martedì 18 agosto 2020
Accoglienza senza se e senza ma...
mercoledì 12 agosto 2020
Ritorno allo SPRAR? Sì grazie!
La nuova frontiera del razzismo leghista si chiama covid-19. Finito di fatto l'incubo che ha portato per un paio di mesi l'Italia ai drammatici vertici numerici della pandemia, la squallida e spudorata caccia di voti sembra aver individuato il filone d'oro. Come nella celebre descrizione manzoniana, il popolino ha tra le mani il colpevole, l'immigrato richiedente asilo.
In realtà nessuna seria analisi scientifica ha dimostrato una significativa correlazione tra persone provenienti dalla rotta balcanica o dalle vie del Mediterraneo e la diffusione del virus. Al contrario, la moltiplicazione di casi di positività in strutture di "accoglienza" è stato determinato dall'esistenza stessa di tali realtà e da una mancata attenzione da parte dei responsabili politici e sanitari. Tali luoghi di soggiorno, a causa delle conseguenti quarantene, si sono trasformati in veri campi di concentramento e detenzione, tali da far triste compagnia all'assurda presenza di Centri Per il Rimpatrio simili a quello di Gradisca d'Isonzo. E' chiaro che questi siti, già di per sé contrari a qualsiasi logica civile e democratica, possono essere trasformati in situazioni esplosive se non immediatamente chiusi e sostituiti con altre forme di accoglienza territoriale.
La questione esiste e non c'entra in alcun modo con la recrudescenza del coronavirus, riportato in Patria ben più frequentemente da turisti che hanno legittimamente trascorso le vacanze in Paesi particolarmente colpiti, ma non proibiti. C'entra invece con la necessità di riprendere quanto prima in Italia la strada dell'accoglienza diffusa, come si spera venga riproposto nell'ormai prossima riforma degli sventurati "decreti Salvini". Lo SPRAR, nell'edizione precedente alla trasformazione in SIPROIMI, ha consentito ovunque corretti percorsi di reciproca integrazione tra territorio e nuovi arrivati, controllo costante da parte dei Comuni e dei sistemi territoriali di assistenza sociale, efficacia nel sostegno dei richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale alla conoscenza della cultura locale, alla ricerca del lavoro e dell'alloggio autonomi e ai ricongiungimenti familiari.
Anche per ciò che concerne l'attuale situazione, una simile risposta potrebbe essere estremamente utile, in quanto risulta evidente la facilità di attenzione e controllo anche sanitario in una realtà numericamente limitata di popolazione, da più o meno tempo residente, rispetto all'impossibile gestione di luoghi in cui sono ammassati centinaia di esseri umani.
Additare gli immigrati come gli untori manzoniani è compiere un atto criminale, privo di qualunque spessore razionale. Chi lo fa, sa benissimo di aizzare una folla provata dalle difficoltà di questi tempi. Per un pugno di voti, si rischia il ritorno all'età della pietra dei nazionalismi esasperati e la perdita di una grande occasione per proiettare l'umanità verso una visione globale della propria storia.
martedì 11 agosto 2020
Bonus covid, un trabocchetto degli antipolitici. #IovotoNO
domenica 9 agosto 2020
Pellegrinando alle tante sorgenti dell'Isonzo Soča
Un incontro casuale con una coppia originaria della zona e un invito a visitare anche l'ultima parte della Val Trenta, chiamata in sloveno appunto Zadnija Trenta, mi ha permesso di scoprire un'altra molto meno conosciuta sorgente. Si va oltre il rifugio, camminando per circa un'ora sull'orlo o al centro di un grande greto torrentizio, senza immaginare lo scorrere delle acque sotto le ghiaie. Lo scenario è grandioso, alle spalle il Prisojnik e il Razor, verso nord i primi contrafforti dello Jalovec e le impervie balze che ospitavano fino a cento anni fa i minatori che con fatiche inenarrabili ricavavano dalla terra il ferro. Di fronte, come un'enorme cattedrale, ci accompagna il Bavški Grintavec, mentre da sud le alte rocciose pareti del Travnik sovrastano piccole fattorie, da poco ristrutturate a uso vacanze dai discendenti delle antiche famiglie di pastori, bracconieri e guide alpine trentane.
Il percorso continua poi nel bosco, improvvisamente compare l'acqua, un laghetto che ne riceve parecchia dal ruscello cantilenante poco sopra e dal quale scaturisce un fiumiciattolo che dopo qualche metro svanisce nel nulla. Si procede mentre il letto del fiume si restringe, quasi soffocato da pareti incombenti e con una specie di slalom, saltellando sulle pietre in una gola tortuosa, si giunge all'improvviso di fronte alla suggestiva cascata (Zapotoški slapovi), ultima di una serie di balzi, il primo dei quali sotto le pareti del Grintavec. Il luogo è straordinario, il flusso continuo e armonico dell'acque sprofonda in un lago colorato di smeraldo, dalle profondità imperscrutabili. Si prova una sensazione di mistero, soprattutto se il silenzio viene riempito solo dall'incessante musica della cascata. La poesia della sacralità impregna l'ambiente, suggerendo soggezione e umiltà di fronte alla maestà della Natura. Non è la più grande delle cascate dell'alta valle, neppure forse la più impressionante. E' certamente quella che più di ogni altra, invita al silenzio, alla contemplazione, al rispetto della Madre Terra e dell'Acqua, che rendono possibile il miracolo della Vita.
Insomma, l'Isonzo Soča è un po' più lungo di quanto normalmente non si pensi e il suo incredibile colore potrebbe essere la mescolanza, come su una tavolozza di un divino pittore, dell'azzurro intenso del tradizionale punto d'inizio e dell'indescrivibile verde della cascata sotto la malga (planina) Zapotok. Insomma, chi ammira il battagliero Isonzo e la forte Soča non dovrebbe perdere l'occasione, salga fino a Zadnija Trenta e rimanga incantato dalla magia di quei luoghi.