martedì 7 dicembre 2021

O Gorica tu sei benedetta!

O Gorizia tu sei maledetta. Non sono solo le parole di un celebre canto pacifista ispirato dagli orrori della prima guerra mondiale. Queste o altre simili sono le ultime pronunciate da poveri esseri umani mandati al macello sulle nostre montagne da politici disumani e generali psicopatici. 

Il clima che si respira oggi, se non fa dimenticare tale tragedia, almeno tempera il dolore e permette di contemplare nuovi sprazzi di bellezza, sia per ciò che concerne la maestà della Natura che per quanto riguarda gli sforzi delle persone in carne e ossa che hanno trasformato questi luoghi di divisione in luoghi di comunione e in messaggi di pacificazione planetari. La tappa del 2025, la capitale europea della Cultura, segna forse l'inizio del capovolgimento... Renato Elia dice sempre che per invertire la rotta occorre pensare ai bambini, a quelli di domani, di dopodomani e a quelli che vivranno fra cento o mille anni. Pensando a loro, senza dimenticare il passato ma protesi a vivere il presente, si potranno finalmente cambiare le parole al canto... O Gorica, tu sei benedetta! 

Tra i percorsi verso la cima del Sabotin in territorio sloveno, la južna pot, dal ponte di Salcano è la più diretta e consente di attraversare la grande scritta TITO e soprattutto di visitare i suggestivi ruderi dell'antico eremo di san Valentino. La via del "corridoio" inizia invece subito dopo il rientro in Slovenia, sulla cosiddetta "strada di Osimo" e potrebbe essere definita la "direttissima", quasi in linea retta fino a pochi passi dalla vetta, ammirando in primavera una straordinaria fioritura. In territorio italiano, oltre alla facile ma un po' noiosa strada asfaltata, si possono affrontare o il sentiero che attraversando il bosco e "tagliando" i tornanti della rotabile conduce fino alla caserma e poi alla cima, oppure quello, abbastanza ardito e recentemente sistemato dai volontari del CAI, che da San Mauro sale perfettamente parallelo a quello sloveno, piuttosto ripido ma anch'esso molto interessante. La cresta nord, verso il Korada, permette anche di raggiungere l'ospitale rifugio e museo sloveno, sia in bicicletta che con l'auto. Da lì in un quarto d'ora di marcia si arriva agevolmente in vetta.

Tanti dunque sono i cammini, ce ne sono anche altri e il monte ha molti segreti da svelare, sia sul piano storico che su quello naturalistico. Ovviamente ognuno ha le sue preferenza e personalmente sono sempre molto affascinato dalla "severna pot", che inizia dalla bella ciclabile Solkan - Plave, poco dopo la diga sulla Soča.

Perché questa scelta, dal momento che non soltanto è la più ripida ma anche quella con maggiore dislivello (niente di trascendentale, circa 550 metri!)? Per molti motivi. Prima di tutto, si ha la più bella e ravvicinata visuale sullo spettacolare ponte ferroviario sull'Isonzo, costruito, come da lapide commemorativa incisa sulle pietre, nel 1906. Si potrebbe addirittura raggiungerlo e attraversarlo a piedi, ma ovviamente è vietato, oltre che molto pericoloso, dato che il traffico dei treni non è indifferente. Poi, salendo sul bellissimo sentiero, ciò che resta di un'armoniosa mulattiera costruita dai soldati austro-ungarici, il panorama cambia a ogni svolta. Oltre agli scorci suggestivi sul dirimpettaio Monte Santo, si contempla il colore straordinario del fiume che scorre placido, forzato dalla diga, nel fondo della valle. Si aggirano arditi speroni di roccia fino a quando si arriva nel canalone che conduce alla cresta. Le pareti di roccia sono strapiombanti e - se non fosse per le proporzioni - sembrerebbe di essere nel cuore delle Dolomiti! Nel punto più impervio, gli alloggi degli ufficiali imperiali stanno sotto il sistema di grotte e trincee che ha visto soffrire e molto spesso morire decine di migliaia di giovani nel corso della prima guerra mondiale, uccisi dalle pallottole, ma anche dal freddo, dalla fame e dalle malattie provocate dai morsi dei topi e dall'umidità. Non sembra vero osservare tanti segni di una guerra terribile e assurda, camminando in un ambiente così naturalmente orientato alla bellezza e alla pace. Qui transita la Pot miru, la "Via della pace" proposta negli ultimi decenni con felice intuizione, per marciare in pace e in concordia là dove è stato sparso inutilmente tanto sangue fraterno.

Non resta che raggiungere il punto più alto, con il sentiero di cresta che conduce alla quota 609, divertendosi a contare i pilastrini di un confine che quassù ora, per fortuna, sembra giocare con gli escursionisti che celebrano, saltellando qua e là, la gioia di essere brez meja, across the border, oltre le frontiere.

Gorizia abbia quanto prima il suo "Garante dei diritti" delle persone in carcere

Il carcere è il termometro del rispetto dei diritti in una società.

Sì, questa constatazione non particolarmente originale viene in mente ogni volta che, per un motivo o per l'altro, si varcano le mura e si passa attraverso i cancelli.

Si tratti di Rebibbia, Pisa, Piazza Armerina in Italia, di Bouaké in Costa d'Avorio o Massinga in Mozambico, l'impressione è sempre quella di trovarsi davanti a uno specchio sul quale sono riflessi i problemi della comunità circostante.

Sì, proprio circostante, in quanto la prigione è segregazione nel cuore di un territorio, etimologicamente un "tempio", cioè uno "spazio ritagliato" in un centro cittadino. E' vero ovunque, anche a Gorizia, dove la casa circondariale di Via Barzellini, collegata direttamente al Tribunale e a dieci metri dal giardino del Municipio, costituisce lo spazio più centrale e nello stesso tempo meno conosciuto e agibile dell'intero territorio.

Non si tratta delle relazioni interne. Già si è avuto modo di sottolineare la delicata sensibilità delle persone, soprattutto giovani, che in questo momento sono "ospitate" nella struttura per scontare brevi pene comminate per qualche - come dicono essi stessi - "piccola cavolata". Non si tratta neppure della direzione, della polizia penitenziaria, delle ottime professionalità legate alle prospettive scolastiche ed educative, del servizio religioso ad ampio raggio o del prezioso volontariato.

Si tratta di scelte politiche concrete, rinviate negli ultimi quaranta anni e costantemente archiviate in un enorme e scandaloso dimenticatoio.

Se la pena deve essere riabilitativa, come è possibile che non funzionino ancora le proposte di alternativa al carcere, se non in minima misura? Abolire la segregazione, sostituendola con azioni al servizio della società in ambienti umanamente accoglienti, almeno per le pene inferiori ai tre anni, contribuirebbe a risolvere ampiamente il problema del sovraffollamento e - cosa più importante - permetterebbe a chi le deve scontare di non buttare via anni preziosi della vita. 

Un investimento finanziario per migliorare le strutture fatiscenti di un edificio costruito nei tempi dell'Austria Ungheria e sostanzialmente rimasto come era, potrebbe permettere di avere maggiori spazi fruibili per la socializzazione, per lo studio e per la ri-creazione, a persone che si trovano costrette a rimanere chiuse in piccole stanze da otto letti, senza alcun riguardo alla privatezza.

Una convinta de-burocratizzazione potrebbe far pensare a una moltiplicazione dei permessi da accordare per uscite "controllate", per motivi di approfondimento culturale, conoscenza maggiore del territorio e - perché no? - di testimonianza intorno a un modo di vivere sostanzialmente sconosciuto a chi non lo ha mai sperimentato. Inoltre si dovrebbero senz'altro facilitare gli incontri con familiari e amici, creando spazi adeguati a incontri affettivi degni di questo nome, con mogli, mariti e figli già tremendamente provati dall'esperienza carceraria della o del congiunta/o. Importante è anche un'adeguata mediazione culturale, data la presenza di tanti migranti, finiti rinchiusi per qualche scorciatoia intrapresa in un mondo "esterno" non molto incline a favorire l'integrazione di chi cerca di fuggire dalla fame o dalla guerra.

Sono problemi politici a livello nazionale. In molti Paesi europei e anche in altri Continenti si sono avviate interessanti sperimentazioni sull'"umanizzazione" delle prigioni e forse sarebbe il caso di studiarle e metterle in pratica anche in Italia.

Ma è un problema politico anche locale, non solo per ciò che concerne le strutture esterne, ma anche per un'attenzione speciale a persone che in ogni caso, fino a quando risiedono - volenti o nolenti - in questo territorio, sono a tutti gli effetti "Goriziani".

Per questo, uno dei primi passi possibili, è quello dell'istituzione immediata, a livello comunale, del "Garante dei diritti delle persone private della libertà individuale". E' presente in ogni capoluogo dove ci sia una prigione, tranne che a Gorizia. O meglio, c'era il garante provinciale, nella fattispecie don Alberto De Nadai, scelto sulla base di un bando ai tempi in cui in FVG esistevano le Province. C'è ancora il garante regionale che ha il compito di visitare tutti gli ambienti e di coordinare i garanti comunali. E se si vuole guardare a un modello cui ispirarsi, non occorre andare lontano, basta chiedere lumi al vicino Comune di Gradisca d'Isonzo che lo ha istituito recentemente, tenuto conto della presenza del CPR di via Udine.

E' solo un primo passo, l'offerta alle persone detenute di un punto di riferimento importante, in grado di portare le loro istanze ai livelli decisionali e di garantire una "voce" a chi purtroppo ne ha fin troppo poca. Ma è anche un punto di collegamento tra il "dentro" e il "fuori", aiutando chi procede verso l'esaurimento della pena a immaginare un futuro diverso rispetto a quello dell'entrare e uscire costantemente dal carcere. Occorre sostenere la ricerca del lavoro, della casa, del ripristino dei normali rapporti familiari. E occorre in particolare lavorare per cancellare quell'"impronta" (stigma, lo si chiama tecnicamente) che trasforma in un inferno, in un "fine pena mai", la vita di chi ha avuto la sventura di pagare oltre ogni limite sopportabile i propri - a volte minimi - errori.

Avanti dunque, caro Comune di Gorizia, sia emesso subito il bando per individuare il miglior possibile "Garante dei diritti delle persone private della libertà personale"!  

domenica 5 dicembre 2021

Aleksander Gadžijev, giovane genio artistico "Goriziano"

Leggendo l'ottimo settimanale sloveno Mladina, sono saltato giù dalla sedia. Ho scoperto che a qualche decina di metri da casa mia, è cresciuto un genio dell'arte contemporanea!
Il Concorso Pianistico internazionale Fryederyk Chopin, nella sua fase finale si svolge ogni anno a Varsavia, la città del celebre compositore polacco. E' il più importante concorso per giovani pianisti e si è svolto nello scorso mese di ottobre. Il goriziano Aleksander Gadžijev si è piazzato al secondo posto, ma ha ottenuto il primo premio speciale "Zimerman", per ciò che concerne l'esecuzione della Sonata in si bemolle.
E' un grande onore per Gorizia annoverare fra i suoi illustri cittadini questo giovane astro della musica classica. Nato nel 1994 nel capoluogo isontino, è cresciuto in una famiglia di importanti musicisti, frequentando fra l'altro la scuola di musica "E.Komel", collegata al Centro Culturale Bratuž di Via XX settembre.
Al di là del genio artistico ed evidentemente anche filosofico, nell'ampia intervista che Mladina gli dedica, Aleksander Gadžijev (ma il nome, sui media italiani, è scritto anche Alexander Gadjev o Gadjiev, su quelli russi in caratteri cirillici...), risponde anche a domande riguardanti la cultura del territorio in cui è nato. Il padre, famoso pianista, è originario dall'Azerbaigian, la madre, anche lei musicista e insegnante presso la Glasbena Matica di Nova Gorica, è slovena di Bilje, figlia di un combattente partigiano che ha partecipato anche alla battaglia di Tarnova. Ha studiato al liceo scientifico italiano "Duca degli Abruzzi", dove si è diplomato presentando un lavoro sul filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein.
E' stato un problema per lui crescere parlando tante diverse lingue? Ovviamente no, anzi, è stata una scuola per imparare a conoscere gli altri, sentendosi ovunque a casa propria, in particolare adesso, quando gli impegni sempre più intensi lo conducono in tante diverse nazioni.
Nell'intervista gli viene chiesto come, vivendo a Gorizia, ha percepito le relazioni tra italiani e sloveni. Mentre le cronache del Concorso di Varsavia, rivendicano la sua identità di pianista "italiano" sui giornali italiani e "sloveno" su quelli sloveni, Aleksander risponde sorridendo di "appartenere a un terzo Stato che non è né questo né quello ed è Goriška", cioè "il Goriziano". In ogni caso, si riflette su questo aspetto solo quando si cresce e qualcuno chiede se ci si sente più "italiani" o "sloveni". 
Leggendo le sue parole e scorrendo la biografia, ci si rende davvero conto di quanto in realtà la sperimentazione della bellezza delle diversità sia una vera e propria "università delle relazioni". Ed è interessante che tanto più ciò si verifica, quanto meno lo si problematizza, come accade naturalmente nelle relazioni familiari, amorose, amicali e affettive.
Aleksander Gadžijev non è solo uno straordinario talento, un personaggio del quale certamente sentiremo parlare ancora molto, ma anche un autorevole testimone della "Gorizianità", cioè di quella naturale e istintiva internazionalità, frutto di quel lungo e sofferto lavoro di tessitura che è stato riconosciuto dall'Unione Europea nella scelta di Nova Gorica e Gorizia, capitale europea della Cultura nel 2025.

sabato 4 dicembre 2021

Consigli costruttivi a un sindaco che non ha più "numeri"

Dobrila, Miklavič, Ziberna, Fedriga. Presidente Pahor, Volk, Jaklitsch, Rojc 
Sulle ultime vicende relative alla bocciatura dell'ultima variazione di bilancio nel consiglio Comunale di Gorizia, si propone una riflessione serena, metodologicamente interessante e delicatamente propositiva, pubblicata ieri su forumgoriziablog.it. Autore è Simone Cuva, con-titolare con Patrizia Dughero dell'ottima editrice Qudulibri, realtà sempre più presente e importante nel panorama culturale goriziano, nazionale e internazionale. Grazie all'autore e a Eleonora Sartori, referente del blog del Forum per Gorizia, per la disponibilità. (ab)

Cogliere un’opportunità è un gesto scaltro, veloce, intuitivo, che denota lucidità e mente sgombra da sovrastrutture e orpelli che ne appesantiscono l’azione (Neil McCauley, Robert de Niro, nel film “La Sfida” dice di sé che non deve mai mettersi in una situazione dalla quale non può uscire senza traumi in 30 secondi netti…).

Il senso di opportunità, invece, diverso da quello dell’opportunismo, richiede non solo il possesso di tutte le caratteristiche, o magari qualità, descritte sopra, ma anche una spiccata attitudine a fare i conti, appunto, con le sensazioni, con il raccoglimento, con l’auto analisi ma soprattutto con la percezione della realtà. Azioni o pensieri a cui si è usi, appresi o posseduti innati, sin dalla nascita, parte del bagaglio di conoscenza e quindi Cultura che ciascuno di noi ha. Molto più complicato, quindi, procedere da questo punto di vista.

Dopo l’ennesima bocciatura in Consiglio Comunale, su un provvedimento fondamentale come quello dell’assestamento di bilancio, che mette a rischio una serie di investimenti molto importanti per il futuro della città, lanciata, al momento, come una macchina sgangherata a tutta velocità che perde pezzi a causa del vento, verso il 2025, anno in cui grazie a Nova Gorica sarà sotto gli occhi del Vecchio Continente e dei suoi cittadini per essere Capitale europea della cultura, dopo l’ennesima bocciatura, dicevo, forse il nostro Sindaco dovrebbe fermarsi un attimo. Prendere. Un. Respiro. Sedersi, non arrabbiarsi se non con i suoi, ma soprattutto cercare di capire dove è arrivato, perché c’è arrivato in queste condizioni, e capire come, e se, proseguire.

“Dimissioni” ho scritto sul mio profilo FB dopo che ieri ho saputo questa notizia da un amico. Vero. dovrebbe essere questo l’atto automatico da compiere dopo sconfitte politiche di questo tipo. E siccome viviamo nel paese in cui i politici non si dimettono per atti ben più gravi, anche eticamente, di sconfitte colpose come queste, bene, proprio per questo il nostro Sindaco dovrebbe farlo. Per fare capire ai suoi concittadini che a lui, questa sconfitta, brucia. Ma che questa sconfitta potrebbe essere il suo trampolino di lancio per la nuova candidatura a primo cittadino di questa città. “Mi dimetto, caccio via tutti, faccio venire il Commissario fino alle elezioni, e mi ricandido, con una nuova compagine, con nuove persone, speriamo più capaci di mantenere buoni i rapporti con i consiglieri elettori e la cittadinanza di votanti!”

Ecco il senso di opportunità. Cercare, da una brutta circostanza, di farne tesoro e rilanciare. Umilmente, ma coraggiosamente. Raccogliersi, e “compiere, d’un balzo, il balzo che non perdona”.

Solo così potrebbe giustificare la ricandidatura, ponderata, dice, ma scontata, penso io, quindi quasi “pretesa” dalle forze politiche che lo sostengono. Perché il 2025 è troppo importante per rischiare di lasciarselo scappare. “Tra niente e piuttosto è meglio piuttosto”, forse dicono.

Gorizia merita riflessioni e immaginazione. Ora è debole e va trattata con cura. Accompagnata verso un rilancio possibile. Per la prima volta, un rilancio in cui il volano sarà la Cultura. Non dimentichiamolo: la Cultura. E un Sindaco è giusto che ne colga il significato pieno, di questa parola. E ne sia all’altezza. 

Simone Cuva (per forumgoriziablog.it)

venerdì 3 dicembre 2021

Dalla prigione di Via Barzellini un forte messaggio di pace e di dignità

"Sono nato a qualche chilometro da Srebrenica, avevo un anno quando ci fu il massacro. Morirono metà dei miei parenti più stretti. Mia madre mi ha fatto crescere invitandomi a perdonare sempre, per fermare la spirale della violenza nei Balcani. Sono musulmano, in cella con gli amici serbi e ci vogliamo bene, usciti di qua vogliamo costruire un mondo migliore". 

"Sì, se siamo qua vuol dire che qualche cavolata l'abbiamo fatta, ma in questo luogo siamo uniti, ci comprendiamo e speriamo nell'indulto non solo per uscire di qua, ma soprattutto per raccontare a tutti, "fuori", che è possibile convivere nella diversità di lingue, di opinioni, di religioni. Vogliamo portare a tutti un messaggio di pace".

"Certo, non è facile qua dentro. Non ho potuto vedere mio figlio, appena nato. Ho "beccato" un anno per piccoli reati, Ma è giusto impedire a un giovane padre di stare lontano dalla propria famiglia per così tanto tempo? Non sarebbe meglio scontare pene alternative, magari più utili che passare il tempo senza poter fare quasi niente, chiusi qua dentro?"

"Vivere in otto in una stanza non è facile, ognuno ha il suo carattere e la propria modalità di affrontare le cose. Ma ci proviamo e tutto sommato quasi sempre ci riusciamo. Però avremmo bisogno di essere più ascoltati  forse anche di raccontare a chi sta all'esterno chi siamo veramente. Siamo considerato criminali, non "persone" compartecipi della stessa umana natura..."

E così via. Queste e molte altre riflessioni mi hanno colpito oggi pomeriggio, incontrando grazie all'iniziativa di don Alberto De Nadai gli ospiti detenuti nella Casa Circondariale di via Barzellini. Prima ancora che i problemi - il ben noto sovraffollamento, l'iperburocrazia che colpisce persone colpevoli di piccoli reati, la difficoltà nelle piccole vicende quotidiane, la carenza del personale addetto all'assistenza, ecc. - mi hanno colpito la disponibilità e la serietà dei partecipanti. Una ventina di uomini, italiani sloveni bosniaci serbi marocchini tunisini bangladeshi cinesi..., si sono riuniti in cerchio e insieme abbiamo parlato di convivenza pacifica, di rispetto reciproco, di riconciliazione tra le persone e i popoli. Dove poter vivere un momento simile di unità nella diversità, nel territorio Goriziano, al di fuori del carcere? 

La prigione diventa allora un possibile modello di coesistenza, dai corridoi chiusi da pesanti inferriate emerge un messaggio di autentica pace che vorrebbe uscire da quelle mura, travalicarle ed espandersi sul territorio.

Ciò potrebbe essere possibile se il Comune di Gorizia si dotasse di un "Garante delle persone private della libertà personale". Si tratta di un ruolo istituzionale che permette a chi ne viene insignito, sulla base di un bando ben impostato dall'ente locale, di entrare nella "Casa", ascoltare gli ospiti cercando di tutelare le loro giuste rivendicazioni, ma anche di aiutare chi esce dal carcere a trovare un lavoro e a ricominciare una vita, in una (difficile!) prospettiva di un'autentica Libertà degna di questo solenne nome. 

Insomma, da subito, ci siano alternative al carcere per i reati con pene inferiori almeno a tre anni, la pena sia riabilitativa e non punitiva, ci siano ovunque i "garanti" per tutelare i diritti di tutti. 

Possibile che 35 anni dopo la straordinaria Legge Gozzini (1986) si debba ancora ribadire e rivendicare ciò che di essa purtroppo non è stato recepito e realizzato? 

Sui vaccini, un dialogo difficile, complesso e necessario

L'argomento è senz'altro scomodo e sta dividendo in modo quasi insormontabile le persone, spesso anche gli amici o i familiari. Indispensabile è ripetere alcune premesse.

Ho scelto con convinzione di ricevere il vaccino anti covid-19, appena reso possibile per le classi over 60 e attendo con impazienza la terza dose, trascorsi i prescritti sei mesi dalla precedente.

Non sono complottista, di conseguenza ritengo che nessuno abbia voluto il virus per reconditi motivi e che i governi - praticamente del mondo intero - abbiano cercato di arginare la situazione, emanando leggi e decreti dettati da buone intenzioni e non da malevoli disegni finalizzati a infliggere sofferenze alla collettività. Ovviamente ciò non significa che non siano stati compiuti errori, inevitabili in un contesto completamente nuovo e di fronte all'irruzione di un virus sconosciuto.

Ritengo immorali lo stratosferico arricchimento di alcune case farmaceutiche, la mancata liberalizzazione dei brevetti e l'iniqua distribuzione dei vaccini, con la solita forte penalizzazione dei Paesi più poveri a tutto vantaggio di quelli più ricchi.

Premesso tutto ciò, non condivido la demonizzazione sistematica di tutti coloro che esprimono dubbi, paure e perplessità. Al contrario, credo che la valanga di informazioni, le trasmissioni a senso unico, il "verbo" proclamato con assoluta sicurezza sempre dagli stessi conduttori televisivi, non portino acqua al mulino della corretta informazione e che siano - a lungo andare - controproducente.

E' logico che se nei dibattiti televisivi - quelli che ancora di fatto maggiormente contribuiscono a formare le opinioni - vengono totalmente cancellate le voci dissenzienti oppure si offre spazio soltanto a personaggi a dir poco ignoranti e imbarazzanti passandoli come rappresentanti del punto di vista opposto, è difficile parlare di libero consenso. Sì, ci sono anche noti pensatori che spesso si affacciano alle tribune mediatiche. Sembrano però irriconoscibili, quasi ridotti a "spalla" dei conduttori, misere comparse che smarriscono la loro autorevolezza nella necessità di sbraitare per farsi ascoltare (e per far salire l'audience del programma di turno). 

Non è vero che il dissenso sia espresso solo da una minoranza di incompetenti "manovrati" dagli opposti estremismi. Ci sono scienziati, stimati operatori sanitari, giuristi e pensatori di ogni estrazione ideologica che giustificano i timori e che comunicano perplessità riguardo alla "tenuta" della democrazia nel momento in cui di fatto vengono imposti trattamenti sanitari non desiderati.

Devono essere ascoltati, il timore di veder fallire l'obiettivo dell'"immunità di gregge" non può trascurare l'obbligo di un confronto aperto, "alla pari". Ciò potrebbe portare a sostituire il "muro contro muro" che sta scavando un solco sempre più inquietante tra gli uni e gli altri, con una nuova forma di dialogo che forse risulterebbe anche più convincente rispetto all'attuale monotono martellamento pro-vax. Tra l'altro, è difficile pensare che il supergreen, almeno così come inteso finora, non contribuisca ulteriormente a esasperare gli animi, in particolare di coloro che saranno costretti a interrompere il loro lavoro per rimanere fedeli al dettato - che personalmente, lo ripeto ancora, non condivido - della loro coscienza. 

A questo proposito, un domanda può essere posta anche alle religioni, alle vie filosofiche e in particolare alla Chiesa cattolica, i cui interventi sono di solito presi in considerazione con molta attenzione. Da quando il Concilio Vaticano II ha ribadito la necessità del giudizio di coscienza come fondamento dell'azione individuale e sociale, la teologia morale ha compiuto grandi passi e il magistero pontificio è intervenuto spesso, sia pur con diverse sensibilità. Riguardo al covid, è invece evidente un forte imbarazzo e le posizioni delle Conferenze episcopali non si discostano granché dall'invito a obbedire alle rispettive autorità governative. Non mancano certo insigni pensatori, illuminati scienziati, competenti giuristi, esperti nell'insegnamento sociale nelle file della comunità cattolica. Non sarebbe quindi forse opportuno creare un tavolo di discussione, a livello centrale o periferico, per discutere le varie opzioni e offrire al confronto dialogico generale uno spunto etico profondo e argomentato - tramite un'enciclica, un documento nazionale, un testo ben documentato - che non si limiti all'invito all'osservanza delle leggi o alle prescrizioni liturgiche conseguenti?

Se si è sicuri delle proprie idee e se si ritiene che il vaccino contribuisca all'immunizzazione, perché avere timore di un confronto serio con le "ragioni" (o "dis-ragioni") degli altri?

mercoledì 1 dicembre 2021

Verso la Capitale europea della Cultura. Appunti al tramonto, sul colle del Castello...

Certo, la prospettiva di condividere con Nova Gorica l'onore di essere Capitale europea della Cultura nel 2025, è per la "vecchia" Gorizia un'occasione straordinaria, assolutamente da non perdere. Già non si è sfruttato abbastanza l'importante appuntamento precedente, l'interminabile centenario della prima guerra mondiale, tra il 2014 e il 2018. Avrebbe dovuto trasformare la città in grande laboratorio di pace, in grado di sostituire l'orrore e la paradossalità di un conflitto iniziato sotto una dominazione e finito sotto un'altra. Invece è stato - con non molte eccezioni, come per esempio l'indimenticabile visita dei presidenti Mattarella e Pahor a Doberdob per l'inaugurazione del monumento ai giovani sloveni caduti sui due fronti - un tentativo di trasformare la tragedia in affari, la riflessione sulla strage in curiosità turistica.

Ora le idee sembrano più chiare e basta una rapida lettura del "bid book" verso il 2025 per rendersi conto di quante potenzialità siano racchiuse nella miriade di progetti già apprezzati dall'Unione europea. I fatti seguiranno i programmi? Cambierà davvero la percezione del territorio? Ovviamente ci si augura di sì, ma occorre accelerare su molti aspetti che rivestono il carattere di "conditio sine qua non". Iniziando a elencarli...

...il primo, il più ovvio e il meno ricordato, è la necessità che in una città che viene insignita del titolo di Capitale della Cultura proprio per la sua specificità "di confine", tutti gli abitanti possano come minimo parlare la propria lingua e comprendere quella dell'altro. E' necessario intensificare l'offerta di corsi di sloveno a Gorizia e di italiano a Nova Gorica. Ma, si sa, per gli adulti è difficile imparare bene una lingua, quindi è indispensabile investire sul futuro, rendendo obbligatorio e curricolare l'insegnamento dei rispettivi idiomi e delle storie culturali, in tutte le scuole di ogni ordine e grado, collocate nell'area frontaliera.

Un secondo tema riguarda l'evidente diversità delle due parti. Il territorio delle valli dell'Isonzo e del Vipacco è stato effettivamente diviso in due, durante e dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale. Lo stesso non si può dire dei capoluoghi Gorizia e Nova Gorica. La prima ha oltre mille anni di storia documentati, più molti altri che sono ancora sottoposti alla lente di ingrandimento degli studiosi. La seconda invece è stata vista nascere e crescere da coloro che hanno poco più di settanta anni, là dove c'era l'erba, ora c'è una città. Il cosiddetto "muro di Gorizia" ha diviso soltanto i quartieri periferici di Salcano/Montesanto e Šempeter/San Rocco, alcuni isolati di campagna e la piazza dove sorge la stazione della Transalpina. Per il resto, occorre prendere atto che l'obiettivo non può essere quello di "ricostruire" un'unità che non c'è mai stata per il semplice fatto che Nova Gorica prima della guerra proprio non c'era, ma quello di scoprire le grandi possibilità che potrebbe offrire concepirsi come un'unica realtà, distinta in una parte "antica" e in un'altra totalmente "nuova". E' facile comprendere quanto una simile visione possa portare sul piano della Cultura, ma anche della conoscenza storico-artistica e architettonica, del turismo slow, dell'ambientalismo, dell'offerta enogastronomica, dell'imprenditoria e via dicendo. Non sono città "gemelle", essendo nate una più di mille anni prima dell'altra, semmai sorelle, quella giovane chiamata a rinvigorire e risvegliare quella anziana ormai malata e stanca, l'altra a condividere la propria esperienza con la più giovane, incoraggiandola e sostenendola nel suo aprirsi verso la nuova Europa.

Un terzo punto è da riferire alla concezione della vita e delle relazioni tra le persone. Nova Gorica, proprio per la sua relativamente giovane età e per la provenienza dei suoi abitanti dalle diverse repubbliche dell'ex Jugoslavia, è un esempio di pluriculturalità realizzata, ben prima che la questione delle differenze linguistiche e culturali fosse tematizzata altrove. Sono pochissime le famiglia "autoctone", abitanti sulle sponde del Koren/Corno fino all'immediato secondo dopoguerra. Sono invece numerose e ben integrate - almeno fino al terribile periodo delle guerre balcaniche, ma anche attualmente - le presenze serbe, croate, kosovare, macedoni e così via. Ciò che è accaduto potrebbe essere una vera scuola, in vista di un aspetto del cammino verso il 2025 non ancora sufficientemente trattato. In questo periodo di migrazioni forzate dalle tante guerre planetarie ma anche dalla fame che imperversa soprattutto (ma non solo) in Africa, la Capitale europea della Cultura potrebbe costituire un modello di accoglienza di tutti coloro che arrivano e arriveranno sulla linea del vecchio confine, investendo sul lavoro e sulla casa, prima per un'accoglienza dignitosa e poi per una reciproca inclusione sociale e culturale.

Ecco, qualche appunto, raccolto contemplando il tramonto dal castello nella sera di sant'Andrea e offerto volentieri ai miei 2,5 lettori...