giovedì 13 gennaio 2022

Parlare di Dio?

Tramonto evanescente, da Kostanjevica verso Gorizia
Si può parlare di Dio? No.

No, almeno nel senso ordinario che si dà a questo nome che tra l'altro secondo la Bibbia non dovrebbe neppure essere pronunciato.

No, perché se è l'"ab-solutus", cioè lo sciolto da qualsiasi legame, o meglio "totalmente Altro", come ha iniziato a chiamarlo il grande teologo Karl Barth, non può essere in alcun modo rinchiuso nelle categorie del Relativo, ovvero di ciò che per definizione è "legato".

Si potrebbe obiettare con il tradizionale richiamo alle "vie" tomiste, al principio di causalità, al supremo motore immobile e così via. Ci si potrebbe chiedere come cavarsela eliminando il principio di "Creazione", sostenendo la congrua razionalità della sua dimostrazione, procedendo dall'evidenza del primato dell'oggetto creato sul soggetto che lo pensa. Ma tutte queste riflessioni, dominanti fino all'epoca moderna, almeno per ciò che concerne l'Europa e più in generale quello che viene definito "occidente", sono state spazzate via dalla modernità, sradicate da tre semplicissime, celebri e nello stesso tempo rivoluzionarie paroline: Cogito ergo sum. 

In altre parole, si tratta della consapevolezza di ciò che mirabilmente propone il mito biblico dell'albero della conoscenza del bene e del male. La potenzialità illimitata - perché di questo si tratta - dell'umana conoscenza ne espande ininterrottamente i confini e il "concetto" di Dio viene irrimediabilmente sospinto sempre più in là, fino a raggiungere la completa in-significanza in un orizzonte dominato dalla ragione.

In altre parole, se c'è una compagnia divina agli esseri viventi abbarbicati come naufraghi a una zattera sferica che rotola incessantemente nelle profondità di una delle miriadi di miliardi di galassie, questa compagnia non può che essere trascendente lo spazio e il tempo. Si colloca cioè in un'altra dimensione, irraggiungibile dalla ragione perché al di fuori delle sue categorie fondamentali. Non entra nelle vicende quotidiane, non orienta al bene o al male, è sempre al di là di ogni comprensione o tanto più definizione. Chi ne afferma l'esistenza lo può fare solo in una dimensione diversa da quella razionale, l'unica forma possibile è data dalla fede, questo atteggiamento interiore, emozione profonda e inspiegabile che permette di attingere misticamente a fonti segrete, la cui realtà è affermata in un orizzonte esclusivamente soggettivo. Si tratta eventualmente di vivere la fede "etsi deus non daretur", come dicevano gli antichi ripresi da Dietrich Bonhoeffer, anche di liberare il Dio "tappabuchi" dalla prigione e dalle clamorose aporie della razionalizzazione.

Solo in questo contesto si può salvare l'essenza del divino, evitando di portarla davanti al tribunale della storia a rendere conto soprattutto del grande mistero della sofferenza umana, in generale, ma soprattutto di quella dell'innocente. Di questa essenza non si può parlare, non può essere "de-finita", confinata o limitata. Ogni teologia che non tenga conto della svolta del Cogito cartesiano è destinata a essere un mero, sia pur gigantesco gioco dialettico fondato su presupposti esposti alla fragilità del sempre mutevole linguaggio umano.

Si può parlare di Dio dopo Auschwitz? No, non se ne può parlare, ma il fatto che se ne debba tacere di per sé discuterne l'esistenza, al contrario significa riconoscerne l'ab-soluta e in-condizionata libertà da qualsiasi penosa costrizione.

1 commento:

  1. Può parlare di Dio il teologo, che ha dedicato anni di studi a questo argomento.
    Può parlare di Dio la persona semplice, che ha studiato poco e lavorato molto.
    Può parlare di Dio l'ateo, che è convinto che Dio non esista ma che lo invoca spontaneamente in situazioni estreme.
    Tutti possiamo parlare di Dio, perchè Dio è presente in ognuno di noi anche se spesso non ci accorgiamo della sua presenza.

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