C'è una simbolica e inquietante analogia tra ciò che sta accadendo nel mondo e la terribile catastrofe del Capodanno di Crans Montana. Una scintilla provoca l'innalzamento del calore al punto da far esplodere in pochi minuti tutti gli oggetti presenti, trasformando una festa in un vulcano, nel quale perdono la vita decine di giovani che si sono inconsapevolmente trovati nel momento sbagliato nel posto sbagliato. Un pensiero mesto a ciascuna, a ciascuno di loro, agli amici e alle famiglie così duramente provati...
La guerra in Ucraina, il genocidio di Gaza e la persecuzione del Palestinesi, l'intervento violento degli USA in Venezuela, almeno altre trenta guerre che si combattono un po' ovunque, non sono come delle tragiche scintille che potrebbero innescare un immenso incendio, mentre buona parte dell'umanità sembra non rendersi conto del pericolo imminente?
Al momento, sembra che il cittadino non coinvolto in responsabilità politiche e amministrative, possa al massimo manifestare pubblicamente il suo dissenso. Per questo, manifestare è giusto, è una delle poche azioni ancora consentite, scendere in piazza e gridare "NO!" ad azioni criminali e gravide di conseguenze. E' in gioco la nostra umanità ed è giusto almeno prendere una posizione, sostenere un punto di vista radicalmente alternativo.E' comunque difficile non affrontare il tema. Le vicende che interessano l'Est europeo, la Palestina e il Venezuela sono molto differenti, ma hanno alcuni elementi in comune che stanno mettendo in crisi - e decimando - la politica italiana cosiddetta "di sinistra", ma anche lo stesso movimento pacifista.
Nel primo caso, le posizioni appaiono piuttosto contradditorie. C'è chi sostiene la Russia ritenendola l'antidoto ai neonazisti ucraini, al contrario c'è chi ritiene che i difensori del territorio ucraino siano degli eroi assimilabili ai partigiani che hanno combattuto contro il nazismo. La maggior parte denuncia gli orrori di Gaza, ma molti propongono dei distinguo e temono di usare la parola genocidio, quando non richiamano l'esistenza anche delle "ragioni" della controparte. Praticamente tutti denunciano l'intervento militare degli USA a Caracas, ma sul ruolo svolto da Maduro negli ultimi anni ci sono sguardi del tutto diversificati.
Nel secondo caso, quello del movimento pacifista, la tradizionale forza stava nella capacità di sostenere il "senza se e senza ma" divenuto famoso durante la seconda guerra irachena. "Senza se e senza ma" che cosa? La nonviolenza attiva. Il 15 febbraio 2003 qualche decina di milioni di persone ha sfilato nelle capitali del Mondo per dire che l'unica alternativa alle guerre è la rinuncia all'uso delle armi. "E' meglio e più efficace essere colpiti piuttosto che colpire, morire piuttosto che uccidere", sosteneva a suo tempo il grande Gandhi. Ora, di fronte al diffondersi del fuoco a partire dai diversi focolai fa capolino la domanda se sia possibile mantenere a oltranza il "senza se e senza ma". A volte si ha anche la sensazione di diversi pesi e diverse misure, proprio come accade con gli attuali padroni del mondo. Per gli USA e buona parte dei capi dei Paesi occidentali, l'invasione del Donbass è intollerabile, mentre quella di Gaza è giustificabile. Non è che a volte sembri lo stesso, all'inverso, per il movimento per la pace? Quella di Putin - pur con tutti i distinguo e le prudenze del caso - sembrerebbe tutto sommato ad alcuni un'azione giustificata, una lotta per affermare il bene contro i mercanti della morte ucraini e per venire incontro alla sofferenza dei russofoni dell'Ucraina orientale per anni sottoposti a ogni sorta di vessazione in Crimea e nel Donbass; al contrario, il massacro di Gaza da parte del criminale Netanyahu, come l'intervento USA in Venezuela, possono suscitare soltanto orrore. Come fare in questi casi per restare fedeli all'assunto nonviolento? Come contrastare in modo nonviolento l'estrema potenza economica e militare del neocapitalismo? Invocare la trattativa è ovviamente giusto, ma dopo anni di guerra a oltranza, con la morte - sembra - di milioni di giovani soldati e di decine di migliaia di civili, si deve anche prendere atto del fallimento di tutti i tentativi e del fatto che non solo Zelenskj, ma anche Putin non sembri avere alcuna volontà di raggiungere una pace giusta e duraura. E nel caso di Gaza o della Cisgiordania, come conciliare la sistematica persecuzione e umiliazione del popolo palestinese con l'invito evangelico al porgere l'altra guancia e a non resistere al malvagio? Come impedire che il fuoco della guerra incendi tutto il pianeta?
Sono domande drammatiche e forse uno dei motivi della crisi attuale è anche la mancanza di personalità internazionali realmente convinte della pratica nonviolenta come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Quando il premio Nobel per la pace viene assegnato a una guerrafondaia come la venezuelana Machado, prima a esultare davanti ai morti nei bombardamenti e al pubblico vilipendio internazionale di un capo di Stato, c'è poco da rallegrarsi. Ma guardandosi intorno, chi si può guardare nel mondo attuale, per poter avere un po' di pace e di speranza? Dopo la morte di papa Francesco, quali punti di riferimento saggi, intelligenti, coinvolgenti, ecumenici? Cioè intendo, non solo chi giustamente dica che "non ci sono altre possibilità per fermare la guerra che non siano la diplomazia e la trattativa", ma che anche sia capace di indicare con decisione e convinzione strade, strategie e politiche sostenibili perché il metodo nonviolento possa essere preso in considerazione e risultare una vera, forse unica possibile, alternativa alla violenza.
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