E' legata inevitabilmente al limite e ha un senso all'interno della concezione ciclica del tempo.
Tutto ha un inizio e tutto ha una fine. Ciò che suscita sofferenza interiore è la consapevolezza dell'ineluttabilità. E' qualcosa di diverso dal ricordo e dalla memoria. Se il primo consente di proiettarsi in un passato che suscita solo temporanee emozioni, la seconda rende possibile rivivere pienamente nel presente ciò che viene ricordato. E' il concetto ebraico di ziqaron o greco di anamnesis, alla base del rito pasquale ed eucaristico: attraverso parole e gesti si rende di nuovo atto ciò che è accaduto una volta per tutte in un determinato momento del tempo e dello spazio.
La nostalgia ha a che fare con il ricordo e la memoria, ma lo spasimo che l'accompagna deriva dalla consapevolezza dell'irripetibilità del fatto. E' spesso accompagnata dal desiderio, altra parola chiave nello scandaglio dell'animo umano, la "privazione delle stelle". Ho nostalgia di un qualcosa che è accaduto (un contesto nel quale nuotano luoghi, sensazioni, persone, gesti, colori, musiche...), che vorrei tanto si ripetesse, ma che nel profondo so che non potrà mai più riaccadere- E' la percezione della limitatezza, la stessa che accompagna la malinconia, percezione trascendente di una bellezza eterna e infinita che si scontra con l'angusta prigionia della ragione nelle categorie dello spazio e del tempo.
In fondo è una rappresentazione sintetica della madre di tutte le nostalgie, ovvero la morte, il muro invalicabile per antonomasia. In fondo, da Gil Gamesh agli Argonauti, dall'Odissea all'Anabasi di Senofonte, è tutto un cercare di ritornare dal dove ci si sente esiliati, affrontando incredibili peripezie per scoprire, alla fin fine, che la meta non era il vero oggetto del proprio desiderio, bensì soltanto una tappa verso il Totalmente Altro.
Ecco perché, al fondo, la nostalgia è quella di un paradiso perduto, come raccontato nel testo biblico, ma anche nella miriade dei miti greci, terreno fecondo all'interno del quale si è scoperto il germoglio della filosofia. Tutta la storia, nell'ambito della concezione lineare da un punto iniziale a quello finale, altro non è che nostalgia del paradiso perduto, sia esso il mitico eden, la società senza classi dove la proprietà non aveva prodotto i suoi catastrofici effetti o una concezione dell'essere non ancora inquinata dal dominio della tecnica. Si potrebbe dire che la nostalgia è la fonte dell'inquietudine occidentale, figura dell'inevitabile terrore di una morte che si spalanca verso l'oscurità del Nulla, ispirazione del pensiero, dell'arte, della scienza, della religione. Ma è anche il motore nascosto della violenza, della guerra, della volontà di sopraffazione dell'altro, nel vano tentativo di sedare l'inesauribile desiderio di onnipotenza.
Non si può cancellare la nostalgia, a meno di non accogliere la visione dell'Oriente, quella che ormai la tecnica neocapitalista sta definitivamente cancellando. La concezione circolare della storia, presente peraltro in molti altri miti greci, solleva l'uomo dalla responsabilità drammatica della scelta e colloca l'essere all'interno del ciclo di un eterno ritorno. In esso c'è soltanto quiete, nel fascino della permanenza e dell'immutabilità. La nostalgia, se sopravvive, rimane confinata nell'ambito della psicologia individuale.
Di questi e di molti altri argomenti, connessi alla "nostalgia", parliamo stasera, Angelo Floramo e io, alle ore 21 in Villa De Brandis a Manzano. Chissà che forse, in un momento così drammatico della storia, costellato da preoccupazioni per la guerra, per la fame e per la libertà, non possa nascere qualche nuovo spunto, magari - perché no - l'idea di edificare un ponte tra Occidente nostalgico e Oriente fatalista, per trasformare la volontà di Potenza dell'Uomo in ricchissima potenzialità di costruzione di una nuova più armonica convivialità. Tra gli esseri umani e con ogni forma di Vita presente sul Pianeta Terra.
Nessun commento:
Posta un commento