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martedì 18 agosto 2026

Ritorno a Genova, in piazza Giuliani (Alimonda), 25 anni dopo...

E' stato per me emozionante, tornare a Genova 25 anni dopo. Il 20 luglio 2021 è stato uno dei giorni importanti, di quelli che influenzano l'andamento della storia universale. Ed è uno di quei momenti in cui chi c'è stato può dire - con tristezza ma anche con orgoglio - "c'ero anch'io".

Importante è ricordare la settimana precedente l'incontro del G8, organizzato dal governo Berlusconi, con Gianfranco Fini stranamente in cabina di regia delle operazioni di polizia e il poi sparito ministro Ruggiero al dicastero degli esteri. Migliaia di persone, la maggior parte giovani, era accorsa a Genova dall'intera Europa per discutere, insieme a grandi economisti e esperti di politica internazionale (Naomi Klein, Johan Galtung, Serge Latouche, giusto per citare qualche nome), la possibilità concreta di costruire "un altro mondo possibile", alternativo alla visione turbocapitalista degli 8 "grandi".

Era stata una serie di incontri estremamente positivi ed entusiasmanti, l'apertura di credito a una nuova prospettiva di economia e politica con al centro la dignità e il valore di ogni persona e dell'intero creato. Ma evidentemente era troppo per chi si era riunito proprio per programmare il futuro del Pianeta attraverso una sempre più evidente divinizzazine del Capitale. Occorreva soffocare quel germoglio di speranza e di potenzialità e per poter disinnescare l'alternativa occorreva - come sempre accaduto prima e dopo - demonizzarla e colpevolizzarla.

Ecco allora il mio arrivo a Genova, la mattina del 20 luglio 2001. Il giorno prima ero a Roma, per organizzare insieme al prof. Alberto Gasparini, allora direttore dell'ISIG, un grande convegno sulle città divise in Europa. Ero partito molto presto per raggiungere Genova e produrre un servizio giornalistico per Voce Isontina e le testate dicocesane del Nord Est. Da Marassi al tunnel sotto la stazione di Brignole avevo visto decine di cassonetti in fiamme, automobili bruciate, vetrine di negozi infranti. "Sono appena passati tre volte, del tutto indisturbati nelcorso dell'intera mattinata, alcuni personaggi con il volto coperto e hanno messo a ferro e fiamme tutto ciò che incontravano" - mi aveva detto un cittadino terrorizzato, seminascosto dall'uscio della sua casa. Qualche decina di infiltrati aveva consentito di innalzare alle stelle la tensione, giustificando in questo modo l'intervento della polizia, in assetto di guerra, contro il corteo dei partecipanti al grande convegno. Si erano radunati nella zona di piazza Alimonda e da lì si era mosso il primo attacco. Nel parapiglia generale era accaduto l'irreparabile, da una camionetta della polizia era partito il colpo che avrebbe ucciso il giovane Carlo Giuliani. Sulla dinamica dell'incidente si è detto e scritto molto, come sugli eventi successivi dei quali sono stato testimone. Uscito dal tunnel sotto Brignole mi sono trovato tra la testa del corteo e lo schieramento delle"forza dell'ordine". Queste ultime, battendo sinistramennte i manganelli dugli scudi di plexigass, lanciavano una pioggia di lacrimogeni sugli inermi marciatori. L'aria era impregnata di fumo e tuttora, un quarto di secolo dopo, quando il sole splende mi lacrimano gli occhi per le sostanze inalate in quel momento drammatico o forse per il ricordo di qualcosa che mi sembrava e mi sembra tuttora inaudito. Si sa bene cosa sia accaduto dopo, alla caserma Diaz, con un'irruzione spaventosa che ha provocato ferite e umiliazioni degne di un regime militare sudamericano, alla Cile di Pinochet o all'Argentina di Videla, tanto per capirsi. E pensare che chi ha contribuito a quel macello non soltanto non è stato punito, ma addirittura promosso in carriera! 

L'obiettivo era stato raggiunto. un manipolo di provocatori - mai identificati, come sempre accaduto prima e dopo in simili circostanza - ha innalzato la tensione e "giustificato" la violenza di Stato. Il seme di "un altro mondo possibile" è stato ucciso sul nascere e tanto tempo dopo sembra che ancora non sia stata del tutto ritrovata la bussola dell'anticapitalismo nonviolento o della decrescita felice, come si pronosticava con tanta speranza in quell'estate.

Ecco perchè tornare a Genova, in qugli stessi luoghi, mi ha colmato di emozione, di una certa qual nostalgia di un popolo internazionale in cammino verso la pace e la giustizia planetarie, nonché di un desiderio profondo di non dimenticare la morte di Carlo Giuliani, il suo desiderio di una società migliore, il suo essere in tutto un "ragazzo", come ricordato dal cippo al centro della piazza Alimonda. 

lunedì 17 agosto 2026

L'eclissi dell'umano in un'estate difficile

L'eclissi di Sole, pur essendo una meraviglia della Natura, è un po' un simbolo dell'eclissi dell'umano, ma anche dell'attesa spasmodica di un futuro migliore. 

Un'estate decisamente difficile. Il caldo estremo e lo scioglimento dei ghiacciai hanno messo in discussione anche i più scettici negazionisti del cambiamento climatico. Gli incendi in Europa non si contano, con vittime e devastazioni impressionanti. L'ultimo, in casa regionale, sta ancora distruggendo la bellissima montagna Amariana e minaccia gli abitati ai suoi piedi. Ci sono stati alcuni terribili terremoti, in Ecuador, in Colombia, ora in Indonesia. E, oltre a queste sciagure nazionali, gli esseri umani ci mettono del loro, e anche fortemente. Basti pensare all'ormai lunghissima guerra fra Russia e Ucraina, che si trascina nel sostanziale disinteresse generale, ma nel grande dolore di milioni di persone convolte. Basti pensare a Gaza, alla Cisgiordiania, al sud del Libano e a tanti altri Paesi dove la guerra infuria. C'è poi il capitolo migranti, con le impressionanti immagini giunte da Ceuta, l'intensificazione dell'egoismo dell'Occidente opulento, sempre più chiuso nei propri sedicenti "sacri" confini. Anche Gorizia evidenzia il suo tributo, scandalizzandosi, invece di accorrere per aiutare e sostenere le centinaia di richiedenti asilo costrette a dormire all'addiaccio, nei parchi della città, perché la politica non è in grado di dare risposte concrete a persone povere e inermi, che cercano soltanto di poter intraprendere una vita migliore.

Insomma, è abbastanza per auspicare che questa stagione finisca presto e che ci attenda un autunno più aperto ai motivi della speranza e del cambiamento.

giovedì 16 aprile 2026

Donald e Benjamin contro tutto e tutti

 

Sembra quasi che Francesco voglia innalzare il Mondo - in particolare le Gorica che si intravvedono sullo sfondo - verso un cielo di pace. O anche che stia cercando di raccogliere tutto il bene possibile per diffonderlo sulla Terra.

Bisogna dire che c'è proprio bisogno di testimonianze straordinarie come quella di colui che, secondo Dante, ha scelto come propria donna Madonna Povertà.

Il bullo di Washington e il suo degno compare di Gerusalemme credono di poter disporre del Pianeta come a loro pare e piace. Il primo rapisce presidenti, lancia missili sulla testa di coloro che lui definisce nemici, scatena guerre, minaccia cancellazioni di intere civiltà, bombarda scuole e provoca massacri di soldati e di civili. Il secondo, se possibile, è ancora peggio dell'altro: compie l'efferato genocidio di donne, bambini e uomini annientando i palestinesi di Gaza, invade la Cisgiordania sostenendo la prepotenza dei coloni, uccide alla cieca sparando nel gruppo in Libano, generando tragedie indicibili, anche qua bimbi innocenti, povere famiglia alla ricerca di uno sprazzo di sicurezza, politici impegnati nei percorsi di pace, poetesse e letterati capaci di trasmettere bellezza perfino nell'orrore assoluto di una guerra assurda.

Il Trump e il Netanyahu riescono addirittura in un'impresa che sembrava impossibile. Meloni e il suo entourage di scappati di casa sembrano all'improvviso svegliarsi da un lungo torpore. Dopo essersi prostrata fino all'imbarazzo davanti al presidente USA, ora osa dichiarare timidamente di non essere d'accordo con lui. Se le sente per questo come una scolaretta dal sedicente padrone del mondo e si trova costretta a cercare di riparare lo strappo (che peraltro sembra le abbia ridato un po' di fiato nei sondaggi a picco dopo il Referendum).

Ah sì, non è che Meloni abbia criticato il signor (si fa per dire) Donald per i motivi suddetti (bombardamenti a tappeto, scatenamente di conflitti fuori da ogni regola del diritto internazionale, rapimento e/o uccisione di capi di Stato ritenuti non allineati, ecc.), ma soltanto perché - a suo parere - avrebbe un pochettino esagerato nel rivolgere un'osservazione poco rispettosa a papa Leone XIV. Eh sì, toccare il pontefice è sempre pericoloso in fatto di consensi, tanto più in un Paese baciapile come è ancora l'Italia.

Ma cosa ha detto di tanto sconvolgente il buon Prevost, al punto da far infuriare il suo concittadino statunitense? Diciamo la verità, proprio niente di speciale. Ha detto che la guerra è un orrore, che gli interessi egocentrici avvelenano il Mondo, che i Capi delle Nazioni devono lavorare per superare i conflitti e fare la pace. Ovvio che ha ragione, anche se non è né il primo né l'ultimo a dirlo. Se le sente anche lui di santa (è il caso di dirlo!) ragione ma la sua reazione non si fa attendere. O meglio, afferma di non voler rispondere niente altro a Mister Trump, se non ribadire ciò che ha appena detto. 

A questo punto, terminato il viaggio in Africa e ritrovato un ruolo di protagonista morale riconosciuto da una parte consistente dell'umanità, proprio in forza di questa autorevolezza - paradossalmente alquanto rinvigorita dagli strali trumpiani - deve proprio cercare di andare a Gaza, a Beirut, a Teheran, in Cisgiordania e a Gerusalemme. E' vero, può rischiare, dal momento che i suoi interlocutori non sembrano avere nessun rispetto per la vita umana. Ma forse potrebbe dare un'iniezione di grande forza ai milioni di esseri umani che vogliono la Pace e, come dice la Costituzione della Repubblica Italiana, ripudiano la guerra. Insomma, come si scrive spesso oggi richiamando l'articolo 11, IO R1PUD1O.

mercoledì 1 aprile 2026

Si lascino in pace i giovani e ci vadano i vecchi, a morire in guerra...

 

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Perché le guerre vengono sempre decise dai vecchi e combattute dai giovani? Nel XX secolo, non solo in Europa, centinaia di milioni di ragazzi, tra i 17 e i 25 anni, sono stati massacrati. Nelle due guerre mondiali sono state falciate generazioni intere, soprattutto di maschi, inquadrati nelle diverse divise militari. Anche attualmente, si parla addirittura di un milione di persone, appena uscite dall'adolescenza, immolate sull'altare degli squallidi dei della guerra, non Giove o Marte, ma i vari Trump, Netanyahu, Zelensky, Putin e tutti gli altri abitanti di questo immondo Olimpo... Come fermare questa terribile catena di morte che sembra condurre l'umanità sul piano inclinato che potrebbe condurla alla sua stessa estinzione?

Perché non rovesciare le età? Perché non permettere ai giovani di affrontare l'avventura dell'esistenza, senza stroncargliela sul nascere? Perché non spedire sulla prima linea gli ottantenni, i settantenni o anche i sessantenni, che hanno già percorso buona parte del loro cammino esistenziale?

Se fossero i giovani a dover decidere, quando non imbottiti dalle idee malsane dei loro padri e nonni, farebbero capire a tutti quanto sia insensato versare il proprio sangue per un pezzo di stoffa svolazzante, per un signorotto feudale che si arricchisce vendendo i cadaveri dei suoi figli, per una malintesa concezione di dio patria o famiglia. Se fossero loro a decidere, sceglierebbero di sicuro di vivere, non di morire atrocemente e forse farebbero di tutto per non mandare a morire anche coloro che li hanno preceduti.

Si dovrebbe riservare la leva agli anziani, possibilmente dando loro in mano giocattoli di latta, perché la loro crudeltà li potrebbe portare a immaginarsi divini e a seminare scandalosi assassinii, come i porci che andavano a Sarajevo e pagavano per avere l'onore di sparare da lontano a donne, uomini e bambini inermi. Mandare alla guerra i vecchi e salvare la vita dei giovani, cancellare dalla storia le armi e sostituirle con giochi di pace, credere nell'utopia della nonviolenza e sperare contro ogni speranza.

Dietrich Bonhoeffer, consapevole del pericolo rappresentato da Hitler per l'intera umanità, pur essendo un convinto pacifista nonviolento, si domandava con quale mezzo si potesse fermare il dittatore nazista. la sua scelta, maturata in una coscienza dilaniata dal dubbio, fu quella di partecipare al fallito attentato del 1944 e pagò con la morte a Flossenburg la sua decisione. Oggi, di fronte ai deliri di onnipotenza di Trump, alla pena di morte "etnica" comminata da Israele ai palestinesi, alla radicale incapacità e mancanza di volontà dell'Europa di una mediazione efficace, alle stragi che si verificano ovunque, come scuotersi da una venefica rassegnazione? Non è forse lecito porsi gli stessi dubbi del grande pastore, autore di "Resistenza e resa", uno dei più importanti testi, "obbligatori", dell'intera letteratura del Novecento?

sabato 14 marzo 2026

Via crucis, via pacis a Pordenone

 

Si tiene oggi l'annuale "via crucis" nel pordenonese, con inizio nel Duomo e conclusione nella chiesa di san Giorgio a Pordenone. E' un importante momento di riflessione e di azione contro la guerra, in un momento nel quale la follia e la cattiveria umana sembrano aver demolito ogni argine alla violenza e all'avidità. Ecco un breve pensiero, scritto per l'occasione:

Ci sono molte viae crucis. C’è quella dei ladri crocifissi sul Golghotà e c’è quella dei piccoli innocenti di Betlemme uccisi da Erode mentre il Bambino, Maria e Giuseppe li lasciavano soli nella loro disperazione. C’è quella delle vittime, uccise sull’altare di una violenza inaudita e c’è quella degli aguzzini, nazisti o fascisti che hanno pagato con il sangue la loro precedente connivenza con il Potere. C’è la via crucis degli israeliani colpiti dagli attentati e quella di decine di migliaia di Palestinesi, vilipesi fin nei più elementari diritti alla vita. C’è poi – ciascuno ha la sua – la via crucis di ognuno di noi, nell’inquietudine del vivere in un mondo che sembra avviato verso la catastrofe.

Cosa caratterizza allora “questa” via crucis, rispetto a tutte le altre? Non tanto il fatto che Gesù di Nazareth sia accusato, colpito, torturato e poi crocifisso. Ci sono tanti che hanno sofferto le stesse azioni e forse anche per tempi più lunghi e con strumenti di supplizio più sofisticati.

Questa via crucis è diversa dalle altre perché si propone esplicitamente come via pacis. Perché accetta l’assoluto paradosso di una sofferenza inaudita che non fonda un nuovo Stato o un nuovo sistema sociale, ma la possibilità che l’essere umano esca dal tempo delle caverne e si trasformi in homo planetarius. In questo senso la via crucis è da contemplare, ma anche da imitare. Accettando la provocazione dentro la vita di ognuno di noi e dilatandola nell’inevitabile passaggio dall’etica individuale alla politica internazionale.

Come concretamente contemplare il cammino di Gesù verso il Calvario senza essere soffocati dalla disperazione e dalla percezione del fallimento (che è la grande tentazione dei discepoli, in contrasto con l’ineffabile speranza delle donne)? Non si tratta di immaginare un happy end o l’intervento del Deus ex machina. La risurrezione è un fatto che trascende talmente tanto la nostra povera e limitata ragione, da essere lontana da ogni possibile strumentalizzazione. E’ la certezza che la promessa insita nel dono radicale della vita, si può avverare. Attraverso la croce di Gesù – ma anche attraverso la mia croce, se la porto con Lui – la Vita vince la Morte, il perdono trionfa sulla vendetta, la nonviolenza si dimostra la strada della pace.

Concretamente abbiamo un vademecum che ci permette di immaginare un altro mondo possibile e di cominciare a costruirlo, pezzetto dopo pezzetto. Siamo come pietruzze di un immenso mosaico, quello dei Viventi. E senza ogni pietruzza, il mosaico della pace non può essere lo stesso. La legge della via crucis esistenziale è quella delle Beatitudini. Non occorre commentarle, basta semplicemente leggerle, soprattutto quelle di Luca che in modo assai significativo contrappone i “Felici” – tutti quelli che il mondo ritiene infelici o addirittura stupidi – ai “Guai” preannunciati a chi persegue i disvalori della ricchezza, della violenza e del potere.

Sarebbe semplice attualizzare tutto questo, puntando il dito sui vari Cesari che uccidono (alcuni hanno anche il fisique du role!), Ponzi Pilati che si lavano le mani, Caifi che benedicono le armi in nomine Domini, ecc. Ma forse non sarebbe altro che un flatus vocis da talk show, un’overdose di parole condivise che alla lunga diventano stucchevoli e inascoltabili.

Sarebbe meglio portare la domanda su di noi, su ciascuno di noi: crediamo davvero fino in fondo che la nostra felicità consiste nell’essere poveri di spirito (ma anche poveri proprio!), piangenti, miti, puri di cuore, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati per causa della giustizia, insultati da tutti? Se lo crediamo – ci dice il Vangelo – vedremo Dio, cioè l’Umanità rinnovata nella dimensione della vera e autentica Pace. Se crediamo che lo debbano fare gli altri, non avremo la gioia di ricevere per primi – come le donne nel mattino di Pasqua – l’inestimabile annuncio della Risurrezione. 

E forse, metaforicamente parlando, giungerà il tempo in cui il leone pascolerà con l’agnello, le lance si trasformeranno in falci e il bambino si trastullerà giocando nella tana di serpenti.

sabato 28 febbraio 2026

Ancora guerra...! La vacca, la capretta, la pecora e il leone

 

Ancora guerra...! Tristezza infinita. Si ha l'impressione di essere del tutto impotenti, davanti a ciò che sta accadendo. Una masnada di governanti avidi, imbecilli e disumani sembra aver preso in mano le sorti del Mondo. 

Non che le cose andassero granché bene, dalla seconda guerra mondiale a oggi decine di conflitti hanno seminato milioni di morti in tutti i Continenti. Tuttavia non si aveva mai la piena sensazione di essere sull'orlo di una catastrofe planetaria, quanto in questo periodo. In ogni caso c'erano sprazzi di arcobaleno, folle che scendevano in massa sulle strade, personaggi della politica disposti a rischiare la strada del dialogo, anche in momenti di estrema delicatezza, caratterizzati dalla paura della catastrofe nucleare. Abbiamo assistito - sia pur con l'animo trepidante e in mezzo a sibili di bombe e sirene inquietanti - a dialoghi ritenuti impossibili, a rovesciamenti di sistemi totalitari, alla sottoscrizione di trattati contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa, perfino alla fiducia nelle potenzialità dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. Soprattutto abbiamo avuto la sensazione di contare qualcosa. Qualcosa, senz'altro non molto. Ma sembrava che la discesa in piazza, la petizione popolare, il sacrificio personale potessero avere una qualche sia pur minima rilevanza, nelle decisioni dei governanti del Pianeta. Si pensava che - sia pur molto da migliorare - la democrazia avesse un senso, che la sovranità appartenesse davvero alle cittadine e ai cittadini del mondo, che attraverso il voto si potesse in qualche modo orientare le scelte da una parte o da un'altra.

Questa è la novità più preoccupante e triste del momento, la percezione dell'estrema debolezza della democrazia. Anzi, serpeggia la triste constatazione che l'attuale situazione non sia dovuta soltanto all'incoscienza o meglio al dispotismo avido e squallido di alcune élite, ma anche - e forse soprattutto - alla responsabilità di ogni elettore. Trump, Netanyahu, Von der Leyen, Orban, Meloni, come pure Macron, Zelensky, Putin e molti altri, non si sono installati da soli nelle stanze del Potere, ci sono arrivati perché l'internazionale degli interessi finanziari (leggi turbocapitalismo) sembra aver vinto sull'Internazionale dei popoli e delle persone (leggi autentico socialismo). In questo modo la dea Propaganda,  accompagnata dalla sorella Sicurezza, è riuscita a convincere metà degli elettori ad andare a scrivere una x fatale sui nomi degli attuali padroni del mondo e a costringere l'altra metà a una silenziosa, rassegnata o preoccupata ritirata.

Al fondo di tutto ciò rimane la questione delle questioni. La fine del Medioevo - propugnata dai filosofi dal cogito cartesiano, ma giunta a matura consapevolezza a livello generale solo negli ultimi decenni - ha privato di fatto l'essere umano di punti di riferimento. Se l'oggettività dell'unica verità e di un unico criterio di bontà e bellezza - nel bene e nel male - aveva dato forza al sistema liberticida dell'assolutismo religioso, la rivalutazione della soggettività - nel bene e nel male - ha di fatto sconvolto ogni possibilità di individuare un criterio condiviso. E sulla base di questo, ciascuno ritiene non solo di avere la "sua" ragione, ma anche - nel momento in cui ne abbia i mezzi - di doverla imporre sull'unica squallida base dell'essere militarmente più forte. Fedro (I sec. d.C.), probabilmente traducendo Esopo (VII-VI sec. a.C.), sintetizzava tutto ciò in modo semplice ed efficace:

Una mucca, una capra, una pecora e un leone decisero di mettersi in società per procurarsi da mangiare. Dopo aver catturato la loro prima preda, un bel cervo, il leone disse: “bene io mangerò la prima parte perché sono il leone”. La mucca, la capra e la pecora, così, andarono a prendersi la seconda parte ma il leone, che aveva già finito di mangiare la sua parte, si avventò anche su questa e disse: “Io sono il leone e sono più forte di voi quindi la seconda parte spetta a me”. E non appena ebbe pronunciato queste parole, aggiunse: “Visto che valgo più di voi mi spetta anche la terza parte!”. Allora la mucca, la capra e la pecora si avvicinarono alla quarta e ultima parte, ma proprio quando stavano per cominciare a mangiare arrivò il leone che aveva già finito anche la terza parte e disse loro: “Chi proverà a mangiare la quarta parte dovrà vedersela con me”. Si porto via così tutta la preda e lascio gli altri tre animali a pancia vuota. 

La questione delle questioni è dunque filosofica. Sì, sento già la protesta di molti - con i tempi che corrono, non c'è tempo per filosofeggiare. Ma se non risolviamo il conflitto tra medioevo e ultramodernità, tra oggettivismo e soggettivismo, non potremo dare fondamento alla nascita dell'homo planetarius, l'unico che potrebbe salvare il destino apparentemente suicida dell'homo sapiens. Altrimenti, anche ammesso e non concesso che sia ancora possibile sovvertire l'attuale quadro, non si potrebbe fare molto di più che sostituire un sistema oppressivo con un altro. Occorre trovare il tempo e lo spazio dove costruire un ponte, all'incrocio tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Meridione, dove individuare un progetto comune, sul quale edificare - ciascuno, nessuno escluso, con la propria tesserina - l'immenso meraviglioso mosaico della Vita sulla terra... sperando che non sia già troppo tardi. 

lunedì 3 novembre 2025

4 Novembre: onore al "disertore ignoto"!

 

Il 4 Novembre ricorda una vittoria mutilata. Ciò non perché, come diceva il guerrafondaio D'Annunzio, all'Italia non era stato dato ciò che era stato promesso. Ma perché da quella cosiddetta vittoria non è scaturito altro che ulteriore violenza, devastazione e ogni sorta di male. 

Eppure si celebra ancora la "festa della vittoria e delle forze armate", pur riconoscendo, quasi unanimemente, l'inutilità dell'enorme sacrificio di un'intera generazione di giovani. A essi, e soprattutto alle centinaia di migliaia di civili che hanno perso la vita nella prima guerra mondiale, va il pensiero mesto di questi giorni. Sono stati costretti a raggiungere i ripari precari, a gettarsi all'assalto alla baionetta, a farsi mitragliare sui fili spinati impossibili da tagliare con cesoie arrugginite, a morire con in bocca l'ultima maledizione a una guerra assurda e a chi l'ha voluta. Meritano tutti, indipendentemente dalla divisa, un umano ricordo. Invece non possono che essere condannate le scelte e le decisioni dei politici che hanno trascinato l'Europa e il Mondo nel conflitto, i generali che hanno ideato la crudele, disumana e terribile strategia che ha provocato quella che papa Benedetto XV aveva definito "orrenda carneficina", coloro che hanno trasformato la fine della guerra nell'anticamera della dittatura fascista. 

Ma c'è una figura di soldato che non viene mai onorata. E ciò è molto strano, dal momento che in tempo di pace essa dovrebbe essere in assoluto la più degna di memoria. E' quella di colui che un tempo veniva chiamato con un certo disprezzo "disertore". Oggi quel nome deve essere totalmente rivalutato. Riguarda coloro che hanno deciso di rifiutarsi di combattere, di uscire dalla fossa per uccidere e farsi uccidere, di avviarsi ubbidienti come pecore al macello. Addirittura sono stati tacciati di viltà, proprio essi che pur di non ammazzare altri giovani uguali a loro, preferivano andare incontro a morte certa, fucilati dai carabinieri nelle retrovie del fronte. Non se ne parla molto, ma il loro numero era molto elevato, decine di migliaia di uccisi dal cosiddetto "fuoco amico" di chi doveva ottemperare ai terribili ordini. Di pochi si conosce il nome, un numero considerevole è scomparso dalla storia così, senza una corona, senza il riconoscimento del sacrificio supremo, quello di chi preferisce perdere la propria vita piuttosto che toglierla ad altri esseri umani.

In questo 4 novembre 2025 onoriamo questi "disertori" della prima guerra mondiale, quelli che hanno combattuto contro la morte rifiutandosi di imbracciare le armi. In un momento nel quale sembra che la voce della armi torni a essere riconosciuta come un'opzione possibile nei contesti di crisi internazionale, prendiamo esempio da questi autentici profeti della nonviolenza. Anche se non si ricordano le "madri" che hanno perso in questo modo i loro figli, i loro nomi sono scolpiti nell'alto del cielo degli operatori di pace. Non esiste ancora un monumento "al disertore ignoto", neppure uno dedicato a quelli di cui si conosce il nome. Forse è giunto il momento di costruirlo!

giovedì 18 settembre 2025

Un orrore senza fine. Prevost vada a Gaza!

 

Sulla realtà di Gaza non si ha più neppure la forza di esprimersi, eppure non si può e non si deve tacere. La situazione è precipitata negli ultimi giorni. Dalle immagini, ma anche dalle stesse dichiarazioni dell'esercito occupante, sembra che non sia rimasta in piedi neppure una casa. I morti si contano ormai a centinaia di migliaia e le infinite colonne di profughi che fuggono, verso non si sa dove, riempiono il cuore di un'amarezza sconfinata. I ministri israeliani dichiarano l'estremo cinismo, invitando le agenzie immobiliari nella "miniera d'oro" della futura ricostruzione. Le reazioni di fronte a tanto gigantesco orrore non mancano, ma non riescono a trovare lo spazio per incidere realmente. Anche manifestazioni significative come il blocco delle tappe alla Vuelta di Spagna, i cortei e i sit-in di solidarietà e la stessa "flotilla" in navigazione verso il blocco navale di Gaza, sembrano interessare i più per qualche frammento di tempo, poi tutto viene risucchiato nelle armi di distrazione di massa che copiosamente vengono riversate su cittadine e cittadini del cosiddetto occidente. Gli scenari più cupi si stanno realizzando e la parola genocidio è stata ormai smarcata anche dagli organismi internazionali. Da tutti? No, a sorpresa esprime perplessità una delle più influenti agenzie planetarie, la Santa Sede che, abbandonate ormai le suggestioni di Francesco, sembra aver ritrovato l'arte della prudenza "democristiana": invece di preparare le valigie e di imporre, costi quel che costi, la sua presenza pacificante sul terreno, Prevost si trincera dietro al vocabolario, nel più classico colpo al cerchio e colpo alla botte. Ecco qualche spunto da una delle sue prime interviste (la citazione è tratta da Il Sole 24 ore online del 18.09.2025):

 «La parola genocidio viene usata sempre più spesso. Ufficialmente, la Santa Sede non ritiene che si possa fare alcuna dichiarazione in merito in questo momento». Lo dice il Papa nel libro-intervista che esce oggi in Perù (Penguin), a firma di Elise Ann Allen. «Esiste una definizione molto tecnica di cosa potrebbe essere il genocidio, ma sempre più persone sollevano la questione, tra cui due gruppi per i diritti umani in Israele che hanno rilasciato questa dichiarazione», ha aggiunto Papa Leone. Sulla situazione a Gaza, Israele non risponde neanche agli appelli degli Stati Uniti, dice il Papa nel libro. «Anche con una certa pressione, non so quanto grande sia stata dietro le quinte, ma anche dagli Stati Uniti, che sono ovviamente la terza parte più importante che può esercitare pressioni su Israele. Nonostante alcune dichiarazioni molto chiare del governo degli Stati Uniti, recentemente del presidente Trump, non c’è stata una risposta chiara in termini di ricerca di modi efficaci per alleviare le sofferenze della popolazione, degli innocenti di Gaza», dice il Papa, «e questo è ovviamente motivo di grande preoccupazione». 

domenica 27 luglio 2025

Stasera a Gorizia, davanti al municipio, alle 21.45!

 

Questa sera, per chi si trova a Gorizia, ci sarà la possibilità di partecipare insieme a questa "diserzione del silenzio". Alle 21.45 ci si troverà davanti al Municipio e, portando ciascuno qualche strumento per fare rumore, "disturberemo" le nostre e altrui coscienze.

La situazione di Gaza ha superato ogni limite e il dolore per ciò che sta accadendo è immenso. Ci sono i quotidiani bombardamenti, decine di migliaia di morti, tra essi tantissimi bambini. Si aggrava di giorno in giorno la catastrofe umanitaria, un disastro dentro il disastro, con il rischio concreto che il genocidio non sia perpetrato solo attraverso le armi, ma anche con la fame. Sono impediti gli ingressi dei convogli con generi alimentari e di prima necessità, è vietato, pena il rischio di essere uccisi, perfino l'avvicinamento al mare di Gaza. Come è possibile tacere di fronte a una simile spaventosa situazione.

In effetti, non tutti tacciono. Ci sono manifestazioni di massa un po' ovunque nel mondo, coraggiosi parlamentari europei e anche italiani prendono posizioni molto chiare e dure, alcuni Stati compiono passi concreti per il riconoscimento dello Stato di Palestina e propongono concretamente boicottaggi nei confronti delle attività militari e industriali israeliane. Ma per il momento non sembra che tutto questo sortisca alcun effetto, come pure i frequenti appelli di Papa Leone, troppo spesso formali. Perché non provare a chiedere un visto per Gaza, con contestuale interruzione almeno momentanea degli attacchi, per chiedere dalla martoriatissima Striscia la fine dei bombardamenti, la riapertura delle vie umanitarie e anche la restituzione degli ostaggi israeliani? E' vero che spetterebbe ai Politici il compito di affrontare e risolvere le questioni, ma un intervento del Vescovo di Roma - piaccia o non piaccia - avrebbe un'autorevolezza e troverebbe un riscontro mediatico che nessun altro - neppure centomila persone che marciano insieme - potrebbe ricevere. Inoltre, se come probabile, tale visto fosse rifiutato, metterebbe in evidenza ulteriormente l'isolamento sempre più marcato di Netanyahu, costringendo perfino il suo amico Trump a posizioni più critiche.

Per il momento, molto altro non sembra si possa fare, se non alzando la voce e disertando il silenzio, come stasera a Gorizia, in Italia, in Europa e altrove. Ricordando, con i massacri di Gaza, anche quelli di altre parti del mondo, per esempio quelli che si svolgono quotidianamente in Sudan, come documentato da Irene Panozzo nel suo assai interessante articolo sull'ultimo numero di Isonzo Soča. Quanti esseri umani, quanti bambini, muoiono a causa della crudeltà e dell'avidità umana! E per la sorte di molti di loro non ci sono neppure un pensiero, una memoria, una fitta di dolore che attraversino l'anima....

domenica 11 maggio 2025

Gorici, le/la capitale europea della Pace? Sì, ma come?

 

Mettete dei fiori nei vostri cannoni! Cantavano i Giganti nei gloriosi anni '60. 

Ma come rendere concreta la parola "pace"? Come far sì che "la pace sia con voi" non sia molto più che un saluto all'inizio di una celebrazione?

E' difficile dare risposta a queste domande, ma una realtà concreta da proporre c'è, eccome!

Nova Gorica con Gorizia capitale europea della Cultura. Lo si è detto molte volte, ma dal punto di vista pratico, al di là di qualche pur importante marcia e di un assai interessante convegno, non si è ancora manifestato tutto il potenziale di pace insito nella scelta di nominare punto di riferimento per l'intera Europa una terra straordinaria. Dove la diversità è stata osteggiata e vilipesa, dove è scorso tanto sangue a causa del nazionalismo e del razzismo, ora si vuole porre uno strabiliante segno di come invece essere insieme, uniti nella valorizzazione delle differenza, sia la condizione per generare cultura, arte, accoglienza, autentica umanità.

Ma occorre un ulteriore salto di qualità. Questa/e città senza più barriere deve diventare il luogo in cui decine di migliaia di persone, soprattutto giovani, vengono da ogni parte per gridare il loro no alla guerra, al genocidio di Gaza e a tutti i genocidi, all'assurdo riarmo che sembra una priorità di un'Unione in crisi... Deve diventare il posto ideale per avviare le trattative tra rappresentanti di  popoli in guerra. I sindaci, il gect, GO2025 possono invitare le delegazioni di Ucraina e di Russia, dare la cittadinanza onoraria ai Palestinesi senza Patria, porre grandi segni politici capaci di far saltare sulle sedie i padroni del vapore?

E' da cogliere questa incredibile occasione. Gorici (=le due Gorizia) capitali europee e mondiali della pace. Sono solo parole o ci si può muovere davvero in questo senso? Ma non solo con incontri e convegni per gli addetti ai lavori, ma con un grande investimento per aiutare ogni cittadina e cittadino a essere pienamente consapevole della responsabilità che lo investe, di essere, nel suo piccolo, enorme costruttore di pace nel mondo. 

Basta con le parole, è ora di diventare operativi. Ben vengano concerti e conferenze, ci siano manifestazioni di ogni tipo, con un immenso grazie a chi organizza e promuove. Ma per costruire la dvojna (doppia) città della pace occorre un ulteriore soprassalto di creatività, di idee e di impegno.

domenica 13 aprile 2025

La domenica delle Palme, tra "osanna" di pace e "crocifiggi" di guerra

 

Monumento a Filippo Corridoni, particolare
L'ulivo e la quercia, i simboli della pace e della forza, ricordano molto gli avvenimenti celebrati nella domenica delle Palme.

Secondo i vangeli, Gesù entra trionfalmente in Gerusalemme, acclamato dagli osanna di una folla entusiasta che agita palme e ulivi e stende mantelli sotto gli zoccoli dell'asino da lui cavalcato. Bastano pochi giorni e gli osanna si trasformano nell'urlo "crocifiggilo", il Maestro è impallinato dai sacerdoti, condannato da Pilato e massacrato dalla stessa folla informe che vuole la sua morte.

Quanto rapidamente cambiano gli umori della gente! I milioni di fascisti del 10 giugno 1940 si trasformano in convinti antifascisti il 25 luglio 1943. Dei 150 milioni che nel mondo, il 15 febbraio 2003, hanno sfilato contro la guerra in Iraq ora una buona parte si schiera a favore del riarmo dell'Unione europea, ovviamente - ci mancherebbe altro - in funzione della difesa delle diverse patrie.

Nel giorno dell'innalzamento e del quasi contemporaneo abbassamento di Gesù, mentre nelle chiese ovunque si ripete il rito e si agitano con gioia i rami d'ulivo, le bombe seminano morte a Gaza e in Ucraina, le ghiande cadono dalla quercia, l'ulivo appassisce e la pace sembra veramente molto lontana.

Sembra di essere ancora all'epoca delle caverne, la propria grotta deve essere a ogni costo difesa, costi quel che costi. Poi è il clan a lottare contro l'altro clan, le tribù della Terra si scontrano per conquistare nuovi pascoli, chi è con noi è con noi, chi è contro di noi è contro di noi. Arrivano i popoli, ciascuno crede di essere l'unico e prevale la legge del più forte, pogrom, massacri, genocidi, non hai la mia fede, non sei degno di vivere. E poi le Nazioni che credono di essere più forti e coraggiose delle altre, si sentono più importanti dell'Umanità in quanto tale. C'è sempre bisogno di qualche aggettivo - italiano, tedesco, brasiliano, pakistano, ivoriano... - per far dimenticare che prima di esso c'è sempre la fraternità universale. E ci si scanna, perché la mia Nazione merita di vivere più della tua, perché io sono nato ricco e tu - magari mi dispiace anche per te - sei nato povero e devi restare là da dove vieni. 

Oggi l'irrazionalità è ancora maggiore. Tutti sanno che la guerra arricchisce pochi produttori d'armi e capitalisti senza scrupoli. Tutti lo sanno, ma i più fanno finta di credere ancora alle favole del "mio" Dio, della "mia" Patria e della "mia" famiglia. I primi si sfregano le mani dalla felicità, vedendo il fiume di incassi ingrossarsi ogni giorno di sangue e di denaro. Gli altri chinano la testa e vanno al macello, chiedendosi quanto meno possibile il perché. E l'irrazionalità è ancora maggiore, perché gli strumenti della guerra non sono più clave, lance o rudimentali fucili, bensì armi di distruzione di massa che potrebbero cancellare dal Pianeta ogni forma vivente. Eccetto naturalmente i padroni del vapore che attenderanno nelle segrete stanze dei loro rifugi antiatomici la fine del pericolo delle radiazioni per godersi - i figli dei loro figli - i beni accumulati nell'Oceano della Solitudine.

Insomma, per uscire dalla preistoria occorre superare gli stereotipi della "guerra c'è sempre stata e sempre ci sarà" oppure del funesto "si vis pacem para bellum". L'umanità del XXI secolo saprà scendere dagli alberi e utilizzare l'intelligenza per costruire e non per distruggere, per amare invece che odiare? E i sedicenti discepoli di Gesù - tantissimi - che affollano le chiese e gridano il loro osanna in questo giorno delle Palme, domani saranno con Lui dalla parte dell'intero genere umano o saranno i primi a gridare con convinzione il loro "crocifiggi!"? Cosa grideranno ai Ponzio Pilato, ai Caifa, ai Cesare Augusto del nostro tempo e di ogni tempo?

martedì 11 marzo 2025

La ragione dell'altro: un convegno internazionale sulla pace a Nova Gorica e Gorizia?

Nelle sue "Lettere dalla guerra", Tiziano Terzani scriveva che per fermare un conflitto fosse necessario conoscere le "ragioni" dei contendenti.

Sì, perché ogni guerra porta con sé delle motivazioni. Naturalmente ogni belligerante ritiene che le proprie siano le uniche e che quelle dell'altro debbano essere necessariamente talmente sbagliate da rendere necessario un intervento armato.

In altre parole, una delle cause dello scoppiare di una guerra è ritenere che da una parte ci sia la "Ragione" (con la R maiuscola) e dall'altra il "Torto" (con la T maiuscola). Soltanto approfondendo - senza condividere - i due (o più) punti di vista, si svela l'assurdità di voler risolvere le questioni con l'uso delle armi e si comprende come le vere questioni che stanno alla base di uno scontro non solo quelle dichiarate per creare consenso, bensì i traffici occulti che devono essere smascherati.

Ciò vale anche per il dibattito in corso in Italia e in Europa sul possibile riarmo (o difesa, che dir si voglia, anche se effettivamente non si è capito del tutto da chi o da che cosa). La semplificazione sta nel dividere i buoni dai cattivi: da una parte ci sarebbero i guerrafondai che non vedono l'ora di scatenare l'inferno, dall'altra i pacifisti che ingenuamente credono di fermare i carrarmati e i bombardieri mettendo dei fiori nei loro cannoni.

La questione non è così semplice. E' vero che tanta gente, imbevuta di pseudoverità ampiamente diffuse dai media di potere, sta pericolosamente progredendo nell'accettazione della guerra come unica possibilità di risolvere le varie controversie attualmente in atto. Ed è vero anche che un pacifismo "senza se e senza ma" è contraddetto dall'analisi di alcune situazioni limite che in passato - e forse nel presente - hanno giustificato il doloroso uso della violenza, senza la quale difficilmente sarebbero stati estirpati il fascismo e il nazismo.

E quindi? Quindi, in un momento così difficile è con urgenza necessario dare spazio al dialogo e alla riflessione. Occorre uscire dalla logica radicalmente bipolare che crea lo schema europeista = guerrafondaio contro pacifista = putiniano. Proprio facendo lo sforzo di uscire per un istante dalle proprie "ragioni" per capire quelle dell'altro, si può forse iniziare ad attuare nella per ora comoda realtà di non belligeranza lo stesso metodo che si vorrebbe in quella dove la terra brucia. Tale sforzo non significa rinunciare al proprio punto di vista, al contrario rafforzarlo attraverso l'ascolto e la discussione con quello apparentemente opposto.

La manifestazione pro Europa del 15 marzo rischia per questo di essere un divisivo inno alla "sia pur triste" (così si dice) necessità del riarmo, così come le incertezze all'interno del pd sembrano più un'incapacità di definire una posizione rispetto a un tema fondamentale per il futuro stesso del Pianeta che l'espressione di un autentico pluralismo di opinioni.

Che fare allora? Da una parte occorre ribadire, con sempre più approfondite argomentazioni, la propria visione, dall'altra è indispensabile creare luoghi di confronto democratico tra le diverse "ragioni". Perché non proporre, in ambito EPK, un dibattito del genere? Nova Gorica e Gorizia, giustamente decantate come un nuovo modo di condividere le diversità, non potrebbero essere la sede di un confronto serrato su questi temi. Si è su un importante palco internazionale: perché non approfittarne per chiamare filosofi, storici, politici di livello planetario che possano aiutare a realizzare un messaggio decisivo? In altre parole, perché non organizzare proprio nelle due Gorica un'assemblea, una sorta di convegno internazionale sulla pace in Europa e nel Mondo che, procedendo dalla conoscenza della ragione dell'altro, possa portare un decisivo contributo al superamento del pericoloso stallo attuale? Stallo di chi vuole in diversi modi la pace, mentre i veri guerrafondai, quelli sì, sono purtroppo in rapidissimo movimento...

sabato 1 marzo 2025

Verso la fine della guerra In Ucraina?

 

Nell'effimero mondo delle news a effetto, questo sabato ha visto sparire dall'orizzonte il genocidio di Gaza e le pulizie etniche perpetuate da Israele in Cisgiordania, la paura dei dazi astronomici, le manifestazioni di piazza promosse dai giovani in Serbia, in Grecia e altrove (peraltro in generale già quasi del tutto oscurate dai media italici), la salute di papa Francesco...

Di cosa tutti parliamo, schierandoci radicalmente divisi, con posizioni dirompenti che attraversano gli schieramenti di destra e di sinistra?

Di una rude chiacchierata che ha visto confrontarsi due guitti, Zelensky da una parte e Trump dall'altra. Premetto tutta la possibile profonda preoccupazione e antipatia nei confronti del neopresidente americano e l'orrore per le sue posizioni relative al futuro del Medio Oriente e più in generale del mondo. Tuttavia, in questo specifico contesto, nel quale i signori del mondo discutono fra loro come se si trovassero in un reality show, c'è anche da sottolineare qualche nuovo elemento, non si sa bene se foriero di speranza o di angoscia.

Lo scontro è avvenuto intorno alla guerra in Ucraina. Una parte dello stupore deriva dalla trasparenza con la quale Trump ha fatto capire all'interlocutore che la questione è basata esclusivamente sulla tutela degli interessi economici e strategici delle parti. Non c'è più bisogno di mascherare il tutto con richiami all'autodeterminazione delle nazioni o al (purtroppo mai esistito) diritto internazionale. Qui si tratta di vedere, parafrasando il passaggio più impressionante dello scontro, chi ha le carte e chi non le ha. E chi non le ha, non può fare altro che prenderne atto e cercare un cessate il fuoco, prodromo di un accordo che sia il meno penalizzante possibile. Per di più deve tenere conto di tutti gli europei, interessati a fare affari quanto gli americani. Anche essi, dopo aver dilapidato le proprie sostanze per il superstar ucraino, passeranno alla cassa pretendendo anch'essi la restituzione. 

Si capisce la rabbia di coloro che hanno voluto sostenere Zelensky in tutti questi ultimi tre anni, di chi ha voluto che fossero investiti miliardi di dollari e di euro per rendere cronica una guerra che più inutile strage e orrenda carneficina di così non avrebbe potuto essere. Ora arrivano l'emblema del male planetario, il rozzo tycoon  e il suo vice a suggerire niente di più e niente di meno di ciò che hanno detto - essi sì per motivi prioritariamente etici - papa Francesco e gli assertori di un percorso alternativo, fin dal giorno successivo all'intervento russo in Ucraina: l'unica strada possibile per la risoluzione del conflitto erano e continuano a essere la diplomazia e il negoziato. 

Il problema è lo stesso di tre anni fa. Si vuole che questa guerra prosegua all'infinito, senza un'apparente possibilità di conclusione, una voragine che inghiotte ogni giorno centinaia di poveri ragazzi inviati al fronte senza sapere bene perché? Oppure si spera che questa carneficina possa finire, magari grazie all'intervento di un Trump qualsiasi - in altri ambiti iperguerrafondaio - in grado di convincere Zelensky, con la chiusura del rubinetto dei dollari e delle armi, a concordare un immediato cessate il fuoco e a sedersi sul tavolo della diplomazia? Ma in grado di convincere anche il cinico, altrettanto macellaio zar Putin, a sedersi intorno allo stesso tavolo per ridiscutere le proprie mire sulle regioni orientali dell'Ucraina?

Ci si stracci le vesti quanto si vuole, ma le posizioni degli uni e degli altri, stanno tutte nella risposta a questa drammatica domanda. 

sabato 28 dicembre 2024

L'assurdità della guerra in una pittura parietale sotto il Krn

 

Questa semplice pittura parietale è stata realizzata tra il mese di giugno 1915 e il novembre 1917. E' raffigurata una Pietà, con uno sfondo celeste, nel quale rilucono le stelle, forse la luna e in alto il sole. E' meno celebre di quella di Michelangelo, ma non suscita minore emozione, in quanto l'ignoto pittore è stato un soldato italiano che ha voluto decorare la chiesetta dedicata alla Consolatrice degli afflitti, sulle pendici del Monte Krn, in un sito che richiede un paio di ore di cammino per potervi arrivare.

La cappella ospitava i soldati che si ritrovavano a pregare, guidati da cappellani militari giovani quanto loro, che li confortavano con sagge e prudenti parole e benedivano le loro armi, sperando che fossero efficaci e che i militi non cadessero sotto i piombo degli avversari.

A pochi chilometri da questo luogo, nel quale il pensiero struggente va a una generazione falciata dalle decisioni di pochi politici inamidati e dalle strategie di generali incoscienti, c'è un'altra chiesa suggestiva, quella di Javorca. Essa è più nota, addirittura è segnalata come patrimonio culturale europeo. E' stata edificata durante la prima guerra mondiale dai combattenti sotto l'esercito austro-ungarico. In essa si ritrovavano a pregare guidati da cappellani militari giovani quanto loro, che li confortavano con sagge e prudenti parole e benedivano le loro armi, sperando che fossero efficaci e che i militi non cadessero sotto i piombo degli avversari.

Insomma, cattolici contro cattolici, benedizioni richieste allo stesso Dio, invocazioni di preti della stessa confessione affinché gli uni si potessero salvare a discapito degli altri.

Pochi punti del nostro territorio di confine raccontano in modo più forte l'assurdità dell'inutile strage. Questi sprazzi di bellezza, quasi macchie di colore nell'oscurità della tragedia assoluta, sembrano celare infiniti tesori nascosti, gli ultimi istanti di umanità prima della brutalità dell'assalto, il pensiero mesto alle proprie famiglie e al tradimento di una vita stroncata all'alba del suo realizzarsi. Parlano dell'orrore degli amici fatti a pezzi, del sangue e del terrore, ma anche della forza e del coraggio, spesso del rifiuto di uscire dalla trincea, magari confidato segretamente al proprio Dio prima di essere falciati dalle raffiche dei carabinieri delegati a uccidere quelli che a quel tempo chiamavano i "disertori".

Oh, se queste due chiesette potessero parlare, gridare all'Europa e al Mondo l'ingiustizia della guerra, della fame, della persecuzione! Se potessero arrivare a suggerire al cuore di chi ancora crede che le armi possano risolvere i conflitti del mondo, di chi massacra senza pietà gli innocenti di ogni tempo per garantirsi una presunta sicurezza presente e futura! Se potessero svelare i segreti gelosamente custoditi, le ultime riflessioni, gli ultimi battiti del cuore, le ultime memorie di un amore che non si sarebbe mai più realizzato!

domenica 17 novembre 2024

Mercoledì 20 da MAKS, presentazione degli Atti del Convegno su pace e negoziato dello scorso 30 dicembre.

 

Nella notte del Mondo, si accende una piccola luce di speranza. 

Mercoledì 20 novembre, alle ore 18 presso la splendida Libreria Maks, in Via Delpinova a Nova Gorica, saranno presentati gli Atti del Convegno su pace e negoziato, tenutosi lo scorso 30 dicembre 2023 nelle aule dell'Università di Trieste a Gorizia.

Raccolti grazie al grande lavoro di Sergio Pratali e pubblicati dalla rivista Mosaico di Pace, sono un formidabile strumento di lavoro per puntare al raggiungimento di almeno due obiettivi: trasformare Nova Gorica e Gorizia in laboratorio permanente di giustizia e pace per l'intero Pianeta e avviare la formazione dei corpi civili di pace europei.

All'incontro, promosso grazie alla collaborazione fra l'associazione Pax Christi e la Knjigarna Maks, parteciperanno Stojan Pelko, già relatore al Convegno del 30 dicembre, il giornalista Marko Marinčič, il presidente di Transmedia Boris Peric, Paolo Zuliani ed Elisabetta Tofful per Pax Christi Gorica. 

Nel corso della presentazione, parleranno anche alcuni rappresentanti della Marcia Mondiale per la Pace, un'iniziativa di grande respiro che tocca tutti i Paesi perportare un messaggio di vita, contro la morte seminata dalle armi di distruzione di massa, dalle guerre e dai genocidi che i perpetuato un po' ovunque.

Servirà a qualcosa? Chi lo sa? In un periodo in cui tanto male viene seminato dappertutto, far germogliare e crescere i germogli di bene, di giustizia, di amore e di pace è senz'altro un antidoto alla diffusione della rassegnazione e dell'apatia.

Arrivederci quindi a mercoledì 20, ore 18, da Maks.  

mercoledì 23 ottobre 2024

Memorie di guerra in tempo di pace

 

So che l’argomento è delicato e mi assumo ogni responsabilità personale su ciò che scrivo.

Se ogni significante rimanda a un significato, ogni segno linguistico ha una certa importanza, in quanto esprime una determinata concezione della vita e della storia.

Ciò vale anche per la toponomastica e per le lapidi o i monumenti che caratterizzano il panorama cittadino. Per fortuna nessuno la nota, ma cosa potrebbe pensare un visitatore che si trova davanti alla lapide riprodotta nella foto?

A parte il contenuto che nel complesso potrebbe sembrare ridicolo, se non fosse riferito a una vicenda che ha provocato centinaia di migliaia di morti, che dire del termine “servaggio”? E’ possibile violentare la storia fino a questo punto?

E’ un linguaggio che ben si coniuga con il ventennio fascista che ha fatto del razzismo, del nazionalismo e della guerra le proprie funeste barriere. Tuttavia non può essere accettato in un contesto nel quale si vorrebbe trasformare Nova Gorica con Gorizia in una vera capitale europea della giustizia, della libertà, dell’accoglienza e della pace.

Non si tratta di voler cancellare la memoria, ma bisognerebbe lasciare a una commissione di storici il compito di stabilire che cosa lasciare e che cosa no. Uno è infatti il ricordo dei fatti del passato, altro è presentare come irriformabile un’unica loro interpretazione. Non si tratta affatto di damnatio memoriae, nessuno chiede di togliere lapidi storiche come per esempio quella all'esterno del Duomo di Gorizia, dove si fa riferimento all'iniziativa di Mussolini per la ricostruzione postbellica di quell'"insigne testimonianza dell'arte italica" (c'è scritto proprio così!).

Si tratta invece di confinare nei meandri del tempo ciò che testimonia l'odio tra i popoli e ciò che ha provocato tanto dolore e tanta umana sofferenza. Preoccupante è in questo senso l’imbarazzo dimostrato nell’ovvia attuazione della richiesta di cancellazione della cittadinanza onoraria al dittatore Mussolini che ha trascinato la Nazione nella catastrofe delle leggi razziste e della seconda guerra mondiale. Ciò dimostra quanto in realtà i simboli abbiano ancora una loro forza di coesione, anche quando riferiti a una stagione politica solo teoricamente conclusa 80 anni fa, ma in realtà ancora ben viva nella mente di tante persone.

Togliamo quindi memorie guerrafondaie, anacronistiche e violente come quelle testimoniate nella lapide che inneggia al IX agosto, togliamo dall’albo dei cittadini onorari Benito Mussolini. Mettiamo il tutto negli archivi della storia e nei depositi del Comune, sostituiamo queste scritte offensive con altre, che inneggino alla concordia tra i popoli e alla reciproca integrazione tra le lingue e le culture.

Si tratta di costruire una nuova storia, lasciando alle guerre del passato e del presente soltanto il compito di ricordare l’assurdità di ogni forma di violenza, l’inutilità delle armi come strumento per risolvere i conflitti e la mesta memoria di intere generazioni spazzate via da scelte politiche e da posizioni strategiche che hanno trasformato l’Europa e tante altre parti del mondo in un immenso mattatoio di carne umana.

lunedì 7 ottobre 2024

L'ora del Satyagraha, la nonviolenza attiva

 

Sono tanti, anzi tantissimi i Paesi in guerra. Centinaia di migliaia di persone stanno morendo, in conflitti dei quali si parla tanto e in altri che non sembrano interessare a nessuno, se non a chi li combatte.

Il problema è la violenza, con la cavernicola pretesa che essa possa in qualche modo servire a risolvere i problemi esistenti fra le persone e i popoli. 

Ci sono dei momenti nei quali un'ombra di disperazione e di impotenza sembra stendersi sui destini degli umani. La violenza domina le relazioni, a livello interpersonale e internazionale, non sembra esserci possibilità di tregua.

La giornata odierna ricorda un terribile atto di violenza, preceduto da 75 anni di oppressione violenta e seguito da una sanguinosa guerra drammatica, della quale sembra non essere all'orizzonte la parola fine.

L'unico modo per celebrare la memoria dei caduti, in Israele, in Gaza, in Libano, in Iran e in tutte le parti del mondo, è riprendere in mano il cammino del Satyagraha, la nonviolenza attiva propugnata in epoca moderna da Gandhi, ma già preconizzata nella bibbia ebraica, nei testi coranici e nel vangelo di Gesù. "Porgi l'altra guancia" è tutt'altro che l'invito a rassegnarsi di fronte alla prepotenza dell'offensore. E' invece l'azione concreta di ribellione, quella che costringe chi vuole picchiare o uccidere a ritrovare la dimensione della propria umanità.

La regola del futuro è quella secondo la quale chi apparentemente vince in realtà perde e chi sembra perdere in realtà vince. Il che è una traduzione del concetto "chi vorrà salvare la propria vita la perderà e chi la perderà per la causa della Pace vera, la troverà". Vive chi muore e muore chi vive, come direbbe il grande Michelstaedter invitando a essere persuasi e a rifiutare la retorica.

Ma come mettere la questione se si esce dalla scelta di una testimonianza personale e ci si trova di fronte alla necessità di salvare dall'oppressione i soggetti più deboli e fragili? Io posso anche accettare di morire piuttosto che uccidere. Ma se di fronte a me vedo un atto di violenza nei confronti di un bambino o di un povero inerme, ho il dovere di intervenire, anche nel caso in cui per stornare la minaccia non ci sia altro mezzo che la coercizione fisica?

Sono domande terribili, che interpellano le coscienze e anche spesso le sconvolgono, come accaduto al grande pastore e pensatore protestante Dietrich Bonhoeffer, sospeso tra la convinzione pacifista e la scelta di attentare a Hitler. Con la proposta di un'etica della situazione in grado di responsabilizzare al massimo sviluppo l'intelligenza umana, Bonhoeffer sceglie il rischio e mette in discussione anche la sua convinzione più profonda, ritenendo così di poter evitare all'umanità intera ulteriori immense sofferenze, oltre a quelle già fino a quel momento provocate dal dittatore nazista. L'attentato, come si sa, non sortì l'effetto sperato e il giovane perse la propria vita a Buchenwald, lasciandoci una testimonianza di straordinaria umanità. Le sue lettere dal carcere, raccolte sotto il titolo di Resistenza e Resa, sono uno dei pilastri capisaldi della letteratura mondiale del XX secolo.

Allora che fare? Sperare contro ogni speranza, direbbe Paolo di Tarso. Ma concretamente significa diffondere la teoria della nonviolenza attiva, contestare le scorciatoie che prevedono l'uccisione e l'assassinio, sotto forma di terrorismo - l'unica arma efficace dei poveri - o di bombe a grappolo che devastano i corpi di decine di migliaia di bambini. Credere nel dialogo e nella trattativa significa imparare dai martiri di ogni tempo a dare la propria vita perché la violenza sia bandita dalla società, la guerra diventi un lontano ricordo e scompaiano la armi dall'orizzonte del mondo.

E' un illusione o è una possibilità reale? E' la basagliana utopia della realtà, che legge l'etimologia del vocabolo premettendo l'eu e non l'ou, il "bel luogo" e non il "non luogo". Se il Pianeta sarà il "bel luogo" della nonviolenza rovescerà il capitalismo liberista, vera fonte di ogni sofferenza e sopravvivrà, in caso contrario il suo destino sarà quello di essere un "non luogo" e la morte globale avrà la sua ultima, tragica parola.

lunedì 12 agosto 2024

Si vis pacem para pacem! Ovvero uscire dal paleozoico...

 

Solidarietà a Gaza in un murale di Riace
Mentre le Olimpiadi riempivano i giornali, i telegiornali e i commenti sui social, centinaia di giovani hanno perso la vita, combattendo una guerra assurda ai confini tra la Russia e l'Ucraina. 

Gli ucraini hanno attraversato il confine e sono entrati nel territorio russo, sostenuti dagli alleati NATO che hanno teorizzato il diritto di attaccare in funzione difensiva. I russi hanno risposto con i bombardamenti, sganciando la "termobarica", un ordigno diabolico capace di risucchiare l'aria e di seminare morte per soffocamento in una vasta area. Ormai si legge distrattamente il numero degli uccisi, ma ciascuno di essi è un essere umano unico e irripetibile, la cui vita è definitivamente, per sempre "finita quel giorno e non ci sarebbe stato ritorno". Come fermare questa barbarie? Perché i soldati non si rifiutano di andare al macello? Quali pressioni hanno Putin e Zelensky per continuare a lasciar massacrare i rispettivi popoli? Quali interessi hanno gli USA e l'Unione europea nell'invio di armi convenzionali che altro risultato non ottengono che prolungare a tempo indefinito un conflitto del quale non sono chiari né gli obiettivi né le strategie? 

E al sud est niente di nuovo. Lo stato di Israele, oltre che del genocidio di Gaza, si sta rendendo protagonista di regolamenti di conti internazionali, uccidendo a suo piacimento persone in altri Paesi, sostanzialmente senza alcuna reazione da parte del mondo cosiddetto occidentale. Queste operazioni di polizia internazionale scatenano ulteriori grandi violenze. Giustamente si sta premendo - non ultimo il segretario di stato vaticano Parolin - sull'Iran perché non scateni una rappresaglia, ma non risulta una levata si scudi contro Netanyahu per aver provocato così palesemente. E intanto decine di migliaia di persone a Gaza sono morte, tra essi tantissimi bambini, anch'essi privati clamorosamente dell'elementare diritto a vivere e a vivere una vita degna di questo nome.

Non si dimentichino poi le altre decine di guerre che falciano esistenze in tante altre parti del mondo, anch'esse ferite profonde all'umanità. Quante immense risorse vengono cancellate dalla guerra, quanto potrebbero servire a rendere il mondo più umano, equo, accogliente! Perché non lo si capisce? Perché non c'è un soprassalto di verità nell'intelligenza umana? Perché, grazie alle enormi potenzialità tecnologiche, l'umanità non riesce a uscire dalla logica paleolitica della violenza e della sopraffazione, del razzismo e del nazionalismo? Perché? E come fare perché una luce si accenda nelle tenebre e inizi veramente il regno della pace e della giustizia.

Gioacchino da Fiore (1130-1202) riteneva che dopo la cupa età del Padre e la servile età del Figlio, stesse proprio in quel periodo per arrivare l'età dello Spirito, quella dell'armonia cosmica e della pace universale, qui su questa terra e non in un imprecisato al di là. Ha sbagliato di sicuro i calcoli, ma richiama almeno alla possibilità che ciò avvenga. E' necessario che la filosofia fondi una rivoluzione dell'essere, dia un fondamento all'unica possibilità che si ha per andare avanti: dal preistorico "si vis pacem para bellum" si passi all'autenticamente umano "si vis pacem para pacem". Sì, la filosofia... Ma dove è la filosofia oggi, dove sono i filosofi (a parte Slavoj Žižek e pochi altri) in grado di leggere il presente e di indirizzare il pensiero e l'azione verso il futuro?

lunedì 27 maggio 2024

Per la Pace, ma dalla parte di chi è di parte...

 

Dopo l'ennesima, ingiustificabile strage di Rafah, nella Striscia di Gaza, non c'è più alcuna alternativa alla chiarezza, non c'è più spazio per l'ambiguità. Se non si è direttamente coinvolti, si rischia di assuefarsi alle tragedie o di anestetizzare l'orrore con un pacifismo da salotto.

Non basta dire di essere per la Pace. E' indispensabile dare un nome preciso agli eventi che stanno accadendo, un giudizio pesante sulle responsabilità, una chiara proposta per uscire dal drammatico vicolo cieco nel quale ci si è infilati.

Cominciamo con il nome preciso agli eventi e la denuncia delle responsabilità. Dire che "non dovrebbero soffrire né gli israeliani né i palestinesi" è affermare una cosa talmente ovvia da essere banale, è come dire tutto e il contrario di tutto. In ciò che accade, è indispensabile prendere posizione, l'equidistanza serve solo a chiamarsi fuori dalla mischia. E se quello compiuto da Hamas il 7 ottobre è definito "terrorismo", si deve dire che ciò che sta perpetrando Israele nella Striscia di Gaza è "genocidio". E se si evidenzia il dolore degli ostaggi e dei loro parenti, non si può non nominare esplicitamente il bombardamento sistematico delle città palestinesi che ha portato all'uccisione di migliaia e migliaia di persone, quasi la metà bambini. E se si condanna - giustamente - il crudele gesto terroristico, come si può sorvolare su quasi ottanta anni di tremende vessazioni subite dal popolo palestinese da parte di Israele, che non giustificano ma spiegano. Se non si dice pane al pane e vino al vino, si rischia uno stucchevole infantilismo, da bandierine sventolate al vento senza tenere conto delle proporzioni della tragedia in corso.

Ciò vale anche per l'interminabile guerra in Ucraina. Coloro che si stracciano le vesti per l'ingiustificabile invasione dell'Ucraina e sostengono come la soluzione sia il continuo invio delle armi al guitto Zelensky, sono gli stessi che giustificano l'invasione di Israele nei confronti della Striscia di Gaza, ritenendo necessario disarmare radicalmente gli invasi. E' fin troppo facile capire come dietro a posizioni così contradittorie, non ci sia affatto una ragione ideologica, ma soltanto la tutela di interessi macroscopici, non ultimi quelli legati alla produzione e alla vendita - legale e illegale - delle armi. Le industrie belliche stanno andando a gonfie vele, compresa la Leonardo in Italia e i suoi "successi" sono salutati dagli inchini e dalle visite di alti esponenti del centro destra e anche del centro sinistra. Quella che si sta svolgendo in Ucraina è un'inutile strage cronicizzata e mentre i soldati cadono sotto i colpi reciproci e i civili muoiono bombardati perfino nei supermercati, qualcuno pensa di riproporre il mito del povero Milite Ignoto per appellarsi a una cultura di pace. Sì, l'intera generazione di europei (e non solo), falcidiata nell'orrenda carneficina che è stata la prima guerra mondiale, dovrebbe urlare al Mondo: basta con le guerre, basta con le armi e con gli eserciti, basta. E si dovrebbero additare come esempio, più che gli incolpevoli militi ignoti mandati al macello da politici incoscienti e generali crudeli, le migliaia di disertori che sono stati fucilati dai carabinieri perché si rifiutavano di uscire dalla trincea, di uccidere altri giovani simili a loro, "con lo stesso identico umore, ma con la divisa di un altro colore", come cantava il grande Faber.

Non si può farla passare liscia a Netanyahu che se ne frega dei pronunciamenti della Corte dell'Aia e perfino delle implorazioni del suo amico Biden, trascinando i suoi elettori davanti al tribunale della storia e seminando - lui sì - pericolosi semi di antisemitismo pronti ad attecchire nel terreno del neonazismo europeo. Non bastano le parole di circostanza di Meloni e Tajani, occorre riconoscere immediatamente lo Stato Palestinese, come hanno fatto la Spagna e la Slovenia. Gutierrez, dal seggio più importante dell'ONU e Bergoglio, dalla sede principale della cattolicità, hanno indicato la strada della diplomazia e della nonviolenza attiva come unica possibilità per uscire da questa situazione con una speranza di pace e non con la sempre più concreta possibilità di catastrofe globale.

Si è ancora in tempo per invertire la rotta. Ma accadrà soltanto se si avrà il coraggio di lasciare la facile strada lastricata di buone intenzioni di chi semina ovunque la parola "pace" senza dare a essa contenuti precisi e renderla fondamento di scelte pratiche efficaci. Finora chi si è smarcato da questo sdolcinamento finalizzato a far dimenticare gli autentici problemi oppure - soprattutto le nuove generazioni - è stato azzittito dai media oppure ha assaggiato i colpi dei manganelli. Se i gesti non disturbano, anzi sono lodati dai manovratori, significa che sono inefficaci. Forse è il momento di pagare di persona, pur di aiutare a crescere un'opinione pubblica che è sicuramente contro la guerra ovunque, ma non riesce a far sentire la propria voce, a trasformare in voti - e quindi in consenso - l'istanza accorata, documentata e competente di chi ai vani terribili massacri oppone la necessità del dialogo e non dell'omologazione tra le diverse parti, della diplomazia, della nonviolenza attiva e del disarmo universale.

mercoledì 24 aprile 2024

25 aprile 1945 - 2024: un augurio e qualche riflessione

Buon 25 aprile. Come ogni anno, sono indispensabili la memoria del passato, l'analisi del presente e la prospettiva per il futuro. Propongo alcune riflessioni, per un necessario confronto. Il testo è lungo e la lettura richiede tempo e pazienza. Un pensiero grato a tutte e tutti coloro che hanno dato la loro vita per la nostra libertà.

Celebriamo oggi la Festa della Liberazione. Celebrare, etimologicamente, significa compiere un atto che prevede il concorso di molta gente. Una festa, parola che proviene sempre dal latino, significa momento di gioia, di profonda letizia. Il concetto di Liberazione deriva dal verbo latino libet, che significa “mi piace”, sono contento perché posso agire secondo il mio desiderio. E, in quanto tale, è il contrario di schiavitù, che significa proprio non essere in grado di poter agire secondo la propria volontà.

Dunque, siamo qua in tanti a gioire insieme perché possiamo vivere in un contesto nel quale siamo liberi di pensare, parlare e agire in modo corrispondente al nostro desiderio.

Ogni festa si colloca sempre in un presente, sospeso tra un passato che la giustifica e un futuro che da essa viene in qualche modo significato.

Per quanto riguarda il passato, la festa della Liberazione è la riproposizione del racconto di ciò che ha dato fondamento e stabilità a quasi 80 anni di storia italiana. Ci si riferisce anzitutto alle partigiane e ai partigiani, che con il loro sacrificio hanno riscattato la vergogna di un’Italia umiliata e vilipesa dal criminale miscuglio di violenza, razzismo e guerra nel quale Mussolini e il regime fascista l’hanno trascinata. Sono donne e uomini che, in particolare dopo l’8 settembre 1943, hanno impegnato la loro vita e spesso versato il sangue, per affiancare chi già stava combattendo contro il nazifascismo e spalancare alle generazioni successive la strada della democrazia, della giustizia e della libertà.

Ogni anno il 25 aprile, data simbolica legata all’insurrezione di Milano, nelle città e nei paesi la gente si incontra per rinverdire il ricordo della Resistenza, ma anche per ribadire la necessità che l’antifascismo sia esplicitamente riaffermato. Il no al fascismo deve essere proclamato con forza, non soltanto come contrasto a un determinato sistema di potere, ma soprattutto a una mentalità che si sta purtroppo diffondendo in modo subdolo e sottile anche tra le pieghe delle istituzioni, attraverso un perverso negazionismo che tende a confinare in un remoto passato ciò che invece da un momento all’altro potrebbe di nuovo manifestarsi. Non si può negare che i riti legati al 25 aprile, nel corso degli anni e soprattutto in Italia, si siano generalmente un po’ appassiti. Da una parte la progressiva scomparsa dei protagonisti della Resistenza ha indebolito l’efficacia di un messaggio particolarmente avvincente, quando trasmesso attraverso la testimonianza diretta. Dall’altra una ventata di revisionismo storico ha portato a idealizzare una falsa idea di riconciliazione, tentando di equiparare perniciosamente vittime e oppressori.

Per quanto riguarda il presente, ci sarebbe quest’anno davvero poca voglia di festeggiare. La festa della nostra Liberazione che coincide con la memoria della fine della seconda guerra mondiale, cade in un momento nel quale la schiavitù e la guerra sembrano parlare con una voce più alta che mai. E’ la schiavitù della fame, dell’analfabetismo, della miseria che attanaglia quattro quinti dell’umanità e che costringe milioni di donne, uomini e bambini a mettersi in cammino alla ricerca di un possibile futuro. Ricevono in cambio ovunque – anche nel nostro sedicente civile Paese - porte chiuse in faccia, respingimenti, reclusioni negli orribili centri per il rimpatrio, veri e propri lager come quello a noi geograficamente vicino di Gradisca. E’ la guerra che si combatte nel mondo da sempre – si parla di circa quaranta conflitti combattuti nel mondo, accompagnati per lo più dal generale silenzio dei media – e che ora ci preoccupa perché sentiamo più vicine le inutili stragi tra Russia e Ucraina, gli attentati sanguinosi di Hamas, il genocidio perpetrato da Israele nei confronti dei palestinesi di Gaza.

Come far sì allora che la festa della Liberazione torni a essere sentita come lo era un tempo? Come far parlare le ragioni dell’antifascismo nell’attuale preoccupante situazione planetaria. Provo a delineare alcune proposte concrete, certamente non scontate e offerte a una discussione che non è mai senza se e senza ma, ma che sempre ci impone di scegliere da che parte stare.

Per rinverdire la forza della festa, è bene dare uno sguardo ai nostri vicini, che ancora la celebrano e vivono con grande intensità, probabilmente perché le conseguenze del fascismo le hanno sperimentate prima di qualsiasi altro movimento di resistenza europeo, a partire dall’incendio del Narodni dom di Trieste nel luglio 1920 e ininterrottamente fino al 1945.  Oltre vent’anni di esplicita persecuzione e cinque di tragedie belliche, hanno lasciato una traccia che è ancora profonda nell’animo delle genti della Primorska e della Benečija. I cori delle comunità slovene, che nel ventennio fascista sono stati spazi di aggregazione e di clandestina libertà, continuano a suscitare emozioni. Le parole hanno lo spessore speciale di chi per tanto tempo è stato maltrattato soltanto perché reclamava il diritto di parlare la propria lingua, al punto da subire, insieme a una vera e propria forma di schiavitù, anche il vilipendio dei propri cognomi e dei nomi dei paesi d’origine. Imparando da loro e più in generale dallo spirito che ha animato in origine la lotta per la Liberazione Jugoslava, con i sogni di unità nella diversità che avevano animato la conferenza di Jajce alla fine di novembre 1943, occorre avere il coraggio della memoria e delle memorie, da difendere anche dai ripetuti tentativi di cancellarla o trasformarla. 

Mi domando, pensando a quell’esperienza che in quella fase iniziale univa comunisti, socialisti, cattolici, ortodossi, protestanti, ebrei e musulmani, non si potrebbe forse rilanciare la conoscenza dei luoghi e delle gesta della lotta di Liberazione, proponendo magari che quell’epopea sia riconosciuta come patrimonio unesco immateriale dell’umanità? Non si possono far cadere nell’oblio i monumenti che ricordano i caduti per la Libertà, gli ospedali partigiani di Franja e di Pavla, le tipografie nascoste tra boschi impenetrabili! Sono segni di un eroismo del quale anche oggi si ha bisogno, per combattere le risorgenti nostalgie neofasciste che sembrano prendere sempre più forza un po’ ovunque.

Per quanto riguarda i diritti dei migranti, occorre aderire con convinzione ai progetti di accoglienza diffusa dei richiedenti asilo che funzionano bene, anzi molto bene, come posso testimoniare avendo realizzato un importante progetto sprar nel periodo in cui sono stato sindaco ad Aiello del Friuli. Portare la presa in carico di piccoli gruppi di persone in seno ai Comuni, con l’aiuto di enti competenti preposti all’azione, significa costruire percorsi di reciproca conoscenza, efficace sostegno e piena integrazione costruttiva tra i nuovi venuti e i residenti storici, in un circolo virtuoso capace di far crescere la comunità civile in modo armonico e, oserei dire, entusiasmante. Non basta dire che si è d’accordo con un umano trattamento delle persone. E’ necessario aderire agli strumenti di liberazione e di coinvolgimento che – un tempo chiamati appunto sprar – oggi portano il nome di Sai, Servizi di Accoglienza e Integrazione.

Riguardo alle guerre, anche qua fare memoria della festa della Liberazione significa ribadire il ripudio della guerra, in tutte le sue forme e dimensioni. La Giornata odierna ci invita a non proclamare sterili invocazioni a una pax generica e insostenibile, ma ad adoperarci in tutti i modi perché immediatamente cessi il fuoco ovunque. Cessi in Ucraina, dove, dopo due anni caratterizzati da decine di migliaia di soldati e civili uccisi, sembra che ci si trovi ancora al punto di partenza. L’Unione europea e gli Stati Uniti sembrano finora non aver trovato nessuna altra strada di soluzione che non fosse l’invio di micidiali armi, la cui conseguenza è stata soltanto quella di un prolungamento a tempo indeterminato del conflitto. E’ urgente che si ascoltino le parole dei pochi saggi che, come papa Francesco, continuano a proporre il negoziato come unica arma in grado di far vincere la guerra alle povere vittime e no agli squallidi interessi dei vari protagonisti di questo tragico teatrino.

Lo stesso vale – a maggior ragione – per il terribile massacro di Gaza. Non si tratta certo di criminalizzare l’ebraismo, al contrario è proprio un antidoto al veleno funesto dell’antisemitismo dichiarare che ciò che sta accadendo a Gaza è inaccettabile. Il carico immane di sofferenza che scaturisce dalla morte di decine di migliaia di persone inermi, tra le quali tantissimi bambini, non può essere né giustificato né compreso, neppure alla luce degli esecrabili attentati di Hamas contro giovani colpevoli solo di trovarsi nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Tacciano subito le armi, vengano rilasciati tutti gli ostaggi, cessi immediatamente il bombardamento sistematico e anche qua, una volta per tutte, ci si sieda intorno al tavolo delle trattative per trovare insieme, con la forza dell’intelligenza e della diplomazia, il bandolo per districare l’aggrovigliata matassa. E’ urgente farlo, ma senza le armi, la cui produzione, vendita e utilizzo fanno sorridere una manciata di approfittatori e getta nel dolore interi popoli.

Rinverdire la Festa della Liberazione significa ritrovare la forza e la convinzione di chi non si sente impotente, di chi crede che è ancora possibile cambiare registro, di chi pensa che l’essere umano ha tutte le potenzialità per trasformare le lance in falci, la vendetta in perdono, la violenza in autentica pace. Abbiamo tutto il diritto e anche il dovere di affermarlo in una terra che per tanti anni ha visto scorrere fiumi di sangue sulle nostre colline e montagne, ma ora si appresta a diventare addirittura capitale europea della Cultura. Dedichiamo ai partigiani sloveni e italiani questo straordinario onore che l’Europa riserva a Nova Gorica con Gorizia e tutti i comuni vicini. Lo dedichiamo a loro, perché siamo certi che sia questa cultura dell’amicizia, della reciproca comprensione, della valorizzazione delle diversità, l’obiettivo che si prefiggevano quando combattevano e quando morivano per tutti e per ciascuno di noi.

Viva la Resistenza, vivano i partigiani, vivano la giustizia, la pace e la libertà.