Si tiene oggi l'annuale "via crucis" nel pordenonese, con inizio nel Duomo e conclusione nella chiesa di san Giorgio a Pordenone. E' un importante momento di riflessione e di azione contro la guerra, in un momento nel quale la follia e la cattiveria umana sembrano aver demolito ogni argine alla violenza e all'avidità. Ecco un breve pensiero, scritto per l'occasione:
Ci sono molte viae crucis. C’è quella dei ladri crocifissi
sul Golghotà e c’è quella dei piccoli innocenti di Betlemme uccisi da Erode
mentre il Bambino, Maria e Giuseppe li lasciavano soli nella loro disperazione.
C’è quella delle vittime, uccise sull’altare di una violenza inaudita e c’è
quella degli aguzzini, nazisti o fascisti che hanno pagato con il sangue la
loro precedente connivenza con il Potere. C’è la via crucis degli israeliani
colpiti dagli attentati e quella di decine di migliaia di Palestinesi, vilipesi
fin nei più elementari diritti alla vita. C’è poi – ciascuno ha la sua – la via
crucis di ognuno di noi, nell’inquietudine del vivere in un mondo che sembra
avviato verso la catastrofe.
Cosa caratterizza allora “questa” via crucis, rispetto a
tutte le altre? Non tanto il fatto che Gesù di Nazareth sia accusato, colpito,
torturato e poi crocifisso. Ci sono tanti che hanno sofferto le stesse azioni e
forse anche per tempi più lunghi e con strumenti di supplizio più sofisticati.
Questa via crucis è diversa dalle altre perché si propone
esplicitamente come via pacis. Perché accetta l’assoluto paradosso di una
sofferenza inaudita che non fonda un nuovo Stato o un nuovo sistema sociale, ma
la possibilità che l’essere umano esca dal tempo delle caverne e si trasformi
in homo planetarius. In questo senso la via crucis è da contemplare, ma anche
da imitare. Accettando la provocazione dentro la vita di ognuno di noi e
dilatandola nell’inevitabile passaggio dall’etica individuale alla politica
internazionale.
Come concretamente contemplare il cammino di Gesù verso il
Calvario senza essere soffocati dalla disperazione e dalla percezione del
fallimento (che è la grande tentazione dei discepoli, in contrasto con
l’ineffabile speranza delle donne)? Non si tratta di immaginare un happy end o
l’intervento del Deus ex machina. La risurrezione è un fatto che trascende
talmente tanto la nostra povera e limitata ragione, da essere lontana da ogni
possibile strumentalizzazione. E’ la certezza che la promessa insita nel dono
radicale della vita, si può avverare. Attraverso la croce di Gesù – ma anche
attraverso la mia croce, se la porto con Lui – la Vita vince la Morte, il
perdono trionfa sulla vendetta, la nonviolenza si dimostra la strada della
pace.
Concretamente abbiamo un vademecum che ci permette di
immaginare un altro mondo possibile e di cominciare a costruirlo, pezzetto dopo
pezzetto. Siamo come pietruzze di un immenso mosaico, quello dei Viventi. E
senza ogni pietruzza, il mosaico della pace non può essere lo stesso. La legge
della via crucis esistenziale è quella delle Beatitudini. Non occorre
commentarle, basta semplicemente leggerle, soprattutto quelle di Luca che in
modo assai significativo contrappone i “Felici” – tutti quelli che il mondo ritiene
infelici o addirittura stupidi – ai “Guai” preannunciati a chi persegue i
disvalori della ricchezza, della violenza e del potere.
Sarebbe semplice attualizzare tutto questo, puntando il dito
sui vari Cesari che uccidono (alcuni hanno anche il fisique du role!), Ponzi
Pilati che si lavano le mani, Caifi che benedicono le armi in nomine Domini,
ecc. Ma forse non sarebbe altro che un flatus vocis da talk show, un’overdose
di parole condivise che alla lunga diventano stucchevoli e inascoltabili.
Sarebbe meglio portare la domanda su di noi, su ciascuno di noi: crediamo davvero fino in fondo che la nostra felicità consiste nell’essere poveri di spirito (ma anche poveri proprio!), piangenti, miti, puri di cuore, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati per causa della giustizia, insultati da tutti? Se lo crediamo – ci dice il Vangelo – vedremo Dio, cioè l’Umanità rinnovata nella dimensione della vera e autentica Pace. Se crediamo che lo debbano fare gli altri, non avremo la gioia di ricevere per primi – come le donne nel mattino di Pasqua – l’inestimabile annuncio della Risurrezione.
E forse, metaforicamente parlando, giungerà il tempo in cui il leone pascolerà con l’agnello, le lance si trasformeranno in falci e il bambino si trastullerà giocando nella tana di serpenti.

Nessun commento:
Posta un commento