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lunedì 1 giugno 2026

2 giugno: res-publica vs res-privata

Altare della prima guerra mondiale, sul monte Korada
Domani, 2 giugno, ricorre l'80mo anniversario del referendum che ha sancito l'inizio della storia contemporanea dell'Italia.

Da quel momento infatti è diventata a tutti gli effetti una Repubblica, cioè un qualcosa che appartiene al pubblico. In altre parole, come recita l'articolo 1 della Costituzione, il potere non appartiene a un monos (monarchia) o a un gruppo di pochi (oligarchia), ma al popolo (democrazia), cioè a ciascuno, nessuno escluso.

Tutto ciò che sostiene il bene comune, compreso tutto ciò che permette a ogni cittadino di usufruire dei beni comuni, è degno della Res-publica. Tutto ciò che al contrario favorisce l'interesse individuale, compreso qualsiasi processo di privatizzazione, non fa parte della Res-publica, ma della res-privata, a meno che non sia esplicitamente finalizzato a migliorare ulteriormente la dimensione pubblica. C'è un criterio di verifica immediato, tutto ciò che ha a che fare con l'impresa privata e consente al più fragile e debole di essere consapevole delle proprie potenzialità e di metterle al servizio della collettività, può essere accettato. Perché solo così si comprende in che senso l'Italia sia fondata sul "lavoro", cioè sullo specifico tassello che ogni cittadina e cittadino - nessuno, ma proprio nessuno escluso - è tenuto a collocare nel grande mosaico dello Stato.

Non si capisce allora bene cosa c'entrino le forze armate, la cui parata sembra ogni anno essere il punto di riferimento principale delle celebrazioni. Se la festa riguarda la res-publica, occorre che tutti i difensori del "pubblico" sfilino con orgoglio e convinzione per affermare la bellezza di questo sistema. Dovrebbero esserci gli insegnanti, il personale medico, i costruttori di pace, gli operai al servizio delle varie istituzioni dello Stato, quei magistrati e quegli amministratori che tutelano a costo della loro vita il bene di tutti gli altri, gli obiettori di coscienza e tutta un'immensa schiera di servitori del popolo. Da ultimo, nella misura in cui si riconosca a essi il ruolo di difensori della pace, di tutela delle vittime e non di garanzia di interessi nazionali o internazionali di parte, anche gli appartenenti alle forza dell'ordine e alle forze armate.

Quello che ha suscitato scalpore, negli scorsi giorni, è stato l'annuncio della partecipazione alla parata da parte dei cappellani militari, rigorosamente in alta uniforme. Mah, nessuno nega l'importanza che dei preti siano accanto ai soldati nell'esercizio delle loro funzioni. Sono molti i racconti di sacerdoti, spesso eroicamente vicini ai combattenti in guerra per offrire una parola di conforto e di speranza. Al di là del soggettivo coraggio di molti di loro, resta lo scandalo oggettivo della benedizione dei cannoni da parte di preti cattolici da una parte e dall'altra del fronte, ponendo il Dio invocato da entrambe le parti di fronte alla necessità di scegliere da quale parte stare. E resta la domanda su quanto sia effettivamente importante, ai fini del raggiungimento di un mondo radicato nella giustizia e nella pace, una presenza limitata a una dimensione di conforto, senza una contestuale denuncia della logica perversa della costruzione e dell'uso delle armi. 

Sia o non sia così, è ancora possibile, nel 2026, che in Italia ci siano sacercoti inquadrati nei corpi militari, con i gradi di generali, ufficiali e sottufficiali? La Chiesa italiana, per essere coerente con i pronunciamenti degli ultimi pontefici e di numerosi vescovi della Penisola, non dovrebbe adoperarsi affinché non ci sia più un riconoscimento gerarchico per i cappellani? Affinché, accettando che accanto ai soldati possano esserci sacerdoti (ma anche imam, rabbini, maestri spirituali e quant'altro), questi siano inviati come missionari dalla comunità ecclesiale e non inquadrati ufficialmente nella struttura militare? 

lunedì 23 febbraio 2026

Un NO consapevole, ma senza radicalizzare il bipolarismo

Personalmente - l'ho scritto e l'ho detto più volte, al referendum voterò NO e cercherò di convincere le persone a fare altrettanto.

Lo farò perché ritengo che sia una riforma sbagliata, che il raddoppio del csm sia un'inutile moltiplicazione di enti senza che il prodotto cambi, che l'Alta Corte sia un organo dotato di eccessivo potere, che il sorteggio non sia adeguato come metodo di scelta in ambito parlamentare. Soprattutto penso che i cambiamenti più importanti della Carta Costituzionale non si possano attuare a colpi di maggioranza relativa (come purtroppo già accaduto più volte in passato). Devono essere invece oggetto di un  lungo lavoro di discussione e approfondimento tra le parti, per arrivare a un'approvazione pressoché unanime, senza ricorsi a referendum confermativi. 

Tuttavia, non me ne vogliano quelli che voteranno come me, non credo che gli "altri" siano, consapevolmente o meno, poco perbene, falsi e menzogneri, collaboratori e fiancheggiatori di mafiosi e criminali. Penso molto più semplicemente che abbiano un'idea diversa dalla mia e che - comunque vada a finire il referendum - dal giorno dopo dovremo recuperare qual modo costruttivo e dialogico di fare politica che nel primo dopoguerra ci ha regalato la nascita della Repubblica democratica fondata sulla sovranità popolare. Una sana e accesa dialettica su tutti i temi nazionali e internazionali, non deve necessariamente sconfinare in un ininterrotto scontro a tutto campo.

C'è stato il covid e ci si è divisi in due. Chi era a favore del vaccino, era considerato da chi era contro una sorta di incosciente liberticida, se non potenzialmente assassino. Chi invece era contrario, era additato come una specie di untore, causa diretta della malattia e della morte di tante persone. A fronte della sostanziale, quasi generale ignoranza degli argomenti, non si potevano avere dubbi, subito si era inquadrati nella schiera dei difensori di una scienza prezzolata e disumana o all'opposto in quella dei ciarlatani terrapiattisti.

C'è stata la guerra tra la Russia e l'Ucraina e ci si è divisi in due. Chi invitava a cercare le ragioni dell'aggressione russa e proponeva di investire sui negoziati e non sulle armi, veniva considerato immediatamente un "pacifinto" se non esplicitamente un putiniano assetato di sangue. Chi invece cercava di richiamare almeno la necessità di ascoltare le presunte ragioni del popolo ucraino, veniva subito inquadrato tra gli utili idioti sostenitori di Zelenskj. Anche in questo caso, a fronte della sostanziale impossibilità di avere sufficienti cognizioni di politica internazionale e dei mastodontici interessi che stanno alla base delle scelte, il dubbio era ed è considerato una debolezza. E' un lusso che non ci si può permettere, senza essere accusati di sostenere gli aggressori o viceversa di dimenticare ciò che i russi hanno subito in Crimea e nel Donbass da parte degli ucraini negli anni precedenti. 

E ora c'è il referendum sulla riforma degli articoli 104 e 105 della Costituzione, riguardanti la Magistratura. Anche in questo caso, è difficile possedere sufficienti nozioni di diritto costituzionale per poter esprimere un proprio libero parere sufficientemente informato. Ci si deve fidare delle autorità, sulla base di un pregresso giudizio di fiduciosa vicinanza politica e spesso anche umana. E ci si divide di nuovo radicalmente. Non si discute tanto nel merito della Riforma, quanto delle malefatte della parte opposta alla propria. Ciascuno accusa specularmente l'altro di diffondere menzogne, di favorire i giochi di potere degli uni o gli intrallazzi mafiosi degli altri, di volere il trionfo dei forcaioli o viceversa di voler affondare la democrazia. Si diffondono sondaggi ad hoc, con numeri sparati da una parte all'altra per generare un consenso basato sull'ermeneutica matematica, piuttosto che sulla forza del convincimento. E anche questa volta, non si può abbassarsi a dialogare con il "nemico", perché non è uno che ha una posizione diversa dalla mia, ma è uno che sta dalla parte opposta, vuole la mia distruzione e quindi lo devo in ogni modo combattere, possibilmente con le sue stesse armi.

Ma è proprio necessario radicalizzare in questo modo il bipolarismo? Non si rischia di trascinare la società in una sorta di incomunicabilità tra le parti, separate da abissi insormontabili? Non c'è il pericolo di perdere ogni possibilità di dialogo costruttivo, se non si è in grado di discutere, rispettando - anche se ovviamente non condividendo - il punto di vista dell'altro? Se ritengo che la mia posizione sia l'unica vera o se sono convinto di essere dall'unica parte indiscutibilmente giusta, non espongo forse la comunità a una sorta di guerra di religione, nella quale ogni parte ritiene di avere solo dalla sua l'Assoluto? Le madri e i padri Costituenti non ci hanno dato un esempio molto diverso, quando hanno scritto la nostra splendida Costituzione, mirabile sintesi, scaturita dal confronto dialettico fra molto diverse concezioni della vita e del mondo?

lunedì 2 febbraio 2026

Chi vuole la morte della democrazia?

 

Quella nella foto è una manifestazione del Primo Maggio, a Torino, una decina di anni fa...

Il corteo di protesta è una forma di democrazia partecipativa. Si vuole dare forza, attraverso una folla numerosa, consapevole e convinta, a un dissenso importante nei confronti di chi governa un Paese, chiunque egli sia. Nei casi in cui non si tratti semplicemente di una specie di rito collettivo, la manifestazione è oggettivamente temuta dal Potere, perché demolisce l'immagine di consenso generalizzato che ogni "capo" vorrebbe accreditare. Più di ogni altra, "disturba" la protesta pacifica di decine, centinaia di migliaia di persone che - scandendo slogan e sventolando bandiere - gridano all'unisono la loro rabbia e proclamano il loro desiderio di governanti e di leggi migliori. 

Ho partecipato personalmente a numerose di queste manifestazioni, potrei dire che in tutte - a posteriori - è chiaro che "avevamo ragione noi!". Ero a Genova, al G8, là dove per la prima volta fu portato in Italia il sistema di repressione precedentemente attuato in altri Stati tutt'altro che democratici. Giovani e adulti, provenienti da ogni parte d'Europa e del Mondo, si incontrarono per una lunga, spettacolare settimana, offrendo ai responsabili del G8 studi approfonditi su un post-capitalismo dal volto umano. La loro istanza fu soffocata nel sangue. Qualche decina di personaggi incappucciati - mai identiticati successivamente - misero a ferro e fuoco la città, innalzando al massimo il livello della tensione e dello scontro, fino alla guerriglia urbana provocata dalla polizia con il lancio sistematico dei candelotti lacrimogeni, i manganelli ritmati sugli scudi di plexigass e le speventose tenute antisommossa. Invece di incarcerare i violenti, tranquillamente spariti dalla scena, ci fu l'assalto alla caserma Diaz, una vera mattanza di indifesi pacifisti, una vergogna planetaria per l'Italia dell'era Berlusconi. Ma l'obiettivo era stato raggiunto, l'enorme e straordinaria protesta civile era stata soffocata e silenziata. E il capo delle operazioni di polizia fu ben presto... rimosso? direte voi... no, promosso a un grado ben più alto di carriera.

Da allora lo stesso accadde molte altre volte, nelle contestazioni relative all'intervento militare in Iraq, in quelle gradiscane contro l'apertura dell'allora chiamato cpt (poi cpta, cie e adesso centro per il rimpatrio - quanta ragione si aveva a non voler vedere le sbarre da circo che chiudono ogni spazio della caserma ex Polonio!!!) e in tantissime altre. Nel momento topico, quando la manifestazione raggiunge il suo culmine - spesso trasformata in festa con la presenza di famiglie e bambini - arrivano i "mascherati", lanciano sassi, qualche fumogeno, provocano la polizia che - abbassate le visiere dei caschi - inizia sistematica l'opera di repressione. Intendiamoci, non contro i violenti, ma contro tutti gli altri, inermi spettatori passivi che assistono all'annientamento delle loro ragioni a causa di quel manipolo di sconosciuti, totalmente  estranei alla realtà degli organizzatori. E il giorno dopo, non si trova nessuna parola alla tv o sui giornali sulla forza di un grande momento di popolo. Si ascolta e si legge invece della difesa del Potere, che con la scusa di difendere la sicurezza, l'Ordine Pubblico e i suoi rappresentanti, invoca leggi draconiane e ipotizza un drastico giro di vite per impedire, per quanto possibile, ogni dissenso.

Le notizie degli "scontri" di ieri a Torino hanno riaperto occhi e memorie. Un gigantesco, inatteso corteo, ha marciato per le vie della città contestando la chiusura di un centro sociale, luogo di confronto e di cultura al servizio della collettività. Era un segno troppo grande per lasciargli un'espressione così clamorosa ed efficace. L'unico modo per disinnescarne la forza era quello di trasformare una protesta del tutto pacifica in uno dei soliti macelli, suscitando l'indignazione di un'opinione pubblica assuefatta e alla ricerca esclusiva della pace dei sensi e offrendo ai governanti l'occasione per organizzare la repressione: scudo penale per i poliziotti, fermo di polizia senza diritti, addirittura qualcuno ipotizza di sparare ordinariamente a chi protesta con i pallini di gomma, "quelli che non feriscono ma fanno molto male" (citazione - ahimé - da un'intervista rilasciata dal sindaco di Trieste), ecc. ecc. Intanto il poliziotto "pestato e con la testa massacrata da un martello" riceve in ospedale la visita di un'affettuosa Meloni e subito dopo - bene per lui - viene tranquillamente dimesso. Nel frattempo, nessuna notizia dei terribili "assalitori", se non del genericissimo arresto di "un ventiduenne di Grosseto" presentato - ammesso che esista - come il colpevole di ogni efferatezza.

Insomma, sempre no alla violenza, in tutte le sue forme, ma veramente è tempo di forte vigilanza! Attenzione, in nome dell'ordine e della disciplina, nell'invocazione di "santa sicurezza" è la violenza di Stato che ha favorito e realizzato i più sanguinosi rovesciamenti delle più fragili democrazie.

domenica 25 gennaio 2026

Il Male del Mondo

 

Arrivano i giorni del "never again!", "mai più!", "nikoli več!"

E mai come quest'anno questo slogan - purtroppo da sempre vuoto di contenuto quanto gli auguri che ci si scambia all'inizio di ogni anno - manifesta l'ipocrisia intrinseca che lo caratterizza.

Il "mai più" stende un velo pietoso sui cadaveri dilaniati dei giovani ucraini e russi mandati al macello da presidenti incoscienti, con il sostegno della "civile" Europa, culla della civiltà. Oscura lo scandalo per il genocidio di Gaza, per i bombardamenti sui palestinesi del Libano e della Cisgiordania, per la tragedia della repressione nel sangue delle proteste in Iran, per le malefatte degli USA tornati al più tradizionale look di violenti padroni del mondo. Fa dimenticare gli assassinii perpetrati dai legionari di Trump per le strade di Minneapolis, massacratori in uniforme che sparano al primi malcapitato con la scusa di individuare e arrestare - proprio come faceva la Gestapo - i poveri immigrati irregolari. 

Qual è il limite del "never again"? Perché lo si ascolta con sempre maggior fastidio? Non perché quando lo si afferma, si sa già che non sarà preso in considerazione da nessuno. O almeno, non solo per questo.

La questione è più profonda e riguarda l'atteggiamento dell'essere umano davanti al mistero del Male. Quando diciamo "mai più", ci riferiamo - la maggior parte delle volte inconsciamente - agli "altri". C'è sempre qualcuno - altro da me - che dovrebbe cambiare, affinché cessino le sofferenze del Pianeta. Il male assoluto è in Netanyahu, in Zelens'ky, nella von der Leyen, naturalmente in Trump e - perché no? - anche nella Meloni (o in Hamas, in Putin, in Maduro, negli Ayatollah, se si vuole ribaltare la medesima frittata). In altri tempi il male era rappresentato da Mussolini e da Hitler o da Stalin e da Pol Pot, riconosciuti osceni, schifosi e folli individui dagli stessi che li avevano idolatrati fino alla vigilia della loro ignominiosa caduta. 

Il riconoscimento del male solo nell'"altro" è uno dei tanti modi per lasciare le cose esattamente come stanno. E' il rischio che spesso corrono coloro che suppongono di essere nel giusto perché "non fanno del male a nessuno", "stanno dalla parte giusta" o enunciano continuamente il rosario di orrori che - appunto a causa di "altri" - vengono sgranati ogni giorno nel mondo.

E se il Male non riguardasse soltanto "l'altro", ma anche l'"io"? Se lo squallore non abitasse solo le case degli altri, ma anche la propria? Se la violenza cieca e informe fosse dentro di me, rinchiusa nelle segrete del mio dostoevskjano sottosuolo? Se fosse confinata nel profondo e non emergesse soltanto perché non si sono create l'occasione e le condizioni?

La consapevolezza che il Male è anche in me - come nei film americani che raccontano i mostri brutali nascosti sotto le sembianze di amorevoli mariti e deliziosi padri di famiglia - non diminuisce lo scandalo per la violenza dell'altro, ma permette di conoscerla nella sua essenza e, proprio per questo, di essere preparati a combatterla. E consente, conoscendola, di rivelarne le autentiche dinamiche che per lo più sfuggono allo sguardo superficiale. Inoltre, l'ammissione della presenza del Male in me - quasi un'entità metafisica che permea di sé tutte le cose - consente di modificare istantaneamente l'unico "altro" sul quale si possa direttamente influire: sé stesso, nel proprio limitato o globale ambiente esistenziale. 

Si torna così alla teoria della nonviolenza attiva che basa l'impegno per la costruzione del bene nel Mondo sulla trasformazione delle proprie relazioni quotidiane e sul riconoscimento dell'universale responsabilità: tutti e ciascuno si è responsabili di ciò che accade nello spazio e nel tempo. Esse determinano una condivisione che si dilata progressivamente e diventa concreta lotta contro il male anche attraverso la disponibilità all'esercizio del supremo atto nonviolento, l'accettazione del Dolore e la perdita anche della stessa vita per affermare la definitiva trasformazione di sé e del Mondo nell'orizzonte dell'Amore.

domenica 4 gennaio 2026

L'urgenza di un autentico diritto internazionale

Condiviso l'orrore per l'intervento USA in Venezuela, per l'arresto violento del presidente Maduro e della moglie, per la morte di decine di persone sotto i bombardamenti di Caracas e per le parole di Trump che ha esplicitamente rivendicato il diritto di procedere militarmente ovunque, rimane la questione del da tutti invocato »diritto internazionale«. 

Certo, esiste un diritto internazionale, ma di fatto non ha alcuno strumento per poter regolare le relazioni tra gli Stati. Non c'è infatti un'autorità in grado di far rispettare le leggi, i decreti e le risoluzioni emanate dalle Nazioni Unite o da altre istituzioni sovranazionali. Uno dei pochi momenti in cui si è effettivamente creduto possibile che ci potesse essere un consesso al quale ogni Stato avrebbe ceduto una parte del suo potere, è stato il primo conflitto mondiale. Davanti alle rovine umane e materiali di quel tragico momento, era serpeggiata l'idea di un nuovo modo di gestire le relazioni internazionali, con l'eliminazione degli armamenti e con una Società delle Nazioni dotata dell'autentica possibilità di interferire nelle decisioni dei singoli suoi »soci«.

E' andata male, perchè la conseguenza principale della guerra è stata la nascita del fascsimo e del nazismo, prodromi della seconda guerra mondiale. Anche l'ONU non ha avuto miglior sorte, già nella sua strutturazione non è stata in grado di superare la questione degli Stati con diritto di veto sulle risoluzioni e soprattutto il criterio decisionale »democratico« (fattore peraltro assai complesso, partendo dalla domanda relativa al »peso« di ogni voto: per esempio, uno Stato con 50.000 abitanti »conta« quanto un altro con un miliardo e mezzo?). E così, senza un riferimento autorevole in grado di farle osservare, le leggi restano importanti ma inefficaci raccomandazioni etiche.

E soprattutto, la conseguenza della mancanza di una normativa condivisa, non può che riportare alla legge della giungla. Chi stabilisce ciò che è giusto e cosa no? Semplicemente, il più forte economicamente e militarmente. Io intervengo in Venezuela, in Iran e ovunque – dice Trump – per l'unico motivo che sono il più forte. Netanyahu annichilisce il popolo palestinese perchè è più forte, Putin invade in Donbass perché si sente più forte, la Cina potrebbe riprendersi Taiwan perché è più forte e così via… L'unica deterrenza o spinta all'accordo sta nel timore che un altro possa risultare ancora più forte e su questo elemento – ahimé, assai debole - si regge l'equilibrio che, provocando almeno una trentina di piccoli ma sanguinosi conflitti, evita lo scoppio della terza guerra mondiale.

La novità, rispetto al recente passato, è che questa atroce constatazione viene data per scontata dagli attuali capi di Stato, portavoce dei veri padroni del mondo che sono gli interessi del capitalismo iperliberista che sta soffocando – anche in senso letterale, con l'inarrestabile crisi climatica - il Pianeta. E' giusto indignarsi e scendere in piazza contro chi esercita impunemente la cavernicola legge della giungla. Ma è necessario anche un soprassalto filosofico inteso alla ricomprensione di ciò – o meglio di chi – è l'uomo e di cosa sia la società di cui fa parte. E da questa nuova indispensabile sintesi è urgente che scaturisca una vera nuova forma di organizzazione internazionale, dotata di autentici poteri di intervento e capace di dirimere autorevolmente le controversie internazionali.

sabato 6 dicembre 2025

Ignazio e la Libertà: incontro o scontro?

 

Sant'Ignazio, come Leone Magno davanti ad Attila sul Mincio, sembra brandire il monogramma di Cristo per fermare l'emblema del liberismo postmoderno.

Ma a differenza di quanto accaduto nel V secolo, questa volta la battaglia sembra non avere storia. La statuta della Libertà, avvilita da una ben umile collocazione sulla punta di una giostra da sagra, sovrasta il povero fondatore dei gesuiti.

E' un vero peccato. In fondo, la chiave di risoluzione sarebbe stata abbastanza semplice. Il medioevo avrebbe dovuto farsi da parte, rinunciando a un oggettivismo senza deroghe e a un indisponente assolutismo politico. In uno straordinario incontro tra culture, religioni e filosofie, sarebbe bastato che la modernità, nelle sue versioni post e ultra, avesse accettato di temperare l'ipervalutazione del soggetto.

Non è andata così, vecchio Ignazio, scendi pure del piedistallo. ma non finirà bene se si continua così, cara statua della Libertà. C'è il rischio che qualcuno, prima o poi, tolga la luce alla giostra e che nessuno ti illumini mai più.

Umanità, incontriamoci sul ponte di Solkan e costruiamo una nuova sintesi, prima che finiscano sia l'Oriente che l'Occidente, come pure il Nord e il Sud...

lunedì 24 novembre 2025

Il referendum in Slovenia

Il Triglav, da Sveta Gora
Domenica 23 novembre c'è stato un importante referendum in Slovenia. Un anno e mezzo fa, una consultazione orientativa aveva invitato il Governo a proporre e approvare una legge sull'assistenza medica volontaria al fine vita. Ora, nel novembre 2025, la stessa normativa voluta dai cittadini è stata di fatto abrogata dal 53% degli aventi diritto al voto. Sono stati circa il 40,3% i votanti, molto al di sopra del quorum stabilito per la validità, fissato al 20%.

C’è stata un’evidente e inevitabile politicizzazione della campagna, tenuto conto dell’ormai prossima scadenza elettorale che determinerà il rinnovo delle cariche governative, parlamentari e degli enti amministrativi. Il centro destra e la destra hanno approfittato dell’occasione, per infliggere alla presidenza Golob – ovviamente favorevole alla legge da essa stessa caldeggiata – un’oggettiva sconfitta e per realizzare una specie di censimento numerico relativo all’attuale consenso. Tuttavia lo schieramento partitico mai avrebbe potuto raggiungere il successo, senza il sostegno capillare della Chiesa cattolica che in ogni circostanza ha invitato praticanti e non praticanti a porre la crocetta sul NO stampato sulla scheda elettorale. C'è da aggiungere come la tornata referendaria sia stata sostanzialmente sottovalutata da parte del centro sinistra e della sinistra, in parte assenti durante l'intera campagna. 

I commenti dei “vincitori” - tra essi molti vescovi, sacerdoti e fedeli cattolici – hanno sottolineato cha la vita è un dono che deve essere tutelato in qualsiasi momento e in ogni contesto, rinviando essenzialmente alle cure palliative l’accompagnamento del malato – in situazione di dolore irreversibile e insostenibile - verso l’ultima fase dell’esistenza.

Di parere opposto i sostenitori della legge, secondo i quali ogni essere umano – libero e senziente – ha il diritto di decidere di porre fine alla sua esistenza in modo dignitoso e medicalmente assistito, nel momento in cui risulti intollerabile il proseguimento del suo cammino di sofferenza. 

E' un tema delicato e difficile. Tuttavia, tra le tante possibili, due osservazioni si propongono alla discussione. La prima: non esistono leggi che considerino un reato il suicidio, tanto che i tentativi non riusciti non portano nessuna incriminazione e neppure di conseguenza una pena. Impedire il suicidio medicalmente assistito non significa forse rendere impossibile per legge (a chi non lo può oggettivamente fare), lo stesso atto che in ogni caso la medesima legge non vieta? La seconda: l'affermazione secondo la quale la vita è un dono di Dio e soltanto Dio sarebbe autorizzato a disporne, oltre a generare molte perplessità di ordine teologico, non giustifica l'obbligo ad accogliere tale "dono", nel momento in cui esso non sia bene accetto, tanto più quando l'interessato non si riconosca in una prospettiva di fede cattolica.

Non sarebbe più semplice lasciare la libertà di scelta al soggetto, nel quadro di determinate condizioni, senza obbligare nessuno a portare avanti a oltranza una vita da egli stesso ritenuta intollerabile?

domenica 20 luglio 2025

Via dal capitalismo...

 

Se non si supera il capitalismo, non se ne esce vivi.

Ognuno sostiene le proprie presunte ragioni. Se ci si abitua a rimanere esclusivamente nella bolla di sicurezza del proprio “giro”, non si può capire ciò che sta accadendo. E, se non si può capire, non si può nemmeno cambiare l’ordine delle cose.

I “giri” sono molti meno di quanto si potrebbe pensare. La stragrande parte delle persone non ne fa parte, vuole vivere, per quanto possibile, in salute, serenità e sicurezza. Ma anche la maggior parte dei cosiddetti attivisti sono (meglio forse dire siamo) parte di questa maggioranza silenziosa. Dopo la manifestazione, il post su facebook o su istagram, il sit-in o flash-mob che dir si voglia, si va a prendere un buon gelato e si preparano le valigie o gli zaini per le ormai prossime vacanze.

Un “giro” è molto più forte dell’altro, ha migliori mezzi di comunicazione e promette (mai accaduto che poi anche mantenesse!), serenità e tranquillità. Naturalmente, tutto ciò, panem et circenses, è ottenuto a scapito di miliardi di persone che muoiono di fame o che sono cancellate dalla storia attraverso tremendi genocidi – visibili, come a Gaza o invisibili, come in Sudan e in tanti altri luoghi della Terra. Ma alla stragrande parte delle persone questo non interessa, sosterrà il potente di turno fino a quando sembrerà che la sua posizione sia plausibile. Nel momento in cui la sicurezza sarà messa alla prova dalle prime bombe o dai primi scaffali vuoti nei supermercati, passerà subito dalla parte opposta, senza farsi troppi problemi.

L’altro “giro” contesta con creatività e simpatia, ma non può far nulla contro la propaganda piena di sicumera del primo. Ne diventa quasi un’appendice, nella tavola della Vecchia Signora – l’allegoria è di Ermanno Olmi – c’è spazio anche per chi protesta. Il Potere nell’era della cosiddetta democrazia ha bisogno di alimentarsi anche con l’esistenza della sua apparente opposizione.

Che fare allora? La risposta è molto difficile, ma passa attraverso la ricerca e l’individuazione delle cause. Da dove derivano le guerre, le violenze, le ingiustizie, la fame? Se poniamo come criterio etico universale (ammesso e non del tutto concesso che sia possibile) la centralità della persona, di ogni persona vivente sulla faccia della terra, il sistema che domina il mondo è il suo diametrale opposto. Al centro c’è infatti il Capitale e non la Persona. Per questo, vivere nel tempo del capitalismo, significa sperimentare la terribile divisione tra un effimero mondo di ricchissimi e un enorme Pianeta di impoveriti e affamati. Da questa sperequazione, madre di tutte le disgrazie che ci affliggono, derivano la volontà di potenza e di sopraffazione, l’utilizzo dei concetti di Dio Patria Famiglia come strumenti per uccidere e annientare, tutti i nazionalismi e i razzismi che nascondono gli squallidi interessi di pochissimi padroni del vapore.

Occorre superare il capitalismo. Per questo ci vuole una nuova filosofia, capace di indicare una nuova strada per un futuro di pace e armonia delle stupende diversità che ci caratterizzano. E ci vuole una nuova forma di distribuzione delle immense risorse che il Pianeta ha in serbo per tutti. Occorre pareggiare i conti, fare in modo che i ricchi siano sempre meno ricchi e che i poveri siano sempre meno poveri. E’ il trionfo sulla legge della giungla. Non è quello fisicamente più forte o quello che ha in mano la maggior parte dei mezzi a dover determinare il futuro del mondo. E’ invece ogni essere umano, unico e irripetibile, che deve essere il protagonista di quella pace universale e di quella custodia dell’intera Natura, che ha bisogno di tutti e di ciascuno.

Trasformando la proprietà privata in collettiva, il possesso in distribuzione universale dei beni, si vincerebbe contro la logica dell’egoismo e si entrerebbe nella civiltà post-cavernicola, dove ciascuno sarebbe considerato indispensabile pietruzza nel meraviglioso mosaico dell’universo Cosmo. Magari il “giro” che si oppone oggi alla violenza globale, investisse tutte le proprie forze a convincere la “stragrande maggioranza” del fatto che solo un nuovo sistema economico, politico e sociale potrebbe garantire una sicurezza definitiva e senza confini.

martedì 15 luglio 2025

Nostalgia canaglia...

 

Solo qualche spunto, il tema è gigantesco...

Etimologicamente, la "nostalgia" è "il dolore del ritorno".

E' legata inevitabilmente al limite e ha un senso all'interno della concezione ciclica del tempo.

Tutto ha un inizio e tutto ha una fine. Ciò che suscita sofferenza interiore è la consapevolezza dell'ineluttabilità. E' qualcosa di diverso dal ricordo e dalla memoria. Se il primo consente di proiettarsi in un passato che suscita solo temporanee emozioni, la seconda rende possibile rivivere pienamente nel presente ciò che viene ricordato. E' il concetto ebraico di ziqaron o greco di anamnesis, alla base del rito pasquale ed eucaristico: attraverso parole e gesti si rende di nuovo atto ciò che è accaduto una volta per tutte in un determinato momento del tempo e dello spazio.

La nostalgia ha a che fare con il ricordo e la memoria, ma lo spasimo che l'accompagna deriva dalla consapevolezza dell'irripetibilità del fatto. E' spesso accompagnata dal desiderio, altra parola chiave nello scandaglio dell'animo umano, la "privazione delle stelle". Ho nostalgia di un qualcosa che è accaduto (un contesto nel quale nuotano luoghi, sensazioni, persone, gesti, colori, musiche...), che vorrei tanto si ripetesse, ma che nel profondo so che non potrà mai più riaccadere- E' la percezione della limitatezza, la stessa che accompagna la malinconia, percezione trascendente di una bellezza eterna e infinita che si scontra con l'angusta prigionia della ragione nelle categorie dello spazio e del tempo.

In fondo è una rappresentazione sintetica della madre di tutte le nostalgie, ovvero la morte, il muro invalicabile per antonomasia. In fondo, da Gil Gamesh agli Argonauti, dall'Odissea all'Anabasi di Senofonte, è tutto un cercare di ritornare dal dove ci si sente esiliati, affrontando incredibili peripezie per scoprire, alla fin fine, che la meta non era il vero oggetto del proprio desiderio, bensì soltanto una tappa verso il Totalmente Altro.

Ecco perché, al fondo, la nostalgia è quella di un paradiso perduto, come raccontato nel testo biblico, ma anche nella miriade dei miti greci, terreno fecondo all'interno del quale si è scoperto il germoglio della filosofia. Tutta la storia, nell'ambito della concezione lineare da un punto iniziale a quello finale, altro non è che nostalgia del paradiso perduto, sia esso il mitico eden, la società senza classi dove la proprietà non aveva prodotto i suoi catastrofici effetti o una concezione dell'essere non ancora inquinata dal dominio della tecnica. Si potrebbe dire che la nostalgia è la fonte dell'inquietudine occidentale, figura dell'inevitabile terrore di una morte che si spalanca verso l'oscurità del Nulla, ispirazione del pensiero, dell'arte, della scienza, della religione. Ma è anche il motore nascosto della violenza, della guerra, della volontà di sopraffazione dell'altro, nel vano tentativo di sedare l'inesauribile desiderio di onnipotenza.

Non si può cancellare la nostalgia, a meno di non accogliere la visione dell'Oriente, quella che ormai la tecnica neocapitalista sta definitivamente cancellando. La concezione circolare della storia, presente peraltro in molti altri miti greci, solleva l'uomo dalla responsabilità drammatica della scelta e colloca l'essere all'interno del ciclo di un eterno ritorno. In esso c'è soltanto quiete, nel fascino della permanenza e dell'immutabilità. La nostalgia, se sopravvive, rimane confinata nell'ambito della psicologia individuale.

Di questi e di molti altri argomenti, connessi alla "nostalgia", parliamo stasera, Angelo Floramo e io, alle ore 21 in Villa De Brandis a Manzano. Chissà che forse, in un momento così drammatico della storia, costellato da preoccupazioni per la guerra, per la fame e per la libertà, non possa nascere qualche nuovo spunto, magari - perché no - l'idea di edificare un ponte tra Occidente nostalgico e Oriente fatalista, per trasformare la volontà di Potenza dell'Uomo in ricchissima potenzialità di costruzione di una nuova più armonica convivialità. Tra gli esseri umani e con ogni forma di Vita presente sul Pianeta Terra.

venerdì 11 luglio 2025

La filosofia salverà il mondo

 

Skopje, monumento ad Alessandro Magno
La mia riflessione odierna è molto lunga. Me ne scuso con i miei 25 lettori, ma li invito a prendersi tra i cinque e i sette minuti di tempo per leggere e farsi un'opinione. Secondo me, questo è il vero "punto" nel quale ci troviamo. Se poi volete esprimere un vostro parere, ve ne sarò ancora più grato. Andrea Bellavite 

Il dramma di questo nostro tempo è filosofico.

Sì, lo so, davanti ai bambini dilaniati dai missili israeliani, alle migliaia di morti nelle guerre in Ucraina, nel Sudan e in tante altre parti, sembra strano l'invito a fermarsi a pensare.

Eppure, sembra questo il punto. Non siamo andati molto più avanti rispetto agli australopitechi, anche se la tecnologia ci ha portato fino a un obiettivo ritenuto fino a ottanta anni fa impossibile: l'autodistruzione nucleare della vita sulla Terra.

Tanti sono i temi che dovrebbero essere trattati, qui ne segnalo due, importanti al punto da essere decisivi per l'esistenza stessa di un futuro.

Il primo riguarda la domanda fatidica: non "cosa", ma "chi" è l'Uomo. Sì, l'essere umano, nella sua integralità.

Se ci si riconosce tutti parte dell'unica famiglia umana, perché provocare così tanto dolore? Perché un "Uomo" deve ferire o uccidere un altro "Uomo"? Ammesso (e non necessariamente concesso) che possa esistere un motivo di dissidio individuale, è proprio da cavernicoli pensare che si possa fare del male a un altro perché è "italiano", "senegalese", "cinese" o quant'altro, come pure "cristiano", "musulmano", "ebreo", ecc... Se siamo tutti sorelle e fratelli, perché anteponiamo gli aggettivi al nobile concetto di "Uomo". Il nazionalismo, come pure il familismo o l'appartenenza religiosa assolutizzata sono il fondamento dei pretesti che convincono esseri umani a uccidere altri esseri umani, "con lo stesso identico umore ma con la divisa di un altro colore". Dio Patria e Famiglia è il trinomio che avvelena il mondo, non perché non siano importanti, ma perché, se concetti anteposti a quello di "Uomo", diventano un potentissimo agente di violenza, di guerra e di morte. Poi tutti dovrebbero sapere che tutto ciò che porta al conflitto dipende essenzialmente dalla paura di perdere il possesso e il potere. E si ritorna anche ai contrasti tra persona e persona, mossi soprattutto dal desiderio di accaparrarsi a ogni costo la quotidiana piccola o la mastodontica proprietà privata. I "Potenti" possidenti del Pianeta, utilizzano a loro piacimento miliardi di esseri umano, scatenandoli gli uni contro gli altri nel nome del nazionalismo e del razzismo che dividono gli umani non in quanto tali, ma sulla base di principi applicativi inventati di sana pianta e assurdi come quelli di etnia (sì, c'è ancora chi usa questo termine non molto distante da quello per fortuna cancellato dai vocabolari di razza), colore della pelle, appartenenza religiosa o ideologica e culturale, nazione e via dicendo.

Una volta stabilito che il problema è l'Uomo", si pone la questione della "verità". Chi stabilisce cosa è vero e cosa è falso? Chi cosa è buono e cosa cattivo? Chi cosa è giusto o ingiusto, bello o brutto e così via...? Nel Medioevo era semplice: l'autorità divina, fatta propria da quella terrena, la Chiesa magisteriale con la sua pretesa di interpretare la volontà di Dio, garantiva l'oggettività del bello, del buono e del vero. E ciò che essa stabiliva, forte dell'esclusività dell'ermeneutica della Bibbia, non riguardava solo i credenti, ma tutto ciò che apparteneva al concetto di "Natura". Questa visione assolutista e teocratica è stata cancellata dal pensiero moderno, dal "Cogito" cartesiano in poi il soggetto precede l'oggetto e diventa il criterio della verità, della bellezza e della bontà. A prima vista sembra una grande conquista e in effetti su essa si basano la nuova scienza, l'esplosione tecnologica e la visione democratica. Tuttavia, a lungo andare, anche questa concezione del mondo rivela le sue mancanze. Il primato del soggetto diventa soggettivismo e quello del relativo diventa relativismo. Chi stabilisce allora che uno ha ragione e l'altro no? Chi può dare un giudizio di valore sull'operato dell'uno o dell'altro, se ogni soggetto è verità a sé stesso. E' fin troppo evidente che questa visione, radicalizzata come sta accadendo nel contesto attuale, porta a una nuova edizione, riveduta e corretta, della legge della giungla: ha ragione chi ha la forza di imporre la sua ragione o creano il consenso che permette di raggiungere il potere nello stato democratico o stabilendo unilateralmente le regole alle quali tutti coloro che sono più deboli - militarmente o mediaticamente - devono sottostare se vogliono continuare a sopravvivere. Ci si può scandalizzare quanto si vuole di fronte agli orrori che si stanno perpetuando nel Mondo attuale. Ma i criminali - tali li definisco dal mio punto di vista - sono convinti di avere ragione e tacciano di disumanità chi non la pensa come loro. Ahi ahi, dove mi sono impelagato...

Come venirne fuori? Secondo il mio parere, non si tratta tanto di abbattere muri e creare ponti, quanto di incontrarsi sul ponte che unisce le due sponde, quella dell'assolutismo medievale e quella del relativismo postmoderno. Sarebbe una bella tavolata, quella sulla quale sono già seduti coloro che ci hanno preceduto e alla quale siamo invitati per portare il nostro contributo. La mastodontica opera da realizzare è quella di trovare un punto di incontro, tra la bellezza della valorizzazione della soggettività - ogni Uomo protagonista della costruzione del Mondo - e la necessità di individuare punti fermi sui quali trovarsi tutti d'accordo. E' un'impresa possibile? Chi lo sa, quello che è certo è che senza una nuova riflessione sull'Uomo e sulla Verità condivisa, non ne potremo uscire vivi. Nessuno, neanche chi pensa di passare il resto dei propri giorni in un bunker antiatomico dopo la completa distruzione della Vita sul Pianeta. 

lunedì 2 giugno 2025

2 giugno, il primato della RES-PUBLICA sulla RES-PRIVATA

 

Un augurio a tutte e tutti! La Festa della "res publica" non esclude nessuno, se non chi ritiene che sia molto più importante la "res privata".

Celebrare il 2 giugno significa riprendere in mano almeno i primi dodici articoli della Costituzione: il lavoro come fondamento, quindi la partecipazione di ogni cittadino alla costruzione dello Stato, il potere che appartiene al popolo. Inoltre non si possono dimenticare la libertà di espressione, di culto e di pensiero, poi la protezione di coloro che bussano alle porte dell'Italia fuggendo dalla guerra e dalla fame, insieme al loro diritto all'accoglienza. Soprattutto, dati i tempi, è indispensabile ricordare il RIPUDIO della guerra come strumento di risoluzione dei problemi internazionali.

Ma la Festa della Repubblica è anche l'occasione per rivendicare il primato dell'interesse pubblico su quello privato, oppure - se si preferisce, ricordando intuizioni più che bimillenarie - la finalizzazione anche della proprietà privata alla destinazione universale delle risorse. 

Al di là delle parole e degli spunti retorici che spesso si sprecano in queste occasioni, è veramente urgente che la Politica (con la P maiuscola) si affranchi dalla deriva privatistica che caratterizza l'attuale momento dell'Italia, dell'Europa e del Mondo. Solo per portare due esempi macroscopici, è evidente quanto la riduzione della Sanità e della Scuola a mere occasioni per generare profitti privati, ricostruisca quella divisioni tra classi che solo qualche anno fa si sperava fosse soltanto un brutto ricordo. Chi se lo può permettere, può ricevere un'istruzione adeguata per poter utilizzare le leve del Potere, gli altri dovranno accontentarsi del ruolo di comprimari. C'è il rischio di tornare al dettato della profetica Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana! E chi se lo può permettere, riceverà (o già riceve, ahimé) cure immediate ed efficaci, mentre gli altri dovranno prendere atto della fine della sicurezza dei Medici di Medicina Generale, delle file sempre lunghe per le visite urgenti, della deprivazione dei reparti ospedalieri a tutto vantaggio dei privati.

Ordunque! Se non si vuole rimanere nei soli enunciati di principio, occorre un soprassalto di convinzione e di coraggio. La rappresentanza politica dello Stato e delle amministrazione locali sia in prima fila nel difendere la RES PUBLICA e nel regolamentare quella privata. E le cittadine e i cittadini, chiamati a esercitare la propria sovranità attraverso gli strumenti messi a disposizione dall'attuale momento del sistema democratico, quando votano si ricordino e si interroghino sugli appetiti di chi propone la privatizzazione selvaggi come presunta soluzione di problematiche che appartengono a tutti. 

lunedì 6 gennaio 2025

Andrej Tarkovskij, tra speranza e sacrificio

Nell'indimenticabile film "Sacrificio" di Andrej Tarkovskij, la speranza di evitare l'olocausto nucleare è affidata a un bambino che, versando ogni giorno dell'acqua su un ramo secco abbandonato sulla riva del mare, è convinto di farlo rifiorire.

Il protagonista non è lui, bensì un vecchio ossessionato dalla possibile autodistruzione del mondo. Questi, identificando la minaccia nella sua forma di vita ordinaria, un tempo si sarebbe detto borghese, decide di dare fuoco a tutto ciò che rappresentava il suo sistema esistenziale, per proiettarsi negli spazi di una libertà svincolata dalle tenaglie della materia.

Sono passati quasi 40 anni dalla morte del grande regista russo e il suo messaggio è più attuale che mai. Dagli anni '90 del XX secolo si è aggiunto il pianeta virtuale che alla sicurezza fornita dal possesso dei beni materiali ha aggiunto quella resa possibile dalla fuga nella realtà globale consentita da internet, dai personal computer e dai telefonini cellulari. 

Bombardati da mattina a sera da miliardi di informazioni, senza alcuna possibilità di verifica della loro plausibilità, avvolti nel continuo fragore di musiche assordanti, accecati da luci psichedeliche, passiamo buona parte della nostra giornata ad adorare piccoli e grandi schermi. In treno, per strada, in famiglia, ovunque, ci pervengono costantemente parole e immagini che ci raccontano la Verità di quei pochi che ne posseggono i codici. Se usciamo di casa senza lo smartphone ci sentiamo smarriti, non vediamo l'ora di ritrovare il nostro aggancio con l'"al di là", sapere che cosa google ci propone come fatto importante accaduto nell'ultima mezz'ora o vedere quanti "amici" hanno lovvato (che neologismo!!!) la nostra pagina facebook.

Il mondo fisico e spirituale, dal quale i più si sentono sempre maggiormente staccati, continua con il suo immenso carico di poche gioie e di tanti dolori. Anch'essi ogni tanto bucano la virtualsfera dell'apatia, ma a intermittenza, cosicché ci si riesce a piccole dosi ci si riesce ad abituare perfino al mistero della nascita, dell'amore e della morte. E' una vaccinazione morale che impedisce al virus della Realtà di attecchire nelle nostre menti e soprattutto nei nostri cuori, indebolendo ragioni e sentimenti, accompagnandoci verso la triste realtà di morti che camminano, facile preda del Potere di turno. E' il trionfo della Retorica - direbbe il buon Carlo Michelstaedter - il soffocamento della Persuasione.

La forza omologante del Sistema può essere depotenziata proprio dalla Speranza, quella del bimbo alle prese con il ramo secco sulla riva del mare. Ci sono alcune condizioni esistenziali che rappresentano questa apertura d'orizzonte, alcune persone le vivono integralmente e diventano dei segni, dei veri maestri che senza parole indicano un atteggiamento che dovrebbe essere quella di tutti. Sono i senza tetto e i pellegrini. Spesso la situazione degli uni e degli altri è la stessa. Sono coloro che non possono rispondere alle classiche domande che poniamo a chi incontriamo per la prima volta: dove abiti? che lavoro fai? con chi vivi? Essere senza casa, senza una professione dalla quale ricavare il sostentamento, spesso senza un punto di riferimento affettivo stabile. Molti si trovano in queste condizioni per costrizione, altri per scelta. Sono i profughi che abbandonano tutto per cercare altrove sopravvivenza, i viandanti che non sopportano più il tran tran quotidiano, le persone ai margini della società cosiddetta "civile", i carcerati, i rinchiusi nei cpr. 

La possibilità di vincere il degrado del mondo, di fermare la sfera terrestre nel suo rotolare sul piano inclinato della rovina, non sta nell'idealizzare la condizione di chi non ha un tetto sotto il quale dormire, ma nel cogliere da questa enorme massa di persone che vivono nella povertà assoluta l'indicazione di un modo totalmente alternativo di usufruire di ciò che si "possiede". La libertà spirituale dal possesso è la condizione per poter sperare, oltre che la fonte naturale della condivisione interpersonale e della solidarietà sociale.

domenica 29 dicembre 2024

Tra remissione dei debiti e liberazione dei prigionieri

Nel corso di un'articolata celebrazione, iniziata nella chiesa dei Cappuccini e conclusa nella Cattedrale di Gorizia, è stato ufficialmente aperto oggi il Giubileo del 2025 in ambito diocesano.

La riflessione sulla Speranza è stata il filo conduttore del momento iniziale, come della Messa presieduta dall'Arcivescovo Redaelli che nella sua interessante omelia ha richiamato i fedeli alla dimensione della remissione del debito, quello contratto con sé stessi e quello degli uni nei confronti degli altri.

In questa apertura dell'anno santo, c'è qualcosa che sfugge. I riti sono molto potenti, quelli presieduti da Francesco in Vaticano e soprattutto a Rebibbia, come il pellegrinaggio per le vie della città compiuto oggi a livello locale. Ma non si riesce a cogliere fino in fondo il nesso tra la dimensione legata alla contemplazione del Mistero del trascendente, come fondamento spirituale assoluto della Speranza e quella immanente, determinata dalla sempre contingente traduzione in gesti e azioni conseguenti.

E così, un evento simbolicamente potente come quello di un Papa che chiede di entrare nella "porta santa" di Rebibbia, rimane sospeso tra lo stupore di una Chiesa che vuole "farsi prossimo" dei detenuti e la constatazione che quell'apertura potrà servire solo a far entrare il pontefice e i suoi collaboratori, non certo per far uscire coloro che sono reclusi. L'annuncio della liberazione dei prigionieri rimane per così dire "imprigionato" nella sfera dello Spirito, mentre non parla alla "Carne" del detenuto. Oppure viceversa, il messaggio assume una forte valenza politica di (irrealizzabile purtroppo) abbattimento dei muri della prigionia, perdendo nel contempo la libertà dello Spirito che "soffia dove vuole". 

E' simile l'impressione suscitata dalla sosta davanti alla casa circondariale di Gorizia. Da una parte si è vista una processione che più tradizionale di così non si può, litanie antiche ad accompagnare una croce sballottata di qua e di là dai portatori che non sembravano conoscere il programma del percorso, Arcivescovo in paramenti da celebrazione con mitria sul capo e pastorale tra le mani, monsignori impettiti con tanto di cappelli rossi a pon pon. Dall'altra il semplice tocco della mano del celebrante sul portale di ferro, l'aprirsi e il comparire di un detenuto insieme a don Alberto e a don Paolo, la sua lettura del Vangelo - timido e fragile - sulla liberazione degli oppressi nel Giubileo della misericordia del Signore, un breve saluto e il rinchiudersi secco e risonante del portale, chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori. Sarà perché nessuno si è premurato di spiegare l'importanza del momento, sarà perché la cortina dei giornalisti e dei fotografi ha sottratto ai più la partecipazione ai gesti, sarà perché si è voluto mostrare una Chiesa sulla soglia ma non l'uscita di coloro che sono rinchiusi, fatto sta che molti presenti erano visibilmente commossi, ma senza sapere perché. 

"Che bel gesto, emozionante e commovente!" "Già, ma cosa cambia?" "E cosa dovrebbe cambiare, mica vorrai che tutti quelli che hanno commesso reati vengano liberati?" "E allora, che senso ha questo gesto?" "Dare a loro speranza..." Ecco alcuni sprazzi dei commenti della "cente".

Ecco, per essere costruttivi e per cercare di tradurre il gesto spirituale in proposta concreta: questo anno santo potrebbe servire per facilitare i permessi d'uscita agli ospiti del carcere goriziano; per favorire la creazione di comunità dove svolgere pene alternative al carcere, necessariamente per pene inferiori ai tre anni, possibilmente anche per quelle superiori; per istituire urgentemente - atto semplicissimo da realizzare, in quanto senza oneri per l'amministrazione! - il GARANTE PER I DIRITTI DELLE PERSONE PRIVATE DELLA LIBERTA' INDIVIDUALE, con bando pubblico bandito immediatamente dal Comune di Gorizia; per chiudere il CPR di Gradisca d'Isonzo e tutti i CPR Lager presenti in Italia; per creare una piccola comunità di detenuti nell'ex seminario di Gorizia, facendo di loro degli ottimi "hospitaleri" per i giovani in cammino sull'iter goritienese o sui mille percorsi a piedi e in bicicletta che intersecano il territorio.

Insomma, c'è bisogno di riconciliare trascendenza e immanenza, senza confonderle, ma anche senza collocarle una accanto all'altra in modo poco comprensibile. In fondo, è un bel compito che può essere svolto in questo anno giubilare che per Gorizia - non è mai da dimenticare - sarà anche quello della compartecipazione a Nova Gorica, capitale europea della Cultura 2025.

martedì 27 agosto 2024

Mercoledì alle 18 in Giardino Farber, inizia In/Visible Cities: raccontare il confine

 

Archiviato l'assai riuscito tradizionale festival del folklore, inizia domani, mercoledì 28 agosto, la decima edizione del festival In/Visible Cities. E' certamente una delle più originali e interessanti manifestazioni che si svolgono a Gorizia e Nova Gorica durante l'anno. Se per andare avanti occorre ritornare alla nobile arte del "pensiero", ecco che questa iniziativa permette di riconciliarsi definitivamente con esso.

Il ricchissimo programma completo si può consultare al link: https://invisiblecities.eu/invisiblecities24

Mercoledì si inizia alle ore 18 nel Giardino Farber, presso la Sinagoga, con un dibattito sul decisivo tema del confine. Ci si confronterà con Giustina Selvelli, autrice dell'ottimo saggio "Capire il confine", con il drammaturgo Riccardo Tabilia e con l'"anima" dell'intera manifestazione Alessandro Cattunar. Sono modi diversi di guardare la stessa realtà, una straordinaria occasione per entrare sempre più profondamente nel vissuto di una/due città che non sono un'unica realtà e neppure due distinte, ma vogliono diventare "con-giunte". Veramente, da non perdere!

C'è da dire che da qui a fine ottobre - e forse anche oltre - le iniziative culturali si moltiplicano, la prossima settimana Mesto knijge a Nova Gorica, poi la festa della città di Nova Gorica con un programma straordinariamente intenso di iniziative, le proposte nell'ambito dei progetti approvati verso il 2025, incontri, espressioni artistiche, tavole rotonde e chi più ne ha più ne metta. Non c'è che dire, molto si muove e tutto ciò suscita semi di speranza che potranno portare molti e maturi frutti.

martedì 13 agosto 2024

Il fascismo è già fra noi

 

Il fascismo c’è già. Se ne accorgono in pochi perché lo si cerca dove lo si vuole nascondere, nelle pieghe delle parole e delle azioni della presidente del consiglio e dei suoi imbarazzanti collaboratori. Ma non è lì che il fascismo si manifesta nella sua autentica e inconfondibile essenza.

Il fascismo, quello vero, quello che in passato ha reso possibile l’instaurarsi del regime di Mussolini, è nel modo di pensare e di essere di tantissima gente, infettata dal virus spesso senza neppure accorgersene.

Si annida nei meandri della coscienza e domina gli stili e le concezioni della vita. Non occorre andare a scoprire i gesti eclatanti, quelli che finiscono sui giornali, come il deplorevole e inqualificabile intervento odierno sulla pittura che riprende l’Egonu mentre vola schiacciando il pallone.

Basta scorrere i social media e scoprirlo ovunque. Il fascismo è l’esaltazione della violenza contro chi la pensa diversamente, è l’esplicito razzismo nei confronti di chi ha un colore di pelle diverso o proviene da altre parti del mondo, è l’insulto sistematico, discriminante, mortale, spesso di una volgarità inaudita, è l’esaltazione della guerra in tutte le sue dimensioni, è la richiesta della tortura e della pena di morte nei confronti di chi sbaglia, è l’accettazione supina, se non consenziente, del degrado delle carceri e della stessa esistenza dei CPR.

Ma il fascismo è anche nel perbenismo che fa finta di niente e sottovaluta, che giudica l’altro con espressioni apparentemente gentili, ma proprio per questo ancora più in grado di stabilire distanze e di erigere muraglie tra gli uni e gli altri. Il fascismo è l’abbarbicarsi sulle proprie certezze, l’esaltazione della propria identità come più forte di quella dell’altro, il nazionalismo ai limiti dell’esasperazione che a volte si riscontra perfino negli avvenimenti sportivi. E’ l’accettazione della privatizzazione selvaggia dei luoghi più belli della Natura, della proprietà come status simbol e il rifiuto dei principi della condivisone e della solidarietà.

Il fascismo è l’affermazione della guerra come strumento necessario a far vincere le proprie ragioni soffocando quelle dell’altro, è la pretesa della superiorità – quasi sempre negata a parole ma presente come un tarlo venefico nella mente – della propria cultura su quella di altri popoli e nazioni. Fascismo è dividere i “noi” dai “voi”, scavare abissi che consapevolmente o meno non si vogliono colmare. E’ lo sguardo ammirato nei confronti dei ricchi, dei cosiddetti Vip, dei potenti del mondo ed è il disgusto nei confronti del povero, del debole, di chi è stato collocato ai margini della vita sociale.

Il fascismo è la lettura unilaterale e drammaticamente parziale della Storia, con la dimenticanza e la cancellazione dei torti inferti agli altri e la sopravvalutazione, se non addirittura l’invenzione, di quelli subiti. E’ la contemplazione dell’eroismo degli assassini e il disprezzo nei confronti delle vittime e di chi crede nei valori umani al punto di rifiutarsi di combattere e di affermare il metodo della nonviolenza attiva. E’ l’invocazione di leggi razziste contro chi è costretto a fuggire dalla fame e dalle guerre, è la richiesta di criminalizzare coloro che navigano nel Mediterraneo o percorrono le rotte dei Balcani per portare salvezza a chi rischia in ogni istante di perdere la vita.

Il fascismo c’è ed è già tra noi, forse anche dentro ciascuno di noi, ognuno provi a farsi un esame di coscienza. Ed è questo fascismo che deve essere combattuto in una Resistenza quotidiana, svincolandosi dalle luci e dai suoni, “panem et circenses” che distraggono dalla drammaticità della situazione. Questa Resistenza deve essere capillare ed entrare in ogni luogo, richiede una vigilanza prima di tutto su di sé, deve essere pronta anche a gesti eclatanti e nonviolenti che interpellino le coscienze, disturbino lo status quo, inquietino la sonnecchiosa opinione pubblica.

Non sarà una sinistra impantanata nelle grinfie del politicamente corretto a far sì che il fascismo, da mentalità già troppo diffusa, non diventi vero e proprio regime. Sarà invece la silenziosa – e anche non troppo silenziosa – testimonianza di vita, di libertà e di giustizia che ogni cittadina e cittadino saprà attuare con vigilanza e discrezione nella propria vita. La formazione di nuovi rappresentanti del popolo, esistenzialmente e politicamente antifascisti, ma anche liberi dalle imposizioni delle multinazionali e della Nato, a formare una nuova classe dirigente in grado di ridare fiducia e stabilità alla democrazia. Sempre che non sia troppo tardi.

venerdì 9 agosto 2024

La nostra forza sta nell'incertezza: in dialogo con Mimmo Lucano (Riace, 5 e 6 agosto , 3/3)

Domenico Lucano, classe 1958, è stato eletto sindaco di Riace per tre mandati, dal 2004 al 2018. La sua esperienza è stata bruscamente interrotta dalle cause amministrative e giudiziarie relative al tema dell'accoglienza dei migranti. Nel 2024 è stato nuovamente scelto come sindaco, contestualmente alla nomina a parlamentare europeo. 

Può raccontare come è nato quello che ovunque è chiamato "modello Riace"?

E' necessario partire da lontano. Nel 1996 e nel 1998 ci furono i primi sbarchi sulla nostra costa, da navi provenienti dal Medio Oriente. In entrambi i casi erano curdi che fuggivano dalle persecuzioni, molti di loro erano impegnati anche politicamente. A quei tempi facevo parte di un collettivo molto attento alle problematiche dei migranti e decidemmo di dare una mano a quelle persone, offrendo loro accoglienza e sostegno. Da questi incontri è nata la mia scelta di concorrere alle elezioni amministrative del 1999, risultando eletto come consigliere di minoranza e cercando di trasformare la normale azione umanitaria in preciso disegno politico. 

Come è stato accolto questo "salto di qualità"?

Devo dire che in quel periodo fu decisivo l'incontro con Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà. Aveva sentito parlare della nostra vicenda ed è venuto a presentarmi il percorso da lui condiviso a livello nazionale per giungere alla stesura di una legge nazionale sull'asilo. Il suo incoraggiamento e soprattutto la competenza mi hanno spinto a portare in consiglio comunale un ordine del giorno sul tema, che è stato accolto, impegnando il Comune ad agire, anche in vista della possibilità di nuovi sbarchi e nuove presenze.

Quindi il "modello Riace" nasce prima del mandato di sindaco affidato a Mimmo Lucano?

Sì, anzi, posso dire anche la data, 11 aprile 2001, quando la giunta comunale, guidata dal sindaco Comito, approva il progetto "Riace: rivitalizzare il borgo antico attraverso l'accoglienza e l'integrazione dei profughi. Richiesta finanziamento Ministero dell'Interno". Il documento è fondamentale, per due motivi. Il primo è che il progetto è stato approvato e con il finanziamento ottenuto si è avviata la realtà dell'accoglienza strutturata in paese. Il secondo è che esso è stato il modello per arrivare alla prima proposta di legge della Regione Calabria sul tema. Logicamente da quel momento in poi si sono intensificati i rapporti con Schiavone, che ha seguito fin dall'inizio la questione, sottolineando le opportunità e aiutandoci a risolvere i problemi.

Nel 2004 è arrivata la prima elezione a primo cittadino. Cosa è cambiato?

Non è cambiato nulla sul piano delle idealità. Il punto di partenza per me è sempre stato quello della normalità dell'incontro tra persone portatrici di tante diversità culturali, linguistico, sociali. La mia idea è stata ed è che l'accoglienza non è soltanto un servizio che si offre ai migranti che hanno bisogno di casa e lavoro, ma è anche una formidabile occasione di crescita e di sviluppo per i residenti. Ero convinto che un paese come Riace, fortemente colpito da un'emigrazione che lo ha letteralmente svuotato, avrebbe potuto rinascere proprio grazie ai richiedenti asilo e agli altri migranti che avrebbero potuto venire ad abitare qua. Per questo occorreva pensare a strutture di servizio in grado di garantire l'abitare come pure l'inserimento lavorativo.

Un progetto straordinario! Quali sono stati i risultati?

Riace è tornata effettivamente a vivere, con una presenza sempre più ampia di persone provenienti da tutto il mondo. Le case sono state di nuovo abitate e sono state trovate diverse soluzioni sul piano del lavoro. Il tutto è stato reso più semplice anche dalle leggi nazionali dato che, anche grazie all'impegno di Gianfranco Schiavone, sono stati elaborati e approvati i primi sistemi di accoglienza strutturati intorno all'assunzione di responsabilità degli enti amministrativi locali. Abbiamo aderito subito ai bandi previsti, ottenendo i necessari finanziamenti, ma anche rendendoci conto della complessità delle procedure burocratiche. Il successo della nostra iniziativa ha portato in loco giornalisti di tutto il mondo ed è così che la nostra piccola realtà è diventata il "modello Riace", suscitando da una parte molta simpatia, dall'altra forti opposizioni.

Quali difficoltà avete incontrato?

Per quanto mi riguarda, ho trovato sempre complicato corrispondere contemporaneamente all'appello di un'umanità che vorrebbe dare soluzioni immediate ai bisogni delle persone che incontro e la necessità di rimanere all'interno del tracciato fissato dalle regole normative. Occorre distinguere tra la forma e la sostanza. A volte ho avuto l'impressione che l'obbligo di osservare la forma penalizzasse l'obiettivo sostanziale, quello cioè di essere effettivamente di aiuto a persone che per arrivare fino a qua avevano perso tutto ciò che possedevano, fuggendo dalla guerra, dalla fame e dalle persecuzioni. Probabilmente ho compiuto diversi errori a causa di questa difficoltà, a volte senz'altro ha prevalso l'urgenza di soccorrere, piuttosto che la pazienza di attendere i tempi e i modi della burocrazia.

Ed è arrivato il tempo dell'esilio...

Sì, il mutato clima politico dopo le elezioni del 2018 ha portato a un grave ridimensionamento dei progetti di accoglienza legati ai Comuni. Il caso Riace, divenuto ormai noto anche fuori dai confini nazionali, non poteva passare inosservato e così hanno iniziato ad arrivare le denunce. Sono arrivati gli arresti domiciliari, poi il divieto di risiedere a Riace, infine la durissima condanna in primo grado del tribunale di Locri, legata al teorema di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, oltre che di truffa allo stato. In secondo grado saranno smontate praticamente tutte le accuse e successivamente è stato censurato lo smantellamento del sistema di accoglienza di Riace voluto contestualmente alla condanna. 

13 anni e 2 mesi di carcere per aver compiuto il reato di solidarietà?

Sì, proprio così. Oltre a ciò è stata comminata anche una condanna a corrispondere un'enorme somma finanziaria. Tuttavia questa durissima sentenza ha avuto almeno due effetti positivi. Il primo è il movimento di solidarietà che mi ha riempito di affetto e di vicinanza. Da tutta Italia e dall'estero è partito un movimento di compartecipazione che ha permesso di far conoscere ovunque il modello Riace, così come la storia personale del sottoscritto. Il secondo è che, per iniziativa dell'amico Luigi Manconi - un altro dei protagonisti della legislazione italiana sull'accoglienza - è partita una raccolta di fondi finalizzata inizialmente a pagare la sanzione che mi era stata inflitta. Non avrei mai accettato quei fondi, ma oggi, in accordo con chi li ha raccolti, dopo l'assoluzione piena da tutte le accuse, quei soldi saranno utilizzati per far ripartire l'accoglienza smantellata, con la creazione di borse lavoro, pagamento affitti, sostegno all'integrazione a tutti i livelli.

Insomma, non tutto il male viene per nuocere...

In realtà, è stato un periodo di sofferenza enorme, non solo per me ma anche per chi mi era vicino. Ho perso affetti e amicizie, ho provato la solitudine e la delusione, soprattutto vedendo cancellare tutto ciò per cui mi ero impegnato e avevo lavorato. I processi sono stati essenzialmente politici, la condanna come l'assoluzione non hanno riguardato le singole azioni contestate, bensì le motivazioni per le quali erano state compiute. E l'assoluzione definitiva sancisce fondamentalmente che le attuali leggi sull'asilo e sulla protezione dei rifugiati devono essere cambiate e migliorate, per poter consentire alla solidarietà di essere attuata senza eccessive regole e pastoie burocratiche che in fin dei conti non fanno altro che appesantire la vita delle persone e rallentare le soluzioni ai problemi della gente.

Ora un nuovo mandato di sindaco e l'elezione al parlamento europeo...

Logicamente sono molto contento di essere tornato a Riace e di poter riprendere il cammino interrotto. L'immersione nella vita di un paese non contraddice l'impegno europeo, nel parlamento e nelle commissione delle quali faccio parte. Spero di poter aiutare a rivivere il nostro "modello", con il "villaggio globale" che è stato creato nel cuore del paese e che oggi è purtroppo quasi disabitato. Nello stesso tempo cercherò in tutti i modi di portare all'attenzione dell'Europa la necessità di ripensare i modelli attuali di accoglienza, offrendo anche la nostra particolare esperienza: là dove c'è integrazione, non si realizza un bene solo per le persone accolte, ma si verifica una vera e propria trasformazione del paese che accoglie. Ciò vale senz'altro sul piano morale, ma anche su quello delle opportunità di crescita e sviluppo, perfino sul piano economico e materiale. Zone in difficoltà possono tornare a fiorire, in una dimensione di umanità e di coesione sociale finalmente ritrovata.

Auguri allora, per questo nuovo tratto di cammino, onorevole...

Oh, quello che già non riesco a sopportare in questa condizione di parlamentare europeo è l'incredibile serie di privilegi riservati a chi occupa tali posizioni. Farò di tutto per contrastare questo distacco tra i cittadini e i loro rappresentanti eletti. E' pazzesco che chi dovrebbe essere al servizio di tutti, approfitti della condizione per arricchirsi o comunque per sentirsi più in alto di tutti gli altri.

Cittadine e cittadini si avvicinano al nostro tavolo. Per ognuno c'è una parola e un saluto. Dalla porta del Municipio fanno ampi segni. Prima di salutarci, Lucano chiede un foglio, lascia il suo indirizzo mail e scrive: "LA NOSTRA FORZA STA NELL'INCERTEZZA".

giovedì 8 agosto 2024

Riace, 5 e 6 agosto 2024 (2/3): l'incontro con Alex

 

L’appuntamento è un po’ generico, la mattina del 6 agosto, “mi troverai in Municipio o in giro per il paese”. Alle 9 si arriva al bar della sera prima ed eccolo di nuovo lì. Mi vede e mi propone di scambiare due parole alle 10. E’ bello vederlo lavorare, il vero sindaco di paese. Prima è con i collaboratori, con i quali discute animatamente i problemi del momento, poi gli si avvicinano tante persone per un saluto, un augurio e un abbraccio, infine due cittadini che gli presentano il problema della mancanza d’acqua. Mimmo Lucano risponde con calma alla coppia inizialmente un po’ agitata, spiegando come la carenza d’acqua dipenda in parte dai cambiamenti climatici mondiali, ma anche da una poco oculata azione dei suoi predecessori che hanno venduto i diritti di utilizzo delle falde agli imprenditori agricoli. Non promette soltanto a parole, ma imbraccia il telefono e spedisce immediatamente i funzionari a verificare esattamente la situazione.

Tra una giunta e un saluto, tra una protesta e una spiegazione, all’improvviso compare tra i tavoli del caffè una figura inconfondibile. Padre Alex Zanotelli trascorre qualche giorno di vacanza a Riace, per stare vicino al suo amico Mimmo Lucano. Ci salutiamo, scambiamo qualche parola in amicizia e il discorso cade inevitabilmente sulla situazione del mondo attuale. “Sono preoccupatissimo – dice padre Alex – è un momento gravissimo quello che stiamo vivendo. C’è il rischio di un’escalation che dobbiamo in qualsiasi modo fermare.” Insomma, la vita non va mai in vacanza e il grande comboniano non può staccare il pensiero dalle guerre imminenti e dalla realtà dei quartieri più difficili di Napoli, con gli abitanti dei quali condivide la vita da diversi decenni. Un abbraccio, un saluto e finalmente il sindaco di Riace si avvicina e si siede con noi.

E’ impossibile riportare in un testo le emozioni, il tono di voce, la mimica degli occhi e delle mani. Posso soltanto riportare le parole, consapevole di essere un privilegiato, perché il racconto di una storia di vita non può essere sintetizzato soltanto con dei concetti. In ogni caso, è giusto provarci…

Riace, 5 e 6 agosto 2024 (1/3): Riace

 Fino a non molti anni fa, il nome di Riace era noto nel mondo per lo straordinario ritrovamento, avvenuto nel 1972, dei “bronzi”, le due magnifiche sculture scoperte nel fondale dello Jonio, oggi in mostra nel Museo Archeologico di Reggio Calabria. Il luogo della scoperta era qualche centinaio di metri distante dalla spiaggia di Marina di Riace, un tempo villaggio di pescatori, oggi piccola stazione turistica balneare. Il capoluogo del Comune si trova sui colli alla base della Sila, circa dodici chilometri all’interno, facilmente raggiungibile grazie a una strada che si inerpica tra gli ulivi e i fichi d’india.

Oggi il paese di Riace è universalmente conosciuto grazie all’esperienza umana, politica e amministrativa che ha trasformato un borgo ormai quasi del tutto abbandonato in un vero e proprio modello di villaggio globale. I protagonisti di questo cambiamento sono stati i migranti che hanno accettato l’invito ad abitare le case lasciate vuote da chi era stato a sua volta costretto a emigrare per sopravvivere, ma il regista di questa storia è stato Domenico Lucano, attualmente al quarto mandato di sindaco e da poco più di un mese parlamentare europeo.

La “mia Riace” si è svolta in due giorni ed è stata preceduta dalle solite domande interiori: è giusto capitare in un municipio, senza preavviso, per incontrare una persona chissà quanto impegnata? Chissà se lo si troverà, magari è impegnato nelle sedi del Parlamento europeo oppure semplicemente si sta godendo un periodo di meritata vacanza. Fatto sta che la sera del 5 agosto ci si fa un breve giro, scoprendo la parte antica della cittadina, visitando la chiesa e scoprendo che i santi patroni Cosma e Damiano sono veneratissimi da rom e sinti che, provenendo da tutto il Sud Italia, in maggio e settembre stazionano tre giorni in paese per partecipare e animare le processioni locali. Il tempo per una bibita nel bar in piazza ed eccolo lì, impegnato a discutere con una cittadina. Un saluto un po’ imbarazzato e ci si accorda per incontrarsi la mattina dopo. Ci sono altri avventori nel baretto, sembra di riconoscere qualche volto noto, certamente non sono tutti abitanti del luogo.

La sera si scende sulla riva del mare, c’è lo spettacolo in piazza di Mimmo Cavallaro e della sua band, un gruppo musicale folk molto popolare in Calabria e anche oltre. Si balla la tarantella per oltre due ore, con il coinvolgimento di tutti, gran parte dei partecipanti sono giovani. I pezzi travolgenti non offrono solo divertimento, ma anche messaggi di pace e di accoglienza. Viene chiamato sul palco Mimmo Lucano che riceve un’ovazione, anche se non tutti sembrano entusiasti della sua presenza. Del resto, lo spettacolo è organizzato dal Comune per residenti e turisti ed è giusto ringraziare chi lo ha reso possibile “per riportare la Cultura nel nostro territorio”, citando le parole dette con molta emozione da chi, dopo essere stato espulso da una sentenza assai discussa e discutibile, ritorna a essere primo cittadino dopo cinque anni di assenza.

Mi sento chiamare per nome. C’è anche una famiglia di Goriziani, che trascorrono le vacanze in Riace alta, incontri veramente graditi e inattesi…

martedì 18 giugno 2024

Perché il male? L'insolvenza della domanda...

 

Su una domanda si infrange la teologia, intesa nel senso letterale come "discorso su Dio".

La domanda è il perché dell'esistenza del male. Si intende il male fisico, la sofferenza dell'anima, il dolore esistenziale, il male morale che ha singolarmente lo stesso nome di quello fisico.

Se c'è un elemento che congiunge ogni essere vivente, di ogni genere e specie, è proprio la sperimentazione del male, subito o provocato che sia.

Se in qualche modo ce la si può cavare con la responsabilità umana, quando ci si riferisce alla guerra, alla fame o alle torture persecutorie, la scorciatoia non porta da nessuna parte quando si pensi alle inevitabili apparenti bizze della Natura, alle malattie che devastano il corpo e l'anima, alla morte dei bambini tra atroci spasmi.

E' logico che di fronte a tutto questo ci si chieda perché. E' meno logico pretendere che a questa domanda ci sia una risposta. Forse le religioni, con i loro complessi sistemi rituali-mitologici-morali riescono a dare delle provvisorie spiegazioni generali, attribuendo ciò che accade a un disegno provvidenziale che sfugge all'umana comprensione. Il cristianesimo si fonda sulla realtà di una condivisione del dolore fino al momento supremo della morte, anzi, perfino all'abbandono stesso del divino generatore dell'essere. Ma proprio tale affermazione proietta la soluzione della questione in una dimensione irraggiungibile dalla ragione. L'abbandono nel Dio che abbandona è un atto di fede illimitato, se non irrazionale almeno transrazionale, là dove negazione e affermazione fondamentalmente coincidono. Nella contemplazione dello Stabat Mater si congiungono compenetrandosi la più radicale esperienza di fede e il più convinto ateismo filosofico.

La debolezza delle religioni storiche sta forse proprio nel tentativo impossibile di razionalizzare l'esperienza del sacro, nel senso di rifiutarla proprio nel momento in cui la si riporta dall'orizzonte originario del tremendum et fascinans a quello ben più controllabile del dogma, della dottrina, della regola. In questo modo la religione diventa un formidabile strumento di consolazione, cancellando alla radice la tragicità dell'interrogativo esistenziale, ma anche di oppressione, vincolando la concezione del divino a un'unica visione umana e attribuendo a posizioni essenzialmente immanenti la potenza indiscutibile dell'irruzione dell'Assoluto. Il relativo si riempie di assoluto e diventa a sua volta assoluto, totalitario, in permanente scontro dialettico con la concorrenza delle altre religioni.

Non può non essere così e se anche nella società meno secolarizzata di quanto non sembri, diventa imperativo categorico il dialogo tra le religioni alla ricerca di un incontro sul punto di scaturigine comune, tale impresa risulta destinata al fallimento per un unico decisivo motivo. Il fondamento delle sacre scritture, delle regole etiche, dei miti e dei riti, non può essere raggiunto dalla ragione, può essere attinto esclusivamente nel fondo dell'anima (Maister Echkart!), là dove ogni ragionamento viene annullato dalla luce in-conoscibile della fede. E' il divieto di nominare il divino presente nelle religioni cosiddette  rivelate che paradossalmente da una parte postulano l'essere totalmente altro di Dio, dall'altra pretendono di rivelarne la volontà non solo relativamente alle grandi linee della creazione, ma anche all'esperienza storica e quotidiana di ogni essere vivente.

Ordunque, la domanda sul perché dell'esistenza del male non può trovare risposta nelle religioni. Anzi, non può e non deve trovare alcuna "risposta". Affermare questo è l'unico modo per "salvare Dio" ed evitargli un catastrofico processo da parte delle miliardi di vittime di un universo ritenuto finalizzato. Se Dio non c'entra, non c'è bisogno di mettere sotto processo nessuno, basta solo ergere la propria dignità di fronte alla tempesta del dolore cosmico e affermare che la grandezza dell'uomo, anzi di ogni vivente, sta nell'esserci, senza spiegazioni, consolazioni o recriminazioni, se non quelle da rivolgere con forza ai propri simili. Sì, perché se ciò che accomuna così drammaticamente l'umano è il mistero della sofferenza globale, il fondamento di ogni etica non è da ricercarsi nel trascendente, ma nell'immanente. E' l'impegno a lottare contro il male fisico e morale, con tutte le proprie forze, l'indignazione per la violenza e la guerra, l'azione convinta e indefessa a cercare di vincere quotidianamente le piccole battaglie, ben sapendo di dover soccombere, a testa alta e con il coraggio della speranza, nella madre di tutte le battaglie, quella contro la morte.

Oltre la quale tutto sarà finalmente chiaro. E Dio continuerà a essere, ma come era, è e sarà, al di là di ogni spazio e di ogni tempo.

venerdì 2 febbraio 2024

Francesco ovvero la fine del cattolicesimo imperiale

La postmodernità sta inghiottendo uno delle più antiche polis del Pianeta. Il secolo XX proietta le sue ultime ombre. Dopo aver contribuito alla demolizione di gloriosi imperi, alla nascita e al tracollo delle più sanguinose dittature della storia, alla fine del sogno di una koinè ispirata dal comunismo, con un minimo ritardo prepara l'evaporazione del cattolicesimo.

Così strettamente legata all'evoluzione del capitalismo, la postmodernità sta svolgendo il ruolo delle macchine di distruzione che devono abbattere le case lesionate. Poi qualcuno toglierà le macerie ed edificherà un nuovo edificio, sempre che la fase di demolizione non sia tanto intensa da rendere impossibile la ricostruzione.

Jorge Bergoglio, contestatissimo Vescovo di Roma, con i suoi 87 anni, è in questo momento la persona più giovane del Pianeta. Ciò che sta compiendo, con un sempre meno marcato sorriso sulle labbra, è lo smantellamento delle colonne portanti che hanno consentito all'impero cattolico di sopravvivere per ben 1630 anni. Sì, tra il 5 e il 6 settembre 394, l'imperatore Teodosio sulle sponde del Frigidus (l'odierno Vipacco), sconfigge quello che i vincitori hanno definito l'"usurpatore" Eugenio, riunifica l'Impero Romano e applica all'intero enorme territorio l'editto di Tessalonica. Costantino e Licinio, nel 313, avevano proclamato l'editto di Milano, con il quale stabilivano - un po' come l'articolo 19 della  Costituzione Italiana - la libertà di espressione di ogni culto religioso. Teodosio e company, con l'Editto di Tessalonica, riferendosi alla fede cristiana, nella sua versione definita (sempre dai vincitori) ortodossa, stabiliscono che Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste. In pochi anni, da perseguitati i cristiani diventano perseguitanti e si avvia il processo di identificazione tra Chiesa e Impero che - in forme diverse - attraverserà tutto il Medioevo e resisterà strenuamente al sistematico attacco del pensiero moderno. Come ogni impero che si rispetti, anche quello cristiano aveva nella sua essenza la pretesa di essere eterno e universale, giustificando in questo modo qualsiasi aberrante forma di proselitismo e di conquista, postulando che fosse meglio morire piuttosto che disobbedire agli ordini del sovrano (nell'ordine, il Papa e l'Imperatore che si ritenevano diretta espressione della volontà di Dio). E come ogni impero che si rispetti, l'inevitabile percezione del fallimento del disegno egemonico a causa dell'intrinseca diversità degli umani e della limitatezza temporale di ogni loro impresa, ha portato a una lenta trasformazione che, passo dopo passo, ha raggiunto appena in questi anni la consapevolezza. Quello che si sta vivendo è il tramonto della Cattolicità, Papa Francesco si è assunto - consapevolmente o meno - il compito di avviare una notte dalla quale potrà forse finalmente sorgere un nuovo giorno.

Questo passaggio, già intravvisto nel complesso dettato del Concilio Vaticano II (1962-1965), ma sotto la forma di compromesso tra partiti sostenitori di tesi opposte, ha alcuni punti di riconoscimento molto importanti. Per avviare soltanto il discorso, se ne possono citare come esempio tre. 

Francesco - o Bergoglio comunque lo si voglia chiamare - propone il primato della verità relativa su quella assoluta. In termini semplici, afferma come venga prima il riconoscimento fraterno della persona nella sua concreta situazione esistenziale e sociale, rispetto all'affermazione di principi assoluti ai quali occorrerebbe conformarsi per realizzare la propria vita.

Francesco propone una visione della guida della Chiesa "secolarizzata". La percezione del Papa "uno fra i pari" (e i pari sono ogni essere umano, in particolare chi vive con maggior sofferenza lo stritolamento provocato dal capitalismo) e la famosa affermazione del "chi sono io per giudicare?", da una parte demoliscono il dogma (comunque sorprendente, data la difficoltà di sostenere una cosa simile!) del Vaticano I, secondo il quale "il Romano Pontefice", a determinate condizioni, non può sbagliarsi nel proporre la Verità della Rivelazione. Dall'altra parte afferma, in chiave essenzialmente postmoderna e personalista, che il supremo criterio per stabilire il bene e il male, non appartiene a un'autorità esterna, ma all'intimo della propria coscienza.

Francesco propone di fatto di equiparare i percorsi di fede e di ricerca del senso del trascendente, rilanciando il dialogo ecumenico e interreligioso non solo sul piano di una cordiale convivenza, ma di un reciproco riconoscimento della fantasia di un appello a Dio non monocratico, ma essenzialmente pluralista e multiforme. In questa prospettiva, la parola proselitismo perde ogni significato e viene sostituita dal "dialogo", metodo per eccellenza di costruzione della vagheggiata comunione nella valorizzazione di ciascuna diversità.

A leggerle con attenzione, le parole e le forme proposte da Bergoglio altro non sono che l'espressione di un profondo buon senso  e, forse, dell'intelligente percezione di un'inattesa possibilità di mantenere vivo l'annuncio fondante del Maestro. Portano a termine un lungo processo, iniziato nella Vipavska dolina, a pochi chilometri da Gorizia, alla fine dell'estate del 394. E' la fine del cattolicesimo imperiale o dell'impero cattolico, non certo del cristianesimo in quanto tale. Francesco riporta la Chiesa alle origini, realizza in un certo modo il sogno di Lutero o la "forma" realizzata da Francesco di Assisi: l'imitazione di Cristo attraverso il solo Vangelo, affidato all'interpretazione soggettiva e non alla mediazione dell'autorità ecclesiastica.

E' la speranza di ricominciare da capo, dalla misera grotta di Betlemme o dal dramma salvifico del Calvario. Sembra quasi di sentir dire "abbiamo capito male, ripartiamo dalle fondamenta". La strada è quella della contemplazione che non incide sull'azione, della fede radicalmente distinta dalla ragione, della città di Dio del tutto incompatibile con quella dell'uomo, della fine di ogni collateralismo in nome della purificazione dell'autenticità della fede, della libertà scevra da ogni commistione col Potere.

E' facile immaginare le conseguenze si questa visione "de-istituzionalizzante". I tempi attuali sembrano essere caratterizzati dalla rapidità del loro svolgersi. E' quindi presumibile che sulla scia delle intuizioni "francescane", verrà meno la necessità di un apparato strutturale mastodontico: la Città del Vaticano, gli immensi possedimenti, i nunzi apostolici, le banche, le assicurazioni, gli intrallazzi, il maschilismo, il sacerdozio sacrale... Tutto ciò, se si prolungheranno i fili tessuti in questo pontificato, sparirà dalla storia e la voce della Chiesa tornerà a essere totalmente svincolata da ogni interesse politico o economico, a interpellare l'anima e l'animo delle persone, a offrire loro la vera ed essenziale parola innovativa, proposta dall'esperienza esistenziale del Cristo: la vittoria dell'amore sull'odio, del perdono sulla vendetta e - massima aspirazione di ogni essere - della morte sulla vita. Ma per ora, de hoc satis.