sabato 9 maggio 2020

9 maggio 1950 - 9 maggio 2020


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"Sogno un’Europa in cui essere migrante non sia delitto bensì un invito a un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stata la sua ultima utopia" (Francesco)
Oggi è la Festa dell'Europa. Si ricorda la data della Dichiarazione Schuman del 1950. Il giorno dopo la memoria dei cinque anni trascorsi dalla fine ufficiale della Seconda Guerra Mondiale in Europa, prendeva avvio da quel momento il lungo percorso verso l'integrazione fra i paesi europei.
Sono passati 70 anni e in questi giorni l'idea - nata peraltro dalla riflessione di un gruppo di illuminati intellettuali confinati durante il fascismo nella sperduta isola di Ventotene - sembra più che mai importante e più che mai lontana dall'essere realizzata.
Avrebbe dovuto essere l'unione degli stati europei. In realtà, fino al 1989, è stata quella di una piccola parte di essi, più della metà infatti ne erano esclusi e tra gli uni e gli altri passava un confine talmente alto da essere definito "cortina di ferro". Inoltre il legame tra gli aderenti è stato essenzialmente legato a interessi economici, anche per la non realizzata democratizzazione degli organi gestionali. Fatto sta che dai singoli Stati la "cessione di potere" all'Unione è stata piuttosto debole: la Banca Centrale, la moneta unica (non per tutti), una Commissione di fatto svincolata dal controllo del Parlamento con conseguente fragilità del sistema di rappresentanza, l'intervento cooperante in diversi ambiti del sistema di ciascuno insieme a regole a volte più penalizzanti che facilitanti. Non è certo questo il sogno del federalismo europeo, non realizzato neppure dopo l'ingresso dei Paesi dell'est che hanno portato - in particolare la Polonia e l'Ungheria - venti di populismo e chiusura in quella che sempre di più appare come una "fortezza" e non un luogo di solidarietà e di scambio.
Il coronavirus ha impietosamente rivelato l'incapacità di trattare un grande problema comune come un impegno da affrontare tutti insieme e non come una specie di guerra dove nel "tutti contro tutti" l'unico a guadagnarci è stato ed è proprio il vero infinitesimale ma potentissimo "nemico".
La soluzione non sta nel chiudere le porte all'idea della coesione europea o alla speranza che il suo reale funzionamento possa preludere alla costituzione degli Stati Uniti del Mondo. Senza negare l'intrinseca debolezza attuale, occorre rilanciare la proposta di una coesione continentale e mondiale che superi gli attuali egoismi e l'asservimento alle lobby affaristiche planetarie. Per fare questo occorre che il Green New Deal, lanciato due anni fa dal movimento Diem25 con Yanis Varoufakis e divenuto poi una specie di slogan talmente ripetuto da essere del tutto svigorito, torni a essere il punto di riferimento per le politiche globali e locali. In altre parole, si tratta di coniugare strettamente la giustizia sociale - e quindi il tema del diritto al lavoro (lavorare meno lavorare tutti), al giusto salario, alla sicurezza, al rispetto delle diversità, all'autentica democrazia, al contrasto alle povertà - con la tutela dell'ambiente - e quindi la lotta contro l'inquinamento, il contrasto ai cambiamenti climatici, il rispetto e la tutela di tutti gli esseri viventi, il comune affronto dei disastri naturali. Perché ciò accada, è indispensabile ritornare al punto di partenza: la Cultura, ovvero la concezione del mondo frutto dell'incontro e del dialogo tra le diverse visioni (in altre parole la Cultura fondamento dell'autentica Democrazia). Ne saremo capaci? Si realizzerà il grande ideale pronosticato da Schuman - e non solo da lui - dell'unità nella diversità, non solo dell'Europa ma del Mondo intero? Il "grande silenzio" indotto dal coronavirus porterà a un risveglio, a un vero "nuovo corso" oppure porterà al sonno definitivo della ragione?

venerdì 8 maggio 2020

Rimuovere i confini!

Un cartello sopravvissuto allo scorrere dei tempi

Confine del Preval


Al Rafut
Tra Erjavčeva e via San Gabriele
La proposta di ripristinare la "propustnica" per il passaggio del confine tra Slovenia e Italia non è una "sciocchezza", come dichiarato sui quotidiani odierni da Walter Bandelj. E' uno spunto di discussione, attraverso il richiamo a un simbolo che ha caratterizzato altre epoche, favorendo il superamento di confini che sembravano invalicabili.
Il coronavirus ha trovato del tutto impreparata l'Europa, con tutte le sue strutture sociali, culturali, economiche e ideologiche. La risposta alla pandemia è stata del tutto diversificata, ogni Stato si è comportato in modo diverso dall'altro, anzi per molti, l'Italia anzitutto, è stata perfino un'occasione per tentare di risollevare l'orgoglio nazionale. Soprattutto all'inizio, sembrava che fosse una Nazione a combattere contro un nemico razionale, dimenticando che l'assassino misterioso era un essere nanomicroscopico che gli scienziati stentano perfino a chiamare "vivente". Non c'è stato nulla costruito insieme, né un protocollo sanitario, né il reperimento dei presidi, né un confronto tra scienziati ricercatori, né una comunicazione condivisa, niente... Anzi, nell'affrontare il tema economico finanziario sono emersi tutti gli egoismi dell'Europa attuale, facendo risorgere odi atavici e perfino locuzioni dimenticate in altri meandri della storia, i crucchi che vogliono conquistare il mondo, la perfida Albione, il pericolo rosso, quello giallo, l'opportunismo degli Yankee.
Per questi motivi vivere sul confine è in questo tempo di nuovo nello stesso tempo interessante e inquietante. Certo che si vorrebbero togliere tutte le barriere fra gli Stati, ma realisticamente ciò non sembra essere fatto imminente, anche perché le diverse Regioni d'Italia hanno affrontato in modo molto diversificato l'ondata dei contagi e difficilmente si può pensare a un trattamento unitario della problematica, senza rischiare un vero e proprio conflitto di competenze tra centralismo e federalismo.
Nel frattempo, mentre la situazione si va stabilizzando, è possibile pensare a un trattamento speciale per le persone che vivono a ridosso del confine? E' possibile aprire varchi, anche solo ciclopedonali, per intensificare la relazione di aiuto e di crescita culturale da una parte e dall'altra? Ancor di più, oltre al ripristino della normalità delle relazioni tra novo e staro goriziani, è possibile recuperare il ddl proposto dall'allora senatrice Fasiolo, finalizzato alla creazione di un ampio "punto franco" coivolgendo tutto il territorio delle province di Trieste e Gorizia, insieme alla Primorska, da Koper a Bovec, da Postojna a Nova Gorica?
Ecco allora, nessuno sogna il ripristino di documenti quasi archeologici. Il loro richiamo vuole solo dire che se in tempi di ben maggiore distanza la propustnica si è rivelata una soluzione efficace, in momenti come quelli attuali si possono trovare altre forme di relazione e convivenza sul confine, in  grado di trasformare la difficoltà in opportunità. Potrebbe essere un piccolo ma potente segnale di rifiuto del nazionalismo, del populismo e dell'egoismo, in nome dell'accoglienza, della reciprocità e della solidarietà.

giovedì 7 maggio 2020

Che cosa ci lascerà la pandemia?

La parola greca παν/δημια significa "qualcosa che coinvolge tutto il popolo". Un po' come la demo-crazia. Condizione perché la pan-demia possa essere un approfondimento e non la fine della demo-crazia è che ciascuno rifletta sul che cosa è stato e sul cosa sarà. Ringrazio di cuore Nevio Costanzo che offre oggi questo importante spunto di discussione. Buona lettura... ab 

Cosa ci lascerà questa pandemia, oltre la perdita di persone, di lavoro? I sacrifici di tutti saranno valsi a qualcosa? Ma la domanda più appropriata è “Cosa ci ha insegnato la pandemia?”

Abbiamo imparato a fare il pane in casa, messo a posto librerie e collezioni di dischi; i fiori sui balconi e terrazze meritano premi, abbiamo chiesto al vicino se aveva bisogno di qualcosa, condiviso la rete WiFi con chi ne era sprovvisto.

Abbiamo fatto camminate sul Calvario e sul Sabotino, scoperto nuovi luoghi dietro casa.I genitori hanno potuto insegnare ai loro figli l’andare in bici lungo le strade cittadine, per le poche auto in circolazione.

Siamo usciti ad acquistare il pane, il quotidiano, andando a piedi o in bici quando prima, per abitudine, l’auto era la nostra poltrona viaggiante, aumentando la sedentarietà.

Il problema che si pone adesso è quello legato alla mobilità. I mezzi pubblici hanno già molte restrizioni per evitare la prossimità dei passeggeri.
Come ben documentato, una parte dell’inquinamento atmosferico deriva dall’abuso dell’automobile privata.

Quindi, l’auto privata sarebbe il sostituto? Le Amministrazioni di Milano, Firenze, Roma ecc. ed anche europee, non hanno lo spazio fisico per assorbire altre automobili.

Un'auto parcheggiata occupa venti lo spazio di chi va a piedi o in bici, e quaranta quando è in movimento, informa Luca Bertolini urbanista.
Inoltre, quando lo spostamento casa lavoro - casa scuola non supera i quattro - cinque chilometri, è più pratico e conveniente usare la bici.

Come si stanno attrezzando queste città? Realizzano piste ciclabili, per favorire al massimo lo spostamento con la bici per evitare l’intasamento dei mezzi pubblici. Piste ciclabili temporanee, che potrebbero diventare definitive.

Gorizia è piccola, non ha i problemi delle grandi città, si dice, ma è meglio migliorare ed allargare l’orizzonte pensando di programmare una mobilità intercomunale / internazionale proprio per non disperdere quanto abbiamo, nonostante tutto, imparato a beneficio nostro, dell’Ambiente.

Nevio Costanzo

mercoledì 6 maggio 2020

6 maggio 1976

Verso le 19 il trillo del citofono ci aveva fatto sobbalzare. Avevo 16 anni e frequentavo la I Liceo. Con mio padre stavamo guardando un telegiornale e mia madre stava preparando la cena perché doveva andare a tenere una conferenza presso la sua scuola a Gradisca. Andai a rispondere, aprii la porta e appoggiato alla ringhiera della scala attendevo con una certa curiosità il visitatore, il cui nome non mi aveva suggerito alcun volto. Era un giovane africano, veniva dall'Uganda, inviato da un prozio missionario a salutare i parenti "goriziani". Studiava in Italia la teologia, in quel tempo non era molto frequente incontrare sulla propria strada persone provenienti da altri Continenti. L'accoglienza fu davvero entusiastica, preparammo subito la stanza e poco dopo ci trovammo tutti attorno a una minestra fumante e a una bistecca ben cotta. Mia madre a malincuore ci lasciò, mentre mio padre e io cominciammo a tempestare di domande il nuovo venuto che rispondeva con grande piacere, parlando con un'invidiabile calma che contrastava con il nostro grande desiderio di conoscere.
E arrivarono le 21. C'era un caldo opprimente, tutte le finestre erano aperte ed era evidente la stranezza di un clima che costringeva alle maniche corte già dall'inizio di maggio. Il pavimento della cucina sembrò leggermente sussultare, diedi un'occhiata a mio padre che tradì una leggera sorpresa, mentre Jean continuava serenamente a raccontare della vita ugandese. Dopo una manciata di secondi tutto cominciò a sobbalzare, gli armadi della cucina dondolavano come ubriachi, i piatti cadevano con frastuono dalle mensole, i lampadari oscillavano impazziti. Ci alzammo e senza guardarci indietro percorremmo a tutta velocità le sei rampe di scale e ci trovammo in un batter d'occhio sulla strada, la Via Angiolina, affollata di persone trafelate che avevano avuto la nostra stessa idea. La sensazione era quella di un'impotenza assoluta di fronte a una Natura infinitamente più potente di noi. E Jean? Jean lo ritrovammo una mezz'ora dopo, quando, terminato l'accesso di panico, eravamo risaliti. Stava consumando tranquillamente la sua insalata e alla domanda se non avesse avuto paura, aveva seraficamente risposto che se il suo destino fosse stato quello di morire in quel modo, non avrebbe potuto cambiarlo, tanto valeva finire tranquillamente di mangiare. Verso le 23, rientrata anche mia madre da Gradisca, sono arrivate le prime notizie del disastro che si era verificato nel Medio Friuli. La mattina successiva trovammo la scuola chiusa e, saliti sull'auto di un compagno già diciottenne, andammo più velocemente possibile nella zona terremotata. In quei tempi non esisteva la Protezione Civile e ogni aiuto, nelle prime ore dopo il dramma, era accolto con benevolenza. Incuranti dell'oggettivo pericolo, ci inoltrammo per le vie di Gemona e ci inviarono a trasportare i cadaveri estratti dalle macerie, dalle case a una specie di centro di raccolta. Un silenzio di morte incombeva ovunque, rotto ogni tanto dalle nuove scosse di terremoto che facevano tremare come foglie le case rimaste miracolosamente ancora in piedi. Non avrei mai più dimenticato quelle impressioni, quei giorni di maggio, quella sensazione di una tappa della storia di quella terra e della mia vita: la fine di un'epoca,l'inizio di un'altra, come in effetti poi fu. Questo è stato il mio 6 maggio 1976.

martedì 5 maggio 2020

Fake news

Falsa notizia! Come riconoscere una notizia falsa da una vera?
La risposta, apparentemente ovvia, quasi un corto circuito linguistico, è "verificandola".
Detto ciò, è ovvia la domanda successiva: e come si fa a verificarla?
Purtroppo allo stato attuale delle cose, è praticamente impossibile. Già in passato la situazione era la stessa, ma la questione è diventata ancor più drammatica negli ultimi trent'anni, grazie a un semplicissimo accesso universalizzato a un numero di informazioni tendenzialmente infinito.
E' evidente che in queste condizioni diventa possibile influenzare l'opinione pubblica affermando tutto e il contrario di tutto. Anzi, pur essendo sempre stato così, mai come in questo momento a dominare non è la greca a-letheia (ciò che non scorre nel fiume del tempo), ma la latina veritas (ovvero la momentanea certezza derivante dalla fiducia accordata all'autorità proponente). E l'autorità non è l'antica auctoritas (cioè "colui che aumenta" la conoscenza o la consapevolezza) bensì il detentore del mezzo di comunicazione di massa. Quanto è attuale la celebre espressione di McLuhan, "il medium è il messaggio"!
Comunque sia, ci sono diversi tipi di false notizie.
Alcune sono espressione di chi detiene il Potere, sempre manifestazione di un inestricabile intreccio fra politica, economia, ricerca scientifica, filosofia e religione. Su questo argomento, si consiglia la lettura del bellissimo Sapiens, di Y.N. Harari. Sono evidentemente le più pericolose, perché servono a giustificare le nefandezze dei padroni del vapore, anzitutto i detentori degli interessi finanziari, in nome dei quali si scatenano guerre, si seminano ingiustizie, si determina la morte per fame di milioni di persone, si pone sotto totale controllo l'individuo nella società. Per far "passare" queste orribili prospettive è necessario costruire il Nemico (ente astratto), dotandolo di una serie di caratteristiche orripilanti, minaccia permanente alla dea Sicurezza, sull'altare della quale si possono tranquillamente sacrificare verità, libertà e felicità.
Altre false notizie vengono seminate da chi cerca di contendere il Potere a chi lo ha. La dinamica di questi oppositori, normalmente altrettanto forti rispetto ai primi, non è molto diversa. Occorre delegittimare il Potere sostituendolo con un controPotere, sempre utilizzando lo stesso metodo basato sulla falsità o parzialità delle notizie. L'esito normalmente è il conflitto, nell'ambito politico fino a quando gli interessi non diventano talmente grandi da preoccupare i contendenti, timorosi di essere annichiliti dalla potenza di fuoco dell'informazione avversaria. E' il momento in cui scoppiano le guerre oppure - più spesso - si arriva a compromessi che salvano i negoziatori e affossano definitivamente la capacità di comprensione e di reazione delle masse, maggioranze numeriche silenziose e obbedienti agli ordini.
Anche questa base, tenuta lontana dai tavoli delle decisioni che la riguarda, ha le sue false notizie. Contano davvero molto poco, ma fungono da parafulmine e rafforzano ulteriormente i primi due interlocutori. Entrambi, il detentore del Potere e il suo antagonista, riversano tutta la loro arroganza sulle piccole ipotesi, espresse senza fondamenti e con tanta ingenuità da coloro che cercano di capire i conti che non tornano e non hanno alcun mezzo per accedere al Santuario della sapienza ufficiale. Terrapiattisti, complottisti, ufologi e apocalittici diventano così, consapevolmente o meno, il bersaglio preferito di chi utilizza la presunta Scientificità come una clava in grado di separare le pecore dai capri, di chi si pone al posto del Giudice Universale per stabilire come unico criterio di verità la propria unicità bellezza e bontà.

domenica 3 maggio 2020

La peste del 168 d.C.

Per interesse storico, si propone una reminiscenza, quella di un'epidemia, anzi di una pandemia diffusa nel II secolo d.C. in tutto l'Impero Romano e oltre i suoi confini. La malattia si diffuse soprattutto a partire dalla primavera del 168, dopo che i militari romani avevano trascorso qualche mese negli accampamenti invernali di Aquileia. Fu proprio da lì, a quanto pare, che il morbo si sparse in quello che allora, da queste parti, si pensava essere "tutto il mondo". Il grande medico Galeno fu presente in loco e raccontò l'inizio di quell'antica tragedia, durata molti anni. L'imperatore Marco Aurelio la descrisse, con la sua caratteristica sensibilità, scrivendo a se stesso parole che oggi non ci sembrano strane: "Devi pensare continuamente quanti medici sono già morti; medici che avevano spesso aggrottato le ciglia presso gli ammalati, quanti indovini che credevano di dire cose molto importanti quando segnalavano, prima del tempo, la morte degli altri". Insomma, non soltanto la sofferenza di questo tempo invita tutta l'umanità a sentirsi unita in una nuova fraternità universale, ma dilata tale orizzonte non soltanto oltre i confini dello spazio ma anche oltre quelli del tempo. E così si scopre che in un passato lontano quasi duemila anni, Aquileia, sì la nostra Aquileia - grande centro culturale e militare - fu una delle tante Wuhan dell'antichità.

venerdì 1 maggio 2020

Primo Maggio 2020, giustizia sociale, lavoro e libertà

Buon primo maggio, Živel prvi maj vsem.
Buon primo maggio, anche se quest'anno viene celebrato in modo del tutto diverso. Non ci sono cortei, non sono previsti concerti, non ci sono discorsi ufficiali e raduni di popolo.
E' un motivo di tristezza, a differenza di molte altre ricorrenze civili e religiose, non è mai venuta meno la consapevolezza della sua importanza, è sempre stato un appuntamento atteso con speranza e passione.
Ma è anche un'occasione per uscire dalla retorica di tante parole al vento. L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. L'Italia? Non solo l'Italia ma tutto il mondo dovrebbe essere "fondato sul lavoro". Gianni De Luca, indimenticabile procuratore della Corte dei Conti del F-VG, diceva che tale espressione sottolinea che non ci si può sentire veramente "italiani" se non si contribuisce alla fondazione della repubblica attraverso la propria azione, qualunque essa sia, anche scrivere poesie quando non si può fare altro che battere le ciglia. 
Sì, ma quel lavoro "fonda" l'esserci della libertà in Italia e nel mondo? E' fin troppo facile e tragico ricordare lo slogan nazista secondo il quale "il lavoro rende liberi". Purtroppo quelle terribili parole, incise sul cancello d'entrata dei campi di sterminio, non sono un orribile ricordo del periodo più oscuro della Storia. Mezzo miliardo di esseri umani vive in condizioni di schiavitù, gran parte di essi riesce a malapena a procurarsi un pezzo di pane per sopravvivere, l'incredibile sfruttamento dei più poveri è fenomeno che si riscontra anche nei paesi più industrializzati. Anche in Italia, chi si riempie la bocca di "chiusura di porti" e di rifiuto dell'accoglienza dei poveri che fuggono da fame e guerra, chi li rinchiude in campi di concentramento dove rischiano più di ogni altro di essere colpiti dalle malattie se non dalla violenza, tollera che centinaia di migliaia di persone si spezzino la schiena nei campi o nelle case ricevendo in cambio soltanto insulti, percosse e salari rigorosamente in nero, sotto la soglia della povertà. No, il lavoro senza giustizia non rende affatto liberi, crea la schiavitù e porta alla morte le persone e le società.
Quindi, l'ordinarietà non si chiama purtroppo dignità e sicurezza sul lavoro, ma sfruttamento, corruzione, evasione fiscale dei ricchi e mancanza di ogni tutela per i più poveri.
E adesso? Adesso anche chi finora in qualche modo ha sbarcato il lunario, rischia molto. Due mesi di inattività non mettono in ginocchio le multinazionali e i padroni del vapore - non a caso in questo tempo difficile per la maggior parte, le Borse volano e come in ogni crisi c'è un'altra piccola parte che guadagna tutto ciò che gli altri perdono -, ma schiacciano le piccole industrie, con gli operai non difesi da nessun sindacato, le aziende cosiddette minori, gli esercizi per la ristorazione, punti di riferimento importanti per i quartieri di città e le comunità di paese. 
Come rialzarsi, a fronte anche di scelte politiche confuse, sempre più complesse e penalizzanti, annegate dentro interminabili discussioni tra assertori acritici del potere di turno e contestatori "a prescindere" interessati soltanto a sedersi sugli scranni occupati dagli avversari?
Forse questo Primo Maggio in sordina invita a una riflessione scomoda, per certi versi scandalosa, ma non facilmente confutabile. Per salvaguardare il diritto alla salute i governi hanno di fatto conculcato il diritto al lavoro (non solo quello italiano, anche se in casa si è assistito a una sequela incredibile di errori, a partire dall'impossibilità di capire il titolo V della Costituzione e dal conseguente venefico scontro tra centralismo e del federalismo). Ora, anche a fronte di dati statistici più sicuri e meno allarmanti rispetto ai mesi scorsi, forse diventa necessario salvaguardare il diritto al lavoro indebolendo anche, se necessario, il timore di nuocere al diritto alla salute. L'assetto "meglio schiavi che morti" incrementa la schiavitù e porta inevitabilmente alla morte, se non per malattia, per fame.
A questo punto non resta che invitare a un soprassalto di coraggio, non si può vivere reclusi per sempre. Sembra che il 20 gennaio il governo - probabilmente anche le regioni, soprattutto quelle poi più gravemente colpite - avesse già predisposto il piano seguito successivamente. In questo caso, "per non creare il panico", avrebbe taciuto e consentito assembramenti enormi nel mese di febbraio, con le conseguenze che tutti sappiamo (Lavoro in fabbriche stipate di operai, festival di Sanremo, partite di calcio nazionali e internazionali, sport e sci, aperitivi e pranzi offerti da sindaci "contro il coronavirus", splendidi carnevali tradizionali, bagni di folla del Papa a Bari e altrove, visite senza limitazioni agli ospedali e alle case di riposo...).  Il 10 aprile (due mesi e mezzo dopo) il governo sembra accorgersi del fatto che non sia stata conculcata solo la libertà di movimento ma anche quella di azione e costituisce il gruppo di studio di "esperti" per portarci verso quella "fase 2" nella quale si trovano quasi tutti gli altri Paesi europei. No, Conte prolunga al 18 maggio - e poi? - la clausura e lo stato di blocco di molte attività gettando nello sconforto milioni di persone, la stragrande maggioranza delle quali non invoca la possibilità di  raggiungere la più vicina sala giochi o la spiaggia per distendersi sotto il sole, ma di esercitare quel diritto senza il quale l'Italia non è più una repubblica democratica, in quanto non più "fondata sul lavoro". 
Avanti uniti dunque, seppur idealmente e virtualmente in questo primo maggio pandemico, perché venga abolita la schiavitù, perché ognuno possa portare il proprio contributo all'edificazione della società, possa ricevere ciò di cui ha bisogno e avere il tempo per pensare, per gioire della bellezza della vita, per esprimere con creatività arte e cultura.