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domenica 3 agosto 2025

Il Giubileo dei Giovani a Tor Vergata

 

Se non il più importante, il Giubileo dei Giovani a Tor Vergata sarà ricordato come il più entusiasmante tra gli eventi che stanno caratterizzando l’Anno Santo 2025.

Chi ha avuto modo di percorrere l’Italia nella settimana precedente l’evento, ha potuto incontrare ovunque migliaia di ragazzi, per lo più parte di gruppi simpatici e delicatamente chiassosi, in ideale cammino verso Roma. Dappertutto è stato possibile vedere girotondi, ascoltare musiche di chitarre e cembali, perfino sentirsi avvicinare e intervistare da giornalisti in erba, armati di Bibbia e buona volontà, interessati a conoscere dai passanti il loro punto di vista su Cristo, Chiesa e sacre scritture. Dove il turismo di massa sembra un po’ in crisi, in particolare in città d’arte come Orvieto, Spoleto o Città d Castello, è subentrata, come una boccata d’aria fresca, questa pacifica invasione di pellegrini in cammino, provenienti da ogni parte d’Europa e anche del Mondo.

Il colpo d’occhio più impressionante è stato senz’altro quello dell’immensa spianata a sud della Capitale, gremita all’inverosimile intorno al gigantesco palco e fino ad almeno un chilometro di distanza. Dalle immagini trasmesse dalle televisioni, si è avuta l’impressione di un clima dove si sono mescolate allegria, spiritualità, impegno e intensa voglia di stare insieme.

La Veglia di preghiera del sabato notte ha evidenziato elementi di continuità e di differenziazione, rispetto ai precedenti numerosi appuntamenti di questo genere che si sono susseguiti dal 1989 a oggi. L’intuizione iniziale è stata di Giovanni Paolo II che ha presieduto le prime Giornate, a Roma 1986, a Buenos Aires 1987 e soprattutto a Santiago di Compostela 1989 e di nuovo a Roma, in occasione del Grande Giubileo dell’anno 2000. A Benedetto XVI sono toccate le esperienze di Colonia, nel 2005 e di Madrid. Papa Francesco ha iniziato il suo pontificato con la trascinante Giornata di Rio de Janeiro nel 2013, si parla di due milioni di persone accorse soprattutto dall’America del Sud in quell’occasione.

La continuità è stata indicata dall’impostazione organizzativa, sempre più curata dagli inizi fino al momento attuale, nonché dall’evidente passione comunicativa della gioventù cattolica di ogni periodo. Le differenze sono decisamente più significative, cominciando dallo stile dei diversi vescovi di Roma. Il papa polacco – nei lontani tempi in cui ancora non esisteva la possibilità di comunicare con i cellulari e con internet - ha proposto negli incontri con i giovani il modello di Cristo per lanciare non soltanto un nuovo umanesimo, ma anche una rinnovata visione dell’Europa unita nelle sue radici cristiane “dall’Atlantico agli Urali”. Josef Ratzinger ha invitato a trovare in Gesù Cristo il centro focale della vita individuale e sociale, criterio ermeneutico della natura e della storia. Francesco ha portato i suoi affascinati interlocutori in una dimensione del tutto originale, parlando più in generale ai giovani del Pianeta che a quelli cattolici, invitando tutti al dialogo interreligioso, all’ecumenismo e soprattutto all’accoglienza simpatetica di ogni essere umano, indipendentemente dal suo credo religioso e dalla sua concezione del mondo.

E Prevost, alias Leone XIV? A prima vista, sembra essere tornato all’impostazione ratzingeriana. Già la scelta di incentrare la veglia notturna sull’adorazione eucaristica sembra delineare la volontà di superare la visione ecumenica del suo predecessore, riproponendo un rito essenzialmente cattolico. I suoi discorsi, abbastanza generici per ciò che concerne la lettura del presente e molto precisi nel riaffermare Gesù Cristo come fondamento dell’amicizia e delle scelte esistenziali dei giovani, hanno ricordato più gli accenti spirituali e teologici di Benedetto XVI che le aperture cariche di suggestione e di speranza di Francesco.

Come procederà quindi il mondo cattolico nei meandri e nelle tempeste del mondo attuale, alla luce del grande incontro romano? Probabilmente sempre più nella linea di una sostanziale restaurazione, condita con un certo rispetto delle aperture rivoluzionarie di papa Bergoglio. La Chiesa cattolica continuerà la sua navigazione nel mare in tempesta, cercando di evitare troppo forti scossoni e proponendosi come un porto sicuro – forse un po’ troppo sicuro - per le coscienze individuali e per i fenomeni sociali.  

sabato 12 luglio 2025

Isonzo Soča 120!

 

Lunedì 14 luglio, alle ore 19 presso Kavarna Knigarna Maks, in Delpinova ulica a Nova Gorica, sarà presentato il numero 120 di Isonzo Soča.

La rivista continua il suo cammino, nel ricordo del suo fondatore, Dario Stasi, unendo riflessioni legate alle vicende locali ad altre incentrate sulla situazione più generale del Mondo.

I collaboratori sono sempre di più - una trentina tra cittadini sloveni e italiani - e sono coordinati da due direttori, il sottoscritto per la parte di Gorizia e Miha Kosovel per quella di Nova Gorica. Ma non sarebbe stato realizzato nulla, senza il decisivo e operativo contributo di Katarina Vizintin, Peter Abrami, Agostino Colla, Paolo Hmeljak, Boris Peric e collaboratori di Tmedia. Come nella precedente occasione, la grafica è stata curata dall'ottimo Zvone Kukec di Ljubljana.

Il 120 è dedicato alla "città - mesto", ripercorrendo l'ampia meditazione proposta nel recente festival éStoria. Importante novità è l'inserimento della lingua friulana. I tre editoriali che avviano la lettura delle 64 pagine del fascicolo sono di Miha Kosovel - in sloveno - di Guido Germano Pettarin - in friulano - e di Andrea Bellavite - in italiano. Riflettendo sulla realtà goriziana, essa viene definita solidale, unita e congiunta, con un'interessante dialettica fra diversi e complementari punti di vista.

Si parla di seguito dell'inizio di Nova Gorica, si suggeriscono itinerari, si propongono costruttive riflessioni, si sottolinea l'importanza di storie e tradizioni al confine tra cultura e folklore. Vengono presentati inoltre due importanti contributi alla conoscenza del territorio, uno dedicato alla mostra "La splendente città invisibile", visitabile a Nova Gorica fino al 29 novembre 2025, l'altro a un ampio saggio sulle "due città in una", contributo notevole alla comprensione di una realtà come quella del Goriziano. Ci sono straordinarie fotografie che svelano angoli complementari di Gorici (il solito duale per intendere le due Gorica), ma soprattutto affascinanti volti degli abitanti. C'è uno spazio dedicato ai bambini, con i loro disegni che permettono di scoprire un altro punto di vista sulla città e ci sono anche alcuni interventi provenienti dal pianeta dei giovani, ai quali sarà dedicato uno spazio sempre più ampio nei prossimi numeri. In fondo, sono loro i primi chiamati a tradurre in nuova concretezza di relazioni ciò che sta emergendo dalla capitale europea della cultura.  

Una sezione, dedicata alla contingenza internazionale, ci porta nel cuore degli interrogativi riguardanti il genocidio di Gaza, ma anche altre storie di guerra e di violenza, per lo più sconosciute, come per esempio la terribile e interminabile situazione del Sudan. Un grazie particolare per questi inserimenti - analitici, documentati e assai competenti - offerti da Irene Panozzo, Marko Marinčič e Franco Juri. A quest'ultimo si deve anche la consueta pagina "Corno/Koren", con vignette e pensieri che inducono a un (amaro) sorriso di fronte alle nuvole sempre più intense che occupano l'orizzonte attuale.

Ci sono altri contributi e interventi "da rubrica", non potendo citarli tutti, si riportano a mo' di esempio soltanto i "caffé triestini" di Mirt Komel e Marcel Stefančič.

Anche questo numero è rigorosamente plurilingue, nel senso che ogni autore scrive nella propria lingua e che ogni lettore può trovare le traduzioni (in sloveno, italiano, friulano, inglese e tedesco) semplicemente usufruendo di un qr code oppure andando sul sempre più aggiornato sito di Isonzo Soča.

Non resta che segnarsi la data di lunedì 14 luglio e prepararsi a far proprio il giornale - gratuito! - nei diversi punti di distribuzione di Nova Gorica e Gorizia.

lunedì 21 aprile 2025

Grazie Francesco!

 

Nella luce sfolgorante della Pasqua appena celebrata, la notizia tanto temuta quanto purtroppo da tempo attesa. 

Dopo Francesco, nulla sarà come prima.

Il "buon giorno" si è sentito fin dalle prime parole del nuovo Papa, quando ha salutato nel modo più quotidiano la folla che attendeva la sua uscita sul balcone di San Pietro, subito dopo l'elezione.

Dal punto di vista umano, è stato un vescovo di Roma profondamente inserito nelle dinamiche del mondo attuale, con scelte dirompenti proprio a causa della loro normalità. Un papa che viaggia con l'utilitaria, che porta la sua valigetta salendo le scale per entrare nell'aereo, che telefona ai genitori affranti per la morte di una figlio, che abbraccia i personaggi più lontani dalla Chiesa... Tante sono le immagini che si rincorrono pensando a questa decina di anni di assai originale e avvincente pontificato.

E' molto importante tuttavia cogliere l'importanza dei segni "personali". Non c'è più il "pontifex" dal sapore imperiale, nemmeno il "vicario di Cristo" o il "santo padre". C'è un uomo che con la sua debolezza e fragilità guida l'organismo di una Chiesa che non pretende più di essere l'unica depositaria della Verità. C'è un costruttore di pace, instancabile nel contestare la guerra, la produzione e il commercio delle armi, come pure l'egoismo dei ricchi che non accolgono e respingono coloro che bussano alle porte dei Paesi dell'opulenza, cercando rifugio, pane e speranza di futuro. C'è un teologo che rilegge il Vangelo nelle dinamiche dello spazio e del tempo, con accenti nuovi che privilegiano la verità della relazione con l'altro piuttosto che quella del dogma. C'è una persona in dialogo con tutti, che riconosce il pluralismo religioso come un grande valore e contempla in esso il disegno di un Dio che appartiene a ciascuno ma non può essere strumentalizzato da nessuno.

Con il suo esempio Francesco ha permesso di intravvedere una nuova Chiesa, riscoprendo le fondamenta antiche dei primi secoli piuttosto che i fasti di potere che l'hanno caratterizzata da Costantino in poi. Entrano in discussione dogmi consolidati, dall'infallibilità del papa all'unicità della salvezza in Cristo, dal senso e forma del ruolo sacramentale del ministero ordinato alla valorizzazione della libertà di coscienza, dall'autorevolezza dell'interpretazione magisteriale della Scrittura alla partecipazione di ogni essere umano alla realizzazione di una Chiesa non più settaria, ma confederata con le altre confessioni e religioni per la comune costruzione della nuova civiltà dell'amore.

Non può mancare ora una riflessione sul prossimo futuro. Che cosa accadrà? Chi sarà il nuovo Papa? Continuerà sulla via di una Riforma che per ora si è manifestata soltanto nella buona volontà e nella chiara intenzione di Francesco? I fermenti di contrarietà che si sono moltiplicati in questi ultimi anni - soprattutto negli ambienti tradizionalisti, ma anche in quelli progressisti che si sarebbero attesi svolte operative più concrete - esploderanno dentro il conclave? Vincerà la linea "bergogliana", sicuramente numericamente maggioritaria? In questo caso, l'eletto, oltre che seguire le orme del predecessore, convocherà l'attesissimo nuovo Concilio per dare alle intuizioni intravviste forma e normativa definitive? Oppure ci si deve aspettare un movimento di riflusso, magari giustificato dalla necessità di evitare un inevitabile scisma? O ancora, si vorrà prendere tempo scegliendo la classica figura di "transizione"?.

E' in ogni caso un'eredità complessa e delicata, soprattutto tenendo conto dell'urgenza di tempi nei quali si fanno sempre più numerosi i sinistri segnali della minaccia della guerra e dell'involuzione dell'umanità in una società senza diritti, alla mercé del più forte di turno. 

Quella di Francesco è stata in questo periodo senz'altro una delle poche voci autorevoli capaci di richiamare la necessità della pace, del disarmo e della fraternità universale. Il Mondo si risveglia da questa Pasqua con un senso di ulteriore smarrimento, di incertezza e di paura. Ma forse, il modo migliore per ricordare papa Jorge Mario Bergoglio è quello di assumere la sua proposta giubilare di speranza: non il facile ottimismo dell'incoscienza, ma l'intenso impegno, una vita spesa a contrastare l'odio con l'amore, la vendetta con il perdono, il male con il bene. 

sabato 1 febbraio 2025

Serbia incandescente, la riscossa dei giovani

Un fiore per le vittime di Novi Sad
Il primo giorno di novembre dello scorso anno, era crollata la tettoia esterna della da poco rinnovata stazione ferroviaria di Novi Sad. L'evento, che aveva provocato la morte di 15 persone, tra le quali un bambino di pochi mesi, ha suscitato un'impressionante ininterrotta ondata di proteste in tutta la Serbia.
I protagonisti assoluti di queste manifestazioni sono i giovani. Migliaia di giovani ,sono scesi in piazza per contestare la vera causa della tragedia, cioè la corruzione e il disinteresse dei governanti nei confronti della cosa pubblica. All'inizio sono stati ridicolizzati dalla stampa, quasi tutta filogovernativa, poi la loro testimonianza diretta ha allargato le file. Se in principio ci sono stati gli universitari, poi si sono aggregati i ragazzi delle scuole superiori, i loro genitori, gli insegnanti, gli operai ma anche i contadini e gli uomini di cultura, per arrivare fino agli sportivi  e ai personaggi più conosciuti anche all'estero, come il tennista Novak Djokovic.
A tre mesi dagli avvenimenti, decine di migliaia di persone si sono date appuntamento tra oggi e domani nel luogo del disastro. In testa sono sempre loro, i giovani studenti, gli enormi cortei gridano preoccupazione e delusione, vogliono una politica migliore. La pressione ha già portato alle dimissioni del premier Vučevič e di due ministri. Per il momento resiste il presidente Vučič che accusa non meglio precisati poteri esteri di fomentare i disordini.
Dall'esterno, gli osservatori, notando l'assenza di soggetti ispiratori partitici o ideologici, parlano invece con ammirazione di "olocrazia", sistema di organizzazione autogestita e coordinata tra vari gruppi che si prefiggono i medesimi obiettivi. Sia come sia, la rivendicazione di trasparenza, la richiesta di verità e giustizia come pure la lotta alla corruzione hanno creato una marea immensa che sta contagiando l'intera società civile e che sembra cominciare ad attecchire anche fuori del confini della Serbia.
In tutto ciò c'entra anche l'Italia, o meglio il Friuli Venezia Giulia e più specificamente il porto di Trieste. Sono sempre più numerosi i ricchi serbi che acquistano case lussuose a Trieste e sono documentati forti interessi sul Porto Vecchio. Lo stesso ministro dell'edilizia Goran Vesic, dimessosi dopo il crollo della stazione di Novi Sad ha acquistato casa (3 milioni e mezzo di euro!) ed è venuto ad abitare a Trieste.
Le informazioni contenute in questo post provengono dalla lettura del quotidiano sloveno Delo. In Slovenia si parla moltissimo di ciò che sta accadendo in Serbia, così come negli altri Paesi limitrofi. In Italia c'è stato finora uno strano silenzio e i fatti sono stati per lo più coperti da una specie di censura. 
Chi ha paura dei giovani studenti?

domenica 26 gennaio 2025

L'onda gialla di Giulio Regeni

 

Il 25 gennaio è ormai da nove anni giorno di memoria, di impegno, di ascolto, di festa. E così è stato anche ieri, a Fiumicello.

L'"onda gialla" ha increspato un mare di persone, provenienti dal Friuli Venezia Giulia e da tanti altri luoghi d'Italia. E' un mare che travalica la fisicità e si dilata online, nelle tante piazze virtuali collegate via internet.

Giulio Regeni "fa cose", come più volte si è sentito ripetere durante l'avvincente serata. Giulio Regeni soprattutto unisce, al di là dei confini di Regioni e di Stati, donne, uomini e bambini che gridano il loro desiderio di verità e giustizia. E' un grido che si fa candela accesa, flashmob, intensa parola, anche impressionate voce del silenzio in una piazza gremita, nell'ora dell'ultimo contatto con il giovane ricercatore di Fiumicello.

Giulio parla per Alberto Trentini, cooperante italiano sparito e a quanto risulta detenuto senza accuse nelle prigioni del Venezuela, per tanti altri "scomparsi" in tutto il mondo, per i torturati nelle celle dei regimi dittatoriali, per i giornalisti uccisi - si sono sentiti i nomi del grande Enzo Baldoni, di Ilaria Alpi, di padre Paolo Dall'Oglio, di troppi altri eroi della comunicazione che hanno cercato di coinvolgerci, a prezzo della loro vita, nell'avventura della Verità. Ai nomi citati, sarebbero da aggiungere tantissimi altri, tra i quali non devono essere dimenticati quello di Maria Grazia Cutuli, assassinata in un agguato in Afghanistan nel 2001 e di Nicola Calipari che ha perso la vita in un conflitto a fuoco, ucciso dai soldati americani a Baghdad mentre accompagnava la giornalista Giuliana Sgrena verso la libertà. 

Dopo l'ormai tradizionale fiaccolata e camminata verso il palazzetto dello sport, ci sono state quattro ore di testimonianze, inframezzate da momenti musicali e accompagnate da splendidi disegni espressivi delle emozioni dei vari passaggi. Magistralmente guidata da Giuseppe Giulietti, l'assemblea ha vissuto con grande attenzione momenti di profonda commozione, alternati ad altri più "leggeri", a volte anche divertenti.  

Tra tanti interessanti racconti ci sono state anche sacrosante attualizzazioni: l'Egitto proclamato "Stato sicuro" dall'attuale Governo a fronte dei racconti terribili sul trattamento di chiunque non vada nel Paese per turismo o per affari; l'incredibile caso Almasri, macellaio libico arrestato, immediatamente rilasciato e portato in Libia con aereo di Stato, dove è stato ricevuto con tutti i possibili onori; il rigetto di migliaia di esseri umani in Italia e in Europa, il gruppo di profughi incatenati fotografato ed esibito come una specie di trofeo negli Stati Uniti mentre sta per imbarcarsi sull'aereo del rimpatrio; e molto, ma molto altro.

Il vertice della serata è stato comunque l'intervento dei principali protagonisti di questa vicenda, la famiglia Regeni - Paola, Claudio e Irene - e l'infaticabile avvocata Alessandra Ballerini. Sono loro che hanno raccontato il lungo percorso che ha portato all'apertura di un processo nei confronti di quattro imputati coinvolti nel sequestro, nelle torture e nell'assassinio di Giulio. La loro tenacia, come pure la loro straordinaria capacità di trasformare il dolore individuale in eccezionale percorso politico, hanno reso possibile ciò che molti ritenevano impossibile. E ciò è accaduto anche grazie a una mobilitazione di massa che ha coinvolto giornalisti, personaggi dello spettacolo, sportivi, scrittori e registi, politici, ma soprattutto una miriade di europei. La forza incredibile di un popolo giallo non incline al pessimismo e alla rassegnazione ha dimostrato che, se si vuole, si possono salvare le ragioni della Democrazia, della Costituzione e dell'autentica Libertà.

Un grazie immenso a chi ci ha creduto fin dall'inizio e continua a lottare, non soltanto per Giulio Regeni ma per tutti gli oppressi del mondo. Grazie perché l'impegno di un'immensa onda gialla rende ancora possibile credere che valga la pena vivere ogni istante, per cercare sempre e ovunque, con passione e convinzione, la Verità e la Giustizia.

martedì 3 settembre 2024

Elezioni in Germania, una sveglia per la sinistra?

 

Le elezioni in Turingia e Sassonia hanno avuto un risultato sorprendente, con il trionfo dell'ultradestra, temperato nel secondo caso dalla tenuta dei cristiani democratici, in pratica di quello che in Italia si definirebbe centro destra.

Sorprendente? Forse no, piuttosto è una sveglia che suona per un centro sinistra e una sinistra dormienti, cullati dal sogno alimentato da qualche discreto dato ottenuto a livello di elezioni europee o nazionali.

Il risveglio è necessario, prima che le prossime occasioni li sprofondino ancor più nel sonno, dando per scontate, per esempio, le probabili vittorie della "grande coalizione" in una Liguria nella quale il centro destra si è autoaffondato, come pure quella di Kamala Harris contro un Trump che per il momento appare "suonato" dall'"arrocco" dei democratici USA.

Il risveglio non deve riguardare i "numeri" delle votazioni, ma ciò che sta dietro a esse. A destra si è sfondata la diga del "politicamente corretto", sono stati sdoganati concetti che si ritenevano confinati nelle soffitte della storia. Vengono riabilitati il nazismo in Germania e il fascismo in Italia, non tanto - o non soltanto - in quanto strutture di potere, ma come sistema di disvalori diffuso in ogni settore della popolazione: razzismo, violenza, discriminazione, nazionalismo, patriottismo guerrafondaio, ecc.

Come arginare questa pericolosa ondata? Forse è tempo che anche la sinistra abbatta la diga del politicamente corretto e che riproponga con convinzione valori che fanno parte del suo patrimonio storico e che sono stati dimenticati dalla necessità di stringere accordi con forze troppo diverse, con la conseguente perdita di una parte cospicua di un elettorato che non si ritrova nelle giravolte del PD su guerra e migrazioni, nelle incertezze della Schlein o nelle divisioni sistematiche che indeboliscono i partiti "a sinistra del pd".

E quali sono i valori da approfondire a sinistra? Un convinto internazionalismo contro il sovranismo e il nazionalismo, la giustizia sociale contro gli immensi privilegi che dividono il mondo tra pochissimi ricchi e una moltitudine di poveri, una concezione del lavoro che tuteli la classe lavoratrice contro i risorgenti soprusi dei padroni, virtuali o in carne e ossa che siano, la visione di una fraternità e sororità universali contro il razzismo, la libera circolazione delle persone e la rimozione delle barriere tra gli esseri umani, il pacifismo e la nonviolenza non fini a sé stessi ma all'affermazione di un sistema globale equo, giusto e solidale, la tensione verso il disarmo generale e globale, la cancellazione degli interessi dei fabbricanti, commercianti e acquirenti di armi sempre più distruttive e devastanti.

Utopia? Forse, ma come direbbe Basaglia utopia della realtà. O come direbbe Balducci, cammino verso la possibilità di un futuro: "nel terzo millennio, l'homo o sarà planetarius o non sarà".

martedì 4 giugno 2024

Verso le elezioni europee: per la pace sulla Terra, per la dignità di ogni essere vivente

 

L'ideale è che ci siano soltanto gli Stati Uniti del Mondo, confederazione di tutte le realtà esistenti sul Pianeta. E' un'utopia, un'invenzione umana, così come invenzioni umane sono tutti i concetti che, razionalizzati, hanno determinato le forme dell'umana convivenza: la patria, la nazione, la famiglia, lo stato... in fondo altro non sono che frutti dell'immaginazione. Per difendere tali bandiere, esistenti soltanto in quanto generate dall'uomo, quanti milioni di morti, quante inutili stragi, quante persecuzioni...

Mentre si vorrebbero gli Stati Uniti del Mondo, l'Unione europea va al voto. Si noti, l'Unione europea, non l'Europa, perché sono molti gli stati dell'Europa che non appartengono all'Unione europea. Che cosa votare? Non è così facile rispondere a questa domanda, anche perché, soprattutto in Italia, si è parlato molto di più di problematiche locali che della visione che si vorrebbe avere dell'Europa.

Eppure le elezioni dell'8 e 9 giugno sono molto importanti, perché orienteranno il Parlamento e la Commissione continentali verso decisioni importanti per il futuro. Per esempio, si andrà verso la Terza Guerra Mondiale o l'Unione europea sarà proiettata verso la costruzione del sistema planetario delle Nazioni unite? Si vorrà fare dell'Unione una Rocca inespugnabile chiusa alla correlazione con popoli e culture o si considereranno le migrazioni dei popoli come la chance per potersi trasformare, fondandosi sull'umanità condivisa e non esclusivamente sugli interessi economici? Sarà un faro nella costruzione di politiche sostenibile e rispettose dell'ambiente? Si preoccuperà del futuro dei giovani, affrontando con competenza e creatività il rapporto fra crescita industriale e salvaguardia dei viventi? Avrà una struttura autenticamente democratica, in grado di favorire il dialogo e il confronto fra le diverse posizioni, rifuggendo e contrastando ogni nostalgia nazista e fascista? Contribuirà a creare tavoli di dialogo diplomatico per i popoli in conflitto? Oppure considererà prioritaria la soluzione apparentemente più facile, ma dalle conseguenze disastrose, dell'affidamento alle armi e agli strumenti di distruzione e di morte? 

Si è a un crocevia importante nella storia del Mondo. Cinque anni fa ero candidato alle elezioni europee, con il piccolo partito allora chiamato semplicemente "Sinistra". Avevamo prodotto approfonditi documenti su tutte le grandi questioni di allora, non troppo dissimili rispetto a quelle odierne. Abbiamo portato ovunque un'idea di un'Europa fondata sul lavoro, aperta alla libera circolazione delle persone, promotrice di giustizia e pace, ecologica, rispettosa dei diritti individuali e collettivi. Non abbiamo avuto molti mezzi per farci conoscere e i risultati non furono numericamente entusiasmanti. Occorre creare un maggiore consenso, ricostruire il volto di un impegno deciso, urgente e finalizzato alla salvezza stessa di una terra in crisi.

Per chi votare allora? Evitando le tentazioni del "voto utile", la strada da percorrere è quella di dare un segnale. In particolare il mondo del pacifismo deve mostrarsi forte e compatto, anche attraverso l'eventuale voto di testimonianza. Tre partiti in Italia hanno espresso esplicitamente la loro contrarietà all'invio delle armi in Ucraina, posizione simbolica importante nella quale si riconoscono tutti gli assertori della nonviolenza attiva come metodo di risoluzione delle controversie. Da ricordare, davanti alle urne, nella speranza che qualche convinto rappresentante riesca a raggiungere la sponda del Parlamento europeo...

giovedì 2 maggio 2024

Largo ai giovani...

 

Tanti giovani. Le manifestazioni del Primo maggio hanno visto la partecipazione di tanti giovani. In tutto il mondo le nuove generazioni si mobilitano. Ci sono, con non troppo entusiasmo, nelle celebrazioni annuali organizzate dai vari establishment. Ma sono presenti ed efficaci soprattutto in quelle "fuori programma", promosse da loro ma aperte a tutti, dai capelli biondi o neri a quelli grigi e bianchi.

Sono studenti degli ultimi anni di quelle che un tempo si chiamavano scuole superiori, universitari, ragazzi che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro. 

Cantano, gridano slogan, camminano portando con sé la voglia di vivere. Chiedono un mondo migliore, il rispetto per la Natura, la normalità dell'incontro tra persone che provengono da ogni parte di un mondo senza confini, la tutela dei diritti di ogni persona, il lavoro sicuro per tutti, il giusto salario, la fine di ogni guerra.

Desiderano un futuro, quello che sentono minacciato dalle dinamiche di una politica asservita ai poteri forti dell'economia e della finanza. Non accettano i compromessi delle cosiddette destre e sinistre, chiedono di poter vivere ed essere protagonisti nel cambiamento del Mondo. Identificano il grande nemico nell'attuale fase del capitalismo mondiale, nell'imperialismo del denaro e degli interessi che avviliscono la dignità dell'uomo e guidano il Pianeta in un mare di ingiustizia e di sopraffazione.

La loro aspirazione alla libertà, la lotta contro ogni violenza, il chiamare per nome i genocidi e le prese di posizione senza infingimenti provocano. E il Potere reagisce con i suoi soliti sistemi, già visti e riconosciuti a Genova nel 2001: l'infiltrazione di provocatori nelle manifestazioni pacifiche in modo da disinnescarne la carica autenticamente rivoluzionaria, i manganelli usati senza limiti (anche in Italia), le intimidazioni di ogni genere e, in alcune parti del mondo solo per portare qualche esempio, la diretta eliminazione delle manifestanti (Iran), la sparizione dei ricercatori della verità (l'Egitto del caso - non certo unico! - di Giulio Regeni), la carcerazione preventiva illimitata (Ilaria Salis in Ungheria e migliaia di altri ovunque). 

L'esuberanza di chi grida per farsi sentire in un mondo adulto che si dimostra sordo può dare fastidio. Il disagio è accresciuto dal fatto che negli ultimi decenni, soprattutto dopo il soffocamento del "nuovo mondo possibile" all'inizio degli anni 2000, non si erano più visti cortei di questo genere. Il paragone più calzante potrebbe essere quello del mitico '68. La novità di quella primavera è stata sostituita dall'afosa estate del tempo in cui quei ragazzi sono diventati vecchi e hanno spesso dimenticato, perfino rigettato quegli orizzonti di ingenua speranza.

Ora i giovani si fanno di nuovo sentire. Non è che si debba per forza dare loro ragione su tutto. Quello che è veramente indispensabile è ascoltarli e, per quanto possibile, stare accanto a loro. Non si tratta di "guidarli", ma di essere vicini, di sostenerli con convinzione nella forza del loro desiderio. E' la loro ora, facciamoci saggiamente un po' da parte e lasciamo che siano essi i protagonisti del loro e del nostro destino.

sabato 30 marzo 2024

Ogni catena è una violazione dei diritti dell'uomo

Le immagini di Ilaria Salis incatenata alle mani e ai piedi, tenuta con un guinzaglio di ferro da una guardia, sono di una violenza inaudita. Lo stesso è da dire per centinaia di migliaia di esseri umani che subiscono lo stesso trattamento in diverse parti del mondo.

No, non può esserci alcuna giustificazione davanti a una palese violazione dei diritti della persona. Cosa è stato fatto per evitare questo scandalo? Cosa ha fatto il governo Meloni per evitare che di nuovo la Salis apparisse in queste umilianti condizioni? Non si dica che una pressione di un governo "amico" - Meloni su Orban - non avrebbe potuto produrre alcun cambiamento! E se questo, come è stato a volte ribadito, è il modo di fare con tutti i detenuti in Ungheria, cosa si aspetta a espellere l'Ungheria dall'Unione europea per manifesta violazione dei principi fondamentali del diritto?

Lo stesso vale per tutti, anche per Chico Forti. Già Di Maio aveva annunciato la prossima estradizione e poi non se ne fece nulla. Meloni un mese fa ha annunciato di aver ottenuto il risultato, ma il tempo passa e si comincia a pensare che non è solo la burocrazia il motivo del prolungamento dei tempi.

A molti prudono le mani, i leoni inveterati da tastiera scrivono commenti da brivido sulla "giustezza" dei modi attuati nei tribunali ungheresi. Il consenso crescente alla violenza è un ulteriore motivo di preoccupazione, in un contesto di progressivo avvicinamento a una catastrofe che deve essere in qualsiasi modo evitata, attraverso l'impegno efficace di tutte e tutti gli abitanti del mondo.

Quindi, non occorre essere schierati a destra o a sinistra per gridare contro qualsiasi sistema di potere che usi le catene come deterrente nei confronti di presunti crimini di chicchessia o anche che non faccia nulla per evitarlo, facendo finta di non vedere che cosa accade. Come gli struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia quando hanno paura.

mercoledì 28 febbraio 2024

L'Orsigna, Tiziano Terzani, la pace e la politica...

La strada Porrettana congiunge Pistoia con Bologna, valicando l'Appennino Tosco Emiliano all'altezza del Passo della Collina. Segue poi la stretta valle del fiume Reno. Qualche chilometro prima di Ponte della Vetturina, si dipana sulla sinistra una stretta strada che tra curve e tornanti consente di raggiungere in sicurezza il pittoresco abitato di Orsigna. Oltre l'agglomerato di case, si continua a salire, si passa accanto alla casa di Tiziano Terzani e si prosegue fino a dove finisce la carreggiabile. Venti minuti di cammino nel bosco e si arriva all'albero con gli occhi, una sorta di santuario tra il buddista e il laico, venutosi a creare nel tempo nei pressi dell'albero sotto il quale il grande giornalista amava soffermarsi e meditare. Ci sono tanti segni di una forte presenza spirituale che emana dalla natura, ma anche dalle pietre, dalle bandierine simili a quelle che si vedono nelle foto delle spedizioni alpinistiche nel Nepal. sono come ex voto che raccolgono le ansie, le speranze, i dubbi e le certezze di migliaia di persone che sono arrivate fino quassù, sulle orme di un uomo la cui religione fondamentale è sempre stata quella della concordia e della pace fra i popoli.

Ed è proprio pensando a Tiziano Terzani che sotto l'albero con gli occhi abbiamo collocato anche noi la nostra piccola pietra simbolica, con la speranza di raccogliere il suo testimone e di essere sempre, almeno più possibile, costruttori di pace. E questo è possibile se si è capaci, proprio come diceva Terzani, di ascoltare le ragioni dell'altro. Il che non significa condividerle, ma porre le basi per chiedersi se abbia un senso un intervento violento, a livello personale o internazionale, al fine di risolvere una determinata questione. Quanto questo sia facile a parole, ma difficile in realtà, lo si sperimenta ogni giorno, quando si invoca la pace partecipando a manifestazioni e a gesti eclatanti di protesta e poi non si è capaci di superare neppure le piccole incomprensioni quotidiane, vanificando di fatto la richiesta ai governanti di cessare il fuoco e di sedersi al tavolo della trattativa.

E allora? Allora la strada da seguire implica un impegno, da una parte personale, dall'altra collettivo. Dal punto di vista individuale, è logico che in un tempo drammatico come l'attuale occorre un soprassalto di responsabilità. E' necessario cioè che nel piccolo contesto dell'ordinario scorrere della vita, si ribaltino situazioni incancrenite, si riaprono percorsi di dialogo precedentemente bloccati, si percorrano con nuova convinzione sentieri interrotti. Dal punto di vista collettivo, mai come ora è necessario credere nell'autentica Politica.

Cosa significa ciò? Significa che se accettiamo le attuali regole della democrazia, qualcuno deve prendere su di sé la croce e incamminarsi anche sulla via della rappresentanza. La democrazia - almeno come determinata dal dettato costituzionale - implica da una parte la partecipazione assembleare alla costruzione della società, dall'altra l'accettazione della regola della dimensione elettiva. Tutti possono fare pressione culturale e sociale per ottenere ciò che si ritiene giusto, ma è necessario anche eleggere i rappresentanti del popolo, in modo che essi portino negli spazi governativi e amministrativi le idee e le posizioni di chi li sceglie. Tra l'altro è questa l'etimologia della stessa parola "deputati".

Se si è convinti delle proprie concezioni del mondo, occorre esprimerle in forma partecipata e assembleare, ma anche in quella determinata dalla rappresentanza. Per esempio, se la mia idea di società è internazionalista e ritiene che le armi siano lo strumento principe per affermare le ragioni del Capitale, è giusto che io manifesti per far sapere al Governo di turno il mio disaccordo nei confronti di chi ritiene giusto produrre e vendere armi o inviarle in zone di guerra. Ma se le regole democratiche affidano a chi la pensa diversamente da me di avere una maggioranza che consente di decidere, il modo per cambiare le cose non dipende tanto dal mio costante scandalizzarmi, quanto dalla decisione di mettersi a disposizione del proprio gruppo di pressione culturale, presentandosi al giudizio degli elettori. Lo stesso vale, sempre in termini esemplificativi, per l'accoglienza dei migranti. Se sono convinto dell'umana fraternità o sororità universale, è logico che rifiuterò qualsiasi forma di rifiuto, di respingimento e di maltrattamento, mentre al contrario proporrà accoglienza, condivisione e sostegno. Ma perché la legislazione possa trasformare il mio pensiero in regola valida per tutti, devo cercare di vincere le elezioni. Insomma la concretizzazione della mia istanza morale passa attraverso la straordinaria fragilità della ricerca del consenso elettorale, con tutti i limiti tecnici e mediatici che influenzano in modo determinante un'opinione pubblica ben poco avvezza alla lettura e all'approfondimento.

C'è un'alternativa a tutto questo? Mah, è difficile dirlo. Tuttavia l'evidente spaventosa crisi della democrazia rappresentativa pone una questione decisiva: la situazione è questa per il deterioramento delle istituzioni o per un livellamento in peggio della cosiddetta classe politica oppure è l'inevitabile punto di non ritorno del sistema capitalista? Se la risposta è questa seconda, il problema diventa ben complesso. Come uscire dal capitalismo? Come immaginare e soprattutto realizzare un sistema alternativo? Per arrivarci, si può individuare un metodo che consenta una transizione abbastanza sostenibile e nonviolenta oppure c'è la necessità di agire una vera e propria rivoluzione? E' inevitabile il passaggio attraverso la morte per addivenire alla risurrezione, ben sapendo che lo sprofondamento nella guerra globale nel tempo della bomba atomica potrebbe portare alla stessa cancellazione della Vita sulla Terra?

Insomma, l'insoddisfazione del momento induce a meditare e il pensare deve portare all'azione, in modo concatenato e consequenziale. E' certo che non basti più il rituale stracciamento di vesti e l'indicazione del "mandante" di turno. Occorre piuttosto innestare la marcia e procedere spediti, affinché le proprie istanze non siano sistematicamente mortificate da rappresentanti che non rappresentano, ma che possano incidere sul cambiamento della società. Manifestando pubblicamente, anche correndo il rischio di essere ripagati con qualche manganellata o anche peggio. E gettandosi a capofitto nell'agone della politica rappresentativa. 

domenica 18 febbraio 2024

In ricordo di Johan Galtung (1930-2024), costruttore di pace

Il giorno 17 febbraio 2024 ha lasciato questo mondo Johan Galtung, uno scienziato dedicato alla costruzione della pace, in tutto il mondo. Per gentile disponibilità dell'autore, si pubblica qua un intenso e profondo ricordo, tracciato da Gianmarco Pisa, grande esperto di tematiche corrispondenti, in particolare di corpi civili di pace europei. Galtung è stato diverse volte a Gorizia, l'ultima nel 2008, in un periodo particolarmente attivo, grazie all'impegno della Provincia di Gorizia con Marko Marinčič, Silvano Buttignon, Paolo Zuliani e tanti altri, come pure della Regione Friuli-Venezia Giulia con Roberto Antonaz, Michele Negro, Gianfranco Schiavone, Francesca Tessaro, Alessandro Capuzzo e collaboratori. Mi scuso con chi non ho nominato, è solo per ricordare un tempo fecondo da far rivivere, nei nuovi attuali contesti locali e globali. Il testo è un po' lungo, ma assicuro che vale la pena affrontarlo nella sua interezza.

Johan Galtung (24 ottobre 1930 - 17 febbraio 2024).

Con la scomparsa di Johan Galtung, l’intera comunità degli uomini e delle donne amanti della pace, e della «pace con giustizia», e al suo interno la comunità, di elaborazione e di pratiche, degli operatori e delle operatrici di pace, a tutte le latitudini, è, da oggi, più sola. Se ne va una figura essenziale, seminale, un imprescindibile, della modalità con la quale guardiamo (e interpretiamo) i conflitti, micro, meso, macro, persino mega, come talvolta amava richiamare, e della modalità con la quale interveniamo (e trasformiamo) nei conflitti, alimentando, sul sentiero della ricerca e dell’azione da lui tracciato, la speranza del “trascendimento”.

Nato a Oslo nel 1930, dottore di ricerca in matematica (1956) e in sociologia (1957), è stato docente di Scienze per la pace ed esperto nella mediazione e risoluzione dei conflitti. È il creatore del Metodo Transcend per il trascendimento dei conflitti e il fondatore della Rete Transcend per la pace, lo sviluppo e l’ambiente, nonché, precedentemente, dell’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Oslo (1959) e del Journal of Peace Research (1964). Ha insegnato in numerose università in tutto il mondo, ad esempio ad Oslo, Berlino, Parigi, a Santiago del Cile, a Buenos Aires, ma anche a Princeton, alle Hawaii, e ad Alicante. È stato professore onorario alla Freie Universität di Berlino (1984-1993), dal 1993 professore illustre di Studi sulla pace alla Università delle Hawaii e dal 2005 illustre “visiting professor” presso la John Perkins University.

Il suo impegno si è svolto sia nel campo della ricerca sia nell’ambito della mediazione e della risoluzione dei conflitti. Sono oltre 150 i conflitti, sia di carattere internazionale, sia di ambito sociale, in cui è stato impegnato. È autore di 96 libri e di oltre 1700 tra articoli e capitoli. Tra i vari riconoscimenti, ha conseguito nel 1987 il «Right Livelihood Award», il Nobel per la Pace alternativo e, tra i più recenti, il titolo di laurea honoris causa in scienze politiche presso la Universidad Complutense di Madrid (2017). Importantissima, d’altro canto, anche la sua frequentazione italiana: indimenticabile la lectio magistralis da lui tenuta al convegno del Centro Studi SOUQ del 13 dicembre 2013, nell’Aula magna dell’Università degli Studi di Milano; non meno indimenticabile la sua lectio magistralis (“Necessità e importanza di un Centro per la prevenzione dei conflitti armati”) in occasione del Convegno nazionale su “La prevenzione dei conflitti armati e la formazione dei corpi civili di pace”, tenuto a Vicenza il 3-5 giugno 2011 e che rappresentò un contributo decisivo per rilanciare il percorso per la costruzione dei corpi civili di pace e per riaffermare l’importanza cruciale della formazione degli operatori e delle operatrici. Fu, al tempo stesso, un vero e proprio incontro di pace e di cittadinanza.  

Con lui se ne va la figura, sia consentita una simile digressione, di un vero e proprio “rivoluzionario”: per le sue teorie, profonde e innovative, riguardanti l’analisi “sul” conflitto e l’intervento “nel” conflitto, e in quanto fonte di ispirazione nei vasti campi della costruzione della pace. Il suo contributo sull’importanza determinante, retroagente, degli orientamenti culturali (attitudes) e delle contraddizioni strutturali (contradictions) nella dinamica dei conflitti; la sua interpretazione del conflitto come manifestazione di “incompatibilità” causate dall’azione di «culture profonde» e «strutture profonde»; il suo approccio, olistico e razionale, alla dinamica del conflitto e alla costruzione della pace, restano contributi decisivi sui quali si fonda una moderna ricerca per la pace, e a partire dai quali occorre impostare una coerente iniziativa di trasformazione e di trascendimento.

Tanto è arduo sintetizzare in poche righe il contributo di Galtung alla ricerca e alla prassi della costruzione della pace, quanto è impensabile tacere di altri suoi contributi, per alcuni versi più specifici, per altri più generali, della sua elaborazione intellettuale, della sua ricerca concreta. Nessun operatore o operatrice di pace potrebbe oggi fare a meno degli elementi fondamentali indicati da Galtung per il lavoro di pace: empatia, nonviolenza, creatività. La creatività (innovazione) concepita come «la capacità di andare oltre le cornici mentali delle parti in conflitto, aprendo la strada a nuove modalità di concepire la relazione sociale». L’empatia (sentire insieme) intesa come «la capacità di una comprensione profonda ... dell’Altro». La nonviolenza, in definitiva, come «la duplice capacità di resistere alla tentazione di affidarsi alla violenza e di proporre soluzioni nonviolente concrete». Questa capacità agisce sia ai fini della risoluzione del conflitto, sia nella prevenzione della violenza.

Attraverso questa filigrana, si legge un altro contributo imprescindibile ispirato da Galtung per il lavoro di tutti gli attivisti e le attiviste e di tutti i sinceri amanti della «pace con giustizia», un contributo cui l’intera, vasta e plurale, comunità di Pressenza, mai potrebbe restare indifferente: il “giornalismo di pace”. «Per parlare di giornalismo di pace, bisogna parlare di pace. Per parlare di pace, bisogna parlare di conflitti e della loro risoluzione. Per parlare di risoluzione dei conflitti, bisogna parlare del profondo coinvolgimento degli Stati Uniti in molti conflitti globali. Il ruolo del giornalismo non è solo quello di raccontare il mondo, ma anche di rendere gli attori chiave - Stati, capitali, persone - trasparenti gli uni agli altri. Il ruolo del giornalismo di pace è quello di identificare le forze e le controforze a favore e contro la pace e di renderle visibili con la loro dialettica, creando risultati che potrebbero rappresentare potenziali soluzioni» (Galtung, 2015).

Ci lascia un patrimonio, di ricerche e di pratiche, vastissimo per quantità e inestimabile per qualità. Il suo Metodo Transcend è stato tradotto in italiano grazie al prezioso lavoro degli amici e delle amiche del Centro Studi Sereno Regis (Torino, 2006); il Centro Gandhi ha pubblicato il saggio Alla scoperta di Galtung (Pisa, 2017); l’Università di Pisa il suo Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare (Pisa, 2014). Se ne va un grande costruttore di pace; resta il suo messaggio prospettico, profondo, di nonviolenza, di pace e di giustizia. 


domenica 7 gennaio 2024

Ripensare il pacifismo, oggi

Mentre scende un preoccupante silenzio mediatico sulla guerra a Gaza, è necessario chiedersi che fine abbia fatto quello che un tempo si definiva "il pacifismo".

Negli anni '60 del XX secolo, la ribellione contro la guerra del Vietnam fu la scintilla, ma anche la forza dei moti del 1968. E' un anno del quale non sembra che si parli volentieri, il 45mo anniversario è passato del tutto in sordina.

I giovani di quegli anni si sono poi divisi, una parte è stata riassorbita dal procedere del liberismo. Si è accolta la carica di cambiamento riguardante le relazioni sociali, la rivoluzione sessuale, in parte anche l'identificazione tra il personale e il politico. Ma nello stesso tempo, ci si è fatti strada nei percorsi tracciati dal Capitale, inquadrati negli schemi professionali e dimentichi dell'ansia giovanile di pace e di giustizia. Alcuni hanno rinunciato per il venire meno delle convinzioni, altri semplicemente - ma anche comprensibilmente - per salvaguardare il bilancio familiare.

Un'altra parte ha cercato di resistere e di riproporre, anno dopo anno, le istanze di quel tempo, pian piano penetrato nel tessuto mitologico delle rispettive ideologie. Si è tornati in piazza, a volte in gruppi sparuti, a volte ancora con la speranza di mobilitare le masse, come accaduto il 15 febbraio 2003, in occasione della protesta globale contro l'imminente intervento militare americano in Iraq. Il problema sta nel fatto che i "marciatori" del 2003 erano più o meno gli stessi del 1968, passo un po' malfermo, slogan d'epoca, canti degli enormi Joan Baez e Bob Dylan. C'erano anche dei giovani, pochi, ci sono ancora, normalmente figli e figli dei figli dei protopacifisti.

Si è avuta questa impressione anche nei recenti eventi goriziani, gli assai interessanti convegni del 30 e del 31 dicembre e la "56ma marcia della pace", da Oslavia a Nova Gorica. I tradizionali mondi della sinistra culturale e del cattolicesimo militante si sono incontrati per celebrare un grido di pace quanto mai indispensabile in tempi come questi. Il problema è che tali atti, purtroppo, non suscitano oggi quasi nessuna reazione. 

Ai tempi delle marce del Vietnam, i giovani tornavano a casa e spesso si beccavano un solenne ceffone da genitori che avevano sperimentato l'avanzata "liberatrice" degli americani in Europa durante la seconda guerra  mondiale. Veniva mobilitata la polizia e sono ormai storiche le immagini di pesanti manganellate nei confronti di ragazzi entusiasti, sofferenti e inermi. Oggi nessuno si gira indietro, anzi, la marea di capelli grigi suscita un naturale moto di simpatia. Dietro alla bandiera arcobaleno sfilano un po' tutti, rivendicando la propria ortodossia e cercando di evitare qualsiasi slogan o discorso in grado di disturbare la "riuscita" spettacolare dell'avvenimento.

E così, mentre qualcuno richiama che oltre 20.000 persone, la metà bambini, sono state massacrate dall'esercito israeliano, marcia con i pacifisti anche chi in fondo ritiene che Israele abbia tutto il diritto di difendersi, dal momento che è stato vittima dei tremendi attentati del 7 ottobre. Mentre si invoca la trattativa come unica, proprio unica soluzione alla guerra in Ucraina e ovunque, c'è che ritiene sacrosanto l'invio delle armi da parte del cosiddetto Occidente alla "resistenza" guidata dall'inqualificabile Zelen'skj contro l'altrettanto inqualificabile Putin. Mentre ci si preoccupa enormemente per le guerre sotto i riflettori mediatici, non si sa neppure di cosa si stia parlando quando vengono nominati il Darfur, lo Yemen, il Sudan e così via.

Si marcia tutti insieme, si gode della compagnia, dell'incontro e dell'abbraccio con l'amico perso di vista dalla manifestazione precedente, ma non si può negare un certo senso di impotenza di fronte al bivio tra la polarizzazione e l'irenismo. Da una parte si è talmente radicati nelle proprie convinzioni e inseriti nell'area confortevole delle rispettive tifoserie, da ritenere inutile qualsiasi scambio di opinione con chi la pensa diversamente. Dall'altra si ha talmente paura di essere "inquadrati" in una posizione precisa, da costringere ogni incontro comune a un esercizio di dialettica finalizzato a evitare qualunque concetto che potrebbe - e forse dovrebbe - dividere o in qualche modo disturbare. 

E allora?

Allora ci sono, tra le altre, almeno tre urgenze.

La prima è domandarsi come intercettare l'interesse delle giovani generazioni, molto impegnate nel richiamo alle minacce del riscaldamento globale e della catastrofe ecologica, ma lasciate abbastanza sole nella loro ricerca e nella loro azione.    

La seconda è come creare luoghi di dialogo, anche di forte dialettica, che non presuppongano l'oscurare il proprio parere per non entrare in conflitto, ma siano incentrati sulla disponibilità a un ascolto aperto e disponibile a comprendere le ragioni dell'altro.

La terza è ritrovare la chiarezza esplicita e l'entusiasmo trascinante del primo pacifismo. Ciò significa manifestare con obiettivi espliciti e distinti, con slogan inequivocabili, per esempio riguardo all'invasione e al massacro di Gaza, all'invio delle armi all'Ucraina, alle implicazioni drammatiche del cambiamento climatico, alle chimere del liberismo selvaggio, alla critica alle politiche disumane che contrastano il movimento dei migranti in Europa e nel mondo. 

Solo una posizione precisa può interessare in modo continuativo anche i giovani e può consentire un confronto aperto, sereno e costruttivo con chi la pensa diversamente. E solo la forza della convinzione, condivisa da grandi gruppi di persone appartenenti a ogni generazione, può in qualche modo incidere sulle scelte di violenza e di guerra che in questo momento sembrano dominare e condizionare il nostro povero e fragile Pianeta.

domenica 10 dicembre 2023

10 dicembre 1948-10 dicembre 2024. Il testo integrale della Dichiarazione.

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI 

Preambolo Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo; Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo; Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione; Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni; Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà; Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali; Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni; L'ASSEMBLEA GENERALE proclama la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione. 

Articolo 1 Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. 

Articolo 2 Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità. 

Articolo 3 Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona. 

Articolo 4 Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma. 

Articolo 5 Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti. 

Articolo 6 Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica. 

Articolo 7 Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione. 

Articolo 8 Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge. 

Articolo 9 Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato. 

Articolo 10 Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta. 

Articolo 11 1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa. 2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso. 

Articolo 12 Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni. 

Articolo 13 1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. 2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese. 

Articolo 14 1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. 2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite. 

Articolo 15 1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. 2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza. 

Articolo 16 1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento. 2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi. 3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato. 

Articolo 17 1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri. 2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà. 

Articolo 18 Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti. 

Articolo 19 Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere. 

Articolo 20 1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica. 2. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione. 

Articolo 21 1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti. 2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese. 3. La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione. 

Articolo 22 Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità. 

Articolo 23 1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. 2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro. 3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale. 4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi. 

Articolo 24 Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite. 

Articolo 25 1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà. 2. La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale. 

Articolo 26 1. Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito. 2. L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace. 3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli. 

Articolo 27 1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici. 2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore. 

Articolo 28 Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati. 

Articolo 29 1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità. 2. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica. 3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite. 

Articolo 30 Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

sabato 9 dicembre 2023

Senza il dubbio non c'è il dialogo

Pace. Certo, invochiamo con tutte le forze: "Pace".

E' difficile dirlo senza cadere nella retorica osservando le immagini dei bambini trucidati a Gaza, i prigionieri palestinesi orribilmente vilipesi in diretta planetaria o ascoltando le testimonianze degli israeliani sopravvissuti agli attentati del 7 ottobre.

Il problema è che dopo averla invocata, ci si divide radicalmente quando si cerca di trovare un percorso per realizzare la pace. In questo modo, anche nei dibattiti quotidiani, che spesso ricalcano quelli incessanti dei salotti televisivi, ognuno prende una posizione ritenendo la propria "ragionevole" e quella di chi la pensa diversamente "folle". Così non se ne viene fuori, come dimostrano le terribili e sanguinose guerre croniche che seminano morte e distruzione un po' ovunque. Ognuno dei contendenti è convinto di avere tutte le ragioni e che l'avversario abbia tutti i torti e sulla base di questo postulato giustifica ogni sorta di violenza, sopraffazione e umiliazione dei propri simili.

Il bipolarismo sta soffocando due elementi fondamentali del pensiero e della relazione tra esseri umani. Il primo è il dubbio, il secondo è il dialogo che, per essere costruttivo, presuppone contemporaneamente e paradossalmente sia la convinzione che l'incertezza.

E' difficile proporre il dubbio, si viene tacciati immediatamente di stare da una parte contro l'altra. Se si dice, senza per questo giustificarla, che l'invasione dell'Ucraina ha delle ragioni nella sofferenza dei russi del Donesk e del Donbass e che comunque tale guerra non si potrà mai risolvere con l'invio ininterrotto di armi da parte di Europa e USA, si viene immediatamente accusati di essere filoputiniani da azzittire nel più breve tempo possibile. Se si pone in dubbio la crudeltà e l'opportunità dell'azione dell'esercito russo, si viene tacitati immediatamente come guerrafondai incantati dal pifferai magico Zelen'sky. Se si protesta contro contro Israele per il massacro di bambini, donne e uomini a Gaza e si sottolinea il diritto dei Palestinesi a essere liberi e indipendenti, si viene accusati di favorire il terrorismo, se non addirittura di voler risuscitare i fantasmi spaventosi dell'antisemitismo. Se si stigmatizza un atto terrificante come  quello del 7 ottobre e si solidarizza umanamente con le migliaia di vittime e con gli ostaggi trattenuti da Hamas, c'è subito qualcuno che ti accusa di essere un sionista peggiore di Netanyahu. In precedenza, se ci si dichiarava di essere a favore dei vaccini contro il covid, subito arrivava la freccia di chi sosteneva che chi la pensava così altro non fosse che un servo del Potere. Al contrario, se si esprimeva anche un minimo ragionevole dubbio, si veniva collocati dalla parte dei novax, additati alla pubblica deplorazione e collocati sulla colonna dell'ignominia.

Insomma, ciò che si vuol dire è che se non ci si comincia ad ascoltare, a compiere l'ammirevole sforzo di comprendere (attenzione, ciò non vuol dire giustificare) le ragioni dell'altro, non se ne uscirà mai. La virulenza del dibattito televisivo si ripercuote nell'incapacità di affrontare serenamente i temi nelle case e questa drammatica impotenza non farà altro che alimentare la sicurezza degli uni e degli altri, gli uni contro gli altri armati. Se non saremo capaci di confrontare i nostri pensieri cercando di trovare delle ragioni comuni che ci permettano di andare avanti, non ne usciremo mai. 

Sì, ma per confrontare i pensieri occorre averne e la fatica di trovare soluzioni nobilmente politiche è espressione di quello che sembra essere oggi il problema dei problemi, ovvero la mancanza di una filosofia, o meglio, di più filosofie all'altezza dell'urgenza dei tempi. Solo la Filosofia può salvare il mondo. Ma questo è un altro argomento...

domenica 19 novembre 2023

L'unica strada è quella della nonviolenza

Lo sguardo materno è stato impresso nella pietra candida di Aurisina da Edmondo Furlan nel 1917. Il monumento si trova nel cimitero di guerra di Aquileia e l'immagine sembra voler portare sotto uno sguardo di consolazione e misericordia tutto il dolore del mondo.

La violenza individuale si mescola con quella sistemica. Mentre tutta Italia si stringe idealmente intorno alla famiglia di Giulia Cecchettin e si interroga sul suo brutale assassinio, in molte lande del mondo si muore in massa a causa della guerra.

In Ucraina si continua a morire, nell'ormai passato in secondo piano conflitto con la Russia. Ciò che era ovvio fin dall'inizio, cioè che l'unica soluzione possibile fosse quella negoziale, ora continua a essere tale, mentre sull'altare delle rigidità di Putin e Zelen'sky e su quello degli interessi di mezzo mondo, si continua inopinatamente a combattere. Troppe giovani vite, civili e militari, sono soffiate alla storia dalla caparbietà di chi non vuole sedersi attorno a un tavolo e a discutere su tutte le risolvibilissime questioni in gioco.

In Palestina prosegue l'invasione di Gaza da parte di Israele. Tra parentesi, in nome del principio dell'inviolabilità delle frontiere degli Stati, si rischia una terza guerra mondiale per contestare l'intervento russo a difesa delle popolazioni russofone in territorio ucraino, mentre in nome della sicurezza, il medesimo principio non viene preso in considerazione, non si riconosce l'autodeterminazione della Palestina e si sostiene Israele nella sua cruenta avanzata nella martoriatissima striscia di Gaza. Migliaia di donne, uomini e bambini stanno soccombendo, uccisi dalle bombe, dalla fame e dalla mancanza di medicinali. Come voltarsi indietro davanti a questo genocidio? La condanna, senza esitazione, degli attentati di Hamas, compiuti lo scorso 7 ottobre, non può impedire un'altrettanto ferma condanna dell'intervento israeliano in Gaza. La guerra scatenata da Netanyahu ha già provocato un numero di vittime immenso e sta contribuendo a valorizzare la strategia criminale di Hamas. Se il giorno dopo gli attentati, una ventata di vicinanza era soffiata da tutto il mondo in direzione di Gerusalemme, i bombardieri israeliani, le uccisioni di massa, gli ospedali e le scuole colpiti, la cancellazione di ogni parvenza di futuro, hanno immediatamente soffocato ogni simpatia. Ovunque si manifesta contro il governo israeliano, le capitali occidentali tremano per la paura di gesti che potrebbero colpirle al cuore, si chiudono le frontiere, cresce addirittura il veleno terribile dell'antisemitismo. E nella stessa Gaza cresce un odio talmente profondo da far ipotizzare che difficilmente nel prossimo futuro si potranno depotenziare uno cento o mille Hamas.

Era questo il modo di garantire la sicurezza di Israele? O di garantire il rispetto dei diritti in Ucraina e in Russia? Certamente no, la violenza e l'uso sistematico delle armi distruttive non porteranno ad altro che a nuovi più allargate sofferenze e lutti. Gli arsenali atomici sono ancora ovunque, pronti all'uso. Non ci si può cullare nel pensiero che si tratti di problemi lontani, perché tutti - nessuno escluso - siamo costantemente coinvolti. L'unica strategia alternativa al piano inclinato che sempre più velocemente sembra portare verso il baratro, non è quella della ritorsione o del massiccio riarmo. E' quella della diplomazia, del dialogo e della trattativa. E' quella della nonviolenza attiva.

domenica 8 ottobre 2023

Non solo Barcolana

 

Come criticare un evento popolare come la Barcolana?

Non si può, senza offendere il comune senso della bellezza. Le migliaia di barche a vela che riempiono il golfo di Trieste sono uno spettacolo indimenticabile. A chi poi ama appassionatamente questo sport, come negare la possibilità di vedere da vicino la barca vincitrice, Argo, il Moro di Venezia, famoso ai tempi dei mondiali di Auckland, quella del Prosecco, ecc., veri bolidi da competizione, gioielli di bellezza e di tecnologia, come le automobili della Formula uno?

Infatti non c'è niente da criticare, tanto più camminando in mezzo a una folla immensa di gente soddisfatta, di giovani che si incontrano e celebrano il gusto della chiacchierata, della musica a volte un po' assordante, della gioia di affrontare con leggerezza il mistero della Vita. E' bello anche che ci siano gli spazi per dire altro, per esprimere accordi e disaccordi, anche in modo simpatico e colorato come quello espresso dai contestatori dell'edificanda - Dio, o chi per lui, ci restituisca il tram de Opcina, finché siamo ancora in tempo! - ovovia. Una complessa organizzazione si è dimostrata impeccabile e tutti hanno avuto la possibilità di immergersi in questo oceano di spensieratezza.

Tutto è stato bello, tutto buono, anche gli innumerevoli eventi intorno all'iniziativa. C'eravamo perfino noi, con lo spettacolare mosaico, il nodo di Salomone del gruppo mosaicisti di Ravenna, esposto all'Immaginario Scientifico (che meraviglia, non perdetevelo!!! L'immaginario scientifico di Trieste, intendo, ma ovviamente anche il nodo di Salomone che ritornerà mercoledì nella Basilica di Aquileia), esempio di arte "accessibile" a ogni forma di disabilità.

Strano che tutto vada bene. No, non va affatto bene, ma non è colpa dell'incriticabile e immarcescibile Barcolana! E' colpa di un mondo che divide i poveri dai ricchi, le barche fantascientifiche che affrontano l'Adriatico davanti al castello di Miramare dai barconi fatiscenti che trasportano i migranti nel Mediterraneo, esposti ai frequenti naufragi che comportano incredibili stragi. E' colpa di un Pianeta nel quale decine di migliaia di persone godono di una magnifica serata triestina, mentre altre centinaia raggiungono la Piazza davanti alla stazione di Trieste, qualche metro più in là rispetto all'epicentro della festa, dove pochi volontari - per lo più ridicolizzati invece che esaltati dalle istituzioni cosiddette democratiche - cercano di alleviare le ferite delle mani, dei piedi e delle schiene provate dalla rotta balcanica. E' colpa di un'opinione pubblica che ritiene giusto mettere a disposizione metà piazza Unità delle forze militari - esercito marina, polizia e carabinieri - con tanto di invito ai bambini a visitare i mezzi costruiti per fare la guerra, senza dedicare neppure una piccola tenda alle miriadi di "costruttori di pace" che ritengono che si possa ancora superare la conflittualità con la sola forza della nonviolenza. Poveri illusi? O deboli fiammelle incapaci di farsi notare?

Ecco tutto, emozioni e sentimenti di una serata di vigilia della Barcolana 2023.

domenica 26 febbraio 2023

Una strage senza fine. Che fare?

 

Ennesima strage. Davanti alle coste della Calabria si spezza un barcone strapieno di persone e si teme che ci siano più di cento morti.

Non ci sono parole adeguate, davanti a questa nuova, fin troppo prevedibile catastrofe. Si possono solo immaginare il terrore, l'ansia e il dolore. E non si può fare a meno di porsi domande, purtroppo senza risposta. Anche perché, siano cento o sia soltanto uno, ogni bambino, donna o uomo, sprofondato nell'abisso del mare, è parte della stessa, comune umana famiglia.

C'è chi grida "assassini!". Sì, ma a chi? C'è chi si scandalizza per l'indifferenza di fronte a ciò che accade. Sì, ma di chi? 

Il rischio di cadere nel "cambiare tutto per non cambiare nulla" è molto simile a quello del dichiarare "tutti colpevoli perché nessuno lo sia". Eppure, se non c'è un reale cambiamento di rotta, non è difficile supporre che quello odierno non sia l'ultimo dramma.

In realtà, cercando di uscire dall'inevitabile clima emozionale, si possono individuare responsabilità e forse anche soluzioni. In Italia non esiste una normativa sulle migrazioni che sia in grado di affrontare i problemi contemperando legalità e umanità. I governi - di destra o sedicenti di centro sinistra - che si sono succeduti negli ultimi decenni non si sono discostati molto da una schema incentrato sulla deterrenza invece che sull'accoglienza. Non si tratta solo della (famigerata) lotta contro le ong o del finanziamento dei lager libici e turchi. In realtà, con o senza il supporto delle navi che incrociano nel Mediterraneo proprio per salvare più possibile i naufraghi, i migranti continuano ad arrivare e meno navi stabili incontrano, più è probabile che giungano su barche fatiscenti come quella affondata tra ieri e oggi. Inoltre, anche per chi è riuscito a eludere i controlli, la vita non è stata per nulla semplice, sospesa tra i preannunciati ma mai per fortuna attuati cannoneggiamenti della destra e la creazione di immensi ghetti autogestiti nelle periferie o nel centro delle grandi città. Chi rischia attraversando il mare, si trova spesso considerato come merce da lavoro e avviato dai diversi caporalati a un lavoro nero più propriamente definibile vera e propria schiavitù.

Allora? Allora il compito della Politica è quello di cambiare strada e passare dalla deterrenza all'accoglienza. Perché ciò accada è indispensabile la collaborazione con tutte le realtà dell'Unione europea, cercando insieme una nuova via, legata essenzialmente a quattro grandi urgenze. La prima è la redistribuzione del lavoro, in modo da consentire a tutti coloro che vogliono lasciare la propria terra per motivi di guerra o di fame, di poterlo fare, inserendosi in modo trasparente nei processi produttivi del cosiddetto "occidente ricco". La seconda urgenza è quella dell'abitazione, per consentire a chiunque arrivi un dignitoso inserimento all'interno della comunità sociale che lo dovrebbe accogliere, favorendo in ogni modo percorsi adeguati di reciprocità, inclusione e vicendevole integrazione. La terza urgenza è relativa ai ricongiungimenti familiari, da sostenere e valorizzare con tutti i mezzi possibili, per consentire una sempre più rapida normalizzazione delle relazioni tra le persone e i gruppi di appartenenza. La quarta e conseguente urgenza è quella di gestire direttamente i flussi migratori, investendo risorse finanziarie e umane sulla sicurezza delle rotte marittime e balcaniche, in modo che nessuno debba mai più affidarsi ai criminali mercanti di uomini, questi sì, veri assassini che utilizzano la disperazione delle persone per arricchirsi in modo indescrivibile e spregiudicato.

Se il compito della Politica (con la P maiuscola) è quello di trasformare il grido che si innalza da questa tragedia in un nuovo modo di concepire e intendere l'accoglienza, quale può essere il compito del cittadino che non sia rappresentante eletto dal popolo? E' difficile comprendere quanto sia importante, in un momento come questo, il punto di vista di ogni soggetto. Eppure lo è. Lo è nell'impegno di attenzione nei confronti di ogni migrante che si trovi per qualsiasi motivo in difficoltà, lo è nelle parole che si proferiscono quotidianamente e che possono contribuire a creare accoglienza o diffidenza, lo è nella scelta dei propri rappresentanti e nel voto a coloro che garantiscano con sufficiente credibilità la costruzione di un'Italia e di un'Europa eque, solidali e accoglienti. E lo è anche nella capacità di mettersi insieme per studiare un nuovo sistema sociale, alternativo a quello attuale. Sì, perché le migrazioni forzate altro non sono che una delle più macroscopiche conseguenze del capitalismo planetario, basato essenzialmente sulla necessità di incrementare la già spaventosa distanza tra i pochissimi straricchi e l'immane folla degli strapoveri che cercano di sopravvivere, con fatica e in qualche modo, ogni giorno.

Nessuno è "assassino" o "indifferente". O forse, tutti siamo assassini o indifferenti, il che è la stessa cosa. Piuttosto è necessario risvegliarsi dal torpore dell'impotenza e cominciare a costruire, a ogni livello, la civiltà della solidarietà e della totale condivisione.

mercoledì 22 febbraio 2023

Solo la Pace è la vera Vittoria

 

Sabato 25 febbraio, dalle 10 alle 12, davanti al teatro Verdi di Gorizia, il Comitato per la pace di Gorizia e Nova Gorica proporrà un momento di riflessione e di incontro con le cittadine e i cittadini, sul tema della pace.

I discorsi di Putin e di Zelensky, di Biden, di Xi Jinping, di Von der Leyen, di Meloni e di tutti gli altri leader politici sono tutti uguali, fotocopie speculari di un copione che se non fosse molto preoccupante sarebbe tremendamente noioso.

Vincere vincere e vinceremo! Quante volte lo si è sentito, la più famosa il 10 giugno 1940 quando, davanti a una piazza Venezia stragremita ed entusiasta (non dimentichiamolo!), il "dux" introduceva l'Italia fascista nel più grande e sanguinoso crimine della storia, la seconda guerra mondiale.

Putin dice "vinceremo" e congela il trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari. Zelensky dice - addirittura al festival di Sanremo - che non ci può essere altro che la "vittoria". La "vittoria della Democrazia", con la D maiuscola, ribadisce Biden, immemore delle tragedie derivate dall'esportazione della democrazia (minuscola) in Afghanistan e in Iraq. Von der Leyen abbraccia commossa il presidente ucraino, naturalmente dicendogli che "vinceremo", come pure Xi Jinping - forse nel contesto il più saggio - sembra ancora credere che il conflitto si posa comporre, ma invia segnali di vicinanza a Mosca che destabilizzano la sicurezza del "vinceremo" americano ed europeo. Perfino la povera Meloni si fa fregare l'esclusiva e capita a Kiev quasi inosservata dal resto d'Europa, il giorno dopo la visita assai importante (e preoccupante) del presidente americano, si becca il richiamo di Putin che le ricorda gli aiuti russi all'inizio della pandemia, la canzonatura di Zelensky che ridicolizza uno dei maggiori sponsor del suo Governo. Nonostante questo promette miliardi - ma non erano esauriti i fondi "per gli italiani"? - e assicura armi in quantità, perché "solo con le armi si ottiene la vittoria".

Insomma, ormai la guerra mondiale mediatica è iniziata e ci si può chiedere soltanto se non sia ormai troppo tardi per invertire una rotta che sembra condurre dritti dritti alla catastrofe. Se il problema è diventato quello di "vincere", da una parte o dall'altra, a esso corrisponde la decisione di non perdere, costi quello che costi.

Non ci voleva molto a capirlo e lo si è detto fin dal primo giorno di questo assurdo conflitto. Se tutti gli sforzi, ma proprio tutti, consistono nel sostenere la vittoria degli uni o degli altri, allora la guerra nucleare non può che essere l'unico esito possibile. Secondo la più classica logica della corsa agli armamenti, a un aumento di livello tecnologico e militare non può che corrispondere un ulteriore aumento, in senso uguale e contrario. Se gli Stati Uniti e l'Unione europea foraggiano di armi l'Ucraina, la Russia eleverà ulteriormente il livello del conflitto e la Cina la aiuterà, con esiti tragicamente prevedibili.

E allora? Bisognava lasciare solo l'Ucraina aggredita e invasa dalla Russia? No, bisognava come al solito leggere l'intera situazione e cercare di imporre - anche con sanzioni a entrambi - il tavolo negoziale, proponendosi come mediatori. C'è stato un anno di tempo. Ma in questi dodici lunghi e cruenti mesi, a parte un papa Francesco peraltro inascoltato anche dai cattolici di Ucraina e di Russia (ma ci sono? hanno una voce?), chi ha proposto dialogo, trattativa, ricerca di una soluzione degli oggettivi problemi esistenti? Nessuno, se non la maggioranza degli italiani, degli sloveni e degli altri europei. 

Ovunque si moltiplicano gli appelli e le manifestazioni - non ultima la bella lettera degli intellettuali sloveni che ha purtroppo suscitato la presa di distanza del premier Golob. Ma nei giorni in cui si pretende di "difendere la democrazia" con i missili del più forte, il popolo al quale, secondo la Costituzione, dovrebbe appartenere il potere, non viene neanche lontanamente ascoltato. I suoi rappresentanti - autodefiniti di destra o di sinistra - si inchinano supini di fronte al Potere del Capitale e dimostrano che i loro screzi locali fanno parte soltanto di una carnevalesca manfrina.

Forse non serve molto scendere in piazza, forse è troppo tardi. Ma non è possibile neanche aspettare che le bombe ci cadano sulla testa, senza neppure avere la forza di dire "non nel mio nome"!