domenica 28 dicembre 2025

Evropska prestolnica kulture 2025. Tempo di bilanci.

Tempo di fine anno, momento di bilanci. Tra i tanti, c'è anche quello, importante, relativo alla capitale europea della cultura 2025, la città in Slovenia di Nova Gorica, che ha meritato il prestigioso riconoscimento (e il gigantesco impegno!) anche grazie all'illuminata proposta di associare la parte di Gorizia collocata in territorio italiano.

In Italia, i commenti veleggiano tra due estremi, entrambi supportati da valide ragioni. C'è chi manifesta un grande entusiasmo, ritenendo che l'occasione sia stata quasi perfettamente sfruttata e che si sia raggiunto un punto di non ritorno nelle relazioni simpatetiche fra le due aree urbane non più divise dal confine. E c'è chi ritiene di aver assistito a un clamoroso flop, con la cancellazione di ogni aspetto storicamente e socialmente rilevante, sotto un fiume di iniziative ampiamente finanziate con soldi pubblici e tese soltanto a disinnescare la complessità della memoria.

A Nova Gorica, in termini molto più sfumati, si assiste a qualcosa di simile, passando dalla soddisfazione degli organizzatori che possono sottolineare la continuità garantita da alcuni punti vertice dell'anno - per esempio l'inaugurazione di Epic, il Museo del Novecento Goriziano, l'incontro con il filosofo Slavoj Žižek, la nascita e il consolidamento di un luogo così accogliente e davvero inter-nazionale come la knjgarna kavarna Maks - e la perplessità di chi non si è sentito molto coinvolto nella grande operazione culturale.

Già il fatto che ci siano "letture" così diverse e poco condivise evidenzia uno dei punti deboli, le assai scarse occasioni di reale coinvolgimento unitario delle due realtà, ancora molto lontane dal sentirsi effettivamente "congiunte". Dopo l'unico vero meraviglioso momento di piena e totale simbiosi, di autentica sensazione "senza confini", verificatosi l'8 febbraio con l'apertura di GO2025, di fatto non si è più percepito quell'anelito "brez meja" che avrebbe dovuto essere il principale obiettivo dell'intera iniziativa transfrontaliera. Anche dal punto di vista della comunicazione mediatica, si sono viste le ottime esperienze editoriali con la pubblicazione di splendidi testi da parte della goriziana Qudu Libri e ZTT di Trieste e, nell'ambito delle riviste, il plurilingue Episcop e la rediviva esperienza di Isonzo Soča. Ma si potrebbe fare molto di più, soprattutto nell'ambito dei quotidiani e della stampa settimanale o periodica.

Ecco perché la corretta interpretazione non sta in mezzo tra l'entusiasmo e la delusione, ma deve prendere in considerazione sia l'uno che l'altra, in prospettiva futura. 

E' difficile vedere tutto nero, in un tempo che ha riconsegnato alle cittadine e ai cittadini parchi come quelli del Rafut, della Valletta del Corno e della villa Coronini, che ha visto svolgersi importanti convegni e kermesse internazionali, che ha riempito interessanti serate di musica, cinema, teatro, danza e altre espressioni artistiche, che ha suscitato dibattiti vivaci, a volte infuocati, sul presente e sul futuro del territorio, che ha visto la proposta di bellissime mostre, che ha permesso - sia pure in modo alquanto marginale, di riscoprire figure straordinarie, in campi diversi, come quelle di Ravnikar, Basaglia, Mušič, che ha consentito la realizzazione di percorsi ciclabili stupendi, nonché di nuovi avvincenti Cammini..

Ma è difficile anche vedere tutto rosa, quando il confine di Schengen è stato ripristinato con invasivi controlli, pochi hanno approfittato dell'opportunità per chiedere una nuova politica dell'apprendimento delle culture e delle lingue - italiano, sloveno, inglese in primis, ma anche friulano e altre parlate locali, quasi mai ci si è sentiti veramente parte di un'unica realtà fondata sulla valorizzazione della diversità linguistica e culturale, soprattutto non c'è stato il coraggio di porre gesti "forti" e condivisi su temi decisivi: l'interpretazione congiunta della storia, Mussolini è rimasto incredibilmente cittadino onorario di Gorizia e i reduci della X Mas continuano tranquillamente a essere ricevuti ufficialmente in Municipio; la costituzione di un autentico laboratorio di pace e giustizia al servizio di tutto il mondo, con l'utilizzo delle caserme abbandonate per trasformarle in luoghi di promozione della cultura dell'accoglienza, del dialogo e della trattativa; la realizzazione di un centro congiunto di accoglienza dei migranti della rotta balcanica, costretti a volte a dormire all'addiaccio - o addirittura sotto il discusso obelisco multicolore nel cuore della piazza della Casa Rossa - anche tra le luci e i suoni della Capitale.

Quindi? Quindi abbastanza bene, dai, anche se si possono esprimere del tutto comprensibili perplessità sull'utilizzo dei soldi pubblici in opere faraoniche - soprattutto a Gorizia - a fronte dell'aumento dell'irpef comunale anche per le fasce più deboli della popolazione. Bene anche a Nova Gorica, dove il livello dei suggerimenti artistici e propriamente culturali è stato mediamente molto più alto, anche se forse maggiormente rivolto a un target abbastanza selezionato di destinatari. Abbastanza bene o bene che sia, c'è ancora tantissimo da fare. La Capitale europea della Cultura è stata un'occasione importante. se sia stata un successo o un flop lo dimostreranno il 2026 e gli anni a venire. Ci sono ancora enormi passi da fare, per sentirsi veramente parte di "Gorici", povezani mesti, due città con-giunte. L'orizzonte è incerto e c'è molto da lavorare insieme, con il coinvolgimento di tutte le categorie e fasce sociali. Si può pensare a EPK/CEC come a un seme gettato in terra, nel nascondimento dell'inverno può trovare le energie per germogliare spuntare in primavera, per diventare poi foglia, fiore e frutto. Se ciò accadrà, non dipenderà solo dai politici o dai tecnici, ma dall'attivo, critico e intenso impegno di ogni abitante di questa meravigliosa, complessa, drammatica e affascinante porzione d'Europa. 

venerdì 26 dicembre 2025

Prima le persone; una luce tra gli ultimi, un Natale in cammino

Il testo che segue è il manifesto di impegno del Coordinamento della Rete di persone e realtà del Terzo Settore impegnate a favore degli ultimi, condiviso pubblicamente e consegnato ai media al termine della fiaccolata realizzata a Trieste nel significativo giorno di Natale, il 25 dicembre 2025. Da https://www.centrobalducci.org/eventi-e-news/prima-le-persone-4787/

Viviamo in una situazione di straordinaria gravità non solo per l’intensità e il numero dei 
conflitti in atto, ma perché appare oggi sempre più evidente il declino del lungo percorso con cui la comunità internazionale, dopo il male assoluto della II° guerra mondiale e dello sterminio di coloro che erano considerati “diversi, ha cercato di costruire un ordine internazionale basato sul rispetto dei diritti umani fondamentali e sul ripudio della guerra”. Si è trattato di un percorso segnato da incertezze e sconfitte, ma che oggi appare entrato in una crisi profonda; dobbiamo infatti riconoscere che i diritti delle persone, cittadini e non cittadini, non sono più al centro dell’azione di governo del territorio, in FVG come altrove. Al centro delle politiche pubbliche troviamo gli utenti o, meglio, i clienti, ma non più le persone. In particolare chi è soggetto debole (con tutti i limiti di questa definizione) oggi non solo non è più destinatario di interventi che lo aiutino a superare la sua condizione, bensì diviene persino bersaglio privilegiato di azioni discriminatorie e violente che lo spingono verso un'ulteriore marginalizzazione sociale.
Ricordiamo infatti che in particolare che:

è violenza abbandonare persone senza mezzi, sulla strada, esponendole alle intemperie e alla morte come successo ben quattro volte nel 2025 in questa regione (fatti che potrebbero succedere ancora in qualunque momento);

è violenza voler smantellare quel grande cambiamento, oggetto di studio da parte del tutto il mondo, che fu la rivoluzione basagliana, per ripristinare forme estese e strutturali di reclusione per le persone con disagio mentale;

è violenza non prevedere misure efficaci di sostegno, neanche minime, a coloro che, cittadini o stranieri, hanno un lavoro (spesso in condizioni di sfruttamento) ma che non consente loro di sopravvivere con quanto guadagnano e spesso nemmeno di  trovare una casa;

è violenza respingere, come successo tante volte ai confini del FVG, chi chiede asilo;

è violenza ignorare le condizioni di trattamento inumano e degradante in cui si trovano coloro che sono rinchiusi nel CPR di Gradisca, dove nei confronti di persone che si trovano in una condizione di semplice irregolarità amministrativa, viene applicato un assurdo regime detentivo durissimo assimilabile persino, come evidenziato nel rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, a quello previsto dall’art. 41bis dell’ordinamento carcerario.

È ora di fermare questo declino morale e sociale comprendendo che si tratta di un dramma 

che riguarda tutti, anche noi che viviamo “nelle nostre tiepide case” - come ci avrebbe ricordato 
Primo Levi - per affermare che le fondamenta su cui si basa la nostra società sono racchiuse nelle 
parole “Prima le persone”.

Le migrazioni non sono certo l'unica dimensione nella quale si attua la crisi dei diritti 
fondamentali ma esse sono il punto privilegiato da cui poter osservare con particolare chiarezza le 
distorsioni e le carenze generali delle politiche pubbliche. Arrivano in F.V.G. persone spinte da guerre  e persecuzioni, o a volte dalla “sola” intenzione di voler cambiare una condizione di vita intollerabile. 

I numeri sono assai modesti e si tratta di giovani, spesso giovanissimi, con capacità lavorative e 
professionali che in larga maggioranza non sono diretti né in FVG né in Italia, bensì in altri paesi europei. Una seria politica di governo di una regione come la nostra in piena crisi demografica, con punte di spopolamento allarmanti e con un divario crescente tra popolazione attiva e inattiva, dovrebbe evitare che chi è in arrivo non si fermi in FVG ma vada altrove, rendendo il nostro territorio solo uno sterile e pericoloso luogo di transito. Favorendo questa fuga, oltre a mostrare il suo volto peggiore, il FVG si impoverisce e si allontana dalle aree più dinamiche dell’Europa, tutte caratterizzate dalla capacità di attrarre ed includere popolazione straniera. 

E’ urgente ripensare le politiche di governo del FVG ricordando che la ricchezza di questa terra, e di Trieste in particolare, è nata dalla mescolanza di genti, lingue e religioni diverse Chiediamo dunque a persone, associazioni e realtà formali e informali, anche molto diverse tra loro, di provare a superare le segmentazioni e la frequente mancanza di condivisione di  percorsi comuni e di impegnarsi insieme per produrre cambiamenti che migliorino la vita dei cittadine/i italiani e straniere/i che vivono in FVG in condizioni di grave difficoltà e di coloro che vi arrivano per cercare protezione e una vita nuova. Vogliamo riconoscere la dignità di queste persone dimenticate e dare un altro corso alle loro e alle nostre vite.

Questo “cammino di Natale” 2025 per portare “luce tra gli ultimi” faccia crescere un sentimento di solidarietà umana che contrasti l’indifferenza e la cultura dello scarto oggi così diffuse e ci dia la speranza di dare nuova luce a menti, cuori ed animi di noi tutte/i.

C’impegneremo dunque a costruire laboratori di riflessione e proposte di cambiamento in FVG e ponti di dialogo e cooperazione con le regioni vicine e con tutte le aree del mondo da cui provengono i/le migranti per riaffermare le ragioni del rispetto dei diritti universali di ogni persona e della tutela della terra e dell’ambiente in cui viviamo.

Trieste, Natale 2025

Coordinamento regionale
Rete di persone ed enti del Terzo Settore

Ultimo schiaffo, un film poetico, per un autentico Natale

Matteo Oleotto, Adalgisa Manfrida, Massimiliano Motta, Rossana Mortara 
Ambientato nel cuore di un innevato paese di Cave del Predil, il film di Matteo Oleotto, Ultimo schiaffo, è una poesia. Due dei tre protagonisti, Petra e Jure, raccontano un mondo ai margini. 

La prima è una ragazza piena di voglia di vivere, incappata nelle avvincenti e pericolose chimere di un molto dostoevskiano sottosuolo, abitato da figure potenti, affascinanti, al limite del demoniaco. Il fratello, ingenuo e un po' stranito, è dominato da una forma di affetto morboso, che si traduce in una delicatezza ossessiva che confina con la soggezione e la dipendenza. Il terzo protagonista è Marlow, il simpatico cagnolino che, suo malgrado, funge da catalizzatore di tutte le avventure che si succedono, creando un'atmosfera di attesa mozzafiato. La vicenda si snoda attraverso una serie ininterrotta di colpi di scena, sottolineati dalla sapiente alternanza tra meravigliosi scenari di montagna e il grigiore dei paesi ormai semiabbandonati della valle, come pure tra la luce diurna e le tenebre notturne, tra il gelo ghiacciato degli esterni e le interessanti disarmonie degli interni. In un crescendo di rappresentazione, dove la percezione dell'umano è inversamente proporzionale all'ostentazione della ricchezza, si procede dalla roulotte dei due fratelli all'accogliente scantinato della parrocchia, dall'ambigua location della Casa di Riposo per gli anziani alla confortevole casa della padrona del cagnolino, per giungere soprattutto al lussuoso albergo che ospita ricchissimi turisti, nel loro composto sdegno e nel silenzio dentro il quale si sentono solo i tintinnii dei bicchieri di cristallo, più disumani degli imbonitori urlanti nelle profonde caverne degli scommettitori. 

A prima vista, Ultimo schiaffo potrebbe sembrare un film dedicato alla disperazione, anche se nel complesso - senza entrare direttamente nella narrazione - le ultime scene sollecitano un dolce e commosso sorriso di comprensione. In realtà è un inno alla Speranza - con la S maiuscola - quella che non si identifica con l'ottimismo, ma colloca nei bassifondi dell'esperienza esistenziale il luogo autentico si una rinascita possibile. Il contesto natalizio sembra suggerire che gli angeli svolazzanti intorno al presepio che concorrono con la stella cometa a illuminare la notte del mondo, sono proprio le persone come Jure e Petra, nel loro catartico e iniziatico attraversamento delle prove. Sono custodi goffi di un mondo al crepuscolo, un po' come l'imbranato angioletto di Paasilinna che nel tentativo di salvare il suo assistito combinava una caterva di guai. Dimostrano che il luogo della nascita di Gesù Bambino è nel profondo di una caverna, non nelle luci e nei suoni delle festose tradizioni natalizie cittadine.

Un grazie a Matteo Oleotto per il dono e l'augurio di proseguire su questa ottima strada.

giovedì 25 dicembre 2025

Buon Natale, Vesel Božič, Bon Nadal, Merry Christmas, 圣诞快乐, ميلاد مجيد, С Рождеством, ...

Se la Vita può spuntare fra le rocce e la luce vincere le tenebre, è ancora possibile la Speranza. E' quella del bambino che - come nel film Sacrificio di Tarkovskji - continua a innaffiare con il secchiello un ramo abbandonato sulla riva del mare, nella certezza che prima o poi rifiorirà.

domenica 21 dicembre 2025

A Protestantesimo, su Rai3, si parla di Trubar, di Nova Gorica e Gorizia

https://www.raiplay.it/video/2025/12/Protestantesimo---Senza-confini---21122025-b57d2b7a-846e-432f-8e98-0d430f23adf3.html?wt_mc=2.www.wzp.raiplay_vid_Protestantesimo

La puntata di Protestantesimo trasmessa questa mattina è veramente molto interessante! Una trasmissione da non perdere, per approfondire i temi della Capitale europea della Cultura, con uno sguardo su Nova Gorica e Gorizia, sul
Novecento, sul ruolo di Primož Trubar e sul protestantesimo nel territorio. Bravissimi gli intervistati, ottime la curatrice dei servizi Barbara Battaglia, la conduttrice Federica Tourn, le direttrice del programma Nadia Angelucci e l'organizzatrice Dafne Marzoli. Ovviamente, anche tutti gli altri collaboratori... Con Andrea Bellavite in studio a Roma, Peter Ciaccio in studio a Trieste, Kaja Širok, Janko Petrovec, Nadja Velušček, Slavoj Žižek, Anna Di Gianantonio, Jens Hansen, Mario Colaianni e molti altri.  

Buon solstizio!

"Fermati o Sole!" pregava Giosuè nel pieno della battaglia. E il Sole si fermò, per consentire al suo esercito di annientare i poveri Amorrei. Si sarebbe trattato di uno dei ricorrenti genocidi della storia, se la celebre frase non fosse stata riportata dall'autore del libro di Giosuè, scritto nel VI secolo a.C. e riferito a presunti episodi leggendari accaduti mille anni prima. Il testo biblico è una vera e propria fake news. Si utilizza una tradizione orale popolare per legittimare l'occupazione della cosiddetta Terra promessa e per sottolineare quanto l'innominabile "Adonai" amasse Israele, al punto da arrivare perfino a sovvertire le leggi della natura per azzerare chi si opponeva all'avanzata degli "eletti". Purtroppo gli ebrei, nel corso della loro affascinante e tormentata storia, sono stati a loro volta vittime di simili invenzioni "sacralizzate" e hanno subito persecuzioni, pogrom, violenze di ogni tipo fino ad arrivare all'orrendo immane genocidio perpetrato dai nazisti. La lettura politica della storia e l'utilizzo strumentalizzante delle religioni favoriscono tragicamente anche gli attuali massacri che si verificano ovunque, anche a Gaza e nella Palestina attuale.

C'è voluto Galileo Galilei per smontare simili venefiche suggestioni, dimostrando come il Sole non si possa fermare, per il semplice fatto che non è lui a girare intorno alla Terra, ma viceversa. Gli scribi e i farisei cattolici del tempo ritennero che fosse un presuntuoso sacrilego, uno che pensava di saperne più di Dio, il quale, a loro dire, aveva scritto direttamente, attraverso la mano degli scrittori ispirati, il testo biblico. E rischiò di perdere per questo se non letteralmente la testa, almeno la possibilità di continuare a lavorare. I pontefici impiegarono più di 300 anni per arrivare ad accettare gli studi filologici e archeologici, finalizzati a una migliore e corretta comprensione della Bibbia, accettando i generi letterari, le acquisizioni delle varie discipline e l'interpretazione scientifica. Ancora Pio X, all'inizio del XX secolo, metteva in guardia da una "lettura" che mettesse in discussione l'assoluta verità letterale comunicata dall'autorità divina.

Il Sole dunque non si era potuto fermare, anche se poi si è scoperto che anche la nostra Stella gira, non intorno alla Terra, ma intorno al centro della Galassia e la Galassia intorno al centro dell'universo conosciuto e così via. E' un girare vorticosamente, intorno a un centro e anche intorno al centro di sé stessi. Per esempio, il nostro meraviglioso pianeta "corre" nello spazio alla velocità di circa 107.000 km/h e ruota intorno al proprio asse a circa 1700 km/h (all'equatore, ai nostri 45° di latitudine, poco più di 1100 km/h, poco più di un normale aereo di linea). La Luna gira intorno a noi alla ben più bassa velocità di 3400 km/h e intorno a sé stessa se la prende con calma, 17 km/h, molto più lenta di Usain Bolt. Insomma, da qualunque punto si osservi, è tutto un interrotto movimento.

Detto questo sì, oggi pomeriggio alle 16.04 il Sole si ferma. O meglio, ovviamente sembra che si fermi un istante infinitesimale, sufficiente a ricevere il nome di Sol-stizio, Sole in sosta. Arriva fino al punto più basso dell'emisfero nord e immediatamente dopo riprende il suo cammino, procedendo nella drezione opposta e innalzandosi progressivamente sull'orizzonte. Il giorno via via prevale sulla notte e presto il calore ricomincerà a farsi sentire, risvegliando la natura apparentemente addormentata. O almeno, così accadeva fino a quando l'antropocene non ne ha sconvolto i ritmi provocando l'estremamente preoccupante crisi climatica.

E' veramente un momento magico, quello dei solstizi e degli equinozi. Le religioni antiche collocavano in questi snodi temporali le loro più importanti ricorrenze. E non a caso, proprio in questi giorni si celebra il Natale. Nessuno può sapere le data di nascita di Gesù, un illuminato papa Leone (il primo, dagli amici chiamato anche Magno), ha pensato bene di collocarla nel momento in cui i suoi contemporanei "osavano" ancora festeggiare il Sol invictus, il giorno della vittoria della luce sulle tenebre, del gallo sulla tartaruga, per dirla con i mosaici aquileiesi.

Buon solstizio allora, a tutto il mondo. E che il Sole si fermi, non per continuare le guerre, ma per dare il tempo al dialogo, alla trattativa, alla negoziazione di pace. Sempre e ovunque.

venerdì 19 dicembre 2025

La Tradizione del primo Natale si chiama Fraternità

In giro per il Friuli-Venezia Giulia, ho visto ovunque questo manifesto e mi sono chiesto "perché? quali tradizioni dobbiamo difendere? e da chi?" Poi ho letto l'augurio sottostante e davvero, non ho capito che nesso ci sia tra la "difesa delle tradizioni" e il "Santo Natale"...

Io conosco il Natale da quello che c'è scritto nei Vangeli di Matteo e di Luca. E credo che il Vangelo sia e debba essere il fondamento della Tradizione di chi si professa cristiano.

Il "Santo" Natale è quello di una madre e di un padre respinti, costretti a un parto nel gelo di un caravanserraglio perché "non c'era posto per loro negli alberghi". E' quello riconosciuto dai poveri del tempo, i pastori che offrono il poco che hanno e i saggi magi che portano doni d'Oriente. Ed è quello che ha indirettamente provocato la strage degli innocenti, uccisi da un Potere civile, militare e religioso, intento solo a salvaguardare i propri squallidi interessi.

Il messaggio evangelico è tutto meno che "patriottico", ha un seme internazionalista e universale, fondato sull'amore, sulla nonviolenza, sul superamento proprio della Tradizione in nome di una nuova dimensione, radicata nel riconoscimento della condivisione globale, senza alcun confine. E' l'annuncio di una comunità di amici, capaci perfino di superare e trasformare il terrore della morte, in una capacità di stare insieme dove, come scrivono gli Atti degli Apostoli, non ci sono poveri perché ciascuno condivide ciò che ha con chi nulla possiede.

Per questo l'attualizzazione e la "difesa" della Tradizione del Natale, l'autentico presepio del 2025 è nella casa dei Cappuccini a Gorizia o nella Piazza dei Popoli davanti alla stazuione ferroviaria di Trieste o nel Centro Balducci di Zugliano, dove vengono accolti i migranti della rotta balcanica, che non trovano posto in alcuna struttura pubblica, perché il Potere non solo non si adopera per alleggerire il loro dolore, ma addirittura ridicolizza i volontari che sopperiscono all'incredibile mancanza di un'assistenza pubblica. E' in chi costruisce dialogo fra le visioni religiose e filosofiche del mondo, cercando soluzioni ai problemi e non un'ulteriore penalizzazione di chi incontra già tante difficoltà. E' di chi, ascoltanto o meno l'annuncio di "pace in terra agli uomini che Dio ama", si indigna per il genocidio dei bambini innocenti che continua a Gaza nel silenzio dei media, nel Sudan e in tante altre parti del mondo, e cerca di portare un contributo concreto alla cessazione di queste orribili tragedie. E' di chi si fa costruttore autentico di pace, ribellandosi all'idea che l'aumento delle armi possa portare giustizia e risolvere i problemi e le controversie, impegnandosi a promuovere il dialogo, la trattativa e il negoziato come unici strumenti degni dell'umana intelligenza per affrontare tutte le questioni, personali, comunitraie e universali.

Mentre le luci nelle città dell'opulento Nord del Mondo sfavillano, mentre le gallerie goriziane si riempiono di suggestioni artistiche, i più poveri sono costretti a pagare i protagonismi dei loro governanti. I viaggiatori alla ricerca di pane e di pace muoiono di freddo nelle piazze dei capoluoghi regionali, gli anziani devono aspettare due anni per trovare un posto accogliente dove trascorrere gli ultimi anni della vita, i malati devono attendere mesi per poter essere visitati. E le energie profuse nella civiltà del "panem et circenses" prosciugano le risorse della terra e sotto gli occhi di tutti gli inverni si trasformano minacciosamente in primavere e le primavere in torride estati.

Insomma, altro che tradizioni melense, espressioni della civitas del consumismo e del turboliberismo, sacrilega strumentalizzazione dell'inizio della rivoluzione cristiana! Il presepio è lo sconvolgente e meraviglioso annuncio di una fraternità possibile e l'albero con i frutti colorati è l'annuncio di una nuova era, equa e solidale, dove nessuno sia più costretto a morire di fame o di guerra, dove ciascuno possa invocare lo stesso Dio in mille diversi modi, dove il meraviglioso sostantivo "Uomo" venga prima di qualunque venefico nazionalismo, razzismo e patriottismo.

martedì 16 dicembre 2025

Il Natale dei Santi Innocenti

C’era aria di festa a Betlemme. Tutti i caravanserragli erano occupati dalle famiglie che dalla Galilea erano scesi a Gerusalemme per registrarsi in occasione del censimento voluto da Quirinio. Gli albergatori si fregavano le mani dalla contentezza, osservando le carovane che giungevano nella Capitale, fuori dall’ordinaria stagione dei pellegrinaggi.

I pastori portavano i loro prodotti, vendendo ai passanti latte e gustosi formaggi. C’era una strana luce che creava un’atmosfera magica, al punto che nessuno si preoccupava del freddo pungente. Gli animali scorrazzavano liberamente per il villaggio, alla ricerca di mangiatoie dove ricavare qualche scampolo di fieno. A volte le trovavano occupate dai neonati, dolcemente collocati sulla paglia, ma non sembravano affatto disturbati, anzi, mangiucchiando un po’ di qua e un po’ di là, i buoi e gli asini affamati regalavano qualche alito di calore ai piccoli piangenti.

In una sgangherata casa, affacciata sulla piazza centrale, Rachele stava per partorire. Tutti si agitavano. Il marito, talmente vecchio da aver suscitato qualche pettegolezzo, appoggiato al suo bastone correva avanti e indietro non sapendo evidentemente cosa fare. Gli altri bambini avevano voglia di giocare e non capivano tutto quel trambusto. L’unica che sembrava tranquilla era la levatrice. Con gesti guidati dalla lunga esperienza, stava vicina alla donna, la incoraggiava e le raccontava storie mirabolanti. Tra l’altro, diceva che, nella vicina stalla, aveva aiutato una certa Miriam a partorire. Era arrivata con il marito da Nazareth, “anche lui di una certa età” – aveva rimarcato con un sorriso un po’ malizioso. C’erano un aspetto strano e un altro bello in quell’esperienza. Strana era l’estrema facilità del parto, anche l’integrità del corpo, qualcosa che lei, in tanti anni di esperienza, non aveva mai visto. Bella, ma in questo caso non eccezionale, era la serenità degli sposi, non possedevano praticamente nulla, ma si sentivano come dei principi. Avevano dato al bambino un nome importante, Joshua. Affascinata dalla comunicazione simpatica della levatrice, Rachele pensò con una certa invidia a quella Miriam e così, quasi senza accorgersene, diede alla luce il figlio e lo depose su una coperta piena bucherellata. Lo chiamò subito per nome: “Jacob, che tu sia benedetto da Adonaj!”

La levatrice, che si chiamava Salome, si affacciò all’uscio e subito una scena attrasse la su attenzione. Miriam aveva il bambino in braccio e Joseph – così si chiamava il compagno di strada – conduceva un asino carico di vivande, evidentemente procurate dai pastori. Avevano imboccato la strada del Sud, verso l’Egitto. “Che incoscienza, mettersi in viaggio in questo modo, con una creatura appena nata. Per di più senza aver fatto il proprio dovere con il censimento!” – disse, rivolta a Rachele alquanto incuriosita.

La spiegazione di quella repentina partenza non tardò ad arrivare. “I soldati, i soldati” – si sentiva urlare dappertutto – “cercano il re di Israele”. Non ci fu quasi il tempo di accorgersene o di chiedersi chi cavolo fosse questo re di Israele. A Salome, chissà perché, venne in mente il piccolo Joshua e cercò di reprimere un moto di rabbia. Centinaia di energumeni – elmo in testa, spade ultimo modello – entravano in tutte le case, puntando direttamente ai bambini, quelli nati negli ultimi tre nati. Li strappavano dalle braccia delle madri terrorizzate e, sghignazzando, fendevano l’aria con le lame affilate. Scorreva sangue dappertutto, le testoline rotolavano negli scarichi delle case, le braccia venivano scagliate fin sui tetti, le mamme che si ribellavano venivano trapassate senza pietà. Gli uomini venivano legati gli uni agli altri e gettati in un deposito di letame, poco fuori dalla porta del paese.

Rachele, sopravvissuta al massacro, guardava e piangeva. Piangeva i suoi figli e non voleva essere consolata.

giovedì 11 dicembre 2025

Goriški camino, il Cammino Goriziano: lunedì alle 18 al Kulturni dom di Gorizia

 

Il Cammino Goriziano, chiamato anche Goriški Camino e The way of Gorizia, è nato nell'ambito dei piccoli progetti del GECT/EZTS in vista della Capitale europea della Cultura 2025. 

E' stato un bellissimo impegno, che ha coinvolto la Società per la conservazuione della Basilica di Aquileia e il Sabntuario francescano di Sveta Gora. I conduttori di quest'ultimo anno e mezzo di lavoro sono stati Mattia Vecchi e Nace Novak, con il coinvolgimento dei responsabili delle due entità e di molte persone che si sono date da fare per aiutare, sostenere, promuovere.

I frutti principali di questa azione condivisa sono tre: la ristrutturazione e sistemazione della Casa "Mir in dobro" a Sveta Gora, ottimo ostello per pellegrini, viandanti e turisti; l'individuazione e segnalazione del percorso, con le quattro tappe da Aquileia a Sagrado, da Sagrado a Mirenski grad, da Mirenski grad a Gorizia, da Gorizia a Nova Gorica e a Sveta Gora; il libro guida, curato da Andrea Bellavite (sì, io!) e Nace Novak, con le splendide foto di Mattia Vecchi. 

Solo tra il 2024 e il 2025, sono almeno 1000 le persone che si sono cimentate nei più di 80 chilometri di percorso, la maggior parte sloveni, ma anche italiani e di varie altre provenienze.

Se ne parlerà, abbondantemente, lunedì 15 dicembre, alle 18  presso il Kulturni dom di Gorizia. Gli editori, Martina Kafol di ZTT e Vittorio Anastasia di Ediciclo, insieme agli autori, presenteranno l'opera in rigoroso bilinguismo (con traduzione simultanea). Saranno introdotti dall'ospitante, Igor Komel, direttore della prestigiosa istituzione culturale goriziana.

mercoledì 10 dicembre 2025

Capitale europea dell'Accoglienza?

 

Camminano per mesi, a volte per anni. Cercano di lasciare terre segnate dalla guerra e dalla fame. Devono attraversare confini, subendo ogni sorta di disagi e a volte anche di persecuzioni. Sono convinti di essere accolti a braccia aperte, nello spazio del Pianeta abitato dalla democrazia e dal rispetto per i diritti dell'uomo. Arrivano al confine tra Italia e Slovenia, di nuovo presidiato "provvisoriamente" da oltre due anni dalle forze dell'ordine. Sono sfiniti, spesso febbricitanti per il freddo e la stanchezza, con i piedi feriti da strade impervie e le spalle segnate dalle percosse.

Giungono a Gorizia, che grazie a Nova Gorica è stata evropska prestolnica kulture 2025. Devono espletare le pratiche per la richiesta d'asilo, ma per entrare negli uffici competenti occorre passare la notte, nel gelo invernale, sotto la pioggia o con un'umidità che ti penetra fin nel profondo delle ossa. Molti volontari cercano coperte, preparano bevande calde, riescono a garantire qualcosa da mangiare. La Caritas cura gli alloggi di fortuna, presso il convento dei Cappuccini e l'oratorio del Duomo Pastor Angelicus. Ma gli spazi non sono sufficientia ospitare tutti. Sono le stesse persone e le stesse istituzioni che assistevano centinaia di migranti nella galleria Bombi, alcuni anni fa, subendo addirittura il dileggio delle istituzioni. 

Adesso Galleria Bombi non può ospitare nessuno, perchè sta per essere inaugurato il tunnel delle meraviglie, una bella manciata di milioni di euro per colorare di luci strepitose (e costose, anche e soprattutto per la manutenzione...) il passaggio sotto la collina del castello, devastata da vent'anni da una serie di ascensori mai partiti. E allora? Allora il Comune e le altre istituzioni, preparati da anni di "arrivi", hanno spalancato le porte dei caldi rifugi appositamente predisposti?

No, purtroppo... E ai poveri che non hanno trovato posto negli spazi del volontariato, non resta che utilizzare il simbolo dei simboli, l'opera d'arte multicolore che dovrebbe ricordare ai  posteri la grandeur di una Capitale europea della Cultura. Per dirla in tempo di Natale, "non c'era posto per loro negli alberghi. Trovarono alloggio sotto un obelisco di vetro".

domenica 7 dicembre 2025

Il Museo Civico del Tesoro di Grado. Assolutamente da non perdere...

 

Uno sguardo a Barbana, correndo in bici verso Grado
Si è inaugurato sabato 6 dicembre il Museo Civico del Tesoro di Grado, nell'edificio che fu un tempo casa canonica per i parroci di Grado.

E' un'esposizione bellissima che consente di ripercorrere in pochi passaggi la gloriosa storia della gente che ha vissuto e vive sull'Isola, dalla protostoria ai giorni nostri.

Ci sono reperti di grande valore, come i reliquiari del legno della croce, le straordinarie capselle palocristiane, le lapidi che raccontano il battesimo nei primi secoli. C'è l'impressionante copia in gesso della straordinaria stauroteca, il trono del Patriarca soffiato dai Veneziani, il cui originale si trova proprio nella Basilica di San Marco.

Si raccontano episodi misteriosi della vicenda gradese, in particolare le sepolture di bambini e ragazzi ritrovate dagli archeologi nel corso degli scavi degli ultimi anni. Alcuni video documentano tali eccezionali scoperte e molto altro. Il visitatore è accompagnato nella comprensione dei vari passaggi da ottime didascalie scientifiche e opportuni schemi narrativi. 

Come hanno detto l'Arcivescovo e il Sindaco di Grado durante la cerimonia di inaugurazione, è la possibilità di riappropriarsi, da parte delle cittadine e dei cittadini, di ciò che a essi appartiene. Ed è proprio in questa logica che la realizzazione di un Museo, ben lungi dal voler sostenere anacronistiche identità ormai confinate in un passato remoto, può aiutare ogni abitante di Grado a rafforzare il già importante spirito di accoglienza. La scoperta delle grandi diversità culturali che hanno caratterizzato e in qualche modo intensificato il passato, diventa l'occasione per offrire criteri e potenzialità per vivere con serenità e gioia la grande occasione del vivere in un mondo meravigliosamente vario, multireligioso e pluriculturale. Come ha insegnato la Capitale europea della Cultura, tali differenza, lungi dall'ostacolare la civile e rispettosa convivenza, la fondano sulle basi decisive di una convinta, consapevole e fraterna umanità.

Tutti gli elementi presenti derivano dalle raccolte della Parrocchia Arcipretale di Grado, gelosamente custodite da monsignor Tognon, cui è dedicata l'esposizione e della Soprintendenza ai Beni Culturali.

Venite dunque a visitare il Museo di Grado, possibilmente con l'accompagnamento del competentissimo curatore scientifico, prof. Dario Gaddi, capace di far parlare con intesnistà e profondità ogni pietra e ogni reperto. Venite, anche perché la direzione e gestione del tutto è stata affidata con appalto dal Comune di Grado - proprietario del Museo - alla Società per la Conservazione della Basilica di Aquileia. Un nome, una garanzia!

Per il momento, il Museo sarà visitabile nel fine settimana 6,7 e 8 dicembre, poi in quello del 13 e 14 dicembre, poi dal 20 dicembre al 6 gennaio 2026, tutti i giorni (escluso il 31 dicembre), con orario 10.30-12.30 e 14.30-17.30.

sabato 6 dicembre 2025

Ignazio e la Libertà: incontro o scontro?

 

Sant'Ignazio, come Leone Magno davanti ad Attila sul Mincio, sembra brandire il monogramma di Cristo per fermare l'emblema del liberismo postmoderno.

Ma a differenza di quanto accaduto nel V secolo, questa volta la battaglia sembra non avere storia. La statuta della Libertà, avvilita da una ben umile collocazione sulla punta di una giostra da sagra, sovrasta il povero fondatore dei gesuiti.

E' un vero peccato. In fondo, la chiave di risoluzione sarebbe stata abbastanza semplice. Il medioevo avrebbe dovuto farsi da parte, rinunciando a un oggettivismo senza deroghe e a un indisponente assolutismo politico. In uno straordinario incontro tra culture, religioni e filosofie, sarebbe bastato che la modernità, nelle sue versioni post e ultra, avesse accettato di temperare l'ipervalutazione del soggetto.

Non è andata così, vecchio Ignazio, scendi pure del piedistallo. ma non finirà bene se si continua così, cara statua della Libertà. C'è il rischio che qualcuno, prima o poi, tolga la luce alla giostra e che nessuno ti illumini mai più.

Umanità, incontriamoci sul ponte di Solkan e costruiamo una nuova sintesi, prima che finiscano sia l'Oriente che l'Occidente, come pure il Nord e il Sud...

Lucio Ulian: GO2027 - Un nuovo futuro?

Slavoj Žižek al Centrepic di Gorici
 Il testo che oggi vi presento prosegue il dibattito sul futuro di Nova Gorica e Gorizia, dopo i fasti dell'Evropska prestolnica kulture. Lo ha scritto l'amico e compagno Lucio Ulian, profondo conoscitore e già per lunghi anni attiva presenza politica e culturale in città. Il titolo non è sbagliato, è proprio GO2027 – Un nuovo futuro? Buona lettura (ab)

Si stanno spegnendo i riflettori su GO2025: ora la città saprà vivere di luce propria?
Un evento che ha offerto un’opportunità unica. Ora Gorizia può scegliere di aprire un nuovo ciclo della sua storia.
A partire dal secondo dopoguerra, la città ha attraversato tre fasi che ne hanno segnato il percorso fino a oggi.
La prima, legata al muro e alla città di confine, è stata caratterizzata da cospicui contributi pubblici e da ferree certezze.
Successivamente il muro si è trasformato in muretto, per poi scomparire. Una transizione, questa, che ha portato a una crisi di identità, causata dalla perdita delle certezze che avevano contraddistinto il periodo precedente. In questa fase politica, economia e cultura, adagiate sul passato, hanno vivacchiato, in parte colposamente, in parte dolosamente, mentre la città iniziava un lento declino.
Auspico che GO2025 segni un nuovo inizio. È tempo di gettare le basi per un nuovo ciclo, in cui la città, per rinascere, dovrebbe riporre i rimasugli del passato nei cassetti della memoria storica e ripensare il proprio ruolo in un territorio posto al centro dell’Europa. Solo così potrà spiccare un nuovo volo. Lucio Ulian

venerdì 5 dicembre 2025

Dalla capitale della cultura, il seme di un nuovo modo di sentirsi "Goriziani"

 

Con una certa sobrietà, si chiude il grande evento, l'anno di Nova Gorica con Gorizia, evropska prestolnica kulture, capitale europea della cultura.

Più che una sintesi del passato prossimo, in molti luoghi si discute sul futuro. Cosa resterà di questa esperienza, come si andrà avanti dal 2026 in poi?

Le aspettative, nei lunghi anni di preparazione, erano enormi. In parte hanno trovato adeguata risposta, in parte, soprattutto dopo lo spettacolare inizio dell'8 febbraio, ha cominciato a serpeggiare una certa, forse inevitabile, delusione.

Ci sono stati tanti meravigliosi momenti, Nova Gorica e Gorizia sono diventate più belle e attrattive, è cresciuto il numero dei turisti e dei visitatori. Ma ci si può limitare a solo questo criterio di valutazione? Certamente no. Quello che è mancato e che dovrebbe essere al primo posto negli auspici e negli impegni per il futuro, è la consapevolezza gioiosa di essere uniti nella diversità, di sentirsi parte di una città in due o di due città congiunte. Ogni "goriziano" (sia esso sloveno, friulano, italiano, pakistano, albanese o macedone) dovrebbe sentirsi  parte di un insieme straordinario, nel quale ciascuno è aiutato a donare agli altri la propria specificità. 

Perché questo accada, occore rafforzare una struttura più efficace, nel cuore geografico e morale dell'Europa. Occorre pensare a un organismo dotato di poteri amministrativi autonomi, eletto su base democratica, che coinvolga tutti i Comuni del bacino dell'Isonzo Soča, in ambito italiano e sloveno. E' un grande spazio vitale, fortemente caratterizzato da affascinanti differenze, ma anche da una vocazione a percepirsi come unica umanità, sororità e fraternità. Potrebbe essere un segno permanente, per l'Europa e per il Mondo, di come sia possibile che il dolore delle guerre e dei genocidi si possa trasformare in impegno per costruire giustizia, pace ed equità in tutto il Pianeta.

Un Pianeta che è in grande sofferenza richiede un'analisi per quanto possibile globale, senza per questo dimenticare, anzi fondando il locale. La Capitale europea della Cultura, si è detto più  volte, dovrebbe essere Capitale europea dell'Accoglienza. Il dolore di migliaia di persone che raggiungono il confine dopo aver attraversato la rotta balcanica, dovrebbe interpellare fortemente i cittadini e soprattutto le rappresentanze politiche. Che cosa si è fatto, come Nova Gorica e Gorizia, per ricevere degnamente non soltanto danarosi turisti o colti ricercatori della tradizione storica, ma anche la schiera dei poveri che bussa alle porte dell'Occidente per trovare rifugio e conforto?

In tutto questo anno "senza confini" non si è riusciti a costruire una scuola unitaria trilingue, a inserire i reciproci insegnamenti di italiano e sloveno nelle rispettive scuole di Nova Gorica e Gorizia, a togliere dal Comune di Gorizia l'ingombrante cittadinanza onoraria a Mussolini, non si è pensato a una rivoluzione toponomastica congiunta, non si è riusciti neppure a convincere il Governo a togliere gli odiosi controlli sul confine, non si sono incontrati che assai raramente - se non mai al di fuori dei momenti ufficiali - i consigli comunali e le rappresentanze politiche della vecchia e nuova Gorica, oltre che del Comune di Šempeter...

Ciò che lascia la Capitale della Cultura è la necessità di ripensare il futuro tutti insieme, in ogni livello della civile convivenza e delle fasce della società.

Proposta: e se, sulla linea delle intuizioni passate e presenti della rivista Isonzo Soča, si costituisse un gruppo culturale, diffuso sia a Nova Gorica che a Gorizia, in grado di costruire le basi di pensiero filosofico, fondanti un programma transfrontaliero condiviso. Se si favorisse in ogni modo la costituzione di tavoli di lavoro condivisi tra gruppi di interesse, categorie sociali e produttive, realtà culturali e aggregative? E infine, se si individuasse anche un simbolo con valenza politica, tra coloro che si riconoscono in una visione umanistica della società da presentare - unito ad altri complementari simboli o anche autonomamente - alle prossime elezioni amministrative di Nova Gorica 2026 e Gorizia 2027? 

Cosa ne pensate?

Morti di freddo e di stenti in FVG: dolore, vergogna, indignazione

 

Mentre il periodo di Natale accende città e paesi di luci e di suoni, quattro persone sono morte di freddo e di stenti in Friuli Venezia Giulia.

Sono migranti, provengono da luoghi del mondo dove infuriano la guerra e la fame. Come Gesù bambino, non trovano posto negli "alberghi" e devono accontentarsi di casolari fatiscenti esposti al vento, alla pioggia e alle intemperie.

Questa situazione va avanti da anni, sottolineata grottescamente da amministratori in-coscienti (o forse molto coscienti) che si vantano di aver "ripulito" piazze, gallerie, parcheggi sotterranei. A volte addirittura arrivano a fomentare l'odio contro questi fratelli, negando il diritto alla loro cultura e spiritualità.

Se i quattro sono quattro - ma ognuno di loro è un essere umano, portatore di emozioni, speranze, attese, sacrifici immani vanificati dalla porta dell'opulenza chiusa in faccia - è perché centinaia di volontari si sono ribellati. Sono loro che ogni notte ricevono i reduci dalla rotta balcanica, li curano amorevolmente, fanno salti mortali per procurare cibo e coperte. Senza di loro i disagi sarebbero ancora più grandi, universali e i caduti di questa guerra a senso unico sarebbero migliaia. E questi angeli di umanità sono costretti a subire lo scherno di chi ha l'autorità per intervenire, individuando scelte, risorse e percorsi che non siano limitati a spostare le persone come se fossero pacchi postali. Quella che ancora qualcuno chiama emergenza - dopo più di un decennio - è, nel migliore dei casi, incapacità di intendere e volere.

La vergogna ci coinvolge tutti, siamo comunque parte di questo sistema che privilegia i ricchi e affossa i poveri. Il dolore delle vittime penetra a fatica tra presepi luccicanti che alcuni vorrebbero imposti dalla legge e alberi multicolori. L'indignazione è grande, ma che fare?

Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti - ci sbatteva in faccia un tempo Fabrizio de Andrè. Sì, perchè l'indignazione non è soltanto un grido assolutamente indispensabile contro chi governa e amministra chiudendo gli occhi davanti a ciò che sta accadendo. E' anch un impegno personale affinché nel proprio piccolo ognuno possa operare per costruire un'umanità davvero senza confini, dove l'essere parte della famiglia umana venga prima e valorizzi la diversità di lingua, cultura e religione.

Altrimenti, anche i droni proiettati nel cielo, i fuochi d'artificio di fine anno, le feste goriziane per la fine della capitale della cultura... se non segneranno lì'inizio della Capitale dell'accoglienza e della pace, svaniranno in un'eco di sottile ipocrisia.