domenica 10 agosto 2025

I mosaici di Aquileia, un messaggio avvincente, prima del Concilio di Nicea

Chiocciole nell'aula nord (archivio personale)

E' un po' lungo il post odierno, ma credo valga la pena di leggerlo, tanto più in tempo di vacanza. Dal passato possiamo ricavare grandi insegnamenti per il nostro tempo e per il nostro particolare impegno. Tanto più è vero, quando nel nostro territorio c'è uno dei più importanti monumenti di memoria cristiana esistenti al mondo. (ab)

Il rinvenimento dei mosaici cosiddetti "teodoriani" all'interno della chiesa di Aquileia è stato evento di enorme importanza dal punto di vista storico, archeologico e culturale. Non è da sottovalutare, anzi, è forse da approfondire, l'impatto spirituale che tale scoperta ha prodotto. Sepolti per più di 1500 anni, vengono alla luce in un momento particolare, all'inizio di quel XX secolo che porterà a una radicale revisione di quell'"impero cristiano" del quale sono testimonianza solenne le successive fasi di costruzione della meravigliosa basilica.

Raccontano infatti la particolare vicenda delle comunità cristiane dei primi tre secoli, c'è ancora il sapore forte del simbolismo tipico del periodo delle persecuzioni. Dentro e dietro i simboli, tanto più quelli misteriosi e difficili oggi da decifrare, si possono solo immaginare i dibattiti profondi tra gli assertori della necessità di un'inculturazione della nascente fede cristiana attraverso i linguaggi metaforici già in uso nello spazio civile e i sostenitori delle nuove visioni gnostiche istintivamente sospettose nei confronti di qualunque riduzione puramente razionale dell'esperienza della fede.

E' il tempo della prima accoglienza dell'annuncio della morte e della risurrezione di Cristo, periodo capace di suscitare un fascino irriducibile e di infondere la forza di una passione missionaria capace, in relativamente pochi anni, di raggiungere i vertici culturali e politici dell'Impero. E' il tempo gioioso e pericoloso dell'infanzia e dell'adolescenza, l'acquisizione di un amore per il quale diventa normale mettere a repentaglio anche la propria vita, la freschezza di comunità di donne e uomini organizzate efficacemente ma non gerarchicamente strutturate.

Poi arrivò il momento dell'istituzionalizzazione, con la definizione delle verità da credere, delle forme dei riti e soprattutto del sistema di potere. I "presbiteri" (=anziani) diventano "sacer-dotes", i "vescovi" (=sovrintendenti, controllori) diventano "ponti-fices", costruttori di ponti tra il mondo divino e quello umano. Una Chiesa adulta si dota dei mezzi per attraversare i meandri e le tempeste della storia, si ripristina la distinzione tra sacro e profano che ha caratterizzato tutte le tradizionali religioni. Si prepara a diventare l'ago della bilancia dell'Occidente, in un'irrisolta dialettica tra potere religioso e potere imperiale. Il cristianesimo diventa l'anima del Medioevo, ma perde progressivamente il fascino attrattivo dei primi istanti. Francesco (san), Pietro Valdo, a suo modo Lutero e tanti altri, tenteranno di richiamare la necessità del ritorno alle origini, ma senza troppo successo, se non a livello di testimonianza personale.

La scoperta del mosaico dell'inizio del IV secolo offre la possibilità di un ritorno anche visivo, di una piena immersione nella vita della chiesa infante e adolescente. E non è forse una straordinaria occasione di ripensamento, nel momento in cui, per la prima volta da allora, il cristianesimo non è più la forma spirituale prevalente, ma si colloca in un mondo tornato completamente pluralista, con tutte le sfide di linguaggio, di simbolica  e di ricomprensione ad intra e ad extra che questa constatazione comporta? I segni simbolici voluti forse dal vescovo Teodoro saranno coperti pochi anni dopo, sostituiti da nuovi, meno evocativi di un tempo fondato sull'emozione dell'esperienza piuttosto che sulla necessità dell'appartenenza. E' forse il punto di partenza anche nell'oggi, per una rinascita radicata nella riscoperta delle origini?

I mosaici di Aquileia precedono una data fatidica, a partire dalla quale si può dire che veramente "tutto cambia". Tale data ci ricorda uno dei tanti anniversari dei quali è costellato il 2025. Senza troppi clamori, il periodo corrispondente al Concilio di Nicea (20 maggio - 25 luglio 325) è trascorso. Certo, si attende ancora la solenne celebrazione ecumenica con la presenza del papa di Roma e del patriarca di Costantinopoli. Già prevista proprio in maggio con Francesco, l'importante incontro in Turchia è stato sospeso e sembra possa essere realizzato con Leone e Bartolomeo, intorno alla festa di sant'Andrea , il prossimo 30 novembre. 

L'assise sinodale fu convocata dall'imperatore Costantino per dirimere la questione teologica dell'affermazione contestuale dell'unicità di Dio e della sua specificazione nei termini analogici di Padre e Figlio. Fu di fatto il primo momento assembleare di incontro autorevole e decisionale tra rappresentanti dei responsabili delle chiese cristiane allora diffuse nel mondo conosciuto, per affrontare insieme un problema e stabilire il "giusto modo di credere"(=ortodossia) rispetto a quello falso.

Senza negare nulla di tutto ciò che si è verificato negli ultimi sedici secoli, questa memoria potrebbe veramente consentire un salto indietro, un'immersione nel tempo pre-niceno, non per rimanere prigionieri della nostalgia, ma per studiare in una nuova luce ciò che da allora è accaduto, "verificando ogni cosa e trattenendo il valore", per poter far sì che l'annuncio della vittoria della Vita sulla Morte possa ancora portare una ventata di speranza oggi, in un mondo che ne ha un immenso bisogno.

venerdì 8 agosto 2025

La "Pot" e la Gramozna jama, luoghi di storia e di memoria

Gramozna jama si trova a Ljubljana, facilmente raggiungibile dall'interessante Pot spominov in tovarištva. E' il percorso di circa 35 chilometri sistemato, ben segnalato e offerto a pedoni e ciclisti, corrispondente al cerchio di filo spinato che aveva trasformato la capitale slovena in campo di concentramento a cielo aperto, durante l'occupazione italiana e tedesca.

Al centro dello spazio c'è la copia di una scultura di Boris Kalin, che ricorda la tragedia di 124 ostaggi ivi fucilati dai militari italiani, assassinii sommari e crudeli, finalizzati a suscitare un clima di terrore tra la popolazione civile. Sono solo una parte degli uccisi innocenti in quel lungo, terribile periodo.

La statua rappresenta l'assurdità del fascismo, del nazismo e di qualsiasi ideologia perversa, caratterizzata dalla volontà di soppressione di esseri umani, per il solo fatto di essere riconosciuti appartenenti a una diversa cultura o concezione della vita. E fa anche pensare che gli italiani non sono affatto sempre stati "brava gente".

A tutti, dal momento che è comunque un'esperienza oggi piacevole e istruttiva per chi ama le passeggiate a piedi o in bicicletta, ma anche a chi ancora sia nostalgico del fascismo o ritenga inutile cancellarne i segni antichi e nuovi ancora presenti, si consiglia una camminata lungo la Pot. Si imparano molte cose, si è costretti a pensare all'orrore di una violenza che non ci si dovrebbe mai stancare di denunciare, ma si ha anche la possibilità di godere di bei panorami e scoprire angoli altrimenti nascosti della bella Ljubljana.

Per capire ancora meglio il senso di questo itinerario, conviene venirci il sabato più vicino al 9 maggio, giorno in cui si ricorda la Liberazione della città. In questo caso, i viali e le strade sono riempite da migliaia di persone festose, ma anche consapevoli dell'importanza della storia e della memoria.

Il papa a Gaza? Perché no?

L'affresco si trova alla Verna e rappresenta frate Leone mentre conversa con (san) Francesco, del quale sarà primo successore. Stupisce la somiglianza fisica con l'attuale papa Leone, successore di papa Francesco.

Al di là del richiamo che può suscitare un sorriso di stupore, riporto questa immagine, perché ad Aviano, nel corso dell'annuale ricordo della seconda bomba atomica sganciata ottanta anni fa sulla città giapponese di Nagasaki, sarà letta e inviata una lettera all'attuale pontefice, con un esplicito invito ad andare fisicamente a Gaza.

Non si vede come si possa fermare la deriva che sta portando al compimento di un genocidio e di una pulizia etnica, si possono solo immaginare le conseguenze della decisione di procedere all'occupazione militare della Striscia.

Hanno per ora fallito tutte le diplomazie, le armi sembrano la sola voce ascoltata in quel lembo di terra. Forse un elemento a sorpresa, come la presenza di una figura autorevole a livello mondiale come è quella del vescovo di Roma, potrebbe ottenere quello che ogni altro tentativo non ha raggiunto.

Non si tratta della preminenza del cattolicesimo su altre forme religiose, ben venga la presenza nella missione del Dalai Lama e di altre autorità religiose. Ma non si può negare che la visibilità di un papa sia a livello mediatico internazionale un'opportunità straordinaria. In questo caso Prevost rappresenterebbe una parte consistente dell'umanità che si sente impotente di fronte alle immani sofferenze del popolo palestinese.

E' vero che difficilmente un viaggio del genere si potrebbe realizzare, ma già provare a chiedere i necessari permessi potrebbe smuovere qualcosa. Sarebbe atto molto grave negare l'ingresso a Gaza a un uomo di pace di levatura internazionale, che certamente proporrebbe il rilascio degli ostaggi da parte di Hamas, la fine del massacro da parte di Israele e la costituzione di un tavolo di lavoro tra le parti per addivenire a una pace giusta e duratura.

Per papa Leone, ancora sotto osservazione da parte dei cattolici e di un'umanità che era rimasta affascinata dalle aperture di orizzonti di Francesco, potrebbe essere una grande occasione per uscire dal guscio vaticano. Si potrebbe con forza proporre come elemento di richiamo alla possibilità di costruire ovunque nel mondo una pace fondata sula giustizia sociale, libera dai nazionalismi e dai razzismi, incentrata sulla constatazione della comune appartenenza di ogni essere umano a un'unica famiglia diffusa su tutta la terra.  

mercoledì 6 agosto 2025

Contro la bomba atomica, un nuovo sistema economico e sociale

 

Il 6 agosto 1945 la storia dell'umanità è entrata nell'era atomica. E' un passaggio fondamentale, un passo gigantesco.

A chi dice che in fondo le guerre ci sono sempre state, così come i genocidi e i massacri, è da far presente che mai c'è stato in precedenza un momento nel quale ci sia la reale possibilità di cancellare l'esperienza stessa della vita sulla terra. L'essere umano - non una meteora, un raffreddamento del Sole, un grande sistema vulcanico - ha per la prima volta in mano la possibilità di far saltare in aria il Pianeta, con tutto ciò che in esso esiste.

L'esperienza di Hiroshima e Nagasaki avrebbe dovuto mettere in guardia, relativamente alla non remota possibilità di un'esplosione generale. Invece la corsa agli armamenti prima, la ripresa delle minacce oggi, hanno riportato in prima pagina il tema. Ci sono migliaia di ordigni, seminati nella terra degli Stati Uniti, della Russia, della Cina, di Israele, come pure dell'Italia (Aviano, Ghedi...). Ne basterebbe un decimo per uccidere tutto ciò che è vivo, esseri umani, altri animali e vegetali, per decretare la parola fine alla Natura e alla Storia.

Oggi si terranno tante manifestazioni, in ricordo degli ottanta anni trascorsi da quell'immane tragedia, in esse si prenderà purtroppo atto di come la tensione internazionale stia riproponendo schemi già tragicamente visti. Il genocidio di Gaza riporta alla memoria tante simili catastrofi del XX secolo, le accuse e possibili ritorsioni tra USA e Russia richiamano i momenti più drammatici della guerra fredda. La corsa insensata al riarmo, sostenuta anche dai vertici dell'Unione europea, porta a dimenticare gli sforzi portati avanti nell'ultima parte del secolo passato per procedere verso la riduzione degli ordigni di distruzione di massa. 

Davvero la situazione preoccupa. Al di là delle formali dichiarazioni per la pace e degli un po' stucchevoli "ora basta!" che risuonano nelle piazze, si sa che la strada per invertire la rotta passa per alcune scelte programmatiche: la distruzione di tutti gli arsenali militari è una pura illusione, a meno che non si metta in discussione il sistema che genera la guerra. Il capitalismo, nella sua essenza, ha bisogno della guerra, anche attraverso quell'immane affare che è costituito dalla produzione e dalla vendita delle armi. E ha bisogno di fomentare il nazionalismo, per far credere alla gente che l'umanità sia divisa in compartimenti stagni e non sia invece un'unica grande famiglia, chiamata a custodire e a valorizzare l'ambiente che le viene donato. Lo squilibrio spaventoso tra poveri e ricchi, la morte di milioni di persone per fame, la presunta superiorità di alcuni nei confronti degli altri, il razzismo, i privilegi e la corruzione dilaganti, sono i tristi fondamenti su cui si edifica la società che innalza il Capitale e deprime l'Uomo. 

L'"adesso basta!" di oggi deve essere accompagnato dalla visione globale di un nuovo mondo possibile, da un sostegno convinto a chi proclama l'internazionalismo, la giustizia sociale, l'accoglienza fraterna. Occorre una nuova visione politica ed economica, radicata in un nuovo umanesimo, nel quale la scienza e la tecnica siano poste sempre al servizio e mai contro la Persona nella sua essenza.

E' ancora possibile una svolta così radicale? La parola "Speranza" induce a un delicato, critico e pensoso "SI!".

lunedì 4 agosto 2025

I cento anni dalla nascita di Celso Macor

 

In una dolce serata estiva, lunedì 4 agosto presso la chiesa della Madonna Lauretana di Versa, è stato ricordato il poeta, giornalista, scrittore Celso Macor, nel centesimo anniversario della sua nascita. L'iniziativa, promossa dal Comune, è stata introdotta dalle parole del Sindaco Michele Calligaris e molto ben condotta dall'assessora Alessia Tortolo.

Ne hanno parlato in tanti, accompagnati da splendide musiche dal vivo e da letture di testi originali dell'autore, in lingua friulana e italiana. Soprattutto ne ha tratteggiato i contorni la nipote Barbara Macor, che ha sottolineato la serietà e il rispetto con il quale Celso affrontava ogni persona, sia che fosse amica, sia che non la pensasse come lui.

Celso Macor, nato a Versa e vissuto per molti anni a Lucinico, dove tuttora tiene viva la sua memoria la moglie, è stato un vero uomo di pace. Ha saputo comprendere con sguardo profondo e profetico che il futuro di questa terra "Goriziana" non poteva essere che la convivenza e la valorizzazione delle diversità linguistiche e culturali. Ha raccontato la Natura, con estrema delicatezza e attenzione, soprattutto il fiume, l'Isonzo e la tanto amata montagna, le Alpi Giulie come le Dolomiti. Più di ogni altra cosa ha sottolineato la relazione co l'altro, l'incontro interpersonale come fondamento di ogni autentica costruzione di una società giusta e pacifica. Ha narrato la tragedia della guerra, ma dalla sua visione apparentemente malinconica ha saputo trarre insegnamenti carichi di profondità e di speranza. Per molti anni è stato vice direttore del settimanale diocesano di Gorizia Voce Isontina, dal quale ha lanciato messaggi pieni di verità e di amore per la sua terra, sempre intrisi di bellezza, intensità e poesia.

A lui è stato dedicato e scoperto un monumento particolarmente significativo, molto espressivo dell'essenza interiore, quasi dell'anima di Celso Macor. E' stato realizzato dallo scultore di Romans d'Isonzo Stefano Comelli. Lo sguardo del poeta segue in ogni passo il visitatore, dando la sensazione di essere sempre guardati, con simpatia, serietà e amicizia. E' come un mandato, una missione: continuare la sua opera di autentico costruttore di ponti fra i popoli che vivono intorno a un confine che da barriera dovrebbe essere sempre più riconosciuto come grande opportunità.

Sono passati cento anni dalla nascita del nostro Poeta, meno di trenta dalla sua scomparsa. Ma lui, Celso Macor, è ancora vivo. Le sue parole sono ancora estremamente attuali e indicano ogni giorno di più il giusto cammino, in particolare in quest'anno speciale, in cui Nova Gorica con Gorizia sono capitale europea della Cultura. 

Infine una proposta. Intorno al 2010, in Consiglio Comunale a Gorizia, fu proposta un'iniziativa, quella di ricordare Celso Macor intitolandogli la sala maggiore dell'Auditorium della Cultura Friulana di Via Roma. L'idea piacque a tutti e il sindaco Romoli la fece propria con un certo entusiasmo. Sono passati più di 15 anni da allora e non se ne è fatto nulla, Questo centenario potrebbe essere l'occasione per recuperare quell'idea e dare a essa finalmente concretezza?

Per un turismo dal volto umano

 

Una piazza di Spoleto quasi vuota
Si è parlato molto di overtourism e forse con molta ragione se ci si riferisce alle mete classiche di Venezia, Firenze o Assisi. Sono città nelle quali i centri storici hanno abdicato al loro ruolo ordinario per trasformarsi in disneyland paraculturali. Non ci sono più abitazioni e non si incontrano quasi più gli abitanti autoctoni, sostituite le prime da una marea di negozi che vendono più o meno le stesse cose e i secondi da gestori di bar, ristoranti e locali commerciali di ogni tipo. I circuiti principali del capitalturismo sono appannaggio di grandi agenzie che, tramite nave, aereo e bus, portano milioni di facoltosi giapponesi, cinesi, coreani e americani a godersi lo spettacolo delle più decantate città italiche.

Fuori dal "coro" sono invece tutte le altre località, un tempo anche molto gettonate e ora fuori dai percorsi "mordi e fuggi". Lamentano il problema opposto, ovvero la diminuzione consistente delle presenze, nonostante un'offerta di grandissima qualità e anche - occorre dirlo - un ancora del tutto sostenibile rapporto tra qualità e prezzi. Per fortuna in quest'ultima settimana, una marea di ragazzi e di giovani ha fatto scalo in molti di questi luoghi nel corso dell'avvicinamento al Giubileo di Tor Vergata. Esempi concreti, sperimentati in questi giorni, possono essere Bolsena con il suo affascinante lago, il più grande vulcanico d'Europa; Orvieto, con la grandiosa cattedrale che custodisce gli indimenticabili affreschi di Luca Signorelli; Montefalco, Spoleto e Spello, piccoli antichi gioielli, ai quali la creatività umbra ha recentemente aggiunto la "piccola Venezia" che è Rasiglia insieme addirittura al più alto ponte tibetano del Continente. E' ancora possibile trovare un rapporto umano con gli abitanti del territorio, intavolare uno scambio di idee e un confronto sulla vita individuale e sociale, contemplare meraviglie della natura, della storia e dell'arte senza dove aprire un mutuo per trascorrere una breve e istruttiva vacanza.

Resta il fatto che ormai per la maggior parte delle tasche è impossibile accedere anche a questa forma, più semplice ed essenziale, di conoscenza del territorio. Checché se ne dica, la crisi economica nelle famiglie si fa sentire, eccome! e a essa si aggiungono le preoccupazioni per i venti di guerra che soffiano ovunque. Il tempo dei lunghi viaggi e dei momenti spensierati è finito un po' per tutti.

Forse questa ricerca dell'essenza, più che della forma, porta con sé un nuovo modo di concepire il turismo. Non è solo la questione economica a portare sempre più persone all'utilizzo della bicicletta e dei piedi, impegnate in meravigliosi cammini in Italia e anche in Friuli Venezia Giulia. E' invece la necessità di ripensare radicalmente ciò che per tanti anni si è dato per scontato. Il vero turismo è quello che consente un'immersione per quanto possibile profonda nella dimensione dell'umanità di chi si incontra. Se da una parte il turista deve essere pronto a cogliere con intensità di sguardo la "bellezza" delle persone al di là dei monumenti della Natura e della Storia, dall'altra gli operatori turistici non lo devono considerare semplicemente un pollo da spennare, ma una Persona da accogliere, raccogliendo le suggestioni della sua vita e della comunità da cui proviene. Il turismo, così come la viandanza o il pellegrinaggio, è anzitutto incontro con l'altro, educazione alla conoscenza della cultura, formazione di una coscienza internazionalista e fraterna. Se appunto non si basa sul venefico rapporto tra produzione e consumo, ma sulla relazione interpersonale, l'autentico turismo può costituire un notevole tassello nella costruzione della giustizia, della pace in un mondo più giusto e fraterno.

In conclusione un consiglio: se ve lo potete permettere e ancora non avete scelto una meta, i paesi dell'alto Lazio e quelli nel cuore dell'Umbria sono una miniera da scoprire e da amare. Altrimenti, per chi non può varcare i confini del Friuli Venezia Giulia o della Slovenia, rimane la proposta di una spettacolare due-giorni ad Aquileia, dove l'overtourism si combatte ogni giorno con strutture ricettive pronte ad accogliere chiunque, con un immersione completa in una storia trimillenaria, soprattutto con il sorriso di chi è chiamato a custodire un patrimonio straordinario che appartiene a ogni uomo, nessuno escluso.  

domenica 3 agosto 2025

Il Giubileo dei Giovani a Tor Vergata

 

Se non il più importante, il Giubileo dei Giovani a Tor Vergata sarà ricordato come il più entusiasmante tra gli eventi che stanno caratterizzando l’Anno Santo 2025.

Chi ha avuto modo di percorrere l’Italia nella settimana precedente l’evento, ha potuto incontrare ovunque migliaia di ragazzi, per lo più parte di gruppi simpatici e delicatamente chiassosi, in ideale cammino verso Roma. Dappertutto è stato possibile vedere girotondi, ascoltare musiche di chitarre e cembali, perfino sentirsi avvicinare e intervistare da giornalisti in erba, armati di Bibbia e buona volontà, interessati a conoscere dai passanti il loro punto di vista su Cristo, Chiesa e sacre scritture. Dove il turismo di massa sembra un po’ in crisi, in particolare in città d’arte come Orvieto, Spoleto o Città d Castello, è subentrata, come una boccata d’aria fresca, questa pacifica invasione di pellegrini in cammino, provenienti da ogni parte d’Europa e anche del Mondo.

Il colpo d’occhio più impressionante è stato senz’altro quello dell’immensa spianata a sud della Capitale, gremita all’inverosimile intorno al gigantesco palco e fino ad almeno un chilometro di distanza. Dalle immagini trasmesse dalle televisioni, si è avuta l’impressione di un clima dove si sono mescolate allegria, spiritualità, impegno e intensa voglia di stare insieme.

La Veglia di preghiera del sabato notte ha evidenziato elementi di continuità e di differenziazione, rispetto ai precedenti numerosi appuntamenti di questo genere che si sono susseguiti dal 1989 a oggi. L’intuizione iniziale è stata di Giovanni Paolo II che ha presieduto le prime Giornate, a Roma 1986, a Buenos Aires 1987 e soprattutto a Santiago di Compostela 1989 e di nuovo a Roma, in occasione del Grande Giubileo dell’anno 2000. A Benedetto XVI sono toccate le esperienze di Colonia, nel 2005 e di Madrid. Papa Francesco ha iniziato il suo pontificato con la trascinante Giornata di Rio de Janeiro nel 2013, si parla di due milioni di persone accorse soprattutto dall’America del Sud in quell’occasione.

La continuità è stata indicata dall’impostazione organizzativa, sempre più curata dagli inizi fino al momento attuale, nonché dall’evidente passione comunicativa della gioventù cattolica di ogni periodo. Le differenze sono decisamente più significative, cominciando dallo stile dei diversi vescovi di Roma. Il papa polacco – nei lontani tempi in cui ancora non esisteva la possibilità di comunicare con i cellulari e con internet - ha proposto negli incontri con i giovani il modello di Cristo per lanciare non soltanto un nuovo umanesimo, ma anche una rinnovata visione dell’Europa unita nelle sue radici cristiane “dall’Atlantico agli Urali”. Josef Ratzinger ha invitato a trovare in Gesù Cristo il centro focale della vita individuale e sociale, criterio ermeneutico della natura e della storia. Francesco ha portato i suoi affascinati interlocutori in una dimensione del tutto originale, parlando più in generale ai giovani del Pianeta che a quelli cattolici, invitando tutti al dialogo interreligioso, all’ecumenismo e soprattutto all’accoglienza simpatetica di ogni essere umano, indipendentemente dal suo credo religioso e dalla sua concezione del mondo.

E Prevost, alias Leone XIV? A prima vista, sembra essere tornato all’impostazione ratzingeriana. Già la scelta di incentrare la veglia notturna sull’adorazione eucaristica sembra delineare la volontà di superare la visione ecumenica del suo predecessore, riproponendo un rito essenzialmente cattolico. I suoi discorsi, abbastanza generici per ciò che concerne la lettura del presente e molto precisi nel riaffermare Gesù Cristo come fondamento dell’amicizia e delle scelte esistenziali dei giovani, hanno ricordato più gli accenti spirituali e teologici di Benedetto XVI che le aperture cariche di suggestione e di speranza di Francesco.

Come procederà quindi il mondo cattolico nei meandri e nelle tempeste del mondo attuale, alla luce del grande incontro romano? Probabilmente sempre più nella linea di una sostanziale restaurazione, condita con un certo rispetto delle aperture rivoluzionarie di papa Bergoglio. La Chiesa cattolica continuerà la sua navigazione nel mare in tempesta, cercando di evitare troppo forti scossoni e proponendosi come un porto sicuro – forse un po’ troppo sicuro - per le coscienze individuali e per i fenomeni sociali.