giovedì 7 aprile 2022

Verso le elezioni comunali: U come Unione europea. Verso il 2025...

Unione europea. E' l'Unione europea che ha nominato Nova Gorica con Gorizia capitale della Cultura per il 2025. Ed è l'Unione europea il soggetto che ha determinato il cambiamento più importante nelle relazioni istituzionali tra Slovenia e Italia, all'interno del territorio Goriziano, unito nelle sue diversità. Chi può dimenticare le emozioni che si sono susseguite negli ultimi trenta anni? Nel 1991 viene proclamata l'indipendenza della Slovenia e la nascita della nuova Repubblica. Il Primo maggio del 2004 entra a far parte dell'Unione europea e nel dicembre 2007 sono definitivamente superate le barriere confinarie tra i due Stati, tra le città e i paesi. E ora... addirittura la nomina a capitale congiunta della Cultura.

Cosa giustifica questa per molti versi clamorosa nomina? Come ha molto ben dichiarato in questi giorni la principale referente del percorso verso il 2025, Kaja Širok, "la ricchezza del Goriziano sono le nostre culture senza confini". E' il percorso - in parte già effettuato, molto ancora da realizzare - verso quell'armonica "unione nella valorizzazione delle differenze" che è uno degli obiettivi fondamentali della nuova Europa, quella che si vorrebbe davvero riconosciuta "dall'Atlantico agli Urali" e che invece stenta a riconoscersi nella propria radice storica, affascinante e nel contempo tragica.

Essere al centro dell'attenzione continentale è un onore ma anche una responsabilità. da una parte infatti si riceveranno indicazioni, aiuti e sostanziosi contributi teorici e pratici, dall'altra ci si dovrà chiedere che cosa questa terra può offrire all'Europa, in che modo questo patrimonio di relazioni inter-nazionali e transfrontaliere può divenire ricchezza per tutti, in termini di percorsi di pace, di giustizia, di accoglienza e di umana bellezza.

L'obiettivo non è quindi il 2025, ma il 2026, cioè quella quotidianità e ordinarietà che dovrebbero diventare il tessuto di un territorio chiamato a continuare a essere, nei decenni successivi, faro di riferimento per ciò che concerne la cultura della convivenza e della solidarietà. Per questo è indispensabile che prima di tutto il resto venga posto il fondamento antropologico dell'evento al quale ci si sta preparando. Questo non può che essere la relazione tra le persone. E' vero che molto è cambiato dai tempi della guerra fredda e della cortina di ferro, peraltro mai troppo rigida come in altre zone di demarcazione fra est e ovest in Europa. Ma è anche necessario compiere importanti passi in più perché il confine, rimosso dalle strade e dalle piazze, venga per sempre tolto anche dalla mente dei cittadini.

Vanno quindi benissimo le centinaia di progetti presentati, sarà senz'altro utile rendere attrattivo e splendente il tessuto urbanistico e la viabilità, ma la misura di un vero cammino verso un futuro sostenibile sarà verificato su alcune parole chiave. 

La Cultura dove essere valorizzata come l'espressione di un'intera comunità, ma anche di ciascuna delle persone che la compongono. Ancora una volta è evidente la difficoltà della lingua, che urgentemente deve essere inserita come priorità in rapporto all'insegnamento scolastico di base e della formazione degli adulti. Il laboratorio internazionale per la Pace potrebbe essere uno dei fiori all'occhiello della Capitale europea della Cultura. 

Il rispetto dell'Ambiente, meraviglioso e minacciato, richiede scelte urbanistiche e di viabilità immediate e coraggiose. Occorre diminuire drasticamente il traffico automobilistico e favorire quello ciclistico e pedonale. Le Gorizia, vecchia e nuova, sono particolarmente adatte a un ripensamento originale e innovativo, con un piano condiviso che permetta ai residenti di godersi la vita cittadina senza rischi, pericoli e danni per la salute, come pure ai turisti di pedalare o camminare su strade modello di ecologia e di serena fruizione degli spazi di amicizia e di incontro.

L'Accoglienza e la Solidarietà dovrebbero essere un ulteriore grande obiettivo. Si tratta di consentire a ogni persona che vive e o transita per la zona di sentirsi ed essere a pieno titolo "Goriziano". Sentirsi a casa propria significa essere al centro delle attenzioni e della preoccupazione della politica. Si tratti di trovare rifugio da guerre o lavoro per la sopravvivenza, ognuno dove sentirsi soggetto e oggetto della vita cittadina.

Infine - per modo di dire in"fine"! - è necessaria una visione d'insieme. Come sembra, anche grazie a imprenditori illuminati, l'asse tecnologico e produttivo della Primorska slovena tende a spostarsi verso Ajdovščina e da lì verso la sempre più centrale capitale europea che è Ljubljana. E se Nova Gorica vede di buon occhio tale sollecitazione, puntando a specializzarsi maggiormente come riferimento storico e culturale, la vecchia Gorizia non può guardare soltanto al proprio piccolo e fragile interesse. La capitale europea della Cultura non può essere concepita come una mera occasione di ricevere finanziamenti per migliorare il proprio tessuto urbano. Deve invece incentivare un grande cambiamento di mentalità, percependo l'importanza di essere anche geograficamente nel cuore dell'Europa. Ci si dovrebbe quindi aprire senza alcuna paura al futuro, abbandonando le tradizionali rivalità con Trieste, Monfalcone e Udine come pure la quasi totale ignoranza dei progetti e delle potenzialità dell'attuale repubblica slovena. Si potrà davvero pensare a una nuova stagione di rilancio sanamente produttivo e turistico, solo sentendosi parte di una grande tela di relazioni che vanno - solo per portare qualche esempio - dalle opportunità offerte dai porti di Trieste Koper Monfalcone alla salvaguardia degli ambienti naturali e antropici delle valli dell'Isonzo e del Vipacco, dalla forza propulsiva del mondo friulano agli sviluppi promettenti dei Balcani in via di complessa ma possibile pacificazione.

Insomma, storicamente parlando, la Capitale europea della Cultura potrebbe aiutare un'enorme zona del Continente - quella che sommariamente potrebbe essere chiamata Mitteleuropa o euroregione centrale - a ritrovare, rinnovare e aggiornare l'eredità autenticamente spirituale lasciata dalla dissoluzione dell'antico Patriarcato di Aquileia.

mercoledì 6 aprile 2022

6 aprile 1941 - 6 aprile 2022 Giornata della vergogna



Verso le elezioni comunali: T come Trasparenza amministrativa. Un sogno realizzato e ancora da realizzare...

Trasparenza amministrativa, realtà o illusione?

Realtà. Ci sono molte norme che regolamentano la trasparenza amministrativa e l'accesso ai documenti di un ente pubblico. Solo per citarne alcuni, si va dalla Legge 241/90 alla 15/2005 per passare al Codice della Trasparenza del 2015 e soprattutto al Dlgs 97/2016, dove viene abrogato anche l'obbligo di motivare una richiesta di accesso agli atti. 

La "battaglia" della Cittadinanza Attiva, intesa come associazione ma anche come insieme di soggetti che cercano di far valere insieme i loro diritti, dal punto di vista giuridico può essere certamente detta vinta. L'impegno di tanti - come non ricordare di nuovo in questo contesto la "nostra" Rosa Maria Forzi? - è stato premiato con un'adeguata normativa.

E' stata vinta in teoria, ma in pratica ci sono molti problemi.

Il primo riguarda la carenza di personale negli enti pubblici, soprattutto in quelli più piccoli che non possono permettersi uno specifico URP (Ufficio per le Relazioni con il Pubblico). Normalmente, anche se non sempre lo si evidenzia quanto si dovrebbe, i pochi referenti degli uffici sono stracarichi di lavoro e di responsabilità. Non è facile interrompere un procedimento di appalto, sempre estremamente complesso, per ascoltare le legittime istanze dei cittadini, dedicare il tempo a fotocopiare gli atti richiesti o a dare risposte adeguate a interrogativi pressanti. La legge consente di attendere, in linea di massima, 90 giorni, ma se le domande sono numerose è davvero complesso riuscire a portare avanti insieme un impegno ordinario già ai limiti del possibile e un altro straordinario che richiede comunque serenità, pazienza e forte concentrazione.

Il secondo è più morale e si riferisce alla concezione che normalmente si ha dei "palazzi" dove vengono amministrati i beni comuni. Purtroppo a volte si ha la sensazione di castelli kafkiani, nei quali risulta difficile perfino trovare la strada per giungere all'ufficio competente, si ha la sensazione di occhi puntati sui passi che si compiono, ci si sente intimiditi nel chiedere qualche semplice informazione al dipendente di turno che transita di lì per caso. Il quale, tra l'altro, oberato dai propri già complessi pensieri, non sempre sa dare giuste istruzioni o le porge con un atteggiamento non particolarmente amichevole. Di ufficio in ufficio, la persona semplice si smarrisce, spesso senza avere il coraggio di chiedere una spiegazione in più, portandosi a casa moduli per lui incomprensibili o inviti a cercare tutto quello che si può trovare su internet. Sì, proprio quell'internet che è ancora il terrore per molti anziani e non solo. Chi amministra deve preoccuparsi di far sì che il Municipio sia - come da etimologia - il luogo del Servizio e mai del Potere. Si deve prodigare perché il "Comune" sia davvero lo spazio "comune" di ogni cittadina e cittadino, residente e non residente, lo spazio dove ciascuno può esercitare quel Potere che secondo l'art.1 della Costituzione a pieno titolo gli spetta. Continuando con le etimologie, il Sin-daco deve essere il garante dell'effettiva attuazione di tale dettato, dal momento che egli è colui che deve "garantire la giustizia insieme" (da συν δικη).

Un terzo problema, connesso con i primi due, è da riferire alla burocrazia, letteralmente il "potere degli uffici". Le norme sono indispensabili, anche quelle che apparentemente sembrano voler complicare la vita, in realtà sono state scritte per garantire equità e giustizia. Per esempio, la ratio del codice degli appalti non è quella di far impazzire chi la deve attuare, ma di consentire a tutti coloro che ne sono interessati di accedere con uguale diritto, secondo norme tese a tutelare il bene pubblico, alla possibile assegnazione di un determinato incarico o lavoro. La questione diventa intricata quando le normative si moltiplicano all'infinito e si trasformano in gineprai inestricabili che prolungano all'infinito i tempi, con grave disagio da parte di tutti. I vari tentativi di semplificazione amministrativa non hanno prodotto finora buoni risultati cosicché, nel mare magnum delle leggi, chi ha meno scrupoli se ne può purtroppo facilmente approfittare, come accade spesso, per esempio, nell'assegnazione degli appalti con il criterio prevalente del "massimo ribasso". Altra questione importante è la difficoltà di entrare nella "visio" delle aziende partecipate, le quali, proprio in virtù del proprio status, possono garantire trasparenza per ciò che concerne la parte pubblica, ma non necessariamente quella privata, creando quindi delle zone d'ombra dove la buona volontà delle leggi si infrange contro il muro di gomma di altri settori del diritto.

Infine, ma non è una fine ed è forse ciò su cui maggiormente si può impegnare un'amministrazione comunale, c'è letteralmente da capovolgere la concezione della guisa di un ente locale. La delega ricevuta con le elezioni non fa di un sindaco un monarca e dei suoi assessori una casta di intoccabili principi. Il consiglio e il parere del cittadino è fondamentale. Se è evidente l'impossibilità di sondare l'opinione pubblica per ognuno dei milioni di atti approvati nel corso dell'anno, è altrettanto importante che ciò accada quando le decisioni coinvolgono in modo clamoroso la vita quotidiana. In questi casi, dovrebbe essere un desiderio e non una scocciatura "sentire la base". Con i mezzi informatici attuali, non sarebbe difficile predisporre dei semplici sondaggi sulle questioni più delicate. Dovrebbero essere accolte con grande disponibilità le proposte di referendum consultivi, di discussione di regolamenti di iniziativa popolare, di temi da portare al dibattito in Consiglio Comunale. Una simile attenzione offrirebbe occasioni di maggior protagonismo e interesse per ogni residente, con ogni probabilità i seggi del pubblico si riempirebbero durante le sedute del consigli comunali e i giornali ospiterebbero quotidianamente dialoghi e confronti interessanti sulla vita complessiva della città. Il cittadino che presenta un'istanza adeguatamente sottoscritta, dovrebbe essere onorato e aiutato in tutti i modi, non considerato un impiccione da fermare con tutti i mezzi che la macchina burocratica consente di utilizzare.

Insomma, la legge sulla Trasparenza è un sogno che si è realizzato. La sua attuazione è un altro sogno che si deve ancora pienamente realizzare nel concreto esercizio quotidiano dell'attività amministrativa.   

martedì 5 aprile 2022

Verso le elezioni comunali: S come Servitù militari. Da abolire, quanto prima possibile!

 

Servitù militari e Gorizia. E' un tema poco affrontato, ma molto importante. 

Se si prende una mappa della città e si dipingono di nero le zone occupate da caserme e altre attività militari, si ottengono ampie macchie che dimostrano una presenza capillare e ovunque diffusa di tali strutture.

Sono le reliquie, nel senso etimologico di "ciò che resta", di un tempo che fu, quando Gorizia era considerata uno dei baluardi della guerra fredda e sembra (dicunt, ferunt, tradunt...) che la numerosa fanteria avesse l'ingrato compito di rallentare per una ventina di minuti (!) un'eventuale avanzata da est.

Accanto a una mission che per fortuna non si è mai concretizzata, la presenza di migliaia di persone provenienti da tutta Italia, chi per la leva chi per la carriera, aveva una forte ricaduta sulla vita soprattutto economica della città. Non sono mancati episodi ancora avvolti in una nube di mistero, come la morte di sette soldati, ufficialmente saltati in aria a causa del funzionamento difettoso di una caldaia e l'assai inquietante vicenda di Peteano, con i poveri carabinieri uccisi e gli incredibili depistaggi neofascisti conseguenti. Ma nel complesso la vita Goriziana era stata abbastanza vivacizzata dai tanti giovani transitati, molti dei quali rimasti anche dopo, "mettendo su" casa e famiglia.

La "fine del confine" e la cessazione - o meglio sospensione - dell'obbligo di leva, hanno contribuito a collocare fuori dal tempo le caserme, divenute in breve tempo inabitabili, spesso edifici pericolanti insistenti su grandi spazi, utilizzati un tempo per i quotidiani raduni. Basta fermarsi davanti a uno di questi giganti del passato e contemplare gli interni dalle reti ormai sfilacciate per immaginare le truppe schierate sull'attenti, le musiche marziali, gli ordini sparati con voce secca, perfino le camionette e i carriarmati, quelli che ogni 4 novembre, anche da bambini, eravamo sollecitati ad andare a vedere e "ammirare". Qualcuno si era permesso di contestare, distribuendo volantini, un titolo memorabile "gli eroi sono morti", ricevendo in cambio una notte in galera, la denuncia per vilipendio alle Forze Armate, il processo e l'innovativa assoluzione "perché il fatto non sussiste". Correva il 1968, cinquant'anni dalla fine della prima guerra mondiale, decine di migliaia di ex combattenti e reduci che si erano riversati sulle strade per celebrare la loro (tragica) "vittoria".

Oggi gran parte delle caserme goriziane sono totalmente fuori uso e i loro ruderi consumano spazi enormi di suolo pubblico. Da decenni i cittadini sono di fatto defraudati dalla possibilità di utilizzare la propria porzione di bene comune. Particolarmente penalizzato è il quartiere di sant'Anna, dove le servitù militari costringono di fatto le zone abitate in spazi chiusi e angusti. Ma anche il resto della città ha i suoi problemi. Allora, che fare? Magari possedere la soluzione in tasca, in ogni caso è un argomento non soltanto da campagna elettorale, ma anche e soprattutto da scelte politiche locali e nazionali, oltre che da lavori pubblici e rivisitazione urbanistica.

Ammesso, auspicato ma purtroppo non concesso che si possa arrivare quanto prima possibile allo svincolo delle proprietà dal demanio militare, ecco tre proposte ai prossimi amministratori, tra le tante sostenibili.

Primo. Si potrebbe demolire gran parte delle caserme, trasformando gli ampi spazi così ottenuti in parchi offerti alle passeggiate dei più anziani e ai giochi dei più piccoli. Si riprenderebbe così la strada della valorizzazione di un armonico rapporto tra Uomo e Natura, la quale peraltro già si è ripresa buona parte degli spazi, rendendoli però selvatici, disordinati e inaccessibili.

Secondo. Si potrebbe scegliere una delle vecchie caserme e ristrutturarla in modo adeguato, per renderla la sede dell'addestramento dei corpi civili di pace europei. Si potrebbero ricavare confortevoli alloggi per i candidati, insieme ad attrezzature per favorire la loro crescita culturale, sportiva e ricreativa, con un'apertura costante al contatto e al confronto con i giovani che vivono ordinariamente sul territorio.

Terzo. Si potrebbero utilizzare alcune delle piccole caserme sul confine - quelle non ancora alienate e vendute dal Comune! - per realizzare il famoso Museo diffuso del Novecento. Questo ultimo aspetto dovrebbe ovviamente essere concordato con il Goriškj muzej di Nova Gorica, che ha già avviato un ottimo sistema museale proprio sulle piccole "dogane" di frontiera. Tra queste, dovrebbe esserci anche la casermetta sotto la cima del Sabotino, nella speranza che diventi quanto prima accessibile, come punto di riferimento per gli escursionisti e interessante museo storico, ma anche naturalistico, del più noto fra i monti goriziani.

lunedì 4 aprile 2022

Bucha, dolore su dolore, orrore su orrore.

C'è un'unica certezza, in questa guerra. Come in ogni guerra, del resto. E' una verità che sorpassa ogni interpretazione, ogni schieramento, ogni posizione, ogni interesse di parte, ogni strategia, tutte opere che scaturiscono dalla mente dell'essere umano.

La verità indipendente, l'unica indipendente e per questo drammaticamente, tragicamente libera è l'immensità del DOLORE. Sì, la sofferenza dei feriti, le urla dei moribondi, lo strazio dei parenti degli uccisi, il sangue sul selciato, i corpi immobili sdraiati sull'asfalto, la disumanità di uomini trasformati dalla guerra in belve assetate di sangue. La guerra è una follia.

Di fronte all'immane dolore, non si vorrebbe commentare, si preferirebbe tacere, se non distogliere lo sguardo davanti a quello che oggi vediamo nelle immagini di Bucha e che se non fossimo ciechi avremmo visto in mille altri luoghi dimenticati, in questi anni nei quali la violenza non solo non è stata bandita, ma sta riprendendo pericolosamente il suo posto, negli Stati, nelle Politiche, nelle Coscienze, nei ragionamenti degli Intellettuali.

Eppure è necessario parlare, prendere posizione. Pacifisti da salotto? Forse, ma anche cercatori dell'ago nel pagliaio, certi che la partecipazione rabbiosa all'umano dolore non potrebbe portare altro che ulteriore e nuovo dolore.

Non è vero che o si è da una parte o si è dall'altra. Non è vero che se non si invoca la distruzione della Russia, significa che si è dalla parte di Putin. Non è vero che se non si crede che le armi possano risolvere qualunque conflitto - anche questo - significa invitare alla resa gli ucraini. Non è vero che se si invoca ancora la diplomazia, anche davanti ai cadaveri sanguinanti della periferia di Kiev, significa che si è sostenitori dell'aggressione putiniana. No, non è vero.

E' vero invece che questa guerra deve finire quanto prima, la sofferenza immane è uno scandalo insopportabile, non ci sono parole per condannare Putin e le sue armate per tutto il male che stanno riversando sull'Ucraina. Non esiste alcuna possibile giustificazione a un simile orrore, neppure il contesto di violenze perpetrate dagli ucraini nel Donbass e in Crimea, neppure la visione geopolitica che avrebbe suggerito l'invasione. No, di fronte alla Sofferenza dell'innocente non ci sono ragioni che tengano, da qualunque parte provengano le aggressioni esse sono un crimine contro l'umanità.

Ma la soluzione non sta nella vendetta, nell'invio di armi con le quali uccidere altri esseri umani, provocare ulteriore dolore. Il sangue chiama sangue e la violenza genera altra violenza. Sono dogmi che i movimenti per la pace hanno ripetuto per decenni, anche se in questo momento di prova, molti sembrano averlo dimenticato. Il rifornimento di armi ha una duplice conseguenza, da una parte servirebbe solo a congelare il tutto, prolungando a tempo indeterminato la sofferenza del popolo ucraino, ma ance di una parte di quello russo. Dall'altra parte, nel caso si ritenesse di inviare oltre alle armi anche potenti eserciti in grado di sconfiggere militarmente la Russia, si costruirebbe uno scenario apocalittico, aperto all'uso indiscriminato delle armi di distruzione di massa. 

L'unica soluzione possibile sta nel negoziato, nel dialogo tra le parti, possibilmente con una mediazione efficace da parte di un organismo terzo, sia esso costituito dall'Unione europea - ormai troppo schierata per essere affidabile per entrambe le parti - dall'ONU - il grande assente di questa contingenza o da qualche Paese neutrale, se non dal Vaticano che per una volta potrebbe "usare" efficacemente il proprio ruolo di Stato presentandosi come stimato ago della bilancia mondiale.

Ai morti di Bucha dobbiamo un pensiero mesto e una profonda preghiera, un grido di indignazione e un soprassalto d'impegno. Il loro sacrificio non sarà vano, solo se qualcuno cercherà di far finire con la diplomazia questa assurda guerra, non invece se nel loro nome saranno massacrati con le armi sempre più sofisticate, altre migliaia di esseri umani, in Ucraina come in Russia e in tutto il mondo.

Verso le elezioni comunali: R come Residenze Assistite. Del co-housing e molto altro...

 

Tramonto sulle Gorica, da Sveta Gora
RSA, ovvero Residenze Sanitarie Assistite. Come affrontare il periodo della Terza e della Quarta età? Come aiutare le persone a vivere questo periodo importante della vita? Come sostenerle nel momento in cui l'età avanza e con essa le piccole e grandi magagne legate alla salute?

A queste domande già molte sono le risposte, soprattutto per ciò che concerne l'impegno di chi è andato in pensione e cerca spazi nei quali rendersi ancora utile alla società. Ci sono molte possibilità di entrare in realtà di volontariato, dove mettere a frutto la propria esperienza senza per questo sostituirsi a chi ha la necessità e il dovere di svolgere un'adeguata professione. Ci sono occasioni di studio e di ricerca, come pure di apprezzata docenza, nelle Università della Terza Età o delle Tre Età che dir si voglia. Il successo straordinario di tale istituzioni dimostra la volontà di essere attivi e di socializzare che coinvolge tanta gente che non vuole "perdere" ma "riempire" di significato il proprio tempo, divenuto improvvisamente molto libero. Da notare che la pensione non dovrebbe essere solo un diritto, ma anche un dovere, legato alla necessità di lasciare spazio alle nuove generazioni. Il messaggio, pur con la delicatezza che riconosce anche la necessità di alcune eccezioni a patto che confermino la regola, riguarda i professionisti che continuano tranquillamente a operare dopo la quiescenza, come pure i politici, troppo spesso abbarbicati alle loro poltrone fino a tardissima età.

La Riflessione con la R riguarda è dedicata però a due categorie, destinate - si spera almeno che sia così - a spostarsi sempre più verso il centro dell'attenzione della collettività.

La prima è quella di coloro che sono ancora autosufficienti ma non abbastanza per poter vivere da soli. E' indispensabile pensare a essi e molti comuni si stanno attrezzando con il sistema del co-housing. Si tratta di case costruite in modo da consentire da una parte il mantenimento di uno standard di vita autonomo e indipendente, dall'altra un'attenzione sociale in grado di sopperire a eventuali situazioni di difficoltà. Le "co-abitazioni" prevedono spazi individuali e spazi comuni e normalmente sono proposte al centro del tessuto cittadino o paesano, per consentire agli abitanti di continuare a mantenere uno stile di vita dello stesso livello qualitativo di quello appena abbandonato. Due esempi, uno in via di realizzazione, un altro, "goriziano", ancora a livello di progetto. Il primo viene da Aiello del Friuli, dove grazie a un cospicuo finanziamento regionale, è stato possibile avviare la ricostruzione quasi completa delle strutture del vecchio Municipio, edificio pericolante in pieno centro abitato. Se tutto andrà bene, sarà un punto di riferimento e un esempio di rispetto della persona, oltre che importante luogo di socializzazione e di accoglienza nel cuore della comunità. Il secondo esempio viene da Monte Santo, dove sarà realizzato un simile centro di vita e incontro per anziani autosufficienti, in grado di svolgere piccoli ma significativi lavori di manutenzione e coltivazione dell'orto. Sarebbe interessante trovare un edificio adeguato anche nella parte "vecchia" di Gorizia, per realizzare una simile istituzione anche in Italia, magari collegandole e trasformandole in un punto di co-housing internazionale, centro di riflessione sulla Terza e Quarta Età in vista e durante l'ormai celebre e attesissimo 2025.  

Altra questione è quella delle RSA propriamente dette e delle Case di Riposo per non autosufficienti. Quale destino attende chi ò malato cronico e - come accade sempre più spesso - non ha la possibilità di essere accolto in famiglia o di pagare un operatore o operatrice sociale permanente? Il problema è molto grave, solo pochi hanno pensioni o proprietà sufficienti a sborsare i 2000 euro mensili richiesti. Ammesso e non concesso che sia possibile mantenere al livello attuale gli emolumenti pensionistici, che fare di fronte a situazioni, non solo di evidente indigenza, ma soprattutto di livelli economici ordinari? Già ora, buona parte dei bilanci dei Comuni è dedicata al supporto di tali situazioni. E' ovviamente giusto che sia così, ma l'impegno sempre più coinvolgente in questo senso toglie inevitabilmente altre risorse ad altri capitoli di spesa che saranno via via maggiormente trascurati. Non si può certo risolvere la questione abbassando il livello qualitativo dei servizi, tentazione frequente in tutte le amministrazioni che gestiscono la "borsa" della regione o degli enti locali. E non si possono neppure emanare leggi e regolamenti che favoriscano le imprese private, le quali a scopo di lucro spesso offrono soluzioni poco consone, trasformando i centri in luoghi di quasi abbandono. Il periodo dei lockdown ha esasperato questa situazione, accentuando la distanza degli ospiti dal resto del mondo, in particolare del proprio parentado, cosicché un po' ovunque più che il covid, responsabile di molti decessi di anziani non autosufficienti è stata la solitudine, reale ed esistenziale.

Che fare allora? Sarà superficiale scriverlo, ma non si vedono alternative, solo un aumento cospicuo dei fondi statali e regionali destinati alle RSA e alle Case di Riposo per non autosufficienti può garantirne il corretto funzionamento, con personale in numero adeguato alle necessità e ben formato per venire incontro a ogni prevedibile debolezza dei soggetti già avanti con l'età e portatori di diverse patologie. Dove trovare i soldi? Beh, dopo l'aumento del 2% (un'enormità!!!) delle spese militari appena deciso dal Parlamento, sembra difficile sostenere che a impedire un sereno tramonto a chi ha speso la vita per la società, sia la mancanza di fondi. Gorizia e Nova Gorica si facciano avanti e migliorando sempre più la necessaria ma non sufficiente offerta attuale di servizi, si propongano anche come luogo internazionale dove anche un anziano può vivere bene, godendo di un'aria pulita e offrendo ai più giovani la sua storia, la sua esperienza, i suoi buoni consigli.

domenica 3 aprile 2022

Verso le elezioni comunali: Q come Quartieri. La necessità di una rappresentanza...

 

Da Kostanjevica, uno sguardo verso Lucinico
Quartieri. Fino al 2010 c'erano i consigli di quartiere, istituzioni con rappresentanti eletti dai cittadini contestualmente al consiglio comunale. La loro soppressione ha portato senz'altro un po' di respiro alle casse comunali, ma ha anche provocato un evidente deficit di democrazia partecipata. I mini-consigli erano in effetti "macchine" sovradimensionate ma l'averli eliminati ha significato il classico "gettare via l'acqua con il bambino". E' venuto così a mancare un anello di congiunzione molto importante e i problemi concreti delle persone che vivono nelle diverse parti del Comune hanno trovato minore ascolto e maggiore difficoltà di risoluzione. 

Il tema deve essere ripreso, tenendo conto sia delle nuove esigenze che della forte diversità di quelli che venivano chiamati "quartieri" e prima ancora "borghi". Anche questo, come tutti gli altri, è un tema da affrontare insieme al Comune di Nova Gorica e a quello di Šempeter/Vrtojba, proprio tenuto conto della grande diversità della realtà geografica e politica. I due capoluoghi più abitati hanno un centro cittadino, che potrebbe effettivamente essere diviso in piccoli borghi, per esempio San Rocco, Sant'Anna, Straccis, Montesanto, Piazzutta, Centro e Campagnuzza per quanto riguarda la parte in Italia. Tutti gli altri non sono propriamente dei quartieri, ma paesi con una loro autonomia e specificità storica e culturale, come Lucinico, Sant'Andrea, Podgora e Pevma. Ciò vale a maggior ragione per la parte in Slovenia, dove i due Comuni confinanti e appartenenti con la vecchia Gorizia al GECT/EZTS, sono composti da numerosi villaggi sparsi tra la Vipavška e la Soška dolina, sulle alture e sull'altopiano della Bainsizza.

E' evidente che per poter portare all'attenzione degli amministratori le problematiche di ogni realtà particolare, non basta il consiglio comunale, anche se alcuni degli eletti provengono dall'una o dall'altra zona. Occorre trovare un organismo - perché no, inter-nazionale? - che sia in grado di rappresentare le istanze dei cittadini non sulla base di un impegno volontario, ma di un vero e proprio mandato istituzionale. Riconoscendo la non praticabilità di un ritorno ai "consigli di quartiere" per motivi pratici e soprattutto economici, potrebbero essere studiate possibilità alternative. Per esempio, si potrebbe pensare a una mini-elezione di una terna di residenti, su lista unica, da far votare contestualmente alle "amministrative". Oppure, se si tenesse troppo complesso ricorrere auna vera e propria elezione, si potrebbe immaginare di pubblicare una "manifestazione di interesse" e poi far scegliere al consiglio comunale, sulla base di un attento esame dei curricula, per ogni borgo o paese una terna di rappresentanti chiamati a tenere un costante rapporto tra la Giunta Comunale (con una delega ad hoc da affidare al sindaco o a un assessore) e il territorio. Dovrebbe essere previsto un ragionevole compenso, compatibile con le "casse" comunali, anche semplicemente un rimborso spese per trasferte effettuate nell'esercizio delle funzioni.  Il tutto dovrebbe ovviamente essere ben delineato in un chiaro ed efficace specifico regolamento comunale.

Sono solo proposte, ce ne possono essere molte altre. Quello che conta è fermare una certa deriva populistica, nata dalla convinzione che la diminuzione degli spazi di rappresentanza possa portare un beneficio alla crescita della collettività. E' un punto di vista pericoloso che rischia di colpire il bersaglio sbagliato, a tutto danno della coscienza democratica e della partecipazione dei cittadini alla gestione del bene e dei beni comuni. Se la rappresentanza di tre prescelti per ognuno dei dieci borghi o paesi di Gorizia "costasse", in termini di simbolici rimborsi per una trentina di persone, nell'insieme 20mila euro ogni anno, tale cifra corrisponderebbe a poco più del cumulo di stipendio e rimborsi forfettari spettanti ogni mese a un solo consigliere regionale. Ciò non significa diminuire i posti in consiglio regionale, come si è fatto - si consenta un molto convinto "purtroppo" - con il Parlamento, ma pensare a una più equa distribuzione, finalizzata ad allargare e non a diminuire l'orizzonte della democrazia partecipata. Ci sarebbe anche da aprire un capitolo sul ruolo decisivo ma difficile da considerare delle aziende di fatto private con partecipazione azionaria degli enti locali e sui costi dei numerosi Consigli di Amministrazione e organi di controllo. 

In sintesi, dallo slogan veterogrillino "meno posti e meno costi" occorre passare a un più coinvolgente e altrettanto coinvolgente "più posti e meno costi".