sabato 20 marzo 2021

20-21 marzo 2021: XXVI Giornata della memoria e dell'impegno, nel ricordo delle vittime innocenti delle mafie

Il 21 marzo è un momento di riflessione, approfondimento e di incontro, di relazioni vive e di testimonianze attorno ai familiari delle vittime innocenti delle mafie, persone che hanno subito una grande lacerazione che noi tutti possiamo contribuire a ricucire, costruendo insieme una memoria comune a partire dalle storie di quelle vittime. È una giornata di arrivo e ripartenza per il nostro agire al fine di porre al centro della riflessione collettiva la vittima come persona e il diritto fondamentale e primario alla verità, diritto che appartiene alla persona vittima, ai familiari della stessa, ma anche a noi tutti
 

venerdì 19 marzo 2021

Chiuso il Cinema Azzurro Scipioni di Roma. La fine di un grande ricordo.

Oggi propongo un ricordo personale, legato a una notizia letta ieri sul Manifesto.

Roma, gennaio 1985. Dopo la memorabile nevicata che aveva per qualche ora reso incantevole la città eterna, prima di piombarla nella confusione e nella paralisi dei trasporti, un senso di sottile malinconia aveva suscitato in me il desiderio di vedere un bel film. Vivevo in Via Pompeo Magno, nel quartiere Prati. Sfogliando il Tempo ero rimasto stupito. C'era un cinema che non avevo mai sentito nominare, nella via parallela dalla quale prendeva una parte del nome, Azzurro Scipioni.

Spinto dalla curiosità, decisi di andare a vedere. Dalla strada si vedeva solo un cancello che nascondeva una semplice scala che conduceva in un seminterrato. Era una specie di club, per cui occorreva una tessera. La sala era piccola, ma tutti coloro che si avvicinavano al tavolo per acquistare i biglietti dimostravano grande interesse e passione. Non meno di tre decenni dopo scoprii che il tutto era nato da un'intuizione del grande Silvano Agosti, indimenticabile regista della "Seconda ombra", il film dedicata all'esperienza di Franco Basaglia. Allora non mi interessava troppo da chi fosse stato avviato, studente venticinquenne di teologia cercavo un luogo dove potermi immergere nell'immenso mare della Cultura.

Mi colpì prima di tutto Il Pianeta Azzurro, intenso inno d'amore alla Natura e alla Vita in tutte le sue dimensioni. prodotto dagli autori che avevano voluto la sala cinematografica. Poi mi sconvolse Jarmusch, Stranger than paradise, rigorosamente in lingua originale con sottotitoli. Ad affascinarmi furono poi Werner Herzog, Dove sognano le formiche verdi e le rassegne su Jean Luis Godard e naturalmente Andrej Tarkovskij, nell'86, con il suo Sacrificio. Pochi avrebbero immaginato che fosse una specie di testamento a pochi mesi dalla prematura scomparsa del regista russo. Indimenticabile la leggenda della fortezza di Surami, ispirato alla leggenda sulla fondazione della Georgia, del regista Sergej Paradjanov. E' un film straordinario, ricordo che quando uscii dalla sala, scorrevano lacrime di bellezza, ai pochi con i quali avevo condiviso l'esperienza. Sì, l'Azzurro Scipioni era anche la chiacchierata, sorseggiando il caffè o un bicchiere di bianco dei Colli Romani, con persone che non avresti mai più visto e con i quali, per un paio d'ore, si volava da Bergman a Pasolini, da Godard a Kusturica fino a Costa Gravas e all'allora affermato Krzysztof Zanussi.

Dopo il 1986 e il mio definitivo ritorno a Gorizia, l'Azzurro Scipioni è rimasto nel substrato quasi mitologico della mia vita. E' stato protagonista del più convinto avvicinamento all'arte cinematografica, sulla scia delle prime esperienza quasi nascoste presso il Modernissimo di Gorizia. Non ci sono più entrato, ma ogni volta che ho camminato per le belle vie del quartiere Prati, non mi sono mai dimenticato di transitare in Via degli Scipioni e di gettare uno sguardo, a quel cancello, a quella scaletta verso il seminterrato, ai manifesti ancora invitanti con tutti i colori del Pianeta Azzurro. Da allora non è mai venuta meno la passione per l'arte del cinema, anche se il tempo della vita - o meglio delle diverse vite - ha cominciato a scorrere in un altro modo, lontano dai fasti, ma anche dalle opportunità nascoste della Capitale.

Oggi Azzurro Scipioni chiude, Roma perde un punto di riferimento culturale di enorme importanza. Se lo portano via le regole anti-covid19 e forse anche il sempre meno marcato interesse per l'autentica riflessione esistenziale. Grazie a Silvano Agosti e a tutti coloro che hanno reso possibile questa piccola grande avventura. Come tante persone, romane e non romane, non la dimenticherò mai.  

mercoledì 17 marzo 2021

L'urgenza di un nuovo Concilio, per ricomporre lo scisma tra prassi pastorale e pensiero teologico

La questione delle unioni omosessuali, ritornata alla ribalta negli ultimi giorni a causa di un documento della Congregazione per la dottrina della fede, rileva il limite strutturale del pontificato di Francesco e nel contempo evidenzia l'urgenza di una radicale riforma del pensiero e dell'azione della Chiesa cattolica.

Francesco ha inaugurato una prassi pastorale del tutto innovativa e, per usare un'espressione giornalistica, "al passo con i tempi". Con i suoi gesti e le sue parole ha di fatto messo in discussione dottrine e perfino dogmi consolidati, realizzando di fatto le indicazioni di quella parte del dettato del Concilio Vaticano II che ha aperto sentieri da lungo tempo trascurati. Ciò vale per la linea del dialogo interreligioso, certo più sulla scia della Dichiarazione Nostra Aetate che sulle tracce della Costituzione dogmatica Lumen gentium. Lo stesso si può dire del confronto ecumenico con le altre confessioni cristiane, soprattutto con alcune espressioni del protestantesimo più che con la maggior parte delle chiese autocefale ortodosse. Molto importante è il dialogo propugnato con il mondo laico, con il forte accento pacifista e sottilmente antimilitarista che ha radice in alcuni capitoli della Costituzione pastorale Gaudium et spes. In questo quadro si innesta la passione comunicativa e l'impegno a farsi percepire come "primus inter pares", dove i "pares" non sono i vescovi o i sacerdoti, ma ogni essere vivente, da accogliere e amare in quanto "persona". La sua proposta è quella di una comunità ecclesiale non ripiegata su sé stessa, ma aperta alla condivisione dell'avventura della vita con ogni compagna e compagno di strada, indipendentemente dalla sua fede e dalla sua situazione di vita.

Tutto bello e nuovo insomma? Sì, se ci si limita alla figura simpatica, paterna e accogliente di Francesco, pastore che - come lui stesso spesso richiama - è in contatto con tutto ciò che è autenticamente umano e "odora delle pecore". Meno, se ci si domanda che cosa resterà della sua testimonianza.

Ciò che sembra più debole è la dissociazione fra la prassi pastorale e la riflessione teologica. La prima affascina credenti e non credenti, pur suscitando qualche rumorosa ma minoritaria perplessità da parte di riconoscibili e ristretti gruppi di tradizionalisti ultraconservatori. La seconda, per lo più celata dalle mura vaticane e delle facoltà accademiche pontificie, a lungo andare può contribuire a diffondere un senso di malessere. Proprio come è accaduto in occasione della pubblicazione del documento nel quale viene (assurdamente!) vietata la benedizione delle unioni omosessuali, suscitando l'impressione di una dissociazione tra il pensiero di un apparato ecclesiastico retrogrado e la parola/azione di un papa "progressista", peraltro per diritto canonico capo assoluto anche della struttura organizzativa della Chiesa stessa. 

In realtà, come non si possono porre in alternativa la filosofia e la prassi, così non si possono scindere la teologia e la pastorale. La relazione con la persona in quanto tale, consapevolmente o (di solito) meno, è molto influenzata dalla concezione del mondo che ciascuno di noi ha progressivamente costruito nella propria vita. Essa orienta la coscienza morale, individuale e sociale, come pure le scelte esistenziali e politiche. La Chiesa cattolica, anche in buona parte del dettato del Concilio Vaticano II, è ancora ancorata alla concezione della Creazione e della Rivelazione ispirata all'aristotelismo tomista e dogmaticamente definita nel Concilio Vaticano I. Esistendo un'unica Natura, espressione del "principio e fine di tutte le cose", essendo il "primo motore immobile" lo stesso Dio che si è rivelato in pienezza attraverso Gesù Cristo ed avendo questi affidato agli apostoli e ai loro successori il compito di interpretare autenticamente la parola divina presente nella Creazione e nelle Scrittura, il magistero della Chiesa ha il ruolo di determinare non solo ciò che compete alla vita dei fedeli, ma anche ciò che è conforme alla Natura e ciò che non lo è. Tutto ciò stride evidentemente con tutto il pensiero moderno e postmoderno, dove di postula all'opposto l'accettazione del fatto che esistono diverse concezioni del mondo e di conseguenza diverse visioni della natura e della morale che ne consegue. Dal punto di vista politico, è in fondo il principio della democrazia, dove la sempre fragile verità è determinata essenzialmente dal consenso della maggioranza. Non è l'ideale, certamente, ma è il superamento del suo opposto, cioè dell'assolutismo. 

Ora, una Chiesa che si presenta pastoralmente relativista e teologicamente assolutista, vive in sé stessa un'inevitabile dissociazione che crea disagio (non necessariamente negativo) fra i fedeli. Come superare questa distinzione? Con un nuovo Concilio, urgente. Esso deve essere molto aperto, secondo l'orizzonte inclusivo della persona di papa Francesco, ma anche molto determinato a superare l'impasse dogmatico, mettendo in discussione radicalmente la Tradizione codificata, senza necessariamente cancellarla, ma sicuramente superandola. 

Certo, c'è un rischio da correre. Una Chiesa cattolica che rinunci a essere la coscienza morale di tutti, che non si ritenga esclusiva (o piena) depositaria della Verità, che non attribuisca al suo capo la prerogativa dell'infallibilità, che cessi di essere potenza politica ed economica, smantellando il sistema di potere capillarmente diffuso in tutte le Nazioni, pronta a perdere tutti i propri immensi privilegi... perderebbe la maggior parte della sua forza profana. A quel punto, senza tanti riflettori planetari, potrebbe dissolversi nel nulla oppure, ben più probabilmente, dovrebbe semplicemente tornare alle origini, povere, umili, apparentemente perdenti, del suo fondatore e dei suoi primi discepoli. Perchè non provarci?

lunedì 15 marzo 2021

Non si possono benedire le unioni omosessuali. Uno scivolone nell'era Bergoglio...

E' stato pubblicato oggi un documento della Congregazione per la dottrina della fede, nel quale vengono dichiarate "illecite" le benedizioni alle persone che vivono un'unione omosessuale.
Il testo farà sicuramente discutere, in quanto il divieto - addirittura di una semplice benedizione, non soltanto di un sacramento! - è fondato su un concetto filosofico che da tempo non veniva invocato tra le mura Vaticane: l'unione omosessuale non sarebbe "ordinata al disegno del creatore". In altre parole, esiterebbe un ordine naturale riconoscibile nella creazione e pienamente manifestato nella rivelazione. Pertanto il magistero della Chiesa - in questo caso la Congregazione per la dottrina della fede con un pronunciamento che deve essere necessariamente approvato dal Papa - può dettare le regole da seguire non solo in campo teologico, ma anche filosofico, è in qualche modo "custode della Natura".
Il duro documento vaticano sembra contraddire la più volte esplicitata volontà di Francesco, che in una famosa intervista aveva affermato che "gli omosessuali hanno il diritto ad avere una famiglia", senza peraltro specificare, se intendesse quella costituita con la loro unione o quella di provenienza che li dovrebbe accogliere cordialmente. "Sembra", appunto, perché in realtà l'attuale Vescovo di Roma non si è mai espresso su questo argomento in termini in grado di intaccare l'attuale situazione della teologia morale, limitandosi a qualche battuta - non sempre del tutto cristallina - nel corso di qualche dialogo con i giornalisti. Aveva anche insistito sulla necessità che gli Stati riconoscano le unioni civili, garantendo così una tutela legale, guardandosi bene dall'avviare un iter legislativo di questo tipo nel "suo" Stato Vaticano, nel quale egli detiene il potere legislativo, esecutivo e giurisdizionale. 
C'è di più. Viene detto che "la Chiesa benedice l'uomo peccatore", ma "non può benedire il peccato". Con queste parole si definisce l'omosessualità un peccato, riportando indietro le lancette della storia della Chiesa almeno di 60 anni, prima cioè del Concilio Vaticano II.
Certo, non si capisce bene il senso di un pronunciamento del genere in questo particolare momento. Potrebbe trattarsi di un "siluro" a Francesco, costringendolo ad approvare una posizione molto distante dai suoi atteggiamenti e dalla più volte conclamata vicinanza ai diritti delle coppie omosessuali. Ma in questo caso, dovrebbe avere il coraggio di smentire i propri stessi uffici, anche per non creare una riprovevole confusione tra chi riconosce nelle sue parole nuovi accenti e chi rimarca che il documento della Santa Sede, dato per approvato, sembra essere stato scritto nel Medioevo prossimo venturo.
Oppure potrebbe essere un'ulteriore prova di una sensazione più volte espressa. Francesco sembra disinteressarsi alle questioni della classica teologia morale, preferendo insistere sulla centralità della persona, in qualunque situazione essa si trovi. I suoi gesti - compreso l'ultimo, straordinario viaggio di pace in Iraq - sono così eclatanti e potenti da suscitare ben maggior plauso e interesse nel mondo rispetto alle questioni di lana caprina enucleate dalle Congregazioni Vaticane.
Se così fosse, però, sbaglierebbe. Certi insegnamenti del passato, soprattutto nell'ambito della sessualità, hanno rovinato letteralmente la vita a milioni di credenti che hanno ritenuto loro dovere obbedire a prescrizioni, a volte molto discutibili, a volte evidentemente assurde. Dotarsi di un buon gruppo di studiosi in grado di riformare, attualizzando sulla base dei fondamenti biblici, i diversi settori della teologia, potrebbe permettergli di continuare a essere un punto di riferimento saggio e spontaneo, ma anche di consentire alle sue intuizioni personali di trasformarsi in insegnamento e in struttura in grado di perdurare al di là del suo stesso percorso esistenziale.
Per esempio, sul tema specifico, perché non accettare l'amore omosessuale come un sacramento? Perché non può esserci un matrimonio tra persone dello stesso sesso che sia "segno visibile dell'amore di Cristo con la Chiesa, di Dio con l'umanità"?
Certo che potrebbe esserci! Ma appunto sarebbe necessario superare l'aristotelismo tomista dell'attuale Congregazione per la dottrina della fede e lasciare spazio a tutte le correnti influenzate dal pensiero moderno e postmoderno.
Ce la farà Francesco a riformare radicalmente la Chiesa o lascerà soltanto un buon esempio, nella speranza che qualcun altro porti avanti, in un nuovo Concilio, le istanze da lui soltanto suggerite?   

domenica 14 marzo 2021

Tamara Lunger e la spedizione invernale sul K2

K2 sta per Karakorum 2. E' la seconda montagna più alta della Terra, certamente la più difficile, unendo le problematiche legate al meteo e alla rarefazione dell'aria tipiche dell'Everest e degli altri "8000" a quelle più strettamente tecniche. Non a caso è rimasta fino a quest'anno l'unica vetta importante mai scalata in veste "invernale". La prima bandiera a sventolare su una sommità a lungo ritenuta inviolabile è quella italiana, grazie alla memorabile e molto discussa impresa di Achille Compagnone e Lino Lacedelli, il 31 luglio 1954, un anno dopo la conquista dell'Everest da parte di Edmund Hillary e Tenzing Norgay.

L'intervista rilasciata qualche giorno fa ad Avvenire dall'alpinista Tamara Lunger, oltre a essere un avvincente e drammatico racconto dell'assalto alla cima realizzato da diversi gruppi nel corso di questo inverno, è un toccante documento relativo alla sfida dell'essere umano alla natura "estrema" di certe montagne. 

La storia è cronaca già ampiamente documentata dai media. Gli sherpa nepalesi, normalmente provette guide e accompagnatori di scalatori provenienti da tutto il Mondo, questa volta hanno fatto tutto da soli e la prima assoluta del K2 invernale appartiene a loro. Tanto di cappello, successo straordinariamente meritato.

E' per tutti gli altri che il sogno si è trasformato in un incubo. Il tentativo di cordate multinazionali è finito in tragedia, con la morte di almeno cinque persone, annientate dal gelo, dalla stanchezza, dalle imprevedibili condizioni della montagna. La Lunger, una delle più esperte nell'ambito dell'alpinismo italiano, già "padrona" di alcuni 8000 e di altre imponenti e ardite vette, si è trovata nel cuore del dramma. Ha assistito da vicino, accompagnandola con la parola e il conforto, alla morte di un compagno di avventura scivolato. Ha trascorso molte ore nella solitudine degli oltre 7000 metri, senza sapere nulla degli amici che si erano inerpicati verso il passaggio chiave, detto "Il collo di bottiglia", dal quale non sarebbero più tornati indietro. A differenza di molti che in simili condizioni, a un passo dal coronamento del desiderio di una vita, hanno deciso di proseguire "costi quello che costi", Tamara è tornata indietro, portando sulle spalle, insieme allo zaino e alla solitudine, l'angoscia per il destino degli altri e la delusione per il fallimento dell'obiettivo.

Sono tanti gli alpinisti che hanno perso la vita, in questi ultimi anni, sulle montagne dell'Himalaya e del Karakorum. Il corpo di molti non è più stato trovato, alcuni sono stati lasciati nel luogo della morte, spesso triste richiamo ai limiti di chi transita, proseguendo il proprio cammino verso la meta. Un po' ciò dipende anche dall'incoscienza legata alla spedizioni commerciali che, con cifre astronomiche sborsate da chi si può permettere emozioni ad alto costo, accompagnano sulle più alte vette persone poco preparate o comunque costrette a lunghissime soste in fila oltre gli 8500 metri, quella che viene definita significativamente la "zona della morte". Non è a questi che va il pensiero, ma a coloro che hanno la montagna nella mente e nel cuore, per i quali il rischio del salire coincide con il mistero della vita. Sono i portatori e le guide che vivono sulle falde di tutte le più alte montagne del mondo e che dal loro lavoro traggono l'unica possibile fonte di sostentamento in luoghi dominati dalla povertà. E sono coloro che sfuggono al tran tran del quotidiano per sfidare essenzialmente sé stessi, affrontando con consapevolezza e competente prudenza l'ineliminabile possibilità di non ritornare mai più a casa.

Tra essi senz'altro Tamara Lunger che ricorda la spedizione invernale al K2 come un sogno divenuto incubo ma che nello stesso tempo si dichiara pronta a ripartire, nel ricordo di chi non c'è più, sospinta dal desiderio di andare sempre più in là degli angusti confini della comune ordinarietà. A Mallory, l'alpinista che con Irvine tentò nel lontano 1924 la scalata all'Everest, scomparendo entrambi senza aver lasciato alcuna prova di una possibile violazione della vetta, fu chiesto perché volesse scalare l'Everest. Rispose: "Perché è lì!" Forse a ogni alpinista che tenta di conquistare una cima si può porre una domanda simile: "Perché vuoi arrivare lassù? Perché tanta fatica? Perché mettere a repentaglio il dono più prezioso?". Chissà cosa ognuno potrebbe rispondere... Forse in modo simile: "Perché è lì e perché io sono qua". E' un altro modo per celebrare il fascino misterioso e arcano dell'Essere.  

sabato 13 marzo 2021

Zonarosseide...

Non è simpatico criticare "a prescindere". Ma in procinto di entrare in zona rossa, qualche perplessità la si può anche esprimere, come ai vecchi tempi (del presidente Conte). Si obbedisce, per carità, a prescindere, ritenendolo un dovere morale, anche se la trasformazione radicale del nostro modo di vivere e relazionarsi - ormai pian piano data per scontata e consolidata - qualche conseguenza comincia a portarla e qualche preoccupazione comincia a far capolino dalle pieghe di una sostanziale accettazione di tutto ciò che fino a questo momento è stato imposto.

Non si capisce la logica che porta alla chiusura dei musei i quali, purtroppo senza molte eccezioni, non sono certo luoghi di maggior assembramento rispetto ai negozi di alimentari. Si possono tenere "manifestazioni statiche", ma è vietato partecipare a eventi teatrali e cinematografici. 

E' proibito muoversi (senza necessariamente fare sport) se non nelle vicinanze di casa e in assenza di altri "concorrenti", ma si possono riempire - sia pur contingentate - le chiese e addirittura i cimiteri in occasione dei funerali, dove si può andare anche se non si è residenti nello stesso Comune.

Si raccomanda di restare a casa, quando è risaputo che l'aria del bosco o della montagna non può portare altro che giovamento. E si è ben lontani dal controllare la situazione dei trasporti pubblici e dei luoghi di lavoro dipendente, spesso assai penalizzati e penalizzanti per chi deve andare in fabbrica o in ogni caso non possiede un mezzo di locomozione privato.

Si possono vendere nei mercati in piazza gli alimentari e il vestiario, ma solo per acquirenti che abbiano meno di sedici anni, senza pensare che un sedicenne del terzo decennio del XXI secolo ha taglie non inferiori a quelle di un adulto. Che regola strana!

Rimane ancora aperta la questione dei confini, in particolare nell'Unione Europea dove ancora non ci sono regole uguali per tutti. Per rimanere nella zona goriziana, per andare in Slovenia senza doversi sottoporre alla quarantena, un italiano attualmente deve effettuare un tampone - a pagamento - valido sostanzialmente per una settimana, per entrare o rientrare in Italia, oltre che l'avviso all'autorità sanitaria territoriale, è necessario un tampone effettuato almeno 24 o 48 ore prima (a seconda della tipologia di test). Se poi una persona affettivamente legata a un'altra si trova a vivere in un Paese fuori dall'Unione europea, non c'è modo di incontrarsi, il legame non rientra nelle casistiche di eccezione alle regole.

Di fatto, in quest'anno trascorso, ci si è abbastanza dispersi in torrenti di regolette sempre più difficili da discernere e interpretare, ma non si è troppo investito in sicurezza sui luoghi più sensibili di vita - case di riposo, ospedali, scuole, fabbriche e luoghi di lavoro - lasciando alle sole restrizioni il compito di affrontare il diffondersi del virus. I risultati sono stati molto scarsi, se dodici mesi dopo sembra di trovarsi più o meno allo stesso punto, fatta salva la diffusione dei vaccini, anch'essa non esente da problemi.

Chissà perché è garantita la messa, mentre è impedito il teatro; è possibile riempire un parco giochi ma non un'ampia sala di cinema; si può partecipare a un funerale ma non salire su una montagna, si può stringersi su un autobus di città ma non uscire di casa se non per motivi di assoluta necessità.

Poi in realtà, accanto al divieto c'è sempre un "salvo..." che consente a qualcuno di cavarsela in ogni caso, senza per questo alleviare il disagio di chi non può più lavorare, incontrare i propri cari lontani, costruire nuove relazioni. 

giovedì 11 marzo 2021

Governo Draghi e pandemia. Il re è nudo?

Per il momento, non è molto chiaro che cosa sia cambiato nel passaggio dal governo Conte a quello Draghi. 

E' vero, sono stati cambiati i "vertici" tecnici e vengono risparmiate le leggendarie conferenze stampa a reti unificate, ma il balletto di notizie di questa settimana riporta l'orologio al tempo precedente. Per una settimana i giornali si sono prodigati nel comunicare che cosa accadrà, zone rosse rinforzate, week end chiusi in casa, settimane di lockdown per permettere la vaccinazione di massa, ecc. Da mercoledì, no da venerdì, no da sabato, forse da lunedì... Certo, ci sono da interpellare le Regioni, le categorie lavorative e chi più ne ha più ne metta, ma anche i più entusiasti del nuovo Governo non possono che constatare le stesse difficoltà e le stesse forme di (non) comunicazione precedenti.

Intanto il virus dilaga e si è giunti a un numero di contagi veramente impressionante, soprattutto dopo che si sono almeno leggermente affinate le modalità di trasmissione dei dati. Tuttavia, se le decisioni politiche vengono prese sulle basi della situazione di una settimana prima, è difficile pensare di poter contenere il contagio.

Anche per ciò che riguarda il piano vaccinale, non si capisce bene cosa ci sia di nuovo. La priorità va agli ultraottantenni, poi tocca ai 70-80nni e alle categorie vulnerabili, poi ai 60-70nni, ai vulnerabili leggeri sotto i 60 anni, a chi ha meno di sessanta anni. Il tutto dovrebbe svolgersi lasciando la precedenza alle realtà lavorative maggiormente esposte all'incontro con le altre persone a rischio. A parte che più o meno lo schema ricalca il precedente, in realtà il vero problema è la presenza o meno dei vaccini, dal momento che si possono impostare tutti i progetti possibili, ma se manca la materia prima è tutto inutile.

Una differenza purtroppo c'è e non è certo positiva, anzi, se ulteriormente confermata darebbe ragione a chi vede nel Governo Draghi una possibile svolta verso i più evidenti interessi macroeconomici e finanziari dell'Unione Europea. Si tratta della propugnata proposta di stabilire delle priorità in ambito planetario, favorendo i Paesi più ricchi e penalizzando quelli dei Continenti più poveri. Alcuni plaudono a tale prospettiva, altri la definiscono semplicemente immorale oltre che controproducente dal momento che la globalizzazione non pone certo confini ai virus e una situazione grave in una zona non può che ripercuotersi in tutte le altre. La posizione di Draghi ricalca di fatto quella, criticatissima, della Moratti in Lombardia e allarga il funesto salviniano "Prima gli italiani" a un sostanzialmente identico "Prima gli europei".

Ma (per ora) quasi tutti tacciono, Draghi non si tocca. Prima o poi qualche bambino dirà: "Il re è nudo"?