sabato 28 febbraio 2026

Ancora guerra...! La vacca, la capretta, la pecora e il leone

 

Ancora guerra...! Tristezza infinita. Si ha l'impressione di essere del tutto impotenti, davanti a ciò che sta accadendo. Una masnada di governanti avidi, imbecilli e disumani sembra aver preso in mano le sorti del Mondo. 

Non che le cose andassero granché bene, dalla seconda guerra mondiale a oggi decine di conflitti hanno seminato milioni di morti in tutti i Continenti. Tuttavia non si aveva mai la piena sensazione di essere sull'orlo di una catastrofe planetaria, quanto in questo periodo. In ogni caso c'erano sprazzi di arcobaleno, folle che scendevano in massa sulle strade, personaggi della politica disposti a rischiare la strada del dialogo, anche in momenti di estrema delicatezza, caratterizzati dalla paura della catastrofe nucleare. Abbiamo assistito - sia pur con l'animo trepidante e in mezzo a sibili di bombe e sirene inquietanti - a dialoghi ritenuti impossibili, a rovesciamenti di sistemi totalitari, alla sottoscrizione di trattati contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa, perfino alla fiducia nelle potenzialità dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. Soprattutto abbiamo avuto la sensazione di contare qualcosa. Qualcosa, senz'altro non molto. Ma sembrava che la discesa in piazza, la petizione popolare, il sacrificio personale potessero avere una qualche sia pur minima rilevanza, nelle decisioni dei governanti del Pianeta. Si pensava che - sia pur molto da migliorare - la democrazia avesse un senso, che la sovranità appartenesse davvero alle cittadine e ai cittadini del mondo, che attraverso il voto si potesse in qualche modo orientare le scelte da una parte o da un'altra.

Questa è la novità più preoccupante e triste del momento, la percezione dell'estrema debolezza della democrazia. Anzi, serpeggia la triste constatazione che l'attuale situazione non sia dovuta soltanto all'incoscienza o meglio al dispotismo avido e squallido di alcune élite, ma anche - e forse soprattutto - alla responsabilità di ogni elettore. Trump, Netanyahu, Von der Leyen, Orban, Meloni, come pure Macron, Zelensky, Putin e molti altri, non si sono installati da soli nelle stanze del Potere, ci sono arrivati perché l'internazionale degli interessi finanziari (leggi turbocapitalismo) sembra aver vinto sull'Internazionale dei popoli e delle persone (leggi autentico socialismo). In questo modo la dea Propaganda,  accompagnata dalla sorella Sicurezza, è riuscita a convincere metà degli elettori ad andare a scrivere una x fatale sui nomi degli attuali padroni del mondo e a costringere l'altra metà a una silenziosa, rassegnata o preoccupata ritirata.

Al fondo di tutto ciò rimane la questione delle questioni. La fine del Medioevo - propugnata dai filosofi dal cogito cartesiano, ma giunta a matura consapevolezza a livello generale solo negli ultimi decenni - ha privato di fatto l'essere umano di punti di riferimento. Se l'oggettività dell'unica verità e di un unico criterio di bontà e bellezza - nel bene e nel male - aveva dato forza al sistema liberticida dell'assolutismo religioso, la rivalutazione della soggettività - nel bene e nel male - ha di fatto sconvolto ogni possibilità di individuare un criterio condiviso. E sulla base di questo, ciascuno ritiene non solo di avere la "sua" ragione, ma anche - nel momento in cui ne abbia i mezzi - di doverla imporre sull'unica squallida base dell'essere militarmente più forte. Fedro (I sec. d.C.), probabilmente traducendo Esopo (VII-VI sec. a.C.), sintetizzava tutto ciò in modo semplice ed efficace:

Una mucca, una capra, una pecora e un leone decisero di mettersi in società per procurarsi da mangiare. Dopo aver catturato la loro prima preda, un bel cervo, il leone disse: “bene io mangerò la prima parte perché sono il leone”. La mucca, la capra e la pecora, così, andarono a prendersi la seconda parte ma il leone, che aveva già finito di mangiare la sua parte, si avventò anche su questa e disse: “Io sono il leone e sono più forte di voi quindi la seconda parte spetta a me”. E non appena ebbe pronunciato queste parole, aggiunse: “Visto che valgo più di voi mi spetta anche la terza parte!”. Allora la mucca, la capra e la pecora si avvicinarono alla quarta e ultima parte, ma proprio quando stavano per cominciare a mangiare arrivò il leone che aveva già finito anche la terza parte e disse loro: “Chi proverà a mangiare la quarta parte dovrà vedersela con me”. Si porto via così tutta la preda e lascio gli altri tre animali a pancia vuota. 

La questione delle questioni è dunque filosofica. Sì, sento già la protesta di molti - con i tempi che corrono, non c'è tempo per filosofeggiare. Ma se non risolviamo il conflitto tra medioevo e ultramodernità, tra oggettivismo e soggettivismo, non potremo dare fondamento alla nascita dell'homo planetarius, l'unico che potrebbe salvare il destino apparentemente suicida dell'homo sapiens. Altrimenti, anche ammesso e non concesso che sia ancora possibile sovvertire l'attuale quadro, non si potrebbe fare molto di più che sostituire un sistema oppressivo con un altro. Occorre trovare il tempo e lo spazio dove costruire un ponte, all'incrocio tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Meridione, dove individuare un progetto comune, sul quale edificare - ciascuno, nessuno escluso, con la propria tesserina - l'immenso meraviglioso mosaico della Vita sulla terra... sperando che non sia già troppo tardi. 

mercoledì 25 febbraio 2026

Ed ecco Isonzo Soča, num. 122

 

E' uscito il numero 122 di Isonzo Soča. Sarà presentato martedì 3 marzo a Nova Gorica, alle ore 18 presso knjgarna kavarna Maks, in Delpinova ulica e martedì 10 marzo, alle ore 19  presso pekarna kavarna Cotič, Corso Verdi 51 a Gorizia.

Il tema è particolarmente importante, cosa significhi vivere in un territorio plurilingue e multiculturale. La copertina, con un gioco di parole tra italiano e sloveno, richiama il  contenuto anche atttraverso la riproposizione della pittura paririetale realizzata dal pittore Franco Dugo sul "muro delle cinque lingue" di Podgora, voluto da Alba Gurtner e purtroppo attualmente in grave condizione di degrado.

Oltre a numerosi interventi sul tema - curati in modo particolare da giovani collaboratori - si parla anche della Capitale europea della Cultura, con diversi interventi, in italiano sloveno e friulano, che aprono  un dialogo costruttivamente critico sull'evento che ha caratterizzato l'anno 2025.

Non mancano riferimenti all'attualità internazionale, recensioni di libri - tra i quali si segnala la speciale lettura del Porzus di Alessandra Kersevan da parte di Franco Juri - e di film storici. Naturalmente c'è lo spazio dedicato alla poesia e l'immancabile Koren/Corno con interessanti riferimenti alla contemporaneità, in particolare, ma non solo in Slovenia. E molto, molto altro...

Non poteva essere dimenticato il fondatore e storico direttore della rivista Dario Stasi, con un toccante ricordo di Agostino Colla e la riproduzione di un ritratto in grafica di Remigio Gabellini.

Con un grazie speciale alla e al factotum Katarina Visintin e Peter Abrami, un augurio sentito di buona lettura!

lunedì 23 febbraio 2026

Un NO consapevole, ma senza radicalizzare il bipolarismo

Personalmente - l'ho scritto e l'ho detto più volte, al referendum voterò NO e cercherò di convincere le persone a fare altrettanto.

Lo farò perché ritengo che sia una riforma sbagliata, che il raddoppio del csm sia un'inutile moltiplicazione di enti senza che il prodotto cambi, che l'Alta Corte sia un organo dotato di eccessivo potere, che il sorteggio non sia adeguato come metodo di scelta in ambito parlamentare. Soprattutto penso che i cambiamenti più importanti della Carta Costituzionale non si possano attuare a colpi di maggioranza relativa (come purtroppo già accaduto più volte in passato). Devono essere invece oggetto di un  lungo lavoro di discussione e approfondimento tra le parti, per arrivare a un'approvazione pressoché unanime, senza ricorsi a referendum confermativi. 

Tuttavia, non me ne vogliano quelli che voteranno come me, non credo che gli "altri" siano, consapevolmente o meno, poco perbene, falsi e menzogneri, collaboratori e fiancheggiatori di mafiosi e criminali. Penso molto più semplicemente che abbiano un'idea diversa dalla mia e che - comunque vada a finire il referendum - dal giorno dopo dovremo recuperare qual modo costruttivo e dialogico di fare politica che nel primo dopoguerra ci ha regalato la nascita della Repubblica democratica fondata sulla sovranità popolare. Una sana e accesa dialettica su tutti i temi nazionali e internazionali, non deve necessariamente sconfinare in un ininterrotto scontro a tutto campo.

C'è stato il covid e ci si è divisi in due. Chi era a favore del vaccino, era considerato da chi era contro una sorta di incosciente liberticida, se non potenzialmente assassino. Chi invece era contrario, era additato come una specie di untore, causa diretta della malattia e della morte di tante persone. A fronte della sostanziale, quasi generale ignoranza degli argomenti, non si potevano avere dubbi, subito si era inquadrati nella schiera dei difensori di una scienza prezzolata e disumana o all'opposto in quella dei ciarlatani terrapiattisti.

C'è stata la guerra tra la Russia e l'Ucraina e ci si è divisi in due. Chi invitava a cercare le ragioni dell'aggressione russa e proponeva di investire sui negoziati e non sulle armi, veniva considerato immediatamente un "pacifinto" se non esplicitamente un putiniano assetato di sangue. Chi invece cercava di richiamare almeno la necessità di ascoltare le presunte ragioni del popolo ucraino, veniva subito inquadrato tra gli utili idioti sostenitori di Zelenskj. Anche in questo caso, a fronte della sostanziale impossibilità di avere sufficienti cognizioni di politica internazionale e dei mastodontici interessi che stanno alla base delle scelte, il dubbio era ed è considerato una debolezza. E' un lusso che non ci si può permettere, senza essere accusati di sostenere gli aggressori o viceversa di dimenticare ciò che i russi hanno subito in Crimea e nel Donbass da parte degli ucraini negli anni precedenti. 

E ora c'è il referendum sulla riforma degli articoli 104 e 105 della Costituzione, riguardanti la Magistratura. Anche in questo caso, è difficile possedere sufficienti nozioni di diritto costituzionale per poter esprimere un proprio libero parere sufficientemente informato. Ci si deve fidare delle autorità, sulla base di un pregresso giudizio di fiduciosa vicinanza politica e spesso anche umana. E ci si divide di nuovo radicalmente. Non si discute tanto nel merito della Riforma, quanto delle malefatte della parte opposta alla propria. Ciascuno accusa specularmente l'altro di diffondere menzogne, di favorire i giochi di potere degli uni o gli intrallazzi mafiosi degli altri, di volere il trionfo dei forcaioli o viceversa di voler affondare la democrazia. Si diffondono sondaggi ad hoc, con numeri sparati da una parte all'altra per generare un consenso basato sull'ermeneutica matematica, piuttosto che sulla forza del convincimento. E anche questa volta, non si può abbassarsi a dialogare con il "nemico", perché non è uno che ha una posizione diversa dalla mia, ma è uno che sta dalla parte opposta, vuole la mia distruzione e quindi lo devo in ogni modo combattere, possibilmente con le sue stesse armi.

Ma è proprio necessario radicalizzare in questo modo il bipolarismo? Non si rischia di trascinare la società in una sorta di incomunicabilità tra le parti, separate da abissi insormontabili? Non c'è il pericolo di perdere ogni possibilità di dialogo costruttivo, se non si è in grado di discutere, rispettando - anche se ovviamente non condividendo - il punto di vista dell'altro? Se ritengo che la mia posizione sia l'unica vera o se sono convinto di essere dall'unica parte indiscutibilmente giusta, non espongo forse la comunità a una sorta di guerra di religione, nella quale ogni parte ritiene di avere solo dalla sua l'Assoluto? Le madri e i padri Costituenti non ci hanno dato un esempio molto diverso, quando hanno scritto la nostra splendida Costituzione, mirabile sintesi, scaturita dal confronto dialettico fra molto diverse concezioni della vita e del mondo?

domenica 22 febbraio 2026

Francesco, un rivoluzionario che trascende i secoli

 

San Francesco, da Sveta Gora, offre il Goriziano al Cielo

Sandro Pertini, in visita ad Assisi come presidente della Repubblica, volle visitare la tomba del Santo. Un volta uscito, al giornalista che gli chiedeva una sensazione, aveva risposto: "Vede, tutti noi, tra pochi anni saremo morti e dopo poco nessuno ci ricorderà. Lui invece, anche se lì sepolto, dopo 750 anni è ancora vivo!". 

Ecco, questo post racconta una storia viandante un po' personale. Un viaggio nell'Umbria, alle falde del Subasio, porta con sé sempre molte domande e poche risposte. E' un po' lungo, vi chiedo la pazienza - se possibile - di arrivare fino in fondo...

Sinceramente, non sapevo che nei mesi di febbraio e di marzo, sarebbero state esposte al pubblico le ossa di san Francesco d'Assisi.

Sono stato sui luoghi francescani, da mercoledì scorso a sabato, per motivi di lavoro e devo dire che da anni non mi capitava di viverli in modo così profondo e così emozionante.

La Verna, immersa nelle nuvole, non ha presentato la consueta festosa folla di turisti vocianti e ha offerto una straordinaria processione, accompagnata dall'inarrivabile melodia gregoriana, guidata da una trentina di frati fino al luogo dove Francesco avrebbe ricevuto sul suo corpo i segni della passione di Cristo. Il Sasso Spico, dove si ritirava spesso a pregare, trasudava umidità e invitava a quel silenzio carico di creativa inquietudine che ha generato le sue opere e parole.

Assisi sotto una pioggia gelida è un'esperienza da vivere. La basilica alta dedicata al Santo non è una specie di gigantesca aula museale riempita fino all'orlo da pellegrini e viandanti, ma una straordinaria biografia per immagini, con il testo invisibile di Bonaventura da Bagnorea e la mano inconfondibile dell'immenso Giotto. La scena poi della Crocifissione, con i colori ossidati che l'hanno trasformata in una specie di negativo fotografico ante litteram, non è soltanto uno dei vertici dell'arte di Cimabue, ma anche una delle più alte comunicazioni della drammaticità della scena del Golgothà. L'ombra della Maddalena con le braccia protese verso Gesù morente, sembra accompagnare l'oscurità della morte attraverso la dimensione imperscrutabile dell'Amore.

Avvincente è anche la camminata nei meandri della chiesa di santa Chiara. Nel silenzio regalato dalle presenze rarefatte, il bel crocifisso duecentesco che avrebbe parlato a san Francesco, sembra quasi mormorare anche al visitatore distratto parole di consolazione e di incoraggiamento, nella luce multicolore filtrata dalle finestre medievali.

Il vero Francesco si incontra però in altri luoghi, là dove non è evidente l'innalzamento dell'uomo a una dimensione quasi divina e il conseguente depotenziamento del messaggio da parte del Potere e delle folle osannanti. Si tratta anzitutto dell'oasi spirituale di San Damiano, la chiesetta restaurata dallo stesso figlio di Bernardone, divenuta poi centro di vita e di preghiera di santa Chiara e delle clarisse. Si tratta di Rivotorto dove, all'interno di un'insignificante chiesa moderna, ci si sorprende a scoprire il misero tugurio, nel quale i primi amici hanno condiviso con il Santo molti anni della loro vita. Si tratta della dolce chiesetta della Porziuncola, anch'essa risistemata dalla prima comunità e della vicina cappella del Transito, inglobate nella nota stonata della gigantesca chiesa di Santa Maria degli Angeli. Lì Francesco ha finito la sua vita, disteso nudo sulla nuda terra. E si tratta anche dell'Eremo delle Carceri, suggestivo bosco riempito dalla preghiera degli eremiti che vivevano nelle grotte e contemplavano, nel suo svelarsi in un orizzonte trascendente, il mistero del Reale.

Prorompe ovunque, in questi luoghi, il Cantico delle Creature, capolavoro di fede, spiritualità e poesia. La parola che attraversa implicitamente ogni verso è quella di un Amore creatore che si riversa ininterrottamente su ogni creature esistente, compiendosi anche nell'abbraccio definitivo della morte. Meravigliosa litania che proietta sullo schermo dell'anima tutto ciò che l'occhio limpido raccoglie nella forma arcana di una bellezza che non nega il dolore, di una purezza che coniuga la drammaticità della percezione dell'essere infinito ed eterno, con la quotidianità del semplice realizzarsi delle opere e dei giorni.

Su tutto emerge uno strumento, eletto da Francesco a condizione sine qua non per la realizzazione della sua missione. Sono le nozze con quella che Dante chiamava "Madonna Povertà". Il Santo di Assisi è quasi ossessionato dal desiderio di assomigliare totalmente al suo Maestro, il Cristo. Non quello della vita pubblica, ma quello dimenticato da tutti (o quasi) nel momento tragico della solitudine e della fine. Il rifiuto di ogni possesso è per lui l'unico modo per sentirsi unito pienamente e radicalmente a Gesù. Ed è anche la fonte della preoccupazione per il futuro della comunità di amici e amiche da lui fondata. Manterranno l'assoluta essenzialità del rudere di Rivotorto? Riusciranno a sopravvivere avendo come letto una lastra scavata nella roccia e come cuscino una pietra neppure levigata? Supereranno la tentazione della ricchezza, del lusso e del potere?

La risposta arriverà molto presto, due anni appena dopo la sua morte. Il Rivoluzionario Francesco, colui che papa Innocenzo aveva sognato come sostegno alla potentissima ma proprio per questo disastrata Chiesa medievale, deve essere ricondotto nei ranghi. Se non ci si è riusciti durante la sua vita, si è raggiunto l'obiettivo subito dopo la sua morte. "Santo subito"... e sulla sua tomba sono stati edificati alcuni tra i più insigni monumenti dell'arte italiana di tutti i tempi. Il suo ordine si è diviso quasi subito in tre filoni, un tempo l'uno contro l'altro armati. Assisi è divenuta ben presto - e oggi lo è più che mai - una meta imperdibile del turismo internazionale. E sopra il corpo dell'innamorato di madonna Povertà, con la scusa della necessità, si produce un grande spettacolo di immensa ricchezza.

In questa logica, una domanda personale finale: di fronte alle centinaia di migliaia di persone che per un mese, da oggi in poi, passeranno davanti alle povere ossa esposte alla venerazione - e forse di più alla curiosità - ci si può chiedere che senso abbia questa ostensione? Forse la suggestiva cripta sotto le due basiliche sovrapposte non era sufficiente per ritrovare lo spirito di Francesco? C'era proprio bisogno di "tirarlo fuori", in una riedizione di quel mercato delle reliquie che aveva reso ricca di denaro ma povera di spirito la Chiesa medioevale? Nell'Ottocentesimo anniversario della sua morte, non sarebbe meglio lasciar perdere la venerazione del corpo e sottolineare invece il suo annuncio di pace, riconciliazione, apertura e rispetto, in questo tempo del pluralismo etico, filosofico e religioso? 

lunedì 16 febbraio 2026

Un giorno a Montechiarugolo (9 febbraio 2026)

 

Lo scorso 9 febbraio sono stato a Montechairugolo. Dove è? Si chiederanno in molti. A due passi da Parma, è un ampio Comune, suddiviso in numerose frazioni, che conta più di 11.400 abitanti. Ci sono molti motivi per andarci: le rinomate Terme di Monticelli, numerose chiese e luoghi d'arte, soprattutto un castello rinascimentale, divenuto per qualche istante famoso nel corso delle guerre napoleoniche. Un piccolo fatto d'arme - un morto (povero lui), un paio di feriti - tra i difensori del paese e una guarnigione sbandata di austriaci. Piccolo fatto d'arme, ma che ha meritato, da parte di un certo Napoleone Bonaparte (sì, proprio lui!), niente meno che la bandiera con i colori bianco rosso e verde, diventata ben più famosa quando sventolata successivamente dalla peraltro assai vicina Reggio Emilia. E, naturalmente, si mangia molto bene, soprattutto grazie all'inconfondibile formaggio, neanche a dirlo, "parmigiano".

Tutto questo non è solo per raccontare una delle tante storie viandanti di questo blog (andate, se potete, a Montechiarugolo!), ma per sottolineare come sia possibile parlare della Giornata del Ricordo senza lasciarsi trascinare da posizioni preconcette, quasi sempre avulse dalla delineazione del contesto storico. In effetti, l'amministrazione comunale mi ha chiamato a raccontare la storia intera, così come deve essere per poter comprendere, per quanto possibile, gli avvenimenti. Per questo si è parlato un po' di tutto, dalla dominazione austro-ungarica alla prima guerra mondiale, dai lutti e dalle devastazioni provocati prima dal fascismo e poi dal nazifascismo alle tragedie della seconda guerra mondiale, dalla caduta del fascismo alla Shoah, dal ruolo europeo e internazioalista dell'esercito di liberazione jugoslavo alle deportazioni del maggio 1945, dal Trattato di Parigi al cosiddetto esodo di una parte degli italiani dall'Istria e dalla Dalmazia. L'interesse dei presenti è stato molto alto, anche grazie all'ottima conduzione dell'assessora Laura Scalvenzi e alle sapienti parole introduttive del sindaco Daniele Friggeri. 

La zona è orgogliosamente antifascista. Ovviamente si parla della maggior parte dei cittadini, non di tutti, certo. Ma mi ha fatto piacere sentir raccontare delle "barricate" di Parma che hanno impedito alla marcia su Roma di attraversare la città e vedere tanti segni che ricordano la lotta partigiana. E anche sulla stessa linea, mi è sembrato un fatto alquanto originale, quello di ricordare Basovizza non soltanto per la foiba (che poi foiba non è), ma anche per il primo processo-farsa di Trieste e la fucilazione di quattro giovani sloveni, il 6 settembre 1930, rei di aver rivendicato il diritto di parlare la propria lingua e di non voler vedere calpestata l'identità culturale slovena. Forse, Montechiarugolo è il primo Comune italiano - almeno fuori dall'ambito della Venezia Giulia - a ritenere di inserire nella toponomastica un ricordo degli "junaki", gli "eroi" uccisi dal tribunale fascista a Bazovica. Tutto ciò consente di non dimenticare e di rispettare la sofferenza di ogni persona, senza però astrarsi dalla necessità di un giudizio storico oggettivo, in grado di discernere colpe e responsabilità, vincitori e vinti, vittime e carnefici. 

Dallo scorso 9 febbraio, nella Biblioteca della frazione di Monticelli ci sarà anche una copia del Documento congiunto degli storici italiani e sloveni (dell'anno 2000), punto di riferimento importante per avviare una ricerca storiografica non viziata dai pregiudizi e delle emozioni, ma dal rigore dell'autentica ricerca della verità. 

giovedì 12 febbraio 2026

Giochi olimpici e inni nazionali

Ogni evento sportivo prevede il momento della premiazione. Ovviamente, anche le Olimpiadi non fanno eccezione e mentre il di solito emozionato vincitore sale sul podio più alto, viene suonato l'inno nazionale e vengono innalzate le rispettive bandiere.

Anche chi preferisce l'internazionalismo al nazionalismo e anche chi condivide le preoccupazioni suscitate dagli aspetti finanziari, pubblicitari e soprattutto ambientali dei Giochi, difficilmente riesce a sottrarsi al piacere di vedere alla tv o ascoltare alla radio la cronaca di almeno uno slalom, un percorso tra i cunicoli dello slittino o del bob, una partita di curling.

Si partecipa anche ai destini dei protagonisti, del tutto indipendentemente dalla loro proveneinza, soffrendo per la disastrosa caduta dell'attesissima sciatrice, sorridendo davanti agli occhi che sprizzano gioia della straordinaria saltatrice con gli sci, ammirando la forza dei fondisti che "tirano" per cinquanta chilometri senza esitazioni, lo spirito di squadra degli hockeisti, le deliziose piroette degli eroi del pattinaggio artistico...

E' bello contemplare i primi piani degli atleti, dei partecipanti, dei turisti: attese, emozioni, bandierine sventolanti, delusioni, corse, salti, sforzi e abbracci. Gli altoparlanti scandiscono i nomi del terzo, del secondo e poi del primo, mentre la folla urla e applaude. Poi tutti stanno zitti e prende il suo spazio la musica. Alcune note sono bellissime, altre un po' meno, alcuni premiati cantano, altri tacciono e ascoltano compunti, il pubblico se può, si fa sentire. Insomma, una liturgia dell'epoca capitalista, abbastanza ipocrita da escludere senza appello il più ampio stato del Mondo perché ritenuto responsabile di un'"aggressione" e da includere senza esitazione un altro stato, protagonista di un "genocidio" ancora in atto. Un rito dei ricchi e per i ricchi, che suscita interrogativi e perplessità, ma che non per questo perde del tutto il suo intenso, antico fascino. 

Ascoltando l'inno di Mameli/Novaro, la sera inaugurale di Milano-Cortina e poi dappertutto come un mantra ripetuto ovunque alla radio o sui social, mi sono chiesto quanti ne conoscano il complesso contesto risorgimentale, ma anche semplicemente quanti riescano a dare un senso compiuto a espressioni come quelle secondo le quali l'Italia, dopo essersi desta, dell'elmo di Scipio si è cinta la testa, dov'è la Vittoria? le porga la chioma ché schiava di Roma Iddio la creò. Anche quello stringiamoci a coorte non sembra molto chiaro, difficile risalire alle tipiche formazioni militari dell'Impero Romano. Ma anche se si avessero tempo e voglia per approfondire il tema, ne emergerebbe una marcia militare riferita ad avvenimenti talmente lontani da rendere quasi impossibile, almeno per i più, una memoria creativa. Insomma, perché gli italiani devono riconoscere come vincolo della loro unità e cantare un testo del quale la stragrande maggioranza non ha idea di che origini abbia e soprattutto di cosa significhi?

Di sicuro è più comprensibile (e condivisibile) l'inno sloveno, la cui musica è di Stanko Premrl e le cui parole sono frutto dell'ingegno del maggior poeta dell'800, France Prešeren e sono dedicate alla gioia di stare insieme, alla libertà e alla fraternità universali: Žive naj vsi narodi, ki hrepene dočakat dan, da koder sonce hodi, prepir iz sveta bo pregnan, da rojak prost bo vsak, ne vrag, le sosed bo mejak! Tradotto in italiano suona più o meno così: Vivano tutti i popoli, che bramano vedere il giorno, in cui ovunque il sole andrà, la discordia sarà scacciata dal mondo, il connazionale sarà libero e il confinante non sarà (considerato) un diavolo, ma un vicino (di casa). E' proprio un inno alla pace e all'unità fra le nazioni.

Un gran bel libro: l'Atlante immaginario del FVG

 

Ecco un volume da non perdere: l'Atlante immaginario del Friuli Venezia Giulia, curato da Mariaelena Porzio con la collaborazione di ben 39 componenti dell'Associazione degli Scrittori FVG. Insieme agli autori, la qualità è garantita anche dall'editore Gaspari che ha pubblicato il testo nell'autunno 2025.

Di cosa si tratta? Ogni capitolo corrisponde a una via: della Natura, della Storia, delle Piazze, del Mare, dei Borghi, dei Viandanti, dei Sassi, delle Grotte e del Carso. Ogni percorso è introdotto da un'intensa poesia del giovane e assai promettente Elia Trentin.

In ognuna delle otto parti si possono leggere cinque racconti brevi. Ci si immerge così in tanti luoghi della Regione, pieni di fascino, storia, emozione e magia. L'idea è quella di descrivere una determinata realtà, con una narrazione in grado di identificare gli spazi, non con la particolarità analitica di una guida turistica, ma con la simbolica sintetica della ricerca dell'essenza. Ne derivano quaranta assai originali e spesso avvincenti immagini di altrettanti ambienti, un vero e proprio viaggio sulle ali della fantasia, partendo da Udine e descrivendo intorno al capoluogo friulano una serie di cerchi concentrici, formando una speciale margherita letteraria.

I generi, gli stili, i caratteri, gli argomenti sono totalmente diversi, ma l'impressione finale di una lettura continuata o a sprazzi, è quella di una forte unità, per così dire, "spirituale". Il libro, nella sua varietà, è interessante, profondo, divertente. Leggendo si impara, si riflette, si sorride e ci si stupisce di quanto sia affascinante e ricco di storia ogni frammento di questo spazio vitale - tra l'Adriatico e le Alpi Giulie - nel quale abbiamo il grande privilegio di abitare.

Ah sì, il libro sarà presentato a Gorizia in aprile, nell'ambito della prestigiosa rassegna del Libro delle 18.03. Ma recuperatelo prima, in qualsiasi libreria, ne vale veramente la pena. 

Anche perché, modestamente... tra i nomi dei tanti autori, c'è anche il mio.

mercoledì 11 febbraio 2026

Perché NO?

 

Bianco, nero, no o sì?
Al Referendum del 22-23 marzo voterò NO. 

Per giungere a questa decisione ho ascoltato molte riflessioni di persone esperti e competenti, soprattutto ho letto gli articoli della Costituzione e quelli della Legge di modifica. Vi consiglio di farlo anche voi, non è difficile! E' importante che - qualunque esso sia - il voto non corrisponda a un confuso "sentito dire" o soltanto a un'appartenenza ideologica o partititca, ma a una reale e informata consapevolezza.

Perché voterò no? Perché ritengo che una modifica così importante come quella che cambia radicalmente gli articoli 104 e 105 della Costituzione non possa essere decisa solo da una parte del Parlamento, ma debba essere il frutto di un lungo lavoro di analisi ed elaborazione, da parte dei Parlamentari, dei Magistrati e dalle componenti sociali e civili dei Cittadini.

E' vero, altre importanti riforme costituzionali sono state decise - e poi supportate da referendum confermativo - senza la maggioranza qualificata richiesta, come per esempio il Titolo V sul decentramento dei Poteri dello Stato. Non si può dire certo che quel cambiamento abbia ottenuto dei buoni risultati, anzi, ha creato una marea di ricorsi relativi ai conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni. La gatta presciolosa fa i gattini ciechi, dice un famoso proverbio napoletano. E questa legge di riforma dà proprio l'impressione di essere davvero troppo frettolosa.

Detto ciò del metodo, si viene al merito. L'impressione, leggendo attentamente il dettato precedente e quello nuovo, non è quella di un miglioramento, quanto piuttosto di un forte peggioramento del sistema. Dal momento che la separazione delle carriere esiste già di fatto - sembra che in tutti questi ultimi anni sia accaduta sì e non in una ventina di casi - perché costruire su queste poche eccezioni, due nuovi megacarrozzoni, con lo sdoppiamento del CSM e con la costituzione dell'Alta Corte giudicante? Inoltre, l'affidamento al sorteggio della scelta dei membri da parte del Parlamento irride veramente le prerogative dei rappresentanti ufficialmente eletti negli organi democratici di potere. E' vero che negli ultimi anni si è assistito spesso a uno stato di blocco, con un'enorma difficoltà da parte dei parlamentari di eleggere il numero dei consiglieri del CSM spettante alla loro scelta. Ma non si vede come questa difficoltà possa avere a che fare con la decisione di cambiare radicalmente - e in modo praticamente affidato al caso - il sistema di scelta.

C'è infine un rischio, forse non immediatamente avvertibile. Nel caso in cui un domani passasse - e questo veramente, a mio parere, sarebbe un guaio - un'ulteriore riforma di tipo presidenzialistico o semipresidenzialistico, effettivamente ci sarebbe una pericolosa concentrazione di poteri nella mani del Presidente, con un forte indebolimento della distanza tra controllore e controllato.

Naturalmente il dibattito è aperto. Ben vengano altre riflessioni che aiutino ad approfondire i veri punti della questione e a discutere serenamente e costruttivamente, per offrire a tutti coloro che lo desiderano la possibilità di mettere una crocetta, in piena coscienza e deliberata avvertenza.

lunedì 9 febbraio 2026

La Capitale della Cultura, prima, durante e dopo...

 

Nella Giornata della festa nazionale della cultura slovena, nel ricordo del grande poeta France Prešeren, la tavola rotonda di domenica pomeriggio all'Epicenter è stata assai interessante. L'unico rammarico š stato quello del tempo troppo breve che non ha consentito ai relatori e al pubblico di approfondire i tanti argomenti che sono stati toccati. Con il coordinamento di Klavdija Figelj, ci si è confrontati in quattro (Anja Medved, Miha Kosovel, Simone Cuva e - last - Andrea Bellavite), sul passato, sul presente e sul futuro della Capitale europea della Cultura.

Dopo la "okrogla miza", è stata inaugurata una bellissima mostra fotografica dell'artista Jernej Humar, dedicata ai personaggi, eventi e momenti salienti, dall'8 febbraio al mese di dicembre 2025.

Qualche ora prima, nella sede del Gect/Ezts e di GO25 in Corso Verdi a Gorizia, era stata presentata un'altra splendida mostra, esattamente con lo stesso tema, del noto fotografo Pierluigi Bumbaca, opportunamente presente anche agli avvenimenti del pomeriggio.

Insomma, due grandi esposizioni per ripercorrere tutti insieme i diversi passaggi e le mille iniziative che hanno caratterizzato Nova Gorica con Gorizia nel corso dell'interno anno 2025. Tutto bene allora? Fino a un certo punto. Nell'apertura della mostra goriziana, ai toni entusiastici del sindaco di Gorizia ("E' stato un trionfo!") hanno fatto eco quelli emotivi del presidente del GECT/EZTS ("il periodo più bello per Gorizia dalla visita dell'Imperatore d'Austria Ungheria"). In quella novogoričana, si sono utilizzati, da parte del sindaco e dei responsabili dello Zavod Go25, parole altrettanto soddisfatte, anche se decisamente più sobrie.

Il "fino a un certo punto" sta in una constatazione che qui viene proposta non per spirito di critica, ma per migliorare nella prossima occasione.

A Gorizia, alle 13, non era presente neanche un amministratore di Nova Gorica e i saluti introduttivi sono stati portati esclusivamente in italiano. A Nova Gorica, alle 17, non era presente neanche un amministratore di Gorizia e la presentazione della mostra è stata svolta esclusivamente in lingua slovena. Da una parte e dall'altra era quasi del tutto assente l'"altra" componente, anche fra il pubblico.

Nel frattempo Gorizia celebrava la tradizionale (molto bella!) sfilata di Carnevale, tenendola più lontana possibile dal confine, anche se un buon numero di carri e gruppi proveniva dalla Slovenia. 

Insomma, perché non organizzare insieme la mostra, con due fotografi d'eccezione e inaugurarla con
parole espresse sia in sloveno che in italiano (e, perché no?, anche in friulano...), invece di presentarle totalmente divise? Perché non pensare a un Carnevale che parta da piazza Travnik, passi attraverso la Transalpina e raggiunga trg Bevk? Perché non dare continuità all'"unità nella valorizzazione della diversità" anche attraverso forse piccoli, ma importanti segni di incontro, amicizia, stretta di mano, attiva collaborazione fra persone e culture?

domenica 8 febbraio 2026

Prešernov dan 2026, la Giornata della cultura slovena

 

Tante iniziative oggi in Slovenija, per la festa nazionale della Cultura. Si ricorda la data di morte, avvenuta a Kranj l'8 febbraio 1849, del grande poeta France Prešeren, nato a Vrba (nella foto) il 3 dicembre 1800. 

Nova Gorica, insieme a Gorizia, ricorda anche l'anniversario dell'inizio della Capitale europea della cultura, con una serie importante di iniziative, tra le quali l'inaugurazione di una mostra fotografica di Pierluigi Bumbaca (ore 13, Centro GO25 in Corso Verdi 51), un'interessante visita architettonico urbanistica di Nova Gorica guidata dallo scrittore Blaž Kosovel (ore 14, ritrovo davanti a XCenter di Nova Gorica), un'approfondita visita delle mostra del Novecento Goriziano all'Epicenter (ore 14.30) e una tavola rotonda, alle 16, sempre all'Epicenter, condotta da Klavdija Figelj con Anja Medved, Miha Kosovel, Simone Cuva e Andrea Bellavite.

Per saperne di più su quest'ultima iniziativa, dedicata a una specie di bilancio prospettico dell'Evropska prestolnica kulture, si può consultare il link https://www.go2025.eu/it/whats-up/eventi/go-8-febbraio-l-eredita-di-go-2025-tavola-rotonda  

Buona festa, lep praznik kulture vsem!

sabato 7 febbraio 2026

Patior, ergo sum

 

Grande moschea di Santa Sofia a Istanbul (foto Pierluigi Bellavite)
In un momento di grande confusione, forse sarebbe bene cercare di centrare la questione di fondo.

Non è di oggi, né di ieri, affonda le sue radici nella filosofia occidentale e in particolare nel "cogito" cartesiano e nella svolta copernicana del buon Kant.

Se il criterio prioritario della verità è determinato dal pensiero e se questo precede l'essere, diventa necessario supporre - come esito della ragione - un "Altro" trascendente. Senza questo riferimento la potenza della ragione altro non potrebbe realizzare che l'abisso di un'immane solitudine. C'è bisogno di un Qualcuno, al quale affidare il compito di garantire una certa quale autorità nel supportare le leggi - del tutto umane - dell'etica e dell'estetica, oltre naturalmente della logica. I problemi che tale punto di vista propone sono molteplici e hanno dispiegato la loro potenziale carica distruttiva in numerosi eventi fondanti la contemporaneità, dalla Rivoluzione Francese a quella Industriale, dall'utopia del marxismo ai totalitarismi del XX secolo, dall'apparente trionfo del turboliberismo allo smarrimento inquieto dell'ultramodernità.

Da una parte infatti il desiderio che ci sia un'Alterità assoluta, sciolta cioè dalla fragilità della contingenza umana, non è elemento sufficiente per dimostrare che essa esista. Dall'altra, se il legislatore è lo stesso che poi è chiamato a osservare la propria stessa norma, sorge immediata la constatazione di come ciascuno, fondamentalmente, proietti sé stesso nella dimensione dell'Altro e ritenga gli "altri" possibili oggetti del proprio illimitato dominio. Alla fine si ritorna alla necessità di un contratto sociale, constatando che uno scontro tra assoluti porterebbe a una guerra generalizzata, nella quale ciascuno tenderebbe a soffocare l'alterità del vicino, per poter affermare il proprio Dio, ovvero appunto sé stesso.

E' fin troppo facile capire come, in questa nuova edizione della legge della giungla, a vincere sia chi ha in mano le leve del consenso e che si dimostri in grado di far convergere, sulla propria visione dell'Altro, il maggior numero possibile di in-consapevoli numeri. Vince chi conquista la maggioranza di alterità e l'obiettivo è quello di raggiungere, consolidare e mantenere il Potere. Il nome moderno dell'Altro trascendente è il Potere, ma questo è tutt'altro che trascendente, ramificando la propria influenza sui gangli più remoti dell'essere, come una piovra dagli infiniti tentacoli.

Non è un caso che il Credo di Aquileia - un testo che si è formato forse prima della fine del III secolo - nomina Dio come im-patibile. Non è forse un richiamo che giunge dai primi passi della rivoluzione cristiana e invita a lasciare la dimensione divina trascendente fuori dagli schemi ordinari della contingenza e della necessità? Non è forse la condizione per "salvare" Dio da qualsiasi possibile - e quanto facile! - strumentalizzazione razionale?

Il Potere contempla l'atroce spettacolo dei piccoli "altri" che cercano di farsi strada nel diluvio universale dell'informazione artificiale. Mentre ciascuno si interroga sulla propria verità, bontà e bellezza e stigmatizza con veemenza quelle dell'altro - e la chiamano democrazia! - esso - il Potere manifesta ormai spudoratamente la faccia della propria corruzione e irride qualsiasi pio tentativo di arginarlo. La ragione della forza, alla fin fine, è la forza della ragione, anche quando si inginocchia e innalza inni di lode all'Assoluto, da lui stesso creato a propria immagine e somiglianza.

Esiste un'arca con la quale attraversare la lunga tempesta? C'è un Noè disposto a costruirla, portando in essa i semi indispensabile allo svilupparsi di una nuova vita? E questa arca, riuscirebbe a superare il terribile uragano che si è formato, come vortice inarrestabile, dallo scontro dall'esito incerto tra l'oggettivismo medievale e il soggettivismo moderno? Qualcuno annuncerà l'inizio del tempo messianico, nel quale il lupo pascolerà con l'agnello e il bimbo si trastullerà giocando nella buca dei serpenti velenosi?

Sono domande che implicano il dono della profezia, per elevarsi sopra il vociare confuso dei pochi ricchi opulenti e l'immenso grido potente dell'enorme schiera di un'umanità oppressa, per poter ripartire da un punto di incontro e non di scontro, un ponte sul quale oggettivisti e soggettivisti possano iniziare a confrontarsi e a discutere. 

Patior, ergo sum. Forse - ma per ora è soltanto un forse - il punto di partenza può essere proprio il "dolore", il mio dolore e quello dell'altro. Condividere insieme il dolore, per poterlo alleviare, senza pensare a happy end holliwoodiani o a improbabili interventi di un Deus ex machina, è forse l'unico spazio etico che sfugge alle grinfie di una ragione che vorrebbe disperatamente superare le barriere dello spazio e del tempo. Il dolore e la morte - non a caso censurati dalla civitas del "panem et circenses"- manifestano nella loro essenza la definitiva irrisione di qualsiasi riduzione dei concetti di Infinito e di Eterno. Sfuggono all'ansia creatrice del pensiero, riguardano ogni essere in quanto tale e potrebbero - potrebbero, è d'obbligo il condizionale - essere riconosciuti come il ramoscello d'ulivo, portato dalla colomba sulla distesa delle acque, per annunciare l'inzio del tempo della solidarietà e della pace.

giovedì 5 febbraio 2026

Nei tunnel di Trento

 

Si parla molto della DAG di Gorizia, in questi giorni, nel bene e nel male. Non avendo ancora visto la performance artistica, rinvio ad altro momento un'analisi più puntuale. Le file chilometriche che ogni fine settimana si formano per entrare nella galleria Bombi testimoniano un successo totalmente inatteso e sorprendente, un fenomeno sociale da prendere in considerazione. E anche il fatto che se ne discuta tanto - sul piano delle sensazioni, dei giudizi estetici, dei rilievi economici e finanziari, delle problematiche legate ai permessi, delle difficoltà tecniche, della mancanza di spiegazioni in lingua slovena, ecc. - dimostra un interesse che va oltre al semplice istante della visita. Mi viene alla memoria l'intuizione di Dario Stasi, il primo ad aver immaginato un futuro espositivo per la Galleria Bombi, nel lontano anno 2009.   

Sollecitati dal direttore e dai redattori di Isonzo Soča, con altri compagni d'avventura, si andò allora a verificare la possibilità di realizzare l'idea, scoprendo così il fascino delle Gallerie di Piazza Piedicastello, a Trento, che dall'ottobre 2007 ospitano interessanti mostre temporanee e permanenti racconti, relativi alla storia e all'arte della zona.

Come si vede nella foto, un tunnel è bianco e l'altro nero, cosicché le manifestazioni espositive corrispondono al colore, suggerendo pensieri oscuri alternati ad altri, pieni di speranza. E' un bel modo per inserirsi nel cuore vitale di un territorio pieno di significativi personaggi, eventi, esperienze di una comunità che a buon diritto può fregiarsi anch'essa del titolo "di confine". 

A gestire il tutto è la Fondazione Museo storico del Trentino, un'istituzione di ricerca relativamente giovane dedicata alla formazione e divulgazione della storia e della memoria della città di Trento, del Trentino e del Tirolo storico. La missione è quella di fornire una lettura del passato che permetta anche la comprensione del presente. 

Le Gallerie sono una parte del progetto scientifico della Fondazione, che, oltre a ereditare il Museo del Risorgimento, comprende anche la gestione del Forte di Cadine e del Museo dell'areonautica Gianni Caproni.

Dal punto di vista architettonico, l'adattamento culturale riguarda due gallerie di una superstrada ipertrafficata (quanti ricordi!!!), sostituita quasi trenta anni fa da una più comoda circonvallazione autostradale. Si trovano in una zona periferica di Trento, molto valorizzata dalla realizzazione degli allestimenti museali, spesso caratterizzati da vere e proprie opere d'arte. Naturalmente, senza quell'intervento, sarebbero rimasti due tetri tronconi, del tutto inutili, non congiungendo centri abitati, zone cittadine o punti nevralgici. Quindi, l'intervento, sostenuto dalla Provincia autonoma di Trento, dal Comune di Trento, da una ventina di Comuni e altre istituzioni della Provincia, è organizzato in modo da potersi, almeno in parte, automantenere anche attraverso la corresponsione di una tariffa per le numerose visite guidate che vengono organizzate nel corso dell'anno. 

I temi trattati sono molteplici, con una particolare accentuazione degli aspetti paesaggistici e storiografici del territorio. Le proiezioni di importanti capolavori si alternano a schede e tabelle, riassuntive dei momenti salienti della vita trentina. Non mancano sintetiche biografie delle donne e degli uomini che hanno caratterizzato la vicenda della bella città sull'Adige. Molto importante è il ruolo del Consiglio di amministrazione e soprattutto del Comitato d'indirizzo che decide l'orientamento annuale e gli oggetti da esporre. Per saperne di più, basta consultare il molto accessibile accessibile sito museostorico.it.

Problemi? Uno su tutti, l'umidità. La collina, quando piove, si impregna di acqua che in qualche modo "buca" i rivestimenti e interagisce con il delicato sistema di illuminazione interno. Occorre sostenere una spesa notevole per il cambio di lampadine e di centraline, danneggiate frequentemente a causa delle intemperie. Almeno, così ci hanno raccontato quella volta. Dato che le "Gallerie" quindici anni dopo funzionano ancora e sembrano essere sempre più frequentate e ammirate, si suppone che in qualche modo siano riusciti a risolvere anche questo problema, essenzialmente legato a cause naturali.

martedì 3 febbraio 2026

Giulio Regeni, tutto il male del mondo

 

In estrema sintesi, il contenuto del (grande) film di Simone Manetti sul caso Regeni coincide con il titolo: Tutto il male del mondo.

E' la frase pronunciata da Paola davanti al corpo martoriato del figlio. Cosa ti hanno fatto? Tutto il male del mondo...

Uscire di casa e andare a vedere questo straordinario documentario non è solo un diritto, ma un vero e proprio dovere civile. Sì, perché in esso, attraverso una documentazione rigorosa e un linguaggio scevro da qualsiasi sensazionalismo, si affrontano un'infinità di tematiche. Certo, al centro sono l'estrema sofferenza e l'accanimento subiti dal giovane ricercatore di Fiumicello. Nella sua esperienza si percepiscono anche il mistero della cattiveria e crudeltà dell'essere umano, le fragilità imbarazzanti di sistemi politici sedicenti "democratici", la forza e il coraggio di familiari indomiti, la competenza di avvocati liberi da ogni condizionamento, la potenza della voce di un intero popolo che non si stanca di chiedere verità e giustizia, sperando contro ogni speranza.

Esattamente dieci anni fa, il 3 febbraio 2016, il corpo di Giulio Regeni è stato trovato, ai margini di un'autostrada nella periferia del Cairo. Il lungometraggio racconta con molti particolari la storia dell'ultima settimana di vita, dalla sparizione, la sera del 25 gennaio, fino all'epilogo. Si sofferma poi sul lungo e accidentato percorso di ricerca della verità, con l'avvio e lo sviluppo di un processo che ha portato fino all'individuazione di quattro colpevoli, funzionari ai vertici dei servizi segreti egiziani. Si nota anche il quasi completo disinteresse dei cosiddetti mondi politici e imprenditoriali che - dopo un iniziale opportuno richiamo in patria "per consultazioni" dell'ambasciatore - sembrano molto più attenti agli affari che al tragico destino di un connazionale rapito, torturato, ucciso e umiliato anche post mortem con una serie di incredibili depistaggi.

E' molto impressionante il video che accompagna a più riprese la narrazione della storia. Giulio viene ripreso a sua insaputa da quello che riteneva essere un amico e collaboratore. Con intelligenza e prudenza non cade nella rete della provocazione ordita dal capo dei sindacati degli ambulanti, ma sono inquietanti le parole confidenziali, l'offerta del the, il linguaggio ammiccante di chi - quasi contemporaneamente - trasmette il filmato agli assassini. Emerge una rete spaventosa di ingiustizie, silenzi e paure, una ragnatela di corruzione e violenza nella quale il Regeni rimane impigliato. E' accaduto a lui, potrebbe succedere a chiunque in un Paese con un regime totalitario come quello di Al Sisi, ma - ahimé - anche in Stati sedicenti democratici come quello italiano, dove episodi di tortura fino alla soppressione fisica non sono assolutamente esclusi.

In questo contesto scaturisce la forza civile dei familiari di Giulio, dell'avvocata Ballerini e - insieme a loro - dell'intero "popolo giallo". Centinaia di migliaia di persone, dietro allo striscione che invoca Verità e Giustizia, hanno marciatio e continuano a farlo, in tutto il Mondo. Hanno reso di fatto possibile ciò che appariva impossibile. Il film documenta molto bene tutto ciò che è accaduto. Dallo scetticismo iniziale degli "esperti", dagli inviti a lasicar perdere e rassegnarsi, "Mai si arriverà a mettere in discussione il sistema", si è arrivati fino al raggiungimento della Verità. Oggi a tutti è chiaro ciò che è accaduto, i tradimenti, l'arresto, le torture da parte dei servizi segreti ufficiali dell'Egitto, i depistaggi anche violenti, la campagna d'odio orchestrata dai media locali, i silenzi e le ritrosie del Governo italiano, i compagni di prigionia, i coraggiosissimi testimoni oculari, i nomi dei quattro direttamente responsabili. Contro tutto l'apparato e contro tutti gli interessi di parte si è arrivati alla Verità. Ora sembra manchi poco alla conclusione del processo, al termine del quale la sentenza dichiarerà anche il raggiungimento della Giustizia. Anche se i colpevoli non saranno puniti - hanno già fatto perdere le loro tracce - è l'immagine del sistema di potere in Egitto ad aver subito un impressionante deterioramento, Nausea di fronte all'ennesima dimostrazione del sopruso, enorme ammirazione per chi ha lottato e continua a lottare per affermare la giustizia, la verità, la forza dell'autentica democrazia.

lunedì 2 febbraio 2026

Chi vuole la morte della democrazia?

 

Quella nella foto è una manifestazione del Primo Maggio, a Torino, una decina di anni fa...

Il corteo di protesta è una forma di democrazia partecipativa. Si vuole dare forza, attraverso una folla numerosa, consapevole e convinta, a un dissenso importante nei confronti di chi governa un Paese, chiunque egli sia. Nei casi in cui non si tratti semplicemente di una specie di rito collettivo, la manifestazione è oggettivamente temuta dal Potere, perché demolisce l'immagine di consenso generalizzato che ogni "capo" vorrebbe accreditare. Più di ogni altra, "disturba" la protesta pacifica di decine, centinaia di migliaia di persone che - scandendo slogan e sventolando bandiere - gridano all'unisono la loro rabbia e proclamano il loro desiderio di governanti e di leggi migliori. 

Ho partecipato personalmente a numerose di queste manifestazioni, potrei dire che in tutte - a posteriori - è chiaro che "avevamo ragione noi!". Ero a Genova, al G8, là dove per la prima volta fu portato in Italia il sistema di repressione precedentemente attuato in altri Stati tutt'altro che democratici. Giovani e adulti, provenienti da ogni parte d'Europa e del Mondo, si incontrarono per una lunga, spettacolare settimana, offrendo ai responsabili del G8 studi approfonditi su un post-capitalismo dal volto umano. La loro istanza fu soffocata nel sangue. Qualche decina di personaggi incappucciati - mai identiticati successivamente - misero a ferro e fuoco la città, innalzando al massimo il livello della tensione e dello scontro, fino alla guerriglia urbana provocata dalla polizia con il lancio sistematico dei candelotti lacrimogeni, i manganelli ritmati sugli scudi di plexigass e le speventose tenute antisommossa. Invece di incarcerare i violenti, tranquillamente spariti dalla scena, ci fu l'assalto alla caserma Diaz, una vera mattanza di indifesi pacifisti, una vergogna planetaria per l'Italia dell'era Berlusconi. Ma l'obiettivo era stato raggiunto, l'enorme e straordinaria protesta civile era stata soffocata e silenziata. E il capo delle operazioni di polizia fu ben presto... rimosso? direte voi... no, promosso a un grado ben più alto di carriera.

Da allora lo stesso accadde molte altre volte, nelle contestazioni relative all'intervento militare in Iraq, in quelle gradiscane contro l'apertura dell'allora chiamato cpt (poi cpta, cie e adesso centro per il rimpatrio - quanta ragione si aveva a non voler vedere le sbarre da circo che chiudono ogni spazio della caserma ex Polonio!!!) e in tantissime altre. Nel momento topico, quando la manifestazione raggiunge il suo culmine - spesso trasformata in festa con la presenza di famiglie e bambini - arrivano i "mascherati", lanciano sassi, qualche fumogeno, provocano la polizia che - abbassate le visiere dei caschi - inizia sistematica l'opera di repressione. Intendiamoci, non contro i violenti, ma contro tutti gli altri, inermi spettatori passivi che assistono all'annientamento delle loro ragioni a causa di quel manipolo di sconosciuti, totalmente  estranei alla realtà degli organizzatori. E il giorno dopo, non si trova nessuna parola alla tv o sui giornali sulla forza di un grande momento di popolo. Si ascolta e si legge invece della difesa del Potere, che con la scusa di difendere la sicurezza, l'Ordine Pubblico e i suoi rappresentanti, invoca leggi draconiane e ipotizza un drastico giro di vite per impedire, per quanto possibile, ogni dissenso.

Le notizie degli "scontri" di ieri a Torino hanno riaperto occhi e memorie. Un gigantesco, inatteso corteo, ha marciato per le vie della città contestando la chiusura di un centro sociale, luogo di confronto e di cultura al servizio della collettività. Era un segno troppo grande per lasciargli un'espressione così clamorosa ed efficace. L'unico modo per disinnescarne la forza era quello di trasformare una protesta del tutto pacifica in uno dei soliti macelli, suscitando l'indignazione di un'opinione pubblica assuefatta e alla ricerca esclusiva della pace dei sensi e offrendo ai governanti l'occasione per organizzare la repressione: scudo penale per i poliziotti, fermo di polizia senza diritti, addirittura qualcuno ipotizza di sparare ordinariamente a chi protesta con i pallini di gomma, "quelli che non feriscono ma fanno molto male" (citazione - ahimé - da un'intervista rilasciata dal sindaco di Trieste), ecc. ecc. Intanto il poliziotto "pestato e con la testa massacrata da un martello" riceve in ospedale la visita di un'affettuosa Meloni e subito dopo - bene per lui - viene tranquillamente dimesso. Nel frattempo, nessuna notizia dei terribili "assalitori", se non del genericissimo arresto di "un ventiduenne di Grosseto" presentato - ammesso che esista - come il colpevole di ogni efferatezza.

Insomma, sempre no alla violenza, in tutte le sue forme, ma veramente è tempo di forte vigilanza! Attenzione, in nome dell'ordine e della disciplina, nell'invocazione di "santa sicurezza" è la violenza di Stato che ha favorito e realizzato i più sanguinosi rovesciamenti delle più fragili democrazie.