mercoledì 12 ottobre 2022

Tutti in piazza per la pace, contro la guerra e l'invio di armi

Qualcosa, o qualcuno, finalmente si muove. Finita l'ubriacatura della campagna elettorale, a quella forte di Francesco e a quella numericamente flebile dei gruppi pacifisti, si è aggiunta la voce di alcune forze politiche italiane. Questa volta presumibilmente in tanti, forse molti anche tra coloro che hanno espresso il loro disagio non andando a votare, ci si troverà sulle piazze italiane. Si manifesterà per dare sostegno a chi è contro la guerra, in Russia, in Ucraina e in tutto il mondo. Si chiederà a gran voce che Putin fermi l'inaccettabile aggressione dell'Ucraina, che Zelensky accetti immediatamente di trattare una pace che riconosca i diritti dei russofoni che abitano nel Donetsk e nella Crimea, che gli Stati Uniti non interferiscano aggravando una situazione tremendamente delicata, che l'Unione europea si adoperi in tutti i modi per portare i contendenti alla trattativa e al dialogo, che non si inviino più armi all'Ucraina, le quali - come ampiamente previsto - hanno trasformato un conflitto risolvibile in un incubo acuito dalla minaccia nucleare.

Ecco, quest'ultimo è l'elemento discriminante, che rende incomprensibile o relega al livello di mera strumentalizzazione l'iniziativa del Partito Democratico, il quale - distinguendosi dagli altri - propone un sit-in davanti all'ambasciata russa a Roma chiedendo un armistizio, senza esprimersi intorno agli armamenti.

La manifestazione ad Aviano, il prossimo 22 ottobre alle ore 16.30, promossa da Europe for Peace e condivisa da numerose sigle, è schierata senza equivoci e vuole richiamare dall'intera regione Friuli - Venezia Giulia e dal vicino Veneto, tutti coloro che non vogliono genericamente la pace, ma che sono convinti che l'unico modo per ottenerla è rinunciare a qualsiasi utilizzo di armamenti e strumenti realizzati soltanto per seminare morte e distruzione.

Facciamo sentire alta la nostra voce. No alla guerra, no alle armi, sì al dialogo, alla trattativa, alla diplomazia.

Vaticano II, sessanta anni dopo. Alba o tramonto?

L'11 ottobre 1962 si apriva solennemente il Concilio Vaticano II. Si è trattato di un evento, durato poco più di tre anni (8 dicembre 1965), convocato da Giovanni XXIII con l'esplicita intenzione di aggiornare il cammino della Chiesa cattolica al tempo della modernità.

Molte sono le intuizioni innovative che hanno caratterizzato il Concilio. La più eclatante e immediatamente riscontrabile è stata la riforma liturgica, con l'introduzione delle lingue correnti al posto del latino nei riti. La Costituzione Sacrosanctum Concilium, approvata nel 1963, è stato il primo documento fondante approvato, la altre tre Costituzioni (Lumen Gentium sulla Chiesa, Dei Verbum sulla Rivelazione, Gaudium et Spes sul rapporto tra Chiesa Cattolica e Mondo contemporaneo), sono state promulgate successivamente, accanto a molti altri Decreti e Dichiarazioni dedicati a temi specifici, quali l'unità dei cristiani, il rapporto con le religioni, la formazione sacerdotale, le comunicazioni sociali, la scuola, l'apostolato dei laici e tanti altri.

Le altre grandi prospettive, aperte dal Vaticano II, sono meno conosciute e proposte non senza contraddizioni, dovute soprattutto alla necessità di raggiungere compromessi tra gli episcopati tradizionalisti e quelli progressisti. Il metodo di risoluzione delle controversie, basato sull'affermazione contemporanea di diverse posizioni, ha consentito di raggiungere la sostanziale unanimità di voto sulle prese di posizione ufficiali, lasciando nel contempo aperta la discussione su temi di grande importanza. Per esempio, se è vero il definitivo superamento dell'espressione "extra ecclesiam nulla salus", è altrettanto vero che la Lumen Gentium - a differenza della dichiarazione Nostra Aetate - afferma la presenza della pienezza della Verità soltanto nella Chiesa cattolica. Si parla di collegialità episcopale per ciò che concerne la guida della comunità, ma non viene neppure scalfito l'assoluto primato del Papa, meno che meno viene affrontata la questione dell'infallibilità "ex cathedra", proclamata dogmaticamente cento anni prima dal Vaticano I con un dettato a dir poco anacronistico. Si tratta dell'equiparazione della dignità di servizio tra laici e presbiteri, ma si ribadisce la distinzione addirittura "ontologica" tra sacerdozio battesimale e ministeriale. Si sottolinea il primato della libertà di coscienza sull'obbedienza alla legge, ma si ribadisce che l'unica realtà deputata alla corretta interpretazione della Scrittura e della Tradizione è quella del Magistero dei Vescovi in unione con il "Sommo Pontefice". Si raccomandano la piena partecipazione del cristiano alla vita pubblica e sociale e la scelta di un ripudio costante della guerra come strumento di risoluzione delle controversie tra le persone e i popoli, ma non si avviano processi di allontanamento dai privilegi e collateralismi politici e culturali che hanno spesso infangato il buon nome della Chiesa. Si proclama la libertà nei confronti dei beni materiali e terreni, ma non viene neppure sfiorata l'idea di uno smantellamento della Città del Vaticano, ultimo residuo di un potere temporale che dovrebbe essere considerato ormai definitivamente superato dalla Storia.

L'impressione è dunque che il Concilio Vaticano II abbia preso atto dei grandi cambiamenti che hanno interessato tutte le società planetarie negli ultimi due secoli, ma che non abbia voluto "definire" nulla, lasciando il compito di spostare i confini dell'interpretazione - più a destra o a sinistra, per usare categorie politiche - alle generazioni successive. Il che poi è accaduto, con molte tensioni, verso la Tradizione o verso il progresso, che hanno portato più volte la Chiesa sull'orlo dello scisma. Gli stessi vescovi di Roma che si sono succeduti hanno rilevato nella loro stessa persona tali contraddizioni. Paolo VI è colui che ha voluto continuare e portare a termine il Concilio, dopo la morte di Roncalli. Ha seguito i primi passi della sua applicazione, ondeggiando in modo assai sofferto tra innovazione (Populorum Progressio) e conservazione (Humanae Vitae). Giovanni Paolo I, nella sua brevissima esperienza durata appena un mese, ha avuto il tempo di passare dal plurale maiestatis alla prima persona singolare, ma anche di prendere in esame il dossier economico della Santa Sede, conoscenza che secondo le teorie complottiste ma non del tutto peregrine, sarebbe alla base della sua morte improvvisa. Giovanni Paolo II ha avuto una presenza molto incisiva sul piano delle relazioni ad extra, c'è chi lo riconosce come concausa del crollo dei muri tra est e ovest d'Europa, ma ha confermato con una certa rigidezza le posizioni meno avanzate del Concilio per ciò che concerne la vita interna della Chiesa. La sua posizione è stata enfatizzata dal suo successore, papa Ratzinger che con raffinata visione teologica ha ribadito la chiave ermeneutica della filosofia aristotelica e tomista come unica fondante l'identità teologica dei cristiani, lasciandosi poi travolgere da un'incredibile serie di scandali vaticani che lo hanno portato alle repentine e inattese dimissioni "per motivi di salute". Francesco ha affrontato il pontificato offrendo un campionario di atteggiamenti che hanno suscitato entusiasmo in una parte più avanzata della comunità credente e critiche anche feroci - spinte fino ai dubbi sulla legittimità dell'elezione - nell'altra parte più conservatrice.

In questa situazione, non basta dire che "occorre solo applicare i dettati conciliari", perché questo è già stato tentato negli ultimi sessanta anni, con il risultato di un'incertezza venefica sul cammino da seguire. E' vero anche che affermare tutto e il contrario di tutto può nell'immediato evitare scontri insanabili, ma a lungo andare il dubbio permanente può risultare molto più pericoloso e condurre all'insignificanza di posizioni sempre contraddette da quelle opposte. C'è bisogno invece di un nuovo Concilio, aperto anche alle altre chiese, alle religioni, ai diversi ateismi. Potrebbe essere un'assemblea mondiale di rappresentanti di alto livello, uniti nella ricerca di nuove coraggiose prospettive da offrire alla Chiesa cattolica del Terzo Millennio. Una simile assise avrebbe la legittimazione teologica e sociale per orientare autorevolmente le speranze suscitate dall'alba del Concilio Vaticano II, evitando che l'aurora si trasformi direttamente in tramonto. 

lunedì 10 ottobre 2022

Il Cimitero di Miren

La storia del cimitero di Miren/Merna ha fatto a suo tempo il giro del mondo. La linea di confine del 1947 lo ha infatti diviso in due parti, cosicché la teoria delle tombe era divisa dal filo spinato. Si raccontano mille episodi intorno all'assurdità di una divisione che è arrivata fino a dividere i morti, con gravi disagi per le famiglia, costrette a volte a rischiare l'arresto, se non anche qualcosa di peggio, pur di poter onorare i propri cari. Questa incredibile situazione è rimasta inalterata addirittura fino al 1974, quando il miglioramento delle relazioni tra Jugoslavia e Italia, ha consentito di spostare il confine e di farlo coincidere con il muro di cinta del camposanto. Oggi una linea retta di mattonelle arancioni ricorda ai visitatori non soltanto la fine di una vicenda che a provocato molte sofferenze nella gente, ma anche la stupidità intrinseca della guerra e delle conseguenze che essa provoca, a breve e lunga distanza di tempo. "Spomni se name" c'è scritto su ogni piastrella, "Ricordati di me", un invito a una memoria che si trasformi in impegno per la giustizia e per la pace.

Nelle stanze situate all'ingresso è stato allestito una bella esposizione documentaria, parte integrante di quello splendido "museo diffuso del Novecento" che ha permesso di cambiare destinazione alle casermette di frontiera, da luoghi deputati al controllo del passaggio delle persone e delle merci a opportune occasioni di ricordo del passato e di proiezione verso un futuro di impegno, di amicizia e di pace. Da ormai oltre quindici anni, la stazione della Transalpina, la Carinarnica tra via San Gabriele e l'Erjavčeva ulica, il Rafut, la torretta di avvistamento nei campi di Vrtojba e appunto il cimitero di Miren/Merna  sono diventati luoghi di approfondimento di ciò che è stato l'importante Novecento Goriziano, attrattivi e didatticamente molto ben allestiti. Naturalmente in Slovenia. Dalla parte italiana, nonostante le proposte portate già a partire dal 2007 dalla rivista Isonzo Soča a livello mediatico e in Consiglio Comunale soprattutto da Anna Di Gianantonio e dagli altri consiglieri del Forum per Gorizia, si è fatto ben poco. A parte l'appena inaugurata ma non ancora aperta e custodita sede del Rafut, la casa di Salcano è stata venduta ai privati, le strutture di Via San Gabriele, Šempeter e Merna sono in rovina e di un lavoro concordato con il Goriški Muzej restano solo l'auspicio e il desiderio. E' stata un'altra occasione perduta, una carenza grave nella possibilità di conoscere in maniera intelligente, costruttiva e coordinata il passato antico e recente di questa terra.

Già che ci si è, si segnala un'altra delle tante curiosità che si possono incontrare nel piccolo, ma storicamente importante cimitero. Una statua colpisce e attira subito l'attenzione. C'è una lunga scritta che giustifica tanto onore. Il defunto si chiamava Giuseppe Giovanni Marussig. Doveva essere un tipo in gamba, dal momento che viene ricordato come straordinario da familiari e amici "inconsolabili". In realtà è stato anche un po' sfortunato, vissuto poco più di 55 anni e morto poco dopo aver raggiunto la pensione, dopo 33 anni di lavoro. Ah sì, che lavoro? E' stato esperto capitano marittimo, al servizio del Lloyd Austro Ungarico. Un po' strano vero? Un uomo nativo di Miren, località ai piedi del Carso relativamente distante dal mare, diventa "valoroso" solcatore delle onde del Mediterraneo e - ci si può immaginare - anche dell'Oceano. 

Insomma, tutto ciò per dire che una breve visita il cimitero di Merna se la merita, magari accompagnata dall'acquisto dei buoni e sani prodotti della terra che gli agricoltori della zona quasi ogni giorno vendono nei paraggi. 

"Il latte dei sogni", un giorno in Biennale

 

Ieri sono stato a visitare la Biennale di Venezia 2022.

Molto interessante. Particolarmente originale risulta essere il taglio femminile e femminista dell'esposizione, le artiste sono la stragrande maggioranza e certamente questa particolarità incide fortemente sulla forza e la linearità dei messaggi. C'è inoltre una significativa accentuazione sociale e politica che rinvia in parte alla fine degli anni '60 e alla prima parte del successivo decennio, quando l'arte non era mai considerata fine a sé stessa, ma rinviava a una visione essenzialmente rivoluzionaria del presente.

Il tema dominante sembra essere proprio la possibilità stessa di un futuro. Scorrono immagini terribili, la cui trasformazione in opera poetica non diminuisce ma acuisce l'orrore. I macelli dove si compie il destino di milioni di animali cresciuti negli allevamenti intensivi si alternano alla distruzione sistematica del suolo e alla perdita di ogni rispetto nei confronti della madre terra.

Inutile dire che ci sono intensi richiami all'urgenza di un pacifismo in grado di contestare in ogni modo il proliferare delle armi, direttamente proporzionale alla crescita delle più assurde ingiustizie e di una spaventosa disumanità. Il punto di arrivo di questo percorso della societas globalizzata del Capitale e del Consumo è la catastrofe nucleare, non provocata tanto dall'insipienza degli strateghi del terrore quanto dall'inevitabile declino della stessa natura di homo sapiens. Il padiglione centrale, in diversi modi e attraverso le "forme artistiche" più diversificate, trasmette questa inquietante sensazione in ogni suo angolo. E' introdotto da un'enorme statua di un'elefantessa verde che sembra voler rappresentare il pachidermico viaggio nella cristalleria dell'antropologia e della biologia, il rischio di un'estinzione non certo determinata dalla volontà degli animali. Le esposizioni dei singoli Paesi riecheggiano l'argomento fondamentale, proponendo artiste individuali capaci di aggiungere qualche granello di speranza a una situazione riconosciuta comunque deprimente.

Come in ogni sua edizione, anche quest'anno la Biennale provoca e fa pensare. L'inquietudine valorizzata dalla bellezza del gesto artistico non è una masochistica e fatalistica chiusura dentro la propria malinconia. E' invece l'unica possibilità di essere e sentirsi pienamente umani, consapevoli dell'abisso vicino al quale si cammina, preoccupati per la generale incoscienza e nello stesso tempo ancora convinti che qualcosa, magari poco, sia ancora possibile salvare. La responsabilità umana è enorme, occorre assumere come compito l'assunzione del "latte dei sogni", titolo della rassegna. "Bere il Sogno" è accogliere la concretezza di un'utopia che non è il luogo impossibile, ma l'unica, ultima chance per la sopravvivenza di tutti.

La Biennale sarà aperta fino al 27 novembre. Vale davvero la pena di spendere una giornata per coglierne il potente appello.

mercoledì 5 ottobre 2022

Putin e Zelens'ky, venite nella pace ad Aquileia!

Tramonto nella basilica matriarcale di Aquileia
Era purtroppo fin troppo facile prevedere gli sviluppi della guerra fra Russia e Ucraina. Quello che non ci si poteva immaginare è che quasi nessuno avrebbe lavorato per favorire trattative e costruire accordi di pace. Tra le persone che hanno accesso alle prime pagine dei giornali, l'unico che è stato coerente, fin dal primo giorno, è stato papa Francesco. Non è un caso che lo spazio a lui dedicato sui media si è improvvisamente rarefatto, mentre fino all'inizio dell'attuale conflitto le sue esternazioni venivano immediatamente raccolte da tutti. Anche nel forte intervento della scorsa domenica le ha cantate a Putin, affinché la smetta di inviare truppe a massacrare e a farsi massacrare in Ucraina e le ha cantate a Zelens'ky, chiedendogli di accettare subito un dialogo per una tregua. Si può dire di tutto di questo vescovo di Roma - forse potrebbe spendere qualche parola in più sul Tigray o sulla straordinaria protesta delle donne dell'Iran - ma non che non si sia impegnato per fermare i combattimenti in Ucraina.

E così accade che il conflitto, endemizzandosi, diventi sempre più grave e che possa da un momento all'altro allargarsi ad altri Paesi o interagire con altre situazioni delicate del Pianeta. Non si deve dimenticare poi la crisi energetica, con tutto il patrimonio di speculazione che porta con sé, al di là della facile attribuzione di responsabilità solo al protrarsi della guerra in territorio europeo. Le minacce - reali o strategiche che siano - di utilizzo della bomba atomica rendono ancor più surreale il clima, da una parte  dall'altra dell'Atlantico. Nel bel mezzo di questa confusione ci si mette anche la Corea del Nord con i suoi test missilistici verso il Giappone e con la risposta statunitense nella stessa zona.

Insomma, c'è tanta benzina sul fuoco e ormai il classico cerino potrebbe essere gettato da un momento all'altro. Come correre ai ripari? Ci si aspetterebbe un soprassalto gigantesco delle diplomazie di tutto il mondo, un correre da una parte all'altra dell'Europa per trovare immediate e durature situazioni. Invece no, il problema è ancora fermare Putin con le sanzioni che stanno per mettere in ginocchio tutti i paesi che le applicano e l'invio di ulteriori sofisticate armi al presidente ucraino. Ormai dovrebbero essere quasi esauriti gli arsenali delle armi convenzionali custodite negli Stati Uniti e nell'Unione europea. Adesso che fare? Migliorare la qualità e aumentare la quantità? O inserirsi finalmente in un cammino opposto a quello percorso finora, accogliendo - tutti, non solo Putin e Zelens'ky - l'appello a deporre gli strumenti di morte e ad avviare strategie di fraternità e pace?

Nova Gorica e Gorizia potrebbero essere luoghi in cui avviare trattative, ma nonostante le intenzioni esplicitate sui giornali, non se ne è fatto nulla. Aquileia potrebbe essere ancora di più adatta, come luogo di riferimento storico anche per le popolazioni di Kiev e di Mosca. Questi nostri territori che hanno visto tanto sangue versato, possono ora diventare faro ci collaborazione, solidarietà e pace per tutto il mondo. questa sarebbe la vera porta della "capitale europea della Cultura". Con la mediazione di Francesco, si potrebbe inviare l'invito agli emissari di Putin e Zelens'ky, affinché comincino a incontrarsi da queste parti, fuori dai riflettori planetari. Il sindaco di Aquileia ha già pubblicamente raccolto con convinzione la proposta, nel corso della presentazione del Libro delle 18.03, sottolineando come la Basilica patriarcale (o meglio, matriarcale) sia stata consacrata nel 1031, prima quindi dello scisma tra Oriente e Occidente. Come tale è riconosciuta sia dagli ortodossi russi che dagli uniati ucraini e in questo caso anche le confessioni cristiane interessate, potrebbero effettivamente essere e sentirsi "a casa propria".

martedì 4 ottobre 2022

Save the date. Il 7 ottobre Gratton presenta al Kulturni dom il libro su mons. Pietro Cocolin

 

La copertina: case a Saciletto. Di Evaristo Cian
Venerdì 7 ottobre, alle ore 18 presso il Kulturni dom di Gorizia, il giornalista e scrittore Pier Paolo Gratton presenterà il suo libro "Non lasciatemi solo. Storia di Mons. Pietro cocolin, il Vescovo che voleva fare il parroco". Introdurranno il volume il direttore del Kulturni dom Igor Komel, il sindaco di Ruda Franco Lenarduzzi, il vicario generale dell'Arcidiocesi Armando Zorzin e il giornalista Andrea Bellavite che ha curato la prefazione del testo.

E' una biografia. L'autore ripercorre infatti tutti i passaggi della vita del protagonista, cominciando dalla nascita a Saciletto di Ruda, ripercorrendo gli anni della gioventù fino all'ingresso in Seminario. Dopo l'ordinazione sacerdotale, inizia il racconto delle prime esperienze ministeriali, a Cormons e Terzo d'Aquileia. L'approdo alla amatissima Aquileia e poi la nomina al duomo di Monfalcone sono gli antefatti dell'inattesa chiamata alla cattedra dell'Arcidiocesi di Gorizia. Sono gli anni dell'immediato dopo Concilio e mons. Cocolin non si risparmia nel tentativo di attuare nel territorio Goriziano le grandi intuizioni dell'assise romana. Gratton narra gli avvenimenti e scandagli l'animo con il quale vengono affrontati, attraverso una documentazione eccezionale, quella fornita dai diari scritti dallo stesso vescovo e quella offerta dalle ricche e vivaci testimonianze dei collaboratori, degli amici e dei familiari. Ne emerge un ritratto toccante e interessante, di un uomo che percepisce la propria solitudine nell'affrontare un compito enorme, in anni molto delicati per il contesto ecclesiale e sociale, con l'aiuto di molti collaboratori ma anche con la critica sistematica di molti detrattori. Come recita il sottotitolo, chissà quante volte il vescovo avrebbe voluto tornare a essere un semplice parroco, senza dover porsi come "padre" davanti a quei compagni di sacerdozio che fino a poco prima erano stati suoi "fratelli"!

E' anche un libro di storia. Il pregio del volume curato da Pier Paolo è quello di sfuggire  alle tentazioni dell'agiografia e della retorica. Questa qualità è resa possibile dallo sguardo acuto dello storiografo che analizza accuratamente i contesti. Si conoscono così gli ambienti agricoli del ventennio fascista nella Bassa Friulana e si evidenzia l'assurdità del processo di italianizzazione del territorio, evidente anche nella Chiesa e nel Seminario di Gorizia nel quale vengono espulsi e perseguitati i candidati sloveni. Si assistono a scene da "don Camillo e Peppone" nei primi passi da parroco di mons. Cocolin, coinvolto nelle diatribe tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista nell'immediato dopoguerra. E ci si accorge che forse la vera sfida al cristianesimo, quella più difficile da vincere, è quella lanciata dalla società del consumismo, della secolarizzazione e della crisi dei valori. I quindici anni di episcopato a Gorizia raccontano di un uomo che vuole dare alla sua comunità ecclesiale uno sguardo universale, aprendo la missione in Costa d'Avorio. Sottolineano la passione per la comunicazione e per il rinnovamento, evidenziano il desiderio di costruire relazioni importanti e fraterne fra le chiese sorelle di Gorizia e di Koper/Capodistria, notano la consapevolezza dell'importanza di un profondo e radicale cambiamento culturale e sociale. Non mancano le incertezze, come accade in ogni vicenda umana, i dubbi suscitati dal caso Sant'Anna, il coinvolgimento del clero agli inizi del caso Basaglia, il lancio dell'idea di un grande convegno ecclesiale di chiarimento e rilancio pastorale, osteggiato al punto tale da suscitare nel presule un senso di delusione profonda. Forse il dialogo - è un ipotesi dell'autore, non documentata in quanto il contenuto è ancora nascosto negli archivi - con il Papa Giovanni Paolo II nel corso della visita ad limina all'inizio del 1967 o forse proprio la sensazione di non riuscire a raggiungere l'obiettivo prefissato, hanno fiaccato anche il suo fisico e lo hanno portato alla breve malattia che lo ha condotto alla morte, ad appena 61 anni.

Gratton lancia anche una proposta molto concreta. Nel testamento l'Arcivescovo ha lasciato scritto il desiderio - nei limiti delle possibilità - di essere sepolto nella Basilica di Aquileia. Chissà, forse questo libro potrebbe smuovere qualcosa e rendere concreto il realizzarsi di tale mandato, con un trasferimento delle reliquie (nel senso di "ciò che rimane") dalla Cattedrale di Gorizia alla Basilica Patriarcale.

In ogni caso, un libro da leggere e una presentazione al Kulturni dom da non perdere!

lunedì 3 ottobre 2022

3 ottobre, Giornata della Memoria e dell'Accoglienza

 

Il 3 ottobre 2013, a poche miglia dal porto di Lampedusa, il naufragio di una delle tante navi di un'effimera speranza, ha provocato la morte di 368 persone, alle quali sono da aggiungere 20 dispersi.

368 esseri umani, soggetti di diritto come ogni altro simile, hanno perso il dono prezioso della Vita, inghiottiti dai flutti del mare profondo.

Non sono certo gli unici, da allora fino a oggi, il Mediterraneo si è bevuto altre 24.473 esistenze, un vera voragine nella quale è coinvolta anche la mostruosa indifferenza con la quale vengono ormai accolte notizie di questo genere.

E' uno dei motivi per i quali è stata istituita la Giornata della Memoria e dell'Accoglienza, un momento di riflessione, di ricordo e di indispensabile impegno. Ogni anno, il centro delle commemorazioni è sempre Lampedusa, ma un'altra città italiana si propone come richiamo a tutte le altre. Di solito si è trattato di città di approdo dei migranti in fuga dalle guerre e dalla fame, quest'anno la scelta è caduta su Trieste.

Un centinaio di persone si è riunita nel comune di san Dorligo della Valle (Dolina) e ha simbolicamente percorso un brevissimo tratto della rotta balcanica, altro percorso nel quale tante vite si sono spezzate, a a causa delle percosse ricevute o degli improbi attraversamenti di boschi e di fiumi impetuosi. Ci sono stati brevi e interessanti interventi, ma a parlare più di ogni discorso sono stati i segni del passaggio quotidiano di decine di persone, provenienti dal vicino confine con la Slovenia, giunti in Italia dopo inenarrabili difficoltà, nella speranza di essere accolti. Molti di loro, fino allo scorso anno, venivano rintracciati e riportati in Slovenia, da lì in Croazia e poi in Bosnia, in una specie di tragico gioco dell'oca vissuto alle spalle dei più poveri fra i poveri della Terra, stranieri in terra straniera. Giunti quasi alla meta e prima di essere "beccati" dalle forze dell'ordine, dopo aver perso tutto ciò che possiedono, devono librarsi perfino della loro identità, per non essere respinti nel Paese dal quale sono partiti o per farsi riconoscere come minorenni non accompagnati. E devono anche lasciare tutto ciò che potrebbe servire a un'improbabile identificazione. E così, il dolce percorso nel bel bosco che nasconde l'orrendo parco dei serbatoi petroliferi di san Dorligo, a poche centinaia di metri dalla romantica e affascinante Val Rosandra, è cosparso di vestiti abbandonati, sacchi a pelo, documenti sparsi, perfino fotografie strappate che lasciano presagire storie ben più dolorose che avventurose. Ogni giorno, racconta il sindaco di Dolina, tutto viene raccolto e portato all'inceneritore e ogni giorno si torna daccapo, uno stillicidio di piccole memorie disseminate sull'orlo della foresta.

Come non pensare ai corpi martoriati, quelli che Linea d'Ombra, con Lorena, Gianandrea e tanti altri accolgono e curano ormai da anni nel Piazzale dei Popoli davanti alla stazione di Trieste? O a quelli ammassati nei nuovi lager costruiti dal capitalismo, in Libia, in Turchia, nelle isole greche, in Centri Per il Respingimento come quello di Gradisca? Cosa ne sarà di un'Europa incapace di trovare pace nei suoi stessi confini, pronta a costruire nuovi muri finalizzati a dividere il Mondo tra il regno dei ricchi e quello dei poveri? Cosa ne sarà di un Pianeta nel quale l'80% della popolazione fa molta fatica a trovare qualcosa da mangiare, mentre il 20% viene schiacciato dall'eccessiva abbondanza che crea obesità fisica e intellettuale? Nel quale una minima parte si può permettere di viaggiare per puro piacere, mentre l'altra - vilipesa e maltrattata dalla prima - può muoversi solo rischiano la vita nell'attraversare deserti, mari e boschi selvaggi, soltanto per poter dare un futuro di sopravvivenza alla propria famiglia?