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mercoledì 9 settembre 2026

Tramonto della democrazia?

Due parole sulla vittoria dell'extra destra in Sassonia.

E' il tramonto della democrazia, gli antidemocratici che democraticamente sfiorano e forse raggiungono un posto - sia pur limitato - di governo? E' l'inizio di un'esplosione di razzismo e xenofobia con tragici precedenti? E' davvero una sorpresa?

Le risposte, secondo me, sono più politiche che immediatamente etiche, il che non le rende meno  preoccupanti, anzi! 

Il voto clamoroso in Sassonia richiama le vicende italiche degli ultimi decenni. Le straordinarie vittorie di Berlusconi, Renzi, Salvini e Meloni hanno qualcosa in comune, quella di presentarsi all'elettorato con un programma anti-sistema. In particolare, dal caso Lega in poi, si sono sentite campagne elettorali a parole antiliberiste e in particolare anti-unione europea. In altre parole, le ali estremiste hanno fondato il loro (effimero) successo sull'accoglimento del disagio della popolazione, interpretandolo con prospettive davvero in contraddizione con il potere mondiale dominante. 

Lo stesso si può dire - mutatis mutandis - dell'area di quella che un tempo veniva definita la sinistra extraparlamentare (detta anche estrema sinistra). Con risultati elettorali meno entusiasmanti, suscita certamente, al di là dei numeri, maggior simpatia di quanto non sembrerebbe a prima vista. Parte dell'astensionismo italico, per esempio, nasconde certamente una convinta adesione a una visione antitetica al turbocapitalismo e al neoliberismo dominanti. Infatti, molti più di coloro che vanno alle urne vorrebbero un mondo senza confini, la libera circolazione delle persone, la cancellazione degli arsenali militari, un internazionalismo contrario a ogni razzismo, il lavoro al potere, il riscatto degli umili e la liberazione degli schiavi. Eppure...

Gli "extra" si sgonfiano, non appena da movimenti che interpretano la protesta raggiungono la possibilità di arrivare al potere. In quel momento - è ciò che si è visto finora - non possono fare altro che assecondare i diktat di Bruxelles e di Washington (o degli algoritmi che li interpretano, se non addirittura dominano!). E inevitabilmente il consenso tracolla, più o meno rapidamente, quando il "popolo" si sente sostanzialmente preso in giro e si accorge che le promesse svaniscono in breve tempo nel nulla.

Questo non è consolante, se non per la prospettiva che un gruppo di ispirazione nazista o fascista prenda il potere, ma lo riesca a tenere soltanto per poco.

Non è consolante perché l'attuale momento sembra porre i settori anticapitalisti della politica continentale e mondiale di fronte a una drammatica alternativa: realizzare i programmi promessi nelle campagne elettorali e affrontare ad armi totalmente impari lo scontro diretto con i Poteri forti che dominano il Pianeta oppure cercare un compromesso tra la radicalità e la ragione di Stato, perdendo in questo casi immediatamente l'appoggio dei cittadini.

Si dice che in fondo i "centri" sinistra o destra siano molto simili, nei loro programmi e nelle loro proposte. Ed è vero, nella misura in cui, al di là delle manzoniane "grida", anche quelli che si proclamavano "extra", ubbidiscono poi più o meno a denti stretti al club dei Von der Leyen, Kallas, Trump, Netanyahu e così via.

Dunque, c'è la possibilità di uscire dall'inghippo? Si può sperare in una nuova società, non più dominata dalle esigenze violente del Capitale? Si può rifiutare il liberismo, senza che questo possa condurre a nuove forme di totalitarismo nazifascista? Vale la pena pensarci, sperando di non essere già fuori tempo massimo.

martedì 21 luglio 2026

Poveri Cristi...

I casi di Mario Roggero e di Fakir Abdherraim hanno in comune l'uso spregiudicato della violenza. 

Il primo inaugura la stagione di un nuovo far west, sostenendo che la minaccia ricevuta (con una pistola giocattolo, ma in effetti chi lo può sapere?) possa giustificare la rincorsa, l'assassinio di due persone e il ferimento dell'altra. Sembra di assistere a un film di Sergio Leone, dove il sottile confine tra la giustizia della collettività e quella del singolo individuo passa attraverso la dimostrazione di non aver attaccato per primo. Ma qui non si tratta di un film, bensì della realtà quotidiana. Ciò che inquieta è la solidarietà di tanti, anche politici molto noti a caccia di facili voti, nei confronti del pistolero, chiaro e pericolosissimo atto di sfiducia nei confronti dello Stato di diritto. E' anche vero che la tragedia ha aperto gli occhi a molti elettori di destra. Non tutti sono nostalgici del fascismo o ammiratori degli inaccettabili spot alla Vannacci. La parte moderata - un tempo discepola di Berlusconi, poi di Salvini e infine di Meloni - di fronte al sostegno dell'insostenibile, sembra tendere a scendere dal carro e di conseguenza a rinunciare, colma di delusione, all'impegno elettorale.

Altrettanto, se non ancor più tremendo, è il caso di Bologna. Proprio nel pieno della discussione sulla legittima difesa e sulla necessità che sia lo Stato a provvedere alla sicurezza dei suoi cittadini, un giovane viene fermato dalle forze di polizia, ammanettato e maltrattato, al punto da morire dopo aver gridato invano le sue ultime richieste di aiuto. Sembra che tutto ciò che è stato scritto sul conto della vittima sia falso, non avrebbe avuto alcuna pendenza nel certificato penale. Ma anche se l'avesse avuta, nulla, ma proprio nulla, potrebbe giustificare il trattamento a lui riservato e che si è potuto facilmente verificare, attraverso i filmati riproposti ovunque in rete. Da una parte si pretende che lo Stato legittimi la violenza individuale dandole l'improbabile nome di legittima difesa e contestando la sacrosanta decisione di un giudice all'interno di un regolare processo. Dall'altra si applaude alle forze di polizia che in casi come questi travalicano il loro mandato e diventano a loro volta una grave minaccia nei confronti dei cittadini.

Non poteva mancare una reazione, da parte di qule settore della società italiana che non può accettare la violenza sistematica, sia essa perpetuata dai singoli cittadini che dalle forze al servizio della collettività. Sembra che il Governo Meloni, pressato dai sondaggi negativi e dall'ascesa di figure estremiste, voglia innalzare il livello dello scontro, rendendosi colpevole di una polarizzazione dei consensi che a breve potrebbe rivelarsi non solo controproducente per la premier, ma anche - e ciò interessa e preoccupa di più - pericolosa per tutti.

Insomma, tempi duri per i poveri Cristi, per quelli che per un loro errore vengono puniti con la pena di morte comminata da un killer privato, per quelli che vengono arrestati e calpestati fino a morire, senza neppure un briciolo di pietà.

martedì 5 maggio 2026

Un Gramsci mai visto, al Kulturni dom di Gorizia

 

Nel suggestivo cimitero acattolico di Roma, all'ombra della piramide Cestia, c'è la tomba di Antonio Gramsci. E' una memoria che proprio attraverso la semplicità ed essenzialità evoca la grandezza di un uomo da riscoprire e rivalutare.

Ha cercato di farlo, con una forza espressiva travolgente, Angelo D'Orsi, che ha presentato lunedì sera al Kulturni dom di Gorizia il suo "Gramsci mai visto". Due ore e mezza di teatro sono trascorse in un battibaleno, tanto la narrazione - commentata dagli splendidi momenti musicali proposti da Gabriella Gabrielli con il gruppo Gorzae - ha avvinto gli spettatori, dall'inizio alla fine.

Si è scoperta la storia di un uomo che ha attraversato da assoluto protagonista i primi difficilissimi decenni del XX secolo. L'infanzia vissuta nella povertà non impedisce la formazione di una mente vivace e di una straordinaria passione per la ricerca e per lo studio.

I percorsi geografici e politici portano Antonio prima a Cagliari poi a Torino, dove avviene l'incontro con il mondo del socialismo e con i compagni che condivideranno con lui la complessa svolta di Livorno del gennaio 1921, con la creazione del Partito Comunista d'Italia. Segue il soggiorno biennale a Mosca, descritto con emozione nella duplice dimensione della formazione ideologica nell'ancora infante Unione Sovietica e dell'esperienza affettiva che determinerà molti aspetti della sua vita interiore.

C'è poi il breve passaggio per Vienna, prima dell'inattesa elezione al Parlamento italiano. La descrizione della tragedia della legislatura che ha visto il concretizzarsi dell'incubo fascista è stata complementare con quella dell'arresto, del misero soggiorno a Regina Coeli e della deportazione nell'isola di Ustica. Come in un profondo romanzo esistenziale, i fatti si intrecciano con le riflessioni e, sia pur nella difficoltà estrema della reclusione, Gramsci riesce a elaborare un pensiero complesso, affidato alla lettura, all'interpretazione e all'azione di chi sarebbe sopravvissuto alla dittatura di Mussolini. Molti dei passaggi strategici e politici, riproposti magistralmente da D'Orsi, sono apparsi portatori di un'impressionante attualità. Certo, occorre riprendere in mano questo grande pensiero e adattarlo alla situazione non meno inquietante del nostro tempo.

Particolarmente efficace è stata la presentazione della figura dell'intellettuale organico. La sottolineatura continua della necessità di una formazione non soltanto ideologica, ma anche artistica, letteraria e in genere culturale, ha richiamato alla memoria il desiderio di riportare l'autentica Filosofia - intesa come consapevolezza della propria identità e del proprio ruolo nel mondo - alla base e al fondamento di ogni agire, individuale e collettivo.

Antonio Gramsci, sollecitato anche dalla contemplazione della catastrofe della prima guerra mondiale e dalla speranza suscitata dalla rivluzione russa, ha compreso prima e più di tanti altri l'indispensabile necessità dell'internazionalismo socialista, come possibilità alternativa al razzismo, al classismo e al nazionalismo.

Insomma, quella al Kulturni è stata un'eccezionale serata di richiamo alla pace e alla giustizia sociale, per la quale non resta che rivolgere un sentito grazie ad Angelo D'Orsi. Il suo svolgimento ha soffocato con i fatti un'inutile polemica accesa nei giorni precedenti dal movimento dei Radicali Europei che avevano criticato il presidente del centro culturale per aver invitato a esibirsi sul palco una persona che sul conflitto russo-ucraino ha espresso idee diverse dalle loro. Si è trattato di un'osservazione fuori posto, perché assolutamente non pertinente con il tema trattato nella serata, ma soprattutto perché rivolta a un ente - il Kulturni dom appunto - universalmente riconosciuto come un luogo aperto a qualsiasi tipo di approfondimento e di confronto, senza reticenze e senza censure.  

sabato 28 marzo 2026

Moni Ovadia, il dovere morale della resistenza

 

Interessante, coinvolgente e intenso incontro, venerdì 27 marzo, al Kulturni dom di Gorizia. Ritagliando un'ora fra i suoi innumerevoli impegni, Moni Ovadia ha incantato un Kulturni da "tutto esaurito" ricaricando di passione un pubblico e rinnovando il desiderio di impegnarsi in una strenua lotta per la pace e la giustizia in tutto il mondo. Di seguito l'ampia e precisa riflessione di Franco Juri, presente all'evento:

Il Kulturni Dom di Gorizia ha ospitato uno dei più grandi e impegnati intellettuali e artisti italiani, purtroppo ormai al centro dell'attenzione anche della censura: Moni Ovadia.
Attore teatrale, regista, musicista, scrittore, ex direttore del Mittelfest, ebreo solidale con i palestinesi e instancabile ottantenne paladino dei diritti umani e della pace, è giunto a Gorizia su invito dell'ANPI, del Centro Culturale, della rivista Isonzo Soča, di SKGZ, della Cooperativa Maja e dell'organizzazione cattolica per la pace Pax Christi.
Non ha deluso le aspettative del pubblico presente nella sala gremita del Kulturni Dom. "Sembra che l'uomo sia la peggiore malattia del nostro pianeta", ha affermato con un certo pessimismo all'inizio del suo intervento. E ci crederemmo se seguissimo solo pericolosi narcisisti e malati patologici come Trump e simili, o i sionisti che commettono un genocidio contro i palestinesi, o gli avidi e insaziabili capitalisti moderni che distruggono il mondo e la società.
Fortunatamente, però, esiste anche un'altra umanità, quella che resiste, che non rimane nella "zona di comfort", ma scende in piazza, aiutando le vittime delle guerre imperialiste, a prescindere dall'appartenenza religiosa, etnica e razziale. E quando milioni di brave persone resistono alla guerra e al genocidio, diventa chiaro anche a molti di questi cinici potenti che non controllano ancora completamente il mondo e l'umanità.
La resistenza, pertanto, è un atto etico, un dovere morale. Moni ha anche reso omaggio agli sloveni presenti e alle loro sofferenze sotto il fascismo, che purtroppo si sta risvegliando, seppur mascherato, in tutta Europa e in America. Ha anche menzionato Boris Pahor ed ha espresso il desiderio di vivere il più a lungo possibile, soprattutto per poter "rompere le scatole" ancora per qualche decennio!

lunedì 16 marzo 2026

Un NO, sorridente e sereno...

 

Gorizia dalla O di Tito, sul Sabotino

Voterò con convinzione “NO” al referendum della prossima domenica, ma sarebbe bello un rasserenamento degli animi, tanto più che a livello internazionale si sta giocando una partita molto più drammatica, tragica e decisiva. Lo scavo di un abisso troppo profondo fra le parti, renderà molto difficile costruirvi sopra dei ponti, indispensabili per il funzionamento di un sistema che si definisce democratico.

La campagna elettorale in vista del referendum è stata una delle più brutte che io ricordi. Non mi riferisco ai tanti attivisti che hanno cercato di sensibilizzare le persone, prima di tutto spiegando meglio possibile il quesito referendario e poi ovviamente orientando serenamente il voto degli interlocutori. Ciò che invece ha colpito, è stato il nervosismo e la tensione dimostrata da entrambi gli schieramenti, nelle schermaglie ufficiali, a livello giornalistico e televisivo. Si è ricorso troppo spesso all’offesa e alla delegittimazione sistematica dell’altro.

Sia i sostenitori della riforma della magistratura che i contrari, hanno accusato la controparte delle stesse cattive intenzioni: se voti in questo modo, libererai la magistratura dal condizionamento politico, valorizzerai la Costituzione, impedirai che il potere esecutivo accentri su di sé anche quello della magistratura e così via. Ovviamente ciascuno ritiene che quello che dice l’altro sia falso e che ci sia soltanto una volontà menzognera di turlupinare l’elettore.

A questo punto, ogni occasione è buona per innalzare barricate e per utilizzare qualsiasi mezzo e argomento per denigrare l’altro. E’ il caso di una (a mio parere) spiritosa fotografia di Nevio Costanzo, che ha voluto far parlare il Monte Sabotino, sostituendo la storica scritta dedicata a Tito con un “No” crociato. Riportata su Facebook, la schierata ma (sempre a mio parere) simpatica trovata ha suscitato un pandemonio: centinaia di like, migliaia di visite, decine di commenti, alcuni favorevoli, altri perplessi, altri a dir poco assai pesanti.

Evidentemente si sono toccati in un colpo due nervi scoperti. Da una parte infatti si è aperto un abbastanza corretto scambio di battute tra gli affermatori e i negatori, dall’altra ci si è letteralmente scatenati, intorno all’opportunità o meno dell’iniziativa. Secondo alcuni, è stata profanata una sorta di sacralità della montagna, trasferita dalle sofferenze della prima guerra mondiale al ricordo della liberazione dal nazifascismo, opera della quale il maresciallo Tito è stato senz’altro tra i massimi realizzatori. Secondo altri invece, quel “No” dovrebbe essere rivolto proprio alla scritta realmente esistente, invitando a far di tutto per cancellarla.

Nelle intenzioni del fotografo, come pure del sottoscritto, che ho riportato l’immagine su Facebook, c’era solo la volontà di inserire un piccolo segno umoristico nel bel mezzo di una campagna elettorale tesissima. E’ stata una grande sorpresa la valanga di reazioni. Potrebbe essere una miniera di informazioni per un interessante saggio di sociologia!

Come già più volte ribadito, anch’io voterò “No”, sperando in un futuro nel quale le riforme costituzionali non saranno più proposte da maggioranze relative confermate da referendum popolare, ma dalla stragrande parte dell’assise parlamentare, in rappresentanza di tutte le istanze dei cittadini.

Mi riconosco nella volontà di Nevio di presentare il proprio parere, non con urla o litigi, ma con un sorriso divertito, osando scherzosamente coinvolgere la cima più alta del Comune di Gorizia. Ma se qualcuno si fosse sentito offeso o se avesse ritenuto inopportuna una simile proposta, mi dispiacerebbe davvero e lo inviterei a prendere in considerazione la cosa per ciò che è, una semplice boutade, per alcuni divertente, per altri meno.

sabato 28 febbraio 2026

Ancora guerra...! La vacca, la capretta, la pecora e il leone

 

Ancora guerra...! Tristezza infinita. Si ha l'impressione di essere del tutto impotenti, davanti a ciò che sta accadendo. Una masnada di governanti avidi, imbecilli e disumani sembra aver preso in mano le sorti del Mondo. 

Non che le cose andassero granché bene, dalla seconda guerra mondiale a oggi decine di conflitti hanno seminato milioni di morti in tutti i Continenti. Tuttavia non si aveva mai la piena sensazione di essere sull'orlo di una catastrofe planetaria, quanto in questo periodo. In ogni caso c'erano sprazzi di arcobaleno, folle che scendevano in massa sulle strade, personaggi della politica disposti a rischiare la strada del dialogo, anche in momenti di estrema delicatezza, caratterizzati dalla paura della catastrofe nucleare. Abbiamo assistito - sia pur con l'animo trepidante e in mezzo a sibili di bombe e sirene inquietanti - a dialoghi ritenuti impossibili, a rovesciamenti di sistemi totalitari, alla sottoscrizione di trattati contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa, perfino alla fiducia nelle potenzialità dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. Soprattutto abbiamo avuto la sensazione di contare qualcosa. Qualcosa, senz'altro non molto. Ma sembrava che la discesa in piazza, la petizione popolare, il sacrificio personale potessero avere una qualche sia pur minima rilevanza, nelle decisioni dei governanti del Pianeta. Si pensava che - sia pur molto da migliorare - la democrazia avesse un senso, che la sovranità appartenesse davvero alle cittadine e ai cittadini del mondo, che attraverso il voto si potesse in qualche modo orientare le scelte da una parte o da un'altra.

Questa è la novità più preoccupante e triste del momento, la percezione dell'estrema debolezza della democrazia. Anzi, serpeggia la triste constatazione che l'attuale situazione non sia dovuta soltanto all'incoscienza o meglio al dispotismo avido e squallido di alcune élite, ma anche - e forse soprattutto - alla responsabilità di ogni elettore. Trump, Netanyahu, Von der Leyen, Orban, Meloni, come pure Macron, Zelensky, Putin e molti altri, non si sono installati da soli nelle stanze del Potere, ci sono arrivati perché l'internazionale degli interessi finanziari (leggi turbocapitalismo) sembra aver vinto sull'Internazionale dei popoli e delle persone (leggi autentico socialismo). In questo modo la dea Propaganda,  accompagnata dalla sorella Sicurezza, è riuscita a convincere metà degli elettori ad andare a scrivere una x fatale sui nomi degli attuali padroni del mondo e a costringere l'altra metà a una silenziosa, rassegnata o preoccupata ritirata.

Al fondo di tutto ciò rimane la questione delle questioni. La fine del Medioevo - propugnata dai filosofi dal cogito cartesiano, ma giunta a matura consapevolezza a livello generale solo negli ultimi decenni - ha privato di fatto l'essere umano di punti di riferimento. Se l'oggettività dell'unica verità e di un unico criterio di bontà e bellezza - nel bene e nel male - aveva dato forza al sistema liberticida dell'assolutismo religioso, la rivalutazione della soggettività - nel bene e nel male - ha di fatto sconvolto ogni possibilità di individuare un criterio condiviso. E sulla base di questo, ciascuno ritiene non solo di avere la "sua" ragione, ma anche - nel momento in cui ne abbia i mezzi - di doverla imporre sull'unica squallida base dell'essere militarmente più forte. Fedro (I sec. d.C.), probabilmente traducendo Esopo (VII-VI sec. a.C.), sintetizzava tutto ciò in modo semplice ed efficace:

Una mucca, una capra, una pecora e un leone decisero di mettersi in società per procurarsi da mangiare. Dopo aver catturato la loro prima preda, un bel cervo, il leone disse: “bene io mangerò la prima parte perché sono il leone”. La mucca, la capra e la pecora, così, andarono a prendersi la seconda parte ma il leone, che aveva già finito di mangiare la sua parte, si avventò anche su questa e disse: “Io sono il leone e sono più forte di voi quindi la seconda parte spetta a me”. E non appena ebbe pronunciato queste parole, aggiunse: “Visto che valgo più di voi mi spetta anche la terza parte!”. Allora la mucca, la capra e la pecora si avvicinarono alla quarta e ultima parte, ma proprio quando stavano per cominciare a mangiare arrivò il leone che aveva già finito anche la terza parte e disse loro: “Chi proverà a mangiare la quarta parte dovrà vedersela con me”. Si porto via così tutta la preda e lascio gli altri tre animali a pancia vuota. 

La questione delle questioni è dunque filosofica. Sì, sento già la protesta di molti - con i tempi che corrono, non c'è tempo per filosofeggiare. Ma se non risolviamo il conflitto tra medioevo e ultramodernità, tra oggettivismo e soggettivismo, non potremo dare fondamento alla nascita dell'homo planetarius, l'unico che potrebbe salvare il destino apparentemente suicida dell'homo sapiens. Altrimenti, anche ammesso e non concesso che sia ancora possibile sovvertire l'attuale quadro, non si potrebbe fare molto di più che sostituire un sistema oppressivo con un altro. Occorre trovare il tempo e lo spazio dove costruire un ponte, all'incrocio tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Meridione, dove individuare un progetto comune, sul quale edificare - ciascuno, nessuno escluso, con la propria tesserina - l'immenso meraviglioso mosaico della Vita sulla terra... sperando che non sia già troppo tardi. 

mercoledì 11 febbraio 2026

Perché NO?

 

Bianco, nero, no o sì?
Al Referendum del 22-23 marzo voterò NO. 

Per giungere a questa decisione ho ascoltato molte riflessioni di persone esperti e competenti, soprattutto ho letto gli articoli della Costituzione e quelli della Legge di modifica. Vi consiglio di farlo anche voi, non è difficile! E' importante che - qualunque esso sia - il voto non corrisponda a un confuso "sentito dire" o soltanto a un'appartenenza ideologica o partititca, ma a una reale e informata consapevolezza.

Perché voterò no? Perché ritengo che una modifica così importante come quella che cambia radicalmente gli articoli 104 e 105 della Costituzione non possa essere decisa solo da una parte del Parlamento, ma debba essere il frutto di un lungo lavoro di analisi ed elaborazione, da parte dei Parlamentari, dei Magistrati e dalle componenti sociali e civili dei Cittadini.

E' vero, altre importanti riforme costituzionali sono state decise - e poi supportate da referendum confermativo - senza la maggioranza qualificata richiesta, come per esempio il Titolo V sul decentramento dei Poteri dello Stato. Non si può dire certo che quel cambiamento abbia ottenuto dei buoni risultati, anzi, ha creato una marea di ricorsi relativi ai conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni. La gatta presciolosa fa i gattini ciechi, dice un famoso proverbio napoletano. E questa legge di riforma dà proprio l'impressione di essere davvero troppo frettolosa.

Detto ciò del metodo, si viene al merito. L'impressione, leggendo attentamente il dettato precedente e quello nuovo, non è quella di un miglioramento, quanto piuttosto di un forte peggioramento del sistema. Dal momento che la separazione delle carriere esiste già di fatto - sembra che in tutti questi ultimi anni sia accaduta sì e non in una ventina di casi - perché costruire su queste poche eccezioni, due nuovi megacarrozzoni, con lo sdoppiamento del CSM e con la costituzione dell'Alta Corte giudicante? Inoltre, l'affidamento al sorteggio della scelta dei membri da parte del Parlamento irride veramente le prerogative dei rappresentanti ufficialmente eletti negli organi democratici di potere. E' vero che negli ultimi anni si è assistito spesso a uno stato di blocco, con un'enorma difficoltà da parte dei parlamentari di eleggere il numero dei consiglieri del CSM spettante alla loro scelta. Ma non si vede come questa difficoltà possa avere a che fare con la decisione di cambiare radicalmente - e in modo praticamente affidato al caso - il sistema di scelta.

C'è infine un rischio, forse non immediatamente avvertibile. Nel caso in cui un domani passasse - e questo veramente, a mio parere, sarebbe un guaio - un'ulteriore riforma di tipo presidenzialistico o semipresidenzialistico, effettivamente ci sarebbe una pericolosa concentrazione di poteri nella mani del Presidente, con un forte indebolimento della distanza tra controllore e controllato.

Naturalmente il dibattito è aperto. Ben vengano altre riflessioni che aiutino ad approfondire i veri punti della questione e a discutere serenamente e costruttivamente, per offrire a tutti coloro che lo desiderano la possibilità di mettere una crocetta, in piena coscienza e deliberata avvertenza.

martedì 3 febbraio 2026

Giulio Regeni, tutto il male del mondo

 

In estrema sintesi, il contenuto del (grande) film di Simone Manetti sul caso Regeni coincide con il titolo: Tutto il male del mondo.

E' la frase pronunciata da Paola davanti al corpo martoriato del figlio. Cosa ti hanno fatto? Tutto il male del mondo...

Uscire di casa e andare a vedere questo straordinario documentario non è solo un diritto, ma un vero e proprio dovere civile. Sì, perché in esso, attraverso una documentazione rigorosa e un linguaggio scevro da qualsiasi sensazionalismo, si affrontano un'infinità di tematiche. Certo, al centro sono l'estrema sofferenza e l'accanimento subiti dal giovane ricercatore di Fiumicello. Nella sua esperienza si percepiscono anche il mistero della cattiveria e crudeltà dell'essere umano, le fragilità imbarazzanti di sistemi politici sedicenti "democratici", la forza e il coraggio di familiari indomiti, la competenza di avvocati liberi da ogni condizionamento, la potenza della voce di un intero popolo che non si stanca di chiedere verità e giustizia, sperando contro ogni speranza.

Esattamente dieci anni fa, il 3 febbraio 2016, il corpo di Giulio Regeni è stato trovato, ai margini di un'autostrada nella periferia del Cairo. Il lungometraggio racconta con molti particolari la storia dell'ultima settimana di vita, dalla sparizione, la sera del 25 gennaio, fino all'epilogo. Si sofferma poi sul lungo e accidentato percorso di ricerca della verità, con l'avvio e lo sviluppo di un processo che ha portato fino all'individuazione di quattro colpevoli, funzionari ai vertici dei servizi segreti egiziani. Si nota anche il quasi completo disinteresse dei cosiddetti mondi politici e imprenditoriali che - dopo un iniziale opportuno richiamo in patria "per consultazioni" dell'ambasciatore - sembrano molto più attenti agli affari che al tragico destino di un connazionale rapito, torturato, ucciso e umiliato anche post mortem con una serie di incredibili depistaggi.

E' molto impressionante il video che accompagna a più riprese la narrazione della storia. Giulio viene ripreso a sua insaputa da quello che riteneva essere un amico e collaboratore. Con intelligenza e prudenza non cade nella rete della provocazione ordita dal capo dei sindacati degli ambulanti, ma sono inquietanti le parole confidenziali, l'offerta del the, il linguaggio ammiccante di chi - quasi contemporaneamente - trasmette il filmato agli assassini. Emerge una rete spaventosa di ingiustizie, silenzi e paure, una ragnatela di corruzione e violenza nella quale il Regeni rimane impigliato. E' accaduto a lui, potrebbe succedere a chiunque in un Paese con un regime totalitario come quello di Al Sisi, ma - ahimé - anche in Stati sedicenti democratici come quello italiano, dove episodi di tortura fino alla soppressione fisica non sono assolutamente esclusi.

In questo contesto scaturisce la forza civile dei familiari di Giulio, dell'avvocata Ballerini e - insieme a loro - dell'intero "popolo giallo". Centinaia di migliaia di persone, dietro allo striscione che invoca Verità e Giustizia, hanno marciatio e continuano a farlo, in tutto il Mondo. Hanno reso di fatto possibile ciò che appariva impossibile. Il film documenta molto bene tutto ciò che è accaduto. Dallo scetticismo iniziale degli "esperti", dagli inviti a lasicar perdere e rassegnarsi, "Mai si arriverà a mettere in discussione il sistema", si è arrivati fino al raggiungimento della Verità. Oggi a tutti è chiaro ciò che è accaduto, i tradimenti, l'arresto, le torture da parte dei servizi segreti ufficiali dell'Egitto, i depistaggi anche violenti, la campagna d'odio orchestrata dai media locali, i silenzi e le ritrosie del Governo italiano, i compagni di prigionia, i coraggiosissimi testimoni oculari, i nomi dei quattro direttamente responsabili. Contro tutto l'apparato e contro tutti gli interessi di parte si è arrivati alla Verità. Ora sembra manchi poco alla conclusione del processo, al termine del quale la sentenza dichiarerà anche il raggiungimento della Giustizia. Anche se i colpevoli non saranno puniti - hanno già fatto perdere le loro tracce - è l'immagine del sistema di potere in Egitto ad aver subito un impressionante deterioramento, Nausea di fronte all'ennesima dimostrazione del sopruso, enorme ammirazione per chi ha lottato e continua a lottare per affermare la giustizia, la verità, la forza dell'autentica democrazia.

domenica 16 novembre 2025

La necessità di una nuova stagione politica

Cosa è la sinistra, cosa è la destra? Cantava Giorgio Gaber.

E la sue domande sono più che mai attuali, constatando che ormai ogni elezione non viene vinta dalla sinistra o dalla destra, bensì - e quasi sempre con maggioranza assoluta - dall'astensione.

L'evidente segnale di crisi di questa fase della democrazia liberale, riduce ogni competizione elettorale a una specie di gioco, dove pochissime persone cercano di conquistare posizioni di prestigio. Una volta raggiunto l'obiettivo, i fortunati - nel caso di parlamentari e consiglieri regionali - ricevono stipendi e privilegi da capogiro che li innalzano talmente tanto rispetto alla situazione ordinaria delle famiglie, da far dimenticare in pochi istanti la propria precedente condizione. O anche no, dal momento che una buona parte dei prescelti arriva alla cosiddetta politica attiva avendo già in tasca emolumenti astronomici.

A parte questo, la disaffezione al voto ha radici profonde. 

C'è chi, consapevolmente, non si ritiene rappresentato da nessuno dei protagonisti del teatrino e spera che un maggior impegno nella società civile possa contribuire a migliorare la situazione. Si ritiene - spesso a ragione - che un'eroica dedizione al bene e ai beni comuni, possa essere realizzata più fuori che dentro le tradizionali istituzioni della democrazia rappresentativa. Ma anche qua ci si riferisce a una sparuta minoranza di persone, particolarmente sensibile alla crescita complessiva dela società.

La stragrande maggioranza dei cittadini, in realtà, non sembra avere una specifica idea politica. O meglio, l'ideale è quello di "stare in pace", di salvaguardare quello status grazie al quale si può trascorrere una normale esistenza, senza scossoni e soprattutto "in sicurezza". Forse un 20% degli italiani combatte con convinzione per un valore rappresentato dalle attuali cosiddette "destra" e "sinistra". Tutti gli altri - votanti o non votanti - si affidano al caso, i primi facendo finta di credere alle promesse delle campagne elettorali, i secondi affidandosi alla sorte. In nome di questa pretesa "sicurezza", nel ventennio ci si è affidati a chi ha trascinato l'Italia alla dittatura e alla catastrofe, poi si è accettato per quarant'anni l'ingessamento del potere democristiano e ora il tracimante berlusconismo filoatlantico.

"Meglio così che peggio" - sembra affermare, un po' sconsolato, il cittadino che vorrebbe starsene tranquillo, con un discreto lavoro, qualche spicciolo per farsi una vacanza e il desiderio di godersi la famiglia. Mentre lui pensa così, grandi ombre si stendono sul mondo. Sente ancora lontana l'eco dei bombardamenti, non vede il sangue dei genocidi se non nelle effimere immagini della tv, ha paura del radicale cambiamento culturale che sta accadendo sotto i suoi occhi e fa finta di credere che il governo di turno sappia difenderlo.

Come scuotere un simile rammollimento, indotto prima dall'esplosione del fenomeno delle televisioni private, poi anche dall'uso spregiudicato e fondamentalmente incontrollabile delle tecnologie informatiche?

Forse una strada - con risultati non a brevissimo, ma almeno a medio tempo - potrebbe essere quello del recupero di una sorta di "serietà antropologica". Agli ignobili e imbarazzanti balletti della premier, ma anche a quelli della cosiddetta opposizione, occorre sostituire un ritorno delle idee e della cultura, come fondamento di ogni azione sociale e politica. Alle chiusure mentali di chi quando giunge al governo si inchina senza pudore alle mire di Potere dei capetti di un'Unione europea dimentica del manifesto di Ventotene e del padrino che abita la Casa Bianca, è necessario sostituire un efficace, concreto programma. Esso deve essere in grado di mettere al centro degli interessi - in realtà e non a parole - la persona, nel contesto sociale e ambientale in cui vive. E perché ciò si possa realizzare, deve urgentemente ritrovare il proprio posto la grande assente dal dibattito sul Potere, ovvero una Filosofia capace di proporre una nuova sintesi globale, impregnata delle sue acquisizioni raccolte nel cosiddetti Oriente e Occidente, come pure nel Nord e nel Sud del mondo.

In altre parole, mutatis mutandis, si deve recuperare ciò che c'è stato di buono nelle prospettive dell'Ottocento quando, analizzando la crescita del Capitalismo, se ne erano individuati i limiti e i pericoli. L'idea di uguaglianza nella dignità di ogni essere umano, l'internazionalismo contro ogni sovranismo, la prospettiva della fine di tutte le guerre attraverso il superamento delle terribili ingiustizie sociali che attanagliano tuttora il mondo, la libera circolazione delle persone prima di quella delle merci, il dialogo e l'incontro tra le diverse religioni e concezioni della vita, il rispetto per l'ambiente vitale nell'epoca del riscaldamento globale, la politica con la P maiuscola intesa esclusivamente come servizio e non come volano per imporre i propri interessi... Tutto questo, può ancora essere ripreso e riproposto, accompagnato dalla costruzione di un diritto condiviso, garantito dalle grandi linee della nostra bella Costituzione? 

La democrazia rappresentativa può ancora essere il terreno sopra il quale costruire questa reale alternativa allo "spettacolo" attuale? E' difficile dare una risposta a questa domanda. Forse si può dire un timido sì. Si tratta di coniugare l'invito alla scelta di partiti e personaggi capaci di interpretare questi grandi obiettivi con l'accoglienza della voce potente che giunge dalle sempre più numerose manifestazioni di base che a livello mondiale stanno invocando la pace, il rispetto dei diritti, la salvaguardia della Natura.

sabato 25 ottobre 2025

Tra Resistenza e Nonviolenza

Sui muri di Riace
Gran parte delle condizioni che ci caratterizzano sono frutto della fantasia dell’essere umano. Basti pensare agli elementi che costituiscono la nostra cosiddetta identità. Cosa significa essere italiano, sloveno, friulano, ucraino, russo, come pure cristiano, musulmano, buddhista, se non sentirsi appartenente a un contesto culturale, i cui miti, riti e valori morali sono tutti “inventati” dall’uomo?

Che cos’è che ci accomuna naturalmente, in quanto parte non soltanto della famiglia umana, ma anche di quella ben più vasta dei viventi? La risposta è: il dolore.

In battaglia ci si scanna per difendere una bandiera, frammentario e momentaneo emblema di un’appartenenza del tutto fittizia. Ma la ferita provocata dalla baionetta, dal cannone o dalla bomba genera una sofferenza che accomuna vincitori e vinti, assalitori e assaltati, umani, animali e anche vegetali. Il dolore è reale, non inventato dalla fantasia e rende tutti congiunti, vittime e carnefici, colpiti dalle armi o dalle più o meno prevedibili catastrofi della Natura.

Questa constatazione potrebbe essere densa di conseguenze. La prima viene proposta dalle vie dell’Oriente. Se si è tutti collegati, interconnessi e uniti nell’immenso legame che si chiama vita, lo sguardo sull’altro non può che essere quello della com-passione, la compartecipazione attiva alla sofferenza universale. Da ciò deriva anche il fondamento filosofico del Satyagraha, la nonviolenza attiva proposta da Gandhi, l’obbligo etico di non generare altro dolore e di chinarsi amorevolmente su quello già esistente. Ciò potrebbe indebolire la forza dell'indignazione, potrebbe dare ancora maggior spazio alla prevaricazione del prepotente? La nonviolenza non potrebbe addirittura incrementare i progetti perversi dei violenti? Se lo chiedeva anche uno dei più grandi pacifisti del XX secolo, Dietrich Bonhoeffer, che decise di contraddire il suo stesso progetto di vita partecipando all'attentato a Hitler. Sono domande drammatiche. E’ profondamente umano lasciarsi picchiare guardando negli occhi l’offensore che esercitare la propria forza fisica per fargli del male. Ed è vero che l’indignazione per l’ingiustizia possono trasformarsi in azione concreta di risposta all’odio con l’amore e alla vendetta con il perdono. Ma quando è in gioco il destino degli altri, siano essi persona indifesa vilmente attaccata o intera popolazione minacciata di genocidio, è ancora lecito trincerarsi dietro alla nobile causa della nonviolenza? E' sufficiente invocare un boicottaggio quando l'offensore dispone della bomba atomica (se lo chiedeva del resto lo stesso Gandhi nel suo testo Antiche come le montagne)?

Forse una via di risposta può essere individuata nel concetto di memoria. La scelta dell'istante non può prescindere dal grado di ingiustizia e di sopraffazione. La risposta nonviolenta non sta forse nell'utilizzo o meno degli strumenti che possono impedire l'aggravarsi di una catastrofe, bensì nella motivazione che spinge alla Resistenza nei confronti dell'oppressore. L'esempio della Lotta per la Liberazione dal nazifascismo è l'esempio più eclatante, in quanto determinata dalla disponibilità a perdere la propria vita per il bene e la libertà di tutti. In un certo senso, si può affrontare l'avversario violento, razzista, guerrafondaio, mossi da un sentimento di amore nei confronti di ogni oppresso, paradossalmente anche di colui che si combatte, rinchiuso nella tomba di un'ideologia perversa. 

Il nostro territorio di confine ha sperimentato più volte quanto tutto questo sia vero. E’ impossibile condividere il ricordo di tanti eventi accaduti, troppo grande è la sofferenza individuale e collettiva generata dagli eventi che hanno caratterizzato il XX secolo. Nell'ottica della nonviolenza il giudizio storico sulla prevaricazione fascista e nazista rimane, ma è tuttavia possibile conoscere e rispettare il dolore. In questa profonda compartecipazione del dolore, diventa possibile accogliere con rigore razionale la ricerca di oggettività del dato storico e nel contempo l’emozione soggettiva di chi nei conflitti ha perso figli, genitori, fratelli e amici.  Il dato storico orienta senza tentennamenti all'esplicito rifiuto delle azioni di chi ha provocato tanto male (giusto per fare un esempio, la necessaria rimozione della cittadinanza onoraria a Mussolini o il rigetto della richiesta di accoglienza dei reduci della Decima mas in Municipio). Il rispetto per il dolore dell'altro depriva il dato storico e le sue conseguenz3 della componente dell'odio e del desiderio di vendetta. 

Tutto ciò non risolve i problemi e neppure i giudizi sull’evolversi della storia. Il fascismo resta un crimine e non un’opinione, comunque lo si chiami, il genocidio di Gaza grida giustizia al cospetto dell’intera umanità e chi lo consente o addirittura promuove è un criminale. Ma la compartecipazione all’universale dolore umano è soltanto un primo passo, autenticamente rivoluzionario. Davanti ai corpi straziati seminati ovunque da un’enorme violenza, si può invertire la rotta soltanto riconoscendo l’immensa, comune sofferenza. La com-passione da una parte non censura l'ingiustizia, dall'altra non genera la rappresaglia, ma la ricerca dell’accordo e del negoziato, affinché la vita possa prevalere sulla morte.

E’ la basagliana “utopia della realtà”? 

mercoledì 1 ottobre 2025

Maratone elettorali all'italiana

 

In Slovenia si vota tutto - amministrazioni locali e parlamento nazionale - una volta ogni quattro anni. Fa eccezione il presidente della Repubblica che resta in carica per cinque anni. In questo modo la campagna elettorale si svolge solo negli ultimi mesi prima dell'apertura delle urne e il dibattito, nell'esercizio dei diversi mandati, resta nella dimensione dell'ordinario.

In Italia invece si vota sempre e ogni situazione è buona per celebrare con note trionfalistiche le vittorie e per irridere con toni grotteschi le sconfitte. E' il caso di questo autunno, nel quale, oltre alle già transitate Valle d'Aosta e Marche, saranno chiamate al voto - in domeniche/lunedì rigorosamente scaglionate così da tenere sempre desta l'attenzione - la Toscana, la Calabria, il Veneto e la Puglia, regioni piuttosto importanti dal punto di vista dei numeri.

Alla moltiplicazione degli elezioni non sembra corrispondere altrettanto entusiasmo negli elettori. Ormai è un successo se si supera il 50% delle presenze. La disaffezione è preoccupante e non solo come segnale di mancanza di fiducia nella democrazia. Sembra sempre più difficile convincere il cittadino a compiere delle scelte, quando gli eletti raramente corrispondono alle promesse e soprattutto non rappresentano quasi mai gli ideali etici e politici comunque presenti nella società italiana. 

E così ogni elezione diventa una specie di rodeo, nel quale gli uni e gli altri preparano l'evento con roboanti "vinceremo" seguiti da altrettanto roboanti sguaiate urla di trionfo o da improbabili scuse per nascondere le delusioni. 

In realtà, l'impressione è che tutto resti quasi invariato e che ogni tornata regionale non sia altro che un'occasione per rafforzare o indebolire l'azione del governo nazionale di turno. Nella fattispecie, non occorre essere immensi politologi per prevedere che Marche e Calabria restino al centro destra, Toscana, Campania e Puglia vadano al centro sinistra. L'unica Regione dove il dopo Zaia potrebbe riservare qualche sorpresa è il Veneto, grazie soprattutto alla confusione che regna nella coalizione da dieci anni.

Tutto ciò per dire che né i "Vinceremo!" né i "Nonostante tutto ci è andata bene", possono scaldare un elettorato sempre più maturo che vorrebbe invece un confronto serio e profondo sulla visione del mondo, sui problemi e sulla loro concreta possibile risoluzione a ogni livello. In altre parole, sulla capacità di coniugare gli assoluti dell'Etica con le inevitabili contingenze della Politica. 

giovedì 15 maggio 2025

IO ANDRO' A VOTARE E VOTERO' SI'

Sì. 

Io voterò con convinzione SI' ai cinque quesiti del referendum che si terrà in Italia l'8 e il 9 giugno. 

Mi sembra giusto sostenere leggi che garantiscano il lavoro, scongiurino i facili licenziamenti, custodiscano il diritto alla sicurezza.

Mi sembra molto giusto che si dimezzino gli anni necessari per l'ottenimento della cittadinanza.

Voterò SI' perché ogni quesito è in linea con le mie idee, la mia concezione della vita, la mia posizione politica.

Detto questo, darei un consiglio d'amico, per far arrabbiare anche i miei compagni di strada.

Concentriamoci in ogni modo possibile sull'invito a votare SI', offrendo tutti gli strumenti necessari per una conoscenza approfondita dei temi e delle conseguenze dell'accettazione o del rifiuto dei quesiti referendari.

Ma non cadiamo nella trappola di identificare l'astensionismo con la mancanza di democrazia. 

Tale accusa, rivolta a chi fa propaganda per il non voto, favorisce proprio ciò che non si vorrebbe: dal punto di vista strategico, i già convinti non hanno bisogno di essere convinti, gli astensionisti apriori ovviamente resterebbero fedeli alla loro idea e gli incerti, infastiditi dall'insistenza sull'andare a votare, probabilmente deciderebbero di non andarci.

Dal punto di vista legislativo, quello del voto referendario non è mai stato un obbligo costituzionale o morale, a differenza di ciò che concerne le elezioni politiche e amministrative. Il "non voto" è di fatto considerato una scelta possibile e democratica quanto votare SI' o no, quella cioè di cassare una proposta referendaria attraverso il non raggiungimento del quorum (che esiste proprio per questo).

Dal punto di vista morale, attenzione a dare lezioni: in ogni referendum c'è stata una posizione astensionista, sostenuta dalla destra o dalla sinistra o dal mondo cattolico, a seconda del quesito referendario. Per esempio, perfino la Conferenza Episcopale Italiana "obbligò" ufficialmente i fedeli cristiani a non andare a votare, in occasione dei referendum relativi alla procreazione assistita! In altre parole tutti - anche Levica in occasione del referendum in Slovenia della scorsa domenica - hanno usato l'astensione come strategia e proposta politica in occasione dei referendum.

Procediamo dunque con decisione e creatività nell'invitare gli elettori a votare SI', ma lasciamo perdere il rilascio di patenti di democrazia. Queste potranno essere revocate a un numero sempre maggiore di cittadine e cittadini, ma per ben altri motivi rispetto all'invito a non partecipare a questo specifico voto.

giovedì 30 gennaio 2025

Caso Almasri, preoccupante, molto preoccupante

Segni di torture sulla rotta balcanica
La vicenda Almasri ha risvolti etici e politici importanti.

Dal punto di vista politico, è abbastanza facile pensare che il rimpatrio con tutti gli onori del libico non sia il frutto di distrazione, ma la prova dei contatti sempre più stretti tra il governo italiano e l'attuale dirigenza libica. Insomma, è un bel favore a chi impedisce le partenze verso il Mediterraneo e l'Italia, costringendo a condizioni disumane coloro che vorrebbero partire. Il carnet dei crimini di cui è accusato Almasri fa venire la pelle d'oca: assassinii, stupri e violenze su minori, umiliazioni d'ogni sorta, torture. E le scoperte della Corte dell'Aia sono corroborate da migliaia di testimonianze di coloro che sono malcapitati sotto le sue sgrinfie.

C'è anche un aspetto etico, anche questo veramente preoccupante, derivato dall'informativa di Piantedosi e dai piagnistei della Meloni. Secondo loro, la magistratura avrebbe liberato l'accusato e il Governo, ritenendolo un individuo pericoloso, lo ha immediatamente rimpatriato in Libia con procedura d'urgenza. Cioè, un personaggio ritenuto colpevole di terribili misfatti, purché non mini la sicurezza degli italiani, può andare a compiere le sue "imprese" dove meglio gli aggrada.

Non so se sia stata del tutto compresa la portata delle spudorate ammissioni del ministro degli interni e della capa del Governo. I diritti umani, la dichiarazione universale, la costituzione italiana, la solidarietà, la cooperazione internazionale... tutto ciò viene dopo "la sicurezza degli italiani". Dicono che bisogna "difendere i confini", impedendo a ogni costo l'arrivo di migliaia di poveri che desiderano soltanto vivere, che bisogna perseguire in tutti i modi gli scafisti e nello stesso tempo si permette il ritorno in patria da eroe di un autentico macellaio. Si presidiano i confini sospendendo il trattato di Schengen per mettere in carcere i presunti terroristi (almeno, questa è la scusa ufficiale) e quando viene beccato uno dei più pericolosi torturatori malviventi, viene immediatamente lasciato libero, in ossequio agli squallidi interessi e alla propaganda dello Stato. In nome della "sicurezza nazionale", si sta smarrendo non soltanto la fiducia nella collaborazione tra popoli e nazioni, ma anche il senso stesso della parola "umanità". 

Giorgia, la madre, la cristiana... E chi se ne frega se centinaia di esseri umani saranno uccisi, umiliati e vilipesi dalla violenza di Almasri? E chi se ne frega se Ben Salman è a capo di un regime assolutista e teocratico, presunto mandante di assassinii di livello internazionale? E chi se ne frega della vicenda di Giulio Regeni e dei torturati in Egitto? L'importante è che la Libia blocchi in qualsiasi modo i profughi, che con l'Arabia Saudita si possano fare più affari possibili e che Al Sisi compri le navi militari, che favorisca il made in Italy. Viva la ragione di Stato, addio fraternità e sororità universali!

domenica 26 gennaio 2025

L'onda gialla di Giulio Regeni

 

Il 25 gennaio è ormai da nove anni giorno di memoria, di impegno, di ascolto, di festa. E così è stato anche ieri, a Fiumicello.

L'"onda gialla" ha increspato un mare di persone, provenienti dal Friuli Venezia Giulia e da tanti altri luoghi d'Italia. E' un mare che travalica la fisicità e si dilata online, nelle tante piazze virtuali collegate via internet.

Giulio Regeni "fa cose", come più volte si è sentito ripetere durante l'avvincente serata. Giulio Regeni soprattutto unisce, al di là dei confini di Regioni e di Stati, donne, uomini e bambini che gridano il loro desiderio di verità e giustizia. E' un grido che si fa candela accesa, flashmob, intensa parola, anche impressionate voce del silenzio in una piazza gremita, nell'ora dell'ultimo contatto con il giovane ricercatore di Fiumicello.

Giulio parla per Alberto Trentini, cooperante italiano sparito e a quanto risulta detenuto senza accuse nelle prigioni del Venezuela, per tanti altri "scomparsi" in tutto il mondo, per i torturati nelle celle dei regimi dittatoriali, per i giornalisti uccisi - si sono sentiti i nomi del grande Enzo Baldoni, di Ilaria Alpi, di padre Paolo Dall'Oglio, di troppi altri eroi della comunicazione che hanno cercato di coinvolgerci, a prezzo della loro vita, nell'avventura della Verità. Ai nomi citati, sarebbero da aggiungere tantissimi altri, tra i quali non devono essere dimenticati quello di Maria Grazia Cutuli, assassinata in un agguato in Afghanistan nel 2001 e di Nicola Calipari che ha perso la vita in un conflitto a fuoco, ucciso dai soldati americani a Baghdad mentre accompagnava la giornalista Giuliana Sgrena verso la libertà. 

Dopo l'ormai tradizionale fiaccolata e camminata verso il palazzetto dello sport, ci sono state quattro ore di testimonianze, inframezzate da momenti musicali e accompagnate da splendidi disegni espressivi delle emozioni dei vari passaggi. Magistralmente guidata da Giuseppe Giulietti, l'assemblea ha vissuto con grande attenzione momenti di profonda commozione, alternati ad altri più "leggeri", a volte anche divertenti.  

Tra tanti interessanti racconti ci sono state anche sacrosante attualizzazioni: l'Egitto proclamato "Stato sicuro" dall'attuale Governo a fronte dei racconti terribili sul trattamento di chiunque non vada nel Paese per turismo o per affari; l'incredibile caso Almasri, macellaio libico arrestato, immediatamente rilasciato e portato in Libia con aereo di Stato, dove è stato ricevuto con tutti i possibili onori; il rigetto di migliaia di esseri umani in Italia e in Europa, il gruppo di profughi incatenati fotografato ed esibito come una specie di trofeo negli Stati Uniti mentre sta per imbarcarsi sull'aereo del rimpatrio; e molto, ma molto altro.

Il vertice della serata è stato comunque l'intervento dei principali protagonisti di questa vicenda, la famiglia Regeni - Paola, Claudio e Irene - e l'infaticabile avvocata Alessandra Ballerini. Sono loro che hanno raccontato il lungo percorso che ha portato all'apertura di un processo nei confronti di quattro imputati coinvolti nel sequestro, nelle torture e nell'assassinio di Giulio. La loro tenacia, come pure la loro straordinaria capacità di trasformare il dolore individuale in eccezionale percorso politico, hanno reso possibile ciò che molti ritenevano impossibile. E ciò è accaduto anche grazie a una mobilitazione di massa che ha coinvolto giornalisti, personaggi dello spettacolo, sportivi, scrittori e registi, politici, ma soprattutto una miriade di europei. La forza incredibile di un popolo giallo non incline al pessimismo e alla rassegnazione ha dimostrato che, se si vuole, si possono salvare le ragioni della Democrazia, della Costituzione e dell'autentica Libertà.

Un grazie immenso a chi ci ha creduto fin dall'inizio e continua a lottare, non soltanto per Giulio Regeni ma per tutti gli oppressi del mondo. Grazie perché l'impegno di un'immensa onda gialla rende ancora possibile credere che valga la pena vivere ogni istante, per cercare sempre e ovunque, con passione e convinzione, la Verità e la Giustizia.

lunedì 20 gennaio 2025

Ripartire da Schengen, subito!

I marciatori della pace al Rafut (Foto E. Tofful)
Quando furono ripristinati i controlli sul confine, con la sospensione del trattato di Schengen, pochi ci avevano creduto. Un investimento economico gigantesco, finalizzato a "far vedere" la polizia, i carabinieri, la guardia di finanza sui valichi, era stato giustificato, come al solito, con il termine sicurezza. Ma anche i più ingenui non erano stati convinti. A parte che i controlli sono solo da qualche parte - forse per mancanza di personale - è evidente che nell'era dell'invasione totale della tecnologia nelle nostre vite, è quanto meno improbabile che eventuali malintenzionati siano "beccati" in modo così artigianale.

E allora? Allora quasi tutti avevano capito che la finalità del presidio sul confine fosse quella di intercettare i profughi e i migranti della rotta balcanica, per condurli al CPR di Gradisca (cosa sta succedendo là dentro?) e poi appena possibile respingerli. Dopo quasi un anno e mezzo sembra chiaro che non sia neppure questa la motivazione, bensì un'altra, essenzialmente politica. I blocchi bicolori, le serpentine come nei check point di antica memoria, i giovani in divisa armati con ben poco rassicuranti mitra, non servono ad altro che a far crescere la tensione. Da una parte sollecitano l'immaginazione di possibili invasioni di poveri disarmati alla ricerca delle fonti per la sopravvivenza, dall'altra rassicurano fittiziamente l'elettorato di destra, mostrando i muscoli e garantendo la salviniana "difesa dei sacri confini".

Pochi credevano all'emergenza dei sei mesi, c'è in giro troppa voglia di mimetiche per far cessare così presto un segnale praticamente così inefficace, ma simbolicamente così potente. Così il primo semestre si è trasformato in un anno, poi in un anno e mezzo. Proprio oggi, a sconfiggere i facili ottimismi di chi guardava all'imminente apertura dell'anno della capitale europea della cultura, lo stesso ministro Piantedosi ammette che "fino a giugno" le barriere resteranno, anche se non saranno invasive, sarà come se non ci fossero. Giustamente qualcuno si chiede: ma se fosse così, perché non toglierle immediatamente?

In realtà, se la Capitale della Cultura 2025 vuole celebrare la nuova situazione di due città, Nova Gorica con Gorizia, non più separate da un confine, la cessazione del trattato di Schengen è un vulnus intollerabile. Offriamo all'Europa uno sguardo su un territorio che è stato diviso e proprio sul più bello realizziamo nel cuore delle città, sulle vie di collegamento, minacciosi posti di blocco che non hanno altra funzione che quella di suscitare inquietudine e paura.

Almeno questo allora: prima dell'8 febbraio si ripristini Schengen, vengano smantellati tutti i check-point e l'abolizione dei confini non resti soltanto un bello slogan astratto, ma sia nutrita di fatti concreti!

domenica 19 gennaio 2025

Bora scura e bora chiara...

 

Quasi un segno premonitore. La scorsa settimana, il vento forte ha danneggiato gli alberi che circondano il monumento agli "eroi di Bazovica", demolendo la stele eretta in loro memoria. I quattro, Zvonimir Miloš, Fran Marušič, Ferdo Bidovec e Alojz Valenčič, sono stati uccisi in quanto antifascisti il 6 settembre 1930, dopo un vergognoso processo politico tenutosi a Trieste. Il loro impegno per la libertà e la salvaguardia dei diritti del popolo sloveno, è stato sottolineato qualche anno fa dalla presenza in loco del presidente della Repubblica di Slovenija Borut Pahor e del presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella. 

Il monumento sarà presto riedificato e prima o poi gli assassinati di Bazovica avranno piena riabilitazione e postuma giustizia.

Ma la bora nera che ha soffiato sul Carso è arrivata fino a Gorizia, trasformandosi nell'ormai reiterata celebrazione dei macellai della X mas, le cui gesta ben poco eroiche sono state magistralmente descritte dallo storico Luciano Patat, nel corso di un'assai partecipata conferenza, svoltasi al Trgovski dom. Di parole, su questa vicenda, ne sono state spese tante, particolarmente coinvolgenti quelle dei giovani presenti alla manifestazione promossa dall'anpi lo scorso sabato. A esse non c'è molto da aggiungere, se non qualche domanda: è davvero legittimo che un assessore, delegato dal sindaco, partecipi in forma ufficiale, con tanto di fascia tricolore, a un raduno di reduci di un corpo paramilitare fiancheggiatore del nazifascismo? E' legittimo che i labari di tale associazione entrino nella Casa del Comune, ricevendo tutti gli onori possibili? Quale è il senso di questa ennesima provocazione, dopo quella costituita dalla mancata cancellazione del nome di Mussolini dal libro d'onore del Municipio di Gorizia? 

Presso la sede dell'UGG è stata allestita, in occasione di questo fine settimana, una mostra dedicata proprio ai soldati della Decima, a quelli del Battaglione Mussolini della RSI e alla battaglia di Tarnova. Accanto a fotografie d'epoca e a cimeli provenienti dai campi di battaglia, sono stati esposti documenti, con un criterio talmente unilaterale e fazioso da suscitare perplessità e delusione in chiunque si fosse soffermato, procedendo da un sincero interesse storiografico, a osservare gli oggetti. Insomma, non si tratta di una ricostruzione storica, per quanto possibile scientifica, ma di una vera e propria celebrazione, un inno alla guerra, al nazionalismo e alle ideologie che hanno portato l'Europa e il mondo alla catastrofe. Gli interrogativi precedenti si rafforzano ulteriormente. Negli spazi pubblici, ciascuno può tranquillamente esporre ciò che desidera, anche immagini e testi che inneggiano esplicitamente a formazioni militari inequivocabilmente fasciste? Non esiste alcuna possibilità di controllo, da parte di chi mette a disposizione gli ambienti, tanto più in un sito prestigioso come quello dell'Unione Ginnastica Goriziana, che tanto ha dato a Gorizia in termini di formazione sportiva delle nuove generazioni e di valorizzazione di nuovi e vecchi straordinari talenti?

Ci si augura che siano gli ultimi sussulti di una nostalgia funesta e che il vento gioioso della capitale europea della cultura spazzi le scorie del neofascismo e promuova l'inizio di un nuovo modo di intendere la storia del passato, la convivenza del presente e la visione di un glorioso futuro.

giovedì 19 dicembre 2024

Lucio Ulian e la sua fotografia epifanica al Kulturni dom di Gorizia

 

Giovedì 19 dicembre, presso il Kulturni dom di Gorizia è stata inaugurata la bellissima mostra fotografica di Lucio Ulian, intitolata "Epifanie".

In un sorprendente dialogo tra la forza della dimensione materica e la proiezione verso l'orizzonte pneumatico, nell'arte di Ulian si sperimenta il superamento del fascino della gnosi nella percezione di un orizzonte in grado di coniugare quasi armonicamente l'immanenza con la trascendenza.

Il "quasi" sta a indicare l'inevitabile aporia della ragione, ma nello stesso tempo il suo potente anelito ad attraversare la barriera spazio temporale per proiettarsi, rischiosamente ma anche avventurosamente, verso l'eterno e l'infinito.

In questa riconciliazione degli opposti che si potrebbe quasi definire simbiotica congiunzione tra femminino e mascolino, si rivela il mistero della manifestazione, nella sua duplice dimensione dell'epifania e dell'apocalisse. Tutto ciò si rileva non censurando lo sguardo acuto e penetrante del fotografo sulla realtà in quanto tale, ma consentendo alla concretezza sobria del quotidiano la metamorfosi del senso e generando in questa impresa la fragilità dell'intuizione o, in qualche caso, della visione.

Le immagini sono accompagnate da approfondite spiegazioni, proposte in lingua italiana e slovena, nelle quali l'artista rivela la sua ricerca interiore e il suo desiderio di incontrare l'interlocutore in un'appassionata comunicazione, nello stesso tempo intensa, coinvolgente, simpatica ed empatica. In fondo, è proprio la rivelazione artistica di Lucio Ulian, amico di tutti a Gorizia, impegnato per anni nella politica amministrativa della città, operatore e ricercatore nell'ambito della prevenzione e dello spegnimento degli incendi, uomo di grande capacità di relazioni umane e di autentica amicizia.

Una mostra da non perdere, con le introduzioni dell'artista, del direttore del Kulturni dom Igor Komel e dell'autore di queste "storie viandanti"!

lunedì 9 dicembre 2024

La drammatica sostituzione dei sogni con gli obiettivi

Inaugurazione del Cammino Celeste, Agosto 2006 (foto A. Pantanali)
 Una conversazione interessante, foriera di numerosi, possibili approfondimenti. Si parte dall'analisi della situazione dei giovani, per constatare una differenza fondamentale: fino ad alcuni decenni fa si avevano dei "sogni", oggi sono prevalenti gli "obiettivi".

Il sogno presuppone una visione complessiva del mondo e si concretizza in una dimensione di speranza. Non si sa bene che cosa si riuscirà a realizzare, non perché non esistano le idee, ma perché si ha un enorme ventaglio di possibilità di realizzazione. I viandanti sanno che, come in ogni sogno che si rispetti, ogni meta raggiunta è soltanto una tappa, dalla quale ripartire verso quella successiva. 

Pensiamo per esempio alla giovane generazione uscita dalle macerie della prima guerra mondiale. In modi diversi i partigiani sognavano una nuova società, dando a essa la forma di una repubblica socialista o di una costituzione democratica. Non sapevano esattamente cosa li attendeva, ma sapevano che avrebbero investito tutte le loro risorse ed energie nell'accompagnare il loro sogno, rinvigorendolo e adattandolo ai diversi momenti dello spazio e del tempo.

Esaurito il momento dei sogni, è stato sostituito da quello degli obiettivi. A scuola ci si va non per coltivare il sogno di una vita e acquisire gli strumenti per dargli forma e sostanza. Si devono invece raggiungere gli obiettivi, o almeno cercare di individuarli. L'obiettivo è unitario, una volta raggiunto si è superficialmente soddisfatti, anche eventuali scopi successivi sono nella stessa direzione: avere un buon voto a scuola, trovare un lavoro redditizio, mettere su famiglia, fare carriera nel proprio campo. Nel trionfo degli obiettivi, manca sempre la domanda che accompagna invece ogni sogno: PERCHE'?

Si possono sognare un mondo migliore, un'umanità affrancata dalle guerre, una fraternità universale e all'interno di questi orizzonti compiere scelte fondamentali, anche se sempre provvisorie perché guidate dalla visione del mondo. Al contrario, una volta raggiunti gli obiettivi, si rimane fermi al pianerottolo raggiunto, perché non interessa conoscere la dimensione e le strutture architettoniche della casa.

I giovani del '68 pensavano che il cambiamento del Pianeta fosse lì, dietro l'angolo e scendevano in piazza per scandire con tutta la loro voce la forza del loro desiderio. Avevano grandi sogni, come i loro successori, almeno fino a quando i loro figli - o forse anche nipoti - si sono visti soffocare il loro sogno nelle terribili giornate del luglio 2001 a Genova. Hanno vinto, almeno apparentemente, gli obiettivi: se la politica non può realizzare una nuova possibile umanità, tanto vale sfruttarla per raggiungere i propri individuali interessi; se la guerra non si può fermare perché "fa parte della natura umana", tanto vale starsene più lontano possibile dai problemi del mondo e curarsi i propri affari; se la famiglia umana non può essere aiutata a crescere in una nuova dimensione di pace e giustizia, tanto vale raggiungere l'obiettivo della tranquillità della propria individuale famiglia.

Ogni grande sogno ha trasformato la società, basti pensare all'esperienza di Basaglia a Gorizia oppure alle grandi opere dell'Arte e della Cultura. Ogni obiettivo rimane fine a sé stesso, paralizzando chi lo raggiunge nella propria ottusa soddisfazione e riempiendo di intollerabile ansia la grande maggioranza di coloro che non ci arrivano e si sentono loro malgrado "non all'altezza" di ciò che il Potere pretende da loro.

Insomma, se vogliamo una nuova generazione capace di costruire un Pianeta migliore, non soffochiamo i sogni sostituendoli con gli obiettivi.

martedì 22 ottobre 2024

L'unico confine da difendere è l'umanità

 

L'unico confine da difendere è quello che separa l'umanità dalla disumanità.

Quella scatenata contro i migranti è una vera guerra. Non lo è perché qualcuno armato stia minacciando l'Italia e abbia assembrato carri armati e truppe d'assalto per impadronirsi dello Stato.

Lo è perché il Governo ha ritenuto di "difendere i confini", impedendo con tutti i modi possibili a migliaia di poveri che fuggono da fame guerra e persecuzioni di raggiungere il Bel Paese.

Salvini, accusato di aver sequestrato oltre cento persone su una nave al largo nel Mediterraneo, afferma di averlo fatto per difendere i confini. Meloni, smessi i panni del feroce condottiero militare che istituisce un impossibile blocco navale, utile solo a raccogliere facili consensi elettorali, difende i confini trattando con assai loschi governi del NordAfrica, versando abbondante denaro in cambio del trattenimento dei migranti nei campi di concentramento. La stessa, per difendere i confini, escogita l'affare Albania, dilapidando un miliardo di euro per deportare qualche centinaio di persone fuori dai confini dell'Italia e dentro quelli del Paese delle aquile. La stessa, insieme al Governo, inventa da un giorno all'altro un Decreto Legge per stabilire - non si sa con quali criteri - quali siano i Paesi sicuri e quelli insicuri nel mondo, naturalmente, sempre "per difendere i confini".

Nel frattempo, ormai da quasi un anno, per difendere i confini è stato sospeso il trattato di Schengen e sono stati ripristinati i controlli di polizia sui vecchi valichi, dove occorre rallentare o fermarsi all'ALT per dimostrare di non essere terroristi. No, ovviamente non per questo, ma per impedire ai poveri di oltrepassare i ritornati sacri confini della Patria.

L'altra scusa è "per fermare i trafficanti di persone". Meloni sa bene, come lo sanno tutti quelli del suo Governo, che anche questa è una sciocchezza. Non sono certo i conducenti di navi fatiscenti che per una miseria rischiano la vita con i loro compagni di viaggio a gestire i traffici di persone. Insieme alle armi e alla droga, è una delle più fiorenti entrate delle mafie internazionali, quelle, per intenderci, che nessuno Stato e Potenza militare al mondo è in grado oggi di affrontare senza uscirne con le ossa distrutte. L'unico modo per sottrarre alle mafie la gestione delle migrazioni è quello di produrre, a livello europeo e nazionale, mirate ed efficaci politiche del lavoro, della casa, dei ricongiungimenti familiari. E' la scelta dell'accoglienza invece che del rifiuto, quella della reciproca integrazione invece della paura dell'assimilazione, del dialogo costruttivo tra diverse culture invece della chiusura nelle proprie ideologiche roccaforti medievali.

E' un rischio? Forse è invece un'alternativa allo svuotamento di senso che sta dilapidando l'Europa di risorse e di persone. E forse è la prova della verità di ciò che, secondo alcuni che lo avevano conosciuto, diceva un tipo vissuto circa duemila anni fa: "Chi vorrà salvare la propria vita (leggi i propri privilegi, ricchezze, egoismi, confini da difendere, ecc.) la perderà, chi sarà disponibile a perderla (falso concetto di identità, primati e priorità, lusso, ecc.), la salverà (in una nuova meravigliosa dimensione di interrelazione e non di chiusura)".

martedì 24 settembre 2024

Fermare le leggi fascistissime

 

In carcere. 

Se fermi le macchine per sensibilizzare sul clima, finisci in carcere. Se protesti contro le grandi opere, TAV o ponte sullo Stretto di Messina, finisci in carcere. Se poi sei già in carcere e dichiari che ti trovi a disagio, ricevi un aumento di pena. Se fai un sit-in di protesta contro la guerra e l'invio delle armi in giro per il mondo, rischi di finire in carcere.

Insomma, come cantava Antoine, dovunque te ne vai, qualunque cosa fai, tu sempre pietre in testa, riceverai.

Leggendo i punti principali del cosiddetto decreto per la sicurezza, si pensa di trovarsi di fronte a una strumentale bufala. Invece la realtà supera di gran lunga l'immaginazione. La Camera dei Deputati ha già votato le leggi fascistissime e tra qualche giorno toccherà al Senato. Poi potrà esserci un ritardo, dal momento che difficilmente il presidente della Repubblica sottoscriverebbe una simile trafila di minacce. Un suo rinvio alle Camere porterebbe allo slittamento di qualche mese, poi non resterebbe altro che il ricorso alla Corte Costituzionale o a un referendum dagli esiti incerti.

Mentre le carceri italiane si segnalano per una situazione di disagio e di degrado che suscita indignazione in Europa e nel Mondo, con un sovraffollamento del 30% rispetto al massimo di "accoglienze" consentito, il Parlamento approva delle leggi che avranno due possibili conseguenze. O ci sarà un soprassalto di coscienza democratica e le case circondariali si riempiranno di prigionieri politici che sfideranno le guardie pur di continuare a sostenere il diritto di manifestare e di esprimere opinioni diverse da quelle del Potere di turno. Oppure le leggi otterranno il loro scopo e su un'Italia già in crisi scenderà l'ombra pesante del dispotismo.

Che momento! Genocidio a Gaza, guerra tra Israele e Libano, conflitti ovunque, Ucraina pronta a spedire missili in Russia, con possibile conseguente pericolo di tragico allargamento del conflitto, Unione europea in trincea e soffocamento del dissenso in Italia. Non solo in Italia, in Francia, in barba al voto popolare, si insedia un governo di destra, in Germania la repressione colpisce perfino i bambini di dieci anni, come dimostrato da un filmato su you tube, divenuto in breve tempo virale.

Tutti abbiamo i nostri problemi, ma veramente il tempo di un'azione democratica e non violenta si sta assottigliando. Una società civile, in realtà molto migliore di chi la rappresenta, può e deve agire, cercando di perforare la cortina fumogena di un sistema mediatico sempre più asservito agli interessi di un Governo che dietro al pugno duro nasconde il pieno asservimento alle imposizioni dei padroni multinazionali del vapore. Un transatlantico che si chiama turbo Capitalismo, sul quale pochi mangiano, bevono e ballano come i passeggeri del Titanic, prossimi a incrociare il fatale iceberg.