lunedì 16 febbraio 2026

Un giorno a Montechiarugolo (9 febbraio 2026)

 

Lo scorso 9 febbraio sono stato a Montechairugolo. Dove è? Si chiederanno in molti. A due passi da Parma, è un ampio Comune, suddiviso in numerose frazioni, che conta più di 11.400 abitanti. Ci sono molti motivi per andarci: le rinomate Terme di Monticelli, numerose chiese e luoghi d'arte, soprattutto un castello rinascimentale, divenuto per qualche istante famoso nel corso delle guerre napoleoniche. Un piccolo fatto d'arme - un morto (povero lui), un paio di feriti - tra i difensori del paese e una guarnigione sbandata di austriaci. Piccolo fatto d'arme, ma che ha meritato, da parte di un certo Napoleone Bonaparte (sì, proprio lui!), niente meno che la bandiera con i colori bianco rosso e verde, diventata ben più famosa quando sventolata successivamente dalla peraltro assai vicina Reggio Emilia. E, naturalmente, si mangia molto bene, soprattutto grazie all'inconfondibile formaggio, neanche a dirlo, "parmigiano".

Tutto questo non è solo per raccontare una delle tante storie viandanti di questo blog (andate, se potete, a Montechiarugolo!), ma per sottolineare come sia possibile parlare della Giornata del Ricordo senza lasciarsi trascinare da posizioni preconcette, quasi sempre avulse dalla delineazione del contesto storico. In effetti, l'amministrazione comunale mi ha chiamato a raccontare la storia intera, così come deve essere per poter comprendere, per quanto possibile, gli avvenimenti. Per questo si è parlato un po' di tutto, dalla dominazione austro-ungarica alla prima guerra mondiale, dai lutti e dalle devastazioni provocati prima dal fascismo e poi dal nazifascismo alle tragedie della seconda guerra mondiale, dalla caduta del fascismo alla Shoah, dal ruolo europeo e internazioalista dell'esercito di liberazione jugoslavo alle deportazioni del maggio 1945, dal Trattato di Parigi al cosiddetto esodo di una parte degli italiani dall'Istria e dalla Dalmazia. L'interesse dei presenti è stato molto alto, anche grazie all'ottima conduzione dell'assessora Laura Scalvenzi e alle sapienti parole introduttive del sindaco Daniele Friggeri. 

La zona è orgogliosamente antifascista. Ovviamente si parla della maggior parte dei cittadini, non di tutti, certo. Ma mi ha fatto piacere sentir raccontare delle "barricate" di Parma che hanno impedito alla marcia su Roma di attraversare la città e vedere tanti segni che ricordano la lotta partigiana. E anche sulla stessa linea, mi è sembrato un fatto alquanto originale, quello di ricordare Basovizza non soltanto per la foiba (che poi foiba non è), ma anche per il primo processo-farsa di Trieste e la fucilazione di quattro giovani sloveni, il 6 settembre 1930, rei di aver rivendicato il diritto di parlare la propria lingua e di non voler vedere calpestata l'identità culturale slovena. Forse, Montechiarugolo è il primo Comune italiano - almeno fuori dall'ambito della Venezia Giulia - a ritenere di inserire nella toponomastica un ricordo degli "junaki", gli "eroi" uccisi dal tribunale fascista a Bazovica. Tutto ciò consente di non dimenticare e di rispettare la sofferenza di ogni persona, senza però astrarsi dalla necessità di un giudizio storico oggettivo, in grado di discernere colpe e responsabilità, vincitori e vinti, vittime e carnefici. 

Dallo scorso 9 febbraio, nella Biblioteca della frazione di Monticelli ci sarà anche una copia del Documento congiunto degli storici italiani e sloveni (dell'anno 2000), punto di riferimento importante per avviare una ricerca storiografica non viziata dai pregiudizi e delle emozioni, ma dal rigore dell'autentica ricerca della verità. 

giovedì 12 febbraio 2026

Giochi olimpici e inni nazionali

Ogni evento sportivo prevede il momento della premiazione. Ovviamente, anche le Olimpiadi non fanno eccezione e mentre il di solito emozionato vincitore sale sul podio più alto, viene suonato l'inno nazionale e vengono innalzate le rispettive bandiere.

Anche chi preferisce l'internazionalismo al nazionalismo e anche chi condivide le preoccupazioni suscitate dagli aspetti finanziari, pubblicitari e soprattutto ambientali dei Giochi, difficilmente riesce a sottrarsi al piacere di vedere alla tv o ascoltare alla radio la cronaca di almeno uno slalom, un percorso tra i cunicoli dello slittino o del bob, una partita di curling.

Si partecipa anche ai destini dei protagonisti, del tutto indipendentemente dalla loro proveneinza, soffrendo per la disastrosa caduta dell'attesissima sciatrice, sorridendo davanti agli occhi che sprizzano gioia della straordinaria saltatrice con gli sci, ammirando la forza dei fondisti che "tirano" per cinquanta chilometri senza esitazioni, lo spirito di squadra degli hockeisti, le deliziose piroette degli eroi del pattinaggio artistico...

E' bello contemplare i primi piani degli atleti, dei partecipanti, dei turisti: attese, emozioni, bandierine sventolanti, delusioni, corse, salti, sforzi e abbracci. Gli altoparlanti scandiscono i nomi del terzo, del secondo e poi del primo, mentre la folla urla e applaude. Poi tutti stanno zitti e prende il suo spazio la musica. Alcune note sono bellissime, altre un po' meno, alcuni premiati cantano, altri tacciono e ascoltano compunti, il pubblico se può, si fa sentire. Insomma, una liturgia dell'epoca capitalista, abbastanza ipocrita da escludere senza appello il più ampio stato del Mondo perché ritenuto responsabile di un'"aggressione" e da includere senza esitazione un altro stato, protagonista di un "genocidio" ancora in atto. Un rito dei ricchi e per i ricchi, che suscita interrogativi e perplessità, ma che non per questo perde del tutto il suo intenso, antico fascino. 

Ascoltando l'inno di Mameli/Novaro, la sera inaugurale di Milano-Cortina e poi dappertutto come un mantra ripetuto ovunque alla radio o sui social, mi sono chiesto quanti ne conoscano il complesso contesto risorgimentale, ma anche semplicemente quanti riescano a dare un senso compiuto a espressioni come quelle secondo le quali l'Italia, dopo essersi desta, dell'elmo di Scipio si è cinta la testa, dov'è la Vittoria? le porga la chioma ché schiava di Roma Iddio la creò. Anche quello stringiamoci a coorte non sembra molto chiaro, difficile risalire alle tipiche formazioni militari dell'Impero Romano. Ma anche se si avessero tempo e voglia per approfondire il tema, ne emergerebbe una marcia militare riferita ad avvenimenti talmente lontani da rendere quasi impossibile, almeno per i più, una memoria creativa. Insomma, perché gli italiani devono riconoscere come vincolo della loro unità e cantare un testo del quale la stragrande maggioranza non ha idea di che origini abbia e soprattutto di cosa significhi?

Di sicuro è più comprensibile (e condivisibile) l'inno sloveno, la cui musica è di Stanko Premrl e le cui parole sono frutto dell'ingegno del maggior poeta dell'800, France Prešeren e sono dedicate alla gioia di stare insieme, alla libertà e alla fraternità universali: Žive naj vsi narodi, ki hrepene dočakat dan, da koder sonce hodi, prepir iz sveta bo pregnan, da rojak prost bo vsak, ne vrag, le sosed bo mejak! Tradotto in italiano suona più o meno così: Vivano tutti i popoli, che bramano vedere il giorno, in cui ovunque il sole andrà, la discordia sarà scacciata dal mondo, il connazionale sarà libero e il confinante non sarà (considerato) un diavolo, ma un vicino (di casa). E' proprio un inno alla pace e all'unità fra le nazioni.

Un gran bel libro: l'Atlante immaginario del FVG

 

Ecco un volume da non perdere: l'Atlante immaginario del Friuli Venezia Giulia, curato da Mariaelena Porzio con la collaborazione di ben 39 componenti dell'Associazione degli Scrittori FVG. Insieme agli autori, la qualità è garantita anche dall'editore Gaspari che ha pubblicato il testo nell'autunno 2025.

Di cosa si tratta? Ogni capitolo corrisponde a una via: della Natura, della Storia, delle Piazze, del Mare, dei Borghi, dei Viandanti, dei Sassi, delle Grotte e del Carso. Ogni percorso è introdotto da un'intensa poesia del giovane e assai promettente Elia Trentin.

In ognuna delle otto parti si possono leggere cinque racconti brevi. Ci si immerge così in tanti luoghi della Regione, pieni di fascino, storia, emozione e magia. L'idea è quella di descrivere una determinata realtà, con una narrazione in grado di identificare gli spazi, non con la particolarità analitica di una guida turistica, ma con la simbolica sintetica della ricerca dell'essenza. Ne derivano quaranta assai originali e spesso avvincenti immagini di altrettanti ambienti, un vero e proprio viaggio sulle ali della fantasia, partendo da Udine e descrivendo intorno al capoluogo friulano una serie di cerchi concentrici, formando una speciale margherita letteraria.

I generi, gli stili, i caratteri, gli argomenti sono totalmente diversi, ma l'impressione finale di una lettura continuata o a sprazzi, è quella di una forte unità, per così dire, "spirituale". Il libro, nella sua varietà, è interessante, profondo, divertente. Leggendo si impara, si riflette, si sorride e ci si stupisce di quanto sia affascinante e ricco di storia ogni frammento di questo spazio vitale - tra l'Adriatico e le Alpi Giulie - nel quale abbiamo il grande privilegio di abitare.

Ah sì, il libro sarà presentato a Gorizia in aprile, nell'ambito della prestigiosa rassegna del Libro delle 18.03. Ma recuperatelo prima, in qualsiasi libreria, ne vale veramente la pena. 

Anche perché, modestamente... tra i nomi dei tanti autori, c'è anche il mio.

mercoledì 11 febbraio 2026

Perché NO?

 

Bianco, nero, no o sì?
Al Referendum del 22-23 marzo voterò NO. 

Per giungere a questa decisione ho ascoltato molte riflessioni di persone esperti e competenti, soprattutto ho letto gli articoli della Costituzione e quelli della Legge di modifica. Vi consiglio di farlo anche voi, non è difficile! E' importante che - qualunque esso sia - il voto non corrisponda a un confuso "sentito dire" o soltanto a un'appartenenza ideologica o partititca, ma a una reale e informata consapevolezza.

Perché voterò no? Perché ritengo che una modifica così importante come quella che cambia radicalmente gli articoli 104 e 105 della Costituzione non possa essere decisa solo da una parte del Parlamento, ma debba essere il frutto di un lungo lavoro di analisi ed elaborazione, da parte dei Parlamentari, dei Magistrati e dalle componenti sociali e civili dei Cittadini.

E' vero, altre importanti riforme costituzionali sono state decise - e poi supportate da referendum confermativo - senza la maggioranza qualificata richiesta, come per esempio il Titolo V sul decentramento dei Poteri dello Stato. Non si può dire certo che quel cambiamento abbia ottenuto dei buoni risultati, anzi, ha creato una marea di ricorsi relativi ai conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni. La gatta presciolosa fa i gattini ciechi, dice un famoso proverbio napoletano. E questa legge di riforma dà proprio l'impressione di essere davvero troppo frettolosa.

Detto ciò del metodo, si viene al merito. L'impressione, leggendo attentamente il dettato precedente e quello nuovo, non è quella di un miglioramento, quanto piuttosto di un forte peggioramento del sistema. Dal momento che la separazione delle carriere esiste già di fatto - sembra che in tutti questi ultimi anni sia accaduta sì e non in una ventina di casi - perché costruire su queste poche eccezioni, due nuovi megacarrozzoni, con lo sdoppiamento del CSM e con la costituzione dell'Alta Corte giudicante? Inoltre, l'affidamento al sorteggio della scelta dei membri da parte del Parlamento irride veramente le prerogative dei rappresentanti ufficialmente eletti negli organi democratici di potere. E' vero che negli ultimi anni si è assistito spesso a uno stato di blocco, con un'enorma difficoltà da parte dei parlamentari di eleggere il numero dei consiglieri del CSM spettante alla loro scelta. Ma non si vede come questa difficoltà possa avere a che fare con la decisione di cambiare radicalmente - e in modo praticamente affidato al caso - il sistema di scelta.

C'è infine un rischio, forse non immediatamente avvertibile. Nel caso in cui un domani passasse - e questo veramente, a mio parere, sarebbe un guaio - un'ulteriore riforma di tipo presidenzialistico o semipresidenzialistico, effettivamente ci sarebbe una pericolosa concentrazione di poteri nella mani del Presidente, con un forte indebolimento della distanza tra controllore e controllato.

Naturalmente il dibattito è aperto. Ben vengano altre riflessioni che aiutino ad approfondire i veri punti della questione e a discutere serenamente e costruttivamente, per offrire a tutti coloro che lo desiderano la possibilità di mettere una crocetta, in piena coscienza e deliberata avvertenza.

lunedì 9 febbraio 2026

La Capitale della Cultura, prima, durante e dopo...

 

Nella Giornata della festa nazionale della cultura slovena, nel ricordo del grande poeta France Prešeren, la tavola rotonda di domenica pomeriggio all'Epicenter è stata assai interessante. L'unico rammarico š stato quello del tempo troppo breve che non ha consentito ai relatori e al pubblico di approfondire i tanti argomenti che sono stati toccati. Con il coordinamento di Klavdija Figelj, ci si è confrontati in quattro (Anja Medved, Miha Kosovel, Simone Cuva e - last - Andrea Bellavite), sul passato, sul presente e sul futuro della Capitale europea della Cultura.

Dopo la "okrogla miza", è stata inaugurata una bellissima mostra fotografica dell'artista Jernej Humar, dedicata ai personaggi, eventi e momenti salienti, dall'8 febbraio al mese di dicembre 2025.

Qualche ora prima, nella sede del Gect/Ezts e di GO25 in Corso Verdi a Gorizia, era stata presentata un'altra splendida mostra, esattamente con lo stesso tema, del noto fotografo Pierluigi Bumbaca, opportunamente presente anche agli avvenimenti del pomeriggio.

Insomma, due grandi esposizioni per ripercorrere tutti insieme i diversi passaggi e le mille iniziative che hanno caratterizzato Nova Gorica con Gorizia nel corso dell'interno anno 2025. Tutto bene allora? Fino a un certo punto. Nell'apertura della mostra goriziana, ai toni entusiastici del sindaco di Gorizia ("E' stato un trionfo!") hanno fatto eco quelli emotivi del presidente del GECT/EZTS ("il periodo più bello per Gorizia dalla visita dell'Imperatore d'Austria Ungheria"). In quella novogoričana, si sono utilizzati, da parte del sindaco e dei responsabili dello Zavod Go25, parole altrettanto soddisfatte, anche se decisamente più sobrie.

Il "fino a un certo punto" sta in una constatazione che qui viene proposta non per spirito di critica, ma per migliorare nella prossima occasione.

A Gorizia, alle 13, non era presente neanche un amministratore di Nova Gorica e i saluti introduttivi sono stati portati esclusivamente in italiano. A Nova Gorica, alle 17, non era presente neanche un amministratore di Gorizia e la presentazione della mostra è stata svolta esclusivamente in lingua slovena. Da una parte e dall'altra era quasi del tutto assente l'"altra" componente, anche fra il pubblico.

Nel frattempo Gorizia celebrava la tradizionale (molto bella!) sfilata di Carnevale, tenendola più lontana possibile dal confine, anche se un buon numero di carri e gruppi proveniva dalla Slovenia. 

Insomma, perché non organizzare insieme la mostra, con due fotografi d'eccezione e inaugurarla con
parole espresse sia in sloveno che in italiano (e, perché no?, anche in friulano...), invece di presentarle totalmente divise? Perché non pensare a un Carnevale che parta da piazza Travnik, passi attraverso la Transalpina e raggiunga trg Bevk? Perché non dare continuità all'"unità nella valorizzazione della diversità" anche attraverso forse piccoli, ma importanti segni di incontro, amicizia, stretta di mano, attiva collaborazione fra persone e culture?

domenica 8 febbraio 2026

Prešernov dan 2026, la Giornata della cultura slovena

 

Tante iniziative oggi in Slovenija, per la festa nazionale della Cultura. Si ricorda la data di morte, avvenuta a Kranj l'8 febbraio 1849, del grande poeta France Prešeren, nato a Vrba (nella foto) il 3 dicembre 1800. 

Nova Gorica, insieme a Gorizia, ricorda anche l'anniversario dell'inizio della Capitale europea della cultura, con una serie importante di iniziative, tra le quali l'inaugurazione di una mostra fotografica di Pierluigi Bumbaca (ore 13, Centro GO25 in Corso Verdi 51), un'interessante visita architettonico urbanistica di Nova Gorica guidata dallo scrittore Blaž Kosovel (ore 14, ritrovo davanti a XCenter di Nova Gorica), un'approfondita visita delle mostra del Novecento Goriziano all'Epicenter (ore 14.30) e una tavola rotonda, alle 16, sempre all'Epicenter, condotta da Klavdija Figelj con Anja Medved, Miha Kosovel, Simone Cuva e Andrea Bellavite.

Per saperne di più su quest'ultima iniziativa, dedicata a una specie di bilancio prospettico dell'Evropska prestolnica kulture, si può consultare il link https://www.go2025.eu/it/whats-up/eventi/go-8-febbraio-l-eredita-di-go-2025-tavola-rotonda  

Buona festa, lep praznik kulture vsem!

sabato 7 febbraio 2026

Patior, ergo sum

 

Grande moschea di Santa Sofia a Istanbul (foto Pierluigi Bellavite)
In un momento di grande confusione, forse sarebbe bene cercare di centrare la questione di fondo.

Non è di oggi, né di ieri, affonda le sue radici nella filosofia occidentale e in particolare nel "cogito" cartesiano e nella svolta copernicana del buon Kant.

Se il criterio prioritario della verità è determinato dal pensiero e se questo precede l'essere, diventa necessario supporre - come esito della ragione - un "Altro" trascendente. Senza questo riferimento la potenza della ragione altro non potrebbe realizzare che l'abisso di un'immane solitudine. C'è bisogno di un Qualcuno, al quale affidare il compito di garantire una certa quale autorità nel supportare le leggi - del tutto umane - dell'etica e dell'estetica, oltre naturalmente della logica. I problemi che tale punto di vista propone sono molteplici e hanno dispiegato la loro potenziale carica distruttiva in numerosi eventi fondanti la contemporaneità, dalla Rivoluzione Francese a quella Industriale, dall'utopia del marxismo ai totalitarismi del XX secolo, dall'apparente trionfo del turboliberismo allo smarrimento inquieto dell'ultramodernità.

Da una parte infatti il desiderio che ci sia un'Alterità assoluta, sciolta cioè dalla fragilità della contingenza umana, non è elemento sufficiente per dimostrare che essa esista. Dall'altra, se il legislatore è lo stesso che poi è chiamato a osservare la propria stessa norma, sorge immediata la constatazione di come ciascuno, fondamentalmente, proietti sé stesso nella dimensione dell'Altro e ritenga gli "altri" possibili oggetti del proprio illimitato dominio. Alla fine si ritorna alla necessità di un contratto sociale, constatando che uno scontro tra assoluti porterebbe a una guerra generalizzata, nella quale ciascuno tenderebbe a soffocare l'alterità del vicino, per poter affermare il proprio Dio, ovvero appunto sé stesso.

E' fin troppo facile capire come, in questa nuova edizione della legge della giungla, a vincere sia chi ha in mano le leve del consenso e che si dimostri in grado di far convergere, sulla propria visione dell'Altro, il maggior numero possibile di in-consapevoli numeri. Vince chi conquista la maggioranza di alterità e l'obiettivo è quello di raggiungere, consolidare e mantenere il Potere. Il nome moderno dell'Altro trascendente è il Potere, ma questo è tutt'altro che trascendente, ramificando la propria influenza sui gangli più remoti dell'essere, come una piovra dagli infiniti tentacoli.

Non è un caso che il Credo di Aquileia - un testo che si è formato forse prima della fine del III secolo - nomina Dio come im-patibile. Non è forse un richiamo che giunge dai primi passi della rivoluzione cristiana e invita a lasciare la dimensione divina trascendente fuori dagli schemi ordinari della contingenza e della necessità? Non è forse la condizione per "salvare" Dio da qualsiasi possibile - e quanto facile! - strumentalizzazione razionale?

Il Potere contempla l'atroce spettacolo dei piccoli "altri" che cercano di farsi strada nel diluvio universale dell'informazione artificiale. Mentre ciascuno si interroga sulla propria verità, bontà e bellezza e stigmatizza con veemenza quelle dell'altro - e la chiamano democrazia! - esso - il Potere manifesta ormai spudoratamente la faccia della propria corruzione e irride qualsiasi pio tentativo di arginarlo. La ragione della forza, alla fin fine, è la forza della ragione, anche quando si inginocchia e innalza inni di lode all'Assoluto, da lui stesso creato a propria immagine e somiglianza.

Esiste un'arca con la quale attraversare la lunga tempesta? C'è un Noè disposto a costruirla, portando in essa i semi indispensabile allo svilupparsi di una nuova vita? E questa arca, riuscirebbe a superare il terribile uragano che si è formato, come vortice inarrestabile, dallo scontro dall'esito incerto tra l'oggettivismo medievale e il soggettivismo moderno? Qualcuno annuncerà l'inizio del tempo messianico, nel quale il lupo pascolerà con l'agnello e il bimbo si trastullerà giocando nella buca dei serpenti velenosi?

Sono domande che implicano il dono della profezia, per elevarsi sopra il vociare confuso dei pochi ricchi opulenti e l'immenso grido potente dell'enorme schiera di un'umanità oppressa, per poter ripartire da un punto di incontro e non di scontro, un ponte sul quale oggettivisti e soggettivisti possano iniziare a confrontarsi e a discutere. 

Patior, ergo sum. Forse - ma per ora è soltanto un forse - il punto di partenza può essere proprio il "dolore", il mio dolore e quello dell'altro. Condividere insieme il dolore, per poterlo alleviare, senza pensare a happy end holliwoodiani o a improbabili interventi di un Deus ex machina, è forse l'unico spazio etico che sfugge alle grinfie di una ragione che vorrebbe disperatamente superare le barriere dello spazio e del tempo. Il dolore e la morte - non a caso censurati dalla civitas del "panem et circenses"- manifestano nella loro essenza la definitiva irrisione di qualsiasi riduzione dei concetti di Infinito e di Eterno. Sfuggono all'ansia creatrice del pensiero, riguardano ogni essere in quanto tale e potrebbero - potrebbero, è d'obbligo il condizionale - essere riconosciuti come il ramoscello d'ulivo, portato dalla colomba sulla distesa delle acque, per annunciare l'inzio del tempo della solidarietà e della pace.

giovedì 5 febbraio 2026

Nei tunnel di Trento

 

Si parla molto della DAG di Gorizia, in questi giorni, nel bene e nel male. Non avendo ancora visto la performance artistica, rinvio ad altro momento un'analisi più puntuale. Le file chilometriche che ogni fine settimana si formano per entrare nella galleria Bombi testimoniano un successo totalmente inatteso e sorprendente, un fenomeno sociale da prendere in considerazione. E anche il fatto che se ne discuta tanto - sul piano delle sensazioni, dei giudizi estetici, dei rilievi economici e finanziari, delle problematiche legate ai permessi, delle difficoltà tecniche, della mancanza di spiegazioni in lingua slovena, ecc. - dimostra un interesse che va oltre al semplice istante della visita. Mi viene alla memoria l'intuizione di Dario Stasi, il primo ad aver immaginato un futuro espositivo per la Galleria Bombi, nel lontano anno 2009.   

Sollecitati dal direttore e dai redattori di Isonzo Soča, con altri compagni d'avventura, si andò allora a verificare la possibilità di realizzare l'idea, scoprendo così il fascino delle Gallerie di Piazza Piedicastello, a Trento, che dall'ottobre 2007 ospitano interessanti mostre temporanee e permanenti racconti, relativi alla storia e all'arte della zona.

Come si vede nella foto, un tunnel è bianco e l'altro nero, cosicché le manifestazioni espositive corrispondono al colore, suggerendo pensieri oscuri alternati ad altri, pieni di speranza. E' un bel modo per inserirsi nel cuore vitale di un territorio pieno di significativi personaggi, eventi, esperienze di una comunità che a buon diritto può fregiarsi anch'essa del titolo "di confine". 

A gestire il tutto è la Fondazione Museo storico del Trentino, un'istituzione di ricerca relativamente giovane dedicata alla formazione e divulgazione della storia e della memoria della città di Trento, del Trentino e del Tirolo storico. La missione è quella di fornire una lettura del passato che permetta anche la comprensione del presente. 

Le Gallerie sono una parte del progetto scientifico della Fondazione, che, oltre a ereditare il Museo del Risorgimento, comprende anche la gestione del Forte di Cadine e del Museo dell'areonautica Gianni Caproni.

Dal punto di vista architettonico, l'adattamento culturale riguarda due gallerie di una superstrada ipertrafficata (quanti ricordi!!!), sostituita quasi trenta anni fa da una più comoda circonvallazione autostradale. Si trovano in una zona periferica di Trento, molto valorizzata dalla realizzazione degli allestimenti museali, spesso caratterizzati da vere e proprie opere d'arte. Naturalmente, senza quell'intervento, sarebbero rimasti due tetri tronconi, del tutto inutili, non congiungendo centri abitati, zone cittadine o punti nevralgici. Quindi, l'intervento, sostenuto dalla Provincia autonoma di Trento, dal Comune di Trento, da una ventina di Comuni e altre istituzioni della Provincia, è organizzato in modo da potersi, almeno in parte, automantenere anche attraverso la corresponsione di una tariffa per le numerose visite guidate che vengono organizzate nel corso dell'anno. 

I temi trattati sono molteplici, con una particolare accentuazione degli aspetti paesaggistici e storiografici del territorio. Le proiezioni di importanti capolavori si alternano a schede e tabelle, riassuntive dei momenti salienti della vita trentina. Non mancano sintetiche biografie delle donne e degli uomini che hanno caratterizzato la vicenda della bella città sull'Adige. Molto importante è il ruolo del Consiglio di amministrazione e soprattutto del Comitato d'indirizzo che decide l'orientamento annuale e gli oggetti da esporre. Per saperne di più, basta consultare il molto accessibile accessibile sito museostorico.it.

Problemi? Uno su tutti, l'umidità. La collina, quando piove, si impregna di acqua che in qualche modo "buca" i rivestimenti e interagisce con il delicato sistema di illuminazione interno. Occorre sostenere una spesa notevole per il cambio di lampadine e di centraline, danneggiate frequentemente a causa delle intemperie. Almeno, così ci hanno raccontato quella volta. Dato che le "Gallerie" quindici anni dopo funzionano ancora e sembrano essere sempre più frequentate e ammirate, si suppone che in qualche modo siano riusciti a risolvere anche questo problema, essenzialmente legato a cause naturali.

martedì 3 febbraio 2026

Giulio Regeni, tutto il male del mondo

 

In estrema sintesi, il contenuto del (grande) film di Simone Manetti sul caso Regeni coincide con il titolo: Tutto il male del mondo.

E' la frase pronunciata da Paola davanti al corpo martoriato del figlio. Cosa ti hanno fatto? Tutto il male del mondo...

Uscire di casa e andare a vedere questo straordinario documentario non è solo un diritto, ma un vero e proprio dovere civile. Sì, perché in esso, attraverso una documentazione rigorosa e un linguaggio scevro da qualsiasi sensazionalismo, si affrontano un'infinità di tematiche. Certo, al centro sono l'estrema sofferenza e l'accanimento subiti dal giovane ricercatore di Fiumicello. Nella sua esperienza si percepiscono anche il mistero della cattiveria e crudeltà dell'essere umano, le fragilità imbarazzanti di sistemi politici sedicenti "democratici", la forza e il coraggio di familiari indomiti, la competenza di avvocati liberi da ogni condizionamento, la potenza della voce di un intero popolo che non si stanca di chiedere verità e giustizia, sperando contro ogni speranza.

Esattamente dieci anni fa, il 3 febbraio 2016, il corpo di Giulio Regeni è stato trovato, ai margini di un'autostrada nella periferia del Cairo. Il lungometraggio racconta con molti particolari la storia dell'ultima settimana di vita, dalla sparizione, la sera del 25 gennaio, fino all'epilogo. Si sofferma poi sul lungo e accidentato percorso di ricerca della verità, con l'avvio e lo sviluppo di un processo che ha portato fino all'individuazione di quattro colpevoli, funzionari ai vertici dei servizi segreti egiziani. Si nota anche il quasi completo disinteresse dei cosiddetti mondi politici e imprenditoriali che - dopo un iniziale opportuno richiamo in patria "per consultazioni" dell'ambasciatore - sembrano molto più attenti agli affari che al tragico destino di un connazionale rapito, torturato, ucciso e umiliato anche post mortem con una serie di incredibili depistaggi.

E' molto impressionante il video che accompagna a più riprese la narrazione della storia. Giulio viene ripreso a sua insaputa da quello che riteneva essere un amico e collaboratore. Con intelligenza e prudenza non cade nella rete della provocazione ordita dal capo dei sindacati degli ambulanti, ma sono inquietanti le parole confidenziali, l'offerta del the, il linguaggio ammiccante di chi - quasi contemporaneamente - trasmette il filmato agli assassini. Emerge una rete spaventosa di ingiustizie, silenzi e paure, una ragnatela di corruzione e violenza nella quale il Regeni rimane impigliato. E' accaduto a lui, potrebbe succedere a chiunque in un Paese con un regime totalitario come quello di Al Sisi, ma - ahimé - anche in Stati sedicenti democratici come quello italiano, dove episodi di tortura fino alla soppressione fisica non sono assolutamente esclusi.

In questo contesto scaturisce la forza civile dei familiari di Giulio, dell'avvocata Ballerini e - insieme a loro - dell'intero "popolo giallo". Centinaia di migliaia di persone, dietro allo striscione che invoca Verità e Giustizia, hanno marciatio e continuano a farlo, in tutto il Mondo. Hanno reso di fatto possibile ciò che appariva impossibile. Il film documenta molto bene tutto ciò che è accaduto. Dallo scetticismo iniziale degli "esperti", dagli inviti a lasicar perdere e rassegnarsi, "Mai si arriverà a mettere in discussione il sistema", si è arrivati fino al raggiungimento della Verità. Oggi a tutti è chiaro ciò che è accaduto, i tradimenti, l'arresto, le torture da parte dei servizi segreti ufficiali dell'Egitto, i depistaggi anche violenti, la campagna d'odio orchestrata dai media locali, i silenzi e le ritrosie del Governo italiano, i compagni di prigionia, i coraggiosissimi testimoni oculari, i nomi dei quattro direttamente responsabili. Contro tutto l'apparato e contro tutti gli interessi di parte si è arrivati alla Verità. Ora sembra manchi poco alla conclusione del processo, al termine del quale la sentenza dichiarerà anche il raggiungimento della Giustizia. Anche se i colpevoli non saranno puniti - hanno già fatto perdere le loro tracce - è l'immagine del sistema di potere in Egitto ad aver subito un impressionante deterioramento, Nausea di fronte all'ennesima dimostrazione del sopruso, enorme ammirazione per chi ha lottato e continua a lottare per affermare la giustizia, la verità, la forza dell'autentica democrazia.

lunedì 2 febbraio 2026

Chi vuole la morte della democrazia?

 

Quella nella foto è una manifestazione del Primo Maggio, a Torino, una decina di anni fa...

Il corteo di protesta è una forma di democrazia partecipativa. Si vuole dare forza, attraverso una folla numerosa, consapevole e convinta, a un dissenso importante nei confronti di chi governa un Paese, chiunque egli sia. Nei casi in cui non si tratti semplicemente di una specie di rito collettivo, la manifestazione è oggettivamente temuta dal Potere, perché demolisce l'immagine di consenso generalizzato che ogni "capo" vorrebbe accreditare. Più di ogni altra, "disturba" la protesta pacifica di decine, centinaia di migliaia di persone che - scandendo slogan e sventolando bandiere - gridano all'unisono la loro rabbia e proclamano il loro desiderio di governanti e di leggi migliori. 

Ho partecipato personalmente a numerose di queste manifestazioni, potrei dire che in tutte - a posteriori - è chiaro che "avevamo ragione noi!". Ero a Genova, al G8, là dove per la prima volta fu portato in Italia il sistema di repressione precedentemente attuato in altri Stati tutt'altro che democratici. Giovani e adulti, provenienti da ogni parte d'Europa e del Mondo, si incontrarono per una lunga, spettacolare settimana, offrendo ai responsabili del G8 studi approfonditi su un post-capitalismo dal volto umano. La loro istanza fu soffocata nel sangue. Qualche decina di personaggi incappucciati - mai identiticati successivamente - misero a ferro e fuoco la città, innalzando al massimo il livello della tensione e dello scontro, fino alla guerriglia urbana provocata dalla polizia con il lancio sistematico dei candelotti lacrimogeni, i manganelli ritmati sugli scudi di plexigass e le speventose tenute antisommossa. Invece di incarcerare i violenti, tranquillamente spariti dalla scena, ci fu l'assalto alla caserma Diaz, una vera mattanza di indifesi pacifisti, una vergogna planetaria per l'Italia dell'era Berlusconi. Ma l'obiettivo era stato raggiunto, l'enorme e straordinaria protesta civile era stata soffocata e silenziata. E il capo delle operazioni di polizia fu ben presto... rimosso? direte voi... no, promosso a un grado ben più alto di carriera.

Da allora lo stesso accadde molte altre volte, nelle contestazioni relative all'intervento militare in Iraq, in quelle gradiscane contro l'apertura dell'allora chiamato cpt (poi cpta, cie e adesso centro per il rimpatrio - quanta ragione si aveva a non voler vedere le sbarre da circo che chiudono ogni spazio della caserma ex Polonio!!!) e in tantissime altre. Nel momento topico, quando la manifestazione raggiunge il suo culmine - spesso trasformata in festa con la presenza di famiglie e bambini - arrivano i "mascherati", lanciano sassi, qualche fumogeno, provocano la polizia che - abbassate le visiere dei caschi - inizia sistematica l'opera di repressione. Intendiamoci, non contro i violenti, ma contro tutti gli altri, inermi spettatori passivi che assistono all'annientamento delle loro ragioni a causa di quel manipolo di sconosciuti, totalmente  estranei alla realtà degli organizzatori. E il giorno dopo, non si trova nessuna parola alla tv o sui giornali sulla forza di un grande momento di popolo. Si ascolta e si legge invece della difesa del Potere, che con la scusa di difendere la sicurezza, l'Ordine Pubblico e i suoi rappresentanti, invoca leggi draconiane e ipotizza un drastico giro di vite per impedire, per quanto possibile, ogni dissenso.

Le notizie degli "scontri" di ieri a Torino hanno riaperto occhi e memorie. Un gigantesco, inatteso corteo, ha marciato per le vie della città contestando la chiusura di un centro sociale, luogo di confronto e di cultura al servizio della collettività. Era un segno troppo grande per lasciargli un'espressione così clamorosa ed efficace. L'unico modo per disinnescarne la forza era quello di trasformare una protesta del tutto pacifica in uno dei soliti macelli, suscitando l'indignazione di un'opinione pubblica assuefatta e alla ricerca esclusiva della pace dei sensi e offrendo ai governanti l'occasione per organizzare la repressione: scudo penale per i poliziotti, fermo di polizia senza diritti, addirittura qualcuno ipotizza di sparare ordinariamente a chi protesta con i pallini di gomma, "quelli che non feriscono ma fanno molto male" (citazione - ahimé - da un'intervista rilasciata dal sindaco di Trieste), ecc. ecc. Intanto il poliziotto "pestato e con la testa massacrata da un martello" riceve in ospedale la visita di un'affettuosa Meloni e subito dopo - bene per lui - viene tranquillamente dimesso. Nel frattempo, nessuna notizia dei terribili "assalitori", se non del genericissimo arresto di "un ventiduenne di Grosseto" presentato - ammesso che esista - come il colpevole di ogni efferatezza.

Insomma, sempre no alla violenza, in tutte le sue forme, ma veramente è tempo di forte vigilanza! Attenzione, in nome dell'ordine e della disciplina, nell'invocazione di "santa sicurezza" è la violenza di Stato che ha favorito e realizzato i più sanguinosi rovesciamenti delle più fragili democrazie.

sabato 31 gennaio 2026

EPK, un seme gettato nel terreno invernale: germoglierà?

 

Tra pochi giorni ricorrerà l'anniversario dell'inizio dell'anno della capitale europea della cultura. Quali erano gli obiettivi, quali sono stati raggiunti e quali sono ancora da mettere a fuoco?

L'Europa ha affidato a Nova Gorica e alla partner associata Gorizia una grande responsabilità: dimostrare la possibilità di una cultura plurale, dove la diversità delle lingue, delle concezioni del mondo e delle interpretazioni della storia non sia considerata un ostacolo, ma una straordinaria opportunità di simbiosi, solidarietà e collaborazione. Perché questo possa accadere, c'è bisogno della compartecipazione di ogni cittadina e cittadino, nessuno escluso. Gli amministratori possono indicare le linee di intervento, i tecnici organizzare con passione e competenza incontri, eventi e situazioni favorevoli, ma il vero obiettivo è che tutti "si sentano" pienamente parte di un territorio meraviglioso. Le due città e tutti i comuni circostanti non sono chiamati a unificarsi o peggio omologarsi, bensì a "congiungersi" in un abbraccio nel quale - mentre si costruisce insieme un nuovo soggetto - ciascuna delle parti rimane sé stessa, arricchita dal dono dell'altra.

Sloveni, friulani, italiani, ma anche pakistani, afghani, senegalesi e tutti coloro che sono sul terreno per qualsiasi motivo, devono sentirsi a pieno titolo "Goriški", "Goriziani" e contribuire - ciascuno a suo modo - alla realizzazione di questa straordinaria unità nella valorizzazione delle differenze.

Tutto ciò lo si è concretamente percepito lo scorso 8 febbraio 2025, quando le strade e le piazze sono state invase pacificamente da un popolo che ha marciato, ascoltato, guardato, gustato, scoperto, percepito un qualcosa di nuovo INSIEME. Ecco la parola magica, INSIEME. Non sempre si è avuta la stessa impressione nel succedersi degli eventi, da quella data in poi. Le proposte sono state quasi sempre di alto livello - musica, danza, teatro, conferenze, convegni, presentazioni di libri, inaugurazioni, ecc. - ma la partecipazione è stata in generale limitata a "una parte" o all'"altra", rilevando come ci siano ancora molti punti oscuri da chiarire e molte difficoltà da superare.

Indubbiamente le/la città si è abbellita, con l'apertura di zone da lungo tempo precluse ai più, come per esempio i bellissimi parchi del Rafut, del Coronini e della Valletta del Corno. La piazza della Transalpina/Trg Evrope - ancora caratterizzata da due nomi diversi - è stata riqualificata e offre uno scenario stupendo alla possibilità di incontro fisico tra gli abitanti delle due parti. Il vicino museo Epicenter, con un'accorata e completa rivistazione della storia del Novecento Goriziano, arricchisce la possibilità di una conoscenza globale e approfondita, affiancandosi e completando il percorso delle vicine esposizioni del Rafut, dedicate al lasciapassare e al contrabbando. Le piste ciclabili nella campagna di Solkan/Salcano sono molto frequentate, culminando nell'ardito ponte sospeso ciclopedonale nella zona del Kajak center. Si sono segnati e organizzati suggestivi percorsi a piedi, come l'Iter Goritiense da Aquileia a Sveta Gora dove è stato inaugurato l'accogliente centro Mir in dobro o quelli dedicati alla memoria di San Martino, lungo i sentieri dell'affascinante Vipavska dolina. Ci sono state alcune grandi mostre che hanno suscitato interesse in tutto il centro Europa. Frequentatissime sono state quelle dedicate a Andy Warhol e soprattutto a Zoran Mušič in Palazzo Attems, nel castello di Dobrovo e in quello di Kromberk. Assai significativa la realizzazione del primo Museo tattile della Slovenia proposto dal Goriški Muzej, come pure la memoria realizzata attraverso la pittura di Giuseppe Ungaretti o quella dedicata a Franco Basaglia e alla sua "rivoluzione" goriziana, allestite nel museo di Santa Chiara. Splendida, anche per lo scenario, la mostra di fotografia e pittura organizzata a Vipavski križ. Ricca di contenuti - ma avrebbe potuto essere uno dei punti nevralgici se fosse stata accettata dal Comune di Gorizia l'idea di collegare la storia aquileiese con la capitale della cultura, "dal preromano al postmoderno" - la mostra sul Tesoro dell'Arcidiocesi, con la notevole svista della mancanza delle didascalie in lingua slovena. Più discusse e controverse, anche per i risvolti economici e finanziari, le due "opere d'arte" (o supposte tali, a seconda dei punti di vista) costituite dall'obelisco mulicolore di Piazza della Casa Rossa e la Dag nel tunnel di via Bombi. Innumerevoli sono state anche le conferenze, tra le quali non si può non citare almeno quella con il filosofo Slavoj Žižek, di livello internazionale. Tanti sono stati i libri pubblicati sulla capitale europea della cultura, importante il ruolo di case editrici come ZTT di Trieste e soprattutto Qudu Libri di Gorizia, il cui spazio di incontro in Piazza Travnik sta diventando sempre più centro di relazioni e di divulgazione della cultura plurale del territorio. 

Tutto bene allora? Per ciò che riguarda l'aspetto "celebrativo" dell'Epk, il lavoro è stato enorme e non si può che ringraziare chi ha investito tanto tempo ed energie nel costruire un evento nel complesso veramente notevole. Tuttavia occorre predere atto di come il cammino sia appena iniziato. A parte il primo giorno di festa, per il resto il coinvolgimento di tutti gli abitanti, indispensabile per la riuscita complessiva dell'impresa, è stato piuttosto timido. Si è fatto molto poco - se non nulla, a livello ufficale - per l'agognato da decenni inserimento dell'italiano nelle scuole slovene e dello sloveno in quelle italiane e per favorire la formazione degli adulti all'interculturalità e alla pluriculturalità. I progetti di rendere la zona Laboratorio internazionale di pace e giustizia al servizio del mondo intero sono rimasti al livello dell'enunciazione e della carta stampata. Non si è valorizzata la ciclopedonalità per quanto riguarda soprattutto la relazione tra la stazione e il centro di Gorizia con la stazione e il centro di Nova Gorica (la cosiddetta Ciclovia della Cultura). Mancano - a parte Isonzo Soča - strumenti di comunicazione mediatica tra la parte nuova e quella vecchia del territorio, cosicché le notizie quotidiane non sono ancora in grado di attraversare il confine. Non c'è stata una necessaria revisione toponomastica e anche dal punto di vista della lettura storica si è lasciato poco spazio agli studiosi, nella fallace convinzione che dei problemi più delicati sia meglio tacere per evitare conflitti. La mancata revoca della cittadinanza a Mussolini e la pervicace accoglienza ufficiale degli eredi della XMas dimostrano quanto invece sia importante che le sofferenze e le differenze non siano sottaciute, ma attraversate con il competente sostegno dei professionisti della ricerca storiografica. Non sono stati per ora creati tavoli permanenti di incontro tra rappresentanti in Slovenia e in Italia delle categorie, culturali, sociali, industriali, artigianali e agricole, scolastiche e accademiche, per immaginare e costruire un futuro insieme. 

Insomma, il seme è stato gettato e ora dorme sotto la terra invernale. Germoglierà nel nascondimento, spunterà alla luce e diventerà tronco, ramo, foglia e frutto? E' una grande speranza, quella che caratterizza ogni inizio. Ciò che si è GIA' visto all'inizio, l'8 febbraio dello scorso anno, è un NON ANCORA che deve accadere.

martedì 27 gennaio 2026

Giornata della Memoria 2026

 

In fondo, da diecimila anni in qua, si sono trasformati gli strumenti, ma non è cambiato il cuore. Un tempo si usavano l'arco e la mazza, adesso le pistole, le bombe al fosforo e le camere a gas.

Forse le crisi del momento, che esplicitano ciò che tutti si sapeva, possono indurre l'umanità a compiere un salto di qualità. Dall'età delle caverne e della legge della giungla, incarnata dal nazifascismo ieri, dai potenti del mondo cosidetto "democratico" oggi, occorre passare a quella della libertà, uguaglianza e fraternità. La legge della civiltà e dell'amore, dove siano bandite le armi, dove non esistano più il nazionalismo e il razzismo e nella società internazionale diventi legge la comunione nella valorizzazione di ogni frammento di meravigliosa diversità.

Il lupo pascolerà con l'agnello, il bimbo metterà le mani nella buca e giocherà felice con i serpenti velenosi, si trasformeranno le lance in falci e gli strumenti di guerra in aratri.

domenica 25 gennaio 2026

Il Male del Mondo

 

Arrivano i giorni del "never again!", "mai più!", "nikoli več!"

E mai come quest'anno questo slogan - purtroppo da sempre vuoto di contenuto quanto gli auguri che ci si scambia all'inizio di ogni anno - manifesta l'ipocrisia intrinseca che lo caratterizza.

Il "mai più" stende un velo pietoso sui cadaveri dilaniati dei giovani ucraini e russi mandati al macello da presidenti incoscienti, con il sostegno della "civile" Europa, culla della civiltà. Oscura lo scandalo per il genocidio di Gaza, per i bombardamenti sui palestinesi del Libano e della Cisgiordania, per la tragedia della repressione nel sangue delle proteste in Iran, per le malefatte degli USA tornati al più tradizionale look di violenti padroni del mondo. Fa dimenticare gli assassinii perpetrati dai legionari di Trump per le strade di Minneapolis, massacratori in uniforme che sparano al primi malcapitato con la scusa di individuare e arrestare - proprio come faceva la Gestapo - i poveri immigrati irregolari. 

Qual è il limite del "never again"? Perché lo si ascolta con sempre maggior fastidio? Non perché quando lo si afferma, si sa già che non sarà preso in considerazione da nessuno. O almeno, non solo per questo.

La questione è più profonda e riguarda l'atteggiamento dell'essere umano davanti al mistero del Male. Quando diciamo "mai più", ci riferiamo - la maggior parte delle volte inconsciamente - agli "altri". C'è sempre qualcuno - altro da me - che dovrebbe cambiare, affinché cessino le sofferenze del Pianeta. Il male assoluto è in Netanyahu, in Zelens'ky, nella von der Leyen, naturalmente in Trump e - perché no? - anche nella Meloni (o in Hamas, in Putin, in Maduro, negli Ayatollah, se si vuole ribaltare la medesima frittata). In altri tempi il male era rappresentato da Mussolini e da Hitler o da Stalin e da Pol Pot, riconosciuti osceni, schifosi e folli individui dagli stessi che li avevano idolatrati fino alla vigilia della loro ignominiosa caduta. 

Il riconoscimento del male solo nell'"altro" è uno dei tanti modi per lasciare le cose esattamente come stanno. E' il rischio che spesso corrono coloro che suppongono di essere nel giusto perché "non fanno del male a nessuno", "stanno dalla parte giusta" o enunciano continuamente il rosario di orrori che - appunto a causa di "altri" - vengono sgranati ogni giorno nel mondo.

E se il Male non riguardasse soltanto "l'altro", ma anche l'"io"? Se lo squallore non abitasse solo le case degli altri, ma anche la propria? Se la violenza cieca e informe fosse dentro di me, rinchiusa nelle segrete del mio dostoevskjano sottosuolo? Se fosse confinata nel profondo e non emergesse soltanto perché non si sono create l'occasione e le condizioni?

La consapevolezza che il Male è anche in me - come nei film americani che raccontano i mostri brutali nascosti sotto le sembianze di amorevoli mariti e deliziosi padri di famiglia - non diminuisce lo scandalo per la violenza dell'altro, ma permette di conoscerla nella sua essenza e, proprio per questo, di essere preparati a combatterla. E consente, conoscendola, di rivelarne le autentiche dinamiche che per lo più sfuggono allo sguardo superficiale. Inoltre, l'ammissione della presenza del Male in me - quasi un'entità metafisica che permea di sé tutte le cose - consente di modificare istantaneamente l'unico "altro" sul quale si possa direttamente influire: sé stesso, nel proprio limitato o globale ambiente esistenziale. 

Si torna così alla teoria della nonviolenza attiva che basa l'impegno per la costruzione del bene nel Mondo sulla trasformazione delle proprie relazioni quotidiane e sul riconoscimento dell'universale responsabilità: tutti e ciascuno si è responsabili di ciò che accade nello spazio e nel tempo. Esse determinano una condivisione che si dilata progressivamente e diventa concreta lotta contro il male anche attraverso la disponibilità all'esercizio del supremo atto nonviolento, l'accettazione del Dolore e la perdita anche della stessa vita per affermare la definitiva trasformazione di sé e del Mondo nell'orizzonte dell'Amore.

10 anni di attesa, o più precisamente, di ritardo (cit. sindaco di Fiumicello)

 


sabato 24 gennaio 2026

La fiamma olimpica, un mega spot di Coca Cola ed Eni

Oggi la fiamma olimpica è transitata per Gorizia, accompagnata da una folla che - complice il tempo decisamente inclemente - ha dimostrato un assai risicato entusiasmo, riservando un timido applauso soltanto al tedoforo, un sorridente atleta paralimpico impregnato di pioggia invernale, unico sprazzo di umanità all'interno di un evento a dir poco imbarazzante.

Del resto, effettivamente, c'è poco da entusiasmarsi.

Una volta la parola Olimpiadi era sinonimo di competizione priva di interessi economici, oltre che di confronto fra dilettanti coinvolti nel momento più importante della loro carriera sportiva. Dominava il tutto lo spirito decoubertiano, secondo il quale "l'importante è partecipare".

Non occorre essere maliziosi per essere consapevoli di come in realtà non sia mai stato così e di come le Olimpiadi moderne siano state dall'inizio una straordinaria vetrina per propagandare interessi e prodotti. Ciò avviene in ogni sport e il dilettantismo è confinato in una mitologica età che forse non è mai esistita. Basti pensare al Giro d'Italia, al Tour de France, alle gare di Formula uno o alle discese con gli sci, per contemplare ovunque la selva di sponsor che offrono i mezzi per realizzare gli eventi e che in cambio ricevono immensi vantaggi pubblicitari.

Ciò che colpisce in questo mai così evidenziato viaggio del fuoco olimpico è la riduzione dell'impresa a soli due marchi, ENI e soprattutto Coca Cola.

Prima dell'arrivo dell'atleta con la torcia, si assiste a un mega spot pubblicitario della più nota bevanda del mondo occidentale. Transitano furgoni con i colori inconfondibili, un tizio sul camioncino agita con forza la bandiera che ha ispirato gli inventori del look di Babbo Natale, altri distribuiscono a destra e a manca lattine da 20 ccl e lanciano borsette biancorosse a un pubblico, anche in questo caso (per fortuna) assai diffidente.

D'accordo che questa è la globalizzazione e che questo è il capitalismo. D'accordo che dai tempi degli imperatori romani il Potere si autogenera attraverso la distribuzione di "panem et circenses". Ma qui si è superato ogni limite: la Coca Cola, marchio espressione per eccellenza della civitas statunitense, è la grande protagonista delle Olimpiadi invernali che si svolgono a Cortina e Milano in questo anno domini 2026. 

In quanto simbolo, la Coca Cola si assume tutta la responsabilità della gestione olimpica. Lo ha già fatto in altre occasioni, come quando si è addirittura accapparata le Olimpiadi del 1996, costringendo il comitato a scegliere la sua "culla", Atlanta e surclassando così le città di Olimpia e Atene, che avrebbero voluto celebrare il secolo dalla rinascita dei Giochi, inventati un paio di millenni prima in Grecia.  

E' ovvio che uno degli Stati ospiti d'onore della kermesse sia Israele. Il genocidio di Gaza perpetrato dal governo Netanyahu, le persecuzioni dei palestinesi in Cisgiordania, i bombardamenti su Stati sovrani, sono stati compiuti tutti con l'avvallo di Trump e dell'attuale (ma non solo!) amministrazione USA. Nel segno e nel nome della Coca Cola, tutto diventa possibile. E' un motivo in più per constatare quanto siano cambiate le Olimpiadi: la presenza degli atleti di Israele, in un momento nel quale sono stati uccisi tanti sportivi gazawi e palestinesi, è il simbolo di un mondo dominato dagli interessi di pochissimi, ai quali nulla importa della giustizia sociale e del sempre più calpestato diritto internazionale. 

Infine, una nota di simpatia nei confronti del Forum per Gorizia e di molte altre "sigle" del Friuli Venezia Giulia e della Primorska slovena. Con un'azione nonviolenta presso il valico del Rafut/Pristava, si è voluto richiamare l'assurdità di una fiamma olimpica che attraversa liberamente e con tutti gli onori il vecchio confine, mentre prosegue l'assurda e venefica sospensione di Schengen. Si chiede la rimozione immediata dei controlli sul confine, iniziati con la scusa del timore degli attentati dopo il 7 ottobre 2023, ora ribaditi con quella della celebrazione delle Olimpiadi. Tutti pretesti, naturalmente, sembra evidente che il vero obiettivo siano i poveri migranti, nel loro faticoso arrivo al termine del difficile viaggio lungo la rotta balcanica. Sperano di aver raggiunto la terra delle libertà, invece, dopo aver trascorso notti ghiacciate nei rifugi di fortuna, finiscono nei centri per l'identificazione e l'espulsione.

Mala tempora currunt, sed peiora parantur!

domenica 18 gennaio 2026

Fratello confine, sorella frontiera...

Domenica 11 gennaio, i Frati minori cappuccini e l'Ordine francescano secolare di Gorizia, insieme ai Frati minori francescani e l'Ordine francescano secolare di Kostanjevica Nova Gorica hanno promosso un bel pomeriggio di riflessione, dal significativo titolo Fratello confine, Sorella frontiera. Coordinata da fra Luigi Bertier, l'iniziativa ha visto la presenza, tra gli altri, dell'Arcivescovo Carlo Maria Redaelli, del pastore della chiesa metodista Jens Hansen e del guardiano del santuario di Kostanjevica p.Boštjan Horvat.   

Chi volesse saperne di più, può trovare una sintesi dell'intero incontro al seguente link di you tube: https://youtu.be/m_k5ZhZheQE?si=hvPNNso7KAKebfkc Ve lo consiglio vivamente, ringraziando la "regista" Francesca Curreli!

Prima di un bel momento di incontro interreligioso, con profonde citazioni dalle tradizioni ebraica, musulmana, buddhista, ortodossa, protestante e cattolica, si è svolto un'assai interessante tavola rotonda, animata da Andrea Bellavite e guidata dalla dott.ssa Morena Maresia, della Soprintendenza Archeologia e Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia.

Il compito della Soprintendenza è quello della custodia, ma anche della valorizzazione dei beni che appartengono non a uno o all'altro ente, ma a tutta l'umanità. La Bellezza infatti è un dono per tutti e dovrebbe essere percepita come una proprietà universale. E' in questo spirito che Morena Maresia ha promosso il progetto "...e adesso sono qui", al quale hanno partecipato, in diverse sessioni, decine di giovani, migranti e non, della Regione. Con loro è stato possibile visitare e conoscere i luoghi dell'arte e della cultura, in particolare le testimoninaze delle diverse spiritualità testimoniate dalle chiese, dalle moschee e dalle sinagoghe presenti nei principali centri regionali. Il lavoro, che ha coinvolto anche numerosi Minori stranieri non accompagnati, è stato raccolto in un bel volume che racconta le esperienze vissute, ma anche le prospettive. Nella chiesa dei Cappuccini hanno parlato anche un giovane marocchino e uno pakistano. Hanno testimoniato la loro gioia nel conoscere i beni culturali della zona dove sono stati accolti, ma anche le potenzialità che simili progetti possono portare, al punto che entrambi hanno già trovato uno sbocco lavorativo, proprio nell'ambito dell'esperienza artistica. Particolarmente emozionante è stato il racconto dell'incontro con l'Hospitale di san Giovanni a Majano e la sorpresa di entrare nelle chiese e di sentire all'interno di esse "la stessa presenza di Dio che si incontra in qualsiasi altro luogo di fede e preghiera". Nel filmato illustrativo, oltre a tutte le altre, ha colpito molto anche la testimonianza del giovane Mosè, sloveno di Jazbine, che sulla piazza della Transalpina/Trg Evrope, ha parlato della necessità di oltrepassare tutti i confini.

E' veramente notevole il fatto che un'istituzione pubblica importante come la Soprintendenza, impegni il proprio personale in progetti di così grande respiro, invitando a collegare la potenza dell'arte con la valorizzazione della dignità di ogni persona umana e l'affermazione della fraternità universale.

venerdì 16 gennaio 2026

La decima mas in Municipio di Gorizia è una vergogna!

 

Sabato 17 gennaio, alle ore 11 presidio antifascista all'incrocio tra Via Diaz e Corso Verdi. 

Si compie il solito rito, ridotto di fatto a una mera provocazione. I reduci della x mas vengono a Gorizia e vengono accolti con tutti gli onori nell'atrio del Municipio. Vogliono ricordare i commilitoni caduti durante le orribili azioni, sostenute per obbedire agli ordini dei fascisti e dei nazisti. E' dimostrato che molti appartenenti a queste squadre paramilitari si siano comportati così crudelmente, da far impallidire perfino i colleghi tedeschi.

Basta aprire qualsiasi libro di storia per rendersi conto del ruolo della x non soltanto nel periodo dei repubblichini, ma anche nei decenni successivi, basti pensare al tentativo di golpe ordito da junio valerio borghese nel dicembre del 1970. Sono stati tutti atti che avevano lo scopo esplicito di minare la fragile democrazia in Italia, in un tempo nel quale la strategia della tensione fascista aveva riempito di terrore i cittadini.

Insomma, se proprio non è possibile impedirlo, che facciano quello che a loro pare, mettere corone su un monumento o pregare per le anime dei massacratori. In Germania le memorie della furia nazista sono state cancellate per scongiurare tentazioni di emulazione, in Italia e a Gorizia, al contrario, è ancora possibile visitare e onorare le tombe e le lapidi dedicate a chi ha condotto l'Italia alla catastrofe o mantenere il nome di mussolini tra i cittadini degni di onore. Ma che i rappresentanti delle istituzioni, vestiti in forma ufficiale con la fascia tricolore sulle spalle, ricevano questi vecchi nostalgici con tutta la riverenza possibile, questo è veramente scandaloso e inaccettabile, una vergogna! 

Non sarebbe ora di finirla con queste provocazioni? Lasciamo che quattro anziani versino lacrime sui morti, ma basta con queste sceneggiate nell'atrio del Comune. Vadano dove vogliono, ma non siano accolti come eroi nel luogo simbolo dell'unità di una cittadinanza che non merita questo affronto.

Quale conto elettorale deve pagare l'amministrazione comunale, per esporsi ogni anno a una simile umiliazione e a una riprovazione quasi unanime, di proporzioni nazionali e internazionali?

giovedì 15 gennaio 2026

PER UN MCG/GST (Mercato Comune Goriziano/Goriška Skupna Tržnica)

 

Si parla tanto di collaborazione e di prolungamento dell'Evropska prestolnica kulture, ma a volte sembra soltanto un mantra per rafforzare la propria parte e non per intensificare una via che non può essere altro che di collaborazione e costruzione comune. In altre parole, non che da una parte si pensi una cosa e poi la si imponga all'altra, questo atteggiamento fa parte di un passato che si spera non ritorni mai più. Si tratta invece di mettersi intorno a un tavolo e di cominciare a pensare, a ideare e a realizzare INSIEME. Uno dei tanti ambiti di prova potrebbe essere proprio quello dei MERCATI, quello di Gorizia - in grave difficoltà - e quello di Nova Gorica, quasi del tutto sconosciuto a chi vive nella parte in Italia della città.

Ci si entra dalla Delpinova ulica, vicino alla bella libreria caffetteria Maks. E' il mercato di Nova Gorica, aperto tutti i giorni, soprattutto però "abitato" di sabato. Occorre andarci abbastanza presto, perché è molto attrattivo e i banchi si svuotano abbastanza in fretta. Gli acquirenti possono trovare una significativa offerta - sul piano quantitativo ma specialmente qualitativo - di magnifici prodotti agroalimentari a km0, dal produttore al consumatore. Verdura e frutta di stagione, formaggi e latticini di origine più che controllata, fiori e prodotti artigianali, fanno bella mostra di sé e invitano a guardare, assaggiare, comprare. Come ogni mercato, ciò che conta è anche il rapporto umano. Non c'è ostacolo né di lingua né di mancata conoscenza. Tra chi vende e chi compra si stabilisce una sorta di complicità e non può mancare uno scambio di idee su questo o su quell'argomento.

Sì, perché il mercato è un importante presidio sociale, un punto di incontro e di riconoscimento tra le persone che lo frequentano. Ci si tiene aggiornati e per molte persone è anche uno dei pochi momenti nei quali diventa possibile scambiare due parole con altri esseri umani, aggiornarsi sui percorsi di vita degli uni e degli altri.

Allora, ecco la proposta: creare un tavolo di lavoro tra produttori del territorio ed esercenti, in modo da realizzare in piena solidarietà e collaborazione "due mercati in uno". Gli abitanti dell'una e dell'altra parte della città potrebbero individuare un sistema coordinato di commercio alternativo. Sulla scia di proposte già enucleate ai gloriosi tempi del festival vegetariano e vegano, i due mercati, in forme complementari, potrebbero diventare un unico polo commerciale e anche culturale. Si potrebbero realizzare filiere legate al biologico e all'equo-solidale, far conoscere nel dettaglio aziende e fattorie sociali, presentare testi e organizzare conferenze sul significato più profondo della produzione e del consumo nell'epoca della globalizzazione.

Insomma, chi più ne ha, più ne metta. Salviamo il mercato di Gorizia, ma immaginiamo un futuro di condivisione con quello di Nova Gorica, puntando a un sistema di compravendita improntato ai principi della vicinanza, della solidarietà e della cultura.

Nel frattempo, se posso darvi un consiglio, provate ad andare in Delpinova, un qualsiasi sabato mattina prima delle 10.30 (non questo, 17 gennaio o il prossimo, 24 gennaio, ci sono altri appuntamenti molto importanti in zona, saranno oggetto dei prossimi post). Gustatevi un giretto al mercato, prima di pascervi con la cultura, uno sguardo ai libri, un caffè e un plurilingue scambio di idee da Maks hanno il potere di allargare le menti e di abbellire qualsiasi week end!

mercoledì 14 gennaio 2026

Pacifisti di tutto il mondo, uniamoci!!!

 

Come inizio d'anno, un bel caos! Per usare un eufemismo...

Gli USA rapiscono in Venezuela Presidente Maduro e moglie, con evidente violazione di ogni tacita ed esplicita regola del presunto esistente diritto internazionale. In Italia la maggior parte dei (tanti) venezuelani in esilio esulta per la cacciata del discusso personaggio, altri scendono in piazza per difendere il Venezuela umiliato dagli interessi USA. La nuova presidente consente la liberazione dei prigionieri politici stranieri - tra i quali alcuni italiani - e non si sa più se protestare per il violento cambio di regime o gioire per la di fatto conseguente libertà dei connazionali e degli altri detenuti ingiustamente.

In Iran si susseguono le manifestazioni contro il regime degli ayatollah, che a quanto pare rispondono con una repressione violenta e crudele. Non si sa se sostenere i cortei nel loro sincero anelito a un mondo migliore, sapendo però che dietro a essi c'è una precisa volontà degli USA e uno specifico interesse dell'erede di Rheza Palhevi. Oppure se scongiurare il ventilato intervento militare di Trump, dando di fatto man forte alle correnti più fondamentaliste dell'Islam iraniano.

In Ucraina continua una guerra assurda, nella quale c'è chi sostiene le "ragioni" di Zelensky, promuovendo un ininterrotto flusso di armi, anche dall'Unione europea che - come previsto - altro non fanno che alimentare un'inutile strage. Dall'altra parte c'è chi tutto sommato non disdegna enfatizzare le "ragioni" di Putin, che non sembra far nulla per accelerare i tempi di un accordo che sarebbe stato possibile fin dai primi momenti di questo orribile conflitto.

C'è chi innalza la bandiera arcobaleno della pace, proponendo agli uni e agli altri la strada della nonviolenza, cercando in questo modo di non portare sostegno a nessuno dei contendenti. Purtroppo tale posizione - per lo più portata avanti, o almeno comunicata, quasi solamente lontano dalle zone dove la terra brucia - finisce per essere del tutto minoritaria e spesso priva di un'articolata proposta alternativa.

Eppure, a pensarci bene, questa è l'unica soluzione possibile. Ma richiede studio, ricerca, impegno, relazioni umane e tanto tanto lavoro. Ci vuole anche una grande capacità di infomrarsi e di trovare le fonti autentiche per comprendere cosa stia veramente accadendo, sfuggendo alla tentazione venefica di fermarsi alla pura propaganda. Non si può prendere posizioni radicali, senza un'approfondita conoscenza delle diverse situazioni. E non basta affermare che l'unica strada possibile è quella della pace e della nonviolenza. Occorre precisare meglio cosa questo significhi, riempire queste parole di concretezza, di risposte autenticamente politiche alle questioni che attanagliano il Pianeta. Non c'è molto tempo a disposizione. Se a prevalere sarà la violenza militare, sotto qualsiasi bandiera essa venga agitata, l'umanità non avrà scampo. 

Sostenitori della nonviolenza attiva di tutto il mondo, uniamoci!!!

martedì 13 gennaio 2026

Elezioni Provinciali? No grazie!

 

Per chiarezza, nei confronti dei manzoniani venticinque lettori di questo blog, devo dire che leggendo un articolo sulla pagina di Monfalcone del Piccolo di oggi, mi sono venuti i fumi...

O meglio, non leggendo l'articolo, ma il titolo con le sottostanti foto. Non molto affascinante la mia - devo dire - il giaccone invernale e il sorriso un po'stentato non mi donano granché.

Scherzi a parte, allo stato attuale delle cose, non ho alcuna intenzione di accettare un'eventuale candidatura alle prossime elezioni provinciali. A parte il fatto che non si sa ancora se saranno a elezione diretta oppure indiretta e non si è ancora definito quale competenze dovrebbero spettare all'eventualmente risuscitato ente provinciale, credo sia del tutto prematuro lanciare nomi a caso nella mischia.

In realtà, come peraltro si evince abbastanza bene dall'articolo e non dal titolo, l'incontro opportunamente promosso da Enrico Bullian non ha alcuna velleità di presentare nomi candidabili alle prossime elezioni, ma di fare un punto sulle diverse realtà sociali e culturali del territorio. L'invito che ho ricevuto è stato solo quello di parlare di un tema che mi sta molto a cuore, ovvero la necessità di stringere relazioni sempre più intense tra le persone e le istituzioni che vivono da una parte e dall'altra del vecchio confine.

Tra l'altro, apprezzo il cosiddetto "civismo" e ho fatto parte con impegno e convinzione in passato di movimenti civici culturali e in parte anche politici. Con essi ho anche portato avanti diversi impegni, anche a livello amministrativo. Tuttavia attualmente non faccio parte di nessun raggruppamento, sostenendo da cittadino del tutto indipendente le idee e le proposte che mi sembrano più adeguate al miglioramento della realtà nella quale viviamo.

sabato 10 gennaio 2026

Anziani e case di riposo: il caso Slovenia, dove l'erba del vicino è sempre più verde

 

Come sempre, l'erba del vicino è sempre più verde. Ma se guardiamo alla Slovenia, in rapporto al tema degli anziani e delle case di riposo, l'erba è davvero molto ma molto più verde che in Italia. Vi invito a leggere per intero questo post e, se volete maggiori informazioni, le potete trovare anche sui siti giornalistici sloveni (anche in lingua italiana).

"Se non vuoi diventare vecchio, devi morire giovane", diceva qualcuno riferendosi in modo autoironico alla propria terza età.

Nel mondo ricco, in realtà, la speranza di vita è alta e le percentuali delle persone anziane crescono di giorno in giorno. Ciò comporta il moltiplicarsi di piccoli e grandi problemi, riguardanti il diritto alla pensione, allo stato sociale, all'accesso ai servizi sanitari. Non ultima, la questione delle case di riposo.

Come fa una persona non più autosufficiente, con una pensione non solo minima ma anche media, a garantirsi la sopravvivenza? Come può una famiglia impegnata nella vita quotidiana a conciliare le esigenze di ogni giorno con l'assistenza a un familiare anziano? Non potendo farlo il familiare, come un Comune riesce a sopperire a necessità sempre più impellenti, senza dover impoverire altri fondamentali settori di intervento, a favore dei giovani, della cultura, dell'imprenditoria, della salvaguardia della Natura?

Risposta: per ora le difficoltà sono enormi, tra breve risulteranno insormontabili. Per entrare in una casa di riposo occorrono a volte mesi, se non anni e i costi di gestione sono inarrivabili per la stragrande maggioranza dei cittadini.

Come risolvere - o meglio tamponare - il problema? Ovunque la soluzione è quella di aumentare le rette, come accaduto ovunque e in misura assai ragguardevole, anche a Gorizia, contribuendo così a selezionare ulteriormente le persone, dividendole tra chi può e chi non può. E chi non può deve in qualche modo arrangiarsi, con o senza ricorso alla categoria delle e dei "Badanti", peraltro non meno impegnativa, dal punto di vista dei costi, rispetto alla Casa di Riposo. 

Ovunque, ma non nella Slovenia del tempo del governo Golob e del suo "Ministero per il futuro solidale" (un bellissimo nome per un ministero!). Esso si è infatti distinto, a livello europeo, per l'approvazione di numerose riforme importanti, riguardanti il lavoro, i diritti individuali e sociali, le pensioni. Tra esse, l'uovo di Colombo!, cioè la legge sull'assistenza a lungo termine. Con essa si stabilisce una tassazione dell'1% su tutti gli stipendi, degli imprenditori e dei lavoratori, da investire per l'ammodernamento e la realizzazione di nuova case di riposo e per contribuire - insieme all'intervento dello Stato - all'abbattimento delle rette ai familiari e al sostegno alle cure per gli anziani bisognosi. C'è una speciale attenzione anche ai lavoratori del settore, con l'incentivo all'assunzione di operatori socio sanitari. Con questo sistema, si è arrivati alla diminuzione sensibile delle rette (tra i 200 e gli 800 euro al mese!!!), riferite soltanto al vitto e all'alloggio, non alle cure dei non autosufficienti, a carico dello Stato. Nell'insieme, prima della normativa, l'utente versava il 65% della quota, lo Stato il 35%. Ora il rapporto si è capovolto, 65% lo Stato e il 35% il cittadino. Non che siano state risolte con la bacchetta magica tutte le liste di attesa e problematiche simili, ma ci si è incamminati sicuramente su una strada che - a fronte della richiesta di un minimo sacrificio al lavoratore - pone veramente al centro la persona e non gli interessi legati alla gestione di tali istituzioni. Sono state anche investite molte somme provenienti dal PNRR, utilizzate per ammodernare lo Stato sociale e non per offrire ai poveri cittadini e ai cittadini poveri "panem et circenses". 

mercoledì 7 gennaio 2026

Un "Buen Camino", più per ridere che per pensare

 

Il film di Gennaro Nunziante Buen Camino ha sbancato il botteghino, riuscendo a raggiungere - a quanto pare - il secondo posto di sempre in Italia per quanto concerne gli incassi.

Questo strepitoso successo, favorito dall'assoluto protagonista, Checco Zalone, suscita qualche riflessione. Da appassionato camminatore e in particolare da pellegrino jacopeo, non ho voluto mancare all'appuntamento, peraltro in compagnia di circa 5 milioni di connazionali.

Sinceramente, se ci si dovesse limitare alla trama, la storiella in quanto tale non varrebbe certo il prezzo del biglietto. Lo spunto in sé non sarebbe neanche male: è la crisi di identità di una figlia minorenne che, passo dopo passo (letteralmente!), riscopre il significato della relazione con il padre. E questo accade all'interno di quel cantiere di miracoli che effettivamente è il più noto e celebre dei "Cammini", quello che da Saint Jean pied du Port conduce fino a Santiago di Compostela. Lo sviluppo della vicenda è tuttavia talmente banale e prevedibile, da poter immaginare fin dalla prima scena quali saranno gli sviluppi successivi. La delineazione degli ambienti e dei personaggi è caricaturale, spaziando con eccessiva rapidità dagli eccessi del lusso fine esclusivamente a sé stesso all'immersione nella dinamica dei faticosi giorni di marcia e delle rumorose notti negli "auberges".  Manca quasi completamente un'analisi introspettiva del perché i vari tipi umani si ritrovino a centinaia, uniti nelle loro diversità, a marciare insieme, condividendo per un mese gioie e dolori. E non c'è alcun riferimento alla straordinarietà di un percorso del tutto immerso nella realtà dell'Occidente europeo. Le persone smettono per un breve periodo le camicie inamidate, le cattedre scolastiche e gli uffici delle aziende per indossare zaino e scarponi e vivere un'avventura scomoda ma affascinante, da raccontare a figli e nipoti nelle lunghe serate invernali. Perché lo fanno?  Cosa cercano, ammesso che cerchino effettivamente qualcosa? Quali sono i loro obiettivi, le loro mete, al di là della tomba dell'apostolo santo ritrovato nell'antico Campo della Stella? Sono interrogativi ai quali ogni viandante può rispondere in modo diverso, anche perché la speranza di una soluzione di questi enigmi si ritrova soltanto nel profondo del cuore di ogni essere umano. Manca poi completamente la contestualizzazione storica, culturale, sociale e artistica. Il cammino di Zalone e della figlia potrebbe svolgersi in qualunque altra parte del mondo, là dove diverse persone camminano insieme verso una meta. Non che debba esserci una descrizione documentaristica del pluristudiato Cammino Jacopeo, ma qui non è chiaro nemmeno che cosa conservi la chiesa - meta del pellegrinaggio - se non le suggestive e un po' inquietanti evoluzioni del botafumeiro. Insomma, se si vuole capire che cosa sia il Cammino di Santiago, credo che questa pellicola  non sia il migliore degli strumenti. Tra tutte, ma il paragone lo porto con un certo timore e trepidazione, suggerirei l'intramontabile Via Lattea di Louis Bunuel.

E allora? Come spiegare una simile performance? Il tutto ruota intorno alla figura principale, Checco Zalone, talmente eccessivo e indisponente in tutto, da risultare inevitabilmente simpatico. E' un attore eccezionale che riesce a trasformare un film mediocre in un'ottima commedia comica attraverso la proposizione di una serie di gag che suscita un'ininterrotta compassionevole risata, dall'inizio alla fine della proiezione. Buen Camino si può allora vedere, spogliandosi di attese irrealizzabili e preparandosi a godere una serena e leggera serata di cinema. Zalone riesce perfino a suscitare qualche sprazzo di identificazione mimetica, là dove lo spettatore riesce a svestirsi dalla speranza di trovare chissà quali risposte ai suoi problemi esistenziali e si mette più o meno gioiosamente in cammino, auspicando sempre di trovare qualcosa di  imprevisto e imprevedibile dietro a ogni curva, al di là di ogni dosso. Insomma, da artista intelligente quale è, il nostro Checco nazionale sa toccare i tasti giusti delle coscienze piuttosto atrofizzate degli italiani, facendo loro immaginare di essere in cammino verso la più intima consapevolezza di essere individui in relazione, mentre in realtà riesce ad abbagliarli con ciò che, in fondo in fondo, piace a ogni essere umano: le luci e i suoni, il pane e i circensi.

martedì 6 gennaio 2026

Con i se e con i ma... SI' ALLA NONVIOLENZA ATTIVA, sempre e ovunque

 

Vorrei continuare, in modo un po' sofferto e più personale, il ragionamento avviato nel precedente post.

Ciò che mi ha sempre affascinato della teoria della nonviolenza attiva è stata la sua forza provocatoria e controcorrente. Il ragionamento è fondato su una visione dell'essere umano e della natura che lo circonda essenzialmente positiva. Non a caso la strutturazione più concreta è quella proposta da Gandhi, nell'ambito di una revisione critico-sistematica dell'induismo e più in generale delle visioni filosofiche dell'Oriente. E non a caso, la più impressionante proposta si trova nei testi evangelici, là dove si propongono l'amore al nemico, il perdono incondizionato e la dedizione unilaterale all'altro come strumenti per la costruzione della nuova civiltà della fraternità e sororità universali.

Per decenni, insieme a compagne, compagni, amiche e amici, si è camminato per le strade d'Italia e di Slovenia, per ribadire il no alla guerra senza se e senza ma, per proporre la nonviolenza attiva come unico metodo autenticamente umano per risolvere i conflitti tra le persone e i popoli.

Quello che in questi ultimi anni sembra essere messo in discussione è proprio il "senza se e senza ma". Infatti, a livello di testimonianza personale e individuale, nessuno nega la grandezza e il coraggio di chi decide di essere picchiato piuttosto di picchiare o di chi va incontro alla morte a testa alta, guardando dritto negli occhi il suo persecutore per risvegliare in lui la scintilla di un'umanità nascosta e repressa. Ma se a essere minacciato non è il soggetto nonviolento, ma qualcuno che gli è caro? Se è una persona più fragile, povera e debole? Se è un bambino totalmente indifeso e l'unico modo concreto che hai per difenderlo è fermare a ogni costo il violento che lo vuole ferire o uccidere? E se è un intero popolo che viene sottoposto a genocidio e a un'inaudita serie di umiliazioni? E se un tiranno minaccia di portare il Pianeta all'Apocalisse e non lo si può fermare con la sola testimonianza personale? La nonviolenza attiva vale anche quando la vittima non è il profeta, ma qualche altro soggetto umano indifeso o addirittura intere nazioni oppresse dalla fame e dalla guerra? Ecco, ho già enucleato un bel po' di se e di ma.

Se poi si guarda a ciò che sta accadendo oggi nel mondo, la scelta della nonviolenza attiva può essere una proposta anche politica sostenibile o può al massimo essere portata avanti da un minuscolo manipolo di persone convinte di mettere a repentaglio la propria vita, a mo' di indicazione profetica? Come convincere con la nonviolenza Putin e Zelensky a fermare una guerra insensata? Come ridare dignità a un'Unione europea mai così squalificata, affinché ritrovi la forza di portare avanti la nonviolenza come unica alternativa possibile a quell'inutile strage? Come affrontare i crimini di Israele senza giustificare la reazione violenta di coloro che ne vengono colpiti? E come suggerire la nonviolenza anche ai palestinesi, sostenendo l'orrore anche del terrorismo, quando questi vengono deprivati della vita, dei loro diritti, delle loro abitazioni? Come rispondere in modo nonviolento alla prepotenza di Trump e di chi pensa di poter fare del mondo tutto ciò che gli pare e piace, senza porsi alcun problema in una coscienza annerita dal desiderio spasmodico di guadagno?

Ecco, tante domande che interesecano anche le manifestazioni, alcune delle quali sfidano con grande coraggio anche il dileggio, se non la sistematica punizione da parte degli oppressori. Penso alla Flotilla, disarmata flotta improntata alla pace e alla solidarietà o a tante piazze di giovani che ancora sostengono quello che all'inizio degli anni 2000 chiamavamo un altro mondo possibile.

Perciò, non più "senza se e senza ma", bensì con un ben più umano carico di dubbi, "se e ma", continuo a pensare che sia necessario, forse più che mai, credere nella forza della nonviolenza attiva. Costi quello che costi, nell'ascolto simpatetico delle "ragioni" dei contendenti, è necessario sostenere con forza, decisione e coerenza che la violenza - da qualunque parte essa provenga e sotto qualunque forma venga esercitata - deve essere sradicata dalla testa dell'homo sapiens, che le armi distruttive devono essere eliminate dalla faccia della terra, che il mondo è la casa di tutti e che in ciascuno dei suoi spazi possono e devono abitare tutti coloro che lo desiderano, nella concordia, nella giustizia e nella pace vera.

Chi è pronto a trasformare queste prospettive etiche in precise strategie culturali, politiche ed etiche? E' giunto il tempo del balducciano homo che deve essere "planetarius" per continuare a essere?