E' la mia prima volta a Praga. Ci sono venuto per lavoro, senza molto tempo da dedicare a gironzolare.
Eppure questa mattina, mentre camminavo da solo sulla riva della Moldava, ho sentito, sia pur frammentaria e quasi timorosa di disturbare, la sua voce.
Non è la voce che scende dalla città alta, immenso complesso di palazzi contesi tra vescovi, imperatori e presidenti. Non è la voce di migliaia di monumenti sparsi ovunque o del coraggioso Nepomuceno che ha preferito la morte, gettato nel fiume, piuttosto che tradire il segreto confessionale (e per questo la sua statua ha meritato un posto su tutti i ponti e le passerelle della Mitteleuropa). Non è il vociare scomposto di milioni di gruppi sciamanti da una parte all'altra, alla caccia della foto più originale, che al ritorno a casa non interesserà neppure a chi l'aveva scattata.
E' la voce invece degli ebrei del ghetto, delle meravigliose sinagoghe svuotate per sempre dalla furia nazista, delle tombe disordinate di un cimitero nel cuore della città antica, sepolture sovrapposte l'una all'altra fino a formare un immenso non macabro ma originale terrapieno.
E' la voce dei bimbi silenziosi, pronti a farsi inghiottire dalle scuole, con i loro zainetti e il sorriso tenue, come di chi inconsapevolmente presagisce la complessità e la maestà della vita.
E' il rumore soffuso dei tram, la cascata della Moldava, le note di Smetana che risuonano nella mente e nel cuore. E sono soprattutto Kafka e Kundera che sorpassano le limitazioni dello spazio e del tempo, Gregor Samsa con le sue disperate metamorfosi e l'insostenibile - sì proprio insostenibile - leggerezza dell'essere.
E' anche il tracollo di un impero che accomunava strade circondate da caseggiati asburgici e miriadi di chiese cattoliche edificate per controriformare hussiti e protestanti. Ed è Jan Palah in piazza Venceslao, protesta infuocata contro l'arrivo dei carriarmati dall'oriente, nell'"altro" '68 europeo. Ma è anche la resistenza e l'occupazione hitleriana, la voglia di riscatto e di giustizia soffocata da nuovi inattesi totalitarismi, le vie nel grigiore solitario della dittatura, l'effimero trionfo del liberismo, così lontano dal sogno della rivoluzione di velluto, del Potere dei senza potere del primo presidenteVaklav Havel.
Se andate a Praga, non perdetevi una breve o lunga passeggiata di prima mattina. Non lo si crederebbe possibile, ma la città parla ancora e cerca di rompere la sfera di cristallo dell'indifferenza e dell'estraneazione. A Praga vive oltre un milione di persone. Sono gli eredi di tutto il bene e il male che si è concretizzato tra le strette vie e i pinnacoli antichi e moderni. La loro voce, grondante di storia, ancora si fa sentire. Sì, ma quando tutto sembra tacere e le bandierine delle guide non sventolano davanti a orde assetate di nuove rapide e momentanee emozioni.

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