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martedì 6 gennaio 2026

Con i se e con i ma... SI' ALLA NONVIOLENZA ATTIVA, sempre e ovunque

 

Vorrei continuare, in modo un po' sofferto e più personale, il ragionamento avviato nel precedente post.

Ciò che mi ha sempre affascinato della teoria della nonviolenza attiva è stata la sua forza provocatoria e controcorrente. Il ragionamento è fondato su una visione dell'essere umano e della natura che lo circonda essenzialmente positiva. Non a caso la strutturazione più concreta è quella proposta da Gandhi, nell'ambito di una revisione critico-sistematica dell'induismo e più in generale delle visioni filosofiche dell'Oriente. E non a caso, la più impressionante proposta si trova nei testi evangelici, là dove si propongono l'amore al nemico, il perdono incondizionato e la dedizione unilaterale all'altro come strumenti per la costruzione della nuova civiltà della fraternità e sororità universali.

Per decenni, insieme a compagne, compagni, amiche e amici, si è camminato per le strade d'Italia e di Slovenia, per ribadire il no alla guerra senza se e senza ma, per proporre la nonviolenza attiva come unico metodo autenticamente umano per risolvere i conflitti tra le persone e i popoli.

Quello che in questi ultimi anni sembra essere messo in discussione è proprio il "senza se e senza ma". Infatti, a livello di testimonianza personale e individuale, nessuno nega la grandezza e il coraggio di chi decide di essere picchiato piuttosto di picchiare o di chi va incontro alla morte a testa alta, guardando dritto negli occhi il suo persecutore per risvegliare in lui la scintilla di un'umanità nascosta e repressa. Ma se a essere minacciato non è il soggetto nonviolento, ma qualcuno che gli è caro? Se è una persona più fragile, povera e debole? Se è un bambino totalmente indifeso e l'unico modo concreto che hai per difenderlo è fermare a ogni costo il violento che lo vuole ferire o uccidere? E se è un intero popolo che viene sottoposto a genocidio e a un'inaudita serie di umiliazioni? E se un tiranno minaccia di portare il Pianeta all'Apocalisse e non lo si può fermare con la sola testimonianza personale? La nonviolenza attiva vale anche quando la vittima non è il profeta, ma qualche altro soggetto umano indifeso o addirittura intere nazioni oppresse dalla fame e dalla guerra? Ecco, ho già enucleato un bel po' di se e di ma.

Se poi si guarda a ciò che sta accadendo oggi nel mondo, la scelta della nonviolenza attiva può essere una proposta anche politica sostenibile o può al massimo essere portata avanti da un minuscolo manipolo di persone convinte di mettere a repentaglio la propria vita, a mo' di indicazione profetica? Come convincere con la nonviolenza Putin e Zelensky a fermare una guerra insensata? Come ridare dignità a un'Unione europea mai così squalificata, affinché ritrovi la forza di portare avanti la nonviolenza come unica alternativa possibile a quell'inutile strage? Come affrontare i crimini di Israele senza giustificare la reazione violenta di coloro che ne vengono colpiti? E come suggerire la nonviolenza anche ai palestinesi, sostenendo l'orrore anche del terrorismo, quando questi vengono deprivati della vita, dei loro diritti, delle loro abitazioni? Come rispondere in modo nonviolento alla prepotenza di Trump e di chi pensa di poter fare del mondo tutto ciò che gli pare e piace, senza porsi alcun problema in una coscienza annerita dal desiderio spasmodico di guadagno?

Ecco, tante domande che interesecano anche le manifestazioni, alcune delle quali sfidano con grande coraggio anche il dileggio, se non la sistematica punizione da parte degli oppressori. Penso alla Flotilla, disarmata flotta improntata alla pace e alla solidarietà o a tante piazze di giovani che ancora sostengono quello che all'inizio degli anni 2000 chiamavamo un altro mondo possibile.

Perciò, non più "senza se e senza ma", bensì con un ben più umano carico di dubbi, "se e ma", continuo a pensare che sia necessario, forse più che mai, credere nella forza della nonviolenza attiva. Costi quello che costi, nell'ascolto simpatetico delle "ragioni" dei contendenti, è necessario sostenere con forza, decisione e coerenza che la violenza - da qualunque parte essa provenga e sotto qualunque forma venga esercitata - deve essere sradicata dalla testa dell'homo sapiens, che le armi distruttive devono essere eliminate dalla faccia della terra, che il mondo è la casa di tutti e che in ciascuno dei suoi spazi possono e devono abitare tutti coloro che lo desiderano, nella concordia, nella giustizia e nella pace vera.

Chi è pronto a trasformare queste prospettive etiche in precise strategie culturali, politiche ed etiche? E' giunto il tempo del balducciano homo che deve essere "planetarius" per continuare a essere?

domenica 4 gennaio 2026

Ancora nonviolenza, senza se e senza ma? Un dibattito da aprire...

C'è una simbolica e inquietante analogia tra ciò che sta accadendo nel mondo e la terribile catastrofe del Capodanno di Crans Montana. Una scintilla provoca l'innalzamento del calore al punto da far esplodere in pochi minuti tutti gli oggetti presenti, trasformando una festa in un vulcano, nel quale perdono la vita decine di giovani che si sono inconsapevolmente trovati nel momento sbagliato nel posto sbagliato. Un pensiero mesto a ciascuna, a ciascuno di loro, agli amici e alle famiglie così duramente provati...

La guerra in Ucraina, il genocidio di Gaza e la persecuzione del Palestinesi, l'intervento violento degli USA in Venezuela, almeno altre trenta guerre che si combattono un po' ovunque, non sono come delle tragiche scintille che potrebbero innescare un immenso incendio, mentre buona parte dell'umanità sembra non rendersi conto del pericolo imminente? 

Al momento, sembra che il cittadino non coinvolto in responsabilità politiche e amministrative, possa al massimo manifestare pubblicamente il suo dissenso. Per questo, manifestare è giusto, è una delle poche azioni ancora consentite, scendere in piazza e gridare "NO!" ad azioni criminali e gravide di conseguenze. E' in gioco la nostra umanità ed è giusto almeno prendere una posizione, sostenere un punto di vista radicalmente alternativo.

E' comunque difficile non affrontare il tema. Le vicende che interessano l'Est europeo, la Palestina e il Venezuela sono molto differenti, ma hanno alcuni elementi in comune che stanno mettendo in crisi - e decimando - la politica italiana cosiddetta "di sinistra", ma anche lo stesso movimento pacifista.

Nel primo caso, le posizioni appaiono piuttosto contradditorie. C'è chi sostiene la Russia ritenendola l'antidoto ai neonazisti ucraini, al contrario c'è chi ritiene che i difensori del territorio ucraino siano degli eroi assimilabili ai partigiani che hanno combattuto contro il nazismo. La maggior parte denuncia gli orrori di Gaza, ma molti propongono dei distinguo e temono di usare la parola genocidio, quando non richiamano l'esistenza anche delle "ragioni" della controparte. Praticamente tutti denunciano l'intervento militare degli USA a Caracas, ma sul ruolo svolto da Maduro negli ultimi anni ci sono sguardi del tutto diversificati.

Nel secondo caso, quello del movimento pacifista, la tradizionale forza stava nella capacità di sostenere il "senza se e senza ma" divenuto famoso durante la seconda guerra irachena. "Senza se e senza ma" che cosa? La nonviolenza attiva. Il 15 febbraio 2003 qualche decina di milioni di persone ha sfilato nelle capitali del Mondo per dire che l'unica alternativa alle guerre è la rinuncia all'uso delle armi. "E' meglio e più efficace essere colpiti piuttosto che colpire, morire piuttosto che uccidere", sosteneva a suo tempo il grande Gandhi. Ora, di fronte al diffondersi del fuoco a partire dai diversi focolai fa capolino la domanda se sia possibile mantenere a oltranza il "senza se e senza ma". A volte si ha anche la sensazione di diversi pesi e diverse misure, proprio come accade con gli attuali padroni del mondo. Per gli USA e buona parte dei capi dei Paesi occidentali, l'invasione del Donbass è intollerabile, mentre quella di Gaza è giustificabile. Non è che a volte sembri lo stesso, all'inverso, per il movimento per la pace? Quella di Putin - pur con tutti i distinguo e le prudenze del caso - sembrerebbe tutto sommato ad alcuni un'azione giustificata, una lotta per affermare il bene contro i mercanti della morte ucraini e per venire incontro alla sofferenza dei russofoni dell'Ucraina orientale per anni sottoposti a ogni sorta di vessazione in Crimea e nel Donbass; al contrario, il massacro di Gaza da parte del criminale Netanyahu, come l'intervento USA in Venezuela, possono suscitare soltanto orrore. Come fare in questi casi per restare fedeli all'assunto nonviolento? Come contrastare in modo nonviolento l'estrema potenza economica e militare del neocapitalismo? Invocare la trattativa è ovviamente giusto, ma dopo anni di guerra a oltranza, con la morte - sembra - di milioni di giovani soldati e di decine di migliaia di civili, si deve anche prendere atto del fallimento di tutti i tentativi e del fatto che non solo Zelenskj, ma anche Putin non sembri avere alcuna volontà di raggiungere una pace giusta e duraura. E nel caso di Gaza o della Cisgiordania, come conciliare la sistematica persecuzione e umiliazione del popolo palestinese con l'invito evangelico al porgere l'altra guancia e a non resistere al malvagio? Come impedire che il fuoco della guerra incendi tutto il pianeta?

Sono domande drammatiche e forse uno dei motivi della crisi attuale è anche la mancanza di personalità internazionali realmente convinte della pratica nonviolenta come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Quando il premio Nobel per la pace viene assegnato a una guerrafondaia come la venezuelana Machado, prima a esultare davanti ai morti nei bombardamenti e al pubblico vilipendio internazionale di un capo di Stato, c'è poco da rallegrarsi. Ma guardandosi intorno, chi si può guardare nel mondo attuale, per poter avere un po' di pace e di speranza? Dopo la morte di papa Francesco, quali punti di riferimento saggi, intelligenti, coinvolgenti, ecumenici? Cioè intendo, non solo chi giustamente dica che "non ci sono altre possibilità per fermare la guerra che non siano la diplomazia e la trattativa", ma che anche sia capace di indicare con decisione e convinzione strade, strategie e politiche sostenibili perché il metodo nonviolento possa essere preso in considerazione e risultare una vera, forse unica possibile, alternativa alla violenza. 

sabato 9 dicembre 2023

Senza il dubbio non c'è il dialogo

Pace. Certo, invochiamo con tutte le forze: "Pace".

E' difficile dirlo senza cadere nella retorica osservando le immagini dei bambini trucidati a Gaza, i prigionieri palestinesi orribilmente vilipesi in diretta planetaria o ascoltando le testimonianze degli israeliani sopravvissuti agli attentati del 7 ottobre.

Il problema è che dopo averla invocata, ci si divide radicalmente quando si cerca di trovare un percorso per realizzare la pace. In questo modo, anche nei dibattiti quotidiani, che spesso ricalcano quelli incessanti dei salotti televisivi, ognuno prende una posizione ritenendo la propria "ragionevole" e quella di chi la pensa diversamente "folle". Così non se ne viene fuori, come dimostrano le terribili e sanguinose guerre croniche che seminano morte e distruzione un po' ovunque. Ognuno dei contendenti è convinto di avere tutte le ragioni e che l'avversario abbia tutti i torti e sulla base di questo postulato giustifica ogni sorta di violenza, sopraffazione e umiliazione dei propri simili.

Il bipolarismo sta soffocando due elementi fondamentali del pensiero e della relazione tra esseri umani. Il primo è il dubbio, il secondo è il dialogo che, per essere costruttivo, presuppone contemporaneamente e paradossalmente sia la convinzione che l'incertezza.

E' difficile proporre il dubbio, si viene tacciati immediatamente di stare da una parte contro l'altra. Se si dice, senza per questo giustificarla, che l'invasione dell'Ucraina ha delle ragioni nella sofferenza dei russi del Donesk e del Donbass e che comunque tale guerra non si potrà mai risolvere con l'invio ininterrotto di armi da parte di Europa e USA, si viene immediatamente accusati di essere filoputiniani da azzittire nel più breve tempo possibile. Se si pone in dubbio la crudeltà e l'opportunità dell'azione dell'esercito russo, si viene tacitati immediatamente come guerrafondai incantati dal pifferai magico Zelen'sky. Se si protesta contro contro Israele per il massacro di bambini, donne e uomini a Gaza e si sottolinea il diritto dei Palestinesi a essere liberi e indipendenti, si viene accusati di favorire il terrorismo, se non addirittura di voler risuscitare i fantasmi spaventosi dell'antisemitismo. Se si stigmatizza un atto terrificante come  quello del 7 ottobre e si solidarizza umanamente con le migliaia di vittime e con gli ostaggi trattenuti da Hamas, c'è subito qualcuno che ti accusa di essere un sionista peggiore di Netanyahu. In precedenza, se ci si dichiarava di essere a favore dei vaccini contro il covid, subito arrivava la freccia di chi sosteneva che chi la pensava così altro non fosse che un servo del Potere. Al contrario, se si esprimeva anche un minimo ragionevole dubbio, si veniva collocati dalla parte dei novax, additati alla pubblica deplorazione e collocati sulla colonna dell'ignominia.

Insomma, ciò che si vuol dire è che se non ci si comincia ad ascoltare, a compiere l'ammirevole sforzo di comprendere (attenzione, ciò non vuol dire giustificare) le ragioni dell'altro, non se ne uscirà mai. La virulenza del dibattito televisivo si ripercuote nell'incapacità di affrontare serenamente i temi nelle case e questa drammatica impotenza non farà altro che alimentare la sicurezza degli uni e degli altri, gli uni contro gli altri armati. Se non saremo capaci di confrontare i nostri pensieri cercando di trovare delle ragioni comuni che ci permettano di andare avanti, non ne usciremo mai. 

Sì, ma per confrontare i pensieri occorre averne e la fatica di trovare soluzioni nobilmente politiche è espressione di quello che sembra essere oggi il problema dei problemi, ovvero la mancanza di una filosofia, o meglio, di più filosofie all'altezza dell'urgenza dei tempi. Solo la Filosofia può salvare il mondo. Ma questo è un altro argomento...

domenica 19 novembre 2023

L'unica strada è quella della nonviolenza

Lo sguardo materno è stato impresso nella pietra candida di Aurisina da Edmondo Furlan nel 1917. Il monumento si trova nel cimitero di guerra di Aquileia e l'immagine sembra voler portare sotto uno sguardo di consolazione e misericordia tutto il dolore del mondo.

La violenza individuale si mescola con quella sistemica. Mentre tutta Italia si stringe idealmente intorno alla famiglia di Giulia Cecchettin e si interroga sul suo brutale assassinio, in molte lande del mondo si muore in massa a causa della guerra.

In Ucraina si continua a morire, nell'ormai passato in secondo piano conflitto con la Russia. Ciò che era ovvio fin dall'inizio, cioè che l'unica soluzione possibile fosse quella negoziale, ora continua a essere tale, mentre sull'altare delle rigidità di Putin e Zelen'sky e su quello degli interessi di mezzo mondo, si continua inopinatamente a combattere. Troppe giovani vite, civili e militari, sono soffiate alla storia dalla caparbietà di chi non vuole sedersi attorno a un tavolo e a discutere su tutte le risolvibilissime questioni in gioco.

In Palestina prosegue l'invasione di Gaza da parte di Israele. Tra parentesi, in nome del principio dell'inviolabilità delle frontiere degli Stati, si rischia una terza guerra mondiale per contestare l'intervento russo a difesa delle popolazioni russofone in territorio ucraino, mentre in nome della sicurezza, il medesimo principio non viene preso in considerazione, non si riconosce l'autodeterminazione della Palestina e si sostiene Israele nella sua cruenta avanzata nella martoriatissima striscia di Gaza. Migliaia di donne, uomini e bambini stanno soccombendo, uccisi dalle bombe, dalla fame e dalla mancanza di medicinali. Come voltarsi indietro davanti a questo genocidio? La condanna, senza esitazione, degli attentati di Hamas, compiuti lo scorso 7 ottobre, non può impedire un'altrettanto ferma condanna dell'intervento israeliano in Gaza. La guerra scatenata da Netanyahu ha già provocato un numero di vittime immenso e sta contribuendo a valorizzare la strategia criminale di Hamas. Se il giorno dopo gli attentati, una ventata di vicinanza era soffiata da tutto il mondo in direzione di Gerusalemme, i bombardieri israeliani, le uccisioni di massa, gli ospedali e le scuole colpiti, la cancellazione di ogni parvenza di futuro, hanno immediatamente soffocato ogni simpatia. Ovunque si manifesta contro il governo israeliano, le capitali occidentali tremano per la paura di gesti che potrebbero colpirle al cuore, si chiudono le frontiere, cresce addirittura il veleno terribile dell'antisemitismo. E nella stessa Gaza cresce un odio talmente profondo da far ipotizzare che difficilmente nel prossimo futuro si potranno depotenziare uno cento o mille Hamas.

Era questo il modo di garantire la sicurezza di Israele? O di garantire il rispetto dei diritti in Ucraina e in Russia? Certamente no, la violenza e l'uso sistematico delle armi distruttive non porteranno ad altro che a nuovi più allargate sofferenze e lutti. Gli arsenali atomici sono ancora ovunque, pronti all'uso. Non ci si può cullare nel pensiero che si tratti di problemi lontani, perché tutti - nessuno escluso - siamo costantemente coinvolti. L'unica strategia alternativa al piano inclinato che sempre più velocemente sembra portare verso il baratro, non è quella della ritorsione o del massiccio riarmo. E' quella della diplomazia, del dialogo e della trattativa. E' quella della nonviolenza attiva.