lunedì 1 giugno 2026

2 giugno: res-publica vs res-privata

Altare della prima guerra mondiale, sul monte Korada
Domani, 2 giugno, ricorre l'80mo anniversario del referendum che ha sancito l'inizio della storia contemporanea dell'Italia.

Da quel momento infatti è diventata a tutti gli effetti una Repubblica, cioè un qualcosa che appartiene al pubblico. In altre parole, come recita l'articolo 1 della Costituzione, il potere non appartiene a un monos (monarchia) o a un gruppo di pochi (oligarchia), ma al popolo (democrazia), cioè a ciascuno, nessuno escluso.

Tutto ciò che sostiene il bene comune, compreso tutto ciò che permette a ogni cittadino di usufruire dei beni comuni, è degno della Res-publica. Tutto ciò che al contrario favorisce l'interesse individuale, compreso qualsiasi processo di privatizzazione, non fa parte della Res-publica, ma della res-privata, a meno che non sia esplicitamente finalizzato a migliorare ulteriormente la dimensione pubblica. C'è un criterio di verifica immediato, tutto ciò che ha a che fare con l'impresa privata e consente al più fragile e debole di essere consapevole delle proprie potenzialità e di metterle al servizio della collettività, può essere accettato. Perché solo così si comprende in che senso l'Italia sia fondata sul "lavoro", cioè sullo specifico tassello che ogni cittadina e cittadino - nessuno, ma proprio nessuno escluso - è tenuto a collocare nel grande mosaico dello Stato.

Non si capisce allora bene cosa c'entrino le forze armate, la cui parata sembra ogni anno essere il punto di riferimento principale delle celebrazioni. Se la festa riguarda la res-publica, occorre che tutti i difensori del "pubblico" sfilino con orgoglio e convinzione per affermare la bellezza di questo sistema. Dovrebbero esserci gli insegnanti, il personale medico, i costruttori di pace, gli operai al servizio delle varie istituzioni dello Stato, quei magistrati e quegli amministratori che tutelano a costo della loro vita il bene di tutti gli altri, gli obiettori di coscienza e tutta un'immensa schiera di servitori del popolo. Da ultimo, nella misura in cui si riconosca a essi il ruolo di difensori della pace, di tutela delle vittime e non di garanzia di interessi nazionali o internazionali di parte, anche gli appartenenti alle forza dell'ordine e alle forze armate.

Quello che ha suscitato scalpore, negli scorsi giorni, è stato l'annuncio della partecipazione alla parata da parte dei cappellani militari, rigorosamente in alta uniforme. Mah, nessuno nega l'importanza che dei preti siano accanto ai soldati nell'esercizio delle loro funzioni. Sono molti i racconti di sacerdoti, spesso eroicamente vicini ai combattenti in guerra per offrire una parola di conforto e di speranza. Al di là del soggettivo coraggio di molti di loro, resta lo scandalo oggettivo della benedizione dei cannoni da parte di preti cattolici da una parte e dall'altra del fronte, ponendo il Dio invocato da entrambe le parti di fronte alla necessità di scegliere da quale parte stare. E resta la domanda su quanto sia effettivamente importante, ai fini del raggiungimento di un mondo radicato nella giustizia e nella pace, una presenza limitata a una dimensione di conforto, senza una contestuale denuncia della logica perversa della costruzione e dell'uso delle armi. 

Sia o non sia così, è ancora possibile, nel 2026, che in Italia ci siano sacercoti inquadrati nei corpi militari, con i gradi di generali, ufficiali e sottufficiali? La Chiesa italiana, per essere coerente con i pronunciamenti degli ultimi pontefici e di numerosi vescovi della Penisola, non dovrebbe adoperarsi affinché non ci sia più un riconoscimento gerarchico per i cappellani? Affinché, accettando che accanto ai soldati possano esserci sacerdoti (ma anche imam, rabbini, maestri spirituali e quant'altro), questi siano inviati come missionari dalla comunità ecclesiale e non inquadrati ufficialmente nella struttura militare? 

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