sabato 8 novembre 2025

I confini nell'arte, a Villa Manin

Grande spettacolo a Villa Manin. In oltre sedici sale sono esposte oltre cento opere di grandissimi artisti, vissuti tra il XVIII e il XXI secolo.

Il filo che unisce tanto fascino è, come evidente dal titolo della mostra, il "confine", trattato sotto diversi punti di vista, ben introdotti dalle delicate didascalie e - per chi preferisce l'audioguida - dalle parole del curatore Marco Goldin.

Da Gauguin a Van Gogh, da Turner a Rothko, da Cezanne a Monet, dal goriziano Dugo al cervignanese Zigaina fino a tanti, tanti altri, è un progressivo immergersi nel mistero del limite. E' il confine paesaggistico, quasi si potrebbe dire biblico, tra le separazioni della Genesi, la luce dalle tenebre, la terra dal cielo, le acque dalla terraferma... E' il confine tra gli esseri viventi - animali e vegetali - e il regno minerale, la vita che spunta ovunque e che sfida le rocce apparentemente invincibili. E' il confine tra l'essere umano e la Natura che lo circonda, tra la donna e l'uomo, tra gli umani sottilmente divisi dalla linea della pace e della guerra. Ed è il confine tra la propria interiorità e il mondo esterno, dialogo a volte fecondo, altre volte impossibile, l'io come amico o nemico di tutto ciò che lo circonda. C'è spazio per la filosofia, per la teologia, per la storia, per la psicologia e la psicoanalisi, per l'etica, l'estetica e la logica, in un turbinio di linee, forme e colori. Nell'opportuno rifiuto della tradzionale esposizione cronologica, gli spazi e i tempi si intrecciano e trascinano il visitatore in un turbine di sensazioni ed emozioni che lo proiettano ora al di fuori di sé, nella contemplazione estatica o inquieta dell'arte, ora dentro di sé alla ricerca di corrispondenze e suggestive connessioni.

Non può mancare, anzi è forse dominante in ogni rappresentazione, il confine dei confini, la madre di tutte le frontiere, quello fra la Vita e la Morte. L'unico modo di rappresentare questo passaggio misterioso nella dimensione del non-spazio e del non-tempo è l'esperienza artistica che proietta chi la realizza, ma anche chi ne è entusiasta spettatore, in una nuova realtà, che travalica clamorosamente la fragile frammentarietà di ogni essere vivente. Una simile immersione nella Bellezza non può che suscitare una profonda nostalgia dell'infinito e percepire un sottile e malinconico presagio di eternità.

Davvero, da non perdere!

Diritto internazionale contro legge della giungla

 

La guerra, ogni guerra, porta distruzione e morte. Molti dicono che è sempre esistita e sempre sarà. Ma come può un essere dotato di ragione pensare in modo cinico che sia irreversibile la generazione sistematica di sofferenza, altrui e propria? Come si può ritenere "ragionevole" produrre strumenti sofisticati di sterminio, massacrare e farsi uccidere sull'altare di pochissimi detentori del Potere nel mondo, interessati esclusivamente a incrementare la loro potenza? La guerra è il frutto di un'economia perversa, sia essa la necessità antica di rubare nuovi pascoli a una tribù precedentemente insediata o di gestire le moderne risorse vitali del Pianeta conquistandone i punti nevralgici.

Solo un reale diritto internzionale potrebbe temperare la sensazione di impotenza che si prova davanti alle crisi mondiali. Purtroppo né la Società delle Nazioni, né l'Organizzazione delle Nazioni Unite sono riuscite a convincere gli Stati a cedere parte della loro sovranità a tavoli di accordo sovrastatali. In questo modo, di fatto, la legge vigente è proprio quella della giungla. Vince il più forte, il più debole deve adeguarsi o soccombere. Inoltre non si è ancora del tutto oltrepassata la venefica strumentalizzazione dei concetti di Dio (religione), Patria (nazionalismo) e Famiglia (tribalismo, mafia). Sono prospettive facilmente manipolabili da chi - fregandosene in realtà altamente del loro significato - le utilizza per raggiungere i propri obiettivi, scatenando terrificanti massacri di poveri.

Quello che sta succedendo in questo periodo non è purtroppo nuovo, ma due elementi possono essere evidenziati come tragicamente originali. Il primo è lo sviluppo tecnologico degli armamenti, il che rende oggettivamente diversa una lotta tribale rispetto alla possibile autodistruzione dell'intera umanità. Il secondo è la rivoluzione informatica, con il conseguente utilizzo spregiudicato dell'informazione. Ciò che finora si portava avanti mascherando squallidi egoismi con più o meno (più meno che più) richiami valoriali, oggi si dice e si fa alla luce del Sole. 

Non mi va un personaggio che vive in un Paese distante mille chilometri dal mio? Bene, gli spedisco sulla testa un missile e lo elimino per sempre dalla faccia della terra, insieme a qualche decina di altre persone ignare, vittime di "danni collaterali". Voglio destituire un capo da un Paese autonomo? Bene, lo accuso di ogni sorta di malefatte e decido di scatenare contro di lui una guerra, senza alcuna verifica o "processo" coordinato da un qualsiasi giudice. E chi mi autorizza a intervenire da una parte o dall'altra, ad appropriarmi delle risorse presenti in un Continente o nell'altro, a uccidere premendo un bottone senza doverne rendere conto a nessuno? 

Mi autorizza, come diceva il leone nella famosa favola di Esopo, il fatto che io sia più forte di te e che è già tanto che io mi degni di lasciarti eventualmente in vita. Ecco spiegati i tanti pesi e le tante misure delle guerre attualmente scatenate nel mondo! E cosa ci si può fare? Nell'epoca della globalizzazione e del villaggio globale, solo un passo può salvare l'umanità e anche l'intera realtà vivente sulla Terra. Occorrono persone di pace, poste in grado di raggiungere democraticamente i centri di potere, pronte ad avviare un urgentissimo e decisivo processo di costruzione di una Costituzione e di un sistema di Leggi corrispondenti a una visione sanamente internazionalista. Siamo tutti cittadine e cittadini del Mondo, che ci sia allora un modo per garantire, in termini oggettivi, la realizzazione della giustizia e dei diritti individuali e collettivi in ogni angolo del nostro tormentato ma meraviglioso Pianeta.

Utopia, molti diranno scuotendo la testa. Può anche essere, ma che alternativa ci può essere alla corsa agli armamenti, alla moltiplicazione di conflitti più o meno dilatati, al controllo generalizzato dell'informazione, all'idealizzazione della violenza come possibilità di salvaguardia degli interessi di un manipolo di autentici egotici, seminatori di morte?

lunedì 3 novembre 2025

4 Novembre: onore al "disertore ignoto"!

 

Il 4 Novembre ricorda una vittoria mutilata. Ciò non perché, come diceva il guerrafondaio D'Annunzio, all'Italia non era stato dato ciò che era stato promesso. Ma perché da quella cosiddetta vittoria non è scaturito altro che ulteriore violenza, devastazione e ogni sorta di male. 

Eppure si celebra ancora la "festa della vittoria e delle forze armate", pur riconoscendo, quasi unanimemente, l'inutilità dell'enorme sacrificio di un'intera generazione di giovani. A essi, e soprattutto alle centinaia di migliaia di civili che hanno perso la vita nella prima guerra mondiale, va il pensiero mesto di questi giorni. Sono stati costretti a raggiungere i ripari precari, a gettarsi all'assalto alla baionetta, a farsi mitragliare sui fili spinati impossibili da tagliare con cesoie arrugginite, a morire con in bocca l'ultima maledizione a una guerra assurda e a chi l'ha voluta. Meritano tutti, indipendentemente dalla divisa, un umano ricordo. Invece non possono che essere condannate le scelte e le decisioni dei politici che hanno trascinato l'Europa e il Mondo nel conflitto, i generali che hanno ideato la crudele, disumana e terribile strategia che ha provocato quella che papa Benedetto XV aveva definito "orrenda carneficina", coloro che hanno trasformato la fine della guerra nell'anticamera della dittatura fascista. 

Ma c'è una figura di soldato che non viene mai onorata. E ciò è molto strano, dal momento che in tempo di pace essa dovrebbe essere in assoluto la più degna di memoria. E' quella di colui che un tempo veniva chiamato con un certo disprezzo "disertore". Oggi quel nome deve essere totalmente rivalutato. Riguarda coloro che hanno deciso di rifiutarsi di combattere, di uscire dalla fossa per uccidere e farsi uccidere, di avviarsi ubbidienti come pecore al macello. Addirittura sono stati tacciati di viltà, proprio essi che pur di non ammazzare altri giovani uguali a loro, preferivano andare incontro a morte certa, fucilati dai carabinieri nelle retrovie del fronte. Non se ne parla molto, ma il loro numero era molto elevato, decine di migliaia di uccisi dal cosiddetto "fuoco amico" di chi doveva ottemperare ai terribili ordini. Di pochi si conosce il nome, un numero considerevole è scomparso dalla storia così, senza una corona, senza il riconoscimento del sacrificio supremo, quello di chi preferisce perdere la propria vita piuttosto che toglierla ad altri esseri umani.

In questo 4 novembre 2025 onoriamo questi "disertori" della prima guerra mondiale, quelli che hanno combattuto contro la morte rifiutandosi di imbracciare le armi. In un momento nel quale sembra che la voce della armi torni a essere riconosciuta come un'opzione possibile nei contesti di crisi internazionale, prendiamo esempio da questi autentici profeti della nonviolenza. Anche se non si ricordano le "madri" che hanno perso in questo modo i loro figli, i loro nomi sono scolpiti nell'alto del cielo degli operatori di pace. Non esiste ancora un monumento "al disertore ignoto", neppure uno dedicato a quelli di cui si conosce il nome. Forse è giunto il momento di costruirlo!

La voce dei Camuni

Oggi, una storia viandante...

Sono un po' nascosti, nella valle dell'Oglio che dal passo del Tonale scende fino al Lago d'Iseo e alla pianura, presso Brescia. Forse per questo non sono tanto conosciuti ed è un vero peccato. L'incontro con i Camuni è estremamente interessante, sia con quelli moderni, simpatici e accoglienti, promotori di un turismo ancora molto lontano dall'essere "over" che con quelli antichi.

Questi non soltanto hanno abitato per millenni la Valcamonica, ma hanno anche raccontato la loro storia attraverso un'arte che non si sa se definire "primitiva" o "ultramoderna". Di loro non si conosceva neppure l'esistenza fino al 1909 (guarda caso, lo stesso anno della scoperta dei mosaici teodoriani di Aquileia). Uno studioso, incappato per caso nel masso di Cemmo - un blocco di pietra precipitato dalla roccia sovrastante qualche decina di migliaia di anni fa, non lontano dalle abitazioni del suggestivo paese di Capo di Ponte - si è accorto delle incisioni. Non che la gente non se ne fosse accorta prima, qualche segno l'avevano visto e chiamato "pitote", in dialetto "rozzo disegno di bambini". Ma sarà solo con l'arrivo di Emanuel Anati nella valle che si arrivò alla ricerca sistematica e all'individuazione di qualcosa come oltre sessantamila graffiti, istoriati sulle pietre levigate dai ghiacciai. Ciò che stupisce, oltre a tutto il resto, è la durata. Si parla di siti frequentati per quattro - cinquemila anni di seguito, caratterizzati da elementi di vita ordinaria intrinsecamente legati a una visione religiosa della vita e del cosmo. Le sopravvivenze di questa religione della natura sono ancor talmente forti in epoca paleocristiana, da suggerire ai responsabili della comunità ecclesiale di sostituire le pietre sacre e le rappresentazioni animatiste con simboliche maggiormente pertinenti la nuova fede. La chiesa di san Siro, dominante questa parte della Valle, sembra abbia origini nel IV secolo e la sua interessante cripta potrebbe aver sostituito uno dei punti di culto degli antichi Camuni.

E' facile vedere le incisioni rupestri, diffuse un po' ovunque, dal Lago d'Iseo in su. Tuttavia il Parco Arhceologico di Naquane offre una sintesi completa dei temi e delle intuizioni di questi nostri antichi progenitori. In particolare è impressionante la roccia levigata dalla quale si intravvede la cima di una delle due montagne sacre, il Pizzo Badile Camuno, la cui ombra si dice tocchi la pietra al mezzogiorno del solstizio invernale. L'altra montagna, quella della notte, è la splendida Concarena. E' evidente come popolazioni vissute fra il VI  e il I millennio a.C. abbiano lasciato diverse testimonianze della loro concezione dell'esistenza e dell'universo, tuttavia nella loro diversità, ritornano dei motivi costanti. Ci sono elementi geometrici più o meno elaborati, come per esempio la cosiddetta "rosa camuna". In alcuni casi si rappresentano i villaggi palafitticoli, in altri addirittura delle vere e proprie carte geografiche che localizzano le diverse abitazioni. La natura è dominante, con un evidente processo di divinizzazione degli elementi legati alla vita. Il cervo è il protagonista principale, il principale oggetto dello caccia, ma anche la presenza del divino nella realtà: mangiando la carne del cervo non soltanto si ha la possibilità di sopravvivere fisicamente, ma si assume anche quella natura divina che caratterizza l'essere umano in quanto tale. Il cervo è la vittima, ma è anche colui che da la forza al cacciatore, la relazione tra i due è di vita e di morte nello stesso tempo. Nessuno è ancora pienamente uomo, se non si è misurato nella gara iniziatica della caccia al cervo. Naturalmente si riconoscono anche gli animali domestici, il cane, il cavallo che traina dei rudimentali carri, le mucche che pascolano tranquille. E' una testimonianza impressionante del passaggio alla pastorizia e all'agricoltura, un continuo immergersi nella vicenda storica attraverso questa specie di affascinanti fumetti. 

Una delle incisioni rappresenta il labirinto, qualcosa che sembra simile al cervello come intrico di linea prospettiche capaci di generare il pensiero. Ma pensando a simili immagini presenti un po' ovunque - come dimenticare quello presente nella Cattedrale di Chartres o lungo i cammini dei pellegrini medievali - non si può intravvedere nel labirinto l'ansia dell'uomo alla ricerca della Verità o la consapevolezza del mistero nel quale siamo immersi e dal quale spesso non sappiamo come uscire? Sono proprio dei rozzi intagliatori di montagna questi Camuni o sono esseri umani molto consapevoli del loro stato, che non rappresentano la realtà per così dire fotograficamente, ma la trasfigurano attraverso la loro sensibilità e profetica filosofia? Queste donne e questi uomini che sembrano danzare a braccia alzate e gambe divaricate in una preghiera rivolta verso il cielo, sono forse specie di ex voto intagliati nella pietra da sacerdoti a ciò delegati in quello che probabilmente era il più importante santuario dell'intero arco alpino, almeno tra il V e il I millennio prima di Cristo.

Ma sono soprattutto il messaggio che ci viene inviato dalla notte dei tempi, un invito caldo a sentirci tutte e tutti parte di questa meravigliosa umanità, a sentirci parte di un'unica famiglia, della quale i camuni sono una parte che ha qualcosa da dirci, da trasmetterci. E' un invito alla pace, alla concordia, alla bellezza di accogliere gli uni la cultura degli altri, a portare avanti il testimone di una bellezza fragile che siamo chiamati a custodire e - perché no? - anche ad amare. 

domenica 2 novembre 2025

Cosa sta accadendo in Slovenia? Kaj se dogaja v Sloveniji?

 

La Slovenia è stata scossa in questi giorni da un sanguinoso fatto di cronaca. Non è soltanto questo il problema, quanto la gigantesca copertura mediatica, la strumentalizzazione politica e le conseguenze sociali che hanno accompagnato l'evento.

Si tratta dell'omicidio di un ristoratore quarantottenne, avvenuto la scorsa settimana a Novo Mesto, in un contesto di discussione sfociata in tragedia.

Fino a qua tremendo, ma non certo straordinario. In realtà da quel momento è iniziata una serie ininterrotta di discussioni, a ogni livello possibile, dal dibattito parlamentare ai talk show televisivi, dalle chiacchiere in bar alle riflessioni nell'ambito delle famiglie.

Il motivo scatenante un tale gigantesco interesse travalica i confini della Repubblica di Slovenia e coinvolge l'utilizzo strumentale e politico del crimine. Il guaio è che il sospettato, consegnato alla giustizia, appartiene alla comunità Rom. Da qui il sollevamento di popolo che, fomentato dai partiti della destra, ha chiesto a gran voce interventi severi e duraturi nei confronti dei membri del gruppo.

All'intervento della piazza ha risposto immediatamente il governo Golob, con una duplice azione che ha sorpreso sia gli oppositori che parte degli alleati della maggioranza di centro e sinistra. Da una parte ha accettato le dimissioni - a distanza di 24 ore! - dei ministri dell'Interno e della Giustizia, dall'altra ha promesso davanti alla folla radunata interventi mirati sul territorio per garantire "la sicurezza". Da questo punto di vista, è stato ventilato un grande rafforzamento di polizia ed esercito, finalizzato a tenere sotto controllo le città.

Forse questi interventi sono stati suggeriti anche dalla necessità di offrire garanzie alla popolazione, in vista delle ormai prossime elezioni politiche del 2026. Tuttavia a molti è sembrato troppo repentino ed eccessivo, sia l'allontanamento di ministri la cui responsabilità, in merito a un episodio avvenuto fuori da ogni contesto politico, sarebbe tutta da dimostrare, sia la prospettiva di rafforzare la presenza delle forze dell'ordine, con il rischio che da un fatto di cronaca ci si indirizzi verso uno stato di polizia.

Il fatto è che simili episodi, soprattutto se legati a liti che sfociano in atti di sopraffazione, non hanno nulla a che fare con questioni di ordine culturale, se non in quanto espressione di ignoranza o di incapacità di controllare i propri istinti. Questa tipologia di violenza non può essere prevenuta con leggi speciali, ma con la lenta e faticosa costruzione di una società aperta, accogliente, tollerante. Si tratta di investire molto nell'ambito dell'assistenza sociale, della presa in cura di situazioni umane complesse, dell'istruzione. Occorre che insieme - istituzioni e cittadini - creino situazioni di reciproca accettazione tra le diverse componenti della società. Illudersi di risolvere le questioni attraverso la repressione e non anzitutto con la prevenzione, significa al contrario incrementare le divisioni costringendo le persone a rinchiudersi nei propri ghetti. Occorre anche stare attenti nell'esaltare come un valore fondamentale e un richiamo ossessivo la dea "Sicurezza". Ciò non perché non sia importante, ma in quanto facilmente utilizzabile, soprattutto dalle destre di tutto il mondo. Esse prima seminano a piene mani insicurezza, poi additano il capro espiatorio di turno non nell'individuo che sbaglia ma accusando e perseguitando "nel mucchio" tutti i componenti delle categorie sociali non pienamente allineate con il loro punto di vista.

Sarà interessante scoprire se l'atteggiamento del presidente Golob e di parte della sua maggioranza avrà un riscontro tra la gente. Il rischio è che si trasformi in un boomerang e che gli elettori di sinistra non lo seguano perché delusi da un eccesso di interventismo, mentre quelli di destra, ritenendo le azioni insufficienti, decidano di sostenere l'originale (l'oppositore number one, Janez Janša) piuttosto che fidarsi di quella che essi ritengono una copia.

P.S.: besedilo lahko preberete tudi v slovenščini, če v okencu "Translate" desno izberete jezik.

sabato 1 novembre 2025

Questa demolizione non s'ha da fare, né oggi né mai!

 

Lo vedete questo significativo frontone? Ebbene, tra breve potrebbe essere ridotto a macerie, insieme all'intero, grande edificio che lo sostiene.

Sulla sinistra (della foto) c'è la "Scientia", simboleggiata dall'albero della conoscenza del bene e del male, sulla destra la "Charitas", con una bella e fruttifera palma. Gli strumenti portati dagli angeli della sapienza e dell'amore sono quelli che caratterizzano il personale, socio sanitario, infermieristico, medico.

E' l'ospedale civile di Via Vittorio Veneto, oggetto di strenua difesa da parte dei Comitati cittadini, dai primi anni '90 del XX secolo in poi. Si volevano evitare il doppio acquisto del San Giovanni di Dio da parte della Regione, il depotenziamento delle strutture sanitarie goriziane, la realizzazione di piani sanitari studiati a tavolino nel nome dell'efficacia aziendale più che del servizio alla persona sofferente. Si voleva evitare anche il sempre più marcato fenomeno della privatizzazione e si intendeva difendere il grande valore e la conquista della sanità pubblica. 

L'idea fondamentale era quella della collaborazione con il vicinissimo ospedale di Šempeter, una proposta che sarebbe stata all'avanguardia a livello internazionale, economicamente sostenibile e anche pionieristica, anticipando di almeno venti anni la proclamazione della Capitale europea della Cultura.

Ebbene, nulla di tutto questo è accaduto, anzi, dopo un periodo di grande incertezza sul destino del vecchio ospedale, ora si è alla vigilia della sua completa demolizione. Si dice, per realizzare un centro - oggi si dice un campus - per gli studenti del territorio, che verrebbero invitati a lasciare il centro cittadino per svolgere le loro attività scolastiche ai margini della città. E' difficile prevedere tempi di distruzione e ancora di più quelli di ricostruzione. Pur incrociando le dita, è più facile pensare all'ormai quasi trentennale vicenda degli ascensori al castello di Gorizia. La vicenda dell'ex "civile" avrà lo stesso destino? Per il momento, quasi di nascosto per evitare proteste, è stata rasa al suolo la chiesetta dall'ex Ospedale psichiatrico, luogo che custodiva molte memorie culturali, sociali e sanitarie della città.

Si è ancora in tempo per fermare le ruspe? Per immaginare un futuro diverso per questo spazio "storico" per i Goriziani? E, prima di tutto, nel clima di GO25, si è pensato qualcosa insieme a Nova Gorica e Šempeter Vrtojba, tenendo conto che la demolizione e la nuova (eventuale) destinazione coinvolge inevitabilmente anche le persone e le strutture che si trovano al di là del muro di recinzione? Ciò vale in termini di salute - i materiali polverizzati potrebbero essere fortemente nocivi alla salute di chi vive nei dintorni; in termini strategici - uno spazio che potrebbe essere veramente pensato e realizzato insieme; in termini paesaggistici - si, perché anche il paesaggio è un bene comune, anzi, uno dei più importanti beni comuni!  

Santi: tutti o nessuno...

 

Pinzolo, Danza macabra

Se intendiamo con la parola "santo" un essere riconosciuto come già iscritto nell'albo dei salvati, non ne esiste alcuno sulla faccia della terra. Ciò vale anche per il suo contrario. Potrebbe aver senso che esistano santi e dannati, se la vita non avesse limiti. Essendo invece evidentemente condizionata da un inizio e da una fine, nessun uomo può raggiungere vertici di bontà o di cattiveria talmente trascendenti le categorie esistenziali da meritare un premio o un castigo eterno. Meglio allora rassegnarsi a una certa "mediocritas", condizionata dagli ambienti e dai contesti in cui si vive, che favoriscono il realizzarsi di modelli di umanità più o meno affascinanti o riprovevoli. E immaginare i "santi", in linea con la chiesa dei primi secoli, semplicemente come "appartenenti" alla comunità dei cristiani o meglio, diremmo oggi, alla famiglia degli umani e più in generale ancora, dei viventi. Allora sì, oggi è la festa di tutti, proprio di tutti i santi, ancora in cammino sulla terra o già passati al di là dell'ostacolo definitivo. E domani, due novembre, si metterà a tema proprio quel muro misterioso, frontiera tra l'al di qua e l'al di là. Ecco di seguito una breve riflessione sul tema, tratta dal settimanale Novi Matajur. (ab)   

Dagli alberi cadono le foglie, le giornate sono sempre meno illuminate dal Sole, si accendono i colori dell’autunno, ultimo sussulto di bellezza prima della pausa invernale. E’ un periodo che ha sempre impressionato l’homo sapiens, che ha dedicato questi giorni a un particolare e malinconico pensiero. Insieme al tramonto della Natura si ricordava il tramonto della vita, si dava forma al desiderio di incontrarsi di nuovo con i morti, si celebravano riti propiziatori di passaggio. Queste usanze erano talmente radicate che papa Bonifacio IV, agli albori del VII secolo, istituì la festa di “Ognissanti” e Gregorio III (metà VIII secolo) la stabilì definitivamente il Primo Novembre. A essa si unì ben presto la Commemorazione del 2 novembre, dedicata a tutti i fedeli defunti. La tradizione precristana continua a vivere sotto diversa forma, ma con identica sostanza: la tristezza per la fine, la consolazione del rito, il desiderio della compagnia di chi ci ha preceduto. In un modo o nell’altro, lo stesso Halloween - non a caso richiamo in inglese americano a “tutti i santi” - porta una ventata di contemporaneità a miti e valori la cui origine è fissata dagli antropologi nella notte dei tempi.

In fondo, tutto ciò porta a una semplice, ma drammatica constatazione. Che cosa accomuna ogni essere umano, anzi ogni vivente? La morte. Da Gil Gamesh che nel primo Fantasy della storia percorre monti e mari per trovare le fonti dell’immortalità ai sillogismi aristotelici, dagli appelli dei padri della chiesa alle suggestioni dell’Oriente, dai Sepolcri del Foscolo alla meditazione sull’essenza dell’essere di Heidegger, dalle danze macabre ai trionfi della morte rinascimentali... è sempre dominante il tema del confine dei confini, della madre di tutte le paure, quella che condiziona tutte le altre. Ogni perdita è un piccolo o grande riflesso della fine della vita, del timore di quell’apparente “ni-ente” che contraddice così clamorosamente la consapevolezza dell’”ente”. Si è di fronte a ciò che non può essere pensato, perché sfugge alle categorie dello spazio e del tempo, le uniche attraverso le quali siamo in grado di rappresentare la realtà. La morte sfugge al controllo della ragione, è una porta verso l’ignoto, o forse una finestra aperta sull’infinito o semplicemente la fine di tutto. Questo spazio di non conoscenza le consente di sfuggire all’invasione della tecnica, alla strumentalizzazione della coscienza, alle pretese incontrollabili del sapere. In un momento nel quale siamo in grado, premendo lievemente su un tasto, di ricevere miliardi di informazioni su qualsiasi remota piega dell’esistente, la morte si para davanti a ciascuno di noi come l’assoluto in-comprensibile, temuta dagli opulenti viaggiatori della postmodernità, desiderata da chi - piegato dalla miseria, dalla sofferenza o dalla disperazione, non trova un motivo sufficiente per continuare a vivere.

Ecco allora l’auspicio, nella più classica delle feste autunnali. Se tutti ci aspetta quella che Francesco chiamava “sorella”, perché non dedicare ogni istante a far sì che ogni vivente possa gustare ogni frammento della sua esistenza, nella gioia della solidarietà e dell’amore?