Il film di Gennaro Nunziante Buen Camino ha sbancato il botteghino, riuscendo a raggiungere - a quanto pare - il secondo posto di sempre in Italia per quanto concerne gli incassi.
Questo strepitoso successo, favorito dall'assoluto protagonista, Checco Zalone, suscita qualche riflessione. Da appassionato camminatore e in particolare da pellegrino jacopeo, non ho voluto mancare all'appuntamento, peraltro in compagnia di circa 5 milioni di connazionali.Sinceramente, se ci si dovesse limitare alla trama, la storiella in quanto tale non varrebbe certo il prezzo del biglietto. Lo spunto in sé non sarebbe neanche male: è la crisi di identità di una figlia minorenne che, passo dopo passo (letteralmente!), riscopre il significato della relazione con il padre. E questo accade all'interno di quel cantiere di miracoli che effettivamente è il più noto e celebre dei "Cammini", quello che da Saint Jean pied du Port conduce fino a Santiago di Compostela. Lo sviluppo della vicenda è tuttavia talmente banale e prevedibile, da poter immaginare fin dalla prima scena quali saranno gli sviluppi successivi. La delineazione degli ambienti e dei personaggi è caricaturale, spaziando con eccessiva rapidità dagli eccessi del lusso fine esclusivamente a sé stesso all'immersione nella dinamica dei faticosi giorni di marcia e delle rumorose notti negli "auberges". Manca quasi completamente un'analisi introspettiva del perché i vari tipi umani si ritrovino a centinaia, uniti nelle loro diversità, a marciare insieme, condividendo per un mese gioie e dolori. E non c'è alcun riferimento alla straordinarietà di un percorso del tutto immerso nella realtà dell'Occidente europeo. Le persone smettono per un breve periodo le camicie inamidate, le cattedre scolastiche e gli uffici delle aziende per indossare zaino e scarponi e vivere un'avventura scomoda ma affascinante, da raccontare a figli e nipoti nelle lunghe serate invernali. Perché lo fanno? Cosa cercano, ammesso che cerchino effettivamente qualcosa? Quali sono i loro obiettivi, le loro mete, al di là della tomba dell'apostolo santo ritrovato nell'antico Campo della Stella? Sono interrogativi ai quali ogni viandante può rispondere in modo diverso, anche perché la speranza di una soluzione di questi enigmi si ritrova soltanto nel profondo del cuore di ogni essere umano. Manca poi completamente la contestualizzazione storica, culturale, sociale e artistica. Il cammino di Zalone e della figlia potrebbe svolgersi in qualunque altra parte del mondo, là dove diverse persone camminano insieme verso una meta. Non che debba esserci una descrizione documentaristica del pluristudiato Cammino Jacopeo, ma qui non è chiaro nemmeno che cosa conservi la chiesa - meta del pellegrinaggio - se non le suggestive e un po' inquietanti evoluzioni del botafumeiro. Insomma, se si vuole capire che cosa sia il Cammino di Santiago, credo che questa pellicola non sia il migliore degli strumenti. Tra tutte, ma il paragone lo porto con un certo timore e trepidazione, suggerirei l'intramontabile Via Lattea di Louis Bunuel.
E allora? Come spiegare una simile performance? Il tutto ruota intorno alla figura principale, Checco Zalone, talmente eccessivo e indisponente in tutto, da risultare inevitabilmente simpatico. E' un attore eccezionale che riesce a trasformare un film mediocre in un'ottima commedia comica attraverso la proposizione di una serie di gag che suscita un'ininterrotta compassionevole risata, dall'inizio alla fine della proiezione. Buen Camino si può allora vedere, spogliandosi di attese irrealizzabili e preparandosi a godere una serena e leggera serata di cinema. Zalone riesce perfino a suscitare qualche sprazzo di identificazione mimetica, là dove lo spettatore riesce a svestirsi dalla speranza di trovare chissà quali risposte ai suoi problemi esistenziali e si mette più o meno gioiosamente in cammino, auspicando sempre di trovare qualcosa di imprevisto e imprevedibile dietro a ogni curva, al di là di ogni dosso. Insomma, da artista intelligente quale è, il nostro Checco nazionale sa toccare i tasti giusti delle coscienze piuttosto atrofizzate degli italiani, facendo loro immaginare di essere in cammino verso la più intima consapevolezza di essere individui in relazione, mentre in realtà riesce ad abbagliarli con ciò che, in fondo in fondo, piace a ogni essere umano: le luci e i suoni, il pane e i circensi.

Ottima recensione
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