Se non si supera il capitalismo, non se ne esce vivi.
Ognuno sostiene le proprie presunte ragioni. Se ci si abitua
a rimanere esclusivamente nella bolla di sicurezza del proprio “giro”, non si
può capire ciò che sta accadendo. E, se non si può capire, non si può nemmeno
cambiare l’ordine delle cose.
I “giri” sono molti meno di quanto si potrebbe pensare. La
stragrande parte delle persone non ne fa parte, vuole vivere, per quanto
possibile, in salute, serenità e sicurezza. Ma anche la maggior parte dei
cosiddetti attivisti sono (meglio forse dire siamo) parte di questa maggioranza
silenziosa. Dopo la manifestazione, il post su facebook o su istagram, il sit-in
o flash-mob che dir si voglia, si va a prendere un buon gelato e si preparano
le valigie o gli zaini per le ormai prossime vacanze.
Un “giro” è molto più forte dell’altro, ha migliori mezzi di
comunicazione e promette (mai accaduto che poi anche mantenesse!), serenità e
tranquillità. Naturalmente, tutto ciò, panem et circenses, è ottenuto a scapito
di miliardi di persone che muoiono di fame o che sono cancellate dalla storia
attraverso tremendi genocidi – visibili, come a Gaza o invisibili, come in
Sudan e in tanti altri luoghi della Terra. Ma alla stragrande parte delle
persone questo non interessa, sosterrà il potente di turno fino a quando sembrerà
che la sua posizione sia plausibile. Nel momento in cui la sicurezza sarà messa
alla prova dalle prime bombe o dai primi scaffali vuoti nei supermercati,
passerà subito dalla parte opposta, senza farsi troppi problemi.
L’altro “giro” contesta con creatività e simpatia, ma non
può far nulla contro la propaganda piena di sicumera del primo. Ne diventa
quasi un’appendice, nella tavola della Vecchia Signora – l’allegoria è di
Ermanno Olmi – c’è spazio anche per chi protesta. Il Potere nell’era della cosiddetta
democrazia ha bisogno di alimentarsi anche con l’esistenza della sua apparente
opposizione.
Che fare allora? La risposta è molto difficile, ma passa
attraverso la ricerca e l’individuazione delle cause. Da dove derivano le
guerre, le violenze, le ingiustizie, la fame? Se poniamo come criterio etico
universale (ammesso e non del tutto concesso che sia possibile) la centralità
della persona, di ogni persona vivente sulla faccia della terra, il sistema che
domina il mondo è il suo diametrale opposto. Al centro c’è infatti il Capitale
e non la Persona. Per questo, vivere nel tempo del capitalismo, significa
sperimentare la terribile divisione tra un effimero mondo di ricchissimi e un
enorme Pianeta di impoveriti e affamati. Da questa sperequazione, madre di
tutte le disgrazie che ci affliggono, derivano la volontà di potenza e di
sopraffazione, l’utilizzo dei concetti di Dio Patria Famiglia come strumenti
per uccidere e annientare, tutti i nazionalismi e i razzismi che nascondono gli
squallidi interessi di pochissimi padroni del vapore.
Occorre superare il capitalismo. Per questo ci vuole una
nuova filosofia, capace di indicare una nuova strada per un futuro di pace e
armonia delle stupende diversità che ci caratterizzano. E ci vuole una nuova
forma di distribuzione delle immense risorse che il Pianeta ha in serbo per
tutti. Occorre pareggiare i conti, fare in modo che i ricchi siano sempre meno
ricchi e che i poveri siano sempre meno poveri. E’ il trionfo sulla legge della
giungla. Non è quello fisicamente più forte o quello che ha in mano la maggior
parte dei mezzi a dover determinare il futuro del mondo. E’ invece ogni essere
umano, unico e irripetibile, che deve essere il protagonista di quella pace
universale e di quella custodia dell’intera Natura, che ha bisogno di tutti e
di ciascuno.
Trasformando la proprietà privata in collettiva, il possesso in distribuzione universale dei beni, si vincerebbe contro la logica dell’egoismo e si entrerebbe nella civiltà post-cavernicola, dove ciascuno sarebbe considerato indispensabile pietruzza nel meraviglioso mosaico dell’universo Cosmo. Magari il “giro” che si oppone oggi alla violenza globale, investisse tutte le proprie forze a convincere la “stragrande maggioranza” del fatto che solo un nuovo sistema economico, politico e sociale potrebbe garantire una sicurezza definitiva e senza confini.
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