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giovedì 1 gennaio 2026

Srečno novo leto, Bon an gnuf, Buon nuovo anno 2026

Inizia un nuovo anno, il 2026. Senza scomodare il leopardiano venditore di almanacchi e il passeggere, si sa che l'augurio di ogni bene che gentilmente ci scambiamo gli uni con gli altri, non ha alcuna possibilità di orientare l'andamento ordinario della Vita. Quest'anno, già alle prime ore del mattino, il ricco Occidente si lecca le ferite del massacro di Crans Montana. Un pensiero alle vittime e ai loro familiari, con il tacito - in attesa di maggiori informazioni - auspicio che si sia trattato "solo" di un tragico incidente e non di qualcosa d'altro, destinato ad aggravare la già drammatica situazione del Pianeta. Sì, perchè il pensiero corre subito anche là dove i morti si calcolano sulla misura delle centinaia e delle migliaia, ma quei "numeri" non sono sufficienti a raggiungere la ribalta mediatica, dominata dalle agenzie di stampa del Nord del Mondo: a Gaza ancora sotto le bombe e alla Cisgiordania alla mercé dei coloni israeliani, alla strage quotidiana dei soldati ucraini e russi sacrificati in una guerra del tutto insensata, al Sudan e alla Nigeria quasi dimenticati da tutti, solo per portare qualche tristissimo esempio. 

Tuttavia dirsi reciprocamente "buon anno" è un qualcosa che supera la pura formalità, quando non si limita a premere un bottoncino del telefonino per inviare il proprio saluto "urbi et orbi". Ma anche in questo caso, per quanto indebolite dalla genericità e impersonalità, valgono le successive argomentazioni. 

Dal punto di vista filosofico, si può tradurre così: tu sei una persona importante per me, ti voglio bene e ti costituisco come un "altro da me" che voglio diventi sempre più - anche se mai definitivamente e totalmente - parte di me. In altre parole, voglio che in questo anno costruiamo vicendevolmente il nostro "essere ente", in una dimensione che si dilata dalla soggettività alla dualità e poi, in un delicato intreccio di enigmi individuali, determina l'esserci di una socialità caratterizzata da positive e generative energie. Per questo "voglio" che tu ci sia, che tu non muoia in sé e per me, che tu abbia salute, forza, buone potenzialità. Per questo, tentando di parafrasare Slavoj Žižek,  "voglio" che io e te diventiamo insieme l'Altro, ovvero il nucleo fondante di ciò che lui chiama lo "Spirito santo", ovvero la comunità generata dal simbiotico riconoscimento della mia, della tua, della sua, della nostra, della vostra, della loro radicale e irriducibile, singolare alterità.

Dal punto di vista più immediato, preso atto dell'impossibilità di orientare in ogni caso verso il (presunto) bene l'intera società umana, dire "buon anno" significa almeno assumere e proporre un impegno esistenziale. E' vero, non posso determinare tout court le azioni altrui, ma posso trasformare l'aspetto puramente passivo - il tradizionale scambio di auguri - in qualcosa di molto attivo. Come a dire che sarà un buon anno, se io e te ci impegneremo perché lo sia, non soltanto per noi due ma per tutti. L'impegno per la pace e la giustizia - elementi da tutti invocati, anche da chi scatena genocidi, guerre, invasioni e violenze di ogni sorta - ha un senso non semplicemente se lo si nomina, ma se diventa azione concreta, in un progressivo allargamento di ambiti: dalla ricostruzioni di relazioni amicali e familiari per qualche motivo interrotte alla manifestazione collettiva per rivendicare i diritti dei popoli, fino a raggiungere le sfere dei palazzi dove siedono i decisori, nella speranza che vengano influenzati dalla massività della pubblica opinione.

Terminato questo sproloquio, non mi resta allora che augurare, a ciascuna e ciascuno di voi, un "buon anno", pieno di impegno per la giustizia, per l'accoglienza universale e per la pace in ogni ambito nel quale ci si troverà a vivere e operare.

E come dono di avvio, vi propongo una spettacolare immagine del Sole che scalda il gruppo dello Jof Fuart, scattata dalla cima del Monte Cacciatore nella creativa solitudine di una vigilia di Natale, una decina di anni fa.  

sabato 16 agosto 2025

Alla planina Preval, sopra il passo Ljubelj

 

In pieno agosto, fra i vari bagliori di un Mondo in crisi, una proposta di bellezza anche ci sta!

Il punto di partenza è poco prima della galleria del passo Ljubelj, qualche chilometro a nord dell'abitato di Tržič.

Ci si trova nella parte occidentale delle Alpi di Kamnik, un gruppo montuoso forse un po' trascurato dagli escursionisti italiani.

In questo caso, il percorso si svolge in un ambiente solenne, circondato da alte montagne culminanti nel bel massiccio della Begunjščica  (2050 metri). Le rocce sono fragili, come dimostrato dalla presenza di ampi ghiaioni, residui di frane antiche e più recenti.

La meta di una piacevole passeggiata è la planina Preval (1311), una malga trasformata nell'estate in rifugio. Il non eccessivo dislivello, poco più di 350 metri nell'insieme e la vastità dei panorami, fanno sì che il sentiero sia facilmente condiviso con numerosi altri viandanti, tanto più nel classico periodo di ferie di metà agosto. La malga-rifugio offre cibo genuino e bevande a piacere, come pure la possibilità di farsi immortalare nelle fotografie con le immancabili mucche al pascolo. Per chi ha tempo e passione, in un paio d'ore si raggiunge l'importante cima, punto di vista quasi onnicomprensivo sull'intera regione slovena della Gorejnska.

E' un simpatico cammino sì, ma richiede anche una certa prudenza e attenzione. Non tanto nella prima parte, dove a farla da padroni sono boschi di conifere che rinfrancano l'escursionista nelle calde e afose giornate estive. E neanche un po' più avanti, dove i resti di qualche bunker memoria della seconda guerra mondiale invitano gli amanti della storia a una breve e prudente sosta informativa.

Passato un costone erboso, il sentiero corre su una stretta cengia artificiale, scavata sopra lo strapiombo. Nei punti più esposti, una corda di ferro consente anche a chi soffre di vertigini di sentirsi al sicuro. La vera sorpresa è dopo l'attraversamento di un ripido ghiaione, dove il consiglio è quello di non guardare verso la strada statale che ospita i bikers rombanti laggiù, nella valle molto profonda. Un tunnel, anzi due, di circa duecento metri ciascuno, scavati nella roccia viva fanno sì che sia possibile attraversare due alte pareti strapiombanti, altrimenti inaccessibili. E' il Bornov predor, la galleria della famiglia Born, antichi proprietari dei boschi dei dintorni che avevano scavato questa meraviglia di ingegneria popolare per poter trasportare il legname da un versante all'altro della montagna. 

Con passo tranquillo, l'intero percorso di andata richiede circa un'ora e mezza, il ritorno, in costante e leggera discesa, un po' meno. Una volta rientrati alla base, carichi di bellezza e di spaziosi panorami, c'è la possibilità di visitare ciò che resta del campo di concentramento nazista di Loibl sud. Centinaia di prigionieri hanno scontato qua la loro detenzione, costretti a lavorare per la costruzione della galleria stradale. Decine di essi, di diverse provenienze, soprattutto francesi, hanno perso la vita per la fame, gli stenti, le malattie e le forme di persecuzione da parte dei carcerieri. C'era perfino un rudimentale forno crematorio, scavato in un anfratto naturale. Il campo di Loibl costituiva una succursale di quello più famoso di Mauthausen, presso Linz. Le rovine che sono state recuperate e trasformate in un grande museo all'aperto, ospitano diverse lapidi in memoria di chi in questo luogo ha sofferto ed è morto. Alcuni di queste memorie sono riferite ai campi di concentramento e di sterminio della Germania nazista e dell'Italia fascista. Non manca la menzione di Visco, Gonars, Rab, accanto ad Auschwitz, Buchenvald, Dachau e tutti gli altri nomi tristemente noti all'umanità del XX secolo.

In una simile giornata, è difficile non pensare al contrasto tra la straordinaria bellezza della Natura e l'abisso di orrore nel quale l'uomo può scendere quando dimentica di appartenere alla medesima famiglia e si adopera con tutte le sue forze per fare del male e sopprimere il proprio fratello. Ed è impossibile non pensare mestamente a quanto poco serva quell'"adesso basta!" che la visita di questi luoghi suscita. Quanti massacri, quante guerre, quante pulizie etniche e genocidi si sono ripetuti, dal tempo in cui funzionava il campo di Ljubelj fino ai difficili giorni attuali.

martedì 19 marzo 2024

Na Sabotinu, sul Sabotino...

Dalla O di Tito Nova Gorica e Gorizia sono proprio Gorici, duale femminile, le due Gorica.

La salita al Sabotin è sempre una bella esperienza, anche se ripetuta qualche decina di volte ogni anno. E' una cima vera, nonostante i suoi soli 609 metri, poco più di 500 di dislivello dal ponte di Solkan. 

Ci si può arrivare dalla južna pot, superando balze e ghiaioni, con vista mozzafiato, attraversando la famosa scritta che si vede da tutta la pianura, raggiungendo i ruderi di San Valentino.

Ma perché il Sabotino si chiama Sabotino? E' tanto tempo che  cerco una risposta a questa domanda, ma non la trovo. Qualcuno dice che sia una contrazione di San Valantin, il nome dato dai friulani alla montagna, ma la cosa non mi convince o, almeno, non ci sono sufficienti documenti per dimostrarlo. E se fosse una reminiscenza delle tradizioni aquileiesi legate a Santa Sabida (o Sante Sabide), collegando il nome, per qualche misterioso motivo, alle suggestioni ebraiche e alle derivazioni alessandrine, secondo molti studiosi evidenti nella teologia aquileiese? Mah, è soltanto un'ipotesi fondata sul nulla, ma chissà... Monte del Sabato, perché no?

C'è poi la solita aerea cresta, sempre munifica di scorci sulla sottostante Soča, qui frenata nel suo impeto adulto dalla diga costruita nei primi anni '80 del secolo scorso. Oh, il secolo scorso, che impressione usare queste parole... Quasi metà della mia vita l'ho passata nel secolo scorso, quando non c'erano i telefonini, non c'era l'intelligenza artificiale, neppure internet, et cetera et cetera, bla bla bla... Quando ci si mette, il fiume si offre in colori indescrivibili e anche irriproducibili, blue, verde, marrone, a volte perfino rosso, spesso smeraldo. Un vero gioiello. Uno sguardo di qua ed ecco Sveta Gora, il Monte Santo dalle molte lingue e dalle tante culture. Dall'arco gotico, ciò che rimane dell'eremo antico  di San Valentino, si fa inquadrare nella più immancabile delle foto ricordo. Uno sguardo di là ed ecco la piana goriziana, incastonata tra il Trstelj e la valle della Vipava, tra le alture di San Floriano ed il Calvario. Una meraviglia.

Cammina cammina e giunsero a una torretta. No, non è una favola, è uno dei tanti resti della prima guerra mondiale che qui, come altrove, è stata un inutile strage. Lontano, quasi vicino al fiume, la tozza tomba cumulativa di Oslavija ricorda l'assurdità di ogni guerra, tanto più accentuata dalla bellezza del panorama e dalla gioia di marciare al ritmo veloce dei passi e del fiato. Se le bombe hanno falciato indifferentemente i soldati da una parte e dall'altra, i ropi, le malattie e la fame hanno completato il lavoro. Un vero disastro. Ma ecco la vetta.

Solitudine, silenzio, sensazione di possedere ogni cosa senza essere posseduti da nulla. E' l'emozione di ogni volta, l'incontro con un sasso o un cespuglio diventati ormai familiari. E' il sussurro leggero dell'aria e lo sforzo di una primavera che sembra voler scaturire dal nulla, da un istante all'altro. E' il sentimento dell'attesa, la percezione del sacro, tremendum et fascinans. E' il ricordo di tanti altri giorni, felici e tristi, trascorsi quassù. E' sempre e comunque, un istante di bellezza.

Sento il fragore del vento leggero che attraversa silenzioso le mie ossa inumidite. Mi abbaglia lo splendore della città illuminata dal sole. Mi lascio sorprendere da un pensiero d'Amore, nel mirabile risveglio di una nuova primavera. Lo sguardo corre lontano, oltre le colline frastagliate dell'Essere. S'intravvede il Mare, sepolcro e fonte della Vita. Amen

lunedì 29 gennaio 2024

Alpinisti e pellegrini, rivoluzionari del nostro tempo


La pianura è orizzontale. Forse permette di conoscere meglio il singolo particolare, ma inevitabilmente impedisce la visione d'insieme. 

La montagna è verticale, consente di allargare lo sguardo, di cogliere ampi orizzonti, senza per questo costringere a rinunciare al particolare.

Lo sanno bene gli alpinisti che la sfidano - o forse accettano la sua sfida - contemplando dall'alto panorami incredibili, nello stesso tempo attenti alla minima incrinatura della roccia, possibile minimo appiglio o appoggio.

Cosa spinge un essere umano ad affrontare la fatica del salire verso una vetta, l'adrenalina di affidare la propria vita a un chiodo piantato in una fessura incerta, il rischio di scivolare sul ghiaccio o di essere travolti da una valanga?

La risposta più sensata l'ha forse offerta George Mallory. A chi gli chiedeva perché ci tenesse così tanto a  scalare l'Everest, diceva lapidariamente "perché è lì!". Era uno che se ne intendeva, forse con il compagno di cordata Andrew Irvine è stato il primo a mettere piede sulla cima più alta del mondo. E' un grande e irrisolto giallo alpinistico, prima di precipitare negli abissi nepalesi, l'8 giugno 1924, avevano provato la gioia di essere arrivati in vetta? Probabilmente non lo si saprà mai.

In fondo gli scalatori sono un po' come i pellegrini di una volta, quelli che, armati soltanto di bastone e fragile bisaccia, camminavano per anni o per tutta la vita, dipendendo totalmente dalle bizzarrie della Natura e dalla fragile fiducia negli esseri umani.  

Raccontano un'"altra" vita, rispetto a quella ordinaria, talmente diversa da non essere comprensibile a chi è immerso nello "squallido quotidiano", non riuscendo o non potendo alzare lo sguardo. La folla che si assiepa intorno ai binocoli del Rifugio Locatelli, segue con apprensione le avventure dei "ragnetti" che si inerpicano sulla parete strapiombante. Sono così piccoli, così indifesi, apparentemente spersi  nell'immensità della Cima Ovest di Lavaredo. 

Proprio l'assoluta inutilità del loro gesto mette in discussione l'obiettivo dell'ordinaria funzionalità di ogni istante. La monotonia dell'essere costringe e a pensare che non esistano alternative. Si nasce, si cresce, ci si innamora, si entra nel tran tran, quando la salute tiene si invecchia e poi si muore. Così è sempre stato e così sempre sarà.

E poi arriva lui, lo scalatore che, appeso al chiodo il seggiolino che ondeggia sull'abisso, si prepara a dormire nella solitudine della notte alpina, immaginando le difficoltà del giorno successivo. Oppure giunge il viandante, con la sola ricchezza dei suoi piedi scarnificati dalle piaghe e degli occhi grandi capaci di penetrare fin nell'intimo del cuore umano e al di là del velo che copre il segreto dell'esistenza dell'Universo.

Dove vanno? Perché gli scalatori rischiano la vita per conquistare l'inutile, quando ormai gli stessi meravigliosi panorami li si può contemplare, raggiungendo le montagne con l'auto o con al funivia? Perché i pellegrini, i profughi, i viandanti non hanno una casa, un lavoro, una famiglia? Cosa cercano nel loro instancabile cammino?

Cercano essenzialmente quello che ogni essere umano desidererebbe, ciò che la civitas del consumo ha atrofizzato, sostenendo e soprattutto convincendo ogni membro inconsapevole della società dell'opulenza, che il valore dell'avere sia più importante di quello dell'essere. Sì, ciò accade scindendo pericolosamente i due ausiliari della lingua italiana, contrapponendoli, così come i Nord del Mondo si contrappongono ai Sud, difendendo il diritto di possedere e negando quello di vivere. 

La banalità dell'esistere è la fonte della noia, radice profonda del sonno della ragione che genera mostri, come dal titolo di uno delle celebri acqueforti di Francisco Goya (1799). 

L'alternativa che riporta l'essere umano alla sua essenza è l'accoglienza della sfida, l'accettazione del rischio. Quello che lo scalatore e il viandante dimostrano, è che si può dare un senso non utilitaristico alla vita, anche senza far del male agli altri, ma sfidando sé stessi nell'orizzonte della Bellezza assoluta.

L'alpinista estremo e il pellegrino assoluto sono dei rivoluzionari, testimoni credibili del primato dello spirito sulla materia, proprio per questo sono un richiamo che inquieta l'anima degli stanziali, a riscoprire il senso del tempo e dello spazio, contrastando l'ingiustizia e cercando di essere ovunque costruttori di pace.