta d'argilla sono ben affondate nella potenza dell'audience. Fai crollare l'audience e influenzi un aspetto importante del sistema del "panem et circenses", che il popolo tanto "optat", come disse Giovenale.

Ecco allora un modo per contestare la violazione dei diritti umani in Qatar, come pure per esprimere in modo efficace una protesta contro qualsiasi tipo di spettacolo ritenuto non corrispondente ai propri criteri etici e politici: semplicemente non guardare alla televisione e non ascoltare alla radio nulla che abbia in qualche modo a che fare con i mondiali di calcio in Qatar (o con qualsiasi altro evento con la realizzazione del quale non ci si trovi d'accordo). 

Che forza potrebbe avere l'unione di milioni di singoli decisori, in questo e in tanti altri campi!

martedì 18 ottobre 2022

Il dado è tratto, il Giro d'Italia salirà sul Lussari

E così, come previsto, la tappa a cronometro sul Monte Lussari si farà. Anche solo a vederla sulla mappa del Giro d'Italia è una forzatura, un brevissimo frammento totalmente isolato, ci si arriva con un lungo trasferimento stradale e si va via addirittura con l'aereo, per la passerella finale ai Fori Imperiali di Roma.

La febbre del consumo ha così contagiato anche questo luogo meraviglioso, questa reliquia di un ambiente che fino a pochi anni fa era ancora incontaminato.

Ci si può immaginare quella giornata di maggio. Automobili, elicotteri, motociclette, pedoni assiepati. E sotto il santuario, la piazza dell'arrivo, le interviste, gli autografi, il processo alla tappa. E ci si può immaginare che cosa resterà. Una strada di cemento che, nonostante i divieti, invoglierà tanti a domandare permessi, un'area un tempo occupata da un laghetto trasformata in parcheggio, rumori di motori di veicoli che arrancano in salita, emissioni da tubo di scappamento al posto delle fragranze boschive. E' l'addio alla tranquillità di un luogo tanto caro a tutte le genti che abitano ai piedi del monte, sloveni, austriaci, italiani e friulani.

E' un addio che vale anche per i veri amanti della bicicletta. Molti, inforcando la mountain bike, hanno già raggiunto il Lussari, la strada sterrata è da anni un buon banco di prova per chi ha gambe e polmoni. si sono fatte anche gare, di velocità in salita, anche con molto concorso di pubblico. Poteva bastare, anche per rilanciare l'uso della bicicletta come mezzo che unisce cultura, economia, umanità e salute. Nessuno aveva mai neppure immaginato un simile consumo di suolo, la cementificazione di una stradina di montagna, il lancio nel circo del turismo globale. E' vero, le avvisaglie c'erano tutte. La funivia aveva riempito i fine settimana d'inverno di sciatori innamorati della stupenda pista Di Prampero, mi aveva consentito anche a chi non ha il dono o la forza per camminare di sperimentare la spiritualità dell'ambiente. C'era stata una lunga battaglia per evitare la trasformazione dell'antica via dei pellegrini in pista da sci. E pensare che fino agli anni '80 del XX secolo era ancora possibile vedere alcuni tratti del selciato di pietre lisce sulle quali molti pellegrini salivano in ginocchio per ore!

Insomma, il Monte Lussari è uno scrigno di storia, di fede, di bellezza paesaggistica e anche di arte. E' un luogo che è rimasto nei secoli così affascinante anche per la fatica richiesta per raggiungerlo. Forse per questo, la tappa del Giro d'Italia sembra a molti - certo, non a tutti - più che una provocazione, un'inutile profanazione di un tempio della Natura e dell'Umanità. 

Sono consapevole che ciò non interesserà a nessuno, ma da appassionato ciclista e da abbastanza fedele spettatore della corsa rosa, quest'anno non seguirò le sue tappe, meno che meno la diciannovesima, la cronoscalata da Valbruna al Monte Lussari.

sabato 27 agosto 2022

Per non dimenticare il Lussari...

 

Questa fotografia, scattata il 18 giugno dalla cima del Monte Lussari, presenta uno degli scenari più incantevoli delle Alpi Giulie. A sinistra c'è il gruppo dello Jof Fuart (m.2666), con le cime Madri dei Camosci e la piccola Innominata. A destra lo Jof di Montasio (m.2753), con  la sua lunga e compatta cresta. In primo piano ci sono le dorsali alberate, alla base della rocciosa Cima Cacciatore (m.2081), tagliate dalla strada sterrata che sale dalla Val Saisera. Come si può vedere, è un manufatto che attraversa un terreno abbastanza franoso. La strada non è accessibile alle autovetture private, chi vuole salire senza fatica può usufruire della comoda e moderna ovovia che sale da Camporosso. Rende possibile l'accesso a land rover o auto 4x4 ai lavoratori negli esercizi turistici che circondano il Santuario, come pure ai preti della parrocchia. Alcuni anni fa, il sacerdote responsabile della chiesa, forse a causa di un malore, era uscito di strada e aveva perso la vita. In ogni caso, la strada richiede una costante manutenzione, dati anche gli sbalzi notevoli di temperatura tra i rigidi inverni e le calde estati. 

Così come era, almeno fino alla data della foto, consentiva anche qualche attività sportiva. Se è vero che i pellegrini e gli escursionisti hanno sempre preferito salire da Borgo Lussari contemplando la bella Via Crucis, i cultori della mountain bike non si sono lasciati intimorire dai quasi mille metri di dislivello, raggiungendo a suon di pedalate l'agognata vetta.

Ora, nonostante tutte le proteste e le perplessità, c'è da prendere atto del fatto compiuto. Con la scusa ufficiale della necessità di "mettere in  sicurezza" la strada, grazie a un cospicuo finanziamento iniziale di oltre un milione e mezzo di euro, una colata di cemento ha trasformato in parcheggio l'area tra l'arrivo della funivia e la scalinata della chiesa ed è stata riversata come un fiume lungo tutto il percorso fino a valle. Molti, soprattutto chi è più coinvolto nella vita quotidiana del piccolo borghetto che circonda il tempio, hanno applaudito all'iniziativa ritenendola consona alle loro aspettative. A nessuno è tuttavia sfuggito un aspetto legato alla civitas dello spettacolo. Sembra infatti ormai certo l'arrivo della penultima tappa (a cronometro) del prossimo Giro d'Italia sulla cima del Lussari, "vetrina" per lanciare il turismo di massa e occasione per portare nel cuore delle montagne friulane il grande carrozzone che accompagna la più importante corsa a tappe nazionale.

Per molti motivi queste due scelte non piacciono al mondo ambientalista, ma anche a quello degli amanti della montagna. C'è davvero bisogno di una così impattante cementificazione di uno dei più bei luoghi delle Giulia? Non bastano i già fin troppo numerosi impianti di risalita e sciistici? Non è una specie di profanazione di un mondo ancora relativamente incontaminato, un inserirsi a gamba tesa in una zona dove è ancora possibile godere - soprattutto all'alba - degli incontri con i camosci e gli stambecchi? Ha senso - sia pure per una sola giornata - portare migliaia di persone a vedere i corridori preceduti dai loro mille sponsor, dalle rombanti moto e sovrastati dagli elicotteri della televisione? Il Lussari ha proprio bisogno di un simile battage pubblicitario, non rischia piuttosto di perdere quell'aura di bellezza e spiritualità che lo rendeva meta preferita di tanti camminatori entusiasti? 

Non si tratta di impedire la realizzazione di una manifestazione importante e avvincente come è il Giro d'Italia, meno che meno di penalizzare l'invito ad andare in bici, soluzione tanto semplice quanto ovvia per risolvere i problemi di traffico e salute dentro e fuori dalle città. Ma perché cementificare la strada del Lussari, quando in Friuli Venezia Giulia e nelle vicine Slovenia e Carinzia ci sono tante bellissime salite, già belle e pronte senza dover devastare il Monte dei tre popoli, sacro alla pace, al dialogo e alla convivenza tra le diverse culture? Perché investire tanti soldi per un solo "giorno da leone" quando il turismo in bicicletta richiede con urgenza il completamento del tracciato dell'Alpe Adria, in particolare tra Udine e Moggio Udinese, nonché la realizzazione convinta dei nuovi piani del traffico all'interno dei capoluoghi?

Personalmente ho percorso il sentiero del pellegrino più di cinquanta volte, raggiungendo quasi sempre anche Cima Cacciatore. Ho visto i cambiamenti che di volta in volta, dal lontano 1975 a oggi, hanno trasformato il percorso, sempre meno selvaggio, sempre più asservito alle necessità degli sciatori e all'indotto da esse derivato. Tuttavia finora le trasformazioni hanno intaccato, ma non del tutto cancellato la meraviglia del luogo. Certo, le ferite inferte a boschi per allargare le piste non si contano, l'interramento del laghetto che si incontrava un tempo poco prima dell'arrivo al santuario ha tolto di mezzo uno dei punti più romantici e affascinanti dell'intero cammino. Comunque sia, nonostante ciò, il fascino e la spiritualità del Lussari hanno resistito finora all'assalto. Ma ora, il consumo del suolo coperto dal cemento e il grande businnes portato nelle alte quote, offriranno forse un momentaneo locale boom economico, ma certamente allontaneranno i veri appassionati della montagna, i pellegrini spirituali e anche, certamente, i ciclisti, al primo posto tra gli amanti della Natura e delle cose belle.

martedì 2 agosto 2022

Giro d'Italia sul Lussari? No grazie!!!

Il Lussari da Cima Cacciatore

Non toccate il Monte Lussari!

Con i suoi 1790 metri di altitudine, è uno dei luoghi più affascinanti del Friuli-Venezia Giulia. Il panorama consente di contemplar da una parte le più belle pareti Nord delle Alpi Giulie, Il gruppo dello Jof Fuart e quello dello Jof di Montasio in particolare. Si fanno vedere nella loro armonia lo Jof di Miezegnot, l'Osternig e il Dobratsch in Carinzia, mentre nelle frequenti giornate più limpide si scorgono lontani il Coglians e addirittura l'Antelao e, ancora più in là, i ghiacciai del Grossglockner. Ci si può salire, in un paio d'ore, dalla bella Camporosso lungo l'antica via dei pellegrini costellata dalle stazioni della via crucis, dipinte originariamente dal grande Tone Kralj, oppure, con minor soddisfazione, lungo la strada bianca che risale dalla Val Saisera. C'è anche la funivia, costruita per permettere anche a chi non può camminare di godere di tanta bellezza. Per molti la meta successiva è la Cima Cacciatore, a un'ora di distanza, balcone sulle montagne, in questo caso dominate dalle cuspidi inconfondibili dello Jalovec e del Mangart, in Slovenia. 

Il santuario è detto anche "dei tre popoli", forse meglio dire quattro. Infatti è normale che i pellegrini giungano fino lassù e preghino in italiano, sloveno, tedesco e friulano. Si celebra anche visivamente l'unità nella diversità, la gioia di essere in pace e di abbracciarsi commossi, in una terra che ha tanto sofferto a causa delle guerre e dei nazionalismi del XX secolo. Da 700 anni le persone faticano per raggiungere questa vetta, per trovare nel loro "cammino" il senso della vita e il desiderio di impegnarsi, servendo i propri simili e onorando il Trascendente, qualunque sia il nome che si voglia attribuirgli. Dal 2006 è il punto di arrivo del Cammino Celeste, un percorso di dieci giorni a piedi da Aquileia, immersi nella Storia, nell'Arte, nella Bellezza.

La commercializzazione del Lussari è iniziata molti anni fa, con la costruzione della prima funivia. Tuttavia a quei tempi, le due cabine azzurre che andavano su e giù, erano talmente al servizio di chi voleva gustare la pace della montagna che chi le utilizzava per scendere in inverno con gli sci, arrivava a Camporosso e doveva salire su una corriera per tornare al punto di partenza. Solo dalla metà degli anni '90 la nuova cabinovia aveva risposto alle crescenti esigenze del turismo sciistico, si era paventata la trasformazione della via del pellegrino in nuova pista, per fortuna l'opposizione popolare aveva bloccato qualsiasi progetto. In ogni caso le presenze negli accoglienti locali del paese sul monte sono cresciute a dismisura, come pure la partecipazione ai momenti liturgici puntualmente celebrati, soprattutto in estate, nell'incantevole chiesa, sito di profonda spiritualità e di elevata cultura.

La vetta si va trasformando. Dopo l'interramento del pittoresco laghetto, punto di riferimento per gli animali che fino a non molto tempo fa pascolavano tra i visitatori, si sono allargate strade, sono stati costruiti nuovi impianti di risalita, è stata perfino progressivamente cementificata la romantica stradina che congiunge l'arrivo della funivia alla scalinata che introduce alla chiesa.

E ora si pensa alla conclusione di una tappa del Giro d'Italia. Si badi bene, niente contro la corsa ciclistica più importante, che esalta la potenza dei corridori di tutto il mondo, ma c'è proprio bisogno di occupare qualsiasi spazio sopravvissuto di cultura, bellezza e spiritualità? Ci sono importanti salite, anche in Friuli-Venezia Giulia, davvero non bastano e bisogna profanare anche questo spazio? Non  si dica che si tratterà di una cronometro individuale e che quindi non ci sarà una salita di gruppo. Quanti spazi bisognerà realizzare, affinché il business della Corsa giustifichi le spese? Quanti alberi si dovranno tagliare per le riprese televisive? Quanto cemento per impedire laghi di fango lungo il percorso e sulla cima? Sono tante domande e tantissime altre si agitano in chi ama la Natura e non può guardare serenamente a chi pretende di utilizzarla in modo improprio. Si sta trascorrendo un'estate piena di preoccupazioni, incendi ovunque, un caldo insistente e spesso insopportabile, i fiumi del tutto secchi, i ghiacciai ridotti al lumicino, le manifestazioni del riscaldamento globale si moltiplicano ovunque.

E allora perché? Perché far arrivare l'immensa macchina del Giro d'Italia sulla cima del Lussari? Lasciamo in pace quel poco che resta di un ambiente non del tutto intaccato dagli interessi del Capitale. Lasciamo in pace gli amanti della montagna, i pellegrini devoti, gli sportivi che non hanno bisogno dell'audience per affrontare a piedi la sfida di una salita entusiasmante, camminando su un selciato in alcuni punti ancora originale, percorso da centinaia di migliaia di appassionati alla ricerca di un momento di profonda spiritualità, di vera pace e di autentica felicità.

No al Giro d'Italia sul Monte Lussari!

martedì 15 febbraio 2022

Sofia Goggia, un successo tenace...

Splende il Sole sulle nevi di Sofia Goggia.
Sono molte le emozioni che le Olimpiadi suscitano nelle persone che amano praticare o guardare le competizioni sportive. Alcune di queste, quando travalicano l'immediato obiettivo di vincere una gara, meritano di essere segnalate, chiunque ne sia protagonista.
Per questo oggi merita un convinto applauso la bravissima sciatrice bergamasca.  
Quasi estromessa dalla più importante competizione internazionale dopo la rovinosa caduta di tre settimane fa a Cortina, l'atleta si è ripresa e con la forza di volontà è riuscita ad arrivare al cancelletto di partenza della Discesa Libera.
La sua gara è stata entusiasmante e la medaglia d'argento il più giusto dei riconoscimenti. A vederla correre a quasi 110 chilometri orari, a capofitto dall'alta montagna alla valle profonda, venivano i brividi. Come non immaginare i sacrifici, i timori, i dolori vissuti in quei quasi due minuti di pura adrenalina che l'hanno consegnata a una grande impresa? 
Poco importano le nazionalità. Già campionessa olimpica nella precedente edizione dei Giochi, ora si è riconfermata in Cina, con un abbraccio da podio alla fortissima vincitrice Corinne Suter e alla terza classificata, Nadia Delago.
Insomma, è stata una dimostrazione di volontà e di tenacia, anche una semplice ma intensa lezione di vita.

mercoledì 14 luglio 2021

Gli eroi di Wembley a Roma: panem et circenses

Gli dei dell'Olimpo sono scesi fra gli umani. Dopo la celebrazione rituale nel tempio di Wembley, gli eroi vincitori, ricevuto l'omaggio delle pubbliche Autorità, si sono concessi all'entusiasmo delle folle. Tutti hanno gridato e inneggiato, agitando mani e bandiere, danzando intorno al re capitano e alla Coppa che racchiude sogni infiniti, come il re Davide intorno all'Arca dell'Alleanza intronizzata nel tempio di Gerusalemme.

L'ondata di felicità ha scosso le fondamenta dell'ordine sociale, gli dei hanno compiuto il miracolo, hanno cancellato d'un tratto la pandemia. Forse anch'essa era stata un castigo del pantheon capitalista o forse del monotesimo del Soldo, al quel tutto ormai sembra asservito, comprese le divinità dello spettacolo, del calcio e della comunicazione globale.

Là dove fino a qualche giorno prima regnavano il silenzio e la paura, ora si innalzano al cielo fragorose urla di giubilo. Dove non ci si poteva incontrare, se non in segreto e in circoli ristretti, ora la massa si accalca intorno ai nuovi conquistadores. Dove c'era l'obbligo della mascherina, in un periodo perfino passeggiando nei boschi, ora risplendono i sorrisi e le manifestazioni di gioia. 

E gli dei dispensano, dall'alto della corriera aperta verso il cielo, le loro parole e i loro gesti, raccolti con le lacrime agli occhi dai discepoli in trance. Invitano a cantare tutti insieme, in una solenne liturgia di lode e ringraziamento. Ormai è finito il tempo della malattia, del nascondimento. 

Qualche miscredente tutore dell'ordine, preoccupato per la salute pubblica, osa mettere in discussione l'autorità suprema e le sue manifestazioni, giunge addirittura a vietare il corteo degli dei. Qualcuno azzarda qualche dubbio, qualche perplessità sulla serata di Wembley, il divin Capitano che atterra il giovane inglese prendendolo senza alcuna pietà per la collottola, gettandolo ai suoi piedi e ridendo di fronte al cartellino giallo (giallo!!!) estratto da un arbitro intimidito dal trascendente.

Come osano il questore e il prefetto? Mettersi contro "i ragazzi" che vogliono restituire ai fedeli l'omaggio, la preghiera e l'incitamento ricevuti durante il combattimento? Come osa qualcuno mettere in discussione la bellezza, la bontà, la bravura degli eroi? Non ci si rende conto che gli dei le leggi le impongono, non possono certo essere costretti a obbedire?

Intanto il Potere, fonte e culmine della religione capitalista, se la gode. Mentre la follia serpeggia tra il popolo, si rafforza sempre più e sempre più tiene in pugno l'umanità.

Amen

lunedì 28 giugno 2021

L'Italia del pallone inciampa sul razzismo

Il calcio italiano sembra impazzito. Dopo aver scalato l'Olimpo mediatico infilando tre vittorie consecutive nella fase a gironi del campionato europeo, la Nazionale approda di quarti di finale con molta fatica, dopo i tempi supplementari, mentre l'avversaria di turno, l'Austria, deve "risalire le valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza".  

Ma a tenere banco non sono in questi giorni le imprese sportive, bensì una questione molto seria, letteralmente ridicolizzata dal balletto di contradittorie comunicazioni, improvvisato da Uefa, FGCI e calciatori singoli e nel loro insieme.

Si tratta dell'adesione alla particolare protesta del movimento BLACK LIVES MATTER, letteralmente "Le vite nere contano", consistente nel genuflettere pubblicamente, non per esprimere una preghiera ma per stigmatizzare il terribile atto con il quale un poliziotto USA ha ucciso il giovane George Floyd. Alcune équipe hanno deciso di condividere il segno in ogni occasione, come per esempio la squadra del Belgio, prendendo atto dell'importanza di "utilizzare" una simile scena internazionale per sensibilizzare gli spettatori sull'importanza di una concreta e sistematica azione contro il razzismo. Altre hanno espresso dissenso, ritenendo di non creare commistioni tra sport e politica. C'è anche chi ha lasciato la libertà di decidere a ciascuno dei calciatori, senza dare particolari indicazioni ufficiali.

Gli italiani si sono distinti per una sconcertante confusione. 

Nelle prime due partite, il problema non si è posto perché Turchia e Svizzera, come l'Italia, hanno semplicemente ignorato la protesta. I giocatori del Galles si sono invece inginocchiati, tutti. Gli italiani, confusi e impreparati, hanno agito "di cuore" o forse "di imitazione". Cinque hanno abbassato il ginocchio sul prato, gli altri li hanno guardati sorpresi e incerti sul da farsi.

Che fare con l'Austria? "Ognuno faccia come crede", "No, meglio non fare", "Aspettiamo, sentiamo prima cosa fa l'Austria" infine "no, non ci si inginocchia, perché ci sono tanti altri modi di combattere il razzismo (senza dire quali, naturalmente)". E così, il prato di Wembley non ha assaggiato i ginocchi dei giocatori, almeno nella fase preliminare della partita.

Il "dramma" si trasforma ulteriormente in farsa dopo l'accoppiamento ai quarti con il Belgio. Sì, accidenti, proprio con quelli che si inginocchiano tutti! E adesso?

Esce un primo, veramente incredibile comunicato stampa, poi ridimensionato dalla Federazione del Gioco del Calcio come iniziativa sostanzialmente "privata": ai quarti ci si inginocchia, pur non  condividendo la forma della protesta, ma "per solidarietà", non nei confronti del movimento antirazzista più grande del mondo, ma dei giocatori del Belgio che si inginocchiano (!!!). Si è arrivati tanto in là che la FGCI ha sentito la necessità di intervenire per smentire l'incauto "addetto stampa" definito "non autorizzato". E l'ultimo intervento (ultimo finora, perché i quarti sono ancora lontani!) risulta abbastanza confuso, sostenendo in pratica che... ciascuno faccia quello che gli pare.

Veramente un balletto vergognoso, la speranza è che qualche singolo giocatore rompa gli schemi e sfugga alla volontà omologante che cancella il valore di un gesto estremamente importante, sia per chi lo realizza con convinzione ma anche per chi si assume la responsabilità di contestarlo. Ma non in questo modo, confuso e infantile!

Peccato. Per gli amanti del calcio, questa forse è la migliore Italia vista sui campi di gioco dai tempi del Mondiale 2006. Ma l'incertezza su un tema così delicato e importante come quello del razzismo ha sicuramente raffreddato molti entusiasmi. Comunque vada a finire, la faccia all'"Europeo" è ormai, almeno in parte, perduta...

domenica 23 maggio 2021

Una giornata transnazionale al Giro d'Italia

Victor Campenaerts, il vincitore (foto Nevio Costanzo)
E' finita la giornata di festa, per tutto il territorio goriziano. Indubbiamente quella di oggi è stata una tappa del Giro d'Italia indimenticabile, a cavallo di un confine che non esiste più. Bellissimo è il percorso, su e giù per la Brda, attraverso strade conosciute e amate da tutti gli amanti della bicicletta residenti nella Goriška. I "girini" sono sfrecciati a velocità pazzesca, poco ostacolati da una pioggia battente che si è trasformata perfino in grandine. Davvero uno spettacolo unico, nobilitato da una folla numerosa e corretta, multicolore e multilingue, come è giusto in una manifestazione sportiva di questo livello. Infatti, al di là dello scatto finale del corridore che ha dominato la seconda metà della gara, ciò che ha colpito molto è stato il clima di gioia e di pace che ha accomunato le ali di folla che hanno accompagnato la variopinta carovana. Eppure la giornata era nata male, con una brutta caduta sul ponte di Grado che ha messo fuori gara alcuni protagonisti. Anche chi ha seguito la vicenda alla tv, ha potuto provare l'emozione di vedere la strade di casa "invase" dai ciclisti, ma anche dai turisti e dagli appassionati che hanno scoperto la bellezza di questa terra. Ottimo il richiamo forte alla "verità per Giulio Regeni", con un opportuno richiamo da parte dei telecronisti, la lotta della famiglia Regeni, condivisa da buona parte degli italiani, "corre" anche sulle ruote delle bici, grazie anche alle ottime iniziative di sensibilizzazione da parte della FIAB. Meno condivisibili alcune "letture" troppo superficiali delle complesse vicende storiche sull'ex confine. Ma non è certo questo un momento di polemiche, bensì di ringraziamento, per un evento che ha proiettato sulla scena mediatica anche il cammino che attende le Gorica/Gorizia verso l'appuntamento della capitale europea della cultura 2025. 
 

lunedì 21 settembre 2020

Una festa in giallo: Tadej Pogačar, da Klanec di Komenda

Domenica sera si è concluso il Tour de France. Ho avuto occasione di vedere alla televisione l'arrivo dell'ultima tappa e le premiazioni. Dove? A Komenda, il Comune di nascita del vincitore, Tadej Pogačar.

Il paesaggio della Gorenjska è affascinante. Le strade si snodano sinuose nella campagna, alle spalle la doppia cima di Šmarna Gora, sovrastante Ljubljana, dall'altra parte lo stupendo, roccioso massiccio delle Alpi di Kamnik, con il Grintavec e l'Ojstrica che sembrano invitare all'avventura i più ardimentosi alpinisti.

Ci sono tanti paesi, piccoli borghi seminati tra campi coltivati con cura. Tra essi c'è anche Komenda, anzi Klanec di Komenda, la minuscola frazione dove si trova la casa natale del nuovo campione. E' una zona tipicamente agricola, nelle vicinanze degli abitati ci sono tante stalle e ovunque si vendono verdure, frutta e prodotti caseari.

Man mano che ci si avvicina, cominciano a vedersi, poi a moltiplicarsi, le maglie gialle e nel centro del villaggio una rotonda dipinta del colore della maglia del tour, con numerose scritte inneggianti a Tadej dimostra che si è raggiunta la meta.

Sembra che non ci sia nessuno in giro, invece da qualche parte si sente il suono di una sirena che invita a curiosare. In effetti, nel piazzale di un centro sportivo troppo piccolo per contenere tanta gente, c'è una folla festante che sta seguendo con il fiato sospeso la volata finale. Ecco, l'urlo, bravo l'australiano Bennet che con la sua maglia verde taglia il traguardo felice. Ma la voce di tutti diventa potente quando compare lui, il compaesano Tadej, con la maglia gialla e con la mano appoggiata sulla spalla del delusissimo Roglič, il connazionale, il grande sconfitto della Grande Boucle.

Circolano gli aneddoti sul giovanissimo campione - 22 anni! Il grazie della famiglia al primo allenatore che ha comprato la prima bicicletta fuori dalla portata economica dei genitori, il ragazzino apparentemente "staccato" dal gruppo dei piccoli ciclisti, in realtà davanti a tutti dopo aver compiuto un giro in più degli altri, il compagno di scuola che ognuno vorrebbe avere nel banco accanto...

Silenzio ora, è il momento delle premiazioni. Pogačar si prende una buona dose di applausi quando riveste la maglia a pois del miglior scalatore, poi è la volta della maglia bianca dei giovani e infine la maglia gialla, sul gradino più alto del podio. Risuonano le note dell'inno nazionale, il "Brindisi" di Prešeren è cantato in modo un po' sguaiato dai presenti, evidentemente "provati"da un pomeriggio non privo di un elevato tasso alcoolico. Scoppiano i mortaretti e i fuochi artificiali illuminano la notte incipiente della regione.

E' tempo di andarsene, non senza aver notato la bellezza del paesaggio ormai immerso nel buio, mentre i bambini gioiosi sfrecciano con le loro biciclette e i monopattini gridando al mondo che "Pogy je zmagal", Pogačar ha trionfato!

Gli avvenimenti sportivi hanno un loro fascino, coinvolgono nell'interesse e nell'identificazione milioni di persone. E non è solo un evento marginale, ma anche un elemento culturale importante quello che un primo e secondo posto nella corsa ciclistica a tappe più importante del pianeta, apporta a una Nazione numericamente piccola come la Slovenia. Certo, quello che conta sono la pace, la libertà, la lealtà, in tutti i campi, anche in quello sportivo dove non manca l'influenza di squallidi interessi che coniugano l'avidità di guadagno e la strumentalizzazione politica. Tuttavia, per una volta e auspicando che non ci sia poi un'altra delusione e smentita, è bello vedere il volto raggiante di un ragazzo semplice che innalza verso il cielo la bandiera slovena. Ed è bello condividere, almeno per un paio d'ore, l'emozione di gente abituata al lavoro duro e alla fatica quotidiana, nel vedere un proprio giovane compagno di infanzia e adolescenza, salire sul gradino più alto, celebrare la sua grande vittoria all'ombra dell'Arc de Triomphe sui Champs Elysees.