martedì 17 marzo 2026

Nuns vs Vatican, il film sugli abusi subiti dalle religiose...

E' un post lungo, ma credo interessante. L'argomento apre importanti finestre su un mondo finora purtroppo sconosciuto e pone tante domande. Non si tratta di giudicare, si auspica che, quanto prima, chi di dovere porti avanti e possibilmente concluda, gli indispensabili procedimenti canonici. E non si tratta neppure di una critica fine a sé stessa, quanto piuttosto di un rispettoso consiglio, affinché la Chiesa istituzionale non riduca al silenzio, ma ascolti con attenzione il grido di dolore innalzato dalle protagoniste della vicenda. Vi consiglio di prendervi qualche minuto, di affrontare la lettura e soprattutto, appena ne avrete l'occasione, di andare a vedere il film. 

In un’affollata sala cinematografica del Cankarjev dom di Ljubljana, è stato presentato lo scorso venerdì il film documentario “Nuns vs The Vatican”.

L’opera, realizzata dalla regista Lorena Luciano, è dedicata in senso generale agli abusi commessi nella Chiesa cattolica nei confronti delle religiose. Attraverso un’ampia documentazione e una serie di approfondite interviste, viene portato alla luce, forse per la prima volta in modo così eclatante, un fenomeno da sempre esistito, ma coperto da un velo impenetrabile di silenzio. Pur essendo impressionante il numero delle segnalazioni di abusi psicologici e sessuali subiti dalle suore negli ultimi decenni – spesso da parte dei loro confessori o direttori spirituali - sono ancora relativamente pochi i casi nei quali le vittime hanno avuto la forza di uscire allo scoperto e denunciare i colpevoli. L’imposizione del segreto, la vergogna e l’omertà portano la maggior parte delle persone coinvolte a una situazione di depressione psicologica e di cedimento a profondi sensi di colpa, derivati soprattutto dal sentirsi disobbedienti nei confronti di un’autorità sì del tutto umana, ma ritenuta portavoce dello spirito divino.

La questione viene portata alla ribalta mondiale dal coraggio di alcune donne che sono state per vent’anni parte della Comunità Loyola, un ordine religioso fondato alla fine degli anni ’80 del XX secolo dal gesuita Marko Rupnik e dalla sua allora collaboratrice Ivanka Hosta. In ogni angolo del Pianeta è possibile incontrare le opere artistiche del sacerdote sloveno, una delle personalità cattoliche più note a ogni livello, amico di papa Francesco, ma sostenuto con entusiasmo anche dai due predecessori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Come l’autore, anche i mosaici e le pitture suscitano reazioni diametralmente contrapposte. Per alcuni è uno dei più grandi interpreti dell’arte contemporanea, per altri è al contrario sopravvalutato e al massimo capace di generare forme che suscitano una perniciosa e fastidiosa inquietudine.

Due tra le tante donne della Comunità Loyola che hanno deciso di portare in pubblico la loro esperienza, Gloria e Miriam, hanno accettato di essere intervistate e sono state anche presenti all’incontro di Ljubljana. Il loro racconto è stato coinvolgente ed emozionante, due veri e propri percorsi attraverso l’inferno della costrizione psicofisica e sessuale, la faticosa presa di coscienza e la risalita verso una nuova consapevolezza del proprio essere e della propria dignità. I fatti raccontati rimandano al periodo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, soprattutto in tre luoghi, Mengeš, presso Ljubljana, dove si è insediata la prima sede della Comunità Loyola, Gorizia, dove padre Rupnik ha lavorato per qualche anno e Roma, attorno al Centro Aletti. Il passaggio dell’allora giovane gesuita alla Stella Matutina di Gorizia aveva suscitato prese di posizione diametralmente opposte: da una parte l’avvicinamento di centinaia di giovani alla spiritualità ignaziana – un evento memorabile nella sonnecchiosa città di confine – nonché un vero e proprio boom di vocazioni maschili e femminili alla vita religiosa, specialmente nell’ambito della spiritualità ignaziana; dall’altra un’opposizione forte ai suoi metodi, ritenuti già allora da molti, come minimo manipolatori delle coscienze.  

Il contenuto del documentario è arricchito dall’esperienza giornalistica di Federica Tourn, assai apprezzata conduttrice dell’ottima trasmissione televisiva nazionale Protestantesimo. E’ lei che ha incontrato le donne, ha atteso con pazienza il loro aprirsi al racconto di fatti ed episodi drammatici e le ha sostenute nel loro dichiarare alla stampa, pubblicamente, ciò che era accaduto. Ha anche prodotto diversi interessanti podcast, raccogliendo pensieri e testimonianze in ogni angolo di Italia e Slovenia. In questo modo, il quadro delle denunce degli abusi si è enormemente arricchito, suggerendo anche ad altre persone coinvolte nei medesimi traumi in situazioni differenti, di uscire anch’esse allo scoperto e di evidenziare ogni forma di subdola o palese violenza.

Particolarmente interessante è stata anche l’esperienza di Laura Sgrò, l’avvocata che tutela la posizione delle ex suore nel processo canonico nei confronti di Marko Rupnik che dovrebbe aprirsi, dopo tante vicissitudini, nei prossimi mesi. Ha comunicato la sensazione di trovarsi davanti a un muro di gomma, dal quale non filtrano notizie o elementi utili, rendendo così praticamente impossibile costruire un’autentica linea processuale. La consegna del silenzio non riguarda soltanto le istituzioni vaticane, ma anche le chiese locali coinvolte, come quella di Ljubljana, dove sembra che tutte le segnalazioni prodotte a tempo debito dalle vittime siano rimaste inascoltate, se non addirittura cestinate.

Si esce dalla rappresentazione e dall’ascolto delle testimoni con diversi sentimenti contrastanti. Da una parte c’è da ammirare – eccome! - il coraggio di queste persone, capaci di mettersi radicalmente in gioco, esponendosi ai riflettori dei media internazionali, pur di fermare un gioco perverso. La loro testimonianza illumina il fragile confine che divide l’autentica direzione spirituale (ammesso che nel tempo della postmodernità possa ancora trovare spazio tale pratica essenzialmente cattolica) dalla manipolazione che utilizzando il fascino della riflessione teologica conduce alla coercizione delle coscienze. Dall’altra parte ci si chiede il perché del comportamento omissivo e censorio di tanti rappresentanti ufficiali della Chiesa, che avrebbero invece tutto l’interesse ad ascoltare le vittime, come pure a sollecitare gli accusati, affinché non si sottraggano alla sacrosanta richiesta di chiarezza e a ristabilire con convinzione credibilità, equità e giustizia. Colpisce la dinamica della violenza psicologica e fisica, ma anche il senso di venefica solidarietà che crea attorno agli accusati una nuvola di silenzio e di impenetrabilità che aggrava il dolore delle vittime che non trovano alcun modo di poter ottenere giustizia.

Perché - ci si potrebbe chiedere - il documentario non dà voce anche a loro, consentendo almeno una difesa o una spiegazione, anche per il bene dei tanti che hanno creduto e si sono affidati alla loro parola? Ogni tentativo di cercare risposte – sostiene la regista – è stato vano. C’è anche una scena, nella quale il più diretto interessato – intercettato dalla giornalista - rifiuta ogni risposta e fugge a gambe levate davanti all’intervistatrice. Del resto anche i responsabili del procedimento si trincerano dietro al silenzio, qualcuno – richiesto di un parere davanti all’ennesima inaugurazione di un mosaico - fa l’ingenuo senza riuscire a celare un certo imbarazzo.

Il caso Rupnik, a differenza degli altri che accadono purtroppo ovunque, è veramente clamoroso, perché arriva fino al coinvolgimento del capo della Chiesa e delle più rilevanti congregazioni vaticane. L’imposizione del segreto impedisce la ricerca autentica della verità, ma indirettamente conferma anche la necessità di porre una domanda decisiva: i gesti criminosi che coinvolgono i minori, ma anche gli episodi di costrizione psicofisica e manipolatoria delle religiose (come pure di tante laiche e laici adulti) perpetrati da preti, sono solo la dimostrazione dell’esistenza di “mele marce” all’interno della Chiesa, oppure derivano da una profonda e preoccupante crisi istituzionale che richiederebbe un deciso percorso di revisione del “sistema”, nel suo insieme?

Ma di questo, sarà opportuno parlarne in un’altra occasione.

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