Anche chi preferisce l'internazionalismo al nazionalismo e anche chi condivide le preoccupazioni suscitate dagli aspetti finanziari, pubblicitari e soprattutto ambientali dei Giochi, difficilmente riesce a sottrarsi al piacere di vedere alla tv o ascoltare alla radio la cronaca di almeno uno slalom, un percorso tra i cunicoli dello slittino o del bob, una partita di curling.
Si partecipa anche ai destini dei protagonisti, del tutto indipendentemente dalla loro proveneinza, soffrendo per la disastrosa caduta dell'attesissima sciatrice, sorridendo davanti agli occhi che sprizzano gioia della straordinaria saltatrice con gli sci, ammirando la forza dei fondisti che "tirano" per cinquanta chilometri senza esitazioni, lo spirito di squadra degli hockeisti, le deliziose piroette degli eroi del pattinaggio artistico...
E' bello contemplare i primi piani degli atleti, dei partecipanti, dei turisti: attese, emozioni, bandierine sventolanti, delusioni, corse, salti, sforzi e abbracci. Gli altoparlanti scandiscono i nomi del terzo, del secondo e poi del primo, mentre la folla urla e applaude. Poi tutti stanno zitti e prende il suo spazio la musica. Alcune note sono bellissime, altre un po' meno, alcuni premiati cantano, altri tacciono e ascoltano compunti, il pubblico se può, si fa sentire. Insomma, una liturgia dell'epoca capitalista, abbastanza ipocrita da escludere senza appello il più ampio stato del Mondo perché ritenuto responsabile di un'"aggressione" e da includere senza esitazione un altro stato, protagonista di un "genocidio" ancora in atto. Un rito dei ricchi e per i ricchi, che suscita interrogativi e perplessità, ma che non per questo perde del tutto il suo intenso, antico fascino.
Ascoltando l'inno di Mameli/Novaro, la sera inaugurale di Milano-Cortina e poi dappertutto come un mantra ripetuto ovunque alla radio o sui social, mi sono chiesto quanti ne conoscano il complesso contesto risorgimentale, ma anche semplicemente quanti riescano a dare un senso compiuto a espressioni come quelle secondo le quali l'Italia, dopo essersi desta, dell'elmo di Scipio si è cinta la testa, dov'è la Vittoria? le porga la chioma ché schiava di Roma Iddio la creò. Anche quello stringiamoci a coorte non sembra molto chiaro, difficile risalire alle tipiche formazioni militari dell'Impero Romano. Ma anche se si avessero tempo e voglia per approfondire il tema, ne emergerebbe una marcia militare riferita ad avvenimenti talmente lontani da rendere quasi impossibile, almeno per i più, una memoria creativa. Insomma, perché gli italiani devono riconoscere come vincolo della loro unità e cantare un testo del quale la stragrande maggioranza non ha idea di che origini abbia e soprattutto di cosa significhi?
Di sicuro è più comprensibile (e condivisibile) l'inno sloveno, la cui musica è di Stanko Premrl e le cui parole sono frutto dell'ingegno del maggior poeta dell'800, France Prešeren e sono dedicate alla gioia di stare insieme, alla libertà e alla fraternità universali: Žive naj vsi narodi, ki hrepene dočakat dan, da koder sonce hodi, prepir iz sveta bo pregnan, da rojak prost bo vsak, ne vrag, le sosed bo mejak! Tradotto in italiano suona più o meno così: Vivano tutti i popoli, che bramano vedere il giorno, in cui ovunque il sole andrà, la discordia sarà scacciata dal mondo, il connazionale sarà libero e il confinante non sarà (considerato) un diavolo, ma un vicino (di casa). E' proprio un inno alla pace e all'unità fra le nazioni.

Nessun commento:
Posta un commento