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martedì 25 gennaio 2022

Un intenso giorno di gennaio

 Molti sono i temi che caratterizzano questa giornata.

Il più importante riguarda i sei anni dal rapimento di Giulio Regeni. A Fiumicello l'evento viene ricordato con un importante meeting, nel corso del quale personaggi noti e meno noti del mondo giornalistico, culturale e sociale porteranno la loro testimonianza e la loro attiva adesione alla lotta per la verità e la giustizia. La famiglia Regeni, insieme all'avvocato Alessandra Ballerini, ha coinvolto ormai milioni di persone in Italia e in Europa, denunciando incessantemente i terribili soprusi che si compiono in Egitto (e non solo!) e invocando che sia fatta piena luce sui fatti di fine gennaio 2016. Hanno insegnato che non ci si deve stancare o demoralizzare mai, quando si è schierati nella lotta appunto, per la verità e per la giustizia.

A proposito, si torna a parlare di venti di guerra, anche se la preoccupazione per la grave crisi tra Russia e Ucraina sembra - almeno in Italia - soffocata da quella per la diffusione del coronavirus e naturalmente dalla curiosità riguardo al prossimo Presidente della Repubblica. In realtà la situazione è particolarmente difficile, sospesa tra rivendicazioni territoriali russe, possibilità di accoglienza dell'Ucraina nella NATO, tutela dei diritti delle persone, spaccatura dei Paesi dell'Unione europea e posizione quanto meno confusa del presidente USA Biden. E' auspicabile che il tutto non degeneri, ma occorre particolare delicatezza e attenzione. A volte una guerra scoppia a causa di qualche piccolo errore dell'uno, dell'altro o di entrambi i contendenti. Nel mondo globalizzato, il rischio è quello di un effetto domino che potrebbe trasformare un fragile accordo diplomatico in scintilla dagli effetti imprevedibili e devastanti. Molto interessante e istruttivo, riguardo questo argomento, è il film Monaco. Sull'orlo di una guerra, del regista tedesco Christian Schwochow (2021), sulla preparazione, svolgimento e conseguenze del Patto di Monaco. sia pur in una situazione totalmente diversa, a livello di metodo si possono individuare inquietanti similitudini.

Infine si sta arrivando al momento decisivo per ciò che concerne l'elezione del Presidente. Dando per scontato la necessità di oltrepassare i primi tre scrutini che richiedono i due terzi dei votanti, le singole operazioni di voto per il momento non interessano molto. E' più importante osservare l'altalena dei nomi che vengono posti uno dopo l'altro sul tavolo della trattativa. Draghi, entrato in conclave papa, sembra ormai certo che ne uscirà cardinale, essendo troppo difficile il nodo della sostituzione del Presidente del Consiglio, senza sciogliere il quale si andrebbe direttamente alla tanto temuta (da deputati e senatori) fine anticipata di un anno della Legislatura. Se non il "Migliore" - tanto amato dal neoliberismo europeo e mondiale targato Goldman Sachs - chi potrebbe salire al Quirinale? Molto difficile prevederlo, anche perché la scelta è demandato esclusivamente ai Mille grandi elettori, non sempre inclini ad ascoltare i numerosi suggerimenti provenienti dalla base, che tendenzialmente vorrebbe finalmente come Presidente una donna, possibilmente non troppo avanti con l'età, impegnata nella società civile, con una buona conoscenza del funzionamento delle istituzioni e delle dinamiche della democrazia rappresentativa. Non dovrebbe essere così difficile trovare una persona così!

Si conclude infine oggi, data in cui il calendario cattolico ricorda la Conversione di san Paolo, la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. La situazione della cristianità e quella più in generale del mondo sono talmente complesse da porre in secondo piano quello che fino a qualche anno fa era ritenuto una delle maggiori urgenze, ovvero il dialogo ecumenico tra le diverse forme del cristianesimo storico. Sono solo piccole ma rumorose frange tradizionaliste a rimanere ancorate all'antico detto "extra ecclesiam nulla salus", intendendo con "chiesa" soltanto quella cattolica. Chi, se non qualche ben preparato studioso di storia oppure qualche fanatico fedele "filomedioevale" si interessa alle sottigliezze teologiche che differenziano il cattolicesimo dall'ortodossia e dal protestantesimo? Si è ben più preoccupati dalle minacce globali, da quelle legate al riscaldamento globale alle guerre già in corso, dalla fragilità di fronte alle esplosioni di potenza della Natura alla debolezza risocperta nell'epoca del virus pandemico. In questa situazione, un vento di crisi infuria sulla Chiesa di Roma, indipendentemente dagli entusiasmi, ma anche dalle delusioni suscitate da papa Bergoglio. Viene tirato in ballo perfino il cosiddetto "papa emerito". Dibattendo sul sesso degli angeli e su questioni di lana caprina, alcuni ritengono che non si sia realmente dimesso e che quindi il suo "successore" sarebbe un antipapa usurpatore del trono di Pietro. Più drammaticamente, il mite Ratzinger, nonostante la debolezza e la malattia, viene esplicitamente accusato di aver coperto situazioni di pedofilia e incappa - lui o chi per lui - in un clamoroso errore, costretto a smentire sé stesso. La questione degli abusi realizzati e sottaciuti, è ormai arrivata ai piani alti del Vaticano, mescolandosi a quella degli scandali finanziari e dei (molti) gialli irrisolti, primo fra tutti quello di Emanuela Orlandi. Insomma, c'è da aspettarsi di tutto! 

lunedì 20 dicembre 2021

Ecco la Lettera di Natale 2021, in forma integrale

Come precedentemente annunciato, è stata presentata oggi a Zugliano la "Lettera di Natale 2021", scritta da un gruppo di preti e laici desiderosi di richiamare gli abitanti della Regione FVG su alcuni temi più urgenti e immediati. Il titolo è molto bello, "Ripartire dalla cura" e vale la pena dedicare alcuni minuti a leggere con attenzione il testo intero. Qui viene presentato, "rubando" il link al sito www.ilfriuli.it, ringraziando per l'opportunità.

https://www.ilfriuli.it/writable/attachments/LetteraNatale2021.pdf

mercoledì 24 novembre 2021

In ricordo di Simon Gregorčič, 115 anni dopo...

La casa natale di Simon Gregorčič a Vrsno
Si ricorda oggi, 24 novembre, l'anniversario della morte di Simon Gregorčič, uno dei più importanti poeti sloveni.

Nato a Vrsno, nel 1844, ha vissuto i primi anni della sua vita sotto l'ombra del Krn, l'inconfondibile, bella montagna visibile da ogni angola della pianura friulana.

Hanno visto la sua infanzia e l'adolescenza i verdi pascoli, sotto quello che gli italiani ribattezzarono Monte Nero, forse per ricordare le migliaia di morti, subito dopo l'intervento nella prima guerra mondiale, forse per un errore di traduzione, confondendo Krn con Črn.

E' partito presto dai suoi monti e dalla sua Soča, il meraviglioso Isonzo al quale ha dedicato il suo più celebre poeta. Ha raggiunto Gorizia, frequentato il Seminario, studiato la filosofia e la teologia. Ed è stato parroco. Sono numerosi i segni della sua presenza, in particolare a Brajnik, vicino a Dornberk e nella parrocchia di Gradiška pri Prvačini.

Spirito religioso e profondamente umano, ha vissuto e cantato l'Amore. Ha raccontato nei suoi versi la struggente nostalgia per la Natura, la dolcezza del più naturale degli affetti, la passione per la patria slovena. E' stato inquieto cantore della Bellezza e profetico visionario, pronosticando l'avvicinarsi della tragedia della prima guerra mondiale, che avrebbe colorato di sangue lo smeraldo del fiume, "meravigliosa figlia (in sloveno il nome Soča è femminile) delle montagne".

E' morto a Gorizia, il 24 novembre 1906. L'attenzione e la simpatia suscitate dalla sua presenza sono state dimostrate dal funerale. Le cronache del tempo raccontano, con una giustificata esagerazione, di un corteo lunghissimo, dal capoluogo isontino fino al paese natale e alla chiesa di San Lorenzo, dove è stato sepolto, là dove il sottofondo musicale è offerto dallo scorrere saltellante del fiume da lui tanto ricordato.

Lo si ricorda ancora, nel racconto tramandato da nonni a genitori e da genitori a figli. Simon Gregorčič parla ancora, intensamente, ai paesi dell'alta valle, a quelli della Vipava, alla Slovenia intera che gli ha attribuito il soprannome di "usignolo del Goriziano".

Il monumento (Giardini)
E' un'altra di quelle figure che anche gli italiani che vivono in questo territorio dovrebbero conoscere e apprezzare. Gli abitanti di Goriza potrebbero conoscerlo meglio, anche attraverso il bel monumento a lui dedicato, situato nei Giardini Pubblici di Corso Verdi, dove proprio in questo giorno, quindici anni dopo l'inaugurazione, è stato intensamente ricordato, da Igor Komel, Damjan Pavlin e Kristina Knez. 

E' incredibile che una figura così importante per la storia e l'arte del territorio non meriti neppure l'intitolazione di una via, nella città che l'ha visto sacerdote, artista e poeta. Arriverà il giorno in cui le decine di strade di Gorizia che ricordano le battaglie della prima guerra mondiale, diventeranno invece occasione di memoria delle donne e degli uomini che hanno comunicato pensieri e opere di bellezza, giustizia e pace?

lunedì 7 settembre 2020

Memorie a Bazovica, problemi e prospettive

Ieri, domenica 6 settembre a Basovica si è tenuta l'annuale commemorazione dei giovani sloveni del TIGR Ferdinand Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojz Valenčič, uccisi il 6 settembre 1930, dopo un processo farsa celebrato da un illegale tribunale fascista. La loro colpa era quella di lottare per la salvaguardia del diritto all'esistenza del popolo sloveno, della sua lingua e della sua cultura.

Come sempre, è stato un momento molto coinvolgente, con i canti proposti dalla brava Martina Feri, i discorsi commemorativi di autorità e di esperti, i toccanti brani poetici, la deposizione delle corone. La cerimonia è stata onorata da una presenza assai elevata di partecipanti, rigorosamente distanziati e ordinatamente disposti nell'ampia area antistante al monumento ai caduti.

Inevitabile da parte di tutti gli intervenuti il ricordo della giornata del 13 luglio, quando i due presidenti dell'Italia e della Slovenia hanno onorato i morti tenendosi per mano, come a suggellare il desiderio di avviare una stagione di pace e fraternità, al di là delle terribili tragedie della prima metà del Novecento.

Due sono state le importanti novità di quest'anno. La prima è stata la presenza attiva dei discendenti, con un bel discorso sulle identità condivise portato da Maria Bidovec, pronipote di Ferdinand. La seconda è stata la partecipazione del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza. Le sue parole hanno suscitato un applauso a scena aperta, quando ha testualmente dichiarato che "i quattro giovani non erano terroristi", apertamente in contrasto con quanto ritenuto da molti esponenti della politica italiana degli ultimi settanta anni.

La sua dichiarazione è importante, ma porta con sé alcune domande. La prima è legata alla corona depositata davanti al monumento. Presente il sindaco, perché non è stata depositata una corona da parte del Comune di Trieste, ma solo dai "sindaci dei comuni dell'ex Provincia di Trieste", quasi a indebolire il significato della presenza e del gesto? Perché non era presente il gonfalone del Comune di Trieste che per protocollo dovrebbe accompagnare il sindaco nei momenti ufficiali? E' stato un riconoscimento ufficiale e istituzionale o solo il gesto di buona volontà di un primo cittadino, apparso a tutti completamente solo, al suo arrivo e alla sua partenza da Bazovica? E la seconda parte delle sue parole intorno ai quattro "junaki" non rende meno "forte" la sua testimonianza. Riducendo la questione al loro "essere figli di una mamma e di un papà", non si tende a far dimenticare le responsabilità oggettive del fascismo e del tribunale italiano che ha emesso la sentenza nonché le motivazioni della loro lotta contro l'omologazione e la persecuzione del popolo sloveno?

Sono interrogativi che non vogliono cercare il pelo nell'uovo, ma evitare che l'esaltazione della cosiddetta "memoria condivisa" non si trasformi in realtà in una dimenticanza della verità storica, per quanto scomoda essa possa essere. Una memoria riconciliata può essere l'inizio di una nuova modalità di vivere le relazioni tra le persone e i popoli, ma anche la venefica equiparazione tra vittime e carnefici oppure il trionfo di un oblio intensificato da chiacchiere melensi e inutili "volemose tutti bén".

sabato 18 luglio 2020

Dodicesimo venerdì di protesta a Lubiana

"Si interrompa il janšismo, libertà ai media"
"Fanciullo con il piffero", simbolo della rtv Slovenija


"Senza l'apertura della foiba non ci può essere riconciliazione"
Il dodicesimo venerdì di protesta a Lubiana è stato dedicato soprattutto alla libertà di informazione. Sono molte le preoccupazioni intorno a un sempre più marcato avvicinamento dell'attuale governo alle istanze dell'Ungheria. Per questo il "fanciullo con piffero", nota statua simbolo ormai antico della Rtv slovena, è stato rivestito con la bandiera tricolore ungherese. La folla, ancora una volta impressionante in quanto a numero e qualità delle presenze, ha rivendicato l'autonomia del sistema informativo statale, contestando l'allargamento di quello che essi chiamano janšismo alle comunicazioni sociali. Molti altri, come nelle altre occasioni, sono stati i temi, approfonditi per la prima volta in un'assemblea popolare, con un'accurata divisione finale in ampi gruppi di studio intorno alle materie più scottanti del momento, dal cambiamento di paradigma politico alla giustizia sociale, dalla tutela dell'ambiente all'accoglienza dei profughi, dalla libertà d'informazione alla lotta contro il linguaggio d'odio. Tutti potevano intervenire, per portare osservazioni, riflessioni, interrogativi e proposte.
Non è mancato un riferimento agli eventi del 13 luglio. Secondo una parte dei presenti, la visita del Presidente Pahor al monumento di Basovizza è stato uno schiaffo alla storia. Non si può chiedere perdono per ciò che non si è commesso, senza dimenticare la tragedia del Narodni dom e la bella festa per la restituzione alle realtà culturali slovene di Trieste. Tra i vari cartelli, uno era particolarmente significativo: "Senza l'apertura della foiba non ci può essere riconciliazione". E' la posizione anche di alcuni tra i più documentati storici del Friuli Venezia Giulia, perché non cercare una verità storica prima di usare i simboli come manganelli? Perché non aprire la foiba e scoprire con gli strumenti di indagine contemporanei se hanno ragione coloro che ritengono il monumento costruito praticamente sul nulla o coloro che "sparano" cifre che vanno dalle poche decine fino ai 2000 riportati anche dalla maggior parte dei giornali italiani?
Mentre gli eventi d Basovizza in Italia sembrano già passare nel dimenticatoio, dopo essere stati incredibilmente strumentalizzati non soltanto dai giornali di destra, ma anche da quelli di grande diffusione (una positiva eccezione, Il Foglio), in Slovenia la ferita è ancora aperta e solo una ricostruzione storica adeguata, corretta, onesta e documentata potrà consentire finalmente di guardare al futuro. L'immagine dei due presidenti, mano nella mano, davanti ai segni delle due Basovizza, è indubbiamente efficace e induce positivi pensieri di pace. Ma non sarà un gesto sufficiente e non aprirà un modo radicalmente diverso di gestire le relazioni sul confine, senza una seria assunzione di responsabilità intorno ai crimini commessi dai fascisti in Slovenia e senza una revisione scientifica dei "simboli" della presenza jugoslava a Trieste e Gorizia. A proposito, a quando la revisione dei nomi e del numero dei "deportati" riportati sul lapidario del Parco della Rimembranza a Gorizia, come più volte autorevolmente proposto dall'anpi?

sabato 4 luglio 2020

Mattarella e Pahor non vadano a Basovizza



Migliaia di persone sono scese in piazza a Lubiana, come avviene ormai regolarmente da dieci venerdì in qua. Tra i temi della protesta di quest'ultimo venerdì ci sono stati l'antinazi-fascismo e anche la discussa visita dei Presidenti Mattarella e Pahor a Basovizza, che porterà con sé certamente non pochi problemi.
Le scritte portate dai rappresentanti della regione del litorale (Primorska) sono molto chiare: "Pahor, la visita alla foiba significa dare onore al fascismo" e "Un popolo che non conosce la propria storia non ha un futuro".
E' evidente come tale scelta porterà a un'inevitabile subordinazione mediatica dell'evento principale - la restituzione del Narodni dom di Trieste alla comunità slovena in Italia - al passaggio dei due Capi di Stato sul Carso, azione di complesso significato simbolico assai difficile da riportare in tale contesto.
L'incendio del Narodni dom è stato forse il primo gesto rivelativo dell'autentico volto del fascismo, ideologia perversa che fin dalle origini porta dentro di sé i germi del razzismo e della violenza. L'unica richiesta di perdono dovrebbe essere quella delle autorità nazionali e locali italiane che hanno lasciato trascorrere un intero secolo per una memoria e una riparazione assolutamente necessarie.
La visita alla foiba di Basovizza, anche se non si volesse tenere conto dell'assai controversa vicenda del monumento nazionale, cosa vorrebbe significare, se non una gravissima concessione alle destre, quasi che il ricordo di quanto compiuto dai fascisti in tempo di occupazione e dittatura, debba essere "equilibrato" con ciò che sarebbe stato realizzato dalle truppe partigiane jugoslave nella tragica fase conclusiva della seconda guerra mondiale scatenata proprio dai nazisti e dai fascisti. E' evidente a un primo sguardo che le due vicende non hanno alcun punto in comune che consenta un benché minimo collegamento, anzi si potrebbe dire che la seconda è stata una conseguenza diretta della violenza nazionalista che ha provocato il conflitto. 
Avrebbe di per sé maggior senso il gesto di memoria presso il monumento agli sloveni del movimento TIGR fucilati dopo i processi di Trieste nel 1929-1930, in quanto volevano difendere il diritto di un popolo a non essere schiavizzato. In questo caso si potrebbe comprendere il legame tra l'incendio del Narodni dom, grave offesa al luogo per eccellenza della vita culturale del popolo sloveno e l'uccisione dei giovani eroi che hanno dato la vita per difendere i diritti della propria comunità. Tuttavia il pellegrinaggio dei Presidenti nelle due Basovizze sembra quasi voler instaurare una macabra par condicio del terrore, scontentando fra l'altro anche la destra italiana che tuttora ritiene gli "junaki" (eroi) sloveni soltanto dei pericolosi terroristi.
Oltre a tutto ciò, c'è da dire che quella che avrebbe dovuto essere una bella festa di amicizia rischia ora di essere una giornata che scontenterà tutti: la comunità slovena in Italia, che tanto ha lavorato per raggiungere l'obiettivo della riqualificazione del Narodni dom e ora si sente accusare di un interessato silenzio di fronte a un vero e proprio sfregio della memoria; gran parte degli sloveni che vivono in Slovenia, che vedono nella visita di Pahor a Basovizza un tradimento, se non una riabilitazione del fascismo; alcune correnti più sensibili della Sinistra italiana che mettono in discussione la stessa esistenza di una foiba a Basovizza e comunque ritengono che non si possano collegare in modo antistorico avvenimenti così radicalmente diversi; a anche la destra italiana, già perplessa di fronte alla restituzione del Narodni, non accetta la riabilitazione del gruppo TIGR da parte delle autorità italiane. 
Per tutti questi e molti altri motivi, non c'è che da auspicare un ripensamento all'ultimo momento e che i due Presidenti, Pahor e Mattarella, si trovino a Trieste e vivano con entusiasmo la festa del Narodni dom e lascino perdere qualsiasi altro discutibile percorso.

giovedì 2 luglio 2020

1945. Ich bin Schwanger (sono incinta). Un libro da non perdere

Martedì 7 luglio, alle ore 20.30 nel cortile della Fondazione De Senibus in Via Da Vinci 5 a Joannis (Aiello del Friuli), Anna Di Gianantonio e Gianni Peteani presenteranno il loro ultimo libro, 1945. Ich bin schwanger (sono incinta)

Molti sono i temi che si intrecciano in questo libro, narrazione biografica che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia importante non solo la memoria ma anche il racconto di vita, come strumento fondamentale per la storiografia.
La vicenda, rigorosamente documentata dai due autori, tra i più esperti conoscitori del drammatico periodo della Resistenza e della Liberazione dal nazi-fascismo, riguarda una donna, Nerina, che scopre di essere incinta mentre è internata nel campo di concentramento di Ravensburg. Il periodo è quello ormai prossimo alla fine della seconda guerra mondiale e la donna vive sulla sua pelle la contraddizione tra il desiderio di tornare a casa per sperimentare la gioia della maternità insieme al suo compagno di vita e la consapevolezza dell'ostacolo costituito da una gravidanza vissuta in condizioni di estremo disagio. Apparentemente c'è il lieto fine, Nerina torna a casa e nasce la primogenita Sonia. In realtà il volume indaga proprio sulle relazioni intercorse tra madre e figlia, aprendo così un capitolo molto interessante, relativo sia alla ricorrente problematica relativa ai cambiamenti generazionali che a quella, particolarmente drammatica, riguardante il vissuto di una donna che ha trascorso il tempo dell'attesa in condizioni estreme. Madre e figlia si ritrovano molto tempo dopo, forse compiutamente proprio nel lunghissimo dialogo che Anna Di Gianantonio intesse con Sonia, interrogando e accogliendo risposte sempre più interessanti intorno a una relazione costruita nei silenzi, nelle incomprensioni, nella faticosa ricerca di punti comuni e infine in un distacco fisico e geografico che in qualche modo, paradossalmente, diventa la condizione per una nuova vicinanza. Insomma, un libro assolutamente da leggere e una testimonianza da rivivere per cercare una risposta alla forte domanda che gli autori pongono ai lettori: quando finisce una guerra? Solo con i trattati di pace e non piuttosto nell'interminabile ricerca di un nuovo equilibrio, attraverso la necessaria e sofferta cura di ferite profonde e non sempre guaribili?

domenica 28 giugno 2020

Coronavirus: dai ragazzi un invito all'attenzione

A volte, anzi spesso, i più giovani sono dei veri maestri di vita.
E' accaduto in questi giorni ad Aiello del Friuli, dove il sindaco e i consiglieri che fanno parte del Consiglio Comunale dei Ragazzi hanno proposto a se stessi e a tutti un bell'esercizio. Ispirandosi ai quattro segni delle carte da gioco, hanno ritenuto di proporre alcune domande relative al periodo - drammatico ed eccezionale - delle  "serrande chiuse" nei mesi di marzo e aprile. Cosa ha significato quel rimanere chiusi in casa? Hanno individuato la tragicità degli avvenimenti che hanno portato alla malattia e alla morte migliaia di persone in Italia e centinaia di migliaia in tutto il mondo, hanno rilevato le preoccupazioni di chi ha perso il posto di lavoro. Hanno tuttavia anche sottolineato i tanti aspetti positivi, quali la riscoperta del silenzio e del valore della solitudine, il rispetto per la natura, la ricostruzione di relazioni familiari da molto tempo date troppo per ovvie e scontate. Si sono infine proiettati verso il futuro, domandandosi che cosa resterà di queste esperienze, che tutti auspichiamo rimanere uniche e irripetibili. Saremo migliori di come eravamo prima? Avremo fatto tesoro degli errori del passato? Ci riscopriremo più aperti alle sorprese della vita, più attenti alle necessità degli altri, più delicati nei confronti del creato?
Sono belle e importati domande che provengono dalla sensibilità del Pianeta Giovani, che troppo spesso gli adulti snobbano o comunque non conoscono. Sarebbe proprio bene che tutti ci ponessimo gli stessi importanti interrogativi, affinché le sensazioni e i pensieri di questo periodo non vengano subito dimenticati e tutto ciò che abbiamo vissuto possa tramutarsi in forza, coraggio e impegno, per essere protagonisti e non solo passivi spettatori, nella costruzione del prossimo futuro.

mercoledì 24 giugno 2020

Il ritorno del Narodni dom

Mi permetto di dissentire. Trovo che l'"evento" storico più importante del 2020 in Friuli Venezia Giulia sia la restituzione del Narodni dom alla comunità slovena di Trieste. L'auspicio è che la presenza dei due Presidenti della Repubblica, di Slovenia Pahor e d'Italia Mattarella, sia un bel segno del desiderio di procedere con nuovo slancio nel cammino della comunione nella ricchezza delle diversità. L'incendio del Narodni è stato uno dei primi segni della violenza fascista, prodromo di quel razzismo sempre più evidente che condurrà la Nazione fino alle vergognose leggi razziali, proclamate da Mussolini proprio a Trieste nel 1938. La simbolica restituzione è un sacrosanto gesto di riconciliazione, anche se avvenuto quasi un secolo dopo quei tragici avvenimenti.
In questo contesto, la visita al discusso Monumento di Basovizza che ci azzecca? Ammesso e non concesso che quella sia davvero la tomba di tante vittime del periodo della presenza jugoslava in Trieste, in ogni caso ci si riferisce a eventi accaduti al termine della Seconda guerra mondiale, ultimo frutto velenoso di un conflitto voluto dai fascisti e dai nazisti. Che significato ha andare a Basovizza nello stesso giorno dell'inaugurazione del Narodni dom? Perché togliere anche la ribalta mediatica a un evento molto importante, supponendo che i media si scateneranno sulle immagini dei due presidenti che rendono omaggio nello stesso momento alle vittime delle foibe del 1945 e ai fucilati del gruppo TIGR del 1929? Cosa si vuol dire? Forse che l'inchino davanti alla presunta foiba in qualche modo "pareggi" a destra l'effetto della riconsegna del Narodni dom? L'incendio del centro culturale sloveno sarebbe posto sullo stesso piano degli eventi accaduti nel maggio del 1945? Che senso ha?
E anche la "par condicio" proposta da Pahor non ha molto senso, i morti ricordati nell'"altra" Basovizza sono stati fucilati dai tribunali fascisti perché essi volevano difendere i diritti del loro popolo, occupato dagli italiani dopo il Trattato di Rapallo. La visita congiunta ai due siti cosa vuol significare? Non tanto che la violenza è sempre violenza e che la dittatura è sempre dittatura, ma che è equivalente il giudizio storico sugli eventi provocati dal fascismo in venti anni di regime e quello sulle tragedie avvenute contestualmente alla definitiva liberazione dal nazi-fascismo. E questo è storicamente e moralmente inaccettabile, un ritorno alla teoria della riconciliazione delle memorie che si sperava superata dallo sguardo verso un comune futuro, come proposto dal quasi dimenticato Documento della "Commissione storica internazionale" che dal 2001 attende di essere valorizzato non certo come meta finale, ma come semplice punto di partenza per qualsiasi passo successivo.
In conclusione, cari Presidenti! Vivete in pienezza la festa del Narodni dom a Trieste. Al resto dedicate altri tempi e altre giornate...  

venerdì 19 giugno 2020

Valentin Stanič, un genio goriziano quasi dimenticato

I goriziani probabilmente riconoscono facilmente la torretta in altro a destra. Pochi tuttavia saprebbero riconoscere la chiesa, se non gli studenti che frequentano l'Istituto scolastico di via Italico Brass. E anche la maggior parte di questi non saprebbe rispondere alla domanda su cosa ci faccia una chiesa nel cortile di una scuola.
Eppure il luogo è storico e parla di una delle personalità più geniali della storia di Gorizia. E' stato ricordato ieri pomeriggio, nel corso di un semplice ma molto intenso momento di incontro, grazie all'iniziativa del Kulturni dom di Gorizia che ha invitato la cittadinanza a ricordare Valentin Stanič, autentico poliedrico genio.
Nato a Bodrež è stato un autentico "costruttore di ponti", non solo in senso metaforico, ma anche pratico, essendosi adoperato e avendo collaborato al disegno del primo bel ponte che ha collegato le due sponde del fiume nel vicino paese di Kanal ob Soči. Ha lasciato il segno del suo passaggio a Salzburg, dove ha studiato e in diversi altri luoghi dell'Impero asburgico. Si è avvicinato alla Natura, con una speciale passione per la montagna. Tra i primi alpinisti sulla vetta del GrossGlockner, ha conquistato diverse vette, tra le quali il Watzman e molte altre, nelle Giulie e nelle Carniche. Per lui l'arrampicata non era un semplice gesto sportivo, ma un'espressione di amore per i paesaggi naturali. Ha fondato una delle prime associazioni ambientaliste d'Europa, in particolare finalizzata alla tutela degli animali, dimostrando una straordinaria sensibilità verso il mondo degli esseri viventi nel loro insieme. Diventato sacerdote, ha potuto esercitare il suo ministero in ambienti molto poveri, sull'altopiano della Bajnšice e a Ročinj, piccolo borgo a nord di Kanal. La sua grande preparazione gli ha consentito di essere un grande educatore e maestro, donando la dimestichezza con la parola ed elevando il tenore culturale di quei piccoli paesi. Nominato canonico, Valentin giunge a Gorizia nel 1819 e vi resta fino alla morte, non certo per trascorrere una tranquilla pensione. Colpito dall'emarginazione sopportata dalle persone con difficoltà uditive, fonda la scuola per coloro che fino a non molto tempo fa venivano ancora definiti "sordomuti", creando per loro uno spazio di apprendimento, ma anche di socializzazione e di ricreazione. La chiesa nella foto fa parte del complesso voluto dallo Stanič e collega strettamente lo spazio spirituale con quello lavorativo, essendo ad essa collegati i laboratori per l'introduzione ai mestieri. Tra le altre attività, il sacerdote di Bodrež realizza anche una rudimentale tipografia, per tradurre in linguaggio scritto la nobiltà della parola orale. Insomma, per la sua attività di prete maestro, si potrebbe definire un "don Milani" dell'800. Purtroppo Gorizia non ha ricordato a dovere questo suo importante personaggio, come prete appartenente alla tradizione religiosa del popolo sloveno, a metà strada tra il predicatore protestante Primož Trubar e il dolce poeta Simon Gregorčič. Mentre in Germania è dedicato al suo nome il più importante premio alpinistico nazionale e in Slovenia sono stati realizzati lapidi e busti in suo onore, oltre che un sentiero che porta il suo nome e che collega Solkan con Kanal attraverso le creste del Sabotin e del Korada, a Gorizia c'è solo un piccolo parcheggio, un piccolo gesto di riconoscenza dovuto al benemerito sforzo di Aldo Rupel e della commissione toponomastica della Giunta Brancati. Il Comune, ma anche l'Arcidiocesi di Gorizia, dovrebbero certamente ricordarlo in modo più sentito e più degno.

domenica 24 maggio 2020

24 maggio, una proposta: Togliere "La leggenda del Piave" dal cerimoniale dell'onore ai caduti

105 anni sono passati dal "passaggio" dei fanti sopra gli ancora intatti ponti del Piave. Fu un evento che il fascismo pose alla base del mito della nuova Roma e che, come l'ira di Achille, infiniti addusse danni agli italiani. Forse non tutti sanno che... - indimenticabile rubrica della Settimana Enigmistica - ...che anche oggi, nell'anno di grazia 2020, la musica e le parole della Leggenda del Piave sono previste come obbligatorie (e non sostituibili) nel cerimoniale ufficiale della deposizione della corona ai caduti di tutte le guerre. Per questo, il 4 novembre come il 25 aprile, ricordando i morti della Resistenza o di Nassyria, perfino celebrando insieme agli austriaci qualche momento di pace, il ritornello è sempre lo stesso: "Il Piave mormorò, non passa lo straniero (Ehò...)". Che cosa si ricorda, insieme alla funesta entrata in guerra dell'Italia nel 1915? 25 milioni di morti, tra i quali quasi un milione e mezzo di italiani, l'epoca del nazi-fascismo, la crisi del '29, la miseria di interi popoli... La Prima Guerra Mondiale è stata un'orribile, inutile strage, un massacro nel quale è stata decimata un'intera generazione di giovani, "uomini contro", ragazzi costretti a uccidere altri ragazzi "dallo stesso identico umore ma dalla divisa di un altro colore". Quindi, non c'è niente da celebrare, soltanto il mesto ricordo di chi ha dovuto imbracciare le armi, spesso sotto la minaccia di essere a sua volta fucilato rifiutandosi di uscire dalla trincea. Il ricordo dei combattenti, ma anche dei quasi sempre dimenticati civili - in Italia oltre mezzo milione! - uccisi dalla bombe, dagli stenti e dalla pandemia del momento, non dovrebbe mai più essere associato a quell'ingiusto inizio, ma alla speranza che prima o poi, tacciano le armi e si muovano gli aratri. Altrimenti, sarebbe come voler ricordare le vittime della Seconda Guerra Mondiale celebrando l'invasione della Polonia da parte dei soldati nazisti. Ecco allora una buona occasione per cambiare un cerimoniale (obbligatorio) ormai vetusto e guerrafondaio: basta suonare e cantare La leggenda del Piave! Sostituiamola se non proprio con La guerra di Piero dell'indimenticabile Faber, almeno con qualche altro dolce canto alpino, presente nel cospicuo patrimonio regionale o nazionale italiano. Per esempio, in Friuli Venezia Giulia potrebbe essere suonata l'aria della stupenda Stelutis alpinis oppure, a livello nazionale, Dio del cielo Signore delle cime oppure, se si vuole restare legati alle vicende belliche, Monte Nero Monte Rosso (... traditore della vita mia...) oppure ancora, se si vuol osare un po' di più, O Gorizia tu sei maledetta... In ogni caso, non La leggenda del Piave!

mercoledì 6 maggio 2020

6 maggio 1976

Verso le 19 il trillo del citofono ci aveva fatto sobbalzare. Avevo 16 anni e frequentavo la I Liceo. Con mio padre stavamo guardando un telegiornale e mia madre stava preparando la cena perché doveva andare a tenere una conferenza presso la sua scuola a Gradisca. Andai a rispondere, aprii la porta e appoggiato alla ringhiera della scala attendevo con una certa curiosità il visitatore, il cui nome non mi aveva suggerito alcun volto. Era un giovane africano, veniva dall'Uganda, inviato da un prozio missionario a salutare i parenti "goriziani". Studiava in Italia la teologia, in quel tempo non era molto frequente incontrare sulla propria strada persone provenienti da altri Continenti. L'accoglienza fu davvero entusiastica, preparammo subito la stanza e poco dopo ci trovammo tutti attorno a una minestra fumante e a una bistecca ben cotta. Mia madre a malincuore ci lasciò, mentre mio padre e io cominciammo a tempestare di domande il nuovo venuto che rispondeva con grande piacere, parlando con un'invidiabile calma che contrastava con il nostro grande desiderio di conoscere.
E arrivarono le 21. C'era un caldo opprimente, tutte le finestre erano aperte ed era evidente la stranezza di un clima che costringeva alle maniche corte già dall'inizio di maggio. Il pavimento della cucina sembrò leggermente sussultare, diedi un'occhiata a mio padre che tradì una leggera sorpresa, mentre Jean continuava serenamente a raccontare della vita ugandese. Dopo una manciata di secondi tutto cominciò a sobbalzare, gli armadi della cucina dondolavano come ubriachi, i piatti cadevano con frastuono dalle mensole, i lampadari oscillavano impazziti. Ci alzammo e senza guardarci indietro percorremmo a tutta velocità le sei rampe di scale e ci trovammo in un batter d'occhio sulla strada, la Via Angiolina, affollata di persone trafelate che avevano avuto la nostra stessa idea. La sensazione era quella di un'impotenza assoluta di fronte a una Natura infinitamente più potente di noi. E Jean? Jean lo ritrovammo una mezz'ora dopo, quando, terminato l'accesso di panico, eravamo risaliti. Stava consumando tranquillamente la sua insalata e alla domanda se non avesse avuto paura, aveva seraficamente risposto che se il suo destino fosse stato quello di morire in quel modo, non avrebbe potuto cambiarlo, tanto valeva finire tranquillamente di mangiare. Verso le 23, rientrata anche mia madre da Gradisca, sono arrivate le prime notizie del disastro che si era verificato nel Medio Friuli. La mattina successiva trovammo la scuola chiusa e, saliti sull'auto di un compagno già diciottenne, andammo più velocemente possibile nella zona terremotata. In quei tempi non esisteva la Protezione Civile e ogni aiuto, nelle prime ore dopo il dramma, era accolto con benevolenza. Incuranti dell'oggettivo pericolo, ci inoltrammo per le vie di Gemona e ci inviarono a trasportare i cadaveri estratti dalle macerie, dalle case a una specie di centro di raccolta. Un silenzio di morte incombeva ovunque, rotto ogni tanto dalle nuove scosse di terremoto che facevano tremare come foglie le case rimaste miracolosamente ancora in piedi. Non avrei mai più dimenticato quelle impressioni, quei giorni di maggio, quella sensazione di una tappa della storia di quella terra e della mia vita: la fine di un'epoca,l'inizio di un'altra, come in effetti poi fu. Questo è stato il mio 6 maggio 1976.