Di giorno in giorno le proporzioni della catastrofe diventano più grandi e si ha la sensazione che il numero enorme di dispersi sia in procinto di trasformarsi in quello dei morti. Un pensiero al popolo del Venezuela, alle vittime e alle famiglie provate da così immenso dolore.
Quando c'è una guerra, si possono individuare precise responsabilità, dai politici che l'hanno decisa agli intellettuali che l'hanno sostenuta, dai generali che l'hanno coordinata fino ai soldati che l'hanno combattuta. Nel caso di un evento naturale, a parte gli sforzi per la prevenzione e la gestione dell'emergenza e della ricostruzione, si può forse attribuire a qualche essere umano un qualche ruolo?
Muoiono decine di migliaia di persone, colpevoli di trovarsi in quel momento all'interno di un edificio crollato o sulle sponde di un fiume tracimato o su una costa travolta dallo tsunami. Muoiono tutti, adulti e bambini, sani e malati, peccatori e santi, onesti e corrotti: la terra trema per tutti allo stesso modo. E' vero, come sempre i più ricchi hanno le case antisismiche e riescono a sopravvivere anche all'ottavo grado Richter. Ma il massacro di una moltitudine, che senso ha? Perché accade? Quale terribile colpa può avere un bimbo appena nato, per essere costretto a finire la sua vita tra atroci dolori, sepolto sotto un palazzo di dieci piani?
In queste occasioni viene chiamato in causa Dio. Per i non credenti, il dolore dell'innocente è prova sufficiente per ritenere che non esista un Onnipotente, meno che meno sia possibile definirlo padre buono e provvidente. Per i credenti, si tratta di un grande mistero, di fronte al quale non si può fare altro che chinare il capo e rispettare una volontà incomprensibile, ma infinitamente più grande di quella umana. In altre parole, Dio non spiega il perché di una tragedia, ma è vicino a chi la vive, tenuto in grembo come il Cristo della Pietà, tra le braccia della madre.
Forse la nostra ragione ha sempre bisogno di una spiegazione, la coscienza richiede sempre una sia pur effimera risposta. Si prega e non si ottiene ciò che si desidererebbe, non si prega e magari ci si salva rocambolescamente. Se ci si salva e si è superstiti, si attribuisce spesso l'evento a Dio e si proclama il miracolo: uno è sopravvissuto, chissà perché proprio lui, mentre altri diecimila sono morti. Se i propri cari non si salvano, la fede debole dei parenti li porta dritti alla bestemmia, quella più forte a una sorta di malinconica rassegnazione.
E se il divino fosse davvero assolutamente fuori dallo spazio e dal tempo? Se non avesse nulla a che fare con i meccanismi che regolano l'immenso Universo? Se non fosse da ringraziare per le cose buone che ci accadono e neppure da portare sulla sedia dell'imputato nel processo che vorrebbe definire il colpevole di un terremoto?
E' una possibilità, quella di pensare alla fede come a un orizzonte fiduciale, scelto liberamente nella sfera più intima della coscienza. Una specie di aria trascendente che si respira, ma della quale non si può avere alcuna concreta percezione, determinata dalle categorie che determinano il funzionamento della nostra ragione. L'accettazione di un Dio così, può sembrare molto evanescente, è una posizione sicuramente confinante con il più intenso atesimo. Ma concepirlo "totalmente altro", del tutto "al di là" è forse l'unico modo umano per continuare a credere: un Dio che non ha nulla a che fare né con la natura - funzionante secondo le proprie specifiche leggi - né con la storia - lineare o circolare che essa sia, dipendente esclusivamente dalla libertà dell'individuo e dai meccanismi che regolano la vita della società.
Insomma, un Dio che c'è, ma non c'entra: si muove ogni foglia, senza che Dio lo voglia.
La vita e la morte sono certamente un mistero ed eventi drammatici, come quello di questi giorni in Venezuela, o altre analoghe tragedie di immani proporzioni, che purtroppo accadono spesso nel mondo, ci danno la misura della nostra impotenza e fragilità. Hai ragione Andrea, la natura si muove secondo le proprie leggi, ed è fuorviante tirare in ballo Dio, serve solo a scaricare responsabilità che invece sono tutte, o quasi tutte, umane. E benché le leggi e i ritmi della natura siano al di fuori del nostro controllo, è proprio l'intervento umano - o la sua negligenza - a fare la differenza tra la vita e la morte di così tante persone, come sta emergendo e come hanno dimostrato, anche in un passato recente, gli esiti disastrosi di altri eventi naturali estremi. Il mancato rispetto di regole e tecniche costruttive antisismiche, l'utilizzo di materiali scadenti, la speculazione edilizia, la scarsa o assente cura del territorio sono senza dubbio il risultato di scelte scellerate, oltre che del totale disprezzo del bene collettivo e della vita di altri esseri viventi.
RispondiEliminaAnna V.