Del resto, effettivamente, c'è poco da entusiasmarsi.
Una volta la parola Olimpiadi era sinonimo di competizione priva di interessi economici, oltre che di confronto fra dilettanti coinvolti nel momento più importante della loro carriera sportiva. Dominava il tutto lo spirito decoubertiano, secondo il quale "l'importante è partecipare".
Non occorre essere maliziosi per essere consapevoli di come in realtà non sia mai stato così e di come le Olimpiadi moderne siano state dall'inizio una straordinaria vetrina per propagandare interessi e prodotti. Ciò avviene in ogni sport e il dilettantismo è confinato in una mitologica età che forse non è mai esistita. Basti pensare al Giro d'Italia, al Tour de France, alle gare di Formula uno o alle discese con gli sci, per contemplare ovunque la selva di sponsor che offrono i mezzi per realizzare gli eventi e che in cambio ricevono immensi vantaggi pubblicitari.
Ciò che colpisce in questo mai così evidenziato viaggio del fuoco olimpico è la riduzione dell'impresa a soli due marchi, ENI e soprattutto Coca Cola.
Prima dell'arrivo dell'atleta con la torcia, si assiste a un mega spot pubblicitario della più nota bevanda del mondo occidentale. Transitano furgoni con i colori inconfondibili, un tizio sul camioncino agita con forza la bandiera che ha ispirato gli inventori del look di Babbo Natale, altri distribuiscono a destra e a manca lattine da 20 ccl e lanciano borsette biancorosse a un pubblico, anche in questo caso (per fortuna) assai diffidente.
D'accordo che questa è la globalizzazione e che questo è il capitalismo. D'accordo che dai tempi degli imperatori romani il Potere si autogenera attraverso la distribuzione di "panem et circenses". Ma qui si è superato ogni limite: la Coca Cola, marchio espressione per eccellenza della civitas statunitense, è la grande protagonista delle Olimpiadi invernali che si svolgono a Cortina e Milano in questo anno domini 2026.
In quanto simbolo, la Coca Cola si assume tutta la responsabilità della gestione olimpica. Lo ha già fatto in altre occasioni, come quando si è addirittura accapparata le Olimpiadi del 1996, costringendo il comitato a scegliere la sua "culla", Atlanta e surclassando così le città di Olimpia e Atene, che avrebbero voluto celebrare il secolo dalla rinascita dei Giochi, inventati un paio di millenni prima in Grecia.
E' ovvio che uno degli Stati ospiti d'onore della kermesse sia Israele. Il genocidio di Gaza perpetrato dal governo Netanyahu, le persecuzioni dei palestinesi in Cisgiordania, i bombardamenti su Stati sovrani, sono stati compiuti tutti con l'avvallo di Trump e dell'attuale (ma non solo!) amministrazione USA. Nel segno e nel nome della Coca Cola, tutto diventa possibile. E' un motivo in più per constatare quanto siano cambiate le Olimpiadi: la presenza degli atleti di Israele, in un momento nel quale sono stati uccisi tanti sportivi gazawi e palestinesi, è il simbolo di un mondo dominato dagli interessi di pochissimi, ai quali nulla importa della giustizia sociale e del sempre più calpestato diritto internazionale.
Infine, una nota di simpatia nei confronti del Forum per Gorizia e di molte altre "sigle" del Friuli Venezia Giulia e della Primorska slovena. Con un'azione nonviolenta presso il valico del Rafut/Pristava, si è voluto richiamare l'assurdità di una fiamma olimpica che attraversa liberamente e con tutti gli onori il vecchio confine, mentre prosegue l'assurda e venefica sospensione di Schengen. Si chiede la rimozione immediata dei controlli sul confine, iniziati con la scusa del timore degli attentati dopo il 7 ottobre 2023, ora ribaditi con quella della celebrazione delle Olimpiadi. Tutti pretesti, naturalmente, sembra evidente che il vero obiettivo siano i poveri migranti, nel loro faticoso arrivo al termine del difficile viaggio lungo la rotta balcanica. Sperano di aver raggiunto la terra delle libertà, invece, dopo aver trascorso notti ghiacciate nei rifugi di fortuna, finiscono nei centri per l'identificazione e l'espulsione.
Mala tempora currunt, sed peiora parantur!







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