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sabato 14 dicembre 2024

Zimske urice: sabato 21 ore 11 da Maks a Nova Gorica il secondo dialogo filosofico teologico

Mirt Komel, Andrea Bellavite, Marcel Štefančič da Maks
Segnatevi la data, perché questo incontro è di quelli da non perdere! 

Nell'ambito delle "Zimske urice" (titolo della prima grammatica slovena di Adam Bohorič del 1584, in latino "Arcticae Horulae", conservata anche nella biblioteca di Kostanjevica), splendida rassegna che si terrà presso la Knigarna Kavarna Maks a Nova Gorica (Delpinova ulica), sabato 21 dicembre, alle ore 11, si terrà la seconda conversazione filosofico-teologica tra il filosofo Mirt Komel e il teologo Andrea Bellavite.

Nel primo incontro, collocato ai limiti della stagione estiva alla presenza di un numeroso pubblico, si è parlato dell'esistenza del Trascendente in rapporto al mistero del bene e del male. In questa occasione la riflessione, nel giorno del solstizio e del passaggio tra l'autunno e l'inverno, sarà incentrata sul tema della vita, della morte e del desiderio di immortalità.

Come sempre, si spazierà dalla filosofia antica a quella contemporanea e dal mondo religioso ebraico a quello cristiano e islamico, senza trascurare le suggestioni dell'Oriente. La conversazione sarà rigorosamente bilingue, nel senso che ciascuno si esprimerà nella propria lingua materna, con brevi sintesi dedicate a chi non conosce quella dell'altro.

Si tratta di un altro appuntamento, inserito nella rassegna Zimske urice che durerà dal 19 al 21 dicembre, della splendida realtà della libreria caffetteria Maks che, di giorno in giorno, sta diventando uno dei più importanti punti di riferimento per le persone che amano e generano la Cultura (con la C maiuscola) di Nova Gorica e Gorizia.

giovedì 5 settembre 2024

Con Mirt Komel da Maks a Nova Gorica, un dialogo filosofico-teologico

 

Ohraniti sanje, di Mirsad Begic (1953)
Venerdì 6 settembre, alle ore 11, presso la splendida libreria Maks in Delpinova ulica a Nova Gorica, ci sarà il primo dei tre dialoghi filosofico teologici fra lo scrittore Mirt Komel e il sottoscritto.

Il primo incontro si inserisce nella ricchissima settimana di eventi denominata "Mesto knjige", la città del libro. Nel contesto della stagione estiva, ormai avviata verso la fine, si parlerà di dio e degli dei, della guerra e della pace, della gioia e del dolore.

Il tema della rassegna è "Spomin", da tradurre forse più con "memoria" che con "ricordo". Ciò renderà possibile affrontare anche alcune domande di fondo, spesso trascurate e marginalizzate nel contesto attuale. Per esempio, che cosa è la teologia? Cosa ha a che fare con i "discorsi sugli dei" dei pensatori greci e con il trionfo del monoteismo in ambito cristiano, ma soprattutto ebraico e musulmano? In che rapporto il riferimento al Trascendente condiziona l'esercizio della guerra o favorisce la ricerca della pace? E' possibile un linguaggio condizionato dallo spazio e dal tempo intorno a un oggetto per definizione al di là dello spazio e del tempo? Si può parlare di ciò che non si può conoscere? E ancora, cosa c'entra dio con la sofferenza umana? Con le malattie, con i cataclismi che affliggono l'umanità, con i bambini atrocemente travolti dal male "provocato" da altri esseri umani o dall'imperscrutabile scorrere degli eventi naturali?

Una delle possibili risposte è "no, non c'entra niente", tutto ciò che accade è affidato solo alla libera interpretazione e responsabilità umane. Dio è il "totalmente altro" che può essere affermato e creduto soltanto in quanto tale, svincolato dagli argini imposti alla e dalla ragione. In questo senso la teologia può ri-centrare il proprio oggetto, riportandosi proprio al tema di Mesto knjige: non cerca di assolvere o condannare il divino, non lo porta neppure sul banco degli imputati, ma prende atto e riflette sull'esperienza storica di coloro che "in nomine Dei" hanno dato un significato alla propria vita e hanno impresso una svolta (spesso catastrofica!) alla Storia. In questo caso il ragionamento procede da una memoria - quella essenzialmente contenuta nei libri ritenuti dai credenti ispirati o dettati dall'Assoluto - per scoprire un senso (esiste un senso?) nel presente e orientare una scelta improntata al desiderio di un futuro. Teologia quindi non come discorso su Dio, bensì come interpretazione dell'esperienza umana alla luce di un trascendente che, secondo la Bibbia, non si dovrebbe neppure nominare.

E la filosofia? E' possibile un dialogo fra un teologo e un filosofo? 

Beh, la risposta - o almeno un tentativo di risposta - la trovate domani, venerdì 6, se venite da Maks alle 11. Ah sì, sarà un esperimento di bilinguismo passivo, ognuno parlerà la propria lingua nella certezza della comprensione da parte dell'altro. 

sabato 31 agosto 2024

La "fine" del castigo "eterno"

 

Sono ormai pochi i preti che predicano prospettando ai fedeli i castighi inenarrabili che li aspettano, nel caso si trovino in condizione di peccato. Una frettolosa e interessata interpretazione del simbolo - usato secondo i vangeli da Gesù - della Geenna, la discarica di rifiuti nella periferia di Gerusalemme, ha sintetizzato tale rovina con il fuoco inestinguibile. Il grande Dante ha poi costruito con una monumentale opera di fantasia una "summa" dei supplizi che attendono l'umanità reietta. Ci si può sorridere sopra, ma intere generazioni sono state formate da queste immagini che hanno seminato il terrore fin dalla più tenera età.

Se si ascoltano Papa Francesco, la maggior parte dei Vescovi e dei preti, si ha tutt'altra impressione e probabilmente i corsi di catechesi e le omelie successive al Vaticano II sono state in generale ben più confortanti e tranquillizzanti. Sembra che l'inferno non sia più un argomento su cui riflettere, mentre la "salvezza" (di solito non meglio identificata) pare una cosa molto buona non riservata certamente ai soli cristiani e nemmeno soltanto alle persone buone. L'antica lezione del grande padre della Chiesa Origene (II secolo) riguardante la salvezza universale è diventata molto attuale, rilanciata perfino da un teologo sapiente ma assai tradizionalista come Urs Hans von Balthasar che proponeva la formula dell'esistenza di un inferno (possibilità della libertà umana di giungere fino alla scelta della propria dannazione) svuotato dal primato in Dio dell'Amore sulla Giustizia.

Fino a qua tutto bene, solo dei sadici fanatici potrebbero godere dell'eventuale sprofondamento nell'incendio eterno di chicchessia, indipendentemente dalla simpatia o antipatia di ogni soggetto.

La domanda da porsi è tuttavia teologica e deve essere rivolta ai portatori di questo antichissimo e ora rinnovato consolante annuncio riguardante l'amnistia generale alla fine del tempo. La conseguenza di tale affermazione non può che essere la cancellazione dello spazio/tempo della dannazione e lo svuotamento del regno dei demoni. Ciò è presupposto fra l'altro anche nell'articolo del Credo relativo alla "discesa agli inferi del Cristo", con la contestuale liberazione di Adamo ed Eva (cioè dell'intera umanità) dalle "catene che li tenevano prigionieri". Tale "verità di fede" è stata proclamata per la prima volta nella chiesa aquileiese.

Allora, la soppressione dei riferimenti all'inferno e al principe dei demoni è un cedimento al politicamente corretto che imporrebbe di non esagerare con la minaccia di tuoni e fulmini da parte dello Zeus di turno? Oppure la Chiesa cattolica immagina di cambiare il proprio catechismo e addirittura modificare uno dei dogmi che le ha consentito di dominare sule coscienze per quasi 1700 anni, dall'epoca dell'editto di Tessalonica (380) fino quasi ai nostri giorni?

Il dogma del resto è ovviamente insostenibile. Anche il più convinto credente non potrebbe mai accettare razionalmente che il Dio che egli stesso proclama amorevole e misericordioso, preveda il concetto stesso di pena eterna, comminata a reati che per definizione eterni non possono essere in quanto in ogni caso limitati nello spezio e nel tempo. Una pena eterna, che non finisce mai, infinitamente ed eternamente dolorosa! Neppure il più efferato sistema giudiziario umano arriverebbe mai ad immaginare un qualcosa di enormemente più grave della stessa inaccettabile pena di morte (contingente e non certo eterna).

Ma se togliamo a Dio anche la prerogativa del giudizio finale, cosa gli rimane, dopo aver scoperto con la scienza buona parte dei misteri del Creato, dopo aver demolito il concetto di Provvidenza contemplando i bambini inceneriti ad Auschwitz (o a Gaza, a Karthoum o in mille altri luoghi) o sepolti sotto le macerie del terremoto e dello tsunami, dopo aver riscoperto il fascino totalmente umano di assaggiare il frutto proibito della conoscenza del bene e del male?

Non gli rimane niente, a livello razionale, proprio niente. L'unico modo per assolvere Dio da ogni responsabilità rispetto a ciò che accade nella storia è affermare la totale separazione tra il destino dei viventi, determinato dal caso o dalla responsabilità individuale e collettiva, e l'esserci di una divinità, al di là dello spazio e del tempo, raggiungibile soltanto con l'atto di una fede, assolutamente svincolata dalla ragione. Una fede che non toglie all'uomo la necessità di cercare, scegliere e decidere è un'esperienza matura che non fonda l'azione sul desiderio del premio o sulla paura del castigo, ma sull'impegno serio e totalizzante, da "persuaso" direbbe Michelstaedter, con la meravigliosa, drammatica e affascinante avventura della Vita.

Ci può essere un ambito di incontro tra l'alterità assoluta del divino e la storicità dell'essere? Se c'è, non può che collocarsi sul piano del simbolo, come dimostrato dall'iconografia paleocristiana precedente la libertà religiosa sancita da Costantino, o immediatamente successiva, come dimostrano i mosaici teodoriani di Aquileia (314-319), fatti coprire 80 anni dopo forse perché troppo scandalosi nella loro straordinaria naturalità e nel contempo non-razionalità.. La stessa esperienza del Cristo non può che essere intesa sul piano simbolico, là dove la sua parola e la sua azione rivelano la verità sull'essenza dell'umano - sostanzialmente pace, armonia cosmica, perdono, nonviolenza, fraternità, sororità, soprattutto Amore. E là dove la sua risurrezione, del tutto in-comprensibile sul piano filologico o scientifico, non può che essere la conferma, oltre lo spazio e il tempo della vita e della morte, di un appello all'esistenza nell'Amore e alla speranza ineffabile di un qualcosa che è e resta ineffabile, cioè indicibile.

Meditate genti, meditate...

giovedì 27 giugno 2024

Mirt Komel a Medsočje, contemplando Il tiglio spezzato

 

Questo post ripropone un articolo scritto per il notevole settimanale Novi Matajur. E' l'occasione per segnalare un'interessante e bella lettura.

Introdotto da una spettacolare copertina, è stata infatti pubblicata l'edizione in lingua italiana del libro Il tiglio spezzato, del filosofo e scrittore Mirt Komel . L'autore di Nova Gorica, già conosciuto in Slovenia per i suoi pregevoli romanzi, può così essere apprezzato anche in Italia, grazie all'ottima traduzione di Miha Obit e alla disponibilità della piccola ma assai benemerita casa editrice Qudu di Gorizia.

Nell'originale, il testo si intitola Medsočje e si riferisce a un affascinante paesino della valle dell'Isonzo, dove si verificano diversi eventi che ne sconvolgono l'apparente serenità. Ci sono tutti gli elementi del giallo, con una scrittura lineare che rende l'intrigo avvincente. Non entrando ovviamente nella trama che coinvolge il lettore dalla prima all'ultima pagina, c'è da dire che il romanzo si presta a diverse letture.

La prima è storico filosofica, là dove i contesti immaginari intrecciano e trovano spessore nelle reali vicende quotidiane della Soška dolina e della Repubblica di Slovenia È interessante la descrizione di un presente complesso, sospeso tra un passato in grado ancora di essere divisivo e un futuro incerto. La domanda, classica ma in questo contesto originale, è quella di sempre, ovvero il senso stesso della realtà, ammesso che essa esista e in ogni caso se ne possa parlare.

La seconda è psicologica. Mirt Komel ci accompagna in una viandanza vertiginosa nei meandri del conscio, dell'inconscio e del subconscio. Si è costretti a immedesimarsi nei diversi personaggi e da ogni pagina si esce con la netta sensazione di essere parte integrante della vicenda narrata. Il "chi sono io?" rimbomba nella mente con il fragore di un’impetuosa cascata e obbliga non tanto a una risposta, quanto alla percezione consapevole della drammaticità, individuale e collettiva, della domanda.

La terza è paesaggistica e naturalistica. Per chi conosce e frequenta la valle dell'Isonzo non è difficile perdersi nella memoria e lasciare spazio alla creatività. Si accompagna volentieri il giornalista per le vie di una Medsoče che potrebbe essere Kanal, Tolmin oppure anche Spodnje Nehovo o qualche altro borgo abbandonato alle pendici del Korada. Si cammina per i boschi pieni di anfratti e nascoste sorgenti, ci si affaccia dai ponti della Soča (Isonzo), che scorre orgogliosa, incurante delle vicende degli umani e dello sfruttamento provocato dalle dighe e dagli scarichi industriali.

Sulla fragile linea di confine tra l’essere e l’apparire, tra l’io e la collettività, tra la natura e l’uomo, tra la vita e la morte, c’è anche la terra di nessuno dove si misurano, pur senza incontrarsi, il trascendente e l’immanente. Il “mistero” – nel senso etimologico del termine, “ciò di cui non si può parlare”, è in agguato, ma rimane ineffabile, in-comprensibile. Nella scrittura intelligente, profonda, libera e spesso molto divertente di Mirt Komel, si riscontra uno sguardo simpatetico e quasi amorevole su tutto ciò che è “umano”, nelle sue dimensioni del visibile e dell’invisibile.

Assolutamente da non perdere, cinque asterischi su cinque disponibili.

giovedì 2 novembre 2023

Non è ver che sia la morte, il peggior di tutti i mali...

 

La Natura accompagna in modo particolare in quest'anno la commemorazione dei defunti. E' il 2 novembre, il periodo è quello. Le foglie cadono dagli alberi, il buio incombe sui programmi quotidiani, il vento caldo non può che suscitare presagi infausti, il freddo intenso è alle porte, attende il passaggio della perturbazione per farsi sentire.

Le genti vissute nell'emisfero nord hanno dato sempre un particolare significato a questi giorni. Per gli antichi, era tempo di ricordo di coloro che avevano già superato l'autunno della vita ed erano passati dall'altra parte. i cristiani hanno santificato i defunti, congiungendo indissolubilmente il concetto dell'al di là con quello dell'appartenenza alla comunità dei salvati. I postmoderni hanno storpiato, per così dire "all'americana", così "Tutti i santi" sono diventati Halloween. Si è sempre festeggiato, con i riti, con le azioni in famiglia, con i ricordi mesti e gioiosi, perfino con gli alimenti, dalle ossa di morto sintetizzate nelle dolci favette ai cibi tipici della stagione. 

In fondo, dietro a tutto questo, c'è l'ombra oscura della morte. Ognuno tenta in qualche modo di esorcizzarla. Ci si può ridere sopra, mimarla con spavalderia, neutralizzarla con la forza delle liturgie, addolcirla con i sapori dei cibi e con i profumi dei fiori. C'è anche chi, Damian Hirst nell'opera "For the Love of God" (2007), ha utilizzato un teschio e lo ha ricoperto di 8000 diamanti che generano infiniti arcobaleni di luce, ben sapendo di non riuscire, neppure in questo modo, a stemperare nell'arte l'orrore della fine. Ma al fondo resta la domanda delle domande. Chi ero io prima di essere concepito? Che cosa sarà di me dopo la mia morte? 

Sono interrogativi ingenui, eppure tutti ce li poniamo. Sono ingenui, perché la nostra coscienza è dominata dalla ragione e la ragione non può travalicare i propri limiti, ovvero le categorie dello spazio e del tempo. Ci possono essere di aiuto la fede e la speranza, ci può consolare il mistero dell'Amore, ma niente può spiegare che cosa ci sia al di là di quel passaggio misterioso, di quel muro altissimo, di quel con-fine "che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude". Si può constatare, scientificamente, che effettivamente "nulla si crea nulla si distrugge e tutto si trasforma" ed è perfino possibile, con una certa angoscia, scoprire in cosa si trasformi. Ma che cosa ne sia della coscienza di esserci, che cosa comporti questo ultimo salto nel buio del nulla, questo nessuno lo ha mai potuto dire o comunque nessuno che abbia compiuto questo balzo sembra sia tornato indietro per raccontarlo.

Lo stesso inaudito annuncio cristiano della Risurrezione non è una risposta razionale al perché o al cosa della morte. E' evidente in ogni racconto evangelico la distanza infinita tra la presenza precedente e quella seguente l'evento della prima Pasqua. Non si dice che cosa sia accaduto, si interpella la fede, ovvero un dimensione di conoscenza totalmente differente rispetto a quella della ragione. Non solo, del tutto diversa anche da quella della religione, intesa proprio come sistema razionale di miti, riti e regole morali determinate sempre ed essenzialmente dalla ragione.

Si può allora sperare? Si può credere in un destino buono che attende ogni vivente in quello che la tradizione cristiana ha definito "l'ultimo giorno"? Certo che si può, a condizione che non lo si sperimenti come un soluzione consolatoria all'impossibile quesito, ma come richiamo alla dimensione altra, talmente altra rispetto a quella razionale da rendere improbabile, se non addirittura potenzialmente distruttiva, un'effettiva relazione. E' la condizione di una gioia ed è la percezione di una Bellezza, che Agostino definiva "tanto antica e tanto nuova" e che sfugge a ogni possibile comprensione, una sorta di concetto kantiano del "sublime" o di concezione irriducibile del "sacro"

In altre parole, per "salvare" la fede nella "Vita eterna" occorre "rinunciare" all'atto della ragione, riservando quest'ultimo alle vicende della storia, generale e quotidiana, dove appunto il successo e la rovina dell'essere non dipendono da un'imperscrutabile Provvidenza, ma soltanto dalla libera scelta di ogni essere umano oppure dalla struttura fisica e chimica di un Universo totalmente indifferente nei confronti di ogni suo minuscolo e radicalmente solitario frammento.

domenica 20 agosto 2023

De burkinibus... est disputandum

 

Uno dei temi più dibattuti in questa estate, è stato avviato dalle prese di posizione della sindaca di Monfalcone Cisint e del sindaco di Trieste Dipiazza contro le donne musulmane che hanno deciso di fare il bagno vestite.

Come al solito, si sono formati due opposti schieramenti. Da una parte, soprattutto ma non esclusivamente a destra, si è applaudito alle posizioni dei due primi cittadini, invocando motivi di igiene e di opportunità, richiamando perfino "il rispetto delle nostre tradizioni". Dall'altra, soprattutto ma non esclusivamente a sinistra, si è denunciata la violazione dei più elementari diritti della persona a vestirsi come vuole e a scendere in acqua con l'abito che ritiene più adatto.

C'è anche chi ha, giustamente, denunciato la duplice oppressione della donna, costretta in alcuni Paesi a doversi vestire come vuole il potere patriarcale e in altri, procedendo dalle stesse ragioni, a doversi svestire quando raggiunge una spiaggia.

In realtà il problema è più serio di quello che sulle prime si potrebbe pensare. E' in discussione infatti proprio il rapporto tra il corpo e l'abito che esprime le convinzioni e gli stili di vita di ogni essere umano. E' lecito legiferare o regolamentare il modo di vestirsi? Non lo si può negare. Se qualcuno gira per la città nudo o in costume da bagno succinto, viene preso in carico dai vigili e probabilmente multato, perché agisce contro una regola in generale condivisa. In Francia e in altri Paesi europei si è molto discusso sulla legittimità dell'uso del burka e le leggi hanno determinato la necessità che ogni persona possa essere identificata. Lo stesso è accaduto a Venezia, dove è stata vietata la libera circolazione di persone con maschere che non consentano il riconoscimento. Questo per dire che in effetti non c'è nulla di strano nel fatto che alcune leggi possano essere emanate, procedendo dalla percezione del comune sentire, o meglio del sentire della maggioranza.

Ci sono quindi due risvolti, uno filosofico e uno giuridico. Sul primo è in atto un'ampia riflessione, incentrata sull'importanza del corpo e sulle modalità attraverso le quali esso, soprattutto quello femminile, può essere manipolato da parte delle varie forme di Potere. Non basta affermare la libertà di ciascuno di agire come gli sembra più opportuno, occorre anche chiedersi fino a che punto un essere umano sia effettivamente "libero", nel momento in cui compie certe scelte. Per esempio, una donna che fa il bagno vestita "per motivi religiosi", lo fa per scelta o per costrizione? Lo fa di sicuro per scelta, perché così è stata formata ed educata. Fino a che punto si ha il diritto o il dovere di imporre una visione culturale diversa dalla propria a chi si inserisce nella vita sociale di città e paesi, regolamentando anche aspetti ordinari della vita civile? Accettare che un marito imponga alla moglie di fare il bagno vestita per non mostrare agli altri uomini il proprio corpo, è rispettare la cultura di quella famiglia o assecondare un'odiosa costrizione? 

Sul piano giuridico la situazione è paradossalmente meno complessa, a meno che non si ritenga che sia una valida soluzione emettere senza alcuna ulteriore riflessione inutili e quasi ridicole ordinanze oppure - mi si consenta - che possa essere effettivamente utile un flash mob che porti qualche decina di persone a inzupparsi i calzoni a pochi metri dalla spiaggia.

Un sindaco dovrebbe svolgere il proprio compito che è quello, secondo l'etimologia della parola, di "garantire la giustizia insieme a tutti i cittadini". Quindi la proposta è: perché non creare un tavolo di discussione, in Comune, dove affrontare insieme il tutto. Potrebbero essere invitati i membri della commissione pari opportunità del Consiglio Comunale, le/i rappresentanti delle associazioni dei musulmani presenti sul territorio, le rappresentanti delle associazioni che tutelano i diritti della donna, eventuali sociologi e filosofi di provata competenza. In questo modo ciascuno, con serenità e profondità, potrebbe spiegare il senso della propria posizione e tutti insieme si giungerebbe a fornire al/alla sindaco, gli elementi sufficienti per prendere una decisione seria, ponderata e rispettosa del parere di tutti.

Non sarebbe una buona idea, prima di offrire in pasto all'opinione pubblica le immagini delle donne che sono entrate in mare vestite, senza immaginare il putiferio che avrebbero scatenato e prima di impoverire la discussione su un problema serio con gesti folkloristici, utili non in sé stessi ma soltanto se accompagnati dalla proposta di un approfondimento condiviso del tema?

giovedì 8 giugno 2023

Non è ver che sia la morte...

Cimitero acattolico di Roma (archivio personale)
C'è un'ora, fissata per ogni essere vivente.

E' l'istante in cui il respiro svanisce, il cuore cessa di battere, la coscienza sprofonda nell'abisso.

Per quanto ci si sforzi di dimenticarlo, per quanto sia peraltro necessario rimuovere il pensiero perché altrimenti sarebbe impossibile lavorare, amare, costruire, per quanto ciò sia paradossale, alla fine del percorso c'è per tutti e per ciascuno un'immensa, altissima muraglia.

Al di là del dolore che ogni distacco comporta, al di là del pensiero che cerca di condividere o assegnarsi risposte, al di là della speranza con la quale l'attende o la cerca il più povero, la Morte rimane la questione insoluta della Vita. La filosofia dell'essere ha riempito di sé ogni anfratto dell'esistere, la tecnica ha soppiantato l'emozione e ogni angolo del reale è stato indagato, analizzato, sezionato. Tutto trova una sua spiegazione, dal mistero del concepimento in un grembo materno all'istante originario del Tutto - almeno di questo Universo - fino allo scoccare improvviso di un sentimento d'amore.

Il riempimento del vuoto cosmico e la ragione ormai spalancata fino ai confini dell'infinito eterno come pure la religione che è stata progressivamente confinata nelle riserve dell'incomprensibile, non sono riusciti a superare la barriera apparentemente più semplice, derivante dalla ovvia constatazione che ogni vivente va incontro alla morte. Che cosa c'è al di là della siepe? Ci attende l'"essere" oppure il "nulla"? Come non angosciarsi davanti alla Totalità o al "Ni-ente" che sfuggono alle categorie spazio temporali del nostro intelletto?

Eppure questa è la domanda radicale, la più interessante in ogni istante del nostro percorrere le vie del mondo. Ed è l'ansia più profonda, il "sublime" Kantiano che ci afferra la gola quando contempliamo il cielo stellato e le sue immense profondità e ci sentiamo piccoli e fragili. Possiamo conquistare i Pianeti lontani, ma non sappiamo alcunché del destino di chi ci ha preceduto, di Eschilo e Aristotele, di Buddha e di Cristo, di Ildegarda di Bingen o della primigenia Lucy, di Oetzi ritrovato intatto sul ghiacciaio Similaun o del Neanderthal che ha forato un osso d'orso per trarne le prime affascinanti melodie della storia, di nostro padre o di nostra sorella, con i quali abbiamo condiviso tanto nel breve frammento della nostra effimera storia.

No, non c'è una risposta soddisfacente alla domanda delle domande e forse è giusto che sia così. Nella sapienza universale che sembra ormai essere patrimonio di ogni sapiens, resta una finestra ancora aperta sul Mistero. Ciò che è "oltre" è l'unica sorpresa possibile che ci può ancora interessare e la tensione verso questa inesplicabile potenziale "non-sapienza" riempie di valore ogni istante, anche il più minimo frammento che l'attende. 

In fondo, al di là delle spiegazioni chimiche e psichiche, non l'hanno intuito i teologi, gli scienziati o i più insigni pensatori, bensì gli artisti e i poeti. Oltre la morte non c'è assolutamente nulla di comprensibile con la ragione, si può sperimentare la sua incontrollabile potenza, anche nella scorrere della Vita, soltanto nell'inspiegabile e istantanea emozione dell'Amore, tremenda fragile limitata finitezza, clamorosa dimenticanza della consapevolezza di essere rinchiusi nell'angusta e dorata prigione della spazio temporalità.

domenica 14 maggio 2023

I care: spunti sulla vita di don Lorenzo Milani

 Dalla rivista online Apertamente ricavo questo mio articolo, in vista dell'ormai prossimo centenario della nascita di don Lorenzo Milani. E' un po' lungo, ma credo valga la pena dedicrae qualche minuto. (ab)

Don Lorenzo Milani nasce a Firenze il 27 maggio 1923 e muore, sempre a Firenze, il 26 giugno 1967.

Pochi anni di vita, pochi chilometri percorsi, eppure il suo messaggio ha i connotati dell’avvenimento storico e ha raggiunto tutti i confini della terra.

Cresciuto in una ricca famiglia fiorentina, portatrice di diverse culture e valori, improvvisamente e con grande sorpresa dei suoi amici e parenti, decide di lasciare ogni forma di comodità e carriera per entrare in Seminario e diventare prete. Forse ha compiuto questa scelta per un sottile senso di colpa derivato dalla consapevolezza di essere nato privilegiato, forse è rimasto colpito – come lui stesso ha raccontato – dal rimbrotto di un mendicante che gli aveva detto “non si mangia il pane bianco nelle strade dei poveri”. Fatto sta che tutta la sua esistenza è stata dedicata a innalzare la cultura delle persone con le quali ha condiviso la sua missione.

Don Lorenzo inizia la sua missione In un’Italia lacerata dalle divisioni politiche tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Viene inviato come aiuto parroco a san Donato a Calenzano, nella periferia industriale del capoluogo toscano. La sua prima “impresa” è la realizzazione della scuola popolare, una sorta di università degli illetterati. Per mesi si alternano sulla “cattedra” alcuni tra i personaggi più noti e influenti della politica, della cultura, del giornalismo e dell’economia, suscitando accesi dibattiti e appassionati momenti di confronto e di dialogo. E’ il tempo dell’elaborazione del primo libro, le famose “Esperienze pastorali”, un testo che ancora oggi – o forse a maggior ragione oggi – dimostra una straordinaria attualità. Ovviamente l’impegno del cappellano non piace a tutti e ben presto le lamentele dei benpensanti occupano la scrivania del vescovo, l’ottuso cardinale friulano Ermenegildo Florit. Ben distante dalla tempra spirituale del suo predecessore – il cardinale Elia Della Costa che aveva fatto chiudere ostentatamente i balconi della sua residenza al passaggio del corteo di Hitler e Mussolini nel 1938 – il presule non trova altra soluzione che quella di inviare lo scomodo giovane prete a Barbiana, nell’alto Mugello.

Per capire cosa sia Barbiana, basta andarci, tenendo presente che negli ultimi ottanta anni le strade sono totalmente cambiate, ovviamente in meglio. Da Firenze si sale a Borgo san Lorenzo, da lì un percorso asfaltato tortuoso conduce a Vicchio (il paese di Giotto!). Si imbocca una stradina che attraversa uno stretto ponte a schiena d’asino e si trova l’indicazione – forse l’unica esistente – per Barbiana. Ci si inerpica per un viottolo, fino a non molto tempo fa un vero e proprio tratturo, sugli spalti del Monte Giovi. Si intravvedono, lontano, qua e là, caseggiati contadini oggi rimaneggiati, ma a quei tempi quasi diroccati. Si arriva a un bivio, dal quale si scende, in circa un chilometro su terreno franoso, al “centro” di Barbiana. Una canonica incollata a una chiesetta, qualche albero e, un centinaio di metri più in basso, un piccolo cimitero di montagna. Ci si volta di qua e di là, niente, sembra di essere arrivati nel Deserto dei Tartari di buzzatiana memoria.

Insomma, una delle menti più fervide e dei cuori più appassionati dell’Italia del tempo, viene relegato in una parrocchia sostanzialmente inesistente, successore di nessuno, dal momento che dall’inizio del secolo la sede parrocchiale era vacante. Chi non si sarebbe ribellato? Chi non avrebbe mandato a quel paese l’obbedienza al vescovo? Chi non avrebbe invocato l’appoggio di amici potenti, che peraltro a lui non mancavano? Don Milani no, non si rifiuta, prova tutta la sofferenza del mondo, lascia san Donato e si trasferisce a Barbiana, talmente deciso a restarvi per tutta la vita da acquistare immediatamente lo spazio in cimitero dove oggi si trova la sua tomba.

Non si perde d’animo e immediatamente crea la scuola che avrebbe reso celebre il minuscolo borgo del Mugello. Reclutati uno a uno nelle case coloniche, i bambini venivano a scuola 365 giorni l’anno, a volte camminando oltre due ore per andare e tornare. Imparavano dal priore a leggere, a scrivere, a conoscere il mondo. Diventavano un po’ alla volta padroni della “parola”, il formidabile strumento che, solo, consente agli uomini di essere liberi, entravano nei meccanismi della politica e dell’economia, diventavano capaci di viaggiare, di incontrare altri mondi, perfino di nuotare, imparando in una rudimentale fossa chiamata pomposamente piscina a salvare altri esseri umani nel caso ci si fosse trovati testimoni di un naufragio. Tutto era finalizzato a conoscere e ad amare e rispettare tutti gli esseri viventi e a non lasciarsi schiavizzare mai da nessuno. Il motto – divenuto molto noto – “I care” campeggia ancora oggi sulla porta dell’aula scolastica, accanto ai grafici delle elezioni politiche del 1966, ai sestanti per lo studio dell’astronomia e alla ricca biblioteca. Significa “mi sta a cuore, mi interessa”, come scriveva lo stesso don Milani “il contrario del motto fascista me ne frego”.

Negli interessi della scuola c’era soprattutto la storia e l’educazione civica. Una riflessione sul ruolo dei cappellani militari che avevano criticato l’obiezione di coscienza e sulla necessità di contestare la disciplina militare, aveva suscitato uno scandalo e don Milani fu portato in tribunale. Il suo memoriale difensivo si trasformò in un capolavoro, anch’esso tuttora attualissimi, “L’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”. Nella spietata analisi, si rileva come nessuna guerra alla quale l’Italia ha partecipato negli ultimi duecento anni è stata difensiva, se non la Resistenza che ha consentito di scacciare i sostenitori del razzismo, della violenza sistematica e dell’aggressione imperialistica al mondo.

A difesa dei suoi scolari, sistematicamente bocciati nelle scuole statali del tempo, don Milani inventa la scrittura collettiva, costruendo insieme a tutti i ragazzi di Barbiana la “Lettera a una professoressa”. E’ un inno all’importanza dell’istruzione come fondamento della libertà, una traccia definitiva per la strada di ogni persona che abbia l’onore di svolgere questa, che non può essere definita professione ma vocazione e missione. Sono cambiati i tempi e la situazione sociale del Mugello e dell’Italia non è certo quella di quegli anni. Ma il contenuto della “Lettera” è quanto mai attuale anche oggi, non tanto forse per la denuncia di un  analfabetismo letteralmente inteso, quanto per quello culturale, più sottile e difficile da riconoscere. Il testo richiama le suggestioni latino americane del rapporto Faure e la scrittura rivoluzionaria del “Descolarizzare la società” di Ivan Ilich, collegandosi di fatto con le più importanti istanze mondiali relative alla necessità di una riforma strutturale del sistema dei percorsi didattici ed educativi.

Grazie alla collaboratrice Eda Pelagatti, la scuola di Barbiana è stata anche luogo di amicizia, di costruzione di rapporti, di incontri incredibili con personalità di ogni genere. Gli “amici” di don Lorenzo affrontavano volentieri le curve del viottolo per raggiungere le panche sulle quali venivano trattati come imputati a un processo, bersagliati da migliaia di domande che gli scolari avevano preparato per poter conoscere meglio i misteri della società, attraverso il racconto di qualificati testimoni. Per conoscere la vivacità di tali momenti di incontro, i percorsi intellettuali del priore e anche le sue intime preoccupazioni, basta leggere i due meravigliosi epistolari, pubblicati già pochi anni dopo la morte, le “Lettere di don Milani” e le meravigliose “Lettere alla mamma”, un tributo d’affetto alla figura di gran lunga più influente nella sua vita, ma anche un vero e proprio trattato esperienziale di psicologia e di filosofia.

I pochi anni di vita di don Lorenzo Milani hanno rivoluzionato la scuola, la società e la chiesa cattolica, che ha trovato in lui un testimone credibile e affidabile della necessità prima e dell’attuazione poi, del Concilio Vaticano II (1962-1965). Le incomprensioni con la gerarchia fanno parte del passato, del suo passato. Barbiana ha ricevuto negli scorsi anni addirittura la visita di papa Francesco e il 27 maggio è atteso il presidente della Repubblica Mattarella. Le strade sono state risistemate e gli eredi degli antichi scolari vivono in caseggiati ristrutturati e moderni, la situazione precedente è soltanto un ricordo. Barbiana è meta di pellegrinaggi continui e forse tra un po’ quello che era considerato un prete ribelle sarà canonizzato e innalzato agli onori degli altari.

Sarebbe un bel segno per la Chiesa, ma forse anche un pericolo. Molte volte la proclamazione della santità è un formidabile modo per disinnescare la potenza dei messaggi che vogliono inquietare e trasformare il mondo. Anche la memoria di don Milani seguirà questa strada? La sua profezia sarà inglobata in una nuova stagione nella quale il suo pungolo verrà arrotondato e non ferirà più le coscienze?

Può darsi. In effetti, al di là della potenza trascinante del fondatore, i messaggi trasmessi hanno aleggiato come spirito creativo e hanno portato a qualche modifica e a qualche timida riforma. Tuttavia oggi – nonostante gli sforzi di una classe insegnante in generale molto consapevole e cresciuta proprio sul seme degli insegnamenti milaniani, nella società sembrano tornati di moda le differenze di classe, il razzismo fattuale di chi chiude la porta ai migranti, perfino la distinzione tra scuole umanistiche e tecniche, la condanna per la moltitudine dei poveri a una povertà sempre più accentuata e il percorso dei pochissimi ricchi verso una ricchezza sempre maggiore.

Insomma, c’è bisogno più che mai di un nuovo “don Milani”, magari anche senza il “don”.

mercoledì 10 maggio 2023

I cento anni di don Milani. La mia "prima volta" a Barbiana

Alla fine di questo mese si ricorderanno i 100 anni dalla nascita di don Lorenzo Milani, avvenuta il 27 maggio 1923.

La mia "prima volta" a Barbiana fu il 2 maggio 1978. Era un giorno pieno di nebbia. La strada da Vicchio era un tratturo, appena transitabile con difficoltà. A un certo punto si interrompeva e occorreva proseguire a piedi. Un po' il tempo, un po' la realtà delle cose, non si vedeva nessuna casa intorno. L'ultimo chilometro era di fatto un sentiero scavato su un costone di terra franato e all'improvviso...

...Ecco la canonica, con il tozzo campanile della chiesa di Sant'Andrea. Il silenzio era interrotto dal canto degli uccelli, naturalmente tutto era chiuso ma dalla fessure nelle porte si poteva intravvedere la stanza - scuola dove ogni giorno - 365 giorni all'anno - il priore riceveva le decine di bambini che, camminando anche per due ore, raggiungevano il luogo e imparavano a leggere, a scrivere e a diventare uomini liberi. C'era anche una buca intonacata, la piscina dove si doveva scoprire come salvare le persone, nel caso ci si fosse trovati in una situazione di naufragio.

Avevo voluto conoscere i luoghi che mi avevano entusiasmato leggendo. Dalla Lettera a una professoressa all'Obbedienza non è più una virtù, dai magnifici epistolari alle Esperienze pastorali, avevo l'impressione di una rivoluzione in corso, di un seme gettato nella chiesa, nella scuola e nella società che - presagivo in quei tempi - avrebbe modificato per sempre il modo di vivere individuale e collettivo. La monumentale biografia scritta da Neera Fallaci aveva consentito di tracciare la cornice esistenziale nella quale si inserivano i passi di don Lorenzo, dalla vita in famiglia all'inattesa scelta del Seminario, dai primi ma già straordinari passi a San Donato a Calenzano all'incredibile trasferimento a Barbiana.

Mentre scendevo sull'erba bagnata verso il cimitero sottostante, per un pensiero sulla tomba del parroco, pensavo a questa figura, una delle menti più brillanti del XX secolo italiano, confinato in un "fuori dal mondo" accentuato dalla nebbia, dalla quale emergevano ogni tanto sparuti alberi contorti. Un vescovo incapace di intendere e volere, il friulano Ermenegildo Florit, lo aveva spedito su una montagna del Mugello, una parrocchia costituita da case solitarie sparse per chilometri e chilometri, una solitudine abissale. Chi avrebbe potuto resistere in una situazione del genere? E chi avrebbe portato fino a questo estremo l'obbedienza alla guida formale della diocesi, se non colui che avrebbe demolito per sempre la "virtù" di un'obbedienza alle autorità svincolata da quella, fondamentale, alla propria coscienza?

Don Lorenzo Milani è riuscito in questa impresa, non senza una profonda sofferenza interiore che gli ha minato la salute fino a condurlo alla morte, a soli 44 anni, il 26 giugno 1967.

In quel giorno del 1978 la casa quasi diroccata, evanescente in un mattino piovoso di primavera, la frana che interrompeva la strada, l'aula scolastica con la scritta I care appena percepibile dalle fessure che rompevano il legno, tutto ma proprio tutto raccontava la storia straordinaria di un prete destinato a cambiare la storia, seme che muore per portare molto frutto. Solo pochi avevano letto i suoi scritti, se lo si nominava, pochissimi asserivano di averne sentito parlare. E se si parlava di lui, ancora molti esponenti della chiesa storcevano il naso, mettevano in guardia, cercavano di sconsigliare, di criticare, di censurare...

Poi tutto è cambiato e ora don Lorenzo Milani viene considerato unanimemente un profeta, un Maestro con la M maiuscola, un genio delle relazioni, un punto di riferimento indiscutibile. Le strade sono state da lungo tempo sistemate, la casa canonica restaurato e abbellita, Barbiana è diventata meta di pellegrinaggi continui, Papa Francesco è arrivato in elicottero a rendere omaggio a colui che era stato ignominiosamente cacciato da una parrocchia solo perché voleva educare la gente alla libertà di coscienza e di parola. A fine mese è atteso il presidente Mattarella, insieme a migliaia e migliaia di persone che hanno letto, studiato, amato la storia di questo prete. Forse sarà perfino canonizzato e il suo nome sarà inserito tra i "grandi" della Chiesa che attraverso l'inferno dell'incomprensione e dell'emarginazione sono poi stati innalzati - dopo la morte - al paradiso della riabilitazione e dell'entusiasmo. Spesso la canonizzazione è un formidabile strumento per soffocare l'urlo inquietante di giustizia e verità del Profeta inascoltato.

Per questo forse io non dimenticherò mai la forza dirompente, l'energia travolgente di un luogo immerso nella nebbia e nel silenzio, il tratturo interrotto da una montagna d'argilla da scalare, la tomba scavata tra i più poveri dei poveri, il canto degli uccelli che sembrava annunciare una speranza - o forse una potente illusione - di straordinaria novità.

giovedì 20 aprile 2023

Nella dialettica degli opposti, solo l'amore è rivoluzionario

 

E' l'eterna lotta tra la luce e le tenebre, tra il gallo che canta l'inizio del nuovo giorno e l'animale del "tartaros" che predilige le tenebre. E' il continuo permanere della dialettica fra gli opposti, la colonna con il premio sembra quasi l'asta di una bilancia. A volte pende da una parte, a volte dall'altra, nell'eterno incontro/scontro che contrapponendo la dualità rende possibile il miracolo dell'unità.

Come conoscere la luce, se non ci fosse il buio? Come essere consapevoli del bene, se non sperimentassimo il male? Come potrebbe esistere il mondo, se ci fosse soltanto il giorno e non la notte?

E' la battaglia senza pause tra Michele, l'arcangelo guerriero e il drago, come pure quella del mitico san Giorgio o della mite Margherita. La drammatica complementarietà si trova nelle descrizioni di Ermes Mercurio, il messaggero (in greco angelo) degli dei, raffigurato spesso insieme al gallo, alla tartaruga, all'ariete (udite udite, studiosi dei mosaici aquileiesi!). Ma è un'inquieta caratteristica anche della gnosi dei primi secoli, aspramente combattuta dalla sedicente ortodossia, ma fondamentalmente alternativa ermeneutica del Gesù cosmico e del Cristo pantocratore (ancora Ermes...). Come in ogni guerra che si rispetti, spesso - non sempre - le sconfitte anticipano le vittorie e così l'annichilimento dei movimenti gnostici trova una sua inattesa rivalsa nelle concezione post e ultramoderna della società. E forse, per dirla tutta, chi ha deciso cosa sì e cosa no (intendo, inserire nel sacro canone dei libri riconosciuti ispirati dal divino spirito), ha cercato di silenziare dei testi nei quali appare in tutto il suo splendore il genio femminile di Maria Maddalena e gli apostoli - proprio tutti, a partire da Pietro - restano umiliati nella loro (e nostra) imbarazzante incapacità di comprendere.

Insomma, se Michele la spuntasse definitivamente, sarebbe finita la storia, che è costruita dal continuo intersecarsi delle diversità, proprio come l'universo non esisterebbe se cessasse all'improvviso la forza di gravità. Nell'iconografia in realtà il drago è schiacciato ma non mai ucciso e si suppone che fuori dal nostro sguardo la situazione potrebbe essere rappresentata altrettanto concretamente con le posizioni opposte. In fondo, gli iconografi sembrano offrire qualche chance all'apparente sconfitto, presentato di solito con un volto simpatico che induce maggiormente alla tenerezza che all'orrore. Anche la diade morte/vita rientra dentro questa riflessione, rimanendo all'Aquileia Mater, Giona inghiottito dal pesce e Giona rigettato dal pesce. Quello sotto il pergolato di zucche richiama invece un'altra storia, quella "al di là" del tempo e dello spazio, fuori dalla portata dei nostri miseri ragionamenti.

Allora, si può scegliere il bene invece del male, la luce invece delle tenebre, la vita invece della morte? Un certo limite di libertà anche c'è, sia pur minimo all'interno di uno svolgersi della dinamica creazione/redenzione che sfugge pressoché sempre alle potenzialità di conoscenza dell'umana ragione. In realtà, ognuno agisce per il bene, la luce e la vita, ma oltre le sue intenzioni la storia universale procede indipendentemente dalle scelte individuali, anzi, anch'esse spesso si rivelano decisive in modo opposto alle intenzioni con le quali sono state poste.

E allora? Allora si viva intensamente ogni istante, perché alla nostra coscienza non è dato altro momento nel quale determinare la qualità del nostro essere che non sia proprio ed esattamente "questo" istante, quello in cui sto scrivendo, quello in cui forse qualcuno sta leggendo. E' la maestà dell'istante che qualifica l'intera esistenza, frammento infinitesimale della storia di questo Cosmo che fors eruota insieme ad altri innumerevoli cosmi intorno a un inconoscibile centro di gravità permanente.

In questo istante si determina la qualità della vita. Forse, moralmente, il piccolo e immenso obiettivo, il fragile ma straordinario scopo di questa sequela - ahimè finitissima - di istanti è quello di accogliere e comunicare l'Amore. L'Amore travalica la dualità e riempie lo spezio della luce e delle tenebre, del bene e anche del male, perfino della morte e della vita. L'Amore permea di sé tutte le cose, ne è il fondamento creativo e ne consente la permanenza permanente, sia pur cangiante, nel tempo. Solo l'Amore è rivoluzionario, perché supera la dialettica degli opposti e li riunifica senza separarli, un po' come diceva del Cristo cosmico (straordinariamente somigliante a quello - condannato! - della gnosi combattuto da Ireneo di Lione), il Concilio di Nicea, un'ipostasi due fysis, oggi si dice, una persona due nature, quella trascendente e quella immanente.