sabato 13 gennaio 2024

La tragedia degli Einstein ricordata in un'importante mostra a Milano

In questo piccolo cimitero della Badiuzza, nel Comune di Rignano sull'Arno, dolcemente disteso sulle meravigliose colline toscane, sono sepolte Luce e Annamaria Einstein, morte rispettivamente a 27 e 18 anni, insieme alla loro madre Cesarina, detta Nina Mazzetti. Sono state uccise senza pietà dai tedeschi, in ritirata durante la seconda guerra mondiale, il 4 agosto 1944, nella villa del Focardo. Anche il padre, Robert Einstein, cugino diretto del famoso scienziato, riposa nello stesso cimitero. Si è tolto la vita quasi un anno dopo, il 13 luglio 1945, giorno del loro anniversario di matrimonio.

La famiglia Einstein era molto aperta, le due nipoti Lorenza e Paola Mazzetti erano state accolte come altrettante figlie e durante la guerra il Focardo era luogo di rifugio per altri parenti e amici, tra i quali Anna Maria Boldrini, mia madre, cugina delle due giovani uccise e figlia di Ada Mazzetti, sorella di zia Nina. La villa era frequentata da numerose personalità, legate al mondo ebraico e protestante, un ambiente assai vivace e ricco dal punto di vista culturale e sociale.

I soldati della Wermacht arrivarono due giorni prima degli americani ed ebbero il tempo di dividere le ragazze con il cognome Einstein e la loro madre dagli altri abitanti della villa. Robert si era nascosto nei boschi circostanti, avvisato del loro arrivo e convinto che i tedeschi cercassero soltanto lui per rapirlo e fare pressioni sul fratello Albert, impegnato negli Stati Uniti nella ricerca che avrebbe portato alla confezione della prima bomba atomica. I sopravvissuti, rinchiusi in una stanza presso il giardino, sentirono gli spari e quando uscirono trovarono i corpi delle donne uccise e videro le fiamme divampare dalla villa. I soldati si erano dileguati, lasciando dietro di loro soltanto morte e distruzione.

Al ritorno, Robert Einstein rimase senza parole. Per meno di un anno si ingegnò di sistemare economicamente le nipoti che gli erano state affidate, andando su e giù ogni giorno tra Rignano e Firenze. Poi per lui la vita non ebbe più alcun senso e decise di andarsene, lasciando a ciascuno dei parenti più stratte una lettera di saluto e di profondo insegnamento sul senso della vita.

Lorenza e Paola ripercorsero in tutta la loro esistenza gli avvenimenti dei quali erano state testimoni. La prima divenne una promessa del cinema, vincendo anche un premio per giovani registi a Cannes, con lo spettacolare film Togheter. Poi si dedicò alla letteratura, scrivendo numerosi testi, tra i quali il più famoso è "Il cielo cade", una reinterpretazione immaginata con gli occhi di una bambina dell'efferato assassinio. Fu premiata alla carriera alcuni anni fa, in occasione del Festival Amidei di Gorizia. La seconda si dedicò alla psicologia del gioco, alla letteratura artistica e soprattutto alla pittura, producendo un grande patrimonio di disegni e acquarelli, sempre ispirati agli eventi del Focardo, presentati in diverse mostre a livello internazionale. Se ne sono andate recentemente, una dopo l'altra, nel 2021 e nel 2022 e ora riposano anch'esse nel cimitero della Badiuzza. 

Mia madre Anna Maria affrontò con altro spirito quegli eventi, custodendoli silenziosamente nella memoria e affidandoli al ricordo dei suoi figli. Rimane oggi l'unica testimone vivente di quei terribili eventi, accaduti nell'agosto del 1944.

Tutti questi eventi sono raccontati in un'importante mostra allestita dal Memoriale della Shoah di Milano, dal 18 gennaio al 25 febbraio 2024. Come scrivono gli organizzatori, "le fotografie di Eva Krampen Kosloski, figlia di Paola Mazzetti, grazie alla curatela di Alessandro Cassin e al progetto di allestimento di André Benalm, tracciano i profili di un racconto, tra sogno e realtà, che ci parla di una famiglia, ma in realtà di molte altre, segnate dalle vicende della Shoah e della seconda guerra mondiale". La mostra, contestuale alla Giornata della Memoria 2024, sarà inaugurata il 18 gennaio, alle ore 18.30, con introduzione di Tommaso Montanari.

E' un bel modo per ricordare. Se qualcuno passa per Milano, non si lasci sfuggire questa importante occasione, di ascolto, di apprendimento, di memoria, in una parola, di autentica Cultura.

domenica 7 gennaio 2024

Ripensare il pacifismo, oggi

Mentre scende un preoccupante silenzio mediatico sulla guerra a Gaza, è necessario chiedersi che fine abbia fatto quello che un tempo si definiva "il pacifismo".

Negli anni '60 del XX secolo, la ribellione contro la guerra del Vietnam fu la scintilla, ma anche la forza dei moti del 1968. E' un anno del quale non sembra che si parli volentieri, il 45mo anniversario è passato del tutto in sordina.

I giovani di quegli anni si sono poi divisi, una parte è stata riassorbita dal procedere del liberismo. Si è accolta la carica di cambiamento riguardante le relazioni sociali, la rivoluzione sessuale, in parte anche l'identificazione tra il personale e il politico. Ma nello stesso tempo, ci si è fatti strada nei percorsi tracciati dal Capitale, inquadrati negli schemi professionali e dimentichi dell'ansia giovanile di pace e di giustizia. Alcuni hanno rinunciato per il venire meno delle convinzioni, altri semplicemente - ma anche comprensibilmente - per salvaguardare il bilancio familiare.

Un'altra parte ha cercato di resistere e di riproporre, anno dopo anno, le istanze di quel tempo, pian piano penetrato nel tessuto mitologico delle rispettive ideologie. Si è tornati in piazza, a volte in gruppi sparuti, a volte ancora con la speranza di mobilitare le masse, come accaduto il 15 febbraio 2003, in occasione della protesta globale contro l'imminente intervento militare americano in Iraq. Il problema sta nel fatto che i "marciatori" del 2003 erano più o meno gli stessi del 1968, passo un po' malfermo, slogan d'epoca, canti degli enormi Joan Baez e Bob Dylan. C'erano anche dei giovani, pochi, ci sono ancora, normalmente figli e figli dei figli dei protopacifisti.

Si è avuta questa impressione anche nei recenti eventi goriziani, gli assai interessanti convegni del 30 e del 31 dicembre e la "56ma marcia della pace", da Oslavia a Nova Gorica. I tradizionali mondi della sinistra culturale e del cattolicesimo militante si sono incontrati per celebrare un grido di pace quanto mai indispensabile in tempi come questi. Il problema è che tali atti, purtroppo, non suscitano oggi quasi nessuna reazione. 

Ai tempi delle marce del Vietnam, i giovani tornavano a casa e spesso si beccavano un solenne ceffone da genitori che avevano sperimentato l'avanzata "liberatrice" degli americani in Europa durante la seconda guerra  mondiale. Veniva mobilitata la polizia e sono ormai storiche le immagini di pesanti manganellate nei confronti di ragazzi entusiasti, sofferenti e inermi. Oggi nessuno si gira indietro, anzi, la marea di capelli grigi suscita un naturale moto di simpatia. Dietro alla bandiera arcobaleno sfilano un po' tutti, rivendicando la propria ortodossia e cercando di evitare qualsiasi slogan o discorso in grado di disturbare la "riuscita" spettacolare dell'avvenimento.

E così, mentre qualcuno richiama che oltre 20.000 persone, la metà bambini, sono state massacrate dall'esercito israeliano, marcia con i pacifisti anche chi in fondo ritiene che Israele abbia tutto il diritto di difendersi, dal momento che è stato vittima dei tremendi attentati del 7 ottobre. Mentre si invoca la trattativa come unica, proprio unica soluzione alla guerra in Ucraina e ovunque, c'è che ritiene sacrosanto l'invio delle armi da parte del cosiddetto Occidente alla "resistenza" guidata dall'inqualificabile Zelen'skj contro l'altrettanto inqualificabile Putin. Mentre ci si preoccupa enormemente per le guerre sotto i riflettori mediatici, non si sa neppure di cosa si stia parlando quando vengono nominati il Darfur, lo Yemen, il Sudan e così via.

Si marcia tutti insieme, si gode della compagnia, dell'incontro e dell'abbraccio con l'amico perso di vista dalla manifestazione precedente, ma non si può negare un certo senso di impotenza di fronte al bivio tra la polarizzazione e l'irenismo. Da una parte si è talmente radicati nelle proprie convinzioni e inseriti nell'area confortevole delle rispettive tifoserie, da ritenere inutile qualsiasi scambio di opinione con chi la pensa diversamente. Dall'altra si ha talmente paura di essere "inquadrati" in una posizione precisa, da costringere ogni incontro comune a un esercizio di dialettica finalizzato a evitare qualunque concetto che potrebbe - e forse dovrebbe - dividere o in qualche modo disturbare. 

E allora?

Allora ci sono, tra le altre, almeno tre urgenze.

La prima è domandarsi come intercettare l'interesse delle giovani generazioni, molto impegnate nel richiamo alle minacce del riscaldamento globale e della catastrofe ecologica, ma lasciate abbastanza sole nella loro ricerca e nella loro azione.    

La seconda è come creare luoghi di dialogo, anche di forte dialettica, che non presuppongano l'oscurare il proprio parere per non entrare in conflitto, ma siano incentrati sulla disponibilità a un ascolto aperto e disponibile a comprendere le ragioni dell'altro.

La terza è ritrovare la chiarezza esplicita e l'entusiasmo trascinante del primo pacifismo. Ciò significa manifestare con obiettivi espliciti e distinti, con slogan inequivocabili, per esempio riguardo all'invasione e al massacro di Gaza, all'invio delle armi all'Ucraina, alle implicazioni drammatiche del cambiamento climatico, alle chimere del liberismo selvaggio, alla critica alle politiche disumane che contrastano il movimento dei migranti in Europa e nel mondo. 

Solo una posizione precisa può interessare in modo continuativo anche i giovani e può consentire un confronto aperto, sereno e costruttivo con chi la pensa diversamente. E solo la forza della convinzione, condivisa da grandi gruppi di persone appartenenti a ogni generazione, può in qualche modo incidere sulle scelte di violenza e di guerra che in questo momento sembrano dominare e condizionare il nostro povero e fragile Pianeta.

sabato 6 gennaio 2024

Epifania e Apocalisse, una festa piena di luce

La parola greca Επιφανια (Epifania) è tradotta ordinariamente con il termine "manifestazione".

La tradizione cristiana riconosce in questo vocabolo la "manifestazione" di Gesù come re e signore della storia. Nelle case il presepio si arricchisce con l'installazione dei Magi venuti dall'Oriente portando i doni dell'incenso, dell'oro e della mirra. Nelle chiese, con l'acqua benedetta, si aspergono in particolare i bambini, sottolineando il loro legame con l'innocenza del neonato di Beth-lehem ("Casa del Pane"). Si tracciano i bilanci dell'anno trascorso e si annunciano le date delle principali feste di quello appena iniziato.

Dal punto di vista teologico, il concetto di "epi-fania" richiama la "rivelazione", intesa come l'irruzione nell'essere di qualcosa che prima non c'era. In questo senso si afferma che tutto ciò che esiste è stato estratto dal nulla. Tutto procede dall'Essere partecipante del Creatore che dal non-ente trae l'ente. La festa dell'Epifania ricorda allora che nell'ordinario scorrere - più o meno drammatico - della storia, avviene qualcosa di assolutamente nuovo e imprevedibile. Per i cristiani si tratta dell'assolutamente gratuito e non necessario intervento di Dio nella vicenda umana, per ogni essere vivente della contemplazione del miracolo sorprendente di ogni nuova nascita.

Nell'ottica biblica c'è un'altra parola greca che presenta la "rivelazione" e deriva dal verbo "αποκαλυπτω" (apokalypto). In italiano si parla di "apocalisse". Prima di pensare a situazioni potenzialmente catastrofiche, è bene rilevare l'esatto significato del verbo che corrisponde a "trarre dall'oscurità ciò che è nascosto". Si tratta di una visione del tutto diversa dalla precedente. Tutto esiste da sempre e per sempre, l'esserci è infinito ed eterno come l'Essere, in una prospettiva che in qualche modo richiama il panteismo oppure lo spinoziano "Deus sive Natura". In questo contesto l'apocalisse corrisponde all'illuminazione dei recessi più oscuri, alla straordinaria scoperta di ciò che già c'era, ma risultava invisibile, inaccessibile all'umana comprensione.

Nel concetto di Rivelazione coesistono i due significati, praticamente opposti, proponendo un'apparentemente impossibile conciliazione tra la "creazione dal nulla" - maggiormente perseguita dalla cultura occidentale - e l'illuminazione di ciò che esiste da sempre - più vicina alle intuizioni e alla sensibilità dell'Oriente. 

Questa scoperta del nuovo o illuminazione del permanente può dipendere dai misteriosi percorsi dell'umana conoscenza, come postulavano i movimenti gnostici dei primi secoli dell'era cristiana e propongono quelli post e ultramoderni. Oppure è resa possibile da un Maestro inviato dalla Fonte inesauribile dell'Essere, come proponevano e propongono gli assertori di un possibile intervento diretto del divino nella storia.

Chi ha ragione e chi ha torto? Nessuno, perché la risposta a questa domanda non si colloca nello spazio razionale della metafisica, bensì nei meandri imperscrutabili di una fede svincolata dalla ragione, anche dalle sue categorizzazioni storiche incarnate nelle diverse religioni.

Quindi, al di là di tutte queste riflessioni, non c'è nulla di sbagliato e meno che meno di offensivo nel contemplare con profonda emozione - nelle chiese o nell'intimo delle case, non certo nella laicità dei luoghi pubblici - quel bimbo adorato dai Magi, illuminato dallo splendore della Cometa di Natale. Ognuno può riconoscervi un simbolo del farsi Uomo di Dio oppure del semplice e quotidiano ripetersi del manifestarsi maestoso della Vita.

venerdì 5 gennaio 2024

Vlaki za koncentracijska taborišča. "I treni per i Lager" di Luciano Patat da oggi anche in lingua slovena

Oltre a essere interessante e importante, il libro di Luciano Patat suscita pensieri di profonda umanità.

Il suo lavoro certosino ha consentito di ricostruire molti aspetti della deportazione nei campi di concentramento e di sterminio, fascisti e nazisti, di coloro che sono passati per il carcere di via Barzellini a Gorizia. La maggior parte di essi sono sloveni, tanti sono ebrei, quasi l’intera comunità locale, ma ci sono anche italiani antifascisti e appartenenti ad altre nazionalità.

Per iniziativa soprattutto di Igor Komel, direttore del Kulturni dom di Gorizia, con l'Istituto Friulano per la storia del Movimento di Liberazione, è stata pubblicata e sarà presto presentata ufficialmente la traduzione del libro in lingua slovena. Il lavoro si è dimostrato molto complesso e difficile, soprattutto per ciò che concerne l’ampio elenco di oltre 3000 nomi che costituisce l’appendice al testo. Il “problema” è che tutti gli internati sono stati registrati con il nome, il cognome e il paese di provenienza rigorosamente scritti in lingua italiana. Non si può onorare chi ha vissuto queste tragedie senza restituire almeno l’identità conferita con la nascita e il toponimo corretto del luogo dove si è cresciuti. Cercando di risalire alle origini, i traduttori - in particolare Igor Tuta e Pia Lešnik, con la collaborazione di Marko Marinčič - hanno compiuto un grande ma doveroso sforzo.  Se già è stato difficile ricostruire l’esatto nome delle località, ancora più delicato si è rivelato lo sforzo di ritrovare i cognomi, ossessivamente e violentemente trasformati dalla volontà di forzata italianizzazione del territorio perseguita nel corso del ventennio fascista.

Lavorando intensamente su ogni persona citata nelle liste, ricostruendo il percorso di detenzione dall’arresto ai lager, si è come sopraffatti da un moto di grande commozione e anche di rabbia. Ogni nome e cognome appartiene a una persona concreta, strappata con la forza alla vita quotidiana, trascinata verso una durissima prigionia e molto spesso verso la morte. Come non pensare alla notte o al giorno del rastrellamento, alle grida dei soldati, al pianto dei bambini, alle suppliche delle mogli? Come non provare vergogna per questa sistematica opera di distruzione della dignità di ogni essere umano? Come non sentirsi compartecipi con i deportati delle ansie, dei giustificati timori, dell’incertezza sul proprio destino? Quante migliaia di vicende individuali e collettive si intrecciano fra loro, quanti piccoli e grandi eroi dimenticati dalla storia hanno ritrovato almeno una menzione del loro transito in questa vita, grazie alla ricerca di Patat!

Un aspetto che colpisce molto è anche la capillarità dell’azione della polizia fascista e nazista. Da piccoli villaggi delle valli della Vipava, dell’Idrijca, dell’Idrja e della Soča sono stati portati via decine di abitanti, lasciando in essi un vuoto immenso, in un tempo già difficilissimo a causa della guerra. Perfino da borghi sperduti tra i monti, agglomerati di al massimo quattro o cinque case, la gente veniva trascinata sui camion militari per essere condotta al carcere di Gorizia, dove, dopo sommario processo, ciascuno veniva instradato verso il compiersi del suo destino.

La macchina del male assoluto ha funzionato fin troppo bene e se nel tempo è stata sconfitta, grazie all’impegno dei partigiani e degli eserciti di liberazione, lo si deve anche al sacrificio di queste migliaia di donne e uomini che hanno pagato con la deportazione e a volte con la vita, la loro silenziosa opposizione alla violenza del regime. Grazie al libro di Luciano Patat si ravviva la loro memoria, grazie all’impegno dei traduttori essi hanno recuperato anche il loro vero nome e la corretta dizione dei luoghi della loro vita. Hanno ritrovato, ahimé troppo tardi, ciò che una violenza ottusa e prepotente aveva loro sottratto, una vergogna fascista, ma anche italiana, che richiederebbe come minimo un’urgente assunzione di responsabilità, insieme a una necessaria, sia pur tardiva, richiesta di perdono. 

mercoledì 3 gennaio 2024

Deputati pistoleri e sottosegretari poco trasparenti

Il pistolero di Capodanno sarà giudicato dalla magistratura e probabilmente pagherà come minimo con l'espulsione da Fratelli d'Italia la sua incredibile leggerezza (per usare un eufemismo). Ridurre la questione a un incidente creato da un incontrollabile incosciente è la linea che il partito sembra voler portare avanti. "non è una questione politica".

A parte che non esistono eventi che non lo siano, in questo caso il problema è intensamente Politico. In primo luogo la pistola che ha sparato appartiene a un deputato, cioè a un rappresentante del popolo e in questa come in altre situazioni, il privato non può che essere politico. In secondo luogo gli eventi si sono svolti nel corso di una festa organizzata di fatto da un membro del governo. L'interessato dice di non essere stato presente, perché impegnato a portare le sporte di cibo avanzato nel baule della sua macchina (se non ci fosse da indignarsi, ci sarebbe da ridere!). Tuttavia è in un contesto da lui creato che si è presentato il compagno (si fa per dire) di partito, portando nel taschino una minipistola che avrebbe mostrato ai presenti, si suppone per vantarsi dell'oggetto di sua proprietà. Inoltre un esponente del Governo con tanto di scorta non dovrebbe forse consentire di fare immediata chiarezza su un episodio accaduto quasi sotto i suoi occhi? Difficile che la mancanza incredibile di trasparenza possa non essere interpretata come goffo tentativo di coprire l'amico...

E questo è il punto politico più importante. Giorgio Beretta, importante esponente del pacifismo italiano, ha scritto molto sulla compravendita di armi in Italia e soprattutto sulla facilità con la quale si può ottenere un semplice porto d'armi. In questo modo ci sono milioni di italiani che possiedono una o più spesso molte armi, dei veri e propri arsenali familiari. C'è chi va a caccia e chi ritiene che gli sia necessaria una maggior sicurezza, ma le motivazioni che garantiscono il raggiungimento dell'ambito permesso sono, nella maggior parte dei casi, per lo meno discutibili.

Ordunque. Se un personaggio pubblico che ha un consenso popolare e riveste cariche rappresentative assai importanti, si può permettere di andare in giro, a una festa di Capodanno, portando in tasca uno strumento in grado di seminare potenzialmente morte- per sbaglio o per volontà - come non temere che tra i milioni di altri titolari di porto d'armi ci siano altri pericolosi pistoleri? Come non cogliere l'occasione per rivedere i criteri di richiesta e di assegnazione del porto d'armi? Come non ridurre al massimo possibile la cerchia di coloro che abbiano il diritto di possedere e usare le armi? E questo, nel momento in cui addirittura si pensa di anticipare a 16 anni il limite minimo, è un problema politico, assolutamente politico.

Per quanto riguarda gli allegri protagonisti del ferimento di Capodanno, c'è da augurarsi che: 1. il ferito non venga intimidito e sporga denuncia nei confronti del feritore. 2. il sottosegretario abbia un soprassalto di dignità e offra al Capo del Governo le sue immediate dimissioni, solo per essere stato in qualche modo coinvolto nella vicenda, almeno per aver creato l'occasione. 3. il deputato venga privato non solo del porto d'armi, ma anche processato per il suo comportamento. Anche lui dovrebbe immediatamente dimettersi da deputato, data l'evidente contraddizione tra il ruolo pubblico e quello privato. 4. La Presidente del Consiglio dovrebbe riconoscere pubblicamente gli errori di "arruolamento" dei suoi collaboratori, sostituendoli immediatamente, se vuole continuare a dare un'impressione di fiducia, di credibilità e di coerenza agli italiani che l'hanno votata e che credono nella sua politica.

Sarà così? Mah...

Lo sguardo del pellegrino

A cosa pensa il pellegrino ligneo che accoglie i passanti sulla via Francigena, poco prima di Aosta?

Pensa alla pace, quella che ha incontrato lungo il cammino. Libero da ogni possesso, dipendente dal buon cuore degli abitanti dei villaggi, con l'unica meta di dare un senso profondo alla propria vita.

Il pellegrino ha gli occhi penetranti di chi è abituato a contemplare la natura, gli avvenimenti quotidiani, i volti degli esseri umani, scrutando in essi la sofferenza, la generosità, il dubbio, la minaccia.

Il suo contatto con ciò che lo circonda e in cui è immerso gli permette di cogliere come tutto sia straordinariamente interdipendente, il bene e il male, la luce e le tenebre, la vita e la morte sono interconnessi e il percorso del mondo dipende in ogni istante dal mistero della Scelta. In ogni frammento dello spazio e del tempo - ma quanto intensamente il pellegrino conosce lo spazio e conosce il tempo! - si determinano la libertà contro la schiavitù, l'armonia contro il conflitto, il perdono contro la vendetta, il dono contro il possesso.

Avete mai accolto in casa un pellegrino? No, non quelli numerosi e post moderni che affrontano un mese di fatica in alta tecnologia gli storici percorsi verso Santiago e verso Roma. Per quanto anche da essi, almeno simbolicamente, c'è sempre qualcosa da imparare, qua si parla dei pellegrini assoluti, quelli che lasciano tutto, ma proprio tutto, per affrontare un'intera esistenza "in cammino". Ebbene, se li avete ricevuti, avete senz'altro riconosciuto quegli occhi grandi, pieni di speranza e di fiducia, di impegno e di accettazione, di disponibilità e di umiltà.

Non è poi così difficile incontrarne, basta aprire gli occhi e accorgersi che il pellegrino che ha lasciato tutte le proprie sicurezze per un cammino che egli spera di rinascita e risurrezione, è nel cuore delle nostre città. Ci guarda con gli stessi occhi, tende la stessa mano e quando incontra la freddezza gelida del rifiuto, sembra che gli si inumidiscano gli occhi, in uno sguardo carico di imprevista comprensione e intensa pietà.

Rimettersi in cammino... che sia la soluzione all'émpasse dell'Occidente?

lunedì 1 gennaio 2024

Marcia della pace, un impegnativo augurio per il 2024

Sono state oltre mille le persone provenienti da tutta Italia che hanno voluto partecipare alla 56ma marcia della pace. Molte di esse sono state presenti anche alle due sessioni del Convegno organizzato da Pax Christi. Insomma, si è trattato di una "due giorni" veramente straordinaria.

Il pomeriggio del 30 dicembre ci si è trovati presso la sede dell'Università di Trieste a Gorizia. Con l'aula magna strapiena, una ventina di relatori si sono alternati, riflettendo su come costruire un'alternativa alla guerra attraverso il negoziato e sulla proposta dei corpi civili di pace. In sintesi, tutti si sono trovati d'accordo nell'indicare l'occasione della "Capitale della Cultura" come portatrice di un futuro anche per il "laboratorio internazionale di pace e giustizia". Nova Gorica con Gorizia potrebbero essere luoghi di negoziato tra popoli in guerra e sede appropriata della formazione dei giovani che desiderano prepararsi a portare un'alternativa sostenibile al conflitto armato in zone caratterizzate da forte sofferenza e violenza.

Presso l'Istituto dei Salesiani si è tenuta invece la seconda sessione, domenica mattina, con un approfondimento del tema della Giornata annuale della Pace, "Intelligenza artificiale e pace". Particolarmente toccante è stato l'intervento in diretta telefonica con operatori volontari e professionisti presenti in questi momento a Gaza e in altre zone coinvolte nei principali conflitti nel Mondo.

La camminata da Oslavia a Nova Gorica è stata particolarmente suggestiva, con un interminabile corteo che ha attraversato le città, fermandosi presso i salesiani, nella chiesa di sant'Ignazio, davanti alla Sinagoga, in piazza della Transalpina prima di arrivare alla Cattedrale di Nova Gorica. Ci sono stati molti interventi e si è parlato un po' di tutto ciò che preoccupa il mondo attuale. sono stati ricordati mons. Luigi Bettazzi e don Pierluigi Di Piazza, uomini che hanno contribuito fortemente a proporre la pace e la giustizia come soluzioni dei problemi che attanagliano popoli e nazioni.

Nel corso della solenne - fin troppo! - Messa finale, l'Arcivescovo di Gorizia Carlo Maria Redaelli ha ripercorso le tappe del cammino, sottolineando che solo l'amore scelto e vissuto nella libertà è l'antidoto all'odio, espressione sistematica del peccato, dal quale si generano tutte le guerre.

E' stata una bella esperienza, potrà servire a qualcosa? Il messaggio di questi giorni può raggiungere i luoghi dove parlano le bombe e i cannoni? E' difficile dirlo, tuttavia è vero che se ognuno dei partecipanti cercasse nel proprio piccolo di costruire relazioni di autentica pace e nonviolenza, ci sarebbe una ventata di speranza che attraverserebbe tutti i nostri territori. Non è un compito semplice però, perché sia mobilitante, l'annuncio della pace deve essere scomodo, far saltare sulla sedia, toccare nervi scoperti, denunciare l'ingiustizia. Il rischio di un certo estetismo c'è, è stato bello essere in tanti, gli uni accanto agli altri... Ma è necessario che questa bellezza si trasformi in scelta etica individuale e scelta politica conseguente. Altrimenti si rischierebbe di lasciare spazio all'ipocrisia, approfondendo l'abisso esistente tra le rette intenzioni, le sagge opinioni e la concretezza delle scelte quotidiane. 

In altre parole, l'efficacia della marcia della pace sarà evidente nei prossimi giorni, dalla traccia più o meno scomoda che avrà lasciato nel tessuto ordinario delle nostre vite.