Vorrei continuare, in modo un po' sofferto e più personale, il ragionamento avviato nel precedente post.
Ciò che mi ha sempre affascinato della teoria della nonviolenza attiva è stata la sua forza provocatoria e controcorrente. Il ragionamento è fondato su una visione dell'essere umano e della natura che lo circonda essenzialmente positiva. Non a caso la strutturazione più concreta è quella proposta da Gandhi, nell'ambito di una revisione critico-sistematica dell'induismo e più in generale delle visioni filosofiche dell'Oriente. E non a caso, la più impressionante proposta si trova nei testi evangelici, là dove si propongono l'amore al nemico, il perdono incondizionato e la dedizione unilaterale all'altro come strumenti per la costruzione della nuova civiltà della fraternità e sororità universali.
Per decenni, insieme a compagne, compagni, amiche e amici, si è camminato per le strade d'Italia e di Slovenia, per ribadire il no alla guerra senza se e senza ma, per proporre la nonviolenza attiva come unico metodo autenticamente umano per risolvere i conflitti tra le persone e i popoli.
Quello che in questi ultimi anni sembra essere messo in discussione è proprio il "senza se e senza ma". Infatti, a livello di testimonianza personale e individuale, nessuno nega la grandezza e il coraggio di chi decide di essere picchiato piuttosto di picchiare o di chi va incontro alla morte a testa alta, guardando dritto negli occhi il suo persecutore per risvegliare in lui la scintilla di un'umanità nascosta e repressa. Ma se a essere minacciato non è il soggetto nonviolento, ma qualcuno che gli è caro? Se è una persona più fragile, povera e debole? Se è un bambino totalmente indifeso e l'unico modo concreto che hai per difenderlo è fermare a ogni costo il violento che lo vuole ferire o uccidere? E se è un intero popolo che viene sottoposto a genocidio e a un'inaudita serie di umiliazioni? E se un tiranno minaccia di portare il Pianeta all'Apocalisse e non lo si può fermare con la sola testimonianza personale? La nonviolenza attiva vale anche quando la vittima non è il profeta, ma qualche altro soggetto umano indifeso o addirittura intere nazioni oppresse dalla fame e dalla guerra? Ecco, ho già enucleato un bel po' di se e di ma.
Se poi si guarda a ciò che sta accadendo oggi nel mondo, la scelta della nonviolenza attiva può essere una proposta anche politica sostenibile o può al massimo essere portata avanti da un minuscolo manipolo di persone convinte di mettere a repentaglio la propria vita, a mo' di indicazione profetica? Come convincere con la nonviolenza Putin e Zelensky a fermare una guerra insensata? Come ridare dignità a un'Unione europea mai così squalificata, affinché ritrovi la forza di portare avanti la nonviolenza come unica alternativa possibile a quell'inutile strage? Come affrontare i crimini di Israele senza giustificare la reazione violenta di coloro che ne vengono colpiti? E come suggerire la nonviolenza anche ai palestinesi, sostenendo l'orrore anche del terrorismo, quando questi vengono deprivati della vita, dei loro diritti, delle loro abitazioni? Come rispondere in modo nonviolento alla prepotenza di Trump e di chi pensa di poter fare del mondo tutto ciò che gli pare e piace, senza porsi alcun problema in una coscienza annerita dal desiderio spasmodico di guadagno?
Ecco, tante domande che interesecano anche le manifestazioni, alcune delle quali sfidano con grande coraggio anche il dileggio, se non la sistematica punizione da parte degli oppressori. Penso alla Flotilla, disarmata flotta improntata alla pace e alla solidarietà o a tante piazze di giovani che ancora sostengono quello che all'inizio degli anni 2000 chiamavamo un altro mondo possibile.
Perciò, non più "senza se e senza ma", bensì con un ben più umano carico di dubbi, "se e ma", continuo a pensare che sia necessario, forse più che mai, credere nella forza della nonviolenza attiva. Costi quello che costi, nell'ascolto simpatetico delle "ragioni" dei contendenti, è necessario sostenere con forza, decisione e coerenza che la violenza - da qualunque parte essa provenga e sotto qualunque forma venga esercitata - deve essere sradicata dalla testa dell'homo sapiens, che le armi distruttive devono essere eliminate dalla faccia della terra, che il mondo è la casa di tutti e che in ciascuno dei suoi spazi possono e devono abitare tutti coloro che lo desiderano, nella concordia, nella giustizia e nella pace vera.
Chi è pronto a trasformare queste prospettive etiche in precise strategie culturali, politiche ed etiche? E' giunto il tempo del balducciano homo che deve essere "planetarius" per continuare a essere?
Sempre "cercare la Pace con ragione e con passione" - E. Balducci
RispondiEliminaInsegnare l'identità terrestre dice Morin e lo mette tra i 7 saperi necessari all'educazione del futuro. Bianca
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