sabato 31 gennaio 2026

EPK, un seme gettato nel terreno invernale: germoglierà?

 

Tra pochi giorni ricorrerà l'anniversario dell'inizio dell'anno della capitale europea della cultura. Quali erano gli obiettivi, quali sono stati raggiunti e quali sono ancora da mettere a fuoco?

L'Europa ha affidato a Nova Gorica e alla partner associata Gorizia una grande responsabilità: dimostrare la possibilità di una cultura plurale, dove la diversità delle lingue, delle concezioni del mondo e delle interpretazioni della storia non sia considerata un ostacolo, ma una straordinaria opportunità di simbiosi, solidarietà e collaborazione. Perché questo possa accadere, c'è bisogno della compartecipazione di ogni cittadina e cittadino, nessuno escluso. Gli amministratori possono indicare le linee di intervento, i tecnici organizzare con passione e competenza incontri, eventi e situazioni favorevoli, ma il vero obiettivo è che tutti "si sentano" pienamente parte di un territorio meraviglioso. Le due città e tutti i comuni circostanti non sono chiamati a unificarsi o peggio omologarsi, bensì a "congiungersi" in un abbraccio nel quale - mentre si costruisce insieme un nuovo soggetto - ciascuna delle parti rimane sé stessa, arricchita dal dono dell'altra.

Sloveni, friulani, italiani, ma anche pakistani, afghani, senegalesi e tutti coloro che sono sul terreno per qualsiasi motivo, devono sentirsi a pieno titolo "Goriški", "Goriziani" e contribuire - ciascuno a suo modo - alla realizzazione di questa straordinaria unità nella valorizzazione delle differenze.

Tutto ciò lo si è concretamente percepito lo scorso 8 febbraio 2025, quando le strade e le piazze sono state invase pacificamente da un popolo che ha marciato, ascoltato, guardato, gustato, scoperto, percepito un qualcosa di nuovo INSIEME. Ecco la parola magica, INSIEME. Non sempre si è avuta la stessa impressione nel succedersi degli eventi, da quella data in poi. Le proposte sono state quasi sempre di alto livello - musica, danza, teatro, conferenze, convegni, presentazioni di libri, inaugurazioni, ecc. - ma la partecipazione è stata in generale limitata a "una parte" o all'"altra", rilevando come ci siano ancora molti punti oscuri da chiarire e molte difficoltà da superare.

Indubbiamente le/la città si è abbellita, con l'apertura di zone da lungo tempo precluse ai più, come per esempio i bellissimi parchi del Rafut, del Coronini e della Valletta del Corno. La piazza della Transalpina/Trg Evrope - ancora caratterizzata da due nomi diversi - è stata riqualificata e offre uno scenario stupendo alla possibilità di incontro fisico tra gli abitanti delle due parti. Il vicino museo Epicenter, con un'accorata e completa rivistazione della storia del Novecento Goriziano, arricchisce la possibilità di una conoscenza globale e approfondita, affiancandosi e completando il percorso delle vicine esposizioni del Rafut, dedicate al lasciapassare e al contrabbando. Le piste ciclabili nella campagna di Solkan/Salcano sono molto frequentate, culminando nell'ardito ponte sospeso ciclopedonale nella zona del Kajak center. Si sono segnati e organizzati suggestivi percorsi a piedi, come l'Iter Goritiense da Aquileia a Sveta Gora dove è stato inaugurato l'accogliente centro Mir in dobro o quelli dedicati alla memoria di San Martino, lungo i sentieri dell'affascinante Vipavska dolina. Ci sono state alcune grandi mostre che hanno suscitato interesse in tutto il centro Europa. Frequentatissime sono state quelle dedicate a Andy Warhol e soprattutto a Zoran Mušič in Palazzo Attems, nel castello di Dobrovo e in quello di Kromberk. Assai significativa la realizzazione del primo Museo tattile della Slovenia proposto dal Goriški Muzej, come pure la memoria realizzata attraverso la pittura di Giuseppe Ungaretti o quella dedicata a Franco Basaglia e alla sua "rivoluzione" goriziana, allestite nel museo di Santa Chiara. Splendida, anche per lo scenario, la mostra di fotografia e pittura organizzata a Vipavski križ. Ricca di contenuti - ma avrebbe potuto essere uno dei punti nevralgici se fosse stata accettata dal Comune di Gorizia l'idea di collegare la storia aquileiese con la capitale della cultura, "dal preromano al postmoderno" - la mostra sul Tesoro dell'Arcidiocesi, con la notevole svista della mancanza delle didascalie in lingua slovena. Più discusse e controverse, anche per i risvolti economici e finanziari, le due "opere d'arte" (o supposte tali, a seconda dei punti di vista) costituite dall'obelisco mulicolore di Piazza della Casa Rossa e la Dag nel tunnel di via Bombi. Innumerevoli sono state anche le conferenze, tra le quali non si può non citare almeno quella con il filosofo Slavoj Žižek, di livello internazionale. Tanti sono stati i libri pubblicati sulla capitale europea della cultura, importante il ruolo di case editrici come ZTT di Trieste e soprattutto Qudu Libri di Gorizia, il cui spazio di incontro in Piazza Travnik sta diventando sempre più centro di relazioni e di divulgazione della cultura plurale del territorio. 

Tutto bene allora? Per ciò che riguarda l'aspetto "celebrativo" dell'Epk, il lavoro è stato enorme e non si può che ringraziare chi ha investito tanto tempo ed energie nel costruire un evento nel complesso veramente notevole. Tuttavia occorre predere atto di come il cammino sia appena iniziato. A parte il primo giorno di festa, per il resto il coinvolgimento di tutti gli abitanti, indispensabile per la riuscita complessiva dell'impresa, è stato piuttosto timido. Si è fatto molto poco - se non nulla, a livello ufficale - per l'agognato da decenni inserimento dell'italiano nelle scuole slovene e dello sloveno in quelle italiane e per favorire la formazione degli adulti all'interculturalità e alla pluriculturalità. I progetti di rendere la zona Laboratorio internazionale di pace e giustizia al servizio del mondo intero sono rimasti al livello dell'enunciazione e della carta stampata. Non si è valorizzata la ciclopedonalità per quanto riguarda soprattutto la relazione tra la stazione e il centro di Gorizia con la stazione e il centro di Nova Gorica (la cosiddetta Ciclovia della Cultura). Mancano - a parte Isonzo Soča - strumenti di comunicazione mediatica tra la parte nuova e quella vecchia del territorio, cosicché le notizie quotidiane non sono ancora in grado di attraversare il confine. Non c'è stata una necessaria revisione toponomastica e anche dal punto di vista della lettura storica si è lasciato poco spazio agli studiosi, nella fallace convinzione che dei problemi più delicati sia meglio tacere per evitare conflitti. La mancata revoca della cittadinanza a Mussolini e la pervicace accoglienza ufficiale degli eredi della XMas dimostrano quanto invece sia importante che le sofferenze e le differenze non siano sottaciute, ma attraversate con il competente sostegno dei professionisti della ricerca storiografica. Non sono stati per ora creati tavoli permanenti di incontro tra rappresentanti in Slovenia e in Italia delle categorie, culturali, sociali, industriali, artigianali e agricole, scolastiche e accademiche, per immaginare e costruire un futuro insieme. 

Insomma, il seme è stato gettato e ora dorme sotto la terra invernale. Germoglierà nel nascondimento, spunterà alla luce e diventerà tronco, ramo, foglia e frutto? E' una grande speranza, quella che caratterizza ogni inizio. Ciò che si è GIA' visto all'inizio, l'8 febbraio dello scorso anno, è un NON ANCORA che deve accadere.

martedì 27 gennaio 2026

Giornata della Memoria 2026

 

In fondo, da diecimila anni in qua, si sono trasformati gli strumenti, ma non è cambiato il cuore. Un tempo si usavano l'arco e la mazza, adesso le pistole, le bombe al fosforo e le camere a gas.

Forse le crisi del momento, che esplicitano ciò che tutti si sapeva, possono indurre l'umanità a compiere un salto di qualità. Dall'età delle caverne e della legge della giungla, incarnata dal nazifascismo ieri, dai potenti del mondo cosidetto "democratico" oggi, occorre passare a quella della libertà, uguaglianza e fraternità. La legge della civiltà e dell'amore, dove siano bandite le armi, dove non esistano più il nazionalismo e il razzismo e nella società internazionale diventi legge la comunione nella valorizzazione di ogni frammento di meravigliosa diversità.

Il lupo pascolerà con l'agnello, il bimbo metterà le mani nella buca e giocherà felice con i serpenti velenosi, si trasformeranno le lance in falci e gli strumenti di guerra in aratri.

domenica 25 gennaio 2026

Il Male del Mondo

 

Arrivano i giorni del "never again!", "mai più!", "nikoli več!"

E mai come quest'anno questo slogan - purtroppo da sempre vuoto di contenuto quanto gli auguri che ci si scambia all'inizio di ogni anno - manifesta l'ipocrisia intrinseca che lo caratterizza.

Il "mai più" stende un velo pietoso sui cadaveri dilaniati dei giovani ucraini e russi mandati al macello da presidenti incoscienti, con il sostegno della "civile" Europa, culla della civiltà. Oscura lo scandalo per il genocidio di Gaza, per i bombardamenti sui palestinesi del Libano e della Cisgiordania, per la tragedia della repressione nel sangue delle proteste in Iran, per le malefatte degli USA tornati al più tradizionale look di violenti padroni del mondo. Fa dimenticare gli assassinii perpetrati dai legionari di Trump per le strade di Minneapolis, massacratori in uniforme che sparano al primi malcapitato con la scusa di individuare e arrestare - proprio come faceva la Gestapo - i poveri immigrati irregolari. 

Qual è il limite del "never again"? Perché lo si ascolta con sempre maggior fastidio? Non perché quando lo si afferma, si sa già che non sarà preso in considerazione da nessuno. O almeno, non solo per questo.

La questione è più profonda e riguarda l'atteggiamento dell'essere umano davanti al mistero del Male. Quando diciamo "mai più", ci riferiamo - la maggior parte delle volte inconsciamente - agli "altri". C'è sempre qualcuno - altro da me - che dovrebbe cambiare, affinché cessino le sofferenze del Pianeta. Il male assoluto è in Netanyahu, in Zelens'ky, nella von der Leyen, naturalmente in Trump e - perché no? - anche nella Meloni (o in Hamas, in Putin, in Maduro, negli Ayatollah, se si vuole ribaltare la medesima frittata). In altri tempi il male era rappresentato da Mussolini e da Hitler o da Stalin e da Pol Pot, riconosciuti osceni, schifosi e folli individui dagli stessi che li avevano idolatrati fino alla vigilia della loro ignominiosa caduta. 

Il riconoscimento del male solo nell'"altro" è uno dei tanti modi per lasciare le cose esattamente come stanno. E' il rischio che spesso corrono coloro che suppongono di essere nel giusto perché "non fanno del male a nessuno", "stanno dalla parte giusta" o enunciano continuamente il rosario di orrori che - appunto a causa di "altri" - vengono sgranati ogni giorno nel mondo.

E se il Male non riguardasse soltanto "l'altro", ma anche l'"io"? Se lo squallore non abitasse solo le case degli altri, ma anche la propria? Se la violenza cieca e informe fosse dentro di me, rinchiusa nelle segrete del mio dostoevskjano sottosuolo? Se fosse confinata nel profondo e non emergesse soltanto perché non si sono create l'occasione e le condizioni?

La consapevolezza che il Male è anche in me - come nei film americani che raccontano i mostri brutali nascosti sotto le sembianze di amorevoli mariti e deliziosi padri di famiglia - non diminuisce lo scandalo per la violenza dell'altro, ma permette di conoscerla nella sua essenza e, proprio per questo, di essere preparati a combatterla. E consente, conoscendola, di rivelarne le autentiche dinamiche che per lo più sfuggono allo sguardo superficiale. Inoltre, l'ammissione della presenza del Male in me - quasi un'entità metafisica che permea di sé tutte le cose - consente di modificare istantaneamente l'unico "altro" sul quale si possa direttamente influire: sé stesso, nel proprio limitato o globale ambiente esistenziale. 

Si torna così alla teoria della nonviolenza attiva che basa l'impegno per la costruzione del bene nel Mondo sulla trasformazione delle proprie relazioni quotidiane e sul riconoscimento dell'universale responsabilità: tutti e ciascuno si è responsabili di ciò che accade nello spazio e nel tempo. Esse determinano una condivisione che si dilata progressivamente e diventa concreta lotta contro il male anche attraverso la disponibilità all'esercizio del supremo atto nonviolento, l'accettazione del Dolore e la perdita anche della stessa vita per affermare la definitiva trasformazione di sé e del Mondo nell'orizzonte dell'Amore.

10 anni di attesa, o più precisamente, di ritardo (cit. sindaco di Fiumicello)

 


sabato 24 gennaio 2026

La fiamma olimpica, un mega spot di Coca Cola ed Eni

Oggi la fiamma olimpica è transitata per Gorizia, accompagnata da una folla che - complice il tempo decisamente inclemente - ha dimostrato un assai risicato entusiasmo, riservando un timido applauso soltanto al tedoforo, un sorridente atleta paralimpico impregnato di pioggia invernale, unico sprazzo di umanità all'interno di un evento a dir poco imbarazzante.

Del resto, effettivamente, c'è poco da entusiasmarsi.

Una volta la parola Olimpiadi era sinonimo di competizione priva di interessi economici, oltre che di confronto fra dilettanti coinvolti nel momento più importante della loro carriera sportiva. Dominava il tutto lo spirito decoubertiano, secondo il quale "l'importante è partecipare".

Non occorre essere maliziosi per essere consapevoli di come in realtà non sia mai stato così e di come le Olimpiadi moderne siano state dall'inizio una straordinaria vetrina per propagandare interessi e prodotti. Ciò avviene in ogni sport e il dilettantismo è confinato in una mitologica età che forse non è mai esistita. Basti pensare al Giro d'Italia, al Tour de France, alle gare di Formula uno o alle discese con gli sci, per contemplare ovunque la selva di sponsor che offrono i mezzi per realizzare gli eventi e che in cambio ricevono immensi vantaggi pubblicitari.

Ciò che colpisce in questo mai così evidenziato viaggio del fuoco olimpico è la riduzione dell'impresa a soli due marchi, ENI e soprattutto Coca Cola.

Prima dell'arrivo dell'atleta con la torcia, si assiste a un mega spot pubblicitario della più nota bevanda del mondo occidentale. Transitano furgoni con i colori inconfondibili, un tizio sul camioncino agita con forza la bandiera che ha ispirato gli inventori del look di Babbo Natale, altri distribuiscono a destra e a manca lattine da 20 ccl e lanciano borsette biancorosse a un pubblico, anche in questo caso (per fortuna) assai diffidente.

D'accordo che questa è la globalizzazione e che questo è il capitalismo. D'accordo che dai tempi degli imperatori romani il Potere si autogenera attraverso la distribuzione di "panem et circenses". Ma qui si è superato ogni limite: la Coca Cola, marchio espressione per eccellenza della civitas statunitense, è la grande protagonista delle Olimpiadi invernali che si svolgono a Cortina e Milano in questo anno domini 2026. 

In quanto simbolo, la Coca Cola si assume tutta la responsabilità della gestione olimpica. Lo ha già fatto in altre occasioni, come quando si è addirittura accapparata le Olimpiadi del 1996, costringendo il comitato a scegliere la sua "culla", Atlanta e surclassando così le città di Olimpia e Atene, che avrebbero voluto celebrare il secolo dalla rinascita dei Giochi, inventati un paio di millenni prima in Grecia.  

E' ovvio che uno degli Stati ospiti d'onore della kermesse sia Israele. Il genocidio di Gaza perpetrato dal governo Netanyahu, le persecuzioni dei palestinesi in Cisgiordania, i bombardamenti su Stati sovrani, sono stati compiuti tutti con l'avvallo di Trump e dell'attuale (ma non solo!) amministrazione USA. Nel segno e nel nome della Coca Cola, tutto diventa possibile. E' un motivo in più per constatare quanto siano cambiate le Olimpiadi: la presenza degli atleti di Israele, in un momento nel quale sono stati uccisi tanti sportivi gazawi e palestinesi, è il simbolo di un mondo dominato dagli interessi di pochissimi, ai quali nulla importa della giustizia sociale e del sempre più calpestato diritto internazionale. 

Infine, una nota di simpatia nei confronti del Forum per Gorizia e di molte altre "sigle" del Friuli Venezia Giulia e della Primorska slovena. Con un'azione nonviolenta presso il valico del Rafut/Pristava, si è voluto richiamare l'assurdità di una fiamma olimpica che attraversa liberamente e con tutti gli onori il vecchio confine, mentre prosegue l'assurda e venefica sospensione di Schengen. Si chiede la rimozione immediata dei controlli sul confine, iniziati con la scusa del timore degli attentati dopo il 7 ottobre 2023, ora ribaditi con quella della celebrazione delle Olimpiadi. Tutti pretesti, naturalmente, sembra evidente che il vero obiettivo siano i poveri migranti, nel loro faticoso arrivo al termine del difficile viaggio lungo la rotta balcanica. Sperano di aver raggiunto la terra delle libertà, invece, dopo aver trascorso notti ghiacciate nei rifugi di fortuna, finiscono nei centri per l'identificazione e l'espulsione.

Mala tempora currunt, sed peiora parantur!

domenica 18 gennaio 2026

Fratello confine, sorella frontiera...

Domenica 11 gennaio, i Frati minori cappuccini e l'Ordine francescano secolare di Gorizia, insieme ai Frati minori francescani e l'Ordine francescano secolare di Kostanjevica Nova Gorica hanno promosso un bel pomeriggio di riflessione, dal significativo titolo Fratello confine, Sorella frontiera. Coordinata da fra Luigi Bertier, l'iniziativa ha visto la presenza, tra gli altri, dell'Arcivescovo Carlo Maria Redaelli, del pastore della chiesa metodista Jens Hansen e del guardiano del santuario di Kostanjevica p.Boštjan Horvat.   

Chi volesse saperne di più, può trovare una sintesi dell'intero incontro al seguente link di you tube: https://youtu.be/m_k5ZhZheQE?si=hvPNNso7KAKebfkc Ve lo consiglio vivamente, ringraziando la "regista" Francesca Curreli!

Prima di un bel momento di incontro interreligioso, con profonde citazioni dalle tradizioni ebraica, musulmana, buddhista, ortodossa, protestante e cattolica, si è svolto un'assai interessante tavola rotonda, animata da Andrea Bellavite e guidata dalla dott.ssa Morena Maresia, della Soprintendenza Archeologia e Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia.

Il compito della Soprintendenza è quello della custodia, ma anche della valorizzazione dei beni che appartengono non a uno o all'altro ente, ma a tutta l'umanità. La Bellezza infatti è un dono per tutti e dovrebbe essere percepita come una proprietà universale. E' in questo spirito che Morena Maresia ha promosso il progetto "...e adesso sono qui", al quale hanno partecipato, in diverse sessioni, decine di giovani, migranti e non, della Regione. Con loro è stato possibile visitare e conoscere i luoghi dell'arte e della cultura, in particolare le testimoninaze delle diverse spiritualità testimoniate dalle chiese, dalle moschee e dalle sinagoghe presenti nei principali centri regionali. Il lavoro, che ha coinvolto anche numerosi Minori stranieri non accompagnati, è stato raccolto in un bel volume che racconta le esperienze vissute, ma anche le prospettive. Nella chiesa dei Cappuccini hanno parlato anche un giovane marocchino e uno pakistano. Hanno testimoniato la loro gioia nel conoscere i beni culturali della zona dove sono stati accolti, ma anche le potenzialità che simili progetti possono portare, al punto che entrambi hanno già trovato uno sbocco lavorativo, proprio nell'ambito dell'esperienza artistica. Particolarmente emozionante è stato il racconto dell'incontro con l'Hospitale di san Giovanni a Majano e la sorpresa di entrare nelle chiese e di sentire all'interno di esse "la stessa presenza di Dio che si incontra in qualsiasi altro luogo di fede e preghiera". Nel filmato illustrativo, oltre a tutte le altre, ha colpito molto anche la testimonianza del giovane Mosè, sloveno di Jazbine, che sulla piazza della Transalpina/Trg Evrope, ha parlato della necessità di oltrepassare tutti i confini.

E' veramente notevole il fatto che un'istituzione pubblica importante come la Soprintendenza, impegni il proprio personale in progetti di così grande respiro, invitando a collegare la potenza dell'arte con la valorizzazione della dignità di ogni persona umana e l'affermazione della fraternità universale.

venerdì 16 gennaio 2026

La decima mas in Municipio di Gorizia è una vergogna!

 

Sabato 17 gennaio, alle ore 11 presidio antifascista all'incrocio tra Via Diaz e Corso Verdi. 

Si compie il solito rito, ridotto di fatto a una mera provocazione. I reduci della x mas vengono a Gorizia e vengono accolti con tutti gli onori nell'atrio del Municipio. Vogliono ricordare i commilitoni caduti durante le orribili azioni, sostenute per obbedire agli ordini dei fascisti e dei nazisti. E' dimostrato che molti appartenenti a queste squadre paramilitari si siano comportati così crudelmente, da far impallidire perfino i colleghi tedeschi.

Basta aprire qualsiasi libro di storia per rendersi conto del ruolo della x non soltanto nel periodo dei repubblichini, ma anche nei decenni successivi, basti pensare al tentativo di golpe ordito da junio valerio borghese nel dicembre del 1970. Sono stati tutti atti che avevano lo scopo esplicito di minare la fragile democrazia in Italia, in un tempo nel quale la strategia della tensione fascista aveva riempito di terrore i cittadini.

Insomma, se proprio non è possibile impedirlo, che facciano quello che a loro pare, mettere corone su un monumento o pregare per le anime dei massacratori. In Germania le memorie della furia nazista sono state cancellate per scongiurare tentazioni di emulazione, in Italia e a Gorizia, al contrario, è ancora possibile visitare e onorare le tombe e le lapidi dedicate a chi ha condotto l'Italia alla catastrofe o mantenere il nome di mussolini tra i cittadini degni di onore. Ma che i rappresentanti delle istituzioni, vestiti in forma ufficiale con la fascia tricolore sulle spalle, ricevano questi vecchi nostalgici con tutta la riverenza possibile, questo è veramente scandaloso e inaccettabile, una vergogna! 

Non sarebbe ora di finirla con queste provocazioni? Lasciamo che quattro anziani versino lacrime sui morti, ma basta con queste sceneggiate nell'atrio del Comune. Vadano dove vogliono, ma non siano accolti come eroi nel luogo simbolo dell'unità di una cittadinanza che non merita questo affronto.

Quale conto elettorale deve pagare l'amministrazione comunale, per esporsi ogni anno a una simile umiliazione e a una riprovazione quasi unanime, di proporzioni nazionali e internazionali?

giovedì 15 gennaio 2026

PER UN MCG/GST (Mercato Comune Goriziano/Goriška Skupna Tržnica)

 

Si parla tanto di collaborazione e di prolungamento dell'Evropska prestolnica kulture, ma a volte sembra soltanto un mantra per rafforzare la propria parte e non per intensificare una via che non può essere altro che di collaborazione e costruzione comune. In altre parole, non che da una parte si pensi una cosa e poi la si imponga all'altra, questo atteggiamento fa parte di un passato che si spera non ritorni mai più. Si tratta invece di mettersi intorno a un tavolo e di cominciare a pensare, a ideare e a realizzare INSIEME. Uno dei tanti ambiti di prova potrebbe essere proprio quello dei MERCATI, quello di Gorizia - in grave difficoltà - e quello di Nova Gorica, quasi del tutto sconosciuto a chi vive nella parte in Italia della città.

Ci si entra dalla Delpinova ulica, vicino alla bella libreria caffetteria Maks. E' il mercato di Nova Gorica, aperto tutti i giorni, soprattutto però "abitato" di sabato. Occorre andarci abbastanza presto, perché è molto attrattivo e i banchi si svuotano abbastanza in fretta. Gli acquirenti possono trovare una significativa offerta - sul piano quantitativo ma specialmente qualitativo - di magnifici prodotti agroalimentari a km0, dal produttore al consumatore. Verdura e frutta di stagione, formaggi e latticini di origine più che controllata, fiori e prodotti artigianali, fanno bella mostra di sé e invitano a guardare, assaggiare, comprare. Come ogni mercato, ciò che conta è anche il rapporto umano. Non c'è ostacolo né di lingua né di mancata conoscenza. Tra chi vende e chi compra si stabilisce una sorta di complicità e non può mancare uno scambio di idee su questo o su quell'argomento.

Sì, perché il mercato è un importante presidio sociale, un punto di incontro e di riconoscimento tra le persone che lo frequentano. Ci si tiene aggiornati e per molte persone è anche uno dei pochi momenti nei quali diventa possibile scambiare due parole con altri esseri umani, aggiornarsi sui percorsi di vita degli uni e degli altri.

Allora, ecco la proposta: creare un tavolo di lavoro tra produttori del territorio ed esercenti, in modo da realizzare in piena solidarietà e collaborazione "due mercati in uno". Gli abitanti dell'una e dell'altra parte della città potrebbero individuare un sistema coordinato di commercio alternativo. Sulla scia di proposte già enucleate ai gloriosi tempi del festival vegetariano e vegano, i due mercati, in forme complementari, potrebbero diventare un unico polo commerciale e anche culturale. Si potrebbero realizzare filiere legate al biologico e all'equo-solidale, far conoscere nel dettaglio aziende e fattorie sociali, presentare testi e organizzare conferenze sul significato più profondo della produzione e del consumo nell'epoca della globalizzazione.

Insomma, chi più ne ha, più ne metta. Salviamo il mercato di Gorizia, ma immaginiamo un futuro di condivisione con quello di Nova Gorica, puntando a un sistema di compravendita improntato ai principi della vicinanza, della solidarietà e della cultura.

Nel frattempo, se posso darvi un consiglio, provate ad andare in Delpinova, un qualsiasi sabato mattina prima delle 10.30 (non questo, 17 gennaio o il prossimo, 24 gennaio, ci sono altri appuntamenti molto importanti in zona, saranno oggetto dei prossimi post). Gustatevi un giretto al mercato, prima di pascervi con la cultura, uno sguardo ai libri, un caffè e un plurilingue scambio di idee da Maks hanno il potere di allargare le menti e di abbellire qualsiasi week end!

mercoledì 14 gennaio 2026

Pacifisti di tutto il mondo, uniamoci!!!

 

Come inizio d'anno, un bel caos! Per usare un eufemismo...

Gli USA rapiscono in Venezuela Presidente Maduro e moglie, con evidente violazione di ogni tacita ed esplicita regola del presunto esistente diritto internazionale. In Italia la maggior parte dei (tanti) venezuelani in esilio esulta per la cacciata del discusso personaggio, altri scendono in piazza per difendere il Venezuela umiliato dagli interessi USA. La nuova presidente consente la liberazione dei prigionieri politici stranieri - tra i quali alcuni italiani - e non si sa più se protestare per il violento cambio di regime o gioire per la di fatto conseguente libertà dei connazionali e degli altri detenuti ingiustamente.

In Iran si susseguono le manifestazioni contro il regime degli ayatollah, che a quanto pare rispondono con una repressione violenta e crudele. Non si sa se sostenere i cortei nel loro sincero anelito a un mondo migliore, sapendo però che dietro a essi c'è una precisa volontà degli USA e uno specifico interesse dell'erede di Rheza Palhevi. Oppure se scongiurare il ventilato intervento militare di Trump, dando di fatto man forte alle correnti più fondamentaliste dell'Islam iraniano.

In Ucraina continua una guerra assurda, nella quale c'è chi sostiene le "ragioni" di Zelensky, promuovendo un ininterrotto flusso di armi, anche dall'Unione europea che - come previsto - altro non fanno che alimentare un'inutile strage. Dall'altra parte c'è chi tutto sommato non disdegna enfatizzare le "ragioni" di Putin, che non sembra far nulla per accelerare i tempi di un accordo che sarebbe stato possibile fin dai primi momenti di questo orribile conflitto.

C'è chi innalza la bandiera arcobaleno della pace, proponendo agli uni e agli altri la strada della nonviolenza, cercando in questo modo di non portare sostegno a nessuno dei contendenti. Purtroppo tale posizione - per lo più portata avanti, o almeno comunicata, quasi solamente lontano dalle zone dove la terra brucia - finisce per essere del tutto minoritaria e spesso priva di un'articolata proposta alternativa.

Eppure, a pensarci bene, questa è l'unica soluzione possibile. Ma richiede studio, ricerca, impegno, relazioni umane e tanto tanto lavoro. Ci vuole anche una grande capacità di infomrarsi e di trovare le fonti autentiche per comprendere cosa stia veramente accadendo, sfuggendo alla tentazione venefica di fermarsi alla pura propaganda. Non si può prendere posizioni radicali, senza un'approfondita conoscenza delle diverse situazioni. E non basta affermare che l'unica strada possibile è quella della pace e della nonviolenza. Occorre precisare meglio cosa questo significhi, riempire queste parole di concretezza, di risposte autenticamente politiche alle questioni che attanagliano il Pianeta. Non c'è molto tempo a disposizione. Se a prevalere sarà la violenza militare, sotto qualsiasi bandiera essa venga agitata, l'umanità non avrà scampo. 

Sostenitori della nonviolenza attiva di tutto il mondo, uniamoci!!!

martedì 13 gennaio 2026

Elezioni Provinciali? No grazie!

 

Per chiarezza, nei confronti dei manzoniani venticinque lettori di questo blog, devo dire che leggendo un articolo sulla pagina di Monfalcone del Piccolo di oggi, mi sono venuti i fumi...

O meglio, non leggendo l'articolo, ma il titolo con le sottostanti foto. Non molto affascinante la mia - devo dire - il giaccone invernale e il sorriso un po'stentato non mi donano granché.

Scherzi a parte, allo stato attuale delle cose, non ho alcuna intenzione di accettare un'eventuale candidatura alle prossime elezioni provinciali. A parte il fatto che non si sa ancora se saranno a elezione diretta oppure indiretta e non si è ancora definito quale competenze dovrebbero spettare all'eventualmente risuscitato ente provinciale, credo sia del tutto prematuro lanciare nomi a caso nella mischia.

In realtà, come peraltro si evince abbastanza bene dall'articolo e non dal titolo, l'incontro opportunamente promosso da Enrico Bullian non ha alcuna velleità di presentare nomi candidabili alle prossime elezioni, ma di fare un punto sulle diverse realtà sociali e culturali del territorio. L'invito che ho ricevuto è stato solo quello di parlare di un tema che mi sta molto a cuore, ovvero la necessità di stringere relazioni sempre più intense tra le persone e le istituzioni che vivono da una parte e dall'altra del vecchio confine.

Tra l'altro, apprezzo il cosiddetto "civismo" e ho fatto parte con impegno e convinzione in passato di movimenti civici culturali e in parte anche politici. Con essi ho anche portato avanti diversi impegni, anche a livello amministrativo. Tuttavia attualmente non faccio parte di nessun raggruppamento, sostenendo da cittadino del tutto indipendente le idee e le proposte che mi sembrano più adeguate al miglioramento della realtà nella quale viviamo.

sabato 10 gennaio 2026

Anziani e case di riposo: il caso Slovenia, dove l'erba del vicino è sempre più verde

 

Come sempre, l'erba del vicino è sempre più verde. Ma se guardiamo alla Slovenia, in rapporto al tema degli anziani e delle case di riposo, l'erba è davvero molto ma molto più verde che in Italia. Vi invito a leggere per intero questo post e, se volete maggiori informazioni, le potete trovare anche sui siti giornalistici sloveni (anche in lingua italiana).

"Se non vuoi diventare vecchio, devi morire giovane", diceva qualcuno riferendosi in modo autoironico alla propria terza età.

Nel mondo ricco, in realtà, la speranza di vita è alta e le percentuali delle persone anziane crescono di giorno in giorno. Ciò comporta il moltiplicarsi di piccoli e grandi problemi, riguardanti il diritto alla pensione, allo stato sociale, all'accesso ai servizi sanitari. Non ultima, la questione delle case di riposo.

Come fa una persona non più autosufficiente, con una pensione non solo minima ma anche media, a garantirsi la sopravvivenza? Come può una famiglia impegnata nella vita quotidiana a conciliare le esigenze di ogni giorno con l'assistenza a un familiare anziano? Non potendo farlo il familiare, come un Comune riesce a sopperire a necessità sempre più impellenti, senza dover impoverire altri fondamentali settori di intervento, a favore dei giovani, della cultura, dell'imprenditoria, della salvaguardia della Natura?

Risposta: per ora le difficoltà sono enormi, tra breve risulteranno insormontabili. Per entrare in una casa di riposo occorrono a volte mesi, se non anni e i costi di gestione sono inarrivabili per la stragrande maggioranza dei cittadini.

Come risolvere - o meglio tamponare - il problema? Ovunque la soluzione è quella di aumentare le rette, come accaduto ovunque e in misura assai ragguardevole, anche a Gorizia, contribuendo così a selezionare ulteriormente le persone, dividendole tra chi può e chi non può. E chi non può deve in qualche modo arrangiarsi, con o senza ricorso alla categoria delle e dei "Badanti", peraltro non meno impegnativa, dal punto di vista dei costi, rispetto alla Casa di Riposo. 

Ovunque, ma non nella Slovenia del tempo del governo Golob e del suo "Ministero per il futuro solidale" (un bellissimo nome per un ministero!). Esso si è infatti distinto, a livello europeo, per l'approvazione di numerose riforme importanti, riguardanti il lavoro, i diritti individuali e sociali, le pensioni. Tra esse, l'uovo di Colombo!, cioè la legge sull'assistenza a lungo termine. Con essa si stabilisce una tassazione dell'1% su tutti gli stipendi, degli imprenditori e dei lavoratori, da investire per l'ammodernamento e la realizzazione di nuova case di riposo e per contribuire - insieme all'intervento dello Stato - all'abbattimento delle rette ai familiari e al sostegno alle cure per gli anziani bisognosi. C'è una speciale attenzione anche ai lavoratori del settore, con l'incentivo all'assunzione di operatori socio sanitari. Con questo sistema, si è arrivati alla diminuzione sensibile delle rette (tra i 200 e gli 800 euro al mese!!!), riferite soltanto al vitto e all'alloggio, non alle cure dei non autosufficienti, a carico dello Stato. Nell'insieme, prima della normativa, l'utente versava il 65% della quota, lo Stato il 35%. Ora il rapporto si è capovolto, 65% lo Stato e il 35% il cittadino. Non che siano state risolte con la bacchetta magica tutte le liste di attesa e problematiche simili, ma ci si è incamminati sicuramente su una strada che - a fronte della richiesta di un minimo sacrificio al lavoratore - pone veramente al centro la persona e non gli interessi legati alla gestione di tali istituzioni. Sono state anche investite molte somme provenienti dal PNRR, utilizzate per ammodernare lo Stato sociale e non per offrire ai poveri cittadini e ai cittadini poveri "panem et circenses". 

mercoledì 7 gennaio 2026

Un "Buen Camino", più per ridere che per pensare

 

Il film di Gennaro Nunziante Buen Camino ha sbancato il botteghino, riuscendo a raggiungere - a quanto pare - il secondo posto di sempre in Italia per quanto concerne gli incassi.

Questo strepitoso successo, favorito dall'assoluto protagonista, Checco Zalone, suscita qualche riflessione. Da appassionato camminatore e in particolare da pellegrino jacopeo, non ho voluto mancare all'appuntamento, peraltro in compagnia di circa 5 milioni di connazionali.

Sinceramente, se ci si dovesse limitare alla trama, la storiella in quanto tale non varrebbe certo il prezzo del biglietto. Lo spunto in sé non sarebbe neanche male: è la crisi di identità di una figlia minorenne che, passo dopo passo (letteralmente!), riscopre il significato della relazione con il padre. E questo accade all'interno di quel cantiere di miracoli che effettivamente è il più noto e celebre dei "Cammini", quello che da Saint Jean pied du Port conduce fino a Santiago di Compostela. Lo sviluppo della vicenda è tuttavia talmente banale e prevedibile, da poter immaginare fin dalla prima scena quali saranno gli sviluppi successivi. La delineazione degli ambienti e dei personaggi è caricaturale, spaziando con eccessiva rapidità dagli eccessi del lusso fine esclusivamente a sé stesso all'immersione nella dinamica dei faticosi giorni di marcia e delle rumorose notti negli "auberges".  Manca quasi completamente un'analisi introspettiva del perché i vari tipi umani si ritrovino a centinaia, uniti nelle loro diversità, a marciare insieme, condividendo per un mese gioie e dolori. E non c'è alcun riferimento alla straordinarietà di un percorso del tutto immerso nella realtà dell'Occidente europeo. Le persone smettono per un breve periodo le camicie inamidate, le cattedre scolastiche e gli uffici delle aziende per indossare zaino e scarponi e vivere un'avventura scomoda ma affascinante, da raccontare a figli e nipoti nelle lunghe serate invernali. Perché lo fanno?  Cosa cercano, ammesso che cerchino effettivamente qualcosa? Quali sono i loro obiettivi, le loro mete, al di là della tomba dell'apostolo santo ritrovato nell'antico Campo della Stella? Sono interrogativi ai quali ogni viandante può rispondere in modo diverso, anche perché la speranza di una soluzione di questi enigmi si ritrova soltanto nel profondo del cuore di ogni essere umano. Manca poi completamente la contestualizzazione storica, culturale, sociale e artistica. Il cammino di Zalone e della figlia potrebbe svolgersi in qualunque altra parte del mondo, là dove diverse persone camminano insieme verso una meta. Non che debba esserci una descrizione documentaristica del pluristudiato Cammino Jacopeo, ma qui non è chiaro nemmeno che cosa conservi la chiesa - meta del pellegrinaggio - se non le suggestive e un po' inquietanti evoluzioni del botafumeiro. Insomma, se si vuole capire che cosa sia il Cammino di Santiago, credo che questa pellicola  non sia il migliore degli strumenti. Tra tutte, ma il paragone lo porto con un certo timore e trepidazione, suggerirei l'intramontabile Via Lattea di Louis Bunuel.

E allora? Come spiegare una simile performance? Il tutto ruota intorno alla figura principale, Checco Zalone, talmente eccessivo e indisponente in tutto, da risultare inevitabilmente simpatico. E' un attore eccezionale che riesce a trasformare un film mediocre in un'ottima commedia comica attraverso la proposizione di una serie di gag che suscita un'ininterrotta compassionevole risata, dall'inizio alla fine della proiezione. Buen Camino si può allora vedere, spogliandosi di attese irrealizzabili e preparandosi a godere una serena e leggera serata di cinema. Zalone riesce perfino a suscitare qualche sprazzo di identificazione mimetica, là dove lo spettatore riesce a svestirsi dalla speranza di trovare chissà quali risposte ai suoi problemi esistenziali e si mette più o meno gioiosamente in cammino, auspicando sempre di trovare qualcosa di  imprevisto e imprevedibile dietro a ogni curva, al di là di ogni dosso. Insomma, da artista intelligente quale è, il nostro Checco nazionale sa toccare i tasti giusti delle coscienze piuttosto atrofizzate degli italiani, facendo loro immaginare di essere in cammino verso la più intima consapevolezza di essere individui in relazione, mentre in realtà riesce ad abbagliarli con ciò che, in fondo in fondo, piace a ogni essere umano: le luci e i suoni, il pane e i circensi.

martedì 6 gennaio 2026

Con i se e con i ma... SI' ALLA NONVIOLENZA ATTIVA, sempre e ovunque

 

Vorrei continuare, in modo un po' sofferto e più personale, il ragionamento avviato nel precedente post.

Ciò che mi ha sempre affascinato della teoria della nonviolenza attiva è stata la sua forza provocatoria e controcorrente. Il ragionamento è fondato su una visione dell'essere umano e della natura che lo circonda essenzialmente positiva. Non a caso la strutturazione più concreta è quella proposta da Gandhi, nell'ambito di una revisione critico-sistematica dell'induismo e più in generale delle visioni filosofiche dell'Oriente. E non a caso, la più impressionante proposta si trova nei testi evangelici, là dove si propongono l'amore al nemico, il perdono incondizionato e la dedizione unilaterale all'altro come strumenti per la costruzione della nuova civiltà della fraternità e sororità universali.

Per decenni, insieme a compagne, compagni, amiche e amici, si è camminato per le strade d'Italia e di Slovenia, per ribadire il no alla guerra senza se e senza ma, per proporre la nonviolenza attiva come unico metodo autenticamente umano per risolvere i conflitti tra le persone e i popoli.

Quello che in questi ultimi anni sembra essere messo in discussione è proprio il "senza se e senza ma". Infatti, a livello di testimonianza personale e individuale, nessuno nega la grandezza e il coraggio di chi decide di essere picchiato piuttosto di picchiare o di chi va incontro alla morte a testa alta, guardando dritto negli occhi il suo persecutore per risvegliare in lui la scintilla di un'umanità nascosta e repressa. Ma se a essere minacciato non è il soggetto nonviolento, ma qualcuno che gli è caro? Se è una persona più fragile, povera e debole? Se è un bambino totalmente indifeso e l'unico modo concreto che hai per difenderlo è fermare a ogni costo il violento che lo vuole ferire o uccidere? E se è un intero popolo che viene sottoposto a genocidio e a un'inaudita serie di umiliazioni? E se un tiranno minaccia di portare il Pianeta all'Apocalisse e non lo si può fermare con la sola testimonianza personale? La nonviolenza attiva vale anche quando la vittima non è il profeta, ma qualche altro soggetto umano indifeso o addirittura intere nazioni oppresse dalla fame e dalla guerra? Ecco, ho già enucleato un bel po' di se e di ma.

Se poi si guarda a ciò che sta accadendo oggi nel mondo, la scelta della nonviolenza attiva può essere una proposta anche politica sostenibile o può al massimo essere portata avanti da un minuscolo manipolo di persone convinte di mettere a repentaglio la propria vita, a mo' di indicazione profetica? Come convincere con la nonviolenza Putin e Zelensky a fermare una guerra insensata? Come ridare dignità a un'Unione europea mai così squalificata, affinché ritrovi la forza di portare avanti la nonviolenza come unica alternativa possibile a quell'inutile strage? Come affrontare i crimini di Israele senza giustificare la reazione violenta di coloro che ne vengono colpiti? E come suggerire la nonviolenza anche ai palestinesi, sostenendo l'orrore anche del terrorismo, quando questi vengono deprivati della vita, dei loro diritti, delle loro abitazioni? Come rispondere in modo nonviolento alla prepotenza di Trump e di chi pensa di poter fare del mondo tutto ciò che gli pare e piace, senza porsi alcun problema in una coscienza annerita dal desiderio spasmodico di guadagno?

Ecco, tante domande che interesecano anche le manifestazioni, alcune delle quali sfidano con grande coraggio anche il dileggio, se non la sistematica punizione da parte degli oppressori. Penso alla Flotilla, disarmata flotta improntata alla pace e alla solidarietà o a tante piazze di giovani che ancora sostengono quello che all'inizio degli anni 2000 chiamavamo un altro mondo possibile.

Perciò, non più "senza se e senza ma", bensì con un ben più umano carico di dubbi, "se e ma", continuo a pensare che sia necessario, forse più che mai, credere nella forza della nonviolenza attiva. Costi quello che costi, nell'ascolto simpatetico delle "ragioni" dei contendenti, è necessario sostenere con forza, decisione e coerenza che la violenza - da qualunque parte essa provenga e sotto qualunque forma venga esercitata - deve essere sradicata dalla testa dell'homo sapiens, che le armi distruttive devono essere eliminate dalla faccia della terra, che il mondo è la casa di tutti e che in ciascuno dei suoi spazi possono e devono abitare tutti coloro che lo desiderano, nella concordia, nella giustizia e nella pace vera.

Chi è pronto a trasformare queste prospettive etiche in precise strategie culturali, politiche ed etiche? E' giunto il tempo del balducciano homo che deve essere "planetarius" per continuare a essere?

domenica 4 gennaio 2026

Ancora nonviolenza, senza se e senza ma? Un dibattito da aprire...

C'è una simbolica e inquietante analogia tra ciò che sta accadendo nel mondo e la terribile catastrofe del Capodanno di Crans Montana. Una scintilla provoca l'innalzamento del calore al punto da far esplodere in pochi minuti tutti gli oggetti presenti, trasformando una festa in un vulcano, nel quale perdono la vita decine di giovani che si sono inconsapevolmente trovati nel momento sbagliato nel posto sbagliato. Un pensiero mesto a ciascuna, a ciascuno di loro, agli amici e alle famiglie così duramente provati...

La guerra in Ucraina, il genocidio di Gaza e la persecuzione del Palestinesi, l'intervento violento degli USA in Venezuela, almeno altre trenta guerre che si combattono un po' ovunque, non sono come delle tragiche scintille che potrebbero innescare un immenso incendio, mentre buona parte dell'umanità sembra non rendersi conto del pericolo imminente? 

Al momento, sembra che il cittadino non coinvolto in responsabilità politiche e amministrative, possa al massimo manifestare pubblicamente il suo dissenso. Per questo, manifestare è giusto, è una delle poche azioni ancora consentite, scendere in piazza e gridare "NO!" ad azioni criminali e gravide di conseguenze. E' in gioco la nostra umanità ed è giusto almeno prendere una posizione, sostenere un punto di vista radicalmente alternativo.

E' comunque difficile non affrontare il tema. Le vicende che interessano l'Est europeo, la Palestina e il Venezuela sono molto differenti, ma hanno alcuni elementi in comune che stanno mettendo in crisi - e decimando - la politica italiana cosiddetta "di sinistra", ma anche lo stesso movimento pacifista.

Nel primo caso, le posizioni appaiono piuttosto contradditorie. C'è chi sostiene la Russia ritenendola l'antidoto ai neonazisti ucraini, al contrario c'è chi ritiene che i difensori del territorio ucraino siano degli eroi assimilabili ai partigiani che hanno combattuto contro il nazismo. La maggior parte denuncia gli orrori di Gaza, ma molti propongono dei distinguo e temono di usare la parola genocidio, quando non richiamano l'esistenza anche delle "ragioni" della controparte. Praticamente tutti denunciano l'intervento militare degli USA a Caracas, ma sul ruolo svolto da Maduro negli ultimi anni ci sono sguardi del tutto diversificati.

Nel secondo caso, quello del movimento pacifista, la tradizionale forza stava nella capacità di sostenere il "senza se e senza ma" divenuto famoso durante la seconda guerra irachena. "Senza se e senza ma" che cosa? La nonviolenza attiva. Il 15 febbraio 2003 qualche decina di milioni di persone ha sfilato nelle capitali del Mondo per dire che l'unica alternativa alle guerre è la rinuncia all'uso delle armi. "E' meglio e più efficace essere colpiti piuttosto che colpire, morire piuttosto che uccidere", sosteneva a suo tempo il grande Gandhi. Ora, di fronte al diffondersi del fuoco a partire dai diversi focolai fa capolino la domanda se sia possibile mantenere a oltranza il "senza se e senza ma". A volte si ha anche la sensazione di diversi pesi e diverse misure, proprio come accade con gli attuali padroni del mondo. Per gli USA e buona parte dei capi dei Paesi occidentali, l'invasione del Donbass è intollerabile, mentre quella di Gaza è giustificabile. Non è che a volte sembri lo stesso, all'inverso, per il movimento per la pace? Quella di Putin - pur con tutti i distinguo e le prudenze del caso - sembrerebbe tutto sommato ad alcuni un'azione giustificata, una lotta per affermare il bene contro i mercanti della morte ucraini e per venire incontro alla sofferenza dei russofoni dell'Ucraina orientale per anni sottoposti a ogni sorta di vessazione in Crimea e nel Donbass; al contrario, il massacro di Gaza da parte del criminale Netanyahu, come l'intervento USA in Venezuela, possono suscitare soltanto orrore. Come fare in questi casi per restare fedeli all'assunto nonviolento? Come contrastare in modo nonviolento l'estrema potenza economica e militare del neocapitalismo? Invocare la trattativa è ovviamente giusto, ma dopo anni di guerra a oltranza, con la morte - sembra - di milioni di giovani soldati e di decine di migliaia di civili, si deve anche prendere atto del fallimento di tutti i tentativi e del fatto che non solo Zelenskj, ma anche Putin non sembri avere alcuna volontà di raggiungere una pace giusta e duraura. E nel caso di Gaza o della Cisgiordania, come conciliare la sistematica persecuzione e umiliazione del popolo palestinese con l'invito evangelico al porgere l'altra guancia e a non resistere al malvagio? Come impedire che il fuoco della guerra incendi tutto il pianeta?

Sono domande drammatiche e forse uno dei motivi della crisi attuale è anche la mancanza di personalità internazionali realmente convinte della pratica nonviolenta come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Quando il premio Nobel per la pace viene assegnato a una guerrafondaia come la venezuelana Machado, prima a esultare davanti ai morti nei bombardamenti e al pubblico vilipendio internazionale di un capo di Stato, c'è poco da rallegrarsi. Ma guardandosi intorno, chi si può guardare nel mondo attuale, per poter avere un po' di pace e di speranza? Dopo la morte di papa Francesco, quali punti di riferimento saggi, intelligenti, coinvolgenti, ecumenici? Cioè intendo, non solo chi giustamente dica che "non ci sono altre possibilità per fermare la guerra che non siano la diplomazia e la trattativa", ma che anche sia capace di indicare con decisione e convinzione strade, strategie e politiche sostenibili perché il metodo nonviolento possa essere preso in considerazione e risultare una vera, forse unica possibile, alternativa alla violenza. 

L'urgenza di un autentico diritto internazionale

Condiviso l'orrore per l'intervento USA in Venezuela, per l'arresto violento del presidente Maduro e della moglie, per la morte di decine di persone sotto i bombardamenti di Caracas e per le parole di Trump che ha esplicitamente rivendicato il diritto di procedere militarmente ovunque, rimane la questione del da tutti invocato »diritto internazionale«. 

Certo, esiste un diritto internazionale, ma di fatto non ha alcuno strumento per poter regolare le relazioni tra gli Stati. Non c'è infatti un'autorità in grado di far rispettare le leggi, i decreti e le risoluzioni emanate dalle Nazioni Unite o da altre istituzioni sovranazionali. Uno dei pochi momenti in cui si è effettivamente creduto possibile che ci potesse essere un consesso al quale ogni Stato avrebbe ceduto una parte del suo potere, è stato il primo conflitto mondiale. Davanti alle rovine umane e materiali di quel tragico momento, era serpeggiata l'idea di un nuovo modo di gestire le relazioni internazionali, con l'eliminazione degli armamenti e con una Società delle Nazioni dotata dell'autentica possibilità di interferire nelle decisioni dei singoli suoi »soci«.

E' andata male, perchè la conseguenza principale della guerra è stata la nascita del fascsimo e del nazismo, prodromi della seconda guerra mondiale. Anche l'ONU non ha avuto miglior sorte, già nella sua strutturazione non è stata in grado di superare la questione degli Stati con diritto di veto sulle risoluzioni e soprattutto il criterio decisionale »democratico« (fattore peraltro assai complesso, partendo dalla domanda relativa al »peso« di ogni voto: per esempio, uno Stato con 50.000 abitanti »conta« quanto un altro con un miliardo e mezzo?). E così, senza un riferimento autorevole in grado di farle osservare, le leggi restano importanti ma inefficaci raccomandazioni etiche.

E soprattutto, la conseguenza della mancanza di una normativa condivisa, non può che riportare alla legge della giungla. Chi stabilisce ciò che è giusto e cosa no? Semplicemente, il più forte economicamente e militarmente. Io intervengo in Venezuela, in Iran e ovunque – dice Trump – per l'unico motivo che sono il più forte. Netanyahu annichilisce il popolo palestinese perchè è più forte, Putin invade in Donbass perché si sente più forte, la Cina potrebbe riprendersi Taiwan perché è più forte e così via… L'unica deterrenza o spinta all'accordo sta nel timore che un altro possa risultare ancora più forte e su questo elemento – ahimé, assai debole - si regge l'equilibrio che, provocando almeno una trentina di piccoli ma sanguinosi conflitti, evita lo scoppio della terza guerra mondiale.

La novità, rispetto al recente passato, è che questa atroce constatazione viene data per scontata dagli attuali capi di Stato, portavoce dei veri padroni del mondo che sono gli interessi del capitalismo iperliberista che sta soffocando – anche in senso letterale, con l'inarrestabile crisi climatica - il Pianeta. E' giusto indignarsi e scendere in piazza contro chi esercita impunemente la cavernicola legge della giungla. Ma è necessario anche un soprassalto filosofico inteso alla ricomprensione di ciò – o meglio di chi – è l'uomo e di cosa sia la società di cui fa parte. E da questa nuova indispensabile sintesi è urgente che scaturisca una vera nuova forma di organizzazione internazionale, dotata di autentici poteri di intervento e capace di dirimere autorevolmente le controversie internazionali.

giovedì 1 gennaio 2026

Srečno novo leto, Bon an gnuf, Buon nuovo anno 2026

Inizia un nuovo anno, il 2026. Senza scomodare il leopardiano venditore di almanacchi e il passeggere, si sa che l'augurio di ogni bene che gentilmente ci scambiamo gli uni con gli altri, non ha alcuna possibilità di orientare l'andamento ordinario della Vita. Quest'anno, già alle prime ore del mattino, il ricco Occidente si lecca le ferite del massacro di Crans Montana. Un pensiero alle vittime e ai loro familiari, con il tacito - in attesa di maggiori informazioni - auspicio che si sia trattato "solo" di un tragico incidente e non di qualcosa d'altro, destinato ad aggravare la già drammatica situazione del Pianeta. Sì, perchè il pensiero corre subito anche là dove i morti si calcolano sulla misura delle centinaia e delle migliaia, ma quei "numeri" non sono sufficienti a raggiungere la ribalta mediatica, dominata dalle agenzie di stampa del Nord del Mondo: a Gaza ancora sotto le bombe e alla Cisgiordania alla mercé dei coloni israeliani, alla strage quotidiana dei soldati ucraini e russi sacrificati in una guerra del tutto insensata, al Sudan e alla Nigeria quasi dimenticati da tutti, solo per portare qualche tristissimo esempio. 

Tuttavia dirsi reciprocamente "buon anno" è un qualcosa che supera la pura formalità, quando non si limita a premere un bottoncino del telefonino per inviare il proprio saluto "urbi et orbi". Ma anche in questo caso, per quanto indebolite dalla genericità e impersonalità, valgono le successive argomentazioni. 

Dal punto di vista filosofico, si può tradurre così: tu sei una persona importante per me, ti voglio bene e ti costituisco come un "altro da me" che voglio diventi sempre più - anche se mai definitivamente e totalmente - parte di me. In altre parole, voglio che in questo anno costruiamo vicendevolmente il nostro "essere ente", in una dimensione che si dilata dalla soggettività alla dualità e poi, in un delicato intreccio di enigmi individuali, determina l'esserci di una socialità caratterizzata da positive e generative energie. Per questo "voglio" che tu ci sia, che tu non muoia in sé e per me, che tu abbia salute, forza, buone potenzialità. Per questo, tentando di parafrasare Slavoj Žižek,  "voglio" che io e te diventiamo insieme l'Altro, ovvero il nucleo fondante di ciò che lui chiama lo "Spirito santo", ovvero la comunità generata dal simbiotico riconoscimento della mia, della tua, della sua, della nostra, della vostra, della loro radicale e irriducibile, singolare alterità.

Dal punto di vista più immediato, preso atto dell'impossibilità di orientare in ogni caso verso il (presunto) bene l'intera società umana, dire "buon anno" significa almeno assumere e proporre un impegno esistenziale. E' vero, non posso determinare tout court le azioni altrui, ma posso trasformare l'aspetto puramente passivo - il tradizionale scambio di auguri - in qualcosa di molto attivo. Come a dire che sarà un buon anno, se io e te ci impegneremo perché lo sia, non soltanto per noi due ma per tutti. L'impegno per la pace e la giustizia - elementi da tutti invocati, anche da chi scatena genocidi, guerre, invasioni e violenze di ogni sorta - ha un senso non semplicemente se lo si nomina, ma se diventa azione concreta, in un progressivo allargamento di ambiti: dalla ricostruzioni di relazioni amicali e familiari per qualche motivo interrotte alla manifestazione collettiva per rivendicare i diritti dei popoli, fino a raggiungere le sfere dei palazzi dove siedono i decisori, nella speranza che vengano influenzati dalla massività della pubblica opinione.

Terminato questo sproloquio, non mi resta allora che augurare, a ciascuna e ciascuno di voi, un "buon anno", pieno di impegno per la giustizia, per l'accoglienza universale e per la pace in ogni ambito nel quale ci si troverà a vivere e operare.

E come dono di avvio, vi propongo una spettacolare immagine del Sole che scalda il gruppo dello Jof Fuart, scattata dalla cima del Monte Cacciatore nella creativa solitudine di una vigilia di Natale, una decina di anni fa.