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domenica 12 marzo 2023

Parentesi domenicale, ispirata da un buon cespo di radicchio

 

C'era volta un giovane re. Un giorno, dalla finestrella della torre più alta del suo castello fatato - talmente fatato da consentirgli di vedere molto lontano, nonostante la sua forte miopia - vide una bellissima fanciulla che portava al pascolo una dolce pecorella.

Acceso d'amore per la sconosciuta, decise immediatamente di donarle tutto ciò che di più bello avrebbe potuto immaginare. Fece chiamare dal suo segretario - che poi era anche suo fratello - i servi, per ordinare loro di seminare ovunque soltanto il meraviglioso fiore che si chiama rosa, estirpando da tutti i terreni del regno la vite, il frumento, la soia, le patate, i cavolfiori, i tulipani e così via.

Ma qui si pose il primo problema. I servi erano impegnati in una manifestazione sindacale e non potevano presentarsi al cospetto del re prima del giorno successivo. Inoltre, era da tempo che avevano acquisito il titolo di lavoratori e non accettavano di accorrere al comando di un tizio, sia pur importante come il re, che li chiamava ancora servi.

Il re andò su tutte le furie e per consolarsi tornò nella stanza più alta del maniero per deliziarsi della vista della leggiadra fanciulla. Ed ecco, lei era ancora là, e sembrava del tutto ignara di ciò che le sarebbe potuto capitare, da un momento all'altro. Ci si può solo immaginare quanto questa visione avesse ulteriormente infiammato il cuore del monarca, che inviò di nuovo il fratello a chiamare immediatamente i servi, senza accettare alcuna scusa, né di riunioni sindacali, né di quisquiglie nominali.

Ma anche questa volta la sua attesa andò delusa. Il messaggero gli disse una strana parola, tipo riferito, referato o referendum che - a sua detta - si sarebbe svolto qualche anno prima. Era stata proclamata una nuova forma di potere che si chiamava repubblica o qualcosa del genere. Nessuno se ne faceva più niente dei re e chi comandava veniva scelto dal popolo. "O meglio - pensava il fratello del re mentre gli riportava tali ferali notizie - era nominato da coloro che riuscivano a convincere il popolo a decidere per l'uno o per l'altro". 

A queste parole il re non ci vide più. Sì, già prima non vedeva un accidente, se non da quella finestra dell'alta torre del castello fatato e così via. Ma questa volta era proprio arrabbiato e per la prima volta nella sua vita decise di uscire dalla sua enorme casa, parlando direttamente a quelli che fino a quel momento aveva pensato fossero i suoi servi e che ora non aveva capito come avrebbe dovuto chiamare. Soprattutto voleva imporre, con le buone o con le cattive, di coltivare soltanto le rose, lasciando perdere tutte le altre inutili colture che servivano soltanto a quell'ignobile occupazione animale che consisteva nel mangiare. "Che muoiano pure tutti i miei sudditi, basta che il regno sia coperto di rose e che io le possa donare alla straordinaria fanciulla" - si disse con determinazione, dopo essere salito dove già sappiamo per accertarsi che fosse ancora laggiù, dove era riuscita a catturare il suo primo sguardo. 

Nonostante la ritenesse un'azione indegna di un re, prima di uscire decise di mangiare qualcosa e senza distinguere bene cosa ci fosse nel piatto, cominciò a sbocconcellare un cibo squisito. Mentre lo assaporava, sentiva diminuire il suo sdegno e nel contempo crescere in lui una sensazione di pace. Aprì gli occhi e si sentì mancare. Non c'erano più il castello fatato - che essendo fatato era scomparso improvvisamente nel nulla - e non c'era più la torre dalla quale si affacciava per vedere la radiosa fanciulla. Nel piatto c'era un elegante cespo di radicchio rosso, dall'inconfondibile forma di una meravigliosa rosa. E davanti a lui c'era un cameriere premuroso e un po' spaventato, con un tovagliolo bianco sul braccio, che gli stava chiedendo se andasse tutto bene.

Il re, tornato nella sua vera veste di impiegato in pausa pranzo, si riscosse un attimo dal torpore e rispose con molto buon umore all'attento personaggio che, a pensarci bene, in comune con la dolce ragazza che lo aveva ammaliato aveva soltanto la statura e quella macchia bianca intorno al braccio. "Niente paura - gli disse - sto bene. Se possibile, mi porti ancora una terrina piena di questo buon radicchio". Se lo divorò in quattro e quattr'otto, dimenticandosi totalmente della fanciulla e delle rose. Il giorno dopo, finito il turno di lavoro, si recò dall'oculista e tutti - anzi, tutte e tutti - vissero felici e contenti.

giovedì 8 dicembre 2022

In bici da Aquileia a Tallin, sulla via dell'ambra

 

Molto interessante è stato mercoledì sera il racconto di Roberto Tomat ad Aquileia. Chi è Roberto Tomat? E’ un simpatico signore di 71 anni che nella vita ha fatto molte cose, tra esse il custode nel Museo Archeologico Nazionale, nonché anche il sindaco di Aquileia. Dopo il raggiungimento della pensione, ha iniziato a dedicarsi allo sport da sempre amato ma raramente praticato. E così ha iniziato a correre, a piedi e in bicicletta. Si è talmente impegnato da diventare un campione nazionale della sua categoria d’età, si è dedicato alla maratona e alle corse con lunghe distanze, con risultati straordinari. In bicicletta, ormai da nove anni, percorre distanze e dislivelli incredibili, con un lungo viaggio ogni anno, con sempre lo stesso punto di partenza, la sua abitazione ad Aquileia. Ha iniziato ad andare fino alla Puglia per partecipare alla festa della taranta, poi si è fatto in bici il cammino di Santiago, il giro della Grecia, la Sicilia e ha raggiunto tante altre mete, portando con sé il messaggio di pace, di unità nella diversità delle lingue e delle culture, si amicizia tra i popoli che deriva dalla lunga storia della città friulana.

Quest’anno Roberto ha voluto percorrere la Via dell’Ambra, alla ricerca dei luoghi di origine di questo prezioso materiale fossile che ha consentito la realizzazione di tanti meravigliosi gioielli custoditi nel museo aquileiese. Inforcata la sua bicicletta, preparato un carico del peso che si addice a chi vuole percorrere tanta strada fidandosi della forza delle proprie gambe, è partito verso la sua meta, Tallin, la capitale dell’Estonia, sul lontano mare Baltico. I primi giorni sono stati faticosi, prevedendo il superamento di alcune catene di montagne, quelli successivi meno impegnativi dal punto di vista delle salite, ma sempre molto per ciò che concerne le distanze. Il “cammino” è stato costellato di incontri, favoriti dal carattere molto estroverso del bravo corridore, capace di farsi capire e di dialogare con il linguaggio delle mani e con le espressioni degli occhi con chiunque. Del resto, come non essere ben disposti nei confronti di chi viaggia munito soltanto di una bicicletta e di uno zainetto, tanto più se con una barba bianca che inevitabilmente fa pensare a Babbo Natale. Le porte sono sempre aperte e lo scambio di pensieri, di racconti e di complimenti è quasi inevitabile.

Il Tomat si è sciroppato ben nove Stati, attraversando contesti linguistici, culturali, religiosi, storici alquanto diversificati. Partito dall’Italia, ha oltrepassato di seguito i confini con la Slovenia, con l’Austria, con la Slovacchia, con la Repubblica Ceca, con la Polonia, con la Lituania, con la Lettonia, infine con l’Estonia, oltre duemila chilometri di sforzo fisico, relazioni interpersonali, piccole e grandi avventure, memorie storiche, monumenti bellissimi e architetture diversificate. Nove frontiere, senza mai mostrare una carta d’identità, sarebbe molto bello se questo privilegio non fosse riservato solo ai cittadini dell’Unione europea e se chi arriva da altre parti del mondo, fuggendo fame, guerre e persecuzioni, non fosse rifiutato e rinviato senza complimenti nel Paese d’origine.

Nella serata aquileiese c’è stato lo spazio anche per la generosità. Roberto non corre soltanto per sé stesso, ma anche per promuovere la conoscenza e il sostegno di iniziative umanitarie, in particolare quelle dell’associazione “Gli amici di Federico” che aiuta famiglie in difficoltà. Oltre a ciò, diffonde un importante certezza. Ognuno, se lo vuole, può raggiungere gli obiettivi che si prefigge, in armonia con il proprio stato fisico. Non ci si deve fermare davanti alle inevitabili difficoltà e occorre uno sguardo sempre simpatetico nei confronti di un’umanità che, nella sua essenza, è accogliente e aperta all’incontro con l’altro. Ciò non significa dimenticare, al contrario vuol dire intensificare l’attenzione nei confronti di tutti, soprattutto di chi soffre nella povertà o in qualche guerra, come quella assurda che si combatte in Ucraina, “sfiorata” da Tomat nella sua lunga corsa. Un grazie a Roberto per aver reso tutti compartecipi della sua intensa esperienza.

sabato 3 aprile 2021

Allegoria del sabato santo

Quando il tunnel esplose, un centinaio di metri dietro, Mark non se ne accorse. Stava colpendo la roccia con tutta le forza che aveva e si preoccupava soltanto che la volta appoggiata a fragili tronchi non gli crollasse sulla testa. Fu travolto e spinto contro la parete da una decina di colleghi, i cui volti anneriti e sconvolti emergevano dal buio grazie alle lampade a carburo che tenevano in mano. Qualcuno urlava di essere ferito, qualcun altro imprecava contro i gas che si erano sprigionati dal terreno, altri ancora piangevano chiamando i compagni e prendendo coscienza di quanti non rispondevano all’appello.

La situazione era drammatica. A circa 80 metri sotto il suolo, c’era stato uno scoppio, molti minatori erano rimasti sotto le pietre e dodici erano rimasti imprigionati in uno spazio talmente angusto da far temere che le riserve d’aria non fossero sufficienti per tutti.

Dopo essersi calmati, cercarono di comprendere la situazione. Mattan disse che non ci sarebbe stata altra via di uscita che quella di aspettare i soccorritori. Avrebbero potuto condividere e razionare il poco cibo che ciascuno si era portato da casa e tirare avanti più possibile. Luke suggerì invece di continuare a scavare, nella speranza di abbattere qualche diaframma e raggiungere qualche altra galleria già utilizzata in precedenza. Janez suggerì di rassegnarsi al peggio, cercando di prepararsi con dignità, pregando e consolandosi reciprocamente, a morire dopo essere già stati seppelliti.

Pierre notò che solo prendendo delle decisioni comuni avrebbero potuto affrontare il destino che li accomunava e si propose come Capo e Coordinatore. Era del resto uno dei capisquadra e certamente quello che da più anni spaccava le pietre nel cuore della terra. Andrea accettò la sua proposta, ricordando di aver già vissuto una simile situazione qualche anno prima. Aveva 35 anni, un’età ragguardevole per chi manteneva a stento la propria famiglia grazie a un lavoro che normalmente riempiva di polvere velenosa i polmoni e consentiva assai raramente di raggiungere il terzo decennio.

“Che cosa proponi allora?”, disse James, poco convinto. “Secondo me, non sei adatto a dirigere nulla, tanto più in una situazione come questa!”, affermò Barto scuotendo la testa. Toma, che tutti conoscevano come un piantagrane scettico e antipatico, osservò che “non ne possiamo uscire vivi, forse dovremmo anche preoccuparci di come nutrirci e l’unico modo, già tra qualche ora, sarà quello…”. Jacum lo interruppe chiedendogli di non pronunciare neppure le parole che aveva sulla bocca. Simone taceva, era stato colpito da una pietra alla gamba e cercava di trattenere le urla di dolore, per non provare ulteriormente i compagni di prigionia. Rimanevano gli ultimi due che confabulavano fra loro e non sembravano prestare attenzione alle discussioni degli altri.

Pierre decise di riprendere a scavare, prendendo il piccone dalle mani di Mark e invitò tutti a fare immediatamente altrettanto. Nessuno considerò neanche per un istante di obbedirgli, neppure Andrea che sulle prime sembrava essere stato l’unico a riconoscergli un minimo di autorità e Luke che lo aveva all’inizio proposto. Dopo qualche colpo di piccone, sentendosi svenire per la fatica e la mancanza d’aria, Pierre si sedette, non senza aver maledetto la pusillanimità dei compagni di sventura. Janez cominciò un vero e proprio sermone, cercando di sottolineare il senso della vita e della morte. Per qualche minuto lo lasciarono parlare, poi tutti cominciarono a urlargli di finirla, che “nessuno ha bisogno delle tue chiacchiere astratte!” Toma affermò che, anche se non lo volevano accettare, bisognava tirare la sorte per decidere chi sacrificare. Ogni cadavere avrebbe garantito qualche giorno in più di sopravvivenza. Con le lampade razionate – da subito avevano deciso di consumarne solo una alla volta, anche se in realtà i due confabulanti senza nome si erano tenute accese le loro e non avevano alcuna intenzione di consegnarle alla comunità – avrebbero potuto resistere almeno altri quindici o venti giorni. “Cominciamo da te – disse Simone sarcasticamente – continuando a tenere la gamba stretta tra le mani.” Nell’oscurità vide i lampi negli occhi degli altri, comprese che nella loro mente si era accesa una lucetta, la sua ferita lo rendeva il primo della lista e rientrò immediatamente nel suo doloroso silenzio.

Anche gli altri, uno dopo l’altro, si rinchiusero nei propri pensieri. Qualcuno pensava alla moglie e ai figli ancora bambini, ancora qualche anno e sarebbero finiti anche loro sottoterra, senza poter vedere mai più la luce. Qualcun altro bestemmiava tra sé e sé contro il Dio dei potenti che regalava una vita di lussi sfrenati a pochi e un inferno sulla terra ai più. E questo i preti lo chiamavano un onnipotente “padre”! Altri, ormai rassegnati, pensavano a come sarebbe sopraggiunta la fine. “Prima o poi, in qualche modo, doveva succedere…” Accomunati dallo stesso supplizio, non provavano alcuna compassione, ciascuno si era rinserrato nel proprio mondo interiore. La rabbia e l’odio si diffondevano tacitamente fra loro come i gas della miniera, la paura della morte si mescolava alla ribellione per quell’ingiusto e terribile destino. Il cuore era diventato una piccola prigione, nella grande prigione del tunnel. Non c’era altro da fare che attendere la fine.

All’improvviso un oscuro torpore li assalì, tutti insieme, come una specie di pietosa anestesia collettiva.

Quando si risvegliarono, ciascuno in un’altra parte del mondo e in un tempo diverso dal precedente, raccontarono in lingue diverse più o meno la medesima storia. C’era stato un fragore e tutto tremava, come se il mondo intero stesse per crollare con le sue fondamenta. Una specie di folgore aveva attraversato le rocce come se fossero di burro e il lampo si era conficcato nelle profondità della terra, scavando dietro a sé un abisso. Alzando la testa, non avevano più visto i loro compagni, ma oltre al grande foro provocato dal fulmine era possibile vedere le stelle. Ognuno si incamminò lungo le balze, sorpreso dallo scoprire sentieri comodi, anche se affacciati sull’abisso. Finalmente sul bordo, la gioia immensa della salvezza insperata si era trasformata in sonno profondo.

“Amore mio, sei tornato… Eravamo tanto in pensiero per te, dove eri sparito? Dobbiamo prepararci, tra un paio d’ore comincia la Veglia Pasquale!” Aprendo gli occhi, Mark vide le sue labbra, sentì la voce dei bimbi che ridevano nella stanza accanto e finalmente sorrise.

venerdì 2 aprile 2021

Allegoria del venerdì santo

Erano le 9 del mattino ma il caldo e la puzza erano già insopportabili nella cella scavata dentro la roccia occupata da Disham e da altri tre prigionieri. Uno era stato arrestato insieme a lui un paio di giorni prima durante una rappresaglia per il lancio di un missile “Katyusha” che aveva distrutto una casa colonica disabitata tre quattro chilometri oltre il confine: si conoscevano di vista ma da quando erano lì non si erano scambiati neppure uno sguardo, forse per non aggravare una situazione peraltro già compromessa dopo il sommario processo dall’esito scontato. Gli altri due erano personaggi piuttosto noti dalle cronache del tempo e incutevano una certa soggezione: i loro nomi di battaglia erano Bar Abbah e Jeshua Hanozri, quest’ultimo disteso in un angolo sopra gli escrementi emetteva un sottile gemito da quando i soldati l’avevano spinto a terra con un ultimo calcio sulla faccia. Era ridotto proprio male, una specie di spina gli feriva la fronte e il sangue dal corpo flagellato creava strane macchie sulla tunica sdrucita.

Quando la pesante porta di legno si aprì una cascata di luce si riversò nell’antro e i quattro istintivamente si coprirono gli occhi per non essere accecati. “Exite!”, ordinò con voce minacciosa quello che doveva essere un capo delle guardie; non ottenendo alcun risultato scese trattenendo il respiro e con la punta della lancia punse Hanozri costringendolo ad alzarsi. “Exite! Tertia est, viae crucis hora!” Tutti rabbrividirono e senza guardare il militare che li minacciava con l’arma uscirono trascinando le catene, uno dopo l’altro: il solo Bar Abbah fu respinto con violenza e precipitò indietro bestemmiando.

Non erano preparati a quella scena: si trovavano in un cortile quadrato dove erano schierati in tenuta antisommossa un centinaio di poliziotti che alla loro uscita cominciarono a battere ritmicamente il manganello contro gli scudi di plexigas. Il fragore era impressionante e Disham si sentì mancare, anche a causa del fumo dei lacrimogeni utilizzati per disperdere la folla che pretendeva di essere pagata: avevano buttato via un mucchio di tempo per andare davanti al palazzo pretorio a gridare il nome del condannato da salvare e ora venivano dispersi come cani randagi, senza neppure i soldi per un caffè…

In fila sei soldati si avvicinarono ai condannati, tenevano alle estremità tre tronchi levigati: con un certo sforzo li sollevarono cercando di posizionare il baricentro poco sotto il collo dei malfattori. Disham cadde subito a terra e fu rialzato di peso non senza aver assaggiato la frusta; Jeshua vacillò ma per il momento non fu tradito dalle ginocchia vacillanti; il terzo, con lo sguardo perso nel vuoto, non sembrò neppure accorgersi del peso che gli era stato collocato sulle spalle. “Satis est!” ordinò il centurione e cessò il frastuono, anche se si sentivano ancora lontano gli echi delle colluttazioni. I suoi nove subalterni impartirono qualche ulteriore istruzione, ordinarono ai militi di mettersi in fila per due, trenta davanti per aprire il passaggio tra la folla impegnata negli acquisti del giorno prima del Grande Shabbat, trenta dietro per impedire la fuga, trenta intorno ai tre per proteggerli da qualche eventuale tentativo di linciaggio. Ancora un attimo di silenzio e poi “Avanti, marsh!”

Anche se si vedeva che Hanozri era stato selvaggiamente picchiato quello che sembrava più affaticato era proprio Disham, il terzo invece si era prontamente portato avanti per non inciampare. Passarono sotto un basso arco di pietra, attraversarono la hall dell’hotel e furono proiettati negli incredibili vicoli dell’antica Jerushalaim: scene, voci, colori, sensazioni, profumi, emozioni nei quali ogni pellegrino o turista nel corso della storia avrebbe voluto tuffarsi! Ma in quel momento non c’era tempo per pensare ai pacchetti da “trattare” con le agenzie, neppure – a dire il vero – a come evitare i consueti bagni di sangue che si verificavano al tempo della Crociate. C’era solo da accompagnare il povero Disham, e con lui gli altri due condannati, fino al sinistro luogo del Cranio, il famoso Golgho thà…

Ciò che infastidiva maggiormente era l’assoluta indifferenza della gente: sì, poteva anche essere spiegata dal fatto che lo spettacolo non era raro, almeno un paio di giorni la settimana si ripeteva quella processione, manipolo davanti e dietro, in mezzo i poveri condannati preoccupati soprattutto di non cadere. Indifferenza di tutti? No, proprio di tutti no; ecco un tizio uscire da un negozio, poggiare sul banco la merce appena acquistata e avvicinarsi a Disham: “vuoi una mano? Se non ti offendi ti porto per qualche centinaio di metri la croce…” Il tempo di riscuotersi dallo stupore, un pensiero a svignarsela clamorosamente come nella scena consimile del film Brian di Nazareth e il tronco era già sulle spalle dell’uomo di Cirene; solo che non era il suo, bensì quello di Hanozri, più rapido nell’acconsentire alla richiesta del mercante. No, proprio di tutti no; ecco un gruppo di donne, dal velo sgorgano occhi limpidi e belli; una sembra molto giovane e accorre… “Dio, se mi tergesse un po’ di sudore!” Niente da fare, anche quella fanciulla sembra non accorgersi della sua presenza e sfuggendo alla presa delle guardie raggiunge in fretta Joshua, stende un fazzoletto sul suo viso e poi resta come impietrita a contemplare i segni del sangue rimasti impressi sul lino.

“Almeno la madre mi degnerà di uno sguardo!” Trattenute a stento dai soldati tre donne cercavano di raggiungere i condannati: la prima interruppe ben presto i suoi sforzi, il figlio che procedeva spedito davanti agli altri, incurante del peso che gravava sulle sue spalle, le aveva lanciato uno sguardo carico di odio prima di riprendere con grande dignità il cammino; la seconda aveva intessuto una breve ma dolcissima  conversazione senza parole con Hanozri; niente da fare, la madre di Disham aveva cominciato a inveire contro di lui, definendolo la rovina della famiglia per non essere riuscito a portare a termine con successo la missione che gli era stata affidata.

“Meno male che per me non sono previsti i chiodi!” pensava Disham mentre sentiva le urla del compagno di sventura mentre i ferri acuminati facevano a brandelli pelle tessuti e muscoli delle mani e dei piedi. “L’unico vantaggio è che morirà prima e dovrà sopportare per meno tempo questo supplizio”. Si lasciò docilmente legare - ormai non c’era proprio più niente da fare – e fu issato sulla croce: non ebbe certo il tempo e la voglia di ammirare dall’alto lo straordinario panorama della grande città le cui mura risaltavano particolarmente, sullo sfondo il cielo azzurro. Cercò la posizione migliore ma ogni sforzo provocava atroci dolori; nonostante ciò volle guardare gli altri due, in fondo erano accomunati dalla stessa terribile morte. Accanto a lui c’era Jeshua che sembrava assopito, forse – beato lui! - era svenuto per il dolore dei chiodi e per la lenta ma costante perdita di sangue dalle ferite recenti; più in là il terzo malfattore continuava a ostentare sicurezza e prendeva in giro i romani che peraltro non sembravano prendersela più di tanto. Fino a quel momento l’aveva ammirato per la forza e il coraggio che aveva dimostrato, ma ora Disham pensò che prima di morire forse sarebbe stato meglio recitare con il cuore qualche preghiera piuttosto che esalare l’ultimo respiro bestemmiando contro tutto e contro tutti; quando poi il terzo condannato se la prese addirittura con il vicino Hanozri accusandolo di essere un vigliacco, egli trovò le ultime energie per invitarlo a tacere e a rispettare “chi era coinvolto nella stessa pena”. Tanto più che quel poveraccio sembrava davvero incapace di fare del male a qualcuno, mentre invece loro due…

Oltre alla sofferenza c’era l’umiliazione della nudità: l’esposizione del corpo e il dileggio dei soldati ma anche di molti passanti senza pietà provocavano più sofferenza degli arti stiracchiati dai lacci. Almeno davanti a Jeshua c’erano qualche donna e un giovanotto imberbe che piangevano talmente rumorosamente da allontanare i curiosi e gli impertinenti. Forse fu proprio quella presenza amorevole a risvegliare il condannato dal torpore: aveva cominciato a dire qualcosa, ma era molto difficile capire il senso delle sue parole. Disham fu sorpreso dai suoi occhi - non avrebbe mai pensato che ci fosse ancora in lui la forza di muovere la testa sollevando un nugolo di mosche che bevevano il sangue senza alcuna devozione; non c’era alcun dubbio, erano occhi tanto buoni così come buona era la voce che emetteva una specie di mugolio indistinto. Riuscì ad afferrare soltanto “oggi stesso sarai con me in paradiso!”; non ebbe il tempo di pensare cosa volesse dire, in quel momento la terra sembrò sussultare ai piedi della croce, si fece buio ovunque e si udì un sinistro frastuono di macerie provenire dalla zona del Tempio.

giovedì 1 aprile 2021

Allegoria del giovedì santo

Yup'ik, l'inuit, pensò subito alla sabbia portata dal vento. Appoggiò la testa fra le mani, osservò le dolci colline punteggiate di mille macchie bianche e sorrise. 
Komenan, il sudanese, le chiese il perché di quel sorriso e lei rispose che quella sabbia candida impigliata fra i rami degli alberi era davvero affascinante.
"Ma non è sabbia, Yup'ik. Quella viene portata dalle tempeste bollenti che si scatenano nel Sahara e riempie le tende e le case, rende difficile perfino il respiro. Quella che stai contemplando è la neve, che si è posata pian piano sugli arbusti".
"Non scherzare, Komenan, vuoi che non sappia che cosa sia la neve? Ho passato tutta l'infanzia nelle case di ghiaccio, con il gelo che nei mesi oscuri ti stringeva la gola."
"In effetti c'è troppo freddo perché sia la sabbia del deserto", constatò l'africano e il suo pensiero corse al Sole umido del suo Paese, alle raffiche di mitra che lo avevano spinto a intraprendere il cammino verso il Nord.
"In effetti c'è troppo caldo perché sia la neve sugli alberi", rifletté sottovoce Yup'ik, pensando con nostalgia alla sua famiglia lontana, che aveva lasciato per cercare fortuna.
Era la prima volta che emergevano dal buio nel quale vivevano da quasi un anno. Lei aveva trovato un posto come assistente di un'anziana signora, resa insopportabile dalla solitudine e dalla malattia. Usciva solo per raggiungere il negozio di fronte alla casa e per il resto era stata reclusa, senza poter neppure aprire una finestra e guardare i germogli nel parco. Lui lavorava in una fabbrica e dormiva nell'enorme cantina dello stabilimento. Si alzava ogni mattina prima dell'alba e si coricava a notte inoltrata.
Quel giorno, un figlio era venuto per la prima volta a trovare la madre e a malo modo le aveva detto che poteva anche prendersi una giornata di vacanza, "comunque detratta dallo stipendio!". Quel giorno, era prevista una visita alla fabbrica da parte della polizia e il padrone aveva costretto Komenan ad andarsene in tutta fretta, anche a lui naturalmente la giornata era detratta dalla paga".
Si erano incontrati, dopo aver camminato a lungo e si erano seduti insieme, su una panchina che consentiva uno sguardo limpido e immenso. Si erano guardati e si erano capiti, senza bisogno di sprecare parole. Ma a quel punto, avevano rotto il silenzio ed era necessario trovare una risposta: "se non è neve, se non è sabbia, che cosa è questo candore che rende così luminose le colline?" 
"Sono i ciliegi in fiore". Si voltarono e si accorsero del giovane che aveva spento il motore del trattore e li stava osservando. "E' lo spettacolo della primavera, si accendono all'improvviso tutti i colori dell'arcobaleno e la natura si prepara a offrire al mondo le foglioline, i fiori splendidi e i frutti che donano nuova energia a tutti i viventi".
Yup'ik e Komenan si guardarono, poi contemplarono l'estrema bellezza di quel paesaggio, si guardarono di nuovo e si abbracciarono, mescolando i loro umani profumi dell'alta valle del Nilo e dei ghiacciai della Groenlandia. Intuirono che ancora qualcosa stava per accadere, qualcosa che avrebbe cambiato per sempre i loro destini.
Il giovane scese dal trattore, stese un fazzoletto sulla panchina e vi collocò una pagnotta rugosa. Poi prese da chissà dove una bottiglia di vino nuovo, la stappò e ne bevve con evidente piacere. Dalla tasca estrasse un coltello e si ferì il polso, lasciando scorrere qualche goccia di sangue dentro il recipiente del vino. Sorrise gioiosamente ai due amanti sconosciuti e li invitò cordialmente a mangiare e a bere con lui. Nessuno osava porre domande, nessuno avrebbe mai voluto che quell'istante finisse, non erano mai stati così bene. Sentivano salire dal loro cuore un senso di universale ribellione per come erano stati fino a quel momento trattati, ma la rabbia si trasformava costantemente in desiderio di cambiare lo stato delle cose. Le loro sofferenze sembravano confondersi con il dolore del mondo e in quella manciata di minuti, mentre si tenevano per mano e sentivano la straordinaria forza che promanava da quel giovane strano, compresero di essere gli eletti. 
Fu in quel momento che egli prese il pane, pronunciò qualche buona parola e lo diede loro. Ne mangiarono insieme, aveva un sapore di carne e di essenze divine. Disse: "Avete mangiato il mio corpo". Poi offrì loro la bottiglia del vino. Prima lei e poi lui bevvero con gusto e in abbondanza, tanto da quasi inebriarsi. Non avrebbero mai trovato le espressioni adatte, quel liquido era troppo superiore  qualsiasi altro sapore assaggiato in precedenza. E lui disse: "Avete bevuto il mio sangue. Fate questo in memoria di me". E in quel momento risalì sul trattore, accese il motore e scomparve dietro a una duna.
Lontano, reduci dall'inverno appena trascorso, le montagne si inchinarono maestosamente. Umiliando le armi e le strategie della violenza, all'insaputa dell'universo circostante, iniziò in quel momento, nel cuore del Collio Goriziano, la Rivoluzione. 

sabato 23 gennaio 2021

Fantasia del cammino

Bella domanda, in un'intervista, l'altra sera: tu sei un buon camminatore, ma uno che sta sempre nella parte sinistra della strada!

Sì, è vero, quando cammini devi sempre stare dalla parte sinistra, perché così puoi vedere le automobili che ti sfrecciano contro e puoi così marciare più spedito, con prudenza, possibilità di evitare i pericoli, decisione.

Certo, non è vietato camminare sulla destra, ma in questo caso non sai mai che cosa ti possa capitare e la marcia è sicuramente meno sicura e più rallentata dalla paura di un qualcosa che non puoi conoscere.

Bisogna anche dire che se il viandante "a sinistra" passa il suo tempo a guardare quelli che procedono dalla parte opposta e non fa altro che criticarli, fa sì che questi si indispettiscano e accelerino il passo per distanziare il noioso interlocutore.

Se invece il marciatore "sicuro" si guarda in giro solo per vedere la bellezza del paesaggio e dimostra convinzione, decisione e anche la caratteristica gioia che scaturisce dagli occhi di coloro che da tempo si sono avventurati sul percorso, allora anche chi sta andando "a destra" comincia a interessarsi, valuta la possibilità di cambiare parte e spesso attraversa la strada, seguendo con curiosità e simpatia l'interlocutore.

Importante è non fermarsi mai, perché parafrasando il classico dei classici Chatwin, la meta non è altro che il cammino. Ciò vale per la storia dell'umanità, da quando si è scesi sugli alberi per affrontare con coraggio la tigre dai denti a sciabola fino alle soglie della scoperta dell'elisir dell'immortalità. Ciò vale anche per la vita di ogni essere umano, un percorso attratto e nel contempo respinto dalla tensione a un equilibrio il cui raggiungimento significa di fatto la fine della vicenda, cioè la morte.

Bene camminare un po' squilibrati sul lato sinistro, un po' più equilibrati - possibilmente non troppo - sulla destra. Se poi si hanno buone scarpe, è ancora meglio calpestare la terra, oltre i paracarri e i limiti della carreggiata. Importante è, in ogni caso, non fermarsi mai.

Chi ha orecchia per intendere, intenda (e chi non le ha, in roulotte)... 

giovedì 27 agosto 2020

Andrea Devicenzi ad Aiello, una vera "Storia viandante"

Andrea Devicenzi

Questo blog non potrebbe chiamarsi "storie viandanti" se non raccontasse ciò che è accaduto ad Aiello del Friuli la scorsa settimana. 

Un grande incontro è stato quello che si è svolto lo scorso sabato 22 agosto, nel parco del Municipio di Aiello del Friuli.

Intorno alle 12, puntualissimo, applaudito da una ventina di abitanti che hanno voluto dimostrare la loro vicinanza e simpatia, è arrivato Andrea Vicenzi, atleta paralimpico, coach, imprenditore. Tutte le sue credenziali si sintetizzano in una, quella del viandante.

Sì, un viandante molto particolare. Il suo percorso è inserito in un progetto denominato Postumia, come la via che Andrea, insieme al suo accoglientissimo staff, vuole percorrere, partendo dal mare di grado per raggiungere quello di Genova. La sua intenzione è quella di percorrere gli oltre 950 chilometri in un paio di mesi, attraversando le zone maggiormente colpite dal covid-19 in primavera, per portare ovunque un messaggio di solidarietà e di speranza.

L'aspetto che rende ancor più coinvolgente il suo cammino è il fatto di doverlo percorrere con una sola gamba, avendo perso l'altra in un incidente stradale occorsogli una trentina di anni fa. Il racconto della sua esperienza, nel sia pur breve intervento offerto ad Aiello, è stato un inno alla bellezza della vita e al fatto che nulla può impedire a un essere umano di realizzarla pienamente, affrontando e vincendo qualsiasi difficoltà.

Nonostante il caldo e la stanchezza accumulata nei primi passi dell'avventura iniziata due giorni prima a Grado e proseguita con la tappa da Aquileia ad Aiello, Andrea ha saputo dedicare il proprio tempo a chi era accorso per abbracciarlo virtualmente e per ascoltarlo. Hanno colpito tutti il suo sorriso e la gioia che traspariva da ogni suo atteggiamento. Pur consapevole del valore anche sportivo della sua impresa, ha delineato, con saggezza e invidiabile umiltà, un convincente parallelo tra il cammino lungo le strade del Nord Italia e il più ampio cammino della vita. Percorrere le strade a piedi significa riscoprire la natura, le bellezze e le contraddizioni delle comunità umane, soprattutto dedicare tempo ed energie a ritrovare l'intimità del rapporto con sé stessi. Troppo spesso infatti dimentichiamo chi veramente siamo, le nostre potenzialità e le nostre qualità da condividere con coloro che ci vivono accanto.

Devicenzi e il Sindaco di Aiello
Andrea non è nuovo ad avventure di questo genere, come ben ha sottolineato non si possono certo inventare dal nulla i progetti che implicano preparazione fisica e morale. Per questo il suo obiettivo lo ha già raggiunto, indipendentemente dal raggiungimento o meno della meta, come ben sa chiunque si metta in cammino: l'obiettivo è soltanto il polo attrattivo verso il quale ci si muove, ma il vero senso è il cammino stesso, con le bellezze che consente di contemplare, con gli incontri disseminati nei luoghi più impensati, con la fatica, la gioia e anche il dolore quotidiani. In questo senso chiunque può diventare "pellegrino dello spirito", indipendentemente dal nome che si abbina alla propria esperienza di fede, ma anche indipendentemente dal fatto che si abbiano o meno i mezzi fisici, psicologici e anche economici per intraprendere lunghi percorsi. In fondo, anche chi è costretto dalla vita a rimanere sempre su un piccolo letto può viaggiare con l'immaginazione e comunicare agli altri - magari anche semplicemente muovendo le palpebre e "parlando" con l'aiuto di un sensore - la propria esperienza di particolare quotidiana vittoria nella lotta per la vita.

All'incontro hanno partecipato anche i responsabili del circolo culturale Navarca e dell'associazione Iter aquileiense, Aurelio Pantanali e Giuseppe Poiana, che si prodigano per tenere in ordine il cammino celeste e che hanno portato la loro testimonianza di gratitudine. 

Andrea e i suoi amici sono ripartiti il giorno dopo alla volta di san Giorgio di Nogaro e giorno dopo giorno stanno raccontando sui social il loro prezioso cammino, aiutando tra l'altro chi li ascolta o guarda i loro video a conoscere meglio queste nostre bellissime regioni dove la tensione verso la pace e l'unità si sposa con la meraviglia di straordinarie diversità. Con l'occhio attento del ricercatore di umanità, il "gruppo Postumia" ci fa conoscere e amare di più luoghi e volti noti e sconosciuti. E ci porta a dire la più bella parola del vocabolario umano, il GRAZIE più sincero a lui, ai suoi collaboratori e a tutte e tutti coloro che, attraverso il loro racconto, diventano una piccola grande parte di noi. 

Per chi desiderasse seguire Andrea nella sua corsa verso Genova, il consiglio è consultare il suo sito www.andreavicenzi.it. Le sue performance si trovano anche su facebook, sui canali you tube e su molti altri media, compreso il quotidiano La Gazzetta dello Sport.

 

venerdì 17 luglio 2020

Terremoto in Umbria e Marche, quattro anni dopo...

Protesta in piazza, a Norcia, di fronte alla Cattedrale
Ciò che resta della Chiesa di San Benedetto a Norcia
















Castelluccio di Norcia


Amatrice


















Ricordate il terremoto a Norcia, Amatrice e in un'ampia zona dell'Umbria e delle Marche, il 24 agosto e il 30 ottobre 2016? Sono località che vorrebbero rinascere e dopo la pausa del coronavirus tornano a essere giustamente piene di turisti, soprattutto italiani. A Norcia c'è ancora la grande statua di San Benedetto che benedice la folla che riempie tutti i vicoli del paese e osserva con curiosità i mille negozi trasferiti dalle case inagibili ai prefabbricati siti all'esterno delle mura rinascimentali. Nella piazza qualcuno ha appeso un grande striscione ricordando i ritardi mostruosi nella ricostruzione delle case. La visita a Castelluccio in tempo di fioritura offre scorci incredibili sui fiori di tutti i colori che coprono i campi coltivati con le celebri lenticchie. Le ferite aperte dal terremoto sono ben visibili e qualche problema lo crea anche l'enorme flusso di traffico, con file interminabili di automobili e moto che rendono l'aria montana meno sana e respirabile. Il resto della zona terremotata è costituito da paesi irraggiungibili - le strade d'accesso ai villaggi sparsi sul pendio dei Sibillini sono ancora chiuse e i siti presidiati da militari per evitare fenomeni di sciacallaggio - oppure da gruppi di caseggiati in legno prefabbricati dove ancora vive la maggioranza della popolazione, in genere molto accogliente e prodiga di racconti sul terribile istante che ha cambiato la geografia di quel territorio. Ad Amatrice, epicentro dei due eventi sismici, molte macerie sono ancora da rimuovere e il percorso di ricostruzione è estremamente lento, come rilevato da diversi cartelloni ed espressioni di protesta. Anche qui i turisti sono bene accetti, non certo perché attratti dai disastri causati dal terremoti, ma per offrire una parvenza di ritorno alla normalità a una cittadina finora ricordata, universalmente, per i prodotti gastronomici, primo fra tutti la celeberrima "amatriciana", per il clima ameno e per il panorama molto bello verso le alte montagne circostanti. Insomma, è un vero peccato che la ricostruzione proceda così lentamente e non si può evitare la domanda sul ruolo della politica. Tutti ricordiamo capi di Governo, presidenti del Parlamento, amministratori di ogni livello, accorsi nella zona il giorno dopo, affermando (come sempre del resto) la volontà di avviare immediatamente tutti i lavori possibili, di non abbandonare la popolazione e di adoperarsi per convogliare miliardi per consentire a persone e paesi di rimettersi subito in piedi. Purtroppo basta uno sguardo per capire dove siano finite, dopo quattro anni, quelle promesse, nel ben affollato dimenticatoio di governi di centro sinistra e centro destra. Si dovrebbe davvero fare qualcosa di più. Lo richiedono la serietà e l'impegno di un popolo avvezzo alle difficoltà, la bellezza di paesaggi unici e la bontà di una cultura eno-gastronomica che affonda le radici nelle più antiche tradizioni.

mercoledì 29 aprile 2020

Milioni di anni dopo...

"Incredibile, ci sono riuscito!" Gridò l'archeologo che tutti chiamavano 1arch. I colleghi, colpiti dall'entusiasmo traboccante dalla voce, lasciarono immediatamente il loro lavoro e corsero dal vecchio studioso. "Come pensavo, questo disco incrostato è artificiale!" Era la prova cercata da millenni di giri di Sole intorno al Pianeta, da quando cioè era sbarcata su quel vero e proprio pezzo di paradiso la grande astronave che aveva portato i superstiti provenienti dal satellite esploso. Insomma, 1arch aveva in mano la prova: non c'erano stati solo piante e animaletti mansueti, ma era esistita una civiltà di esseri intelligenti, capaci di comunicare tra loro con mezzi rudimentali, ma efficaci. Quanto tempo prima? Forse qualche milione di anni o anche più. Qualche misterioso motivo aveva posto fine e cancellato i segni di quella forma di vita, ma ora, per la prima volta, si era in possesso di un manufatto di quei tempi dispersi negli abissi profondi di una Storia che non apparteneva agli attuali discendenti dei primi pacifici colonizzatori. Avvicinando il disco al sintetizzatore, ammutolì il vecchio archeologo e rimasero senza fiato i suoi collaboratori. Si formarono nell'aria figure incredibili, esseri con quattro protuberanze e stranissimi vestiti, edifici altissimi non privi di un certo fascino, immagini evidentemente realizzate da quegli esseri, alcune delle quali in grado ancora di trasmettere un indiscutibile fascino. All'improvviso si udì anche un suono, decisamente piacevole e armonioso, una musica potente alla quale da un certo punto in poi si unì un insieme straordinario di tante voci... "Insomma, prima di noi c'era già qualcuno su questa sfera". "Già - osservò 2arch con molto rispetto - forse tutti si sono estinti a causa di un cataclisma, al quale non erano preparati". "Sì - disse con intuito femminile 3arch - non sono riusciti a fuggire in tempo come i nostri antenati, chissà che tragedia per delle specie così evolute e, lasciatemelo dire, non prive di charme". Intanto le figure evanescenti continuavano a danzare nell'aria, non dimostrando alcun particolare timore. Si vedevano le stelle del cielo, una, del tutto sconosciuta, sembrava ingrandirsi e avvicinarsi rapidamente. Prima che la trasmissione si interrompesse, riuscirono a segnare un numero strano, sempre presente da quando il disco aveva cominciato a svelare i suoi interni segreti: 29042020.