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martedì 30 giugno 2026

Il terremoto e il divino

Purtroppo il 50mo anniversario del terremoto in Friuli e nell'alta valle della Soča, oltre che attraverso molte cerimonie, è stato reso oggetto di immediata memoria dal terribile disastro che ha colpito il Venezuela.

Di giorno in giorno le proporzioni della catastrofe diventano più grandi e si ha la sensazione che il numero enorme di dispersi sia in procinto di trasformarsi in quello dei morti. Un pensiero al popolo del Venezuela, alle vittime e alle famiglie provate da così immenso dolore.

Quando c'è una guerra, si possono individuare precise responsabilità, dai politici che l'hanno decisa agli intellettuali che l'hanno sostenuta, dai generali che l'hanno coordinata fino ai soldati che l'hanno combattuta. Nel caso di un evento naturale, a parte gli sforzi per la prevenzione e la gestione dell'emergenza e della ricostruzione, si può forse attribuire a qualche essere umano un qualche ruolo?

Muoiono decine di migliaia di persone, colpevoli di trovarsi in quel momento all'interno di un edificio crollato o sulle sponde di un fiume tracimato o su una costa travolta dallo tsunami. Muoiono tutti, adulti e bambini, sani e malati, peccatori e santi, onesti e corrotti: la terra trema per tutti allo stesso modo. E' vero, come sempre i più ricchi hanno le case antisismiche e riescono a sopravvivere anche all'ottavo grado Richter. Ma il massacro di una moltitudine, che senso ha? Perché accade? Quale terribile colpa può avere un bimbo appena nato, per essere costretto a finire la sua vita tra atroci dolori, sepolto sotto un palazzo di dieci piani?

In queste occasioni viene chiamato in causa Dio. Per i non credenti, il dolore dell'innocente è prova sufficiente per ritenere che non esista un Onnipotente, meno che meno sia possibile definirlo padre buono e provvidente. Per i credenti, si tratta di un grande mistero, di fronte al quale non si può fare altro che chinare il capo e rispettare una volontà incomprensibile, ma infinitamente più grande di quella umana. In altre parole, Dio non spiega il perché di una tragedia, ma è vicino a chi la vive, tenuto in grembo come il Cristo della Pietà, tra le braccia della madre.

Forse la nostra ragione ha sempre bisogno di una spiegazione, la coscienza richiede sempre una sia pur effimera risposta. Si prega e non si ottiene ciò che si desidererebbe, non si prega e magari ci si salva rocambolescamente. Se ci si salva e si è superstiti, si attribuisce spesso l'evento a Dio e si proclama il miracolo: uno è sopravvissuto, chissà perché proprio lui, mentre altri diecimila sono morti. Se i propri cari non si salvano, la fede debole dei parenti li porta dritti alla bestemmia, quella più forte a una sorta di malinconica rassegnazione.

E se il divino fosse davvero assolutamente fuori dallo spazio e dal tempo? Se non avesse nulla a che fare con i meccanismi che regolano l'immenso Universo? Se non fosse da ringraziare per le cose buone che ci accadono e neppure da portare sulla sedia dell'imputato nel processo che vorrebbe definire il colpevole di un terremoto?

E' una possibilità, quella di pensare alla fede come a un orizzonte fiduciale, scelto liberamente nella sfera più intima della coscienza. Una specie di aria trascendente che si respira, ma della quale non si può avere alcuna concreta percezione, determinata dalle categorie che determinano il funzionamento della nostra ragione. L'accettazione di un Dio così, può sembrare molto evanescente, è una posizione sicuramente confinante con il più intenso atesimo. Ma concepirlo "totalmente altro", del tutto "al di là" è forse l'unico modo umano per continuare a credere: un Dio che non ha nulla a che fare né con la natura - funzionante secondo le proprie specifiche leggi - né con la storia - lineare o circolare che essa sia, dipendente esclusivamente dalla libertà dell'individuo e dai meccanismi che regolano la vita della società. 

Insomma, un Dio che c'è, ma non c'entra: si muove ogni foglia, senza che Dio lo voglia.

venerdì 1 maggio 2026

Progetto Polyverse ad Aquileia: autentica pace, dialogo interreligioso, musica di alto livello

 

E' arrivato il grande momento. Domenica 3 maggio inizierà l'ultima fase del progetto europeo Polyverse, al quale da quasi tre anni lavorano insieme i rappresentanti della Basilica di Aquileia, della sinagoga di Atene, della Grande Moschea di Roma e delle comunità protestanti di Berlino.

Il progetto unisce singolarmente il dialogo interreligioso con la bellezza dei luoghi artistici e della musica. Domenica alle 12.30, dopo una sessione di dibattito tra le figure religiose che si terrà nell'aula consigliare del Comune di Aquileia e una breve illustrazione della Basilica, ci sarà l'evento centrale e si esibirà il primo coro interreligioso europeo in un eccezionale concerto. 

Il 3 maggio sarà giorno di memoria in Friuli. Nel pomeriggio a Gemona si terrà la celebrazione commemorativa dei 50 anni dal terremoto. La Basilica di Aquileia partecipa all'evento offrrendo - in orario antecedente e compatibile con quello di Gemona - un grande momento di riflessione e di promozione della pace e del dialogo fra i popoli. 

Il progetto Polyverse continuerà in giugno ad Atene, in luglio a Berlino e si concluderà in ottobre a Roma.

lunedì 20 aprile 2026

Il sole tramonta a "Occidente"

Il paradosso delle religioni cosiddette "del Libro" - ovvero, in ordine di apparizione, ebraismo cristianesimo islam - consiste nel rivendicare l'assoluta trascendenza di Dio e nel restringerlo contemporaneamente alla rispettiva visione immanente del mondo.

Non a caso, le tre forme religiose da una parte affermano con forza il comandamento di "non nominare Dio e non farsene alcuna immagine", dall'altra pretendono non solo di esplicitare con parole la sua volontà, ma anche di affidare ad autorità del tutto umane (rabbini, sacerdoti, imam, ecc.) il compito di intepretarla nei diversi contesti del tempo e dello spazio.

In questo contesto ogni religione, in momenti e in modi diversi a seconda delle dinamiche di maggioranza o minoranza, in nomine Dei ha proposto sé stessa come "unica", ritenendo le altre "false" oppure "imperfette". Ognuna di esse inoltre, si è distinta nella capacità di inserirsi nelle dinamiche storiche dei diversi momenti, a volte identificandosi con il potere politico, a volte contestandolo, a volte ancora entrando in relazione di complementarietà.

Ci sono infatti Stati laici o teocratici, all'interno dei quali il ruolo dei responsabili religiosi si configura rispettivamente come forma di rispetto e adeguamento ai valori del pluralismo oppure, al contrario,  di guida suprema delle scelte e degli orientamenti. Molto particolare è il caso della Chiesa Cattolica che vanta il più teocratico degli Stati del Mondo, la Città del Vaticano e nello stesso tempo il suo "capo assoluto" utilizza la forza di tale autorità per farsi portatore di un'autorevolezza morale a partire dalla quale ritiene di verificare e giudicare ogni altra forma di esercizio del Potere.

In realtà questo sistema è in crisi. Non sono le diverse confessioni del cristianesimo a essere in crisi, ma il Mondo cosiddetto "occidentale" che per ben oltre un millennio ha riconosciuto in esse la fonte della propria anima e della  propria ispirazione. Tale parte del Pianeta, mai stata così forte finanziariamente e militarmente, vive un'evidente e probabilmente definitiva agonia. Sostenuta da un gigantesco sistema economico, manifesta tuttavia la propria mancanza di speranza nel pericolosissimo tentativo di salvare esclusivamente sé stessa. I cristianesimi se ne sono ben accorti e, in ordine sparso, cercano di svincolarsi dalla presa mortale del capitalismo liberista alla nascita del quale hanno in diversi modi contribuito oppure sostengono i laici pontefici dell'Apocalisse, riconoscendoli addirittura come i nuovi Messia e valorizzandoli come predicatori di nuove crociat e contro i presunti "infedeli" (il riferimento a Trump - e non solo a lui - è d'obbligo).

Possono le religioni sfuggire al destino finale che le accomuna alla e alle società delle quali sono state per tanti secoli parte ed espressione?

Sì, a condizione che recuperino il famoso comandamento e rinuncino alla pretesa di essere portatrici e interpreti di quel Dio che esse stesse raccomandano di non osar neppure nominare. In altre parole, dovrebbero riconoscersi come sistemi di culto, dottrine e orientamenti etici che sono soltanto umani e in questo modo offrire una temporanea, fragile e mutevole abitazione a tutti coloro che credono nell'esistenza di un Trascendente, ma non vogliono costringerlo negli angusti spazi di definizioni, concezioni del mondo, visioni culturali che sono esclusivamente umane.

In questo modo le religioni non esaurirebbero la potenza dell'esperienza della fede personale e forse potrebbero ridefinirsi come ambiti di autentica speranza per il futuro, senza il bisogno di strutture gerarchiche, di Stati religiosi e di organizzazioni diplomatiche, mediatiche e finanziarie.

giovedì 12 marzo 2026

Dalla parte di Allah, contro i suoi denigratori


Va bene che in un festival letterario possa essere presentata una pluralità di voci e di pensieri. Vale anche per Geografie, l'evento che si terrà a Monfalcone alla fine del mese di marzo.

C'è un però... Si può, anzi si deve discutere, in modo competente e rispettoso, anche su qualsiasi tema inerente la Religione e le religioni. Ma come si fa a ragionare con la necessaria serenità, quando viene presentato - in contesto pubblico nella piazza principale della città - un libro che ha come titolo "La minaccia di Allah". Indipendentemente dal contenuto del libro, già il solo titolo non si configura come uno spunto di riflessione, ma una vera e propria grave provocazione, che mette fra l'altro in discussione l'osservanza degli articoli 8 e 19 della Costituzione. E' un'espressione di offensiva ignoranza non solo nei confronti di miliardi di musulmani che in tante nazioni del mondo professano pacificamente la loro fede, ma anche dei milioni di cristiani di lingua araba che invocano Dio proprio con il nome di Allah. Inoltre, sostenere che "i musulmani stanno avendo sempre più spazio nel nostro Paese, minacciando anche la sicurezza degli italiani" (dalla presentazione dell'autrice, riportata nel programma ufficiale della rassegna), è un modo di seminare sottile razzismo, di aizzare gli umori contro chi professa una grande religione mondiale, di creare inutili tensioni e irrazionali paure fra la popolazione.

Ben diverso è l'atteggiamento dei preti e delle comunità cristiane di Monfalcone, che hanno offerto uno spazio per pregare a sorelle e fratelli nella comune fede religiosa. Hanno compreso la straordinaria opportunità di favorire il dialogo, l'amicizia e le relazioni tra le diverse componenti. L'Arcivescovo, collegando la Quaresima con il mese di Ramadan, ha scritto una splendida lettera sulla convivenza e sull'autentica fraternità. La città dei cantieri potrebbe e dovrebbe brillare in Europa e nel Mondo come un esempio della bellezza del vivere insieme valorizzando le reciproche diversità. L'autrice del libro e l'amministrazione comunale, invece di lanciare un'anacronistica crociata, dovrebbero imparare da Gorizia dove, durante il tempo della capitale europea della cultura, l'Assessorato al 2025 ha promosso e organizzato, nello scorso mese di ottobre, un bel convegno dedicato proprio al dialogo interreligioso, realizzato con la partecipazione attiva di tutte le comunità, compresa ovviamente quella islamica.

Forse gli organizzatori di una rassegna importante come Geografie avrebbero fatto bene a pensarci due volte, prima di regalare un simile palcoscenico a chi già da molte tribune porta avanti le proprie prospettive politiche e culturali. Si possono avere idee diverse, evidenziare anche con correttezza problematiche critiche sicuramente esistenti, ma non si può accettare una sistematica denigrazione di un intero sistema religioso. 

Piena solidarietà a tutta la comunità islamica monfalconese!

domenica 22 febbraio 2026

Francesco, un rivoluzionario che trascende i secoli

 

San Francesco, da Sveta Gora, offre il Goriziano al Cielo

Sandro Pertini, in visita ad Assisi come presidente della Repubblica, volle visitare la tomba del Santo. Un volta uscito, al giornalista che gli chiedeva una sensazione, aveva risposto: "Vede, tutti noi, tra pochi anni saremo morti e dopo poco nessuno ci ricorderà. Lui invece, anche se lì sepolto, dopo 750 anni è ancora vivo!". 

Ecco, questo post racconta una storia viandante un po' personale. Un viaggio nell'Umbria, alle falde del Subasio, porta con sé sempre molte domande e poche risposte. E' un po' lungo, vi chiedo la pazienza - se possibile - di arrivare fino in fondo...

Sinceramente, non sapevo che nei mesi di febbraio e di marzo, sarebbero state esposte al pubblico le ossa di san Francesco d'Assisi.

Sono stato sui luoghi francescani, da mercoledì scorso a sabato, per motivi di lavoro e devo dire che da anni non mi capitava di viverli in modo così profondo e così emozionante.

La Verna, immersa nelle nuvole, non ha presentato la consueta festosa folla di turisti vocianti e ha offerto una straordinaria processione, accompagnata dall'inarrivabile melodia gregoriana, guidata da una trentina di frati fino al luogo dove Francesco avrebbe ricevuto sul suo corpo i segni della passione di Cristo. Il Sasso Spico, dove si ritirava spesso a pregare, trasudava umidità e invitava a quel silenzio carico di creativa inquietudine che ha generato le sue opere e parole.

Assisi sotto una pioggia gelida è un'esperienza da vivere. La basilica alta dedicata al Santo non è una specie di gigantesca aula museale riempita fino all'orlo da pellegrini e viandanti, ma una straordinaria biografia per immagini, con il testo invisibile di Bonaventura da Bagnorea e la mano inconfondibile dell'immenso Giotto. La scena poi della Crocifissione, con i colori ossidati che l'hanno trasformata in una specie di negativo fotografico ante litteram, non è soltanto uno dei vertici dell'arte di Cimabue, ma anche una delle più alte comunicazioni della drammaticità della scena del Golgothà. L'ombra della Maddalena con le braccia protese verso Gesù morente, sembra accompagnare l'oscurità della morte attraverso la dimensione imperscrutabile dell'Amore.

Avvincente è anche la camminata nei meandri della chiesa di santa Chiara. Nel silenzio regalato dalle presenze rarefatte, il bel crocifisso duecentesco che avrebbe parlato a san Francesco, sembra quasi mormorare anche al visitatore distratto parole di consolazione e di incoraggiamento, nella luce multicolore filtrata dalle finestre medievali.

Il vero Francesco si incontra però in altri luoghi, là dove non è evidente l'innalzamento dell'uomo a una dimensione quasi divina e il conseguente depotenziamento del messaggio da parte del Potere e delle folle osannanti. Si tratta anzitutto dell'oasi spirituale di San Damiano, la chiesetta restaurata dallo stesso figlio di Bernardone, divenuta poi centro di vita e di preghiera di santa Chiara e delle clarisse. Si tratta di Rivotorto dove, all'interno di un'insignificante chiesa moderna, ci si sorprende a scoprire il misero tugurio, nel quale i primi amici hanno condiviso con il Santo molti anni della loro vita. Si tratta della dolce chiesetta della Porziuncola, anch'essa risistemata dalla prima comunità e della vicina cappella del Transito, inglobate nella nota stonata della gigantesca chiesa di Santa Maria degli Angeli. Lì Francesco ha finito la sua vita, disteso nudo sulla nuda terra. E si tratta anche dell'Eremo delle Carceri, suggestivo bosco riempito dalla preghiera degli eremiti che vivevano nelle grotte e contemplavano, nel suo svelarsi in un orizzonte trascendente, il mistero del Reale.

Prorompe ovunque, in questi luoghi, il Cantico delle Creature, capolavoro di fede, spiritualità e poesia. La parola che attraversa implicitamente ogni verso è quella di un Amore creatore che si riversa ininterrottamente su ogni creature esistente, compiendosi anche nell'abbraccio definitivo della morte. Meravigliosa litania che proietta sullo schermo dell'anima tutto ciò che l'occhio limpido raccoglie nella forma arcana di una bellezza che non nega il dolore, di una purezza che coniuga la drammaticità della percezione dell'essere infinito ed eterno, con la quotidianità del semplice realizzarsi delle opere e dei giorni.

Su tutto emerge uno strumento, eletto da Francesco a condizione sine qua non per la realizzazione della sua missione. Sono le nozze con quella che Dante chiamava "Madonna Povertà". Il Santo di Assisi è quasi ossessionato dal desiderio di assomigliare totalmente al suo Maestro, il Cristo. Non quello della vita pubblica, ma quello dimenticato da tutti (o quasi) nel momento tragico della solitudine e della fine. Il rifiuto di ogni possesso è per lui l'unico modo per sentirsi unito pienamente e radicalmente a Gesù. Ed è anche la fonte della preoccupazione per il futuro della comunità di amici e amiche da lui fondata. Manterranno l'assoluta essenzialità del rudere di Rivotorto? Riusciranno a sopravvivere avendo come letto una lastra scavata nella roccia e come cuscino una pietra neppure levigata? Supereranno la tentazione della ricchezza, del lusso e del potere?

La risposta arriverà molto presto, due anni appena dopo la sua morte. Il Rivoluzionario Francesco, colui che papa Innocenzo aveva sognato come sostegno alla potentissima ma proprio per questo disastrata Chiesa medievale, deve essere ricondotto nei ranghi. Se non ci si è riusciti durante la sua vita, si è raggiunto l'obiettivo subito dopo la sua morte. "Santo subito"... e sulla sua tomba sono stati edificati alcuni tra i più insigni monumenti dell'arte italiana di tutti i tempi. Il suo ordine si è diviso quasi subito in tre filoni, un tempo l'uno contro l'altro armati. Assisi è divenuta ben presto - e oggi lo è più che mai - una meta imperdibile del turismo internazionale. E sopra il corpo dell'innamorato di madonna Povertà, con la scusa della necessità, si produce un grande spettacolo di immensa ricchezza.

In questa logica, una domanda personale finale: di fronte alle centinaia di migliaia di persone che per un mese, da oggi in poi, passeranno davanti alle povere ossa esposte alla venerazione - e forse di più alla curiosità - ci si può chiedere che senso abbia questa ostensione? Forse la suggestiva cripta sotto le due basiliche sovrapposte non era sufficiente per ritrovare lo spirito di Francesco? C'era proprio bisogno di "tirarlo fuori", in una riedizione di quel mercato delle reliquie che aveva reso ricca di denaro ma povera di spirito la Chiesa medioevale? Nell'Ottocentesimo anniversario della sua morte, non sarebbe meglio lasciar perdere la venerazione del corpo e sottolineare invece il suo annuncio di pace, riconciliazione, apertura e rispetto, in questo tempo del pluralismo etico, filosofico e religioso? 

sabato 1 novembre 2025

Santi: tutti o nessuno...

 

Pinzolo, Danza macabra

Se intendiamo con la parola "santo" un essere riconosciuto come già iscritto nell'albo dei salvati, non ne esiste alcuno sulla faccia della terra. Ciò vale anche per il suo contrario. Potrebbe aver senso che esistano santi e dannati, se la vita non avesse limiti. Essendo invece evidentemente condizionata da un inizio e da una fine, nessun uomo può raggiungere vertici di bontà o di cattiveria talmente trascendenti le categorie esistenziali da meritare un premio o un castigo eterno. Meglio allora rassegnarsi a una certa "mediocritas", condizionata dagli ambienti e dai contesti in cui si vive, che favoriscono il realizzarsi di modelli di umanità più o meno affascinanti o riprovevoli. E immaginare i "santi", in linea con la chiesa dei primi secoli, semplicemente come "appartenenti" alla comunità dei cristiani o meglio, diremmo oggi, alla famiglia degli umani e più in generale ancora, dei viventi. Allora sì, oggi è la festa di tutti, proprio di tutti i santi, ancora in cammino sulla terra o già passati al di là dell'ostacolo definitivo. E domani, due novembre, si metterà a tema proprio quel muro misterioso, frontiera tra l'al di qua e l'al di là. Ecco di seguito una breve riflessione sul tema, tratta dal settimanale Novi Matajur. (ab)   

Dagli alberi cadono le foglie, le giornate sono sempre meno illuminate dal Sole, si accendono i colori dell’autunno, ultimo sussulto di bellezza prima della pausa invernale. E’ un periodo che ha sempre impressionato l’homo sapiens, che ha dedicato questi giorni a un particolare e malinconico pensiero. Insieme al tramonto della Natura si ricordava il tramonto della vita, si dava forma al desiderio di incontrarsi di nuovo con i morti, si celebravano riti propiziatori di passaggio. Queste usanze erano talmente radicate che papa Bonifacio IV, agli albori del VII secolo, istituì la festa di “Ognissanti” e Gregorio III (metà VIII secolo) la stabilì definitivamente il Primo Novembre. A essa si unì ben presto la Commemorazione del 2 novembre, dedicata a tutti i fedeli defunti. La tradizione precristana continua a vivere sotto diversa forma, ma con identica sostanza: la tristezza per la fine, la consolazione del rito, il desiderio della compagnia di chi ci ha preceduto. In un modo o nell’altro, lo stesso Halloween - non a caso richiamo in inglese americano a “tutti i santi” - porta una ventata di contemporaneità a miti e valori la cui origine è fissata dagli antropologi nella notte dei tempi.

In fondo, tutto ciò porta a una semplice, ma drammatica constatazione. Che cosa accomuna ogni essere umano, anzi ogni vivente? La morte. Da Gil Gamesh che nel primo Fantasy della storia percorre monti e mari per trovare le fonti dell’immortalità ai sillogismi aristotelici, dagli appelli dei padri della chiesa alle suggestioni dell’Oriente, dai Sepolcri del Foscolo alla meditazione sull’essenza dell’essere di Heidegger, dalle danze macabre ai trionfi della morte rinascimentali... è sempre dominante il tema del confine dei confini, della madre di tutte le paure, quella che condiziona tutte le altre. Ogni perdita è un piccolo o grande riflesso della fine della vita, del timore di quell’apparente “ni-ente” che contraddice così clamorosamente la consapevolezza dell’”ente”. Si è di fronte a ciò che non può essere pensato, perché sfugge alle categorie dello spazio e del tempo, le uniche attraverso le quali siamo in grado di rappresentare la realtà. La morte sfugge al controllo della ragione, è una porta verso l’ignoto, o forse una finestra aperta sull’infinito o semplicemente la fine di tutto. Questo spazio di non conoscenza le consente di sfuggire all’invasione della tecnica, alla strumentalizzazione della coscienza, alle pretese incontrollabili del sapere. In un momento nel quale siamo in grado, premendo lievemente su un tasto, di ricevere miliardi di informazioni su qualsiasi remota piega dell’esistente, la morte si para davanti a ciascuno di noi come l’assoluto in-comprensibile, temuta dagli opulenti viaggiatori della postmodernità, desiderata da chi - piegato dalla miseria, dalla sofferenza o dalla disperazione, non trova un motivo sufficiente per continuare a vivere.

Ecco allora l’auspicio, nella più classica delle feste autunnali. Se tutti ci aspetta quella che Francesco chiamava “sorella”, perché non dedicare ogni istante a far sì che ogni vivente possa gustare ogni frammento della sua esistenza, nella gioia della solidarietà e dell’amore?

domenica 10 agosto 2025

I mosaici di Aquileia, un messaggio avvincente, prima del Concilio di Nicea

Chiocciole nell'aula nord (archivio personale)

E' un po' lungo il post odierno, ma credo valga la pena di leggerlo, tanto più in tempo di vacanza. Dal passato possiamo ricavare grandi insegnamenti per il nostro tempo e per il nostro particolare impegno. Tanto più è vero, quando nel nostro territorio c'è uno dei più importanti monumenti di memoria cristiana esistenti al mondo. (ab)

Il rinvenimento dei mosaici cosiddetti "teodoriani" all'interno della chiesa di Aquileia è stato evento di enorme importanza dal punto di vista storico, archeologico e culturale. Non è da sottovalutare, anzi, è forse da approfondire, l'impatto spirituale che tale scoperta ha prodotto. Sepolti per più di 1500 anni, vengono alla luce in un momento particolare, all'inizio di quel XX secolo che porterà a una radicale revisione di quell'"impero cristiano" del quale sono testimonianza solenne le successive fasi di costruzione della meravigliosa basilica.

Raccontano infatti la particolare vicenda delle comunità cristiane dei primi tre secoli, c'è ancora il sapore forte del simbolismo tipico del periodo delle persecuzioni. Dentro e dietro i simboli, tanto più quelli misteriosi e difficili oggi da decifrare, si possono solo immaginare i dibattiti profondi tra gli assertori della necessità di un'inculturazione della nascente fede cristiana attraverso i linguaggi metaforici già in uso nello spazio civile e i sostenitori delle nuove visioni gnostiche istintivamente sospettose nei confronti di qualunque riduzione puramente razionale dell'esperienza della fede.

E' il tempo della prima accoglienza dell'annuncio della morte e della risurrezione di Cristo, periodo capace di suscitare un fascino irriducibile e di infondere la forza di una passione missionaria capace, in relativamente pochi anni, di raggiungere i vertici culturali e politici dell'Impero. E' il tempo gioioso e pericoloso dell'infanzia e dell'adolescenza, l'acquisizione di un amore per il quale diventa normale mettere a repentaglio anche la propria vita, la freschezza di comunità di donne e uomini organizzate efficacemente ma non gerarchicamente strutturate.

Poi arrivò il momento dell'istituzionalizzazione, con la definizione delle verità da credere, delle forme dei riti e soprattutto del sistema di potere. I "presbiteri" (=anziani) diventano "sacer-dotes", i "vescovi" (=sovrintendenti, controllori) diventano "ponti-fices", costruttori di ponti tra il mondo divino e quello umano. Una Chiesa adulta si dota dei mezzi per attraversare i meandri e le tempeste della storia, si ripristina la distinzione tra sacro e profano che ha caratterizzato tutte le tradizionali religioni. Si prepara a diventare l'ago della bilancia dell'Occidente, in un'irrisolta dialettica tra potere religioso e potere imperiale. Il cristianesimo diventa l'anima del Medioevo, ma perde progressivamente il fascino attrattivo dei primi istanti. Francesco (san), Pietro Valdo, a suo modo Lutero e tanti altri, tenteranno di richiamare la necessità del ritorno alle origini, ma senza troppo successo, se non a livello di testimonianza personale.

La scoperta del mosaico dell'inizio del IV secolo offre la possibilità di un ritorno anche visivo, di una piena immersione nella vita della chiesa infante e adolescente. E non è forse una straordinaria occasione di ripensamento, nel momento in cui, per la prima volta da allora, il cristianesimo non è più la forma spirituale prevalente, ma si colloca in un mondo tornato completamente pluralista, con tutte le sfide di linguaggio, di simbolica  e di ricomprensione ad intra e ad extra che questa constatazione comporta? I segni simbolici voluti forse dal vescovo Teodoro saranno coperti pochi anni dopo, sostituiti da nuovi, meno evocativi di un tempo fondato sull'emozione dell'esperienza piuttosto che sulla necessità dell'appartenenza. E' forse il punto di partenza anche nell'oggi, per una rinascita radicata nella riscoperta delle origini?

I mosaici di Aquileia precedono una data fatidica, a partire dalla quale si può dire che veramente "tutto cambia". Tale data ci ricorda uno dei tanti anniversari dei quali è costellato il 2025. Senza troppi clamori, il periodo corrispondente al Concilio di Nicea (20 maggio - 25 luglio 325) è trascorso. Certo, si attende ancora la solenne celebrazione ecumenica con la presenza del papa di Roma e del patriarca di Costantinopoli. Già prevista proprio in maggio con Francesco, l'importante incontro in Turchia è stato sospeso e sembra possa essere realizzato con Leone e Bartolomeo, intorno alla festa di sant'Andrea , il prossimo 30 novembre. 

L'assise sinodale fu convocata dall'imperatore Costantino per dirimere la questione teologica dell'affermazione contestuale dell'unicità di Dio e della sua specificazione nei termini analogici di Padre e Figlio. Fu di fatto il primo momento assembleare di incontro autorevole e decisionale tra rappresentanti dei responsabili delle chiese cristiane allora diffuse nel mondo conosciuto, per affrontare insieme un problema e stabilire il "giusto modo di credere"(=ortodossia) rispetto a quello falso.

Senza negare nulla di tutto ciò che si è verificato negli ultimi sedici secoli, questa memoria potrebbe veramente consentire un salto indietro, un'immersione nel tempo pre-niceno, non per rimanere prigionieri della nostalgia, ma per studiare in una nuova luce ciò che da allora è accaduto, "verificando ogni cosa e trattenendo il valore", per poter far sì che l'annuncio della vittoria della Vita sulla Morte possa ancora portare una ventata di speranza oggi, in un mondo che ne ha un immenso bisogno.

domenica 6 luglio 2025

La Messa è finita...

 

Quando una persona decide volontariamente di farla finita con la vita, si provano diverse sensazioni: si vorrebbe capire, si è coinvolti in pesanti (e quasi sempre vani) sensi di colpa, si lascia spazio alla compassione, si invita alla contemplazione del mistero, ci si propone il silenzio, ci si impegna nella parola, perché il grido di quell'ultimo gesto non resti inascoltato.

Il suicidio del giovane prete di Bergamo non poteva passare inosservato e molti hanno voluto ricordarlo, normalmente con molto rispetto e con il desiderio di comprendere. Il presbitero è un personaggio che vive un'esistenza in pubblico e qualsiasi suo gesto che trascenda il tran tran quotidiano, non può che diventare oggetto di approfondimento e di riflessione, al di là della conoscenza o meno del soggetto del quale si parla. A lui quindi, che non ho conosciuto se non dalle fotografie, un pensiero affettuoso, fraterno e pieno di profonda pietas. Le parole che seguono non hanno a che fare direttamente con l'evento, nessuno potrà mai spiegare il come e il perché possa venir meno in un essere umano l'elementare istinto di sopravvivenza. 

Quella della guida della cattolicità è questione complessa, radicata da una parte nelle parole e nelle azioni delle prime comunità cristiane, dall'altra nella sistemazione organizzativa derivata dalla sostanziale identificazione tra il potere politico imperiale e quello essenzialmente religioso, verificatasi nella sua essenza nel corso del IV secolo. Si procede da un fondamentale passaggio, il fatto che nei testi fondanti non si parla di sacerdozio, se non nella rielaborazione teologica della lettera agli Ebrei che identifica nel Cristo l'unica possibile realizzazione del "dono del sacro" (etimologia di sacer dos). L'organizzazione della prima Chiesa sembra rifuggire dal termine, utilizzando maggiormente i sostantivi presbitero (l'anziano, il saggio coordinatore della comunità), diacono (servitore delle mense, protagonista dell'esperienza della condivisione fraterna), episcopo (il sorvegliante, punto di riferimento e di unità fra le diverse realtà sparse nelle città affacciate al bacino mediterraneo). Sarà l'epoca postcostantiniana e soprattutto quella post teodosiana (fine IV secolo) a recuperare la distinzione tra sacro e profano, a sacralizzare il ruolo del sacerdote e del pontefice (vescovo che costruisce ponti tra divino e umano), sulla scia dell'investitura divina riconosciuta al ruolo dell'Imperatore.

Nel tempo questa distinzione si è sempre più intensificata, tanto più nella conferma "quasi dogmatica" di un sacerdozio cattolico riservato esclusivamente a maschi e dell'imposizione del celibato obbligatorio ai candidati al ministero presbiterale.

Questa visione ha creato un'oggettiva separazione tra il clero (la parola stessa significa di per sé "separazione") e la comunità dei fedeli, definiti "laici" e di fatto esclusi dai processi decisionali della Chiesa. Ha funzionato nell'epoca della cristianità, ma ha cominciato a essere messa in discussione con l'avvento della modernità. Tra la Rivoluzione Francese e il Concilio Vaticano II c'è stato un tempo di forte contrasto: da una parte le nuove filosofie, la mondializzazione, la conoscenza e diffusione di nuove forme religiose, gli stessi contrasti intracristiani hanno invitato a una revisione completa dell'idea di leadership; dall'altra le cose sono andate avanti sostanzialmente senza alcun rilevante cambiamento, fino a oggi. Il Vaticano II, da questo punto di vista, ha affrontato alcune tematiche inerenti, ma non ha indicato linee di cambiamento o adeguamento ai tempi nuovi particolarmente significative.

E così il giovane che desidera diventare prete, sinceramente innamorato della figura di Gesù di Nazareth e in principio convinto di trovare la realizzazione del Vangelo nella Chiesa cattolica, si trova incanalato in una miscela micidiale di svariate identità: per una parte cospicua si dovrebbe riconfermare il sacerdos della tradizione medievale, per un'altra parte al contrario ci si dovrebbe immergere fino al collo nella postmodernità, secondo alcuni deve mantenere il potere non soltanto spirituale, secondo altri deve diventare un democratico presidente di piccolo gruppo, possibilmente scelto attraverso democratica elezione. Si prepara a inserirsi nei gangli vitali della società, immaginando un eroismo fatto di coraggiose prese di posizione portate avanti a rischio della propria vita, di un'identificazione con l'esperienza storica e teologica di Gesù, della passione di comunicare la sua bellezza a tutti... E si ritrova invece immerso in un noiosissimo martirio quotidiano fatto di ininterrotte celebrazioni molto più "sociali" che "religiose", di conti da far tornare per mantenere in piedi almeno le strutture fisiche, di baciapile interessati a tenere il prete più lontano possibile dai problemi reali delle persone. Il tutto al prezzo di una vita segnata da una rinuncia esplicita al più elementare e coinvolgente sentimento umano che solo per pochi eletti si trasforma in sperimentazione attiva e passiva dell'amore universale.

La sofferenza dei preti, soprattutto dei più sensibili, deve essere presa in considerazione. La Chiesa cattolica non può chiudere gli occhi e una ridefinizione dell'identità e del ruolo del presbiterato deve essere urgentemente presa in considerazione. Il tempo della Cristianitas non è finito solo nei dibattiti filosofici, ma anche nella vita ordinaria della gente. Il mondo del III millennio, con tutte le sue problematiche dolorose, drammatiche o affascinanti, è radicalmente diverso da quello medievale. Occorre una nuova riflessione che non può prescindere dal superamento del patriarcato attraverso il riconoscimento del presbiterato femminile, dalla definizione di un celibato volontario e non più obbligatorio, da un nuovo coinvolgimento dell'intera comunità nelle problematiche relative alla sua gestione, da una vera e propria laicizzazione del prete, non più costretto dai fatti a essere funzionario del sacro, ma essere umano (donna o uomo che sia) fra altri esseri umani, insieme in ascolto della Parola del Maestro, insieme attenti a tradurla in parole e opere di pace, di condivisione e di solidarietà universali.

lunedì 28 aprile 2025

Roma senza Papa...

Per la Chiesa cattolica, il periodo della “vacanza” è quello che intercorre fra la morte o dimissione di un vescovo di Roma e l’elezione del successore. E’ un momento molto particolare, nel quale si rincorrono le voci e impazza il totopapa. Difficile è esimersi dal commentare e dal provare qualche tentativo di analisi, a livello più giornalistico che di approfondimento della fede.

Una volta terminate le solenni esequie, si comincia anche ad affrontare un’analisi meno immediatamente coinvolta delle azioni e delle parole dello scomparso, anche per cogliere gli elementi essenziali dell’eredità affidata a colui che ne prenderà il posto. L’entusiasmo quasi unanime che ha accompagnato la morte e i funerali di Francesco è la cifra dalla quale partire per comprendere meglio ciò che in quest’ultimo decennio è accaduto.

Dai media sono scaturiti fiumi di espressioni colme di retorica, dal papa degli umili a quello degli ultimi, da quello della gioia a quello della pace. Ma quanto ha inciso veramente il suo magistero, nel mondo e nella Chiesa?

Sicuramente è stato più amato fuori dalle cerchie ecclesiastiche che al loro interno. Aiutato da un sostegno mediatico “laico” superiore a quello riservato a qualsiasi altro predecessore, ha sicuramente potuto sottolineare con forza alcuni gangli vitali del mondo contemporaneo. Ha parlato di pace e di trattativa come ineliminabile strumento per risolvere la guerra in Ucraina, anche se dal punto di vista pratico i suoi sforzi – mediati dalle infruttuose missioni del cardinale Zuppi – non hanno ottenuto nemmeno l’appoggio dei cattolici ucraini. Ha denunciato con chiarezza il “crimine” e il “terrorismo” degli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza, arrivando vicino a pronunciare la parola “genocidio”. Non si è mai stancato di parlare a favore dei migranti e all’obbligo dell’accoglienza e dell’assistenza, anche in questo caso ottenendo giustamente grande simpatia da parte di chi fa salti mortali per salvare le vite nel Mediterraneo e nei Balcani. Ma anche in questo caso non ha ricevuto in cambio altro che imbarazzate ma quasi amichevoli pacche sulle spalle da sindaci e governanti nazionali e internazionali, pronti a saltare sul suo carro prima ancora della sepoltura. Si è pronunciato molto sulla necessità che gli Stati garantiscano i fondamentali diritti alla vita, alla libertà e alla giustizia sociale, proponendo un alto magistero, forse un po’ indebolito dal suo essere, al pari dei suoi collocutori, un Capo di Stato. E di uno Stato assai importante, crocevia di problematiche economiche, politiche e culturali tutt’altro che trascendenti. Hanno destato molta attenzione le sue encicliche, prime fra tutte la Laudato sii e Fratelli tutti, piene di forti raccomandazioni riservate alla custodia del creato e alla fraternità e sororità universali. Anche in questo caso, le sue proposte hanno suscitato molto più consenso che dissenso, senza che per questo divenissero spunto di studio a livello accademico internazionale, orientamento scientifico sul quale improntare le scelte planetarie dei prossimi decenni e secoli. La reiterata denuncia dei produttori e dei venditori di armi – convenzionali e di distruzione di massa - non è arrivata fino al punto di chiedere la distruzione di tutti gli arsenali esistenti e la riforma degli statuti delle Nazioni Unite. E forse per questo in piazza san Pietro l’altro giorno c’erano molti rappresentanti di tante Nazioni, iperintrallazzate proprio con gli interessi legati al commercio degli strumenti di morte. Molto apprezzato è stato anche l’interesse attivo e costruttivo nei confronti dei più deboli della terra, anche questo tuttavia accompagnato dalla difficoltà di trasformare una Chiesa cattolica straricca, proprietaria di beni mobili e immobili giganteschi, in quella che Francesco avrebbe voluto come “Chiesa povera tra i poveri”. In sintesi, le parole programmatiche pronunciate sull’aereo, al ritorno da uno dei tanti viaggi intercontinentali e riferite a tutt’altro contesto, possono rilevare la forza e la debolezza di questo pontificato, dal punto di vista della politica estera: “voglio una chiesa senza banca vaticana”? Il che vuole dire affascinante e simpatetico nuovo modo di guardare a un mondo post e ultramoderno in evidente difficoltà, ma anche potrebbe voler rilevare l’impotenza nel voler affrontare e superare le dinamiche più complesse.

E qui si entra nel secondo capitolo, quello relativo alla partecipazione interna alla vita della Chiesa cattolica. Anche se ora quasi tutti osannanti, molti sono coloro che negli ultimi anni hanno espresso dubbi sulla conduzione “ecclesiastica” di papa Francesco. C’è stata un crescente critica tradizionalista, da destra, relativa più agli atteggiamenti che alle deliberazioni della santa sede. Si è rilevato come la semplicità estrema dei gesti simbolici papali – dalla famosa valigetta portata in aereo senza portaborse alle utilitarie (pur scortate da cortei di auto blu) – abbia messo in pericolo il concetto di sovranità e di infallibilità attribuiti al capo della Chiesa dal Concilio Vaticano I. Si è fatto presente il vero e proprio rovesciamenti di interesse accaduto dopo la repentina dimissione di Ratzinger: se il vecchio Benedetto XVI sottolineava l’importanza prioritaria della fedeltà alla Verità custodita autorevolmente dalla Chiesa cattolica, il suo successore fin dal dialogo con Eugenio Scalfari ha manifestato la sua simpatia per la relazione con l’altro, condizione previa a qualsiasi imposizione dogmatica. Se per il secondo c’erano i principi non negoziabili legati al concetto medievale di “natura”, per Francesco era evidentemente molto più importante non negoziare i temi legati alla pace, allo sfruttamento dei poveri e al rifiuto dell’accoglienza dei migranti. Se per Benedetto XVI, ispiratore della Dominus Jesus di Wojtyla, il cristianesimo ere l’unica via per un pieno rapporto con il divino, per Bergoglio ogni religione, a determinate condizioni, è una strada per arrivare a Dio. E così via, con mille altri possibili esempi. D’altra parte, anche se in misura minoritaria, c’erano anche i contestatori progressisti, da sinistra, che rimproveravano al papa l’incapacità o la mancanza di volontà nel trasformare le grandi intuizioni preannunciate attraverso le scelte personali in normativa di diritto canonico, in grado di rivoluzionare realmente e fino in fondo la Chiesa cattolica. Non si è arrivati ad affrontare e avviare una riflessione sul sacerdozio cattolico femminile, sulle tematiche legate al celibato obbligatorio per i ministri ordinati, neppure perfino alla liberalizzazione della comunione per i fedeli divorziati risposati. E non si possono passare sotto silenzio anche alcuni motivi concreti di imbarazzo e perplessità, in particolare – per citarne solo due – le ritrosie nel portare finalmente a piena luce le incredibili zone di buio del caso Emanuela Orlandi e le sostanziali ambiguità espresse di fronte all’imbarazzante caso Rupnik, addirittura con il mancato ascolto delle donne coinvolte negli abusi da esse denunciati. Comunque, dando uno sguardo positivo all’insieme di un pontificato che ha avuto senz’altro molte più luci che ombre, si potrebbe dire che la posizione di Francesco indicherebbe una strada radicalmente nuova, quella di un cristianesimo “federale”, di una considerazione egalitaria della relazione con le religioni e di un rispetto profondo e dialogante con le nuove istanze dell’ateismo moderno. Francesco avrebbe voluto arrivare fino a questo punto? O forse, si è limitato a suggerire sommessamente la via, lasciando le scelte ai suoi successori, rendendosi conto che una simile Riforma avrebbe richiesto lo smantellamento del Potere della cattolicità nel mondo attuale, la revisione dell’esistenza stessa della Città del Vaticano, la perdita di prestigio e privilegio in numerosi Paesi del mondo capitalista?

A parte il manipolo di poveri che hanno atteso la salma di Francesco a Santa Maria Maggiore, i funerali di piazza san Pietro e l’attesa frenetica del nuovo Conclave e dei suoi secolari rituali, sembrano per ora riportare l’orologio della Chiesa cattolica al momento delle scelte precedenti. La grande maggioranza di cardinali scelti da Bergoglio induce a immaginare un nuovo papa non troppo distante dai “desiderata” del “transitato”. Tuttavia la difficoltà starà nel decidere se appunto radicalizzare le posizioni di Francesco e creare le condizioni per una nuova Chiesa, finalmente, dopo più di 1700 anni post-costantiniana, con annesso possibile scisma dei tradizionalisti. Oppure cercare una soluzione di mediazione, attraverso una diplomazia in grado di ricostruire ponti e relazioni con chi in questi anni ha storto il naso, rischiando però l’intiepidimento e la delusione di coloro che in questi dieci e più anni, hanno comunque sentito il papa “vicino” alle ong sulle navi del Mediterraneo, ai migranti rinchiusi nei Centri per il Rimpatrio, agli obiettori di coscienza e al mondo ecologista. Ai tantissimi cioè che – in questi giorni di distacco – hanno detto quasi sempre le stesse parole: “io non sono credente e non mi sono mai interessati agli affari della Chiesa, ma rispetto come grande essere umano la figura e l’opera di papa Bergoglio”.

venerdì 18 aprile 2025

Veliki petek, venerdì santo nell'anno giubilare

 

Ultima cena siriaca, particolare (coll. personale)
Il racconto evangelico delle ultime ore di amicizia tra Gesù, le sue amiche e i suoi amici, è pieno di espliciti riferimenti alla nonviolenza attiva.

Il gesto della condivisione del pane e del vino, prima della più tarda sacralizzazione, richiama il dono della propria vita "per tutti", come realizzazione della "salvezza" per ogni uomo.

A Pietro e agli apostoli che lo vorrebbero difendere nel Getzemani, il Maestro, curando il soldato colpito, ricorda che "chi di spada ferisce, di spada perisce".

Davanti a Pilato e a Caifa, si rifiuta di reagire alle loro provocazioni, richiama all'intelligenza e all'umanità chi lo percuote, domandandogli: "se ho fatto del male, dimostramelo, se no, perché mi percuoti?"

Nel cammino verso il Golgothà sorride nella sofferenza alla Madre, alla Maddalena e alle altre donne che lo accompagnano, allargando il suo dolore a una dimensione universale.

Sulla croce non invoca l'intervento degli eserciti celesti per sterminare i suoi persecutori, ma pronuncia soltanto parole di perdono: "Perdona loro perché non sanno quello che fanno".

Prolunga la logica delle sue profetiche parole: porgi l'altra guancia, chi vuol salvare la propria vita la perderà, chi la perderà la salverà, solo se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto.

Quanti venerdì santi personali si verificano in questo giorno dell'Anno Domini 2025. 

Quelli che arrivano nelle loro case attraverso parole e immagini ci conducono nella stessa terra di Gesù. Un governo criminale stermina donne e bambini nella Striscia di Gaza, giustificando un vero e proprio genocidio come spropositata reazione ai terribili attentati che hanno strappato la vita a qualche migliaio di giovani inermi.

In Ucraina le bombe russe cadono su ospedali e scuole, altri crocifissi insieme ai soldati russi e ucraini mandati al macello dai rispettivi capi politici, sotto lo sguardo quasi compiaciuto degli Stati Uniti e dell'Unione europea.

In altre parti del mondo i crocifissi sono altrettanti e anche di più, senza neppure l'"onore" di balzare alle cronache internazionali "coperte" da un sistema di comunicazione totalmente miope.

Riecheggiando il titolo del famoso testo di Lenin, ci si chiede "Che fare?"

La prima risposta è quella di imparare dal racconto dei Sinottici e di Giovanni: seguire l'esempio di Gesù, riproposto quasi duemila anni dopo da Gandhi: lasciarsi ferire guardando in volto con misericordia l'offensore piuttosto che colpirlo, morire piuttosto che uccidere, come gli eroi disertori della prima guerra mondiale che si rifiutavano di uscire dalla trincea perché non volevano ammazzare giovani "con il loro stesso identico umore ma con la divisa di un altro colore". La nonviolenza attiva come metodo di affronto delle relazioni internazionali e interpersonali in molte situazioni si è dimostrata più efficace di qualsiasi uso delle armi nei conflitti.

Ma questa risposta non è sufficiente. A livello personale, là dove si decide di pagare di persona la propria scelta, quella della nonviolenza attiva è la più importante e rivoluzionaria delle risposte possibili. Ma quando ci si trova davanti al sistematico uso della forza bruta nei confronti degli altri? Se vedo una persona che colpisce un innocente davanti ai miei occhi, cosa devo fare? Restarmene passivo e non fare nulla per impedirlo non è un atteggiamento accettabile e umano. E se un intero popolo soffre sotto la pressione ingiusta delle scelte politiche di un dittatore del proprio o di un altro popolo, è ancora giusta la scelta della nonviolenza? 

E' una domanda drammatica. Se la sono posta persone di pace come Dietrich Bonhoeffer, che dopo profonda riflessione interiore ha deciso di partecipare all'organizzazione dell'attentato a Hitler. Se la sono posta gli sloveni membri del Tigr, fucilati a Basovizza nel 1930 perché avevano tentato di contestare il disegno di cancellare dalla storia la cultura, la lingua e la storia del popolo sloveno. Se la sono posta tanti partigiani che hanno contribuito a rovesciare il fascismo e il nazismo nel corso della seconda guerra mondiale. E sicuramente se la pongono tanti che vedono i propri cari minacciati dalla forza oscura dei neonazismi e dei neofascismi del nostro tempo. E' sufficiente testimoniare con la propria decisione di essere uccisi piuttosto che uccidere? O in alcuni casi, con grande dolore, è necessario imbracciare il fucile? Ma, se accettiamo questa "triste e tragica necessità", fino a dove possiamo arrivare? Qual è il limite, il confine tra il livello della responsabilità individuale e quello dell'intervento sulla situazione complessiva.

Tutti questi interrogativi dipendono dal fatto che il Novecento non ha di fatto prodotto alcuna soluzione definitiva al problema, la cui unica soluzione possibile sta nell'evitare che si creino le situazioni di conflitto. Facile a dirsi... Ma lo avevano già detto in parte il presidente statunitense Wilson e papa Benedetto XV nel 1917: soppressione di tutti gli arsenali militari, costituzione di un'autentica Società delle Nazioni alla quale i singoli Stati avrebbero dovuto conferire la responsabilità della politica estera e della difesa del Pianeta, la realizzazione degli Stati Uniti del Mondo. Era ed è un'utopia, intesa come "eu-topia", cioè bel luogo e non come realtà impossibile da realizzare. Sono passati più di cento anni e non si è fatto quasi nulla per camminare in questa direzione.

Ed è per questo che anche nel Venerdì santo 2025 ci si trova costretti ancora a distinguere tra il nobile esempio personale, profondamente umano di Gesù sulla croce e la drammatica necessità di tutelare intere popolazioni inermi, minacciate nel loro stesso elementare diritto alla Vita e alla Pace.

domenica 2 marzo 2025

Una Chiesa da ricostruire, sul fondamento delle sue origini

 

L'Aquila, la cattedrale durante la ristrutturazione (estate 2024)
Mentre si è vicini con il pensiero o con la preghiera a papa Francesco che sta affrontando la prova della malattia al Gemelli, la Chiesa cattolica si interroga sul proprio futuro. Ciò accade mentre anche il genere umano sta attraversando uno dei suoi ricorrenti difficili momenti. C'è il rischio, non troppo velato, di una deriva catastrofica non solo per coloro che già sono coinvolti in tante guerre e genocidi, ma per tutti.

In realtà c'è un nesso tra la sofferenza del pontefice e la drammatica ora del Pianeta. Quella di Bergoglio è stata infatti l'unica voce - tra quelle molto autorevoli - contraria alla narrazione guerrafondaia che da anni sta dominando il villaggio globale. L'affievolirsi dei suoi richiami all'intelligenza umana, alla diplomazia e al negoziato corrisponde all'indebolirsi di quella forza di speranza che è l'essenza del messaggio del Giubileo del 2025.

Quello che Francesco ha fatto capire è che quanto la Chiesa cattolica abbia bisogno di una riforma radicale, di una vera e propria ricostruzione sulla base dell'insegnamento e dell'esempio del  suo Fondatore. Per ricordare soltanto alcuni dei suoi richiami, è interessante paragonarli a quelli espressi dai suoi immediati predecessori. Se per Ratzinger era fondamentale l'affermazione della Verità filosofica e teologica, sulla linea del tradizionale aristotelismo tomista, per Bergoglio il primato spetta alla cura della persona e del creato, sulla scia degli innovativi percorsi della teologia della Liberazione. Se per il primo occorre essere fedeli ai "principi etici non negoziabili", per il secondo prevale la raccomandazione del non giudizio e dell'accoglienza dell'altro. Se Benedetto XVI contrastava il relativismo ideologico e dei costumi, Francesco contesta l'assolutismo di ogni Potere umano che genera guerra, persecuzione e fame. Se il pontefice tedesco vedeva i processi migratori come un possibile attentato alle "radici cristiane dell'Europa", quello argentino non ha mai smesso di contemplare il dolore dei migranti e di pretendere - quasi sempre inascoltato - il riconoscimento dell'universale fraternità e sororità, con il fattivo appello all'accoglienza permanente. Se Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno ribadito la centralità e l'unicità della Chiesa Cattolica come via per raggiungere la salvezza, Francesco nel suo viaggio in Indonesia è giunto ad affermare che "tutte le religioni sono delle vie per arrivare a Dio". 

Dal punto di vista teorico, sono dei cambiamenti di orizzonte molto significativi, corroborati anche dagli atteggiamenti personali. Il suo agire sobrio e simpatetico vuole far percepire quello del Papa come un ruolo che non pone la persona al di sopra degli altri, ma al contrario al servizio di tutti, come peraltro esplicitamente insegnato dallo stesso Gesù di Nazareth. "Chi vuole essere il primo, sia l'ultimo e il servo di tutti".

Ciò che Francesco non ha realizzato - probabilmente per un'oculata scelta prudenziale - è stata la trasformazione delle sue parole e dei suoi atteggiamenti in normativa canonica, in scelte destinate a influire sul futuro della Chiesa e del Mondo. La teologia dogmatica e il codice di diritto canonico non hanno compiuto passi significativi oltre al dettato dell'ormai sessantenne Concilio Vaticano II. Papa Bergoglio ha ritenuto evidentemente più urgente segnalare la necessità di intraprendere una nuova strada, piuttosto che adeguare strutture e mezzi in modo da mettersi immediatamente in cammino. Forse per questo ha rinnovato quasi completamente il collegio cardinalizio, pensando che da un futuro Conclave possa emergere il nome di un nuovo papa in grado di dare forma stabile alle sue intuizioni.

Chi verrà dopo di lui non avrà certo un compito facile. Si troverà davanti alla drammatica scelta che Francesco ha evitato di compiere. Dovrà misurarsi con una crescente opposizione di "destra" che già in questi ultimi anni ha minacciato lo scisma, in caso di fissazione di regole non corrispondenti alla presunta "Tradizione" della Chiesa. Ma dovrà tenere conto anche della maggior forza della "sinistra" che vorrebbe decisioni coraggiose portatrici di una vera Riforma generale, forse addirittura la fine della "cattolicità", in vista di un cristianesimo federale, condiviso con le altre confessioni cristiane e aperto al dialogo senza confini con le altre religioni e con l'ateismo moderno.

Come reggere un simile obiettivo, tanto più tenendo conto dell'urgenza di un tempo che richiede la capacità di risposte immediate a problemi impellenti? Come non cedere alla venefica tentazione di chiudersi negli angusti confini del Vaticano, senza partecipare all'attuale, decisivo momento della storia dell'Uomo e del Mondo?

Una sola previsione è possibile: il primo atto del nuovo Vescovo di Roma  non potrà essere che l'annuncio e poi la celebrazione del XXII Concilio Ecumenico, con la partecipazione delle altre chiese cristiane, degli osservatori delle altre religioni e concezioni della vita. Solo una gigantesca assise planetaria potrebbe offrire quell'autorità e quell'autorevolezza necessarie per intraprendere la più grande Riforma della Chiesa dai tempi di Lutero fino ai nostri.

giovedì 26 dicembre 2024

Una Chiesa che cambia?

 

Francesco, vescovo di Roma, ha avviato ufficialmente l'Anno Santo, la notte di Natale, aprendo la porta di San Pietro in Vaticano. E' il "pontefice", cioè "colui che costruisce ponti" e in effetti i suoi gesti e le sue parole sono improntate dal desiderio di costruire ponti di fraternità fra le persone, i popoli e le nazioni.

L'immagine del papa in carrozzina che spinge delicatamente il portale della chiesa cattolica più grande e importante del mondo è molto suggestiva. La debolezza fisica amplifica il messaggio inviato a ogni abitante del mondo, mentre la gigantesca coreografia rinascimentale sembra volerlo soffocare, ridurlo a un flatus vocis incapace di varcare le barriere degli interessi politici ed economici planetari.

Francesco parla del dolore del mondo e la sua voce riesce a raggiungere ogni angolo perché diffusa dai media gestiti dallo stesso Potere che determina le guerre, gli squilibri economici e la divisione tra pochissimi straricchi e una moltitudine immensa di strapoveri. La forza della sua denuncia è indebolita dal pulpito dal quale parla, quello di una cattolicità ancora enormemente impregnata di quello stesso immenso Potere che le ha permesso di sopravvivere e di attraversare 1700 anni di storia.

Probabilmente il papa se ne rende conto e infatti sembra più interessato a inviare accorati appelli al Pianeta minacciato che a trasformare l'istituzione ecclesiale della quale è a capo. In altre parole, parla con la forza della sua debolezza e trascura la debolezza della forza, cioè della struttura sostenuta da un miliardo di fedeli che appare sempre più come la gigantesca barocca facciata di un edificio ormai vuoto.

E' un pastore inascoltato che vuole proteggere il gregge dai lupi del presente? O è una pecora che veste la pelle del lupo per evitare all'umanità di essere sbranata? Si può usare ancora usare la metafora del buon pastore che entra per la porta giusta dell'ovile e del nemico che invece entra dalla finestra per rapire e distruggere? Fino a che punto la parola di una pecora-lupo può essere effettivamente compresa e raccolta, senza rischiare la completa inincidenza? Se fosse davvero solo pecora, sarebbe sicuramente sbranata insieme all'intero gregge? 

Tutto ciò per dire che Francesco dice parole da condividere e da comunicare ovunque, ma che la Chiesa della quale è guida suprema e assoluta deve cambiare. Le sue strutture, la visione teologica, il diritto canonico sono aggiornati, nel migliore dei casi, al Concilio Vaticano II. I documenti dell'assise di ormai 60 anni fa sono il frutto di una specie di compromesso tra "progressismo" e "conservatorismo", per cui ciascuno può trovare in quei testi conforto alle proprie tesi. E così la vita pastorale ordinaria scorre per lo più nella stessa direzione di cento anni fa, i sempre meno cosiddetti praticanti partecipano a una messa domenicale noiosa e ripetitiva, seguono schemi stantii dove ancora i sacramenti fungono da antropologici riti di iniziazione in una società ormai totalmente laicizzata, pluriculturale e plurireligiosa.

Il mondo in questi ultimi 60 anni è radicalmente cambiato e non occorre essere sociologi o analisti politici per potersene rendere conto. La globalizzazione, internet, i grandi movimenti di popoli alla ricerca di pane e pace, le guerre tecnologiche, il cambiamento climatico non inducono immediatamente a una visione di speranza. Le religioni e in particolare i cristianesimi potrebbero portare davvero una ventata di trascendenza, un altro punto di vista sulla realtà capace di rovesciare le carte e di aprire nuove inattese porte. Ma occorre superare il rischio della formalità, altrimenti anche l'apertura dei cancelli santi di Rebibbia rischierebbe di risultare un gesto soltanto simbolico se non fosse accompagnato dalla concreta liberazione di coloro che, in ogni parte del mondo, sono paralizzati dalle catene della prigionia e della schiavitù.

Il papa giustamente addita l'anno del Giubileo del 2033, memoria dei 2000 anni dalla Pasqua di Risurrezione, come tappa di verifica degli auspici che l'Anno Santo della Speranza 2025 porta con sé. E' necessario tuttavia che la chiesa cattolica per prima si aggiorni, con la possibilità di trasformarsi fino al punto da mettere in discussione i suoi stessi capisaldi. E' tempo di un nuovo Concilio, veramente "ecumenico" come quelli dei primi secoli. Se ciò accadrà, nella prossima occasione giubilare non si percepirà probabilmente soltanto la forza della debolezza di un uomo anziano in carrozzina che grida al mondo il proprio desiderio di pace,  ma quella di una Chiesa che ha rinunciato al proprio potere e alle propri strutture, per testimoniare come un altro mondo sia veramente possibile, la civiltà della pace e della giustizia. E' la riscoperta della forza travolgente del martirio, l'estrema debolezza dell'apparente perdente che mette in crisi, nell'azione nonviolenta impregnata dall'amore, uno dei più grandi imperi che la storia ricordi.

sabato 6 luglio 2024

Settimana sociale dei cattolici a Trieste: benvenuto papa Francesco!

 

Con la visita e il discorso di papa Francesco, si conclude la Settimana Sociale dei Cattolici che si è tenuta a Trieste in questi ultimi giorni. 

L'eco dei vari interventi - dal presidente della Repubblica Mattarella al presidente della Conferenza Episcopale Italiana Zuppi - insieme a quella delle mille esperienze "di strada" presenti un po' ovunque in città, rimbomba in Italia e nel mondo suscitando una sensazione di grande positività.

O meglio, la Chiesa del tempo di papa Francesco, almeno in Italia, sembra riunirsi, accogliendo la chiamata a una vera e propria crociata di pace, incentrata sull'antimilitarismo, su una sorta di anticapitalismo riformista, sull'accoglienza illimitata dell'altro in quanto persona, sul sostegno a una democrazia che abbia come base la tutela del bene e dei beni comuni.

E' evidente che tali posizioni in parte spiegano l'opposizione crescente alla linea dell'attuale pontefice argentino. Posizionare la comunità cattolica sul fronte avanzato della giustizia e della libertà, privilegiando il sociale piuttosto che il privato, fa scattare immediatamente la reazione di chi ritiene che la Chiesa non si debba ridurre alla stregua di un qualsiasi partito politico, ma debba salvaguardare i valori fondanti della sua spiritualità. Il paradosso è abbastanza evidente: il Papa, richiamando una spiritualità cristiana molto profonda, più vicina al protestantesimo del XX secolo che al magistero dei suoi immediati predecessori, fonda l'impegno per l'Uomo - in tutte le sue dimensioni - sulla base del vangelo e viene accusato di materialismo. I suoi oppositori, richiamandosi a una lettura unilaterale dei testi fondanti e soprattutto a una tradizione della Chiesa decisamente vetusta e fuori dalla storia, lo accusano di trascinare la cristianità verso una vera e propria evaporazione.

E' molto significativa la vicenda della Madonna di Linz. Di cosa si tratta? Di una totalmente inedita, a parere di chi scrive meravigliosa opera d'arte che ritrae Maria nel momento del parto - sofferente come ogni altra donna, dentro le immagini e i colori dell'iconografia classica. Il vescovo di Linz l'ha fatta collocare nella grande cattedrale della città austriaca. Apriti cielo. Da una parte si è tuonato contro la bestemmia, dall'altra si è sostenuto la necessità di ripresentare la fede cristiana in  modo comprensibile al mondo attuale. La violenza di chi non ci sta - supercattolici tradizionalisti sostenuti dalle destre agnostiche europee - è arrivata fino a tagliare la testa della statua, un segno inquietante dell'ottusità ma anche della pericolosità di chi rimane ancorato a un passato che ormai non potrà mai più tornare.

La settimana triestina richiama tutto ciò e in fondo non c'è niente di nuovo. Il buon Cromazio fa costruire una nuova chiesa e nuovi mosaici sulla primitiva basilica teodoriana aquileiese perché i mosaici originari erano diventati scandalosi, troppo legati alla quotidianità per comunicare un Mistero che - almeno così la pensavano - con Teodosio aveva trovato modo di giungere fino a determinare la ordinarie vicende dell'uomo e della storia.

Papa Francesco riporta la chiesa alla dimensione delle origini e al centro della sua riflessione non c'è la teoria, ma la pratica, o meglio la prassi, come dicevano i dimenticati sociologi del '68 europeo. E' del tutto vero che in questo modo mina le fondamenta della chiesa imperiale postcostantiniana, ma è un rischio da correre. E non sarà indolore. Una chiesa che si china sulle ferite dell'umanità non avrà bisogno di fuffignessi come l'8 per mille o i mille privilegi tuttora esistenti. Entrerà sommessamente e semplicemente nella storia, riportando al cuore della democrazia la ventata di una Speranza trascendente e per questo incontrollabile, quella della vittoria definitiva della vita sulla morte. E' la forza di questa speranza a portare anche i cattolici a lottare per un'autentica democrazia, radicata nella ricerca di un'identità multipla ideale e svincolata dalla mera e squallida voglia di Potere.

Forse tra breve non avranno più senso le settimane "dei cattolici" e forse il gigantesco potere che ancora caratterizza la Chiesa in Italia e nel Mondo sarà messo in discussione e forse addirittura sarà spazzato via dalla storia. Sarà in quel momento che la testimonianza di chi crede nell'evento irripetibile della Risurrezione potrà ritrovare dentro e fuori di sé l'inarrestabile forza del potere dei senza potere. C'è ancora qualche passo da fare, ma il futuro è più vicino di quanto non si possa pensare!