Tutti conoscono la figura di Giovanni Nepomuceno, la cui effigie caratterizza ponti, centri abitati collocati vicino ai fiumi, siti che hanno a che fare con le acque. L'enorme diffusione, soprattutto nel Centro Europa, è dovuta alla forma del suo assassinio, determinato da Venceslao IV di Boemia che ne decretò l'uccisione, facendolo gettare incatenato nella Moldava. A Praga, sul Ponte Carlo, nel punto in cui si sono verificati i fatti, c'è la sua più famosa statua.
Si era nel XIV secolo. La tradizione leggendaria indica come causa della sentenza di morte il rifiuto di violare il segreto confessionale: il re avrebbe voluto sapere se la moglie lo avesse tradito e di fronte all'atteggiamento del sacerdote si sarebbe infuriato al punto da decidere il suo annegamento.
La realtà sembra sia meno spirituale e più politica. Si tratterebbe semplicemente di una questione di giurisdizione e di diritto. Giovanni da Nepomuk,a quel tempo vicario generale della diocesi di Praga, avrebbe nominato un abate contro il parere del re e per questo motivo sarebbe stato processato e poi gettato nella Moldava.
Perché questo richiamo estemporaneo alla fine dell'ecclesiastico ceco, allo scontro fra diritto canonico e legislazione civile? Perché è uno spunto dal quale procedere, per analizzare l'interessante incontro tra papa Leone XIV e il segretario di stato USA Marco Rubio. La similitudine sta soltanto nell'inevitabile commistione tra cattolicesimo e politica, per il resto ovviamente i contesti e le questioni in gioco sono del tutto diversi.
Il presidente Donald Trump sembra avercela fortemente con l'attuale vescovo di Roma. Non passa quasi giorno senza una bordata contro la guida della chiesa cattolica. Ha suscitato particolare stupore l'"attacco" sferrato alla vigilia dell'incontro in Vaticano, quasi un avvertimento, non soltanto nei confronti di Prevost, ma anche del suo stesso inviato. Dal momento che l'attuale inquilino della Casa Bianca sembra procedere su una linea solo a lui chiara, è difficile capire quale sia il vero motivo delle sue parole. Forse è il tentativo di aggraziarsi il mondo anticattolico statunitense, supponendolo più elettoralmente forte, in vista delle elezioni di mezzo termine, particolarmente delicate dopo le "avventure" venezuelane e iraniane. Oppure può essere un messaggio a Rubio, considerato un potenziale concorrente in rapporto alle scelte repubblicane, ormai in tempo di scelte per le elezioni presidenziali che si terranno fra due anni e mezzo.
Leone XIV ha risposto con prudenza e intelligenza alle bordate, prima richiamando la propria missione di costruttore e promotore della pace nel mondo, poi sostenendo la falsità della (peraltro talmente assurda da confermare l'esistenza di una strategia) accusa a lui rivolta da Trump di essere sostenitore della possibilità che l'Iran possa dotarsi della bomba atomica.
L'incontro tra Prevost e Rubio non ha offerto - almeno dal punto di vista giornalistico - dati particolarmente rilevanti, dal momento che non sembra si sia andati molto al di là dei convenevoli e dei discorsi di prammatica. Forse non potrebbe essere diversamente da così, almeno fino a quando la chiesa cattolica sarà così forte e presente, a livello di politica, economia e diplomazia planetarie. La potenza del piccolo Stato Vaticano, da una parte infatti consente di dare maggiore spessore alle parole e ai gesti tradizionalmente orientati - almeno nell'ultimo secolo - alla pace. Dall'altra parte tuttavia induce anche a una capacità negoziale e relazionale improntata essenzialmente alla cautela e alla delicatezza, fatto questo che spesso suscita l'impressione di una certa debolezza.
Riuscirà papa Leone XIV, nel proseguo del suo pontificato, a liberarsi dal politicamente corretto per dire con chiare parole ciò che si suppone pensi? Potrà svincolarsi dall'eccesso prudenziale per chiamare per nome le catastrofi del nostro tempo? Deciderà di schierarsi in modo inequivocabile dalla parte degli oppressi e degli aggrediti, non da quella degli oppressori e degli aggressori? Sarà questo uno dei temi interessanti per i prossimi anni, se i cattolici saranno guidati e orientati dal pontefice a una presenza militante nei meandri della società contemporanea, mettendo anche a repentaglio la loro vita, se necessario. Oppure se il compito profetico di costruttori instancabili di pace e giustizia, sarà riservato solo a poche figure profetiche, in grado di seguire l'esempio di forza e coraggio di Giovanni Nepomuceno.

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